venerdì 9 marzo 2012

Depistaggi della memoria. Davide Giacalone

Venti anni dopo l’inquinamento della memoria regna sovrano. Si parla d’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino, si dice che il movente sarebbe nella volontà di rimuovere l’ostacolo alla trattativa fra Stato e mafia, si evoca la “strategia delle tensione”, la voglia di “evitare mutamenti politici non graditi” (due frasi di Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, che sembrano concepite apposta per confondere le idee). E noi qui, ancora una volta costretti alla fatica e al dolore della memoria, non disposti a farci portare via dal fiume dei depistaggi, fermi nel non cedere per stanchezza, ma stanchi di richiamare l’attenzione su cose ovvie. Perché questo è quel che succede: le ricostruzioni più fantasiose e contorte vengono vendute come disegni affascinanti, apparentemente complicate ma in realtà banali, mentre i dati di fatto, le date, le cose certe vengono accantonate come cose astruse, invece granitiche nella loro evidenza. E mentre ne scrivo ho addosso la sensazione che la gran parte dei lettori non ne possano più, non ci capiscano nulla, sono presi fra la noia e il disgusto, pronti a bere qualsiasi cosa, purché sia l’ultima.

Invece no. Si deve cominciare da capo. Dunque: il giudice dell’indagine preliminare di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari (cautelari? venti anni dopo?) per quattro persone, accusate di avere ordinato ed eseguito la strage di via D’Amelio. Il disegno è quello già mille volte propagandato, e mai dimostrato: Borsellino muore perché si oppone alla trattativa fra Stato e mafia. Per quella strage esistono già delle sentenze in giudicato, che definitivamente stabilirono il falso. Siccome noi lo scrivevamo quando gli attuali strilloni della nuova tesi c’intimavano di rispettare le sentenze, continuando a scrivere la storia con quelle, anziché usando la testa, mi permetto di girare la faccenda e cominciare dalla fine, anche per rispetto del lettore frastornato: io non faccio indagini e non istruisco processi, ma resto convinto che Borsellino muore, dopo che era stato ammazzato Falcone, perché era un ostacolo all’insabbiamento e archiviazione dell’inchiesta mafia appalti, immediatamente distrutta dopo la sua morte, a cura della procura della Repubblica di Palermo. Quello è il movente, quello l’anello d’unione fra i disonorati della mafia e i traditori dello Stato. Quanti lavorarono a quell’inchiesta hanno tutti passato dei guai. L’uomo più vicino a Borsellino è stato processato per mafia. Quelli che insabbiarono hanno fatto carriera. Il resto sono minchionerie, come vado a ridocumentare.

Anche i sassi sanno (credono di sapere) che la presunta trattativa sarebbe stata incentrata sul “papello” di Riina e sulla richiesta di ammorbidimento del carcere duro, disposto ex articolo 41 bis. La tesi è stata avvalorata dal più grande depistatore comparso sulla scena, pubblicamente sbugiardato, ma da taluni altamente valutato: Massimo Ciancimino. Tutti ripetono che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano amici e colleghi e che la morte del secondo è legata alla morte del primo. Cosa li univa, la difesa del 41 bis? Ma per la miseria, quella norma venne introdotta dopo la morte di Falcone. Ripetiamo: Falcone muore il 23 maggio 1992; Borsellino il 19 luglio; nel mezzo, l’8 giugno, viene emendato e allargato il 41 bis. Volete mettervi nella testa che il legame fra le due stragi è la negazione del teorema? Semmai li univa il lavoro contro la mafia e li univa l’inchiesta sugli appalti, condotta secondo i dettami della scuola falconiana. Quei due credevano in quel che è stato archiviato.

Ma mettiamo che io sia totalmente in errore, che il vero oggetto fosse il 41 bis: Falcone muore per vendetta e gli altri per cancellare il carcere duro. E va bene: chi decise di non applicarlo per evitare che continuassero le stragi? Lo teorizzò Alberto Capriotti, voluto da Oscar Luigi Scalfaro, su indicazione del Vaticano, a capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), quel Capriotti che fu nominato dal governo Ciampi e che vide avallare le sue tesi da Giovanni Conso, allora ministro della giustizia, nel novembre del 1993 (le bombe di mafia, alcune contro siti ecclesiastici, vanno da maggio a luglio 1993, con una non esplosa a ottobre). Cosa se ne deve dedurre, che Borsellino fu ammazzato per rimuovere l’ostacolo che impediva alla mafia di mettersi d’accordo con Scalfaro-Ciampi-Conso? La svolta politica che la mafia non gradiva, gentile procuratore Grasso, sarebbe la caduta di quel governo? Io non lo credo, mi pare una boiata, ma neanche si può bere la fesseria che le bombe venivano messe per propiziare l’arrivo di chi ripristinò il 41 bis. E che diamine.

Venti anni dopo i professionisti dell’antimafia fanno fiorire le inchieste, si buttano sulle frasi fatte, elaborano architetture improbabili, il tutto per nascondere quel che le date raccontano in modo inequivocabile: quella spiegazione è una cretinata, mentre si continua a nascondere l’archiviazione dell’inchiesta mafia appalti.

Amici lettori, non ne posso più neanche io. Ma non ci sarà mai verso di allinearci a quella lettura mendace della nostra storia, non piegheremo la memoria al falso, non subiremo la violenza di spiegazioni che non spiegano un accidente. Non ho nessuna verità da vendere, ma neanche sono disposto ad accettare che si continui a vendere il falso. Dentro e fuori le aule di giustizia.

venerdì 2 marzo 2012

Un logo per l'Italia

Questa è la ricostruzione che il Foglio ha fatto del possibile simbolo del nuovo cartello elettorale pensato dal Cav. A quanto ci risulta, però, non è stato ancora scelto un logo definitivo. Vi invitiamo quindi a mandare le vostre proposte grafiche all'indirizzo mail lettere@ilfoglio.it

martedì 28 febbraio 2012

Note sul proscioglimento di Berlusconi. Gianni Pardo

26 febbraio 2012
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Ieri si è concluso per prescrizione il processo Berlusconi-Mills, e sulla base dei commenti si sperava di poter farsi un’idea, se non dal punto di vista giudiziario, almeno da quello politico. Purtroppo oggi non ci sono le Rassegne Stampa della Camera dei Deputati e del Governo, ma il clima tuttavia lo forniscono sufficientemente alcuni titoli e un articolo di Repubblica.
Su questo quotidiano Massimo Giannini dimostra di non avere conoscenze in diritto penale. Scrive infatti che la prescrizione “ha permesso all'ex presidente del Consiglio di sottrarsi al suo giudice naturale”. Dunque egli ignora che il giudice “naturale” è quello la cui competenza è prestabilita dal codice. Se non avesse voluto fare cattiva figura, bastava si limitasse a scrivere “al suo giudice”, senza “naturale”. Diversamente è come se sostenesse che Berlusconi, il cui giudice naturale era a Catanzaro o a Lecce, è stato giudicato da un collegio incompetente, quello di Milano.
Egli scrive poi: “Come la sentenza della Corte di Cassazione ha già certificato nell'aprile 2010, confermando sul punto le due precedenti pronunce di primo e secondo grado, è scritto nero su bianco: Berlusconi fu il ‘corruttore’ dell'avvocato inglese, che ricevette 600 mila dollari per testimoniare il falso”. Una serie di stupidaggini. Se la sentenza riguarda l’applicazione della prescrizione a Mills, scrivendo quelle cose, la Cassazione si è comportata in modo scorretto. Applicando la prescrizione il giudice ha un’unica alternativa: se è certo dell’innocenza dell’imputato, lo assolve nel merito. Se invece è incerto riguardo alla sua colpevolezza o alla sua innocenza, applica la prescrizione. Si ripete, non se è certo della sua colpevolezza, solo se non è certo della sua innocenza. Non può certo affermare né la colpevolezza dell’imputato, né, a più forte ragione, quella di un terzo. Dovrà magari occuparsi del fatto, ma solo per stabilire il momento da cui decorre la prescrizione. Una sentenza di proscioglimento per prescrizione non può essere utilizzata per dichiarare (moralmente) colpevole l’imputato, se non da incompetenti faziosi.
Ma di tutte queste cose non sembra sapere molto, Giannini. Inesatto è pure che Mills abbia testimoniato il falso. Tutte le persone informate della vicenda – di cui il nostro giornalista non fa parte – sanno che Mills ha cercato di proteggere Berlusconi schivando o aggirando certe domande, ma nessuno l’ha mai accusato di falso. Reticenza non è uguale a falsità.
Inoltre, ma questo va detto di passaggio, non è vero che esista la prova di quel versamento. Giannini ha dimenticato che Gabriella Chersicla, consulente della Procura di Milano e del Pm Fabio de Pasquale, ha dichiarato – non nero su bianco, ma con voce audibile per orecchie sturate - che di quel versamento che avrebbe dovuto inchiodare Berlusconi non esiste traccia nelle carte contabili, da lei esaminate. E questo l’ha riconosciuto persino Peter Gomez, il socio di Travaglio. Un berlusconiano?  
Lo stravolgimento della natura della prescrizione si nota anche nelle parole di Di Pietro, che in un sottotitolo del Sole24Ore ha dichiarato: “I giudici non l’hanno assolto perché, evidentemente, il fatto l‘ha commesso”. Lui il codice deve averlo intravisto, ma anni di politica gliel’hanno fatto dimenticare.
Bersani invece fa solo tenerezza (titolo del Corriere): “Assoluzione? Rinunci alla prescrizione”. Bersani, come si sa, è laureato in filosofia. E si vede.
 Mills – in viva voce e in italiano – si dichiara contento per Berlusconi. Quando gli viene rinfacciato che comunque lui è stato condannato in primo e in secondo grado (dimenticando il proscioglimento finale per prescrizione) nega la propria responsabilità e definisce la propria condanna ingiusta “soprattutto perché si trattava di aver fatto un accordo in ’99 di essere corrotto in ’97. Quindi era completamente illogico, il tutto”. Come si sa, gli inglesi sono pragmatici. Cioè quasi stupidi.
In un articolo di Ferrarella, sul “Corriere” (secondo quanto udito nella rassegna stampa di Radioradicale) il Pm De Pasquale, tempo fa, avrebbe dichiarato che: “Sarebbe un disastro se questo processo si dovesse concludere senza una sentenza”. Parole interessantissime.
Considerando i tempi normali della giustizia italiana, l’unico dubbio che abbia mai riguardato Silvio Berlusconi, riguardo a questo processo, non è stato se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza definitiva, cioè di Cassazione, ma se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza di primo grado. E i fatti hanno dimostrato che non c’era tempo sufficiente neppure per essa. E allora si può chiedere: che differenza fa, per l’amministrazione della giustizia, che un imputato sia prosciolto per prescrizione in istruttoria, dopo la prima o la seconda sentenza? Nessuna, ovviamente. E se è arcisicuro che alla condanna definitiva non si arriverà mai, non sarebbe più utile che i magistrati si affrettassero a perseguire altri reati, più gravi e più recenti?
Se si considera un disastro il non pervenire alla condanna in primo grado – una condanna che si sa comunque destinata ad essere trasformata in proscioglimento in secondo grado – è dunque perché si tiene alla condanna in primo grado in sé e per sé: cioè per motivi politici. Né altra spiegazione si è stati tentati di dare al rifiuto di tanti testi a difesa. La differenza che non esiste in diritto, come si diceva, esiste eccome in politica. Intanto facciamo scrivere su Repubblica che Berlusconi è un corruttore, con tanto di bollo del Tribunale, poi si faccia pure prosciogliere per prescrizione.
Ecco a che servono i soldi dei contribuenti. (il Legno Storto)

venerdì 24 febbraio 2012

24 febbraio 2012

100 giorni

O cittadino se di Monti l’attracco
T’è sembrato alquanto stracco
Non lo prendere a dileggio
Datti pace e sta’ sicuro
Che l’anno venturo
Farà di peggio.

lunedì 13 febbraio 2012

Sarà una coincidenza, ma da quan­do c’è Monti i tg sono dei bolletti­ni sul maltempo. Con i tecnici al go­verno la politica cede il posto al me­teo. Marcello Veneziani


Come nei tg sovietici non ci sono più conflitti o notizie ma solo neve e soccorsi, mucche assiderate e impianti a gas, più marchettoni a Monti e al sistema montuoso (30 e loden).
Prima della neve, c’erano solo navi e terremoti. Mezzo tg ogni giorno fa terrorismo atmosferico sulla tormenta che verrà e poi mostra paesini innevati e soccorsi anche banali: vedi perfino uno che porta la carta igienica alla casa innevata, il nonno al cellulare che rassicura i parenti, i giornalisti sanbernardo col collare audio.
Col Frigor Montis scende un’onda di gelo sul Paese, divenuto nel frattempo con lui a nostra insaputa superpotenza mondiale. Il colorito paesaggio italiano sparisce e tutto assume la monotona uniformità del bianco governo dei tecnici. Ci siamo allineati agli standard nordeuropei sin nel barometro: si è ridotto lo spread tra il clima tedesco e il nostro.
Chi muore per il gelo se lo merita, è uno sfigato. Ti congeli se stai fisso in un posto, senza mobilità. Ibernata la politica, il conflitto si sposta sulle previsioni del tempo e i partiti si dividono in moderati che sconsigliano di uscire ed estremisti che istigano all’uso di catene. I sindaci sono giudicati su base atmosferica, se sono da neve o da spiaggia, se sono insipidi o hanno sale in strada e si dividono in fattivi, piangenti, teatranti e dispersi, come nella ritirata di Russia. L’estate berlusconiana dista un’era geologica. (il Giornale)

sabato 11 febbraio 2012

San Valentino

– La festa degli innamorati è un’invenzione della lobby dei fiorai. Tuonare contro.

– Per i single il 14 febbraio è il giorno più doloroso dell’anno, dopo il Natale.

– La sera di San Valentino è impossibile trovare un ristorante in centro. E se lo trovi e ci vai con un amico vi guardano e vi sorridono complici. Deprecarlo.

– La cosa più dura da sopportare sono i servizi dei tg sulla festa degli innamorati. Trovarli persino più scarnanti di quelli sulla canicola estiva e sulla morsa del gelo. Convenirne.

– Dopo aver ricordato che San Valentino è il patrono di Terni, invitare provocatoriamente a immaginare una dichiarazione d’amore con spiccato accento umbro. In Umbria: evitare.

– Avere dato un nuovo significato all’espressione “Il massacro di San Valentino” il giorno che si è lasciata la fidanzata dimenticando fosse il 14 febbraio.

– Dire di usare da anni un servizio di sms con frasi d'amore già pronte suggerisce una scorza ruvida e irriverente sotto cui si cela un cuore tenero.

– L'amore è sopravvalutato. Sostenere di averlo trovato scritto in un cioccolatino underground.

– Attendere con ansia ogni anno il nuovo spot dei Baci Perugina. Insuperato quello per la nuova confezione con lo slogan dada “Tubiamo?”

– Non appena possibile citare “Innamoramento e amore” di Alberoni e parlarne male. Replicare stroncando anche “L’arte di amare” di Erich Fromm. Non è necessario averli letti.

– Nelle serie tv americane si capisce al primo episodio che i protagonisti si innamoreranno, ma raramente si baciano prima della terza stagione.

– Con tutto il rispetto per i Peanuts, l’uso di spedire Valentine stimola un'esagerata attitudine alla competizione negli adolescenti. Concionare contro la crudezza della società statunitense.

– Ho capito di essere innamorato il giorno in cui, in un bar, sentendo suonare il telefono, ho gridato: “E’ per me!” (Dino Risi)

– Detestare tutte le feste comandate. Dire di fare regali al partner in qualunque giorno dell’anno, tranne che a San Valentino. (Vedi seguente)

– Dimostra vigore speculativo sostenere che fare a tutti i costi gli originali, ignorando la festa degli innamorati, sia una forma di conformismo survoltata. Replicare che adottare questa logica è come fare un salto mortale da seduti e ritrovarsi nella posizione iniziale. Eventualmente arabescare varianti metaforiche.

– Plaudire al sindaco di Verona che già anni fa ha concesso di scrivere messaggi d’amore sul muro sotto il balcone di Giulietta, in omaggio a una tradizione quasi secolare. Contestualmente scagliarsi contro quella stronzata dei lucchetti di Ponte Milvio.

– Chiedersi se qualcuno sia mai riuscito a fare colpo su una ragazza scrivendo sul muro a caratteri cubitali: “Cucciola 6 mia per sempre”.

– L'amore è da reinventare, si sa. (Arthur Rimbaud)

martedì 7 febbraio 2012

Sulle coppie di fatto Bologna dimostra che l'ideologia non muore mai. Giovanni Mulazzini

7 Febbraio 2012
Nel 1999 a Bologna fu istituito il registro comunale delle coppie di fatto, che avrebbe dovuto riconoscere un nuovo modello di famiglia alternativo a quella tradizionale, la "famiglia affettiva", all'interno della quale sarebbero stati compresi anche coppie di fatto dello stesso sesso.
L'opposizione allora segnalò il totale disappunto e l'assoluta perplessità per questa decisione del Sindaco, Walter Vitali (oggi Senatore PD) e della Giunta comunale di allora. Fu detto che il registro rappresentava una scelta di libertà, rispetto e di civiltà che risponde alle esigenze di una parte significativa della cittadinanza bolognese, mentre chi osava dichiararsi contrario all'istituzione del registro delle coppie di fatto esprimeva una concezione medievale propria dell'integralismo cattolico oscurantista.
A distanza di oltre dieci anni, un giovane Consigliere comunale Pdl, Valentina Castaldini si è presa la briga di verificare quali siano stati effettivamente i risultati e quale sia stato realmente l'utilizzo di questo strumento giuridico, il registro delle coppie di fatto. Il risultato è stato infatti drammaticamente eloquente e rivelativo del tasso di ideologia che domina in questa città che da oltre cinquant'anni è stata amministrata dal Pci, Pds, Ds e quindi Pd. Dal 1999, anno in cui fu istituito il registro delle coppie di fatto, nessuno ha presentato richiesta di iscrizione, quindi zero richieste.
Infatti, sebbene, come recita il sito web del Comune di Bologna "l’attestato serva a dimostrare che persone non legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione o tutela, co-abitanti nella stessa unità immobiliare del Comune di Bologna, costituiscano un unico nucleo familiare in ragione dell’esistenza di vincoli affettivi", nella realtà, nessuno è arrivato a presentare domanda per accedere al registro. L'esito di tale decisione risulta pertanto ascrivibile ad un approccio ideologico, che non risponde in alcun modo alle esigenze non solo dei comuni cittadini, ma nemmeno ai destinatari del provvedimento, le coppie di fatto così come risulta dalla totale assenza di richieste.
Rimane pertanto oltre all'aspetto ideologico dell'operazione, soltanto la volonta' di accattivarsi il consenso di alcune parti della cittadinanza bolognese in chiave di consenso elettorale, perdendo di vista il concetto di bene comune della città nel suo complesso e di politica in onda con le richieste dei cittadini. Il capogruppo Pd in Comune, Lo Giudice, ha rivendicato comunque il valore simbolico del registro delle coppie di fatto in assenza di una legge nazionale che disciplina la materia, segnalando la condizione di svantaggio fiscale cui sono sottoposte le coppie di fatto rispetto alle famiglie.
Qualche giorno fa in una conferenza stampa il Sindaco Virginio Merola e gli assessori competenti hanno manifestato di rivedere il sistema ISEE per l'accesso ai servizi pubblici, in quanto l'attuale sistema risulterebbe fortemente iniquo verso la famiglia fondata sul matrimonio a vantaggio delle coppie di fatto, le quali legalmente assumendo una residenza differente dal convivente non sono tenuti a sommare i rispettivi redditi e quindi vengono di fatto privilegiati alla famiglia, che invece è tenuta a sommare i redditi nell'accesso ai servizi. Attendiamo soluzioni efficaci in tempi rapidi su questo tema che rappresenta una reale esigenza per i cittadini bolognesi, a differenza del registro delle coppie di fatto. Il tempo, come si è visto, alla lunga penalizza chi intraprende battaglie ideologiche per lucrare consenso elettorale.(L'Occidentale)