Montesquieu
L’art. 3 è uno dei più importanti: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Dai tempi della Rivoluzione francese, il principio dell’uguaglianza è divenuto imprescindibile, nei Paesi democratici. Purtroppo, quando si passa dall’enunciazione teorica alla realizzazione pratica, quest’ultima non va esente da gravi problemi. Dunque l’art. 3 della Costituzione va applicato cum grano salis. Il buon senso non vuole che si conceda il voto politico ai ragazzini di dieci anni soltanto perché cittadini italiani come gli altri, tanto che sarebbe anticostituzionale discriminarli per età. Non si può pagare nello stesso modo il grande chirurgo e l’ultimo degli infermieri solo perché ambedue curano malati. Non si può pretendere che lo stratega di superiore competenza, in quanto militare come gli altri, vada all’assalto all’arma bianca insieme con i coscritti: infatti il Paese ricava una maggiore utilità dalla sua competenza che dalla sua morte. Viceversa è giusto che un capufficio donna guadagni quanto un capufficio uomo ed è giusto che, per l’omicidio, si applichi la stessa pena al bracciante e al miliardario. L’uguaglianza dunque deve valere per tutti i cittadini nelle medesime condizioni. E dal momento che il Presidente della Repubblica è l’unico nella sua condizione, è comprensibile che sia trattato diversamente persino in materia di diritto penale (art. 90). Il problema si riduce dunque all’identificazione “delle medesime categorie di condizioni”. E questa è un’operazione eminentemente politica. Se si mette da parte un’irrealistica uguaglianza, è facile vedere che i ministri, i Presidenti delle Camere e gli stessi parlamentari non hanno, per la vita della repubblica, la stessa importanza degli altri cittadini. Essi non si limitano a votare una volta ogni cinque anni e per il funzionamento dello Stato: al contrario sono essenziali in ogni giorno della legislatura. Per questo vanno specialmente protetti, in particolare da accuse strumentali di uno degli altri poteri (il giudiziario). E infatti a questo provvedeva l’immunità parlamentare (art. 68) come era formulata prima del 1993. Ma poi ha prevalso la demagogia egalitaria. Né meno preoccupante del primo comma è il secondo comma. Una volta che il sacro principio dell’uguaglianza si incarni nella “rimozione degli ostacoli” alla sua concreta attuazione, ciò può significare il sequestro di ogni bene ai Kulaki e all’occasione il loro massacro. L’operazione staliniana infatti tendeva all’“uguaglianza dei cittadini” e non tutti erano proprietari terrieri. Ecco perché bisogna temere le norme dal contenuto ideologico. L’Italia non ha massacrato i suoi Kulaki ma nel ’68 ha avuto gente che protestava contro la bocciatura negli esami universitari, sostenendo che era una discriminazione. L’uguaglianza dei cittadini richiedeva che si desse il 18 politico a tutti, magari con un esame di gruppo in cui parlava l’unico che aveva studiato. Quando le norme sono vaghe ed elastiche a determinate categorie si possono attribuire più o meno diritti che alle altre. Un Parlamento maschilista potrebbe decretare che le donne, a causa della loro intrinseca debolezza, siano meno produttive degli uomini, sul lavoro, e dunque debbano essere pagate di meno; mentre un altro Parlamento, femminista, potrebbe decretare che le donne siano pagate di più perché a casa lavorano più dei loro mariti. L’art. 3 non è univoco. Dopo che l’art. 68 è stato modificato, la Consulta, pur di negare ai ministri uno scudo contro l’invadenza della magistratura (lodo Alfano, lodo Schifani), li ha ripetutamente dichiarati cittadini come gli altri. Per giunta con motivazioni sempre nuove, facendo pensare al proverbio per cui “chi vuole annegare il suo cane dice che è appestato”. L’interpretazione dei grandi princìpi è sempre un atto politico e la Consulta è un organo composto di nominati che ha il potere di annullare la volontà dell’organo elettivo che esprime la sovranità del popolo: il Parlamento. Ecco un ultimo esempio. La Consulta ha dichiarato incostituzionale che il PM non possa ricorrere contro la sentenza d'assoluzione, dimenticando che ogni cittadino deve essere condannato solo quando la sua colpa è certa; mentre il fatto che un giudice lo abbia assolto, se non prova la sua innocenza, prova almeno che qualche dubbio sulla colpevolezza ci sia. Ma la Corte Costituzionale aveva una sua idea (politica) al riguardo, e ad essa ha dato ascolto. I grandi principi sono tanto nobili quanto pericolosi. (il Legno storto) |
giovedì 6 settembre 2012
Note sulla Costituzione - II, Art.3. Gianni Pardo
Note sulla Costituzione - artt. 1 e 2. Gianni Pardo
Piero
Calamandrei
L’Art. 1 recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Che significa “fondata sul lavoro”? Esiste forse qualche comunità in cui i beni e i servizi non sono prodotti dal lavoro di qualcuno? Inoltre, dal momento che il lavoro è un’astrazione, evidentemente ci si riferisce ai lavoratori. E allora, vogliamo escludere da coloro su cui si fonda la Repubblica i bambini, i pensionati, gli inabili, le casalinghe? O forse i dirigenti e gli imprenditori, che spesso lavorano più degli altri? Fra l’altro non si può dimenticare che l’art. 3 stabilisce l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Se dunque la Repubblica sentisse una particolare preferenza per una categoria di cittadini rispetto ad un’altra entrerebbe in contrasto con sé stessa.
Né l’art. 1 potrebbe essere salvato dalle parole dette già sul momento da Amintore Fanfani: a parere di quello statista esso escludeva che la Repubblica potesse «fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui». Ma non era necessario escludere ciò per la buona ragione che una simile aberrazione non era venuta in mente a nessuno.
Oggi sembra che tutti conoscano quell’articolo della Costituzione, lo capiscano e lo approvino. Viceversa nel 1947 il grande Calamandrei si domandava: «Quando dovrò spiegare ai miei studenti che cosa significa giuridicamente che la Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro, che cosa potrò dire?(1)». Ma forse era meno intelligente di tanti nostri contemporanei.
La verità è che ciò che alcuni costituenti avrebbero amato dire era che l’Italia sarebbe stata dominata dai proletari. Una versione edulcorata di “tutto il potere ai Soviet”. Solo che non s’è avuto il coraggio di scriverlo e il risultato è un articolo pomposo che non dice nulla.
L’art. 2 non è né meno pomposo né meno criticabile. Eccolo: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il verbo “riconosce” implica che ci si riferisca a diritti noti e chiaramente formulati, e questa è mitologia. O forse semplice retorica. Infatti, in quale testo sono? E se non ci si riferisce a un testo chiaro e determinato, lo Stato potrà in ogni momento “riconoscere” un dato diritto e non “riconoscere” un altro diritto, reputando che esso non sia “inviolabile”. La stessa inviolabilità è un concetto vago il cui ambito, in fin dei conti, è lasciato allo Stato stesso.
Forse anche più pericolosa è l’affermazione per la quale lo Stato «richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». In uno Stato moderno e liberale la solidarietà non è giuridicamente esigibile. Un tempo ai contadini si richiedevano le corvées, cioè prestazioni lavorative non retribuite ma obbligatorie in quanto dovute al feudatario, e il signore avrebbe potuto affermare che esse derivavano dalla necessità di dimostrare la propria solidarietà politica, economica e sociale. E nello stesso modo può agire uno Stato totalitario. Viceversa uno Stato liberale non esige l’adempimento di doveri morali tanto incerti quanto inderogabili. In esso il cittadino non ha doveri “positivi”: deve solo pagare le tasse (col permesso di odiare il fisco) e osservare le leggi. Per il resto può fare quello che vuole. In Inghilterra un tempo ciò si riassumeva con questo principio riassuntivo: «Non dire male della regina e non spaventare i cavalli per strada».
La mentalità di chi scrisse il testo di quell’art. 2 fu forse platonica, rousseauista, teocratica, sovietica, certo non fu liberale. (il Legno storto)
domenica 2 settembre 2012
2 settembre 2012
Di nuovo sollecitato in tv, Travaglio ha ulteriormente articolato la risposta alla domanda delle domande: che ha guadagnato Cosa nostra da questa ventennale trattativa? Stavolta la risposta è stata: tredici anni di latitanza per Provenzano. Tralasciamo la pur legittima chiosa su quali altre trattative – evidentemente rimaste impunite – avevano consentito i precedenti quaranta anni di latitanza. Mi immagino la risposta e sono sostanzialmente d’accordo. Magari con qualche battaglia in più di Travaglio sull’argomento, ma solo per motivi d’età. Veniamo ai fatti. In quei tredici anni vengono arrestati i fratelli Graviano, Luca Bagarella, i fratelli Brusca. Il gotha dello stragismo. In meno di tre anni, dal ’94 al ’96. Pure loro consegnati da Provenzano? Sorgerebbe in ogni caso la controdomanda: e se pure? Ma non dev’essere nemmeno così se, mentre le ricerche continuavano, fioccavano le indagini patrimoniali su Provenzano e ne sa qualcosa proprio il dottore Ingroia che vide un finanziere suo aiutante più che sospettato di aver tenuto al corrente di quelle indagini gli amici del boss. Per la cronaca, il finanziere fu, insieme al dottore, gradito compagno di vacanza di Travaglio. Sta di fatto che Provenzano alla fine venne stanato e preso. Fine delle trattative? Neanche per idea. Ingroia ha aperto una indagine anche su quell’arresto. Non se ne esce.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Massimo Bordin
mercoledì 29 agosto 2012
Ingroia, la procura, la trattativa e le intercettazioni. La storia fin qui
Nel Foglio di oggi il direttore Giuliano Ferrara ha risposto a una lettera di Paolo Cirino Pomicino che dice: "Sembra di essere tornati ai tempi dei guelfi e ghibellini. Un’indagine della procura di Palermo che casualmente ha intercettato il presidente della Repubblica in una conversazione con il senatore Nicola Mancino senza che ne disponesse immediatamente la distruzione del nastro in base a un’interpretazione ardita sulle prerogative presidenziali, ha innescato uno scontro furibondo tra una stragrande maggioranza guelfa e una minoranza ghibellina". Per Pomicino il motivo del contendere, "al di là della registrazione definita dalla stessa procura di Palermo irrilevante ai fini penali, è l’iniziativa assunta dal Quirinale con il suo ricorso alla Corte costituzionale per un possibile conflitto di attribuzione tra la magistratura inquirente e le prerogative del presidente della Repubblica". Una questione che in pochi giorni ha diviso l’opinione pubblica, ma che secondo Pomicino "ha oscurato del tutto il drammatico interrogativo se la trattativa tra stato e mafia c’è stata davvero". L'Elefantino risponde: "Se per trattativa si intende scambio di guerra e in guerra, strategia per vincere la battaglia contro la criminalità organizzata, lo stato non ha fatto altro che trattare, e i trattativisti sono Scalfaro, Ciampi, ministri, premier e legislatori di tutti i partiti responsabili, capi della polizia e dei servizi e dei carabinieri, magistrati eroici come Falcone dall’operazione Buscetta al governo del ministero della Giustizia nell’esecutivo Andreotti" [continua a leggere la lettera di Paolo Cirino Pomicino e la replica del direttore]Ma la trattativa stato mafia e le intercettazioni a Napolitano hanno riguardato anche e soprattutto la politica. E dalla politica, così come dalle testate dei principali quotidiani nazionali, sono arrivate subito le prime reazioni. Il fondatore di Rep., Eugenio Scalfari, fu uno dei primi a emanare una sentenza sugli ascolti al capo dello stato: "Qui si tenta di indebolire il Quirinale per creare una situazione di marasma al vertice delle istituzioni dalla quale deriverebbe inevitabilmente la caduta del governo Monti”, diceva in un intervento a RSera. Sentenza che, come scriveva Salvatore Merlo dalle colonne del Foglio, poteva essere l’epigrafe di un film nerissimo, un prodotto della fantasia più violenta di John Carpenter, “assalto al distretto 13” come “Giugno 2012 attacco al Quirinale” [continua a leggere il "romanzo breve di un golpe estivo"].
Il procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, ha giocato un ruolo chiave nell'inchiesta sulla trattativa. Sembra essere lui la matrice di tutto: "A quale società risponde l’inchiesta di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, sulla cosiddetta trattativa tra mafia e stato; o, meglio, tra alcuni boss agli ordini del sanguinario Totò Riina, capo dei corleonesi, e alcuni uomini delle istituzioni, primo fra tutti quel generale Mario Mori, che un anno dopo, siamo nel 1993, ebbe la straordinaria benemerenza di arrestare proprio Riina?" [continua a leggere Ingroia, la trattativa, la cultura del sospetto e quell’inchiesta senza futuro].
Ieri il deputato Alfredo Mantovano, uomo politico ed ex magistrato, in un articolo sul Foglio ha sollevato forti dubbi sulla condotta del procuratore di Palermo ponendo l'accento su un elemento: "Nel procedimento penale sulla trattativa stato mafia, c’è almeno un aspetto che non è stato sottolineato a sufficienza: ed è il fatto che il dottor Antonio Ingroia, il pm che più di altri ha condotto le indagini, per sua scelta non seguirà nel dibattimento lo sviluppo delle indagini che ha svolto. Per sua scelta, senza ombra di dubbio; per un magistrato l’inamovibilità è una garanzia costituzionale e lo spostamento ad altre funzioni – nel suo caso, addirittura, il collocamento fuori ruolo – può avvenire solo per propria iniziativa". Appare insolito, a un ex uomo di legge come Mantovano, che un pubblico ministero, che normalmente, svolta un'indagine "aspira più di ogni altra cosa a seguirne l’esito in dibattimento" abbia deciso di abbandonare in fretta e furia l'Italia per andare a ricoprire un incarico in una "simpatica nazione del centro America" [leggi Ingroia disertore. J’accuse di Alfredo Mantovano].
Per Guido Vitiello, che nel suo articolo sul Foglio cita anche Leonardo Sciascia, il magistrato siciliano appartiene a una categoria integralista e religiosa come quella degli ulema. Dipenderà da questo temperamento la scelta del trasferimento immediato in terre lontane?[continua a leggere Antropologia letteraria e giuridica del magistrato].
Ma oggi l'ulema Ingroia fa le valigie, e se ne va via lontano. In Guatemala. Una scelta radicale per il pm più famoso d'Italia. Ma com’è il Guatemala che Antonio Ingroia va a trovare? E come c’è finito il procuratore aggiunto di Palermo? Secondo lui, è che “lì in Guatemala li apprezzano i giudici antimafia italiani" [leggi Il Guatemala di Ingroia di Maurizio Stefanini]
Sul tema della presunta trattativa stato mafia Pomicino ebbe modo di scrivere un'analisi in cui elencava punto per punto, documentatamente e cronologicamente, i fatti che stavano alla base dell'inchiesta dei procuratori di Palermo, tra cui il pm Antonio Ingroia:"Diciamo subito che, per i dati che qui di seguito riportiamo, la trattativa stato mafia, o, per meglio dire, tra una parte dello stato e la mafia, c’è stata ed è avvenuta nel 1993, l’anno, cioè, in cui vennero messe le bombe a Roma, Firenze, Milano" [leggi tutto l'articolo di Paolo Cirino Pomicino].
Una visione altrettanto dettagliata della verità storica, ovvero degli avvenimenti che hanno portato la trattativa al centro dei dibattiti, l'aveva data al Foglio anche il Radicale Massimo Bordin in occasione del rinvio a giudizio dei 12 indagati. Sullo stesso banco degli imputati, mafiosi e alte personalità dello stato. La versione di Bordin si concentrava sugli albori dell'inchiesta del procuratore Ingroia e sulle ragioni del coinvolgimento di Giovanni Conso e Nicola Mancino, questi sì, più vicini al presidente Napolitano, "vittime" di un "effetto valanga" innescato dall'apertura delle indagini sul colonnello Mori [leggi l'intervista a Massimo Bordin]. (il Foglio)
giovedì 23 agosto 2012
Ora et lavoro. Davide Giacalone
A leggere le statistiche delle ore lavorate, per settimana, in giro per l’Europa, si può cadere in qualche tranello, come, ad esempio, stupirsi per il fatto che gli italiani risultino i più operosi nella giornata di sabato. A La Stampa, ad esempio, sono riusciti a considerare 48 le ore lavorate settimanalmente in Germania, salvo scrivere, nella pagina successiva, che sono 35,5. La cosa interessante, però, è altra, ovvero la visibile discrasia fra regole, statistiche ed evidenza empirica.
La produttività italiana è troppo bassa, ma le ore lavorate sembrano essere nella media europea. Se si disaggregano le medie italiane si scopre che i più operosi, nel senso, quanto meno, di presenti più ore al lavoro, sono gli italiani del nord-ovest, mentre i meno si trovano nelle isole. Se andate in giro per la Sicilia, però, trovate esercizi commerciali aperti a tarda notte, commerci di strada quasi sempre attivi, mercati che si animano incuranti delle feste. E non è un fenomeno solo siciliano. Questa realtà che posto occupa nelle statistiche sul lavoro? Temo nessuno, o scarsamente rilevante, perché molte di quelle attività appartengono a quel mercato che ipocritamente si definisce “sommerso” e che, invece, è talmente emerso da essere accessibile a chiunque ne abbia bisogno. L’irregolarità di quel mercato ne sancisce l’esclusione dai conti ufficiali.Posto che quel tipo d’irregolarità spesso si accompagna a evasione fiscale, ciò significa che andrebbe represso e sgominato? C’è da sperare in un intervento spettacolare e notturno, o festivo, degli agenti del fisco? Non me lo auguro affatto, anche a costo di espormi alle critiche moralistiche, di cui molti italiani sono campioni. Credo, invece, che siano le regole a essere sbagliate.
Girate per quei mercati e visitate quei commerci. Osservate la gente che ci lavora. Vi pare di circolare fra squali profittatori che si arricchiscono alle spalle della collettività, senza fare nulla? E’ spesso vero l’opposto: sono cittadini che lavorano duramente, senza sosta, in condizioni non confortevoli. In quanto al guadagno, escludo che ci si diventi ricchi. Eppure si espongono al rischio di multe e contestazioni. Perché non ci sono alternative, perché quello è pur sempre un lavoro. Oltre tutto socialmente utile (anche dal punto di vista della sicurezza, perché piazze e vie animate sono più percorribili dei deserti oscuri). Il fatto è che a questi italiani, per introdurli nel mondo della regolarità, non solo chiediamo di pagare oneri e tasse con le quali uscirebbero fuori mercato, ma chiediamo anche di rinunciare all’elasticità del lavoro e degli orari. E’ un errore.
Nessun Paese può prosperare se i suoi cittadini violano le leggi. Ma neanche può prosperare se per campare i cittadini sono costretti a violarle. Una parte considerevole di quel nero e di quell’evasione serve non ad accumulare profitti, ma a pagare la vita. E confondere questo con l’evasione dei profittatori è cieco giustizialismo, spesso celante, come il pudico moralismo incarnato da un Alberto Sordi censore (“Il moralista”), vite dissolute e biografie imbarazzanti.
Se noi incorporassimo nelle ore lavorate quelle che questi italiani passano a darsi da fare i paragoni europei migliorerebbero, ma i conti dell’Inps non tornerebbero. Che si fa? Si sceglie la regola recessiva o si preferisce l’elasticità del mercato? Propendo per la seconda ipotesi e trovo inaccettabile che per praticarla si debbano violare le norme. Quindi credo che si debba cambiarle. Partendo dal principio che nulla è più prezioso della libertà, e nulla crea tanta ricchezza quanto la libertà.
domenica 19 agosto 2012
L'occhio vigile dell'Enac. Carlo Stagnaro
L’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato un Focus sulla vicenda Windjet a firma di Andrea Giuricin. Tra le altre cose Andrea si chiedeva:
La risposta dell’Enac sarebbe perfino divertente, se non fosse per tre piccoli particolari.
Primo: noi non diciamo che possedevamo informazioni riservate; ci limitiamo a osservare che, poiché l’Enac sostiene di essere stato al corrente della situazione almeno da marzo, è quanto meno curioso che non abbia preso alcun provvedimento se non “a babbo morto”.
Secondariamente, se l’Enac nonostante tutto ritiene di volersi avvalere delle nostre “capacità analitiche e predittive” che il presidente Riggio “apprezza da sempre” siamo naturalmente disponibili. Quando il paese chiama…
Terzo, forse al presidente Riggio sfugge la differenza tra i doveri di un ente di regolazione e quelli di un istituto di ricerca. Differenza che, in ogni caso, non sfugge a noi.
Infine, pur apprezzando da sempre lo humour del presidente Riggio, siamo lieti – da contribuenti prima ancora che da analisti – che all’occhio vigile dell’Enac non sfugga alcuna critica e non manchi il tempo di vergare una risposta puntuta e puntuale. C’è solo un piccolo problema, che solleviamo bonariamente e senza alcun intento polemico: l’occhio dell’Enac, così vigile sull’Istituto Bruno Leoni, non pareva altrettanto vigile quando Windjet è colata a picco a sua insaputa. Del resto, mica si può fare tutto. (Chicago blog)
Se il presidente Riggio ha dichiarato che sapeva della situazione delicata da oltre un trimestre, non si capisce il perché non abbia ritirato la licenza o dato quella temporanea alla compagnia siciliana.Il presidente Riggio si è offeso.
La risposta dell’Enac sarebbe perfino divertente, se non fosse per tre piccoli particolari.
Primo: noi non diciamo che possedevamo informazioni riservate; ci limitiamo a osservare che, poiché l’Enac sostiene di essere stato al corrente della situazione almeno da marzo, è quanto meno curioso che non abbia preso alcun provvedimento se non “a babbo morto”.
Secondariamente, se l’Enac nonostante tutto ritiene di volersi avvalere delle nostre “capacità analitiche e predittive” che il presidente Riggio “apprezza da sempre” siamo naturalmente disponibili. Quando il paese chiama…
Terzo, forse al presidente Riggio sfugge la differenza tra i doveri di un ente di regolazione e quelli di un istituto di ricerca. Differenza che, in ogni caso, non sfugge a noi.
Infine, pur apprezzando da sempre lo humour del presidente Riggio, siamo lieti – da contribuenti prima ancora che da analisti – che all’occhio vigile dell’Enac non sfugga alcuna critica e non manchi il tempo di vergare una risposta puntuta e puntuale. C’è solo un piccolo problema, che solleviamo bonariamente e senza alcun intento polemico: l’occhio dell’Enac, così vigile sull’Istituto Bruno Leoni, non pareva altrettanto vigile quando Windjet è colata a picco a sua insaputa. Del resto, mica si può fare tutto. (Chicago blog)
venerdì 17 agosto 2012
Via con il Windjet. Davide Giacalone
I contribuenti italiani hanno a lungo sovvenzionato Alitalia, provocando la rovina propria e non evitando quella della compagnia di bandiera. Forse non sanno di avere sovvenzionato anche Windjet, che non solo è crollata, ma ha lasciato con il sedere per terra tanti passeggeri, che ancora bivaccano in attesa di un volo che restituisca loro quel che hanno già pagato. Non solo sono esempi di come gettare al vento i soldi pubblici, ma anche di come non si fa la promozione né dell’Italia, né del turismo.
Apprendo dalle parole di Roberto Balzani, sindaco di Forlì (ottimo esempio di politico serio, eletto dalla sinistra, e autore di un prezioso libro sulle delusioni e i problemi della sindacatura ancora in corso), che quando arrivò a ricoprire quella carica scoprì che il suo comune versava sei milioni di euro all’anno, pur di avere i voli Windjet nell’aeroporto municipale. Quei sei milioni gravavano sulle casse comunali, a loro volta alimentate dai tributi dei cittadini e dal prezzo da essi pagato per altri servizi comunali, sicché ci si deve andare piano prima di parlare di low cost, dato che al costo del biglietto si deve aggiungere quello indiretto, e per niente basso. Lo scopo della sovvenzione era di collegare Forlì con il mondo, portando colà i turisti e portando altrove i forlivesi. Balzani voleva rinegoziare quell’accordo, finendo con il farselo sfuggire (e fu criticato), visto che il comune di Rimini, dotato dell’aeroporto Federico Fellini, aveva offerto, a Windjet, una somma ancora superiore. Chissà se si presentarono fellinianamente, con una popputa rappresentante capace di pronunciare un impareggiabile “gradisca”.Prima osservazione: per andare da Forli a Rimini, e viceversa, s’impiega meno che per andare dal centro di Roma a Fiumicino, per non parlare di Malpensa, due aeroporti così vicini incarnano la dissennatezza. Seconda osservazione: la spesa pubblica per incentivare il turismo va anche bene, purché sia quello in arrivo e non quello in partenza, perché il secondo va ad arricchire le zone di destinazione e, quindi, i finanziamenti si traducono in un contributo a gitanti e compagnie aeree, che non si vede proprio perché i contribuenti dovrebbero sobbarcarsi. Come si fa, allora, a spingere il turismo senza cadere nell’errore di farlo con quello che scappa, anziché con quello che accorre? Semplice: non si pagano i voli, ma si rendono migliori le destinazioni. Un esempio: molte zone d’Italia, specie quelle gettonate per l’estate, hanno una copertura internet che fa schifo, una municipalità che voglia rendersi utile non solo assicura la copertura e la diffusione di wifi, ma provvede a rendere digitali tutte le informazioni disponibili, a mappare i percorsi, ad offrire una vetrina, interattiva e funzionante, ad alberghi, ristoranti, locali di svago e così via. Con sei milioni si fanno miracoli, mentre se li si consegna a Windjet li si fa sparire. Che è un trucco, non un miracolo.
Se un aeroporto non è frequentato da voli, se in una località non arrivano turisti, o non ne arrivano quanti potrebbero essere, la soluzione non è nel sovvenzionare i biglietti, ma nel rendere appetibile il soggiorno in quel luogo. Gli enti locali che pagano le compagnie (falsamente) low cost non promuovono l’economia, ma la corrompono, la falsano, s’illudono e, infine, falliscono. Come è puntualmente accaduto alla Seaf, società che gestisce l’aeroporto di Forlì.
L’Italia e zuppa di posti meravigliosi, di mete ambite dal turismo colto e ricco come da quello ridanciano e risparmioso. E’ seduta su uno scrigno cui, però, non attinge a sufficienza, perché la gran parte di questi posti sono sconosciuti agli italiani stessi (il castello di Caccuri, in Calabria, recente sede di un originale e interessante premio letterario, è sconosciuto ai calabresi, figuriamoci ai finlandesi). E il settore turistico è il classico esempio di quel che serve all’Italia: tagliare, alla grande, la spesa inutile; digitalizzare i tesori e renderli accessibili; mettere in rete i servizi; liberare l’iniziativa e la fantasia dei privati. L’Italia che corre è capace anche di volare, se solo si abbattono i predatori della spesa pubblica.
martedì 14 agosto 2012
L'Italia forse crolla, certo non cambia. Gianni Pardo
In conseguenza di tutto ciò l’opposizione in Italia è particolarmente facile. Si ha il consenso non solo di chi è contro il governo ma anche di molti di quelli che dovrebbero sostenerlo. È facile dimostrarlo. Se c’era, e c’è, una legge sacrosanta, è quella contro l’eccesso di intercettazioni telefoniche. Ad essa era particolarmente interessato, anche per ragioni personali, Silvio Berlusconi. E tuttavia, pur essendo considerato da alcuni il proprietario della sua coalizione e pur essendo il capo della più grande maggioranza che abbia avuto un Parlamento repubblicano, non è riuscito ad ottenere quel provvedimento. Chi si è opposto? Gli italiani. Trasversalmente. Per le più varie ragioni. E soprattutto perché costituiva un cambiamento. Un altro esempio di conservatorismo fanatico è quello della magistratura. Se solo si proponesse di modificare il colore delle loro toghe, i magistrati insorgerebbero come un sol uomo contro questo attacco all’indipendenza della magistratura. Figurarsi dunque le grandi riforme. Quando un governo si intestardisce a realizzarne una, il percorso è così lungo, così travagliato, così impervio che alla fine o non se ne fa nulla oppure la legge arriva alla meta annacquata e stravolta. O i conservatori vincono, o non perdono. Queste constatazioni sono rese ancora più evidenti dai risultati di una congiuntura teoricamente imprevedibile. Dal 1943 l’Italia è spaccata fra destra e sinistra. La guerra civile che cominciò in quell’anno non ha mai avuto tregua, neanche quando i mitra non hanno più sparato. Contro Berlusconi, poi, si è avuta la più grande campagna di odio di tutti i tempi. E tuttavia, dall’autunno del 2011, abbiamo visto l’alleanza del diavolo con l’acqua santa. Una sorta di Comitato di Salute Pubblica per salvare l’Italia dal default. In queste condizioni, con una maggioranza oceanica cui si oppone una esigua minoranza moralmente e politicamente squalificata, si potrebbe pensare che il governo sia per una volta onnipotente. Finalmente una maggioranza cui nessuno può resistere, una maggioranza senza opposizione che può permettersi tutto. Ogni leader infatti sarà pronto a spiegare alla propria base che a Palazzo Chigi non c’è il nemico ma qualcuno che agisce per il bene comune. E infatti subito dopo la costituzione del nuovo esecutivo, il Parlamento, tramortito, ha lasciato passare la riforma delle pensioni. Ma i mesi che si sono impiegati per formulare la riforma del lavoro hanno dato ai partiti il tempo di riprendersi. Da quel momento, pur riconoscendo di non avere la forza di mandare a casa il governo, essi sono riusciti a ingabbiarlo. Per il lavoro prima il ministro Fornero ha detto e ripetuto fino alla nausea che “avrebbe tirato diritto”, checché dicessero i sindacati; poi ha chinato la testa; infine la riforma è stata evirata ed ha deluso sia i mercati sia gli imprenditori stranieri. E infatti non è servita a niente. Di sostanziale i famosi tecnici sono riusciti a fare solo ciò che saprebbe fare anche un bambino: aumentare le tasse sugli immobili e sulla benzina. Senza per questo evitare né l’alto livello dello spread né la più grande recessione che ricordiamo. Si vuol dare di tutto questo il torto a Monti? Neanche per sogno. Sarebbe stupido. La sua esperienza ha solo fornito la riprova del detto di Giolitti. Si potrebbe governare contro una parte degli italiani, non si può governare contro tutti. Ora si parla del meccanismo “salva-Stati”, cioè della possibilità di avere consistenti aiuti economici in cambio della nostra sovranità. E se l’Italia, per salvarsi, dovesse rinunciare ad essa, sarebbe una cosa tristissima. Ma si comprende che molti italiani non piangano: considerando l’uso che ne abbiamo fatto, forse potremmo disfarcene senza troppi rimpianti. (il Legno storto) |
lunedì 6 agosto 2012
L'altra Diaz. Gianluca Perricone
L’idea di realizzare il libro è nata, nei due autori, all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che, confermando le condanne, ha, di fatto, «decapitato le eccellenze della Polizia di Stato».
Ma dal libro dei due giornalisti de Il Giornale emerge una verità assai diversa rispetto a quella che è stata alla base delle condanne inflitte ad alcuni dirigenti ed agenti (soprattutto appartenenti al Settimo nucleo) della Polizia: «la storia della Diaz e degli scontri al G8 – sostengono i due autori – non è quella scritta nei tribunali o divulgata da un’informazione omologata».
Ed in effetti, prima dell’ingresso nella Diaz degli uomini di Canterini, erano già presenti dentro l’istituto uomini di Polizia abituati normalmente a reprimere le rivolte in carcere: insomma agenti dei cd. Gom che tanto ‘leggeri’ nei loro interventi non sono. E’ indubbio che nella scuola genovese ci sia stato il “massacro”, ma la giustizia nostrana non è riuscita ad individuare i veri colpevoli, andando invece a colpire chi, nel plesso scolastico, è stato fatto entrare a cose praticamente fatte o, quanto meno, già avviate. Le indagini non sono riuscite ad identificare quel nucleo di veri e propri ‘picchiatori’ che, di fatto, avevano compiuto un vero e proprio assalto prima dei Celerini.Tra gli altri, viene raccontato un episodio per certi versi emblematico. Quello nel quale Canterini, appena iniziata l’irruzione, arriva al primo piano della Diaz: «Feci qualche passo – ricorda nel libro – e trovai uno dei miei, inginocchiato e senza casco, che soccorreva come poteva una ragazza rannicchiata su se stessa. Aveva i capelli rasati, le trecce sulla nuca, il cranio fracassato da cui fuoriusciva sangue a fiotti e materia cerebrale. Il poliziotto che aveva dato lo stop alla mattanza e che vegliava sulla moribonda aspettando l'ambulanza era Fournier». Per la cronaca, Michelangelo Fournier era il comandante del Nucleo sperimentale che era stato appositamente costituito per il G8.
«In quel caos epocale – racconta ancora l’oramai ex capo della Mobile romana – mi ritrovai, di fatto, a coordinare i soccorsi». E le manganellate a quella giovane donna (e non solo a lei) furono date da altri poliziotti che probabilmente mai saranno puniti per il loro inqualificabile pestaggio indiscriminato.
Invece, undici anni dopo, la Corte di Cassazione, rendendo definitive le condanne, ha di fatto chiuso la carriera di alcuni tra più importanti investigatori del Paese mentre i veri colpevoli del massacro ancora girano indisturbati: da noi, purtroppo, la giustizia funziona così. (il Legno storto)
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sabato 4 agosto 2012
Ce la facciamo anche da soli. Francesco Giavazzi
Dobbiamo farcela da soli. Non chiedere l'aiuto del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Efsf e poi Esm), non sottoporci alla vigilanza dell'Eurogruppo e rinunciare allo scudo che ci offre la Bce. Ce la possiamo fare da soli perché la nostra situazione è diversa da quella spagnola: non abbiamo avuto una bolla immobiliare e le nostre banche non sono zeppe di mutui andati a male; il debito pubblico è elevato (123% del Pil), ma i conti dello Stato al netto degli interessi sono attivi (+3,6% nel 2012), e soprattutto non abbiamo accumulato un ingente debito estero spendendo per oltre un decennio il 10% più di quanto veniva prodotto. La Spagna non ha alternative, noi sì.
Per riuscirci da soli ci vuole uno scatto di orgoglio. È necessario che Mario Monti ritrovi lo slancio e la determinazione iniziali. E soprattutto è necessario che il Parlamento si occupi di meno degli interessi particolari dei quali è diventato il paladino e guardi un po' di più all'interesse generale. Se pensassimo di non esserne capaci, tanto varrebbe votare subito: la campagna elettorale sarebbe in gran parte inutile perché l'agenda politica verrebbe comunque dettata da altri, i quali non necessariamente fanno solo i nostri interessi. E il risultato delle elezioni sarebbe pressoché irrilevante: anche questioni di nostra pertinenza verrebbero risolte a Berlino e a Francoforte.
Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano. Oggi, non a settembre. Perché quando la Spagna firmerà la sua richiesta di aiuto - prevedo nei prossimi giorni - se non avremo una strategia alternativa e senza l'intervento della Bce, il nostro spread salirà ancora. Ci troveremmo a dover chiedere aiuto con un'economia allo stremo.
Il piano per «salvare l'Italia» ha due parti. Innanzitutto bisogna sospendere, da qui alle elezioni, le emissioni di titoli a medio-lungo termine. Da settembre a marzo il Tesoro ne deve emettere 100 miliardi circa, di cui 60 circa detenuti da residenti, 40 da investitori esteri. Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas: i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati. Vendere con la rapidità necessaria è tuttavia tecnicamente impossibile. Le azioni di queste società sono già state trasferite alla Cassa Depositi e Prestiti che può scontarle alla Bce e con la liquidità così ottenuta acquistare Btp.
La Cassa ha una licenza bancaria e lo può fare: è quello che da mesi fanno le nostre banche. Si può riprodurre il meccanismo con altre società pubbliche e veicoli diversi dalla Cassa. Affinché una simile operazione sia credibile non deve essere un'alchimia finanziaria, ma un «anticipo in conto vendita», cioè si deve cominciare a vendere. Si potrebbe anche pensare ad attrarre il risparmio delle famiglie con emissioni di titoli non soggetti a imposte per i residenti. Il ministro Grilli avrà certamente idee migliori: l'importante è la rapidità. Cento miliardi sarebbero sufficienti per cancellare la maggior parte delle aste di qui a marzo.
Sette mesi senza l'assillo delle aste dovrebbero essere impiegati, come diceva Prodi (che però purtroppo non lo fece), per «smontare l'Italia come un meccano e rimontarla in modo che funzioni»: ridurre le spese, tagliare il debito vendendo, riprendere riforme (liberalizzazioni e mercato del lavoro) che sono state lasciate a metà, fare una legge elettorale decente. Se lo farà, Mario Monti ci avrà regalato un Paese indipendente e moderno. (Corriere della Sera)
Per riuscirci da soli ci vuole uno scatto di orgoglio. È necessario che Mario Monti ritrovi lo slancio e la determinazione iniziali. E soprattutto è necessario che il Parlamento si occupi di meno degli interessi particolari dei quali è diventato il paladino e guardi un po' di più all'interesse generale. Se pensassimo di non esserne capaci, tanto varrebbe votare subito: la campagna elettorale sarebbe in gran parte inutile perché l'agenda politica verrebbe comunque dettata da altri, i quali non necessariamente fanno solo i nostri interessi. E il risultato delle elezioni sarebbe pressoché irrilevante: anche questioni di nostra pertinenza verrebbero risolte a Berlino e a Francoforte.
Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano. Oggi, non a settembre. Perché quando la Spagna firmerà la sua richiesta di aiuto - prevedo nei prossimi giorni - se non avremo una strategia alternativa e senza l'intervento della Bce, il nostro spread salirà ancora. Ci troveremmo a dover chiedere aiuto con un'economia allo stremo.
Il piano per «salvare l'Italia» ha due parti. Innanzitutto bisogna sospendere, da qui alle elezioni, le emissioni di titoli a medio-lungo termine. Da settembre a marzo il Tesoro ne deve emettere 100 miliardi circa, di cui 60 circa detenuti da residenti, 40 da investitori esteri. Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas: i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati. Vendere con la rapidità necessaria è tuttavia tecnicamente impossibile. Le azioni di queste società sono già state trasferite alla Cassa Depositi e Prestiti che può scontarle alla Bce e con la liquidità così ottenuta acquistare Btp.
La Cassa ha una licenza bancaria e lo può fare: è quello che da mesi fanno le nostre banche. Si può riprodurre il meccanismo con altre società pubbliche e veicoli diversi dalla Cassa. Affinché una simile operazione sia credibile non deve essere un'alchimia finanziaria, ma un «anticipo in conto vendita», cioè si deve cominciare a vendere. Si potrebbe anche pensare ad attrarre il risparmio delle famiglie con emissioni di titoli non soggetti a imposte per i residenti. Il ministro Grilli avrà certamente idee migliori: l'importante è la rapidità. Cento miliardi sarebbero sufficienti per cancellare la maggior parte delle aste di qui a marzo.
Sette mesi senza l'assillo delle aste dovrebbero essere impiegati, come diceva Prodi (che però purtroppo non lo fece), per «smontare l'Italia come un meccano e rimontarla in modo che funzioni»: ridurre le spese, tagliare il debito vendendo, riprendere riforme (liberalizzazioni e mercato del lavoro) che sono state lasciate a metà, fare una legge elettorale decente. Se lo farà, Mario Monti ci avrà regalato un Paese indipendente e moderno. (Corriere della Sera)

mercoledì 1 agosto 2012
In memoria del necrologio. Davide Giacalone
Nell’estate 2012 il necrologio si porta lungo. Non credendo ai segni del destino non traggo alcun presagio dal rapido succedersi di decessi nel mondo della giustizia, non suppongo simboleggino la resa umana laddove s’è già archiviata la resa sistemica. Osservo, però, che nulla come la morte è calamita di retorica, e nulla come la retorica mortuaria è ricettacolo di bugie e false coscienze. A rendere il tutto interessante, anche sotto il profilo antropologico, è la letteratura del necrologio, essa sì capace di sopravvivere ben oltre la sua funzione vitale.
I necrologi, i piccoli francobolli neri che arricchiscono i giornali e impoveriscono la morte, servivano per dare l’annuncio del trapasso. Erano i tempi in cui i matrimoni s’annunciavano negli albi comunali, a loro volta esposti in bacheche pubbliche: chi aveva da obiettare poteva farsi avanti. Oggi nessuno passa davanti a quelle esposizioni, mentre di certi matrimoni ti danno l’avviso e ti raccontano lo svolgimento anche se non te ne importa un accidente. All’annuncio, dato dalla famiglia affranta, seguivano e seguono le partecipazioni dei condolenti, che si dividono in tre categorie: a. quelli affranti, che son pochi e solitamente assai parchi; b. quelli tirati per i capelli, “che figuraccia non farlo”; c. quelli che colgono l’occasione per mostrarsi vicini al trapassato, affiancandosi ad altri noti, fidandosi del fatto che il protagonista non può protestare, sicché gli si può un poco rubare la scena. Solo la terza categoria non soffre il dettaglio materiale: i necrologi costano una fortuna, che se gli si fosse offerto un luculliano ristoro prima che tirasse le cuoia, il caro estinto ne sarebbe stato felice.
Il necrologio, infine, vive nel mondo analogico e vi sopravvive a dispetto del fatto che i mezzi digitali, dai quali provengono, oramai, quasi tutte le informazioni, non ne ospitano. Al più comunicano: è morto Tizio. E gli altri a chiedersi: quanti anni aveva? La risposta muta significato a seconda del questionante: per i più giovani la morte non ha senso; per quelli di mezza età è l’occasione per valutare la rimanenza media, fra i conosciuti; per i più anziani è segno che la nera signora ha ancora colpito di fianco, questa sera si brinda.
I necrologi lunghi, anzi lunghissimi, però, hanno quasi sempre un redattore istituzionale. Intanto perché non li paga, il che scioglie la favella. Poi perché li usa, se non altro per comunicare quel che stava facendo, grazie ai servigi di chi non c’è più. Poi può capitare che usi il decesso per cercare di regolare i conti, mettendolo su quello di qualcun altro. Della serie: avete ucciso un pezzo di me. Questi sono i necrologi vergati da quanti concepiscono il mondo solo se ne sono il baricentro, talché parlano di sé anche nel cordoglio, incuranti del possibile effetto trascinamento. Necrologi, questi, comunque migliori di quelli vergati in burocratese, che sono una specie di elogio di servizio, a uso dell’ufficio personale. Che cosa triste, essere accompagnati in quel modo nell’ultimo viaggio.
Il lutto più esilarante è quello dei colleghi, i viventi nel mondo in cui si visse, i quali passarono il loro tempo a cercare disperatamente di negare la tua stessa esistenza, a ignorarti affinché fossi ignorato da tutti, e ora, con il certificato di morte opportunamente compulsato, possono sciogliersi: era un grande, colpevolmente sottovalutato. L’infinita grandezza di tale piccineria è motivo d’imperituro sollazzo.
Quindi, siete avvertiti: offritemi un pranzo e, quel giorno lì, fatevi gli affari vostri. Possibilmente godendone.
I necrologi, i piccoli francobolli neri che arricchiscono i giornali e impoveriscono la morte, servivano per dare l’annuncio del trapasso. Erano i tempi in cui i matrimoni s’annunciavano negli albi comunali, a loro volta esposti in bacheche pubbliche: chi aveva da obiettare poteva farsi avanti. Oggi nessuno passa davanti a quelle esposizioni, mentre di certi matrimoni ti danno l’avviso e ti raccontano lo svolgimento anche se non te ne importa un accidente. All’annuncio, dato dalla famiglia affranta, seguivano e seguono le partecipazioni dei condolenti, che si dividono in tre categorie: a. quelli affranti, che son pochi e solitamente assai parchi; b. quelli tirati per i capelli, “che figuraccia non farlo”; c. quelli che colgono l’occasione per mostrarsi vicini al trapassato, affiancandosi ad altri noti, fidandosi del fatto che il protagonista non può protestare, sicché gli si può un poco rubare la scena. Solo la terza categoria non soffre il dettaglio materiale: i necrologi costano una fortuna, che se gli si fosse offerto un luculliano ristoro prima che tirasse le cuoia, il caro estinto ne sarebbe stato felice.
Il necrologio, infine, vive nel mondo analogico e vi sopravvive a dispetto del fatto che i mezzi digitali, dai quali provengono, oramai, quasi tutte le informazioni, non ne ospitano. Al più comunicano: è morto Tizio. E gli altri a chiedersi: quanti anni aveva? La risposta muta significato a seconda del questionante: per i più giovani la morte non ha senso; per quelli di mezza età è l’occasione per valutare la rimanenza media, fra i conosciuti; per i più anziani è segno che la nera signora ha ancora colpito di fianco, questa sera si brinda.
I necrologi lunghi, anzi lunghissimi, però, hanno quasi sempre un redattore istituzionale. Intanto perché non li paga, il che scioglie la favella. Poi perché li usa, se non altro per comunicare quel che stava facendo, grazie ai servigi di chi non c’è più. Poi può capitare che usi il decesso per cercare di regolare i conti, mettendolo su quello di qualcun altro. Della serie: avete ucciso un pezzo di me. Questi sono i necrologi vergati da quanti concepiscono il mondo solo se ne sono il baricentro, talché parlano di sé anche nel cordoglio, incuranti del possibile effetto trascinamento. Necrologi, questi, comunque migliori di quelli vergati in burocratese, che sono una specie di elogio di servizio, a uso dell’ufficio personale. Che cosa triste, essere accompagnati in quel modo nell’ultimo viaggio.
Il lutto più esilarante è quello dei colleghi, i viventi nel mondo in cui si visse, i quali passarono il loro tempo a cercare disperatamente di negare la tua stessa esistenza, a ignorarti affinché fossi ignorato da tutti, e ora, con il certificato di morte opportunamente compulsato, possono sciogliersi: era un grande, colpevolmente sottovalutato. L’infinita grandezza di tale piccineria è motivo d’imperituro sollazzo.
Quindi, siete avvertiti: offritemi un pranzo e, quel giorno lì, fatevi gli affari vostri. Possibilmente godendone.
martedì 17 luglio 2012
La sinistra dal Quarto stato al terzo sesso. Marcello Veneziani
Pensate come si è immiserito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale..
Sul ciclone gay che si è abbattuto sulla sinistra non sposerò le tesi della Concia e dei suoi acconciatori né della Bindi e dei suoi abbindolatori (io sono più avanti perché mi batto per abolire le nozze etero). Riconosco a loro un tragitto di personale coerenza che sfocia nella sostanziale incoerenza di un partito. Quel che mi colpisce è un’altra cosa: pensate come si è immiserito e imminchionito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale. Il dibattito delle idee è sceso a livello inguinale.
Non stiamo parlando di persecuzione dei gay, se espellerli o negare il loro diritto di esserlo. Stiamo parlando della battaglia sulle nozze gay che riguarda una sparuta minoranza di una minoranza. L’occidente sprofonda e loro continuano a pettinare le bambole gay.
Non si confrontano sulle cose che affliggono la maggioranza degli italiani ma sul rococò del politically correct applicato al cinque per mille degli italiani gay. Decine di milioni d’italiani interessano loro meno di decine di coppie gay. Detto questo, ai cattolici del Pd rivolgo un plauso e una pernacchia: il primo per la loro coerenza di cattolici, la seconda per la loro incoerenza di scelta politica. La sinistra oggi è quella, passata dalla difesa del Quarto Stato a quella del Terzo Sesso, e voi siete i paggetti recalcitranti delle loro nozze. O le Vecchie Zie brontolone (vi stupirà ma ho simpatia per Rosy Bindi; e poi migliora con gli anni, a novant’anni sarà una bonazza). (il Giornale)
Sul ciclone gay che si è abbattuto sulla sinistra non sposerò le tesi della Concia e dei suoi acconciatori né della Bindi e dei suoi abbindolatori (io sono più avanti perché mi batto per abolire le nozze etero). Riconosco a loro un tragitto di personale coerenza che sfocia nella sostanziale incoerenza di un partito. Quel che mi colpisce è un’altra cosa: pensate come si è immiserito e imminchionito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale. Il dibattito delle idee è sceso a livello inguinale.
Non stiamo parlando di persecuzione dei gay, se espellerli o negare il loro diritto di esserlo. Stiamo parlando della battaglia sulle nozze gay che riguarda una sparuta minoranza di una minoranza. L’occidente sprofonda e loro continuano a pettinare le bambole gay.
Non si confrontano sulle cose che affliggono la maggioranza degli italiani ma sul rococò del politically correct applicato al cinque per mille degli italiani gay. Decine di milioni d’italiani interessano loro meno di decine di coppie gay. Detto questo, ai cattolici del Pd rivolgo un plauso e una pernacchia: il primo per la loro coerenza di cattolici, la seconda per la loro incoerenza di scelta politica. La sinistra oggi è quella, passata dalla difesa del Quarto Stato a quella del Terzo Sesso, e voi siete i paggetti recalcitranti delle loro nozze. O le Vecchie Zie brontolone (vi stupirà ma ho simpatia per Rosy Bindi; e poi migliora con gli anni, a novant’anni sarà una bonazza). (il Giornale)
giovedì 12 luglio 2012
12 luglio 2012
Berlusconi si ricandida a premier. Angelino Alfano sarà al suo fianco. Fino a questo momento è solo un’indiscrezione. Fonti interne a Villa Feltrinelli riferiscono di un’iniziativa pubblica, forse un discorso del Cavaliere al Lirico, a Milano, replicato per tramite di video-radiodiffusione alla Patria in trepidante attesa. Nove milioni di baionette sono pronte e Sandro Bondi, in tuta da ginnastica, si prepara facendo la sua corsetta quotidiana per le strade del capoluogo lombardo. Un’autocolonna guidata da Fabrizio Cicchitto si dirige verso la Valtellina. E’ l’Italia migliore che saluta la decisione del capo di tornare nell’agone. I traditori, nel frattempo trasferiti a Pescara, hanno appreso attoniti ciò che per adesso è solo una voce. Solo un tonante “presente!” potrà cancellare l’onta dell’infamia. Nessuno teme il tentativo di sbarco delle potenze avverse. “Lo spread”, ha fatto sapere il Silvio, “sarà fermato sul bagnasciuga”.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
mercoledì 11 luglio 2012
Giustizia: i conti non tornano. Gianluca Perricone
Lasciamo stare, in questa sede, l’aspetto relativo alla responsabilità dei togati perché, nello scorso weekend, si è saputo ad esempio che a Pinerolo (in Piemonte) il ministero della Giustizia ha finanziato con ben 774.685 euro l'ampliamento del palazzo di giustizia, uno di quelli che lo stesso ministero ha inserito l’altro giorno tra i tribunali da sopprimere. Qualche conto, a noi “normali” (o “contribuenti” se più piace…) non torna, così come non quadra quando si progettano nuove carceri mentre si lasciano marcire nell’incuria istituti carcerari già esistenti: no, nel pianeta-giustizia più di un conto non torna.
E che dire, sempre a proposito di notizie dello scorso weekend, del rinvio a settembre del processo con rito abbreviato (in corso a Genova) a carico di dieci persone indagate nell'ambito dell'inchiesta "Maglio 3", ritenute ai vertici della 'ndrangheta in Liguria? Avete saputo il motivo di detta posticipazione? Si è resa necessaria la ricerca di un interprete per tradurre il contenuto delle intercettazioni telefoniche dal calabrese all’italiano. Sì, avete capito bene: dal calabrese all’italiano ed il giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini dovrà nominare direttamente il perito. E intanto i tempi si prolungano.
C’è stato anche un nuovo capitolo delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio: sembrerebbe infatti che ora gli investigatori abbiano rivolto la loro attenzione nell'ambito delle amicizie della ragazza e di sua sorella maggiore, Keba. Sono passati 19 mesi dal delitto e la giustizia nostrana, su questa vicenda, sembra non azzeccarne una.
Per fortuna che c’è stata poi la sentenza della Cassazione (altrimenti sarebbe stato veramente un fine-settimana nero) che ha sentenziato che l’espressione «Lei non sa chi sono io, questa gliela faccio pagare!» è un’esclamazione ritenuta minacciosa e quindi punibile dalla legge. Per stabilirlo ci sono voluti un giudice di pace che aveva assolto il malfattore che aveva pronunciato quella locuzione contro una vicina, un Procuratore generale della Corte di Appello di Salerno che è ricorso appunto in Cassazione contro la decisione del primo, e infine la Suprema Corte che ha emesso lo strepitoso parere.
Noi, intanto, continuiamo a restare convinti che i conti non tornino proprio. (il Legno Storto)
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martedì 10 luglio 2012
Archivio › Bordin Line
10 luglio 2012
Lasciamo pure perdere i nuovi soldi, anche se dodici milioni di dollari non sono proprio spiccioli, trovati in Svizzera a Massimo Ciancimino. Naturalmente per il giovanotto si tratta di un nuovo guaio ma la sua autorevolezza di “pentito” non ne risentirà poi molto, ridotta com’è. Se mai si crea nuovo lavoro alla procura di Palermo che porta avanti un’indagine per riciclaggio che vede indagato il figlio dell’ex sindaco mafioso. Come faceva notare ieri Chiocci sul Giornale, questo ritrovamento è figlio di un supplemento di indagine imposto dal gip palermitano ai pm che, fosse stato per loro, avrebbero voluto chiuderla qualche mese fa. Ma c’è un’altra storia sulla quale è bene fare attenzione: vi ricordate la guantiera di candelotti di dinamite sepolta nel giardino della sua casa palermitana, con qualche rischio per i condomini, dall’ineffabile personaggio? Se non ve la ricordate più non vi si può biasimare. E’ passato più di un anno. Il caso è semplice, l’esplosivo è stato trovato, periziato e fatto brillare. Eppure in tutto questo tempo nessun pm palermitano ha ancora completato l’istruttoria. Con tutta la buona volontà è difficile pensare solo alla strutturale lentezza della nostra macchina giudiziaria.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Massimo Bordin
martedì 26 giugno 2012
Coda di paglia. Davide Giacalone
Dovremo essere grati a Nicola Mancino, che inguaiando il Colle ha scatenato un diluvio di articoli pensosi, vergati da costituzionalisti preoccupati e commentatori affranti, sicché, infine, si son trovati a dover sostenere quel che noi scrivevamo solitari: così non si può andare avanti. Leggendoli, dopo un sorriso, trovo conferma di un fatto rilevante: sappiamo tutti benissimo quel che si dovrebbe fare, per raddrizzare l’Italia, ma ogni volta non ci si riesce perché i problemi si preferisce usarli come armi contro gli avversari, piuttosto che risolverli. Speriamo che il rossore quirinalizio, l’affannoso tentativo di minimizzare quel che è gigantesco, propizi il senso di responsabilità, mettendo da parte l’innata italica faziosità.
Ora si mette in dubbio che sia sensato istruire un processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Ora si dice che, ove mai ci sia stata, se ne deve valutare la portata politica, non penale. Ancora non hanno preso abbastanza coraggio, non riescono a mettere nero su bianco il nome di Mario Mori, ancora è troppo forte la vergogna per averlo abbandonato, ma sono sulla buona strada. Noi li aiutiamo da anni. Si facciano tornare alla mente anche il nome di un altro carabiniere, Carmelo Canale: era il braccio destro di Paolo Borsellino e fu abbandonato a un processo, durato anni lunghissimi, in cui lo si accusava di mafia. Lo pronuncino, perché la vergogna odierna non sia onta storica.
Comunque, se ne sono accorti: quel processo non sta in piedi. Ben arrivati. Peccato ci siano riusciti solo perché quello sventurato di Mancino ci ha trascinato dentro la presidenza della Repubblica. Il punto è: non si chiede e non si deve chiedere impunità per nessuno, ma uno Stato che lascia i propri servitori nelle mani dell’accusa penale, che continua nei tribunali la battaglia della mafia, non merita rispetto. I politici che non sono all’altezza di capirlo ne meritano ancora meno. Fa piacere leggerlo, ma era evidente da molti anni, come le nostre parole, nel tempo, dimostrano.
Ora si accorgono che le intercettazioni telefoniche possono essere un piede di porco con il quale si svelle ogni cosa, perché, come giustamente, ma tardivamente e nell’occasione sbagliata, dice Giorgio Napolitano: si tolgono frasi dal contesto, non si chiarisce l’insieme e si specula sulle parole. Peccato che, fin qui, sia stato uno sport nazionale. Praticato da quanti oggi lo rimproverano agli altri. Il che ha un lato divertente: è irresistibilmente ridicolo vedere Repubblica che si scapicolla a sostenere che in tal modo non si possono massacrare le istituzioni. Perbacco, da che pulpito!
Solo che ancora non hanno il coraggio di imboccare la via giusta: non si devono limitare le intercettazioni, che sono strumenti d’indagine e prevenzione, ma si deve cancellarne l’uso giudiziario, quindi il deposito delle trascrizioni e l’immediata pubblicazione sui numerosi mattinali di polizia, quali si sono ridotti a essere i giornali italiani.
Ora dicono che i magistrati devono accertare i reati, non scrivere o riscrivere la storia. Ci sono arrivati dopo avere pubblicato non so quante “verità” dei questurini, non so quante “rivelazioni” provenienti dalle celle, salvo poi nascondere con due righe in cronaca l’unica verità vera: erano boiate. Comunque: ben venuti. Adesso si tratta di passare dalle parole ai fatti: le sentenze sociologiche sono abominevoli, la letteratura giudiziaria è deviazionista, la magistratura combattente una violazione del diritto, quindi della legalità.
Ora si dice che, in un così grave momento di crisi, è da irresponsabili indebolire il vertice dello Stato. Quello del governo fu spolpato nel mentre i titoli del nostro debito pubblico finivano sotto attacco. Ma, ancora una volta, non si tratta di non potere o dovere pubblicare quel che emerge, o tacere quel che si pensa, ma di disporre di un sistema giudiziario che liberi in fretta gli innocenti dal sospetto, condannando i colpevoli. Si deve diffondere la cultura del diritto, secondo cui ciascuno è innocente, fino a condanna. (A tal proposito, tra parentesi, avere consentito l’arresto di un senatore, senza che sussista la benché minima esigenza cautelare, è segno di tale incommensurabile viltà, è confessione di una tale chilometrica coda di paglia, che la permanenza di una tale classe politica è nocumento alla Repubblica).
Fin qui questi mali ce li si è tirati dietro, sperano d’annientarci l’avversario. Lo ha fatto la sinistra contro la destra e la destra contro la sinistra. L’ultimo (in ordine di tempo) pugnale ha trafitto l’uomo del Colle. Forse ci siamo: continuare così è suicida. Quel che Napolitano non capì ieri, quando si metteva di traverso, e non capisce oggi, quando cerca di mettersi di sguincio, è che servono le riforme, serve la giustizia, serve il diritto. Non serve a nulla pretendere di salvarsi da soli. Oltre tutto è impossibile.
Ora si mette in dubbio che sia sensato istruire un processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Ora si dice che, ove mai ci sia stata, se ne deve valutare la portata politica, non penale. Ancora non hanno preso abbastanza coraggio, non riescono a mettere nero su bianco il nome di Mario Mori, ancora è troppo forte la vergogna per averlo abbandonato, ma sono sulla buona strada. Noi li aiutiamo da anni. Si facciano tornare alla mente anche il nome di un altro carabiniere, Carmelo Canale: era il braccio destro di Paolo Borsellino e fu abbandonato a un processo, durato anni lunghissimi, in cui lo si accusava di mafia. Lo pronuncino, perché la vergogna odierna non sia onta storica.
Comunque, se ne sono accorti: quel processo non sta in piedi. Ben arrivati. Peccato ci siano riusciti solo perché quello sventurato di Mancino ci ha trascinato dentro la presidenza della Repubblica. Il punto è: non si chiede e non si deve chiedere impunità per nessuno, ma uno Stato che lascia i propri servitori nelle mani dell’accusa penale, che continua nei tribunali la battaglia della mafia, non merita rispetto. I politici che non sono all’altezza di capirlo ne meritano ancora meno. Fa piacere leggerlo, ma era evidente da molti anni, come le nostre parole, nel tempo, dimostrano.
Ora si accorgono che le intercettazioni telefoniche possono essere un piede di porco con il quale si svelle ogni cosa, perché, come giustamente, ma tardivamente e nell’occasione sbagliata, dice Giorgio Napolitano: si tolgono frasi dal contesto, non si chiarisce l’insieme e si specula sulle parole. Peccato che, fin qui, sia stato uno sport nazionale. Praticato da quanti oggi lo rimproverano agli altri. Il che ha un lato divertente: è irresistibilmente ridicolo vedere Repubblica che si scapicolla a sostenere che in tal modo non si possono massacrare le istituzioni. Perbacco, da che pulpito!
Solo che ancora non hanno il coraggio di imboccare la via giusta: non si devono limitare le intercettazioni, che sono strumenti d’indagine e prevenzione, ma si deve cancellarne l’uso giudiziario, quindi il deposito delle trascrizioni e l’immediata pubblicazione sui numerosi mattinali di polizia, quali si sono ridotti a essere i giornali italiani.
Ora dicono che i magistrati devono accertare i reati, non scrivere o riscrivere la storia. Ci sono arrivati dopo avere pubblicato non so quante “verità” dei questurini, non so quante “rivelazioni” provenienti dalle celle, salvo poi nascondere con due righe in cronaca l’unica verità vera: erano boiate. Comunque: ben venuti. Adesso si tratta di passare dalle parole ai fatti: le sentenze sociologiche sono abominevoli, la letteratura giudiziaria è deviazionista, la magistratura combattente una violazione del diritto, quindi della legalità.
Ora si dice che, in un così grave momento di crisi, è da irresponsabili indebolire il vertice dello Stato. Quello del governo fu spolpato nel mentre i titoli del nostro debito pubblico finivano sotto attacco. Ma, ancora una volta, non si tratta di non potere o dovere pubblicare quel che emerge, o tacere quel che si pensa, ma di disporre di un sistema giudiziario che liberi in fretta gli innocenti dal sospetto, condannando i colpevoli. Si deve diffondere la cultura del diritto, secondo cui ciascuno è innocente, fino a condanna. (A tal proposito, tra parentesi, avere consentito l’arresto di un senatore, senza che sussista la benché minima esigenza cautelare, è segno di tale incommensurabile viltà, è confessione di una tale chilometrica coda di paglia, che la permanenza di una tale classe politica è nocumento alla Repubblica).
Fin qui questi mali ce li si è tirati dietro, sperano d’annientarci l’avversario. Lo ha fatto la sinistra contro la destra e la destra contro la sinistra. L’ultimo (in ordine di tempo) pugnale ha trafitto l’uomo del Colle. Forse ci siamo: continuare così è suicida. Quel che Napolitano non capì ieri, quando si metteva di traverso, e non capisce oggi, quando cerca di mettersi di sguincio, è che servono le riforme, serve la giustizia, serve il diritto. Non serve a nulla pretendere di salvarsi da soli. Oltre tutto è impossibile.
venerdì 22 giugno 2012
22 giugno 2012
Ora, non vorrei dire. Ma quando ho visto Emma Bonino prendere la parola con quell’aria da maestrina sul tormentato-pensatrice che quasi sempre assume, quando ho sentito che esortava il Senato a votare per l’arresto di Lusi “senza entrare nel merito del problema” perché il problema non era di merito, quando le ho sentito affermare che, essendo contro la carcerazione preventiva di 27 mila (dei quali tutti si impipano) sentiva forte e coerente il dovere civile di farne 27 mila e uno, per poi concludere, dulcis in fundo, che non esisteva possibilità di scorgere alcun fumus persecutionis in qualcosa del cui merito non si era occupata lei, figurarsi quindi se dovevano occuparsene gli altri, be’, mi sono venute le ragadi.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
giovedì 21 giugno 2012
L'anticipazione della pena. Gianluca Perricone
| Nel suo video-editoriale, il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini, ha esordito con un disgustoso "Giustizia è fatta". Il riferimento di uno degli uomini di punta dello schieramento capitanato dall'ingegner Carlo De Benedetti era relativo al voto con il quale l'aula del Senato ha dato il via libera all'arresto (preventivo) del senatore Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita da mercoledì sera rinchiuso nel carcere di Rebibbia. Per Giannini, insomma, la giustizia (consueta "g" volutamente minuscola) sarebbe stata fatta ancor prima di un processo e di una sentenza di condanna. Una giustizia che arresta prima di una sentenza di condanna, può davvero chiamarsi “giustizia”? L'arresto di Lusi? "Ho sempre detto che senatori e deputati sono uguali agli altri cittadini" ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani vittima evidentemente, al momento dell'improvvida dichiarazione, di un'amnesia sui fatti accertati dalle parti di Sesto San Giovanni. Ma poi il problema è proprio quello che, di certo in maniera involontaria, ha messo in evidenza Bersani: un problema che si chiama carcerazione preventiva. Ed è un problema che non riguarda soltanto i membri della cosiddetta 'casta', ma tutti i cittadini (deputati e senatori compresi). Non si può pensare, cioè, di andare avanti ordinando arresti prima che si svolga un regolare processo (tranne che nei casi di scuola e previsti dalla legge: pericolo di fuga dell'indagato, inquinamento delle prove e reiterazione del reato), magari sperando che l'imputato finisca per dichiarare ciò che pretendono di sentire gli inquirenti e, soprattutto, prima che venga emessa sentenza di condanna definitiva. Consapevole di non essere particolarmente condiviso dai più, soprattutto in questi periodi, ritengo che proprio Lusi tutti i torti non abbia quando afferma che "il legislatore deve tenere distinta l'autorizzazione alla misura cautelare dall'istituto, ancora non previsto, dell'anticipazione della pena". (il Legno storto) |
martedì 19 giugno 2012
Colle solitario. Davide Giacalone
Mario Mori lo hanno lasciato da solo, senza troppo crucciarsene. Come un ostaggio, considerato sacrificabile. Hanno pensato che potesse bastare, che sulle spalle del generale dei Carabinieri, ex capo del Ros, potesse caricarsi l’intero peso del teorema, delle trattative fra lo Stato e la mafia. Poi Nicola Mancino è stato chiamato a testimoniare e s’è sentito improvvisamente solo. Ha avuto paura, perché una cosa è chiara come il sole: se la trattativa ci fu, se era finalizzata a cancellare il carcere duro, il regime di 41 bis, allora tale risultato fu ottenuto, dalla mafia, nel 1993. Quando il governo era presieduto da Carlo Azelio Ciampi e al ministero dell’interno c’era lui: Mancino.
Io non credo al teorema, benché ritengo che un canale di comunicazione ci fu, fra i disonorati e le loro eccellenze. Il guaio è che il teorema doveva servire a fregare Silvio Berlusconi, sicché i vari Mancino, ben vedendone la forzatura, magari si davano di gomito. Come a dire: mica come noi, che alle toghe facciamo le fusa, che abbiamo ceduto a ogni richiesta corporativa, che abbiamo ammorbidito i possibili pericoli nel velluto dei palazzi e fra i cuscini dei salotti, no, il cavaliere pazzo va allo scontro, così attirando inchieste e processi più di quanto lo zucchero attiri le mosche. Il cavaliere, aggiungo io, non so s’è pazzo, di sicuro ha fallito, perché dopo anni di scontri non è riuscito a riformare la giustizia. Ma loro erano dei vili, dei falsi uomini di Stato che pensarono veramente di abbandonare Mori al suo destino, come in passato avevano abbandonato alla tortura altri carabinieri e altri servitori dello Stato, come avevano lasciato solo Carmelo Canale, in questo modo insultando la memoria di Paolo Borsellino. Che, del resto, isolarono e sconfissero già da vivo. Come prima avevano già fatto con Giovanni Falcone. Questi mezzi uomini hanno veramente creduto che potesse pagare Mori, che si potesse veramente continuare a raccontare palle giudiziarie, a dispetto del calendario.
Quindi, quando Mancino fu interrogato, nel 2011, s’attaccò al telefono e chiamò il Quirinale, per reclamare aiuto. E lo fece in modo comico: se resto solo parlo e se parlo escono altri nomi. Povero il nostro irpino, gli altri nomi erano già usciti. Li avevamo pubblicati noi: Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Conso, Adalberto Capriotti, Cesare Curioni. Non sto a ripetere la storia ancora una volta, perché prima o dopo qualche lettore mi tira una scarpa. Abbiamo fatto i nomi parlando al muro. Non so se Mancino li abbia letti, di sicuro non se ne è preoccupato: chi se ne frega, tanto a questi nessuno dà ascolto, mica sono manettari alla moda, mica giocano al piccolo inquisitore, poi sono pure garantisti, non fanno paura a nessuno. Noi, però, mettevamo in fila date e fatti, prima o dopo destinati a venire a galla. Quando li ha visti, quando gliene hanno, in modo colpevolmente tardivo, chiesto conto, Mancino ha avuto paura. S’è sentito solo. Cosa succede se il teorema viene sincronizzato con il calendario? S’è chiesto. Siamo tutti spacciati. Schiacciati dalla viltà e dall’avere taciuto, sperando che il giustizialismo facesse fuori i loro avversari.
Preoccupazioni che hanno fatto breccia presso l’uomo del Colle, che non ha risposto scandalizzato al suo consigliere, Loris D’Ambrosio, cui Mancino si era rivolto. Napolitano non gli ha detto: non si permetta di sottopormi questioni che riguardano l’autonomia della magistratura. Anzi, ha fatto cose che oggi inducono D’Ambrosio a dire: sono vincolato dal segreto, perché c’è l’immunità presidenziale. Che poi, per la precisine, non è affatto immunità, ma irresponsabilità, nel senso che ogni atto presidenziale deve essere avallato e controfirmato dal governo. Questo è scritto nella Costituzione. Ora il presidente fa sapere d’essersi mosso “nei limiti delle sue prerogative”. Sarebbe stato singolare sostenesse il contrario e, del resto, quegli atti furono sollecitati dal presidente emerito del Senato, già vice presidente del Csm. Ciò non di meno è significativo che s’invochi il “coordinamento” proprio dopo che un tale signore avverte di sentirsi solo e di sentirsi indotto a fare nomi. Tanto per dirne una: perché per Mori non si dovevano coordinare?
E la trattativa? Mori e il Ros parlarono con Ciancimino, questo è sicuro. Era il loro lavoro. L’esito di quella stagione è vincente, perché la mafia è stata colpita duramente, il suo braccio militare spezzato, il suo peso politico fiaccato. Mai abbassare la guardia. Questa genia di disonorati va estinta. Ma non c’è motivo d’ignorare i risultati, conseguiti quando al governo c’erano quelli che furono chiamati “ladri”.
Venti anni fa, però, si produssero due buchi neri: a. la complicità di chi isolò e sconfisse Falcone e Borsellino, lasciandoli soli davanti alla morte; b. la debolezza di chi accolse la richiesta di segnali distensivi, di chi prestò orecchio al capo dei cappellani carcerari e accettò di servirsi di un loro uomo, per distrarre i mafiosi dal mettere bombe davanti alle chiese. I malamente, però, vanno cercati fra i colleghi dei due magistrati eliminati e fra gli osannati della nuova stagione, quella dell’“onestà”. Va fatto, come qui ci siamo sforzati, altrimenti si continua a costruire sulle bugie. A proposito: Leoluca Orlando Cascio è il nuovo sindaco di Palermo. Una parola è picca e due sunnu assai.
Mori non può telefonare a nessuno, né nessuno gli risponderebbe. Ma i mondi responsabili di quei due micidiali buchi sono ancora al potere, e si telefonano. Impauriti, perché la trappola armata per schiacciare l’uno, usando un processo senza capo né coda, ha tutta l’aria di star per scattare sulle loro teste. Sicché si dicono, fra di loro, che quel modo d’istruire i processi va fermato. Che le intercettazioni non possono essere usate in questo modo. Che la ragion di Stato richiede anse di riservatezza. Che il protagonismo giudiziario può devastare le istituzioni, se divorzia dalle sentenze. Noi lo sapevamo e scrivevamo già, quindi possiamo vederli annaspare senza sentirci granché tristi.
Io non credo al teorema, benché ritengo che un canale di comunicazione ci fu, fra i disonorati e le loro eccellenze. Il guaio è che il teorema doveva servire a fregare Silvio Berlusconi, sicché i vari Mancino, ben vedendone la forzatura, magari si davano di gomito. Come a dire: mica come noi, che alle toghe facciamo le fusa, che abbiamo ceduto a ogni richiesta corporativa, che abbiamo ammorbidito i possibili pericoli nel velluto dei palazzi e fra i cuscini dei salotti, no, il cavaliere pazzo va allo scontro, così attirando inchieste e processi più di quanto lo zucchero attiri le mosche. Il cavaliere, aggiungo io, non so s’è pazzo, di sicuro ha fallito, perché dopo anni di scontri non è riuscito a riformare la giustizia. Ma loro erano dei vili, dei falsi uomini di Stato che pensarono veramente di abbandonare Mori al suo destino, come in passato avevano abbandonato alla tortura altri carabinieri e altri servitori dello Stato, come avevano lasciato solo Carmelo Canale, in questo modo insultando la memoria di Paolo Borsellino. Che, del resto, isolarono e sconfissero già da vivo. Come prima avevano già fatto con Giovanni Falcone. Questi mezzi uomini hanno veramente creduto che potesse pagare Mori, che si potesse veramente continuare a raccontare palle giudiziarie, a dispetto del calendario.
Quindi, quando Mancino fu interrogato, nel 2011, s’attaccò al telefono e chiamò il Quirinale, per reclamare aiuto. E lo fece in modo comico: se resto solo parlo e se parlo escono altri nomi. Povero il nostro irpino, gli altri nomi erano già usciti. Li avevamo pubblicati noi: Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Conso, Adalberto Capriotti, Cesare Curioni. Non sto a ripetere la storia ancora una volta, perché prima o dopo qualche lettore mi tira una scarpa. Abbiamo fatto i nomi parlando al muro. Non so se Mancino li abbia letti, di sicuro non se ne è preoccupato: chi se ne frega, tanto a questi nessuno dà ascolto, mica sono manettari alla moda, mica giocano al piccolo inquisitore, poi sono pure garantisti, non fanno paura a nessuno. Noi, però, mettevamo in fila date e fatti, prima o dopo destinati a venire a galla. Quando li ha visti, quando gliene hanno, in modo colpevolmente tardivo, chiesto conto, Mancino ha avuto paura. S’è sentito solo. Cosa succede se il teorema viene sincronizzato con il calendario? S’è chiesto. Siamo tutti spacciati. Schiacciati dalla viltà e dall’avere taciuto, sperando che il giustizialismo facesse fuori i loro avversari.
Preoccupazioni che hanno fatto breccia presso l’uomo del Colle, che non ha risposto scandalizzato al suo consigliere, Loris D’Ambrosio, cui Mancino si era rivolto. Napolitano non gli ha detto: non si permetta di sottopormi questioni che riguardano l’autonomia della magistratura. Anzi, ha fatto cose che oggi inducono D’Ambrosio a dire: sono vincolato dal segreto, perché c’è l’immunità presidenziale. Che poi, per la precisine, non è affatto immunità, ma irresponsabilità, nel senso che ogni atto presidenziale deve essere avallato e controfirmato dal governo. Questo è scritto nella Costituzione. Ora il presidente fa sapere d’essersi mosso “nei limiti delle sue prerogative”. Sarebbe stato singolare sostenesse il contrario e, del resto, quegli atti furono sollecitati dal presidente emerito del Senato, già vice presidente del Csm. Ciò non di meno è significativo che s’invochi il “coordinamento” proprio dopo che un tale signore avverte di sentirsi solo e di sentirsi indotto a fare nomi. Tanto per dirne una: perché per Mori non si dovevano coordinare?
E la trattativa? Mori e il Ros parlarono con Ciancimino, questo è sicuro. Era il loro lavoro. L’esito di quella stagione è vincente, perché la mafia è stata colpita duramente, il suo braccio militare spezzato, il suo peso politico fiaccato. Mai abbassare la guardia. Questa genia di disonorati va estinta. Ma non c’è motivo d’ignorare i risultati, conseguiti quando al governo c’erano quelli che furono chiamati “ladri”.
Venti anni fa, però, si produssero due buchi neri: a. la complicità di chi isolò e sconfisse Falcone e Borsellino, lasciandoli soli davanti alla morte; b. la debolezza di chi accolse la richiesta di segnali distensivi, di chi prestò orecchio al capo dei cappellani carcerari e accettò di servirsi di un loro uomo, per distrarre i mafiosi dal mettere bombe davanti alle chiese. I malamente, però, vanno cercati fra i colleghi dei due magistrati eliminati e fra gli osannati della nuova stagione, quella dell’“onestà”. Va fatto, come qui ci siamo sforzati, altrimenti si continua a costruire sulle bugie. A proposito: Leoluca Orlando Cascio è il nuovo sindaco di Palermo. Una parola è picca e due sunnu assai.
Mori non può telefonare a nessuno, né nessuno gli risponderebbe. Ma i mondi responsabili di quei due micidiali buchi sono ancora al potere, e si telefonano. Impauriti, perché la trappola armata per schiacciare l’uno, usando un processo senza capo né coda, ha tutta l’aria di star per scattare sulle loro teste. Sicché si dicono, fra di loro, che quel modo d’istruire i processi va fermato. Che le intercettazioni non possono essere usate in questo modo. Che la ragion di Stato richiede anse di riservatezza. Che il protagonismo giudiziario può devastare le istituzioni, se divorzia dalle sentenze. Noi lo sapevamo e scrivevamo già, quindi possiamo vederli annaspare senza sentirci granché tristi.
domenica 10 giugno 2012
Avviso Mancino. Davide Giacalone
Nicola Mancino, ministro degli interni nel biennio 1992-1994, sostiene di non essere stato al corrente di alcuna ipotesi di trattativa fra lo Stato e la mafia. Avendolo detto nel corso di un processo, ove era stato chiamato quale testimone (quindi con l’obbligo di dire la verità e senza la facoltà di tacere), la procura di Palermo gli ha notificato un avviso di garanzia, supponendo il reato di falsa testimonianza. Il fatto sollecita due riflessioni, che ancora una volta segnalano la differenza che c’è fra lo scrivere la storia e il pretendere che sia incisa nelle sentenze.
Non è contestabile che il governo del quale Mancino faceva parte, per mano del ministro della giustizia, Giovanni Conso, su sollecitazione del capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), Capriotti, a sua volta voluto dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, decise di togliere dal carcere duro (41 bis) due affollati contingenti di mafiosi. Conso stesso ha ricordato di averlo fatto per porre un freno alle bombe mafiose, che effettivamente cessarono. Che questo sia avvenuto a seguito di una trattativa non è dato sapere, certo qualcuno deve avere avuto elementi per indirizzare Conso in quel modo, e a quel qualcuno altri, non certo dei damerini, devono averlo comunicato. Tutto questo non necessariamente significa che Mancino stia mentendo, perché la trattativa poteva pure essere in corso e lui non esserne informato. La cosa non deporrebbe a suo favore, non solo per l’irrilevanza ministeriale di allora, ma anche perché visti i ministri e le istituzioni che agirono il non fidarsi di Mancino lascia intendere che temevano altro che non la sua formale e documentata opposizione.
Il punto è, però, che Mancino non nega di avere trattato, nega che si sia trattato. Quindi la questione è ben più che processuale, attiene a una pagina decisiva della nostra storia nazionale.
Può l’avviso di garanzia a Mancino, quindi le indagini che seguiranno, aiutarci a scriverla con meno imprecisioni? Ne dubito assai. Primo, perché le indagini saranno la riproposizione di roba già accertata o già inaccertabile. Secondo, perché non ha molto senso accusare il teste Mancino senza accusare il ministro Mancino. Voglio dire: se nega una trattativa esistente il reato contestabile non è falsa testimonianza, ma la trattativa stessa. E se nega una trattativa inesistente l’accusa è solo il riflesso di un teorema, destinato a restare tale.
Una cosa colpisce: Mancino ha avuto tutto dalla vita politica, ha potuto permettersi di essere un esponente della sinistra democristiana, con una forte propensione al clientelismo, per poi ergersi a censore delle vite altrui, eppure neanche nel mentre la sua esperienza volge al termine, nemmeno trovandosi fuori dai giochi, riesce a trovare il coraggio di una ricostruzione men che manieristica e reticente di un’epoca e un mondo che sembra aver partorito un numero eccessivo di smemorati e di nanerottoli.
Non è contestabile che il governo del quale Mancino faceva parte, per mano del ministro della giustizia, Giovanni Conso, su sollecitazione del capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), Capriotti, a sua volta voluto dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, decise di togliere dal carcere duro (41 bis) due affollati contingenti di mafiosi. Conso stesso ha ricordato di averlo fatto per porre un freno alle bombe mafiose, che effettivamente cessarono. Che questo sia avvenuto a seguito di una trattativa non è dato sapere, certo qualcuno deve avere avuto elementi per indirizzare Conso in quel modo, e a quel qualcuno altri, non certo dei damerini, devono averlo comunicato. Tutto questo non necessariamente significa che Mancino stia mentendo, perché la trattativa poteva pure essere in corso e lui non esserne informato. La cosa non deporrebbe a suo favore, non solo per l’irrilevanza ministeriale di allora, ma anche perché visti i ministri e le istituzioni che agirono il non fidarsi di Mancino lascia intendere che temevano altro che non la sua formale e documentata opposizione.
Il punto è, però, che Mancino non nega di avere trattato, nega che si sia trattato. Quindi la questione è ben più che processuale, attiene a una pagina decisiva della nostra storia nazionale.
Può l’avviso di garanzia a Mancino, quindi le indagini che seguiranno, aiutarci a scriverla con meno imprecisioni? Ne dubito assai. Primo, perché le indagini saranno la riproposizione di roba già accertata o già inaccertabile. Secondo, perché non ha molto senso accusare il teste Mancino senza accusare il ministro Mancino. Voglio dire: se nega una trattativa esistente il reato contestabile non è falsa testimonianza, ma la trattativa stessa. E se nega una trattativa inesistente l’accusa è solo il riflesso di un teorema, destinato a restare tale.
Una cosa colpisce: Mancino ha avuto tutto dalla vita politica, ha potuto permettersi di essere un esponente della sinistra democristiana, con una forte propensione al clientelismo, per poi ergersi a censore delle vite altrui, eppure neanche nel mentre la sua esperienza volge al termine, nemmeno trovandosi fuori dai giochi, riesce a trovare il coraggio di una ricostruzione men che manieristica e reticente di un’epoca e un mondo che sembra aver partorito un numero eccessivo di smemorati e di nanerottoli.
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