venerdì 20 novembre 2009

Montezemolo scende in politica. Anzi, è sceso. O forse no. L'Occidentale

Ora il dilemma è scendo o non scendo. Scendo o non scendo. La discesa nell’agone politico del presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo sembra esser diventata più che un tormentone politico, una barzelletta. Sono mesi che l’ex presidente di Confindustria fa associazioni, tesse legami, lancia proclami, dà indicazioni su cosa deve o non deve fare il governo. Sentendosi ancora appieno nel vecchio ruolo di presidente di Confindustria, non manca occasione di intervenire sui grandi temi del momento: sì alla riforma della giustizia ma condivisa con l’opposizione, e attenzione a non cedere alla trappola della legge ad personam, altrimenti il tema non si fa solo scottante ma anche pericoloso. E poi ancora: “è necessario che le riforme sociali non siano disgiunte da quelle economiche, pensioni e fisco in primis”.

Quanto all’esecutivo, Montezemolo ha le idee chiare: non è una questione di numeri ma di volontà: “la maggioranza ha un grande programma ma una grandissima difficoltà a realizzarlo”. E guai anche solo paventare l’idea di elezioni anticipate, è come la minaccia di una pistola scarica”. Una pistola, viene da pensare, che potrebbe colpire in primis proprio l’ex presidente di Confindustria, il quale sa bene che semmai dovesse decidere di compiere il grande passo, gli servirebbero tempi ben più lunghi di quelli da qui a primavera.

Non c’è che dire. La quasi discesa in campo di Montezemolo continua a lasciare molti dubbi e mezze certezze. Tra le mezze certezze quella che si sta consolidando un fronte moderato, che da Montezemolo potrebbe arrivare direttamente al Fini restyled, passando per Rutelli, da cui non si sa se la politica italiana guadagnerebbe sul fronte delle idee si ma certamente in stile e bellezza. (Ma ve lo immaginate Montezemolo mentre fa le corna nella foto di gruppo di un summit internazionale?).

Non tutti hanno la fortuna di nascere con la camicia o con il doppio cognome o di avere origini nobili. Lui sì e quando, lanciando la sua Italia Futura, l’abbiamo sentito ammettere che la sua generazione aveva fallito, sulla nostra schiena è corso qualche brivido. Sarà perché in fondo la storia la fanno gli uomini con le loro azioni o perché maliziosamente pensiamo che “Montezuma”, qualche colpa ce l’ha eccome. Se la FIAT è entrata in crisi è successo per colpa di dirigenze allegre e poco lungimiranti e di sovvenzioni statali a pioggia (che Luca non risulta abbia mai disdegnato) ma che ne sarebbe stato dell’azienda senza un buon risanatore come Sergio Marchionne? Sarà un caso che la Fiat si sia risollevata grazie a un manager vero, così diverso da un presidente che è anche manager ma che sulla coscienza ha il fallimento della Cinzano, dei mondiali ’90 (in quegli anni Luca dirà che il problema è totalmente della classe politica, respingendo ogni responsabilità per tutti i soldi da lui usati inutilmente, quindi sulle spese pubbliche centuplicate), di una gestione schizofrenica di Confindustria, etc, etc, etc?

Il 2012 sarà l’anno della riscossa, o, come racconta il discusso film di Roland Emmerich, l’anno della catastrofe? Se facessimo parlare Montezemolo, non avremmo dubbi: nella sua Italia immaginaria “qui è già domani”. Un monito importante per il futuro. Anche se lascia non qualche preoccupazione sul nostro povero presente.

P.s. Consentiteci una nota di banale chiacchiericcio giornalistico: chi lavora a Viale dell’Astronomia non ha ancora capito perché mai Montezemolo abbia voluto a tutti i costi un’entrata separata per i dirigenti rispetto ai comuni lavoratori. E che dire dei tavoli dell’Associazione degli Industriali? Sono dell’azienda che fa capo a lui, la “Frau”, come le poltrone del settimo piano, quello riservato alle cariche più alte. Ma questo in fondo è solo gossip…

Europetta. Christian Rocca

Un pigmeo belga e una baronessa inglese a capo dell'Europa. Scelte di grande spessore, complimenti. Avrebbero potuto scegliere, per dire, anche Rosy Bindi e Scalfarotto. Ma perlomeno abbiamo evitato la tragedia D'Alema. (Camillo blog)

mercoledì 18 novembre 2009

Politici & poltrone. Ugo Arrigo

I politici si dividono in quattro categorie (o gironi) sulla base del mezzo su cui stanno viaggiando nella fase attuale della carriera:
1. Nel primo gruppo i politici che viaggiano ormai solo sulle auto blu. Consapevoli di essere pervenuti a un ruolo molto superiore alle loro mediocri capacità si accontentano dei privilegi dello status acquisito e ne difendono la conservazione. Il massimo dell’ambizione è un posto al sole, un bel consiglio di qualche impresa a controllo pubblico o di Autorità pseudo indipendente.
2. Nel secondo gruppo i politici che viaggiano sulle idee del passato, altrimenti dette anche ideologie. E’ un gruppo in declino, sia numericamente che per successo personale ottenuto. Quando i membri si accorgono che le idee del passato hanno capacità propulsiva decrescente traslocano rapidamente al gruppo uno o al gruppo tre.
3. Nel terzo gruppo i politici che viaggiano sulle poltrone attuali nel tentativo di conquistarne di più ambite. La competizione si svolge in una specie di autoscontro nel quale le automobiline sono sostituite da poltrone e consiste nel disarcionare chi occupa le postazioni migliori per impossessarsene.
4. Nel quarto gruppo i politici che viaggiano sulle idee del futuro, dotati di visione e capaci di prevedere le dinamiche sociali e di incidere su di esse. Consapevoli di essere leader non adottano la strategia di precedere di poco gli elettori della propria area sulla loro stessa strada ma pretendono di sceglierne una anche molto differente, certi di poterli convincere a seguirli.
Peccato che il quarto gruppo sia un sottoinsieme vuoto. (Chicago-blog)

Studenti reazionari. Davide Giacalone

La gara sarà a lisciarli per il verso del pelo, a dire loro che hanno ragione, ma devono capire, che possono protestare, ma non per questo assaltare le sedi della pubblica istruzione. Invece, credo che nei confronti degli studenti universitari, o, meglio, di quelli che sono scesi in piazza ed hanno agitato le vie, occorre essere più onesti e diretti: sbagliate. Siete gravemente in errore.
Il problema italiano non è che manchi il diritto allo studio, ma che tutti hanno diritto d’accedere a studi che valgono poco, e talora niente. Il problema non è la selettività, ma il passaggio mandriano di tutti quelli che non si ritirano (alla fine ne laureiamo meno che altrove, ma li selezioniamo per abbandono, non per merito). Il problema non sono i pochi soldi a disposizione, ma i troppi buttati per finanziare cattedre assegnate per meriti non accademici. Il problema non è la libertà culturale di chi organizza i corsi universitari, ma l’anarchia irresponsabile di chi inventa corsi e cattedre per sistemare amici e parenti.
Gli studenti dovrebbero ben protestare, ma contro quest’andazzo dequalificante di cui faranno le spese. E dovrebbero protestare anche contro il ministro, se questo li eccita, contro il governo e contro chi pare a loro, ma rimproverando a governanti e legislatori di avere fatto poco e lentamente, non troppo ed in fretta. In Germania s’agita la protesta degli studenti, come da noi, ma lì reclamano più meritocrazia e più qualificazione, quindi anche più soldi per corsi di alta qualità. Che il cielo li benedica. Che cosa ne ho letto, in italiano? “La rivolta degli studenti secchioni”, così è stata data la notizia delle proteste tedesche. E ci vuol poco a capire che utilizzare “secchioni” al posto di “bravi” comporta un giudizio che già racconta il disfacimento culturale della vita pubblica.
Non solo non mi preoccupa, ma trovo normale che gli studenti protestino contro chi governa. Rientra fra le cose ovvie, come il cambio delle stagioni. E’ inquietante, invece, che lo facciano non per reclamare il nuovo ma per proteggere il vecchio, come se il conservare il passato possa rispondere ad un qualche loro interesse. E’ vero l’esatto contrario.
Mi preoccupano i gesti forti, che ancora viaggiano dietro la soglia dei violenti, non accompagnati da idee pesanti, da proposte, da suggestioni per il futuro. Alla fine tutto si scarica in un odio ideologico, in un’avversità politica che punta tutto sugli schieramenti e lascia sospesi i contenuti. E non mi basta l’osservazione consolatoria secondo cui quelli in piazza sono una minoranza, mentre la maggioranza sta altrove, perché questo non spiega e non dimostra nulla. Sono le minoranze, spesso, a dar voce ai sentimenti diffusi. Quelle che, un tempo, si chiamavano “avanguardie”. E quelle di oggi hanno un’idea mitica e fasulla del passato, non ne hanno nessuna di futuro e vivono il presente come antagonismo senza contenuti.
Vogliono l’università che hanno conosciuto, solo con più soldi? Se la godano, come moltiplicatore d’ignoranza e baccanale per clientele. A restarci fregati saranno i meritevoli non socialmente protetti, saranno i ragazzi che non vengono da famiglie ricche o professionalmente favorite, per ciò stesso condannati ad avere una cattiva istruzione e nessuna speranza d’incrementare significativamente il reddito familiare. Quelli tedeschi saranno studenti “secchioni”, ma quelli che vedo, da noi, somigliano troppo a classisti reazionari.

lunedì 16 novembre 2009

Battisti e l'interesse nazionale. Cesare Martinetti

Silvio Berlusconi incontra quest’oggi a Roma Ignacio Lula da Silva e sarebbe una bella cosa se il presidente del Consiglio italiano spiegasse al presidente della repubblica federale del Brasile che l’Italia è uno Stato di diritto dove Cesare Battisti è stato processato e condannato in base alle leggi approvate dallo Stato democratico. Leggi e procedure che sono state sempre in vigore, anche nei momenti più difficili, come negli anni del terrorismo, quando alcune di esse vennero adattate ai tempi e rese più severe. Ma pur sempre applicate da corti e tribunali ordinari.

Il presidente Lula potrebbe così serenamente disporsi a decidere sull’estradizione del terrorista italiano, un tempo pistolero dei Pac (proletari armati per il comunismo) da venticinque anni in fuga dalla condanna all’ergastolo presa per aver partecipato a vario titolo a tutti i quattro omicidi commessi da quel gruppuscolo sanguinario che ondeggiava tra l’autonomia e le organizzazioni terroristiche. Sentenze di primo grado, confermate in appello e in Cassazione. Processi veri, ai quali Battisti, latitante, non ha partecipato ma nei quali è stato difeso dai suoi avvocati da lui nominati con lettere autografe giunte ai giudici di ogni grado e giudizio.

Insomma, condanne seguite a procedure regolari.

Di cui Lula potrebbe essere informato da Berlusconi e dai suoi ministri in modo da superare le suggestioni del clima da carnevale che anche in Brasile, dopo i fasti gauchisti parigini, si è allestito intorno al carcere dove Battisti attende la decisione della corte. In quelle manifestazioni si leggono cartelli che ripetono slogan grotteschi come questo: «Estradare Cesare è modernizzare l’inquisizione». «Cesare Battisti siamo tutti noi», dicono i dimostranti. Liberi di pensarlo. Sarebbe importante che non lo pensasse il governo brasiliano che è apparso finora invece attraversato da sospetti ed esitazioni.

Per questo è importante il modo in cui il nostro governo farà sentire il peso dell’interesse nazionale italiano sull’affare Battisti. È un interesse di giustizia, nient’altro. Silvio Berlusconi non è certo il leader più indicato a far da garante del nostro sistema giudiziario, ma in questo caso il conflitto di interessi che lo contrappone ai giudici inquirenti deve cedere di fronte all’interesse politico. Lula deve essere bene informato su come si sono svolti i processi, delle accuse e delle sentenze. Deve sapere che nessun giudice italiano ha accusato Battisti di reati politici o di opinione. Ma di aver ucciso personalmente il capo della guardie carcerarie di Udine, Santoro, di aver partecipato all’omicidio del macellaio Sabbadin di Mestre mentre i suoi complici facevano il tirassegno sull’orefice di Milano Torreggiani; e infine di aver partecipato all’agguato mortale contro l’agente della Digos Campagna, colpevole soltanto di aver fatto da autista ai suoi colleghi in una retata di autonomi alla Bovisa. Azioni di atroce vendetta sociale istruite ed esaminate in un processo dove non sono stati messi sotto accusa i progetti politici di Cesare Battisti e dei suoi compagni, ma i loro delitti. Le condanne sono state decise in base a prove, testimonianze e alle confessioni dei complici.

Peraltro Battisti, fino a quando si è sentito protetto dal calore dello snobismo parigino non si era mai troppo preoccupato di negare le sue responsabilità («Mi sono macchiato le mani non solo d’inchiostro», disse in un’intervista), trasfigurandole anzi nel mito dell’intrepido sovversivo sociale che piace tanto agli intellettuali della riva sinistra della Senna. E il suo libro più noto («Dernières cartouches», le ultime cartucce) racconta con parafrasi ma anche una relativa precisione tutta l’avventura dei Pac, omicidi compresi.

Dopo averlo protetto per quindici anni, la Francia l’ha poi scaricato, a modo suo: i giudici hanno concesso l’estradizione, i servizi segreti (certo non per iniziativa propria) l’hanno aiutato a fuggire in Brasile, come lui stesso ha raccontato. La patata è ora nelle mani di Lula, l’ex operaio sindacalista diventato a sorpresa il leader del boom brasiliano. Ieri Massimo D’Alema lo ha incontrato, ma ha fatto sapere di non aver voluto parlare di Battisti con il presidente companheiro: «Non ne abbiamo parlato, perché la questione è nelle mani della magistratura che deciderà entro qualche giorno». È un peccato, perché nella cause di estradizione i giudici danno pareri giuridici, ma la decisione è sempre politica, dei governi. E D’Alema avrebbe potuto spiegare al Presidente brasiliano che la battaglia contro il terrorismo in Italia è stata combattuta da tutti, compresa la sinistra politica e sindacale. Speriamo lo faccia il governo in carica. (la Stampa)

giovedì 12 novembre 2009

I pubblici ministeri stanno stilando le liste per le regionali. Nuovo golpe strisciante. Carlo Panella

Ora tocca a Formigoni, ieri era toccato a Cosentino, presto toccherà a Vendola, è già toccato alla moglie di Mastella, Marrazzo è già agli atti; l'Abruzzo di Del Turco è già nella storia. Risultato: le liste elettorali e i candidati per le regionali del 2010 sono disegnate con largo anticipo e con sospetta contemporaneità dai pubblici ministeri in Puglia, Campania, Lazio e Lombardia. Voci anticipano provvedimenti pesanti anche in Calabria. La metà degli elettori chiamati alle urne la prossima primavera voteranno -o non potranno votare, perché esclusi dalle liste- candidati decisi -o esclusi- dall'iniziativa delle procure. Il tutto, mentre la Procura di Milano organizza di tutto e di più per provocare per via giudiziaria le seconde dimissioni di Berlusconi (25 sono i processi a oggi intentati contro di lui, di cui ben 24 conclusi con assoluzioni).
Se questo non è uno sconfinamento aperto e rivendicato (lo fa ormai con precisione e insistenza il procuratore Ingroia, ospite fisso di Travaglio e dell'Italia dei Valori) della magistratura nel processo democratico, gli asini volano.
In questo quadro si legittima sempre di più la decisione di Berlusconi di porre un argine politico alla decisione della magistratura di determinare la vita politica del paese e stupisce sempre di più la decisione di Fini di non ''accorgersi'' di questo progetto (che pure tocca con Bocchino e Landolfi uomini a lui vicinissimi) e di fare gioco di interdizione nei confronti di Berlusconi e anche quella del Pd di Bersani di fare finta di nulla.
Il protagonismo politico delle procure (che ormai ricilano episodi di 17 anni fa e lavorano esclusivamente su pentiti) è ormai ''il'' problema politico italiano.
Non intervenire oggi è pura follia politica.

martedì 10 novembre 2009

Islam radicale e pedofilia. Dimitri Buffa

Quella che oggi si chiama “pedofilia” ha nel mondo islamico grosso modo le stesse radici “educative” che aveva il medesimo fenomeno, con un nome diverso, la “paideia”, in quello greco classico. Ed è vero, come ha detto con la rozza schiettezza che la caratterizza Daniela Santanchè, che questo fenomeno affonda le proprie radici nella storia leggendaria di Maometto e delle sue mogli, l’ultima delle quali Aisha, sposata a sei anni e “consumata” a nove. Tecnicamente parlando, quindi, c’è poco da eccepire da parte dei soliti imam fai da te d’Italia. Peraltro questa leggenda oggi, ma anche nei secoli passati, ha giustificato a guisa di una sorta di foglia di fico fenomeni molto gravi per la società dei paesi arabi: cioè la compravendita di spose bambine da parte di famiglie povere a ricchi (e tendenzialmente corrotti) magnati dei petroldollari. Soprattutto in Arabia Saudita, il paese la cui legislazione è rimasta più arretratamente vincolata non solo ai precetti ma anche alle storie e alle leggende del testo coranico. Quindi la pedofilia di derivazione culturale islamica soprattutto in Arabia Saudita è un’emergenza pari alle mutilazioni genitali femminili in Egitto o in Somalia, tradizione quella che arriva invece da feroci usi preislamici e di solito tribali. Naturalmente tanto alla Santanchè quanto ai pedofili che si nascondono sotto quello che sarebbe considerato lecito secondo il Profeta, può subito essere opposto un primo ordine di argomenti: nel Corano e nelle storie della vita di Maometto si parla di poligamia e della giovane, spesso infantile, età delle fanciulle che venivano date in sposa a maschi adulti, così come nella Bibbia si parla di gente come Noè ed Enoch che avrebbero vissuto oltre 900 anni. Ma noi possiamo prendere tutto questo alla lettera? Ovviamente no, come è ovvio che non si possano prendere alla lettera gli inviti alla jihad contro infedeli ed ebrei contenuti nel Corano e nella sunna senza contestualizzarli agli eventi accaduti tra Mecca e Medina nel sesto secolo dopo Cristo e tentare anzi di usarli oggi per fare la lotta armata come Bin Laden. Tutto questo gli arabi ragionevoli lo sanno e gli islamici cosiddetti moderati pure.

Recentemente proprio l’Arabia Saudita sta pensando di mettere mano alla propria legislazione in materia di diritto di famiglia per dare un taglio a questa infame usanza dei matrimoni con spose bambine che poi spesso copre solo lo sfruttamento intensivo, della prostituzione minorile. Si vende una bimba a uno solo per un sacco di soldi invece che a tanti clienti per cifre minori da concordare a prestazione con i cosiddetti “matrimoni a tempo” che esistono anche nell’Iran degli ayatollah. Dove lo stesso Khomeini ebbe una moglie giovanissima. Sulla stampa saudita sono apparsi recentemente alcuni articoli che hanno discusso del fenomeno dei matrimoni di bambini. In Arabia Saudita, dove viene applicata la Sharia, i matrimoni con le bambine come si diceva sono legali, dal momento che, secondo la tradizione mussulmana, il Profeta Maometto ha sposato sua moglie Aisha quando questa aveva solo sei anni. Nell’agosto del 2009 i giornali locali hanno riferito del caso di una bambina di 10 anni che era rimasta nascosta per 10 giorni nella casa della zia dopo che suo padre l’aveva fatta sposare ad un uomo di 80 anni. In risposta a questa notizia, un giornalista saudita ha argomentato che i matrimoni di bambini sono incompatibili con i valori dell’Islam e che violano la Convenzione sui Diritti del Fanciullo dell’ONU del 1989, che è stata firmata anche dall’Arabia Saudita. Più precisamente lo scorso 25 agosto un articolo che sollecitava le autorità a vietare questi matrimoni veniva pubblicato dal quotidiano “Okaz”. Ma’touq Al-´Abdallah, membro della Commissione Saudita per i Diritti Umani, aveva anche affermato che, “anche se il paese non aveva esplicitamente messo fuori legge i matrimoni con bambini, un rapporto del ministero della salute saudita, del Febbraio 2009, era giunto alla conclusione che questi matrimoni sono dannosi per la salute emotiva e fisica del minore e dannosi anche per la società”. Purtroppo però, di fatto, la legge sta ancora dalla parte del vecchio pedofilo, almeno in Arabia Saudita. Tanto che quest’ultimo, cioè il futuro marito della “sposa bambina”, intervistato dal medesimo quotidiano sapete che ha detto? Fondamentalmente “di non avere ancora compiuto 80 anni”. Ed ha accusato la zia della bambina di “interferire con la sua vita privata” ed ha affermato che, secondo la Sharia, “il suo matrimonio è legale dal momento che il padre era d’accordo”. Purtroppo a tutt’oggi la legge dà ragione al pedofilo da quelle parti e forse l’Onu, quando trova il tempo di occuparsi di altre cose oltre che di condannare Israele prendendo per oro colato il rapporto Goldstone sui “crimini di guerra” che sarebbero stati compiuti dall’esercito a Gaza durante l’operazione “piombo fuso” lo scorso gennaio, farebbe bene a interessarsi anche di questo non piccolo fenomeno che le autorità saudite da sole hanno dimostrato di non avere né la forza né il coraggio di mettere fuori legge. (l'Opinione)

Ritorno al passato. Orso Di Pietra

Una volta, quando tutti vivevano di grandi certezze, di bianco e di nero, di odi totali ed amori appassionati, nei giornali satirici figurava una rubrica figlia di queste convinzioni ferree. Quella della notizia del chi se ne frega. Chi la doveva realizzare, infatti, sapeva perfettamente dove pescare una notizia che non avrebbe mai interessato nessuno. Poi è arrivato il relativismo, si è scoperto che anche la notizia apparentemente più inutile può apparire interessante per qualcuno. Ed in nome del diritto di ognuno a pretendere la famosa completezza dell’informazione la rubrica è stata abolita. Ogni tanto, però, l’idea di ritornare al passato spunta in maniera prepotente. Prendi ieri, con l’annuncio dell’uscita di Bruno Tabacci dall’Udc. Altro che relativismo, completezza e diritto di qualche parente stretto del sullodato a conoscere la notizia ! Questo è un caso classico, inoppugnabile e si direbbe letterariamente perfetto di notizia del chi se ne frega! (l'Opinione)

lunedì 9 novembre 2009

Quando mezzo mondo cambiava classe dirigente il Pci cambiava nome. Giuliano Cazzola

Sabato scorso era il 7 novembre; oggi è il 9 novembre. Due date di calendario che stanno nello spazio di un week end, ma che indicano ricorrenze simmetriche ed opposte. Il 7 novembre del 1917 ebbe inizio la “Rivoluzione d’ottobre” (in Russia non era ancora stata applicata la riforma del calendario per cui erano indietro di qualche settimana rispetto al resto del mondo). Per oltre settant’anni, il 7 novembre, si festeggiava quell’evento con grandi manifestazioni a Mosca nella Piazza Rossa. Sfilavano le Forze Armate con tanto di missili, le strutture del partito e quant’altro significasse potenza e prestigio della “patria del socialismo reale”. Sull’enorme palco tutta la gerarchia dell’Urss e i vertici dei “partiti fratelli” di tutto il mondo, tra cui occupava un posto d’onore la delegazione del Pci, che era pur sempre il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. C’era addirittura una Camera del Lavoro in Italia che per molti anni – prima che il processo unitario con Cisl e Uil prendesse forza e consistenza – nella giornata del 7 novembre chiudeva i battenti per festeggiare la ricorrenza.

Quella data non la ricorda più nessuno, neppure come evento storico. Tutti invece, a partire dagli ex comunisti, celebrano oggi la caduta del Muro di Berlino: il manufatto che spaccava in due una ex capitale europea, per decenni considerato come un baluardo che proteggeva la DDR dalle provocazioni e dalle penetrazioni del capitalismo e dal “revanscismo tedesco” come si diceva allora. Quel Muro, invece, non difendeva i cittadini-sudditi dell’Est; li teneva prigionieri. Fino alla caduta del Muro il Pci non aveva mai preso le distanze dai “partiti fratelli”, nonostante le critiche e i distinguo, sempre formulati con giri di parole caute e circospette (quando gli eserciti del Patto di Varsavia aggredirono la Cecoslovacchia l’Ufficio politico del Pci si limitò a parlare di “grave dissenso”). Eppure quelle espressioni caute ed ambigue venivano salutate dai corifei nostrani alla stregua di svolte epocali.

Nei giorni scorsi si sono incontrati Kohl, Bush padre e Gorbaciov, presentati dai media come i protagonisti della caduta del Muro. Niente di più falso: Gorbaciov la caduta del Muro la subì, non la volle né la sollecitò. Eppure Gorbaciov ha sempre ottenuto una grande audience in Europa perché, come Dubcek, era un “comunista democratico”, un leader che credeva nella riformabilità del regime comunista e quindi non voleva mettere in discussione le “conquiste” dei lavoratori (che poi tali non erano) derivanti dalla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. I russi, invece, non amavano Gorbaciov, tanto che gli preferirono Eltsin, un alcolizzato che era stato comunista, ma che non aveva esitato a gettare alle ortiche l’ideologia.

Dopo l’’89 la storia del mondo cambiò. E i cecoslovacchi, tornati liberi, non andarono a cercare nelle catacombe i dirigenti dell’era Dubcek, ma mandarono al potere una nuova classe dirigente che nulla aveva da spartire con il comunismo, tanto dal volto umano quanto da quello disumano. Il Pci risolse i suoi problemi di identità mutando nome (lo ha fatto più volte). Quei passaggi suscitarono un intenso dibattito interno che venne imposto a tutti gli italiani mediante film, dibattiti e fiction televisive, come se tutti noi dovessimo patire le stesse pene di chi non voleva smettere di essere comunista. Come se dovessimo tutti correggere Benedetto Croce e la sua considerazione (“non possiamo non dirci cristiani”) nel modo seguente: non possiamo non dirci comunisti.

Insomma, la svolta del 1989 arrivò all’improvviso. E in modo immeritato per il Pci che non aveva mai rotto fino in fondo con l’Urss e i regimi dell’Est. Basti pensare che solo da pochi anni si ammette che Enrico Berlinguer, ai tempi del compromesso storico, subì un attentato in Bulgaria, dal momento che l’incidente automobilistico di cui fu vittima presentava troppi aspetti dubbi. E che dire del clima di freddezza e di sospetto con cui fu accolta l’esperienza di Solidarnosc in Polonia o, anni prima, l’idea di organizzare a Venezia una “Biennale del dissenso”, a cui invitare i dissidenti dell’Est europeo, allora considerati in Europa, dai comunisti e dai loro “compagni di viaggio”, alla stregua dei provocatori ?

Oggi gli ex comunisti nostrani rimproverano a Putin cose assai meno gravi di quelle che non avrebbero mai rimproverato a Breznev. E la Camera vota mozioni sul rispetto dei diritti umani in Russia che mai avrebbe votato con riferimento all’Urss. Per fortuna sono entrati a far parte dell’Unione i Paesi dell’Est che a quell’esperienze non vogliono più tornare. Per queste ragioni è sciocco e sbagliato l’atteggiamento che esiste nel centro destra contro migliori condizioni di cittadinanza da riconoscere agli stranieri, compreso il diritto di voto. Quelli che nei loro Paesi hanno avuto a che fare col comunismo (anche se ne hanno sentito solo parlare dai padri e dai nonni) non vorranno mai saperne degli eredi. (l'Occidentale)

mercoledì 4 novembre 2009

Buon Halloween Europa! l'Occidentale

Purtroppo questa Europa del Terzo Millennio ci lascia solo le zucche e ci toglie i simboli più cari.
Card. Tarcisio Bertone