La tassa sulla spazzatura è una tassa spazzatura. E’ la mascheratura dell’ennesima patrimoniale, un ladrocinio senza corrispettivo di servizi, un prelievo commisurato alle inefficienze comunali, un salasso per non risolvere i problemi e, come se non bastasse, un monumento all’idiozia legislativa e al sopruso incivile. Basti pensare che pagheremo ancora un’addizionale “ex Eca”, che sarebbe un di più che era dovuto agli enti comunali d’assistenza, istituiti nel 1938 e soppressi nel 1978. La Tares (fu Tarsu, fu Tia, fu TaRi), così ribattezzata dalla fantasia malata di chi cambia nome alle cose per lasciare le cose come stanno, è l’incarnazione del satanismo fiscale. Filiazione di uno Stato tanto più esigente quanto più inefficiente.
E’ una patrimoniale perché si paga in ragione dei metri quadrati e non dell’attitudine a produrre rifiuti. Una persona che vive da sola in 300 metri quadrati pagherà di più di quindici persone che vivono in un terzo dello spazio, laddove è evidente che i secondi produrranno assai più rifiuti (il pattume di ciascuno di loro varrà il 2,3% di quello del solitario). E’ giusto così, sento dire, perché è bene che paghino di più i ricchi. Ma è assurdo, perché già si paga una patrimoniale sulla casa (Imu) sicché questa è la seconda tassazione della stessa cosa. In più sono tenuti a pagare tutti quelli che possiedono, occupano o detengono, a qualsiasi titolo, qualsiasi tipo di locale, quindi ci sono cittadini che pagheranno due o tre volte per il medesimo servizio. E pagheranno cifre che non hanno nulla a che vedere con il servizio in questione.
Veniamo a quello, al servizio: peggio funziona e più si paga. Vorrà pur dire qualche cosa che la tassa più alta la pagano e la pagheranno i napoletani, periodicamente e ricorrentemente abbandonati ad annegare nella spazzatura! Più un comune è inefficiente, più gli costa gestire i rifiuti, più fa pagare ai cittadini. E andrebbe anche bene, se tutti i poteri e le responsabilità fossero del comune, perché, in quel modo, i cittadini saprebbero che c’è una cosa da fare, subito: sbarazzarsi del sindaco. Invece, posto che di molti sindaci sarebbe bene sbarazzarsi, i comuni hanno solo una parte dei poteri e delle responsabilità. Ad esempio: dare vita a un serio ciclo di smaltimento e sfruttamento dei rifiuti non è solo doveroso, ma anche economicamente conveniente, salvo il fatto che poi il termovalorizzatore non riesci ad aprirlo, complice una cittadinanza (mai dimenticarlo, perché ci sono anche colpe dei cittadini, mica solo quelle della politica) che è pronta a dire “no” a qualsiasi cosa, in questo modo avallando l’unica politica fin qui praticata: tassa e sperpera.
Poi ci sono le colpe specifiche dei comuni: non potrà mai funzionare una raccolta differenziata per la quale non vengono forniti gli strumenti e che, visibilmente, è una presa in giro. A Roma ho la casa da una parte della strada e l’ufficio dall’altra: a casa c’è la differenziata, ma non distribuiscono i sacchetti per metterci la roba, in ufficio non c’è, sicché tutto finisce assieme e marameo a chi s’affanna a dividere. Però pago due volte, per due servizi che non solo non sono uguali, ma che col piffero che hanno quel valore.
Quella dei rifiuti è un’emergenza nazionale, direttamente proporzionale al caos istituzionale delle autonomie locali. Siamo un Paese esportatore di spazzatura, arricchendo quelli che si prendono la nostra e sfruttano sia la nostra minchioneria che i nostri rifiuti. Roba da dare le craniate contro al muro. Quel che serve è un piano nazionale, con investimenti che non sono alla portata delle municipalità e che giustificherebbero un prelievo oggi ingiustificato. E’ la realtà che deve cambiare, non il nome della tassa.
Infine: con un emendamento alla legge di stabilità è stata spostata la prima rata da gennaio ad aprile. Questa sarebbe la ragione: dare respiro a contribuenti che hanno appena pagato l’Imu. Delle due l’una: o sono bugiardi o sono tutti evasori fiscali, posto che una cosa non esclude l’altra, perché ad aprile siamo alla vigilia della dichiarazione dei redditi e relativo versamento del saldo. Quindi questa è solo una miserrima trovata elettoralistica, posto che la Tares sarà più cara delle tasse che sostituisce e che, quindi, in un anno di ulteriore recessione, la pressione fiscale aumenterà. L’esatto contrario di quel che serve. Ecco perché questa è una tassa che, assieme all’intera politica fiscale, merita d’essere buttata nella spazzatura.
Pubblicato da Libero







Nell'antico ghetto di Roma la memoria è ancora fresca della strage alla sinagoga del 9 ottobre 1982. Un commando palestinese di Abu Nidal lanciò granate e raffiche di mitra sugli ebrei all'uscita dalla sinagoga, il giorno dopo la festa delle capanne. Un bambino di tre anni, Stefano Gay Taché, rimase ucciso. E' stato il primo ebreo assassinato in Italia in quanto tale dal 1945. All'epoca non c'era politico, dal presidente Pertini ai comunisti di Berlinguer, che non flirtasse con Arafat, mentre i giornali all'unisono paragonavano il sionismo al nazismo. Quel giorno il quartiere ebraico venne lasciato misteriosamente senza protezione. L'unico terrorista condannato per l'eccidio, Abdel Al Zomar, oggi è a piede libero a Tripoli. Pochi giorni prima della strage, i sindacalisti di Luciano Lama lasciarono una bara vuota di fronte al tempio ebraico, mentre Pertini aveva esaltato la "resistenza" al fianco di Arafat, che sebbene avesse sulla coscienza qualche centinaio di ebrei uccisi in Israele o all'estero era stato anche appena ricevuto in Vaticano. I socialisti di Bettini Craxi erano soliti paragonare Arafat a Giuseppe Mazzini, mentre la cosiddetta giustizia italiana si sarebbe presto dimostrata molto lesta nel rilasciare i terroristi legati agli attentati (l'ultimo è Youssef al Molqi, l'unico condannato per l'uccisione sull'Achille Lauro dell'ebreo americano Leon Klinghoffer, che sebbene fosse su una sedia a rotelle venne gettato in mare come un cane). Se il 16 ottobre 1943 è il giorno in cui gli italiani tradirono migliaia di connazionali ebrei diretti a Birkenau, il 9 ottobre 1982 deve essere ricordato come il giorno in cui l'Italia ha venduto gli ebrei ai terroristi.
Uscito dal campo di battaglia (chissà se sia vero), appartiene già all’autobiografia della Repubblica italiana. Il Foglio si è portato avanti col lavoro, ne è nato un manualetto sine ira ac studio. Nel Foglio di oggi in edicola (



Nella comune terra medioadriatica si sarebbe detto un tempo che lo Scarparo e il Carrettiere hanno preso a fare baruffa al mercato. Diego Della Valle contro Sergio Marchionne. Il padrone di un calzaturificio divenuto negli anni il florido marchio per le élite di massa (Tod’s) contro il grande manager di un impero immiserito in patria e rinato negli Stati Uniti (Fiat). Dicendo che “la Fiat è un bersaglio grosso, più delle scarpe di alta qualità e alto prezzo che compravo anch’io fino a qualche tempo fa: adesso non più”, Marchionne si tradisce ingenuo e stizzito, lui stesso preda di quello “starnazzare nel pollaio più provinciale che c’è” sdegnosamente denunciato per richiamare la volgarità delle accuse di Della Valle. Certo, a sua parziale discolpa c’è che nell’arco di tre giorni il patron della Fiorentina gli aveva dato di “furbetto cosmopolita” e rappresentante cadetto di una famiglia (gli Agnelli) avvezza a “spararla grossa” salvo poi andarsene “alla chetichella”. Dunque uomo dalla mancata parola, Marchionne, nell’impeto accusatorio del suo antagonista. Ma sopra tutto cittadino del mondo, déraciné, traditore di un malriposto orgoglio per la stanzialità patriottica: non più un figlio degli Abruzzi natii (Chieti, città degli antichi Marrucini, guerrieri dal dialetto osco-umbro presto romanizzati), ormai soltanto un rampollo qualunque del melting pot italo-canadese (con residenza in Svizzera, peraltro).

