lunedì 23 marzo 2009

La riforma delle pensioni serve anche se l'Inps è in attivo. Giuliano Cazzola

Il 18 marzo è stato il giorno di Antonio Mastrapasqua, il presidente-commissario dell’Inps, nuovo astro nascente nel firmamento degli enti previdenziali, che ha presentato il rapporto annuale del suo Istituto, alla Camera, nella Sala della Lupa, alla presenza del presidente Fini, del ministro Sacconi e del sottosegretario Gianni Letta che ha tessuto un elogio senza riserve (e con un’evidente esagerazione) di Mastrapasqua e della sua azione all’Inps.

Il succo politico della relazione ha finito per portare acqua al mulino del Governo: l’Inps ha 11 miliardi di attivo e pertanto non c’è bisogno di fare una nuova riforma delle pensioni perché i conti sono in equilibrio.

Il ragionamento è un po’ forzato; dalle conclusioni – sicuramente corrette – manca qualche passaggio indispensabile per esprimere un giudizio pertinente e compiuto. Anche in materia di previdenza, è opportuno tentare qualche puntualizzazione. Innanzi tutto, un conto è l’andamento della spesa pensionistica, un altro quello dei saldi dell’Inps, il cui bilancio mette insieme almeno una trentina di gestioni pensionistiche, previdenziali, assistenziali, attinenti alla famiglia, al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali, agli sgravi contributivi al sistema delle imprese e a quant’altro.

Per svolgere i suoi compiti l’Inps incassa più o meno 130 miliardi di contributi sociali e 75 miliardi di trasferimenti dello Stato (per finanziare le prestazioni che la legge mette a carico della fiscalità generale). In tale contesto è la spesa pensionistica da tenere sotto controllo per la sua incidenza sul Pil e per gli squilibri che essa determina – in forza dei trend demografici – sull’insieme della spesa sociale. Ed è la spesa pensionistica che deve essere attentamente monitorata nelle sue tendenze di lunga durata dal momento che gli effetti delle riforme – per loro natura – si muovono in una prospettiva di medio-lungo periodo.

Come viene prodotto, poi, questo colossale avanzo dell’Inps? Vi sono sicuramente delle cause principali e delle concause. Cominciamo da queste ultime. Vanno annoverate questioni come la lotta all’evasione e l’aumento ininterrotto (negli ultimi 8 anni) degli occupati. Ma le cause principali sono altre. L’aumento delle aliquote contributive su tutta la platea degli occupati disposto dal Governo Prodi nella legge finanziaria del 2007 ha determinato maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro. Ci sono poi i "grandi elemosinieri": la Gestione delle prestazioni temporanee (quella che, all’interno del Comparto dei lavoratori dipendenti, eroga le seguenti prestazioni: assegno al nucleo familiare, cigo, disoccupazione ordinaria, indennità economica di malattia e maternità, tbc) e la Gestione del lavoro parasubordinato. Queste due gestioni assommano complessivamente saldi attivi d’esercizio tra i 12 e i 13 miliardi. Che bellezza! Dirà il lettore. Possiamo risolvere tanti problemi visto che le risorse ci sono e abbondanti: migliorare i trattamenti destinati alla famiglia, fare la riforma degli ammortizzatori sociali, tutelare meglio i precari prosaicamente definiti parasubordinati. Niente di tutto questo, perché non è consentito destinare neppure un euro per migliorare le prestazioni per le quali si incassa strutturalmente di più di quanto si spende.

Quegli avanzi sono rivolti – nella logica del bilancio unitario dell’Inps – a "tappare i buchi" delle gestioni pensionistiche. Proprio così: nell’attuale fase storica le famiglie, i cassintegrati, i disoccupati, i precari sono forzatamente solidali con i lavoratori autonomi e con alcune categorie di lavoratori dipendenti non certo tra i più sfortunati, le cui gestioni pensionistiche sono in rosso sfavillante. (l'Occidentale)

domenica 22 marzo 2009

Ma i figli dei politicamente corretti leggono Biancaneve e i sette bassetti? Paola Vitali

Chissà che non vi sia un legame: da un lato una garbata presentatrice televisiva del canale britannico CBeebies, che si occupa con competenza di programmi per i più piccoli, ma che essendo visibilmente priva di un braccio, solleva indignazione e proteste da parte di molti spettatori adulti, preoccupati che i bimbi nel vederla sullo schermo ne siano spaventati. Dall’altro quei genitori (uno su quattro, secondo il sondaggio realizzato sempre in Inghilterra da TheBabyWebsite.com, che ha intervistato un campione di tremila mamme e papà) che alla sera evitano di leggere ai bambini le fiabe tradizionali (Hansel e Gretel, Cappuccetto Rosso, Bianvaneve) perché potrebbero impressionarsi troppo, e poi anche perché molte di queste sono proprio politicamente scorrette. Troppe cattiverie, troppe idee chiare e forti. Persino quei sette nani a seminare imbarazzo, mentre magari potrebbero essere definiti “individui di statura differente dalla media”. Pare infatti che un genitore su dieci si sia espresso in favore della proposta di cambiare titolo alla fiaba di Biancaneve perché la parola nano non sarebbe un termine sufficientemente rispettoso.

Per fortuna tre persone su quattro ancora ritengono che le favole tradizionali possano contenere messaggi educativi e veicolare principi morali, ben più delle storie per bambini di nuova generazione. Quei genitori che hanno pian piano abbandonato La Bella e la Bestia o Raperonzolo si sono buttati sulla zuccherosa banda di Winnie the Pooh o sul rassicurante mondo Disney. Eppure le fiabe classiche, con i buoni che trionfano sui cattivi anche dopo eventi tragici e violenti come un lupo che mangia una nonna e una bambina, o una vecchina che cerca di mettere nel forno due fratellini mollati dal padre per debolezza nei confronti di una perfida matrigna, lasciano spazio alla fantasia, alla gestione della paura, e alle infinite congetture dei piccoli nello sforzo di elaborare codici morali. Non presentano uno stucchevole mondo di armonia dove tutti si vogliono bene, non ci sono mai difficoltà reali, e il buonismo è una valanga incontrastabile.

Disabituati a sentir parlare normalmente dell’abbandono, della malattia, della morte, della naturale perfidia degli esseri umani, i bambini finiscono per trovarsi in difficoltà nell’incontro con questi aspetti della vita. Così di fronte a una signora con un braccio solo, quando rivolgono agli adulti che hanno accanto una spontanea e niente affatto imbarazzata domanda, chiedendo spiegazioni per quella evidente diversità, trovano genitori terrorizzati in primis per il possibile spavento dei figli. Tutti tesi a evitare loro turbamenti, incapaci di dare risposte serene e di abituare i piccoli a convivere con le cose che non sempre e non per tutti vanno per il verso giusto.
Se si osservano i bambini a contatto con la disabilità o con i devianti dalla media, la loro naturalezza è spettacolare, priva di sovrastrutture e soprattutto dei cretinismi del pensare da buoni a tutti i costi.

E se alle loro domande sugli individui differenti dai “normodotati” si risponde parlando con tranquillità di incidenti che possono anche capitare, di maggiore fatica a fare le cose che paiono così scontate a chi ha un meraviglioso funzionamento senza intoppi, si vedrà che reagiscono con una pacata accettazione della differenza.

Saranno i figli dei figli del politicamente corretto a spaventarsi per una persona menomata o per una storia serale dove ci sono i brutti e i cattivi, perché nessuno vuol crescerli nel quotidiano confronto con l’imperfezione o la sfortuna, e soprattutto nella sua accettazione. (l'Occidentale)

giovedì 19 marzo 2009

Una rete Rai senza pubblicità. Davide Giacalone

La proposta di togliere la pubblicità da una rete Rai, in modo da affrancarla dalla schiavitù dell’audience e restituirle l’occasione della qualità, è stata formulata da un ministro. Sandro Bondi, lo sanno tutti. Ma la notizia è imprecisa, perché fu Oscar Mammì, nel 1987. La contropartita immaginata consisteva nell’obbligo, per Fininvest (il nome originario di Mediaset) di cedere una delle sue tre reti. La proposta fu bocciata dai comunisti, per bocca di Veltroni (Natta avrebbe voluto ragionarci). Berlusconi, allora solo imprenditore, non vestì di certo a lutto.

Le cose presero una piega diversa, al governo arrivò il segretario della Dc, capo della sua sinistra, De Mita, e, con il contributo attivo del Pci, si stabilì che ciascuno si sarebbe tenuto le reti che aveva, con la pubblicità, mentre chi aveva giornali non poteva entrare in televisione. Il “nemico”, allora, era Agnelli. La storia è diabolica, per questo alcuni la falsificano e molti non la studiano.Ora la cosa riciccia a babbo morto, in un mercato post-duopolistico, tale anche perché quella legge non è mai stata applicata. Sottoposta, semmai, ad un calvario giudiziario dal quale emerse immacolata, ma oramai demolita. Ha un senso, nel mercato attuale e nel corso della digitalizzazione, parlare ancora di una rete senza pubblicità? Posto che si tratta di cosa ben diversa da quella di allora, la riposta richiede di mettere meglio a fuoco la domanda. Se ci si ostina a non cambiare la Rai, si deve trovarle delle specificità, qualcosa che giustifichi il fiume di denaro pubblico che da quelle parti viene quotidianamente incenerito. Diminuire la pubblicità, interrompere meno o per niente le veltroniane emozioni, può essere una strada. Limitata, però, perché nel mondo del digitale, prossimo venturo, è lo spettatore che sceglie i contenuti e, quindi, rivoluziona anche il mercato della pubblicità. Del resto, se ad un canale si toglie la pubblicità, delle due l’una: o la si aumenta sugli altri o (il cielo non voglia) si danno più soldi. Concordo con chi vuole toglierli ai baracconi falso-culturali, elargitori di serate per razza cafona e non pagante, ma non per darli al principe dei baracconi.Detto in breve: da molti anni, e per il futuro, non si sente il bisogno della Rai. Più che toglierle la pubblicità, va venduta.

lunedì 16 marzo 2009

Madoff, Cirio e Parmalat. Davide Giacalone

Tutti hanno pubblicato la notizia, ma senza commentarla, senza cercare di capirne il significato: Bernard Madoff, finanziere statunitense, entra in un’aula di giustizia, ammette di essere colpevole, di avere truffato e mentito al mercato, da lì si trasferisce in un carcere da dove rischia di non uscire più. E’ matto? Da noi non sarebbe mai successo, e la ragione va cercata nell’italica, scassatissima giustizia.
Madoff sapeva che l’accusa avrebbe dimostrato la sua colpevolezza. A quel punto poteva fare tre cose: a. spararsi; b. tentare di scappare, senza riuscirci (era già sorvegliato) o per essere ripreso; c. trattare. In un sistema accusatorio, come sono gli Usa e vorrebbe essere l’Italia, nel processo non si cerca la “verità”, ma c’è chi accusa e chi si difende, tanto da rendere ovvio che il giudice non può essere collega di nessuna delle parti. Se l’accusato ammette la colpevolezza il processo è inutile, lo Stato risparmia, gli riconosce la collaborazione e lo premia. Madoff, in attesa della sentenza, che sarà letta il 16 giugno, ha potuto scegliere in quale carcere andare. La pena sarà severa, ma meno che al processo. Da noi si nega sempre, perché conviene: a processarti ci mettono lustri, nel frattempo arrivano indulti e cambi di legge. Pensate a processi come Cirio e Parmalat.
Neanche confessando, si accelera. Da noi la confessione non chiude la partita: ha ucciso lei suo marito? Sì, l’ho fatto a pezzi e messo nel congelatore. Bene, facciamo il processo. E che lo facciamo a fare? Il reo confesso potrebbe mentire. A parte che mentendo commette un reato, anche nel caso Madoff le indagini continuano, solo che si libera il tribunale.
Al termine dell’udienza le parti lese gioivano. In Italia è già tanto se sopravvivono fino alla fine. Anche su di loro, però, si rifletta: Madoff non era una banca o un fondo pensioni, gestiva un sistema speculativo che assicurava (si fa per dire) rendite favolose. Gli investitori lo avevano scelto per avidità. Nel caso delle banche che avevano creduto in lui, l’avidità si è sommata all’incapacità. Le leggi tutelano dai criminali, e difatti il finanziere è e resterà in galera, ma il mercato punisce chi crede di potersi arricchire senza lavorare e senza rischiare. Madoff è colpevole, i suoi clienti, le sue “vittime”, non sono innocenti.

martedì 10 marzo 2009

"Capelli più grigi, per Obama i segni dello stress". Christian Rocca

Pensate che con questo titolo, Camillo abbia perso il lume della ragione e si sia messo a fare pezzi sui capelli grigi di Obama, come tutte le prime pagine dei giornali italiani di oggi? Sbagliate. La frase tra virgolette è un titolo del Corriere, ma uscì anche su tutti gli altri giornali, del 5 luglio 2008. Sì, avete capito bene. A Obama sono venuti i capelli bianchi già un anno fa e un anno fa tutti lo notarono e fecero pezzi sullo stress, sul potere eccetera eccetera. Ora di nuovo. Si potrà continuare così ogni anno, tutti gli anni, fino alla celebrazione del centesimo compleanno. (il Foglio)

Cemento e cervelli, cantieri e tribunali. Davide Giacalone

Attenti a non cementificare i cervelli ed aprire i cantieri in tribunale. L’opposizione è un disco rotto, Franceschini un verboso capo sezione a corto d’aggiornamenti. Ma al governo dovrebbero evitare d’annunciare un venerdì quel che vareranno il successivo, per giunta discutendone fra di loro, come capita con le pensioni delle statali.
I capitoli sembrano essere tre. Il primo riguarda l’edilizia popolare, prevedendo la costruzione di 5000 alloggi e la spesa di 550 milioni. Non è molto, ma è bene. Il secondo si riferisce alla possibilità di abbattere e ricostruire i vecchi edifici, non vincolati, con un premio del 30% sulla cubatura. Non solo è bene, ma la sinistra ha subito pensato alle ville dove vacanzeggiano i propri dirigenti, mentre la cosa è interessante per riparare gli sfregi inferti alle periferie, dove italiani normali abitano edifici fatiscenti. Ogni ipotesi di scempio paesaggistico è esclusa. Sarebbe “de sinistra” applaudire, non atteggiarsi a nemici dei “palazzinavi”, ovvero dei costruttori non concretamente amici. Il terzo capitolo non l’ho capito: si potranno ampliare gli appartamenti del 20%. Immagino soppalchi e verande, ma trattandosi di un provvedimento governativo e non di un concorso d’architettura creativa, sarà meglio che spieghino.
Osservo, però, che è un gran bene semplificare la burocrazia, salvo ricordare che non esiste solo il conflitto fra cittadino e Stato, ma anche quello fra cittadini. Se quelli del piano di sotto tirano via un muro maestro, o quelli accanto trasformano in bunker la terrazza, mi tocca rivolgermi al giudice. E lì ci rivediamo fra dieci anni, quando avranno condonato l’abuso ed indultato l’assassinio condominiale. Ove, al governo, abbiano un modo per evitarlo, lo dicano.
Il detonatore della crisi è stata l’esplosione della bolla immobiliare. I cittadini italiani sono poco indebitati, quindi è saggio chiamarli ad investire nell’abitazione, anche accendendo mutui. Siccome si sente il rumore delle stamperie americane ed inglesi, intente a sfornare banconote, è ragionevole prevedere che la ripresa porterà inflazione. Se i mutui saranno indicizzati, quelle famiglie soccomberanno. Se non lo saranno le banche finanzierebbero la stanza degli ospiti, o lesinerebbero quattrini. Una parola di chiarimento, non guasterebbe.

lunedì 9 marzo 2009

8 marzo. Davide Giacalone

Mimosa per tutte, auguri. C’è poco da festeggiare, però, perché le donne sono la misura di quanto sia arretrato il nostro mercato del lavoro e umiliato il merito. Per metterla in positivo: sul lavoro femminile potrebbe misurarsi la volontà e la capacità di cambiare l’Italia, rendendola più giusta e più ricca. Quel che segue non ha nulla di politicamente corretto.
Le lavoratrici italiane godono di molte protezioni, con il risultato che sono poche. In Europa solo Malta ha una percentuale inferiore di donne al lavoro. Dal punto di vista culturale battiamo i Paesi islamici, ma già perdiamo con l’Africa sub sahariana. Restano forti sperequazioni interne: il nord sarebbe sopra la Spagna, il sud sprofonda. In Francia, per citare un esempio, le lavoratrici hanno meno garanzie, anche per la maternità, ma sono più numerose. Il loro interesse e quello del mercato coincidono: non si deve proteggere “quel” posto di lavoro, ma offrire a chi lo desidera la possibilità di lavorare. Le protezioni che abbiamo adottato si ritorcono contro le donne, ma prima di tutto ne sanciscono la sconfitta culturale, perché presuppongono che la figliolanza sia faccenda loro. Una specie di angelo del focolare in salsa welfare state. Invece si deve investire nel sostegno alle famiglie, con più attenzione ai figli, cui offrire scuole selettive, non depositi.
Poche sono le lavoratrici in posti di comando. Perché, fra l’altro, da noi la relazionecrazia soffoca la meritocrazia, ed i maschi sono, fra loro, più solidali delle femmine, e perché molte lavoratrici si trovano nel settore pubblico, pensando al reddito ed al momento d’uscire. Fra qualche anno avremo, nelle aule di giustizia, i tribunali al femminile e l’avvocatura a tradizionale prevalenza maschile. Non vocazioni contrapposte, ma lavoro protetto contro libera professione. Nelle scuole è già accaduto. Posto che, mediamente, le ragazze escono dagli studi meglio preparate dei ragazzi, dovrebbero essere in prima fila a chiedere di premiare chi sa e sa fare, a parità di diritti e doveri, quindi anche di protezioni.
E’ stupido, invece, difendere il pensionamento anticipato delle statali, perché conferma il peggio di quanto detto, facendo coincidere femminilizzazione con statalizzazione. Prospettiva orrida, che costa a tutti e penalizza le donne.

sabato 7 marzo 2009

Le indagini e la stampa carente. Valerio Fioravanti

Ci risiamo, la polizia scientifica non riesce a trovare prove risolutive, e la stampa, invece di prenderne semplicemente atto, si sente in dovere di supplire alla scienza con la fantasia, con i pareri personali dei giornalisti, o più spesso, semplicemente, con la superficialità. Hanno arrestato due rumeni con l’accusa di stupro, e una volta fatte le prime analisi si scopre che il Dna non corrisponde. Cosa ci dicono i media? Che il test Dna dovrà essere ripetuto. E nessuno trova che ci sia qualcosa di strano. Che vuol dire ripetere un test che si presume essere scientifico? Che era fatto male la prima volta? Una ipotesi del genere è terrificante: se i nostri specialisti sbagliano due test su due, che razza di specialisti sono? E soprattutto, se la percentuale di errore è così alta, con che criterio usiamo i loro risultati in altri procedimenti penali come “prove inoppugnabili”? Era già successo a Cogne, a Garlasco, a Perugia, a Trieste con il presunto Una Bomber. In questi casi la stampa avrebbe dovuto spiegare al pubblico che ci sono dei limiti a quello che la scienza può scoprire, e soprattutto che ci sono dei limiti a quello che i nostri tecnici possono scoprire se non vengono fatti massicci investimenti economici in attrezzature e formazione. Invece no, si riprende l’antica passione italiana, e ognuno si schiera tra innocentisti o colpevolisti, e lo si fa più che altro basandosi sulle impressioni, sulle simpatie o antipatie, sul pressappoco. Adesso, nel caso dei due stupratori, come a supplire al fallimento del test del Dna si dice che un’altra donna avrebbe riconosciuto in foto uno dei due. Aberrazione nell’aberrazione. Come si può prendere sul serio il riconoscimento fotografico fatto su una persona che nel frattempo è stato mostrato su tutti i giornali e tutte le televisioni centinaia di volte? Il riconoscimento fotografico andava fatto prima, non adesso. Se le forze dell’ordine avessero resistito alla tentazione, umanissima ma sbagliata, di esibire davanti alle telecamere i loro trofei, oggi non correremmo il rischio di veder invalidate le indagini. E se non le invalidano sarà anche peggio, almeno per quella cosa astratta ma fondamentale che è il “Diritto”. Ma è di questo che dovrebbe parlare la stampa, del fatto ad esempio che tutti i politici preferiscono stanziare semplici aumenti a pioggia per tutti i poliziotti, che portano più voti, piuttosto che fare investimenti massicci sulle nuove tecnologie, che portano magari più risultati, ma pochi voti. Di queste ed altre cose si dovrebbe parlare, non dare la stura alle congetture. (l'Opinione)

giovedì 5 marzo 2009

Così la sinistra crea le scuole ghetto. Mario Giordano

Adesso le classi ghetto ci sono davvero. Colpa dei rozzi leghisti? Degli insensibili lumbard? Colpa del cuore celtico di qualche amministratore cresciuto a pane, gorgonzola e Padania? Macché. Al contrario. Le classi ghetto nascono grazie al buonismo della sinistra, al politicamente corretto in salsa rossa, alle nenie ipocrite in stile Livia lacrimans Turco e Rula Jebreal. E mi piacerebbe vedere che cosa dicono adesso questi esemplari del falso in rilancio, dietro quale bugia andranno a nascondersi per spiegare il loro clamoroso autogol: dicevano di no alle classi ponte? Perfetto: adesso abbiamo le classi speciali. Dicevano di no alle quote per stranieri? Perfetto: adesso abbiamo la fuga degli italiani. E chissà se questo piccolo choc, questo ennesimo risultato opposto rispetto ai principi sbandierati e dichiarati, non porti un po’ di luce dentro il buio della loro retorica. E non dia finalmente la sveglia alle belle addormentate nel bosco dei finti sentimenti.
La notizia del giorno la trovate a pagina 3 ed è facile da riassumere: a Milano, elementare Paravia, il prossimo anno ci sarà una prima classe composta solo da alunni stranieri. Un caso isolato? Macché: succede anche a Torino (elementare Fiocchetti), mentre alla Pisacane di Roma c’è una classe che il prossimo anno prevede tutti scolaretti stranieri tranne uno italiano. Siamo pronti a scommettere il collo, cui pure siamo piuttosto affezionati, che nel giro di qualche settimana anche l’ultimo mohicano tricolore della Pisacane annuncerà il suo ritiro. E siamo pure pronti a scommettere che situazioni del genere si ripeteranno altrove.
Il problema degli stranieri nelle scuole, in effetti, non solo è reale ma diventerà sempre più serio. Nel 1982 gli studenti non italiani erano seimila in tutto il Paese, dieci anni fa erano poco più di 50mila. Oggi sono oltre 600mila, cioè il 7 per cento del totale. La crescita è esponenziale: nel 2011 saranno oltre un milione. Già oggi in molte zone d’Italia la percentuale di stranieri iscritti a scuola è molto superiore alla media: nelle grandi città si supera facilmente il 50 per cento (alla scuola Di Donato di Roma per esempio: 52 per cento, con il record di 56 nazionalità diverse). Ma non è raro trovare classi che sfondano il tetto del 70 per cento, e anche dell’80 per cento. Fino, appunto, ad arrivare al caso limite: 100 per cento stranieri.
È inevitabile: anche perché se in un istituto aumentano i compagni romeni, albanesi o marocchini, gli italiani ritirano i loro figli e li iscrivono altrove. Magari non è bello da dirsi, però è così. Accade. Del resto, se una classe si riempie di stranieri che non sanno nemmeno una parola d’italiano, come fanno gli insegnanti a svolgere il programma? Tirare diritto non si può. Andare avanti e bocciare chi non ce la fa? Non si deve, non si usa. E così tutti fermi. Tutti in coda dietro l’ultimo banco. E se gli alunni (tutti gli alunni) arrivano in seconda elementare senza sapere la differenza fra l’acca e un soprammobile? E se arrivano in terza elementare convinti che la q sia un segno grafico da tenere sul quore? Non è un piccolo disastro? Non sono carriere scolastiche compromesse fin dall’inizio? E i genitori non hanno forse diritto di preoccuparsi di tutto ciò e di cercare soluzioni alternative?Le buoniste con o senza testa, le lacrimanti dei salotti radical chic, magari non se ne accorgono perché i salotti radical chic stanno in centro e non in periferia, e loro magari non accompagnano i figli alla scuola Paravia o alla Pisacane. Ma se almeno avessero la bontà di leggere le ricerche del ministero scoprirebbero che il 42 per cento degli studenti stranieri è in ritardo con gli studi. E alle superiori la percentuale sale al 71 per cento. La commissione istituita per combattere il bullismo scrive inoltre che, negli episodi di violenza in classe, «il ruolo di vittima o di carnefice è quasi sempre assunto da ragazzini stranieri, ovvero quelli maggiormente esposti al senso di emarginazione che genera questi comportamenti». Non è legittimo che un genitore voglia togliere i propri figli da queste situazioni? Non è legittimo che speri per i suoi bambini una preparazione migliore?
A Mestre, qualche mese fa, i genitori della scuola Giulio Cesare hanno inscenato una protesta, poi hanno ritirato i bimbi da scuola. All’istituto Gabelli di Torino è successo lo stesso. Si tratta di un fenomeno carsico, costante, quotidiano, che solo a volte finisce sui giornali. Come porre rimedio? Quando sono state proposte «classi ponte» per permettere agli scolari stranieri di mettersi al passo con gli italiani, come accade in tutto il mondo, le anime belle hanno scatenato la polemica: «Così si creano ghetti». Quando viene proposto un tetto di stranieri per classe (del 20 per cento a Como, del 30 per cento a Bolzano...) le anime belle scatenano la polemica: «Così si creano ghetti». Risultato: non si fa nulla. E così si creano davvero ghetti. Nelle scuole senza ponti e senza tetti restano solo i muri, quelli sì invalicabili, eretti dall’ipocrisia e dalla stupidità. (il Giornale)

lunedì 2 marzo 2009

Cacicchi sindacali e diritto di sciopero. Davide Giacalone

Prima di assistere all’ennesimo scontro, forsennato ma sul nulla, è bene, a proposito di scioperi, fissare tre paletti: a. i sindacati non rappresentano i lavoratori, visto che gli iscritti sono in maggioranza pensionati e presso la popolazione attiva si aggirano attorno al 25%, presi prevalentemente nel settore pubblico (se ragionassimo in termini di Pil, ci sarebbe da ridere), b. i lavoratori iscritti sono pochi, ma i sindacati sono tantissimi, e si fanno concorrenza fra di loro proclamando scioperi e proteste varie, non a caso demenzialmente contabilizzate per migliaia annue; c. i cittadini non sanno mai perché si proclamano gli scioperi, né gliene importa granché, subiscono il rito e ne pagano i danni.
Per capire se il governo ha imboccato la strada giusta si devono tenere fermi due principi costituzionali: 1. l’organizzazione sindacale è libera (articolo 39); 2. i lavoratori hanno diritto di scioperare (40). Siccome tale diritto deve essere regolato dalla legge, l’intervento governativo è legittimo, oltre che doveroso. Ma non chiarissimo. Per esempio: gli scioperi devono essere proclamati da chi ha almeno il 50% della rappresentanza. Letta così, è come dire: nessuno. Per “rappresentanza”, però, s’intende non i lavoratori iscritti, ma una quota fra questi. Insomma: chi ha la metà di una minoranza. Non è bello, anche perché sembra studiato per dare una mano ai grossi, anzi, li si spinge a star fra loro appiccicati.
Il problema vero è che i lavoratori non sono rappresentati. Pertanto, ho una proposta, che non si limita ai soli trasporti: applichiamo la Costituzione. Così voglio vedere la sinistra cosa s’inventa. Applichiamola dove dice (39) che i sindacati devono essere registrati e che per esserlo devono avere un ordinamento democratico e trasparente. Da noi sono monarchie burocratiche, finanziate in assenza di bilanci leggibili, con iscritti non verificabili, governate da autocrati che terminano la carriera prendendo la pensione da parlamentari. E marameo a tutti gli altri. Si fece anche un referendum sul loro finanziamento, poi aggirato con la complicità di Confindustria.
Vedrete che, una volta affrontato, seriamente, il problema della rappresentanza, anche la conflittualità diminuirà e gli scioperi serviranno a protestare, non a dimostrare d’esistere.

mercoledì 18 febbraio 2009

Ci ha lasciato col Tonino acceso. Vittorio Macioce

Viene quasi da ridere, in questo ventunesimo secolo dove la realtà è una macedonia di frammenti, la sinistra porta il nome e il cognome di un ex poliziotto: Tonino Di Pietro. Basta poco per raccontare il miracolo veltroniano. Basta questo. Il resto è la biografia di un fallimento. Walter Veltroni, raccontano i suoi amici, non è mai stato un lottatore. È il suo punto debole. È un uomo che deve sentirsi amato, come la versione italiana di certi poster globali. Veltroni soffre le personalità dure, decise, i cinici e i contadini. Quest’uomo era la speranza della sinistra raffinata, con una mano sul cuore e i mercatini vintage dietro piazza San Giovanni, un po’ equa, un po’ solidale, disgustata, sofferente, che mangia Sacher Torte e non va da McDonald’s, spesso ricca, come i figli di architetti, assessori e giornalisti fotografati, e scarnificati, nella Torino di Culicchia. Veltroni era il simbolo di ciò che resta di una certa cultura del Novecento, quella che si racconta moderna, ma vive di nostalgia: elitaria, oligarchica, lontana dai precari e dagli operai, velleitaria, senza carisma, con un retrogusto di muffa e di retorica. Quella con i libri giusti, in biblioteche tutte uguali, dove non spunta mai uno scrittore a sorpresa, un romanzo fuori posto. Veltroni, per questi figli del Novecento perduto, era come un vecchio amico, qualcuno che magari non ti affascina più, ma di cui ti puoi fidare.
Il fallimento di Veltroni è il segno che questa sinistra è ormai fuori dalla storia. È una finzione letteraria. È una madeleine, un club di statue di cera, che si porta dietro qualcosa di patetico, come una partita di calcio in bianco e nero, con la retorica delle magliette di lana senza sponsor e i numeri dall’uno all’undici. Tutto questo condito con una certa dose di masochismo, che ricorda l’Inter delle tante sconfitte, con i tifosi che si crogiolavano nell’etica del pessimismo. Questo è stato il Pd di Veltroni, la sua creatura. Ci aveva messo dentro tutte le parole che si possono trovare su Google alla categoria “frasi celebri”, una sorta di baci perugina della politica. Tutto spazzato via. Inutile, fragile, retorico, banale. Dannoso. Forse alla fine lo stesso Walter si è ribellato al suo masochismo e ha scelto di lasciare con una frase, questa volta, sincera: «Basta farsi del male». Il guaio è quello che resta. È il suo fallimento.
Il guaio è che questa sinistra moribonda si è lasciata succhiare il sangue, giorno dopo giorno, da un vampiro giacobino. Quello che resta, a sinistra, è Di Pietro, le sue manette, le sue piazze di comici e saltimbanchi, l’astio, il livore, le parole sempre più grezze e grosse, l’astuzia contadina, il giustizialismo. È lui l’opposizione. È la sua voglia di guerra civile. È l’antiberlusconismo come religione. Lo dice anche Di Pietro: «Noi siamo l’unica opposizione rimasta nel Paese. Quando uno non decide se essere maschio o femmina finisce per non essere nessuno». Questa è la filosofia dell’uomo di Montenero di Bisaccia (con buona pace dell’identità gay). Ecco, alla fine Veltroni è rimasto nudo, orfano delle sue maschere. Sono caduti uno alla volta tutti i suoi vestiti, come foglie d’autunno: via Obama, via Kennedy, via Clinton, Blair, Martin Luther King, Gandhi, via anche Madre Teresa di Calcutta, via il missionario, via l’Africa, via tutto. È rimasto solo lui, la maschera non voluta, l’uomo che ha cannibalizzato i suoi voti, le sue tante identità, la sua visione del mondo. È rimasto il poliziotto, il pubblico ministero, quello con l’indice alzato e la forca all’orizzonte. Veltroni è riuscito a cancellare anche l’odore della sinistra. È questo il suo più grande, paradossale, assoluto fallimento. Sognava Obama e ha partorito Di Pietro. Qui finisce l’avventura di Walter Veltroni. Lui magari andrà in Africa e lascia l’Italia con un Tonino acceso tra le mani. (il Giornale)

martedì 17 febbraio 2009

Stupri e fisco. Davide Giacalone

C’è un filo rosso che lega gli stupri al fisco, quello dell’impotenza e dell’incattivimento sociale. Meno si è capaci di rimediare, più si sollecitano esagerazioni. Circa gli stupri le si spara sempre più grosse: ma sì, lasciamo che la gente metta le mani addosso a questi animali, castriamoli, così volendo tener duro rispetto al dilagare dell’immigrazione clandestina, volendo preservare le nostre specificità culturali, accediamo direttamente alle punizioni corporali, di marca islamica. Alziamo il tiro, lo dice anche il governo: niente arresti domiciliari per gli stupratori. Giusto, bene, in galera, e buttiamo la chiave. Già, ma chi sono, gli stupratori? Di norma, nel mondo civilizzato, sono quelli di cui è stata riconosciuta la colpevolezza, a seguito di un regolare processo. E quelli, anche da noi ed a legislazione vigente, non stanno a casa, ma in carcere. Solo che, piccolo particolare, noi il processo non sappiamo farglielo.
Le condanne, se arrivano, raggiungono persone libere, che magari hanno stuprato altre volte. E non importa un fico secco se la custodia cautelare l’hanno fatta in carcere od a casa, tanto saranno poi liberati. Far funzionare la giustizia, però, richiede riforme serie, risposte dure alle corporazioni, che hanno strarotto l’anima. Non se ne è capaci? Allora si fa credere al popolo irato che inasprendo le pene si otterrà qualche cosa. Falso.
La Cgil vuol aumentare le tasse ai redditi alti. Non sono sindacalisti, piuttosto cimeli della lotta di classe. I redditi alti, oggi, non sono tassati, sono espropriati. I cittadini onesti lasciano al fisco più della metà di quel che guadagnano. Ma che ne sanno, i papaveri sindacali? Campano a spese della collettività, facendo i nababbi scarrozzati, con redditi falsamente bassi. La progressività della tassazione è un principio giusto, oltre che costituzionalizzato, ma le aliquote sono da rapina. Se avessero sale in zucca, questi burocrati della rendita, dovrebbero chiedere meno tasse per tutti, a cominciare dai più disagiati. Il che comporta meno spesa pubblica e riforme serie. Siccome non sanno neanche pensarle, ecco che soffiano sul fuoco dell’invidia sociale.
La congrega degli incapaci sollecita la rabbia collettiva, per indirizzarla contro fantocci ideali. Allevano un mostro, che non sapranno gestire.

venerdì 13 febbraio 2009

Contro le forze dell'oscurità. Carlo Stagnaro

Alle 18 accendete la luce. Alle 18 non ascoltate la voce di chi, porgendovi il miele sulla lingua biforcuta, spaccia per battaglia ecologica la scelta, anche simbolici, di ingranare la retromarcia della storia. La trasmissione di Radio 2 Caterpillar si è inventata - facendo grave torto a Ungaretti - la campagna "M'illumino di meno", con la quale chiede agli italiani di spegnere la luce, per sensibilizzare l'opinione pubblica ai temi del risparmio energetico. Cazzate. Cioè, loro ci credono sul serio, ma sono cazzate. Cazzate pericolose. Perché insinuano sottotraccia il dubbio che si stava meglio quando si stava peggio. Che per salvare il mondo, bisogna sacrificare la civiltà. In fondo, se il mondo è in pericolo a causa dei consumi energetici, due e due soli sono i responsabili: troppa gente consuma troppo o, se preferite, troppa gente sta troppo bene. Quindi, l'ideale a cui tendere è che meno gente stia meno bene. E' questo che voleve, è questo che vogliamo? No. Il progresso - come nota un editorialino sul Foglio di oggi - "consiste proprio nella lotta contro le tenebre, in tutti i sensi, concreti e figurati del termine". Ed è significativo che, per convincere la popolazione a sacrificare una quota simbolica del suo benessere oggi, allo scopo di attuare politiche che sacrificherebbero una quota ben maggiore del nostro benessere domani, si faccia leva sulla più ancestrale delle paure: la fine del mondo. La paura è la via per il lato oscuro. (Realismo Energetico)

sabato 7 febbraio 2009

Delitto Fortugno, la sentenza senza teoremi. Lino Jannuzzi

La Corte d’assise di Locri, dopo un processo durato 21 mesi con 112 udienze e 300 testimoni, ha condannato all’ergastolo i mandanti e gli esecutori dell’omicidio di Domenico Fortugno, medico e vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, ucciso la sera del 16 ottobre del 2005 mentre votava per le primarie dell’Unione. I giudici hanno confermato la tesi dell’accusa: i mandanti dell’omicidio sono stati Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale di Locri, e suo figlio Giuseppe, e il movente del delitto sarebbe stato tutt’altro che politico-mafioso, tanto che la Corte non li ha condannati per associazione mafiosa, né ha tenuto gran conto che Marcianò era anche il galoppino elettorale di un candidato della Margherita, Domenico Crea, che era stato superato nelle preferenze da Fortugno ed è entrato nel Consiglio regionale solo in virtù dell’assassinio di quest’ultimo. In sostanza Marcianò ha organizzato l’omicidio soltanto perché il potere che Fortugno aveva assunto entrando in Consiglio regionale e diventandone presidente metteva in crisi gli equilibri interni all’ospedale di Locri.

Questo livello “minimalistico” del mandante, dei killer e del movente ha deluso e ha lasciato insoddisfatti la vedova di Fortugno, Maria Grazia Laganà, diventata dopo il delitto parlamentare del Pd, e i ragazzi di Locri, quelli dell’associazione “Ammazzateci tutti”, che hanno disertato l’aula del processo al momento della lettura della sentenza, come del resto tutti i politici (c’era un solo parlamentare, l’onnipresente Beppe Lumia). Intervistata subito dopo, la vedova Laganà ha dichiarato di non aver mai considerato Marcianò un mandante, “semmai un organizzatore”, e che “i mandanti vanno cercati più in alto”, e che “il movente è politico” e che “va al di là della politica locale”.

Verrebbe fatto di rimpiangere che gli inquirenti di Locri non si siano avvalsi, come i loro colleghi di Catanzaro, della consulenza di Gioacchino Genchi: questi sarebbe stato certamente in grado, attraverso gli incroci di migliaia di tabulati delle telefonate intercorse tra i Marcianò e i killer e tutti coloro che, a partire da sette anni prima del delitto, avevano parlato al telefono con loro e tra di loro, di risalire molto “in alto”: come ha fatto nell’inchiesta “Why not”, dove partendo dall’unico indagato, quel Saladino della Compagnia delle Opere, è risalito, oltre che a molti parlamentari e magistrati e agenti segreti, fino al ministro della Giustizia Clemente Mastella e al presidente del Consiglio Romano Prodi e al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino, e sarebbe potuto risalire fino al Papa.

Perché questa è stata in tutti questi anni la forza di Genchi, quella che lo ha fatto preferire da tanti magistrati, e soprattutto da quelli di Palermo, pur trattandosi non di un poliziotto in servizio (che intercetta gratis), ma di un privato cittadino che è costato fior di milioni di euro: il “sistema Genchi” è quello che si presta perfettamente a sostenere i teoremi di quei professionisti dell’Antimafia che sono sempre a caccia dei “mandanti esterni” e dei “mandanti occulti” e dei “complotti” e dei “comitati d’affari” e della “rete massonica-politico mafiosa”. Se gli inquirenti di Locri si fossero avvalsi della consulenza (e dei “consigli”) di Genchi, dal capo sala dell’ospedale di Locri sarebbero potuti risalire fino al Consiglio superiore della Sanità e al ministro della Salute e delle Politiche sociali e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che lo sente continuamente al telefono, e, perché no?, al presidente della Repubblica: oggi sui giornali avremmo letto che nell’assassinio di Fortugno è, in qualche modo, implicato il Quirinale. (il Velino)

giovedì 29 gennaio 2009

Non si può solo piangere. Vittorio Macioce

È facile fare l’imprenditore con i soldi degli altri. A Milano c’è una libreria un po’ anarchica. Il proprietario è un ragazzo piuttosto scettico sulle sorti del mondo, che in questi giorni di incentivi pubblici e auto da rottamare si è messo in testa di rileggere La rivolta di Atlante di Ayn Rand. Ogni pagina che sfoglia è una mezza bestemmia, contro gli imprenditori italiani che non sono come quelli del romanzo. Non rischiano. Non hanno senso del dovere. Non si prendono responsabilità. Dice: «Qui i profitti sono privati e le perdite sono di tutti». E poi cita una di quelle massime che piacciono ai romantici del liberalismo: «Il capitalismo senza perdite è come la religione senza inferno». Il libraio dice che non è questione di destra o di sinistra. Ma di etica. E ti cita il caso dell’olandese Philips: «Fa un solo trimestre in rosso, dopo anni di vacche grasse, e subito spedisce a casa seimila persone. Ti pare giusto?».
In questi giorni c’è tanta voglia di Stato. Forse un po’ troppa. Gli imprenditori ogni tanto dovrebbero, invece, metterci la faccia. Non si può sempre piangere con la scusa che è arrivata la bufera. Qualche segnale in controtendenza arriva da due poli opposti. La Coop, per esempio, sta facendo una campagna per dire: la crisi la paghiamo noi. E ha abbassato del 20 per cento il prezzo dei 100 prodotti più necessari. Mediaset Premium ha scelto di non scaricare sui clienti l’aumento dell’Iva. Tutto questo basta per superare la crisi? No, è chiaro. Ma almeno sottolinea una filosofia alternativa al piagnisteo.
È chiaro che questa crisi sta mandando in soffitta tutte le vecchie certezze. Basta guardare il terremoto che ha colpito il settore auto. È come se fosse crollato il simbolo del capitalismo novecentesco. L’auto era una sicurezza. L’auto era il progresso. Ora è in ginocchio. Le grandi case chiedono aiuto, disperate. Solo che si sono dimenticate anni di salari bassi, con la scusa dell’inflazione, della competitività, dei cinesi, dell’euro e dei conti pubblici. Tanta pazienza e poi ti sbatte in faccia la crisi dei mutui. Neppure Giobbe.
La Marcegaglia ora fa sapere che in Italia, nei primi tre mesi del 2009, è previsto un calo degli ordini del 60 per cento. E subito scatta la questione sociale: 300mila disoccupati in più. Quindi, via con il valzer degli aiutini di Stato. Anche l’edilizia soffre e gli elettrodomestici, e via via tutti gli altri. Ecco la vecchia equazione che ritorna. Il tutto condito con un po’ di retorica ambientalista: incentivi solo alle macchine che non inquinano. È questa patina etica che infastidisce. Gli imprenditori dell’auto non chiedono soldi perché non riescono a vendere i loro prodotti, ma per salvare il mondo. È molto comodo questo ragionamento. Lo sappiamo tutti. Gli incentivi ci saranno. Il costo sociale sarebbe troppo alto. Ma almeno non prendiamoci in giro. Qui a rischiare sono sempre gli stessi: artigiani, commercianti, piccole imprese e lavoratori flessibili. Quelli che quando c’è crisi pagano in prima persona e sulle spalle hanno solo paracaduti stracciati. (il Giornale)

lunedì 26 gennaio 2009

Siamo tutti segnati sulla rubrica del Grande Fratello. Carlo Panella

Gioacchino Genchi, ha accumulato una quantità esplosiva di intercettazioni, tabulati, numeri telefonici: chi dice 350.000, chi 578.000. Forse non sono registrazioni, ma solo elenco di contatti. Anche di parlamentari, di Pollari, di De Gennaro. Di chiunque. Genchi, per incarico di De Magistris, sa chi ha telefonato a chi. Insomma, ha compilato la rubrica del Grande Fratello! In Italia, infatti, un Pm può intrufolarsi ovunque, non per sanzionare reati compiuti, ma per “ipotizzarli”, anche per inventarseli –come ha fatto De Magistris- collegando logicamente, numeri di telefono tra “sospetti”. La rete dei controlli telefonici intrappola la vita di chiunque e questo permette a certi Pm di sfornare a ritmo continuo teoremi accusatori. Lo schema De Magistris-Genchi è semplice: l’inquisito Tizio, telefona a Caio, quindi… tutti quelli che telefonano a Tizio e poi a Caio, sono inquisibili. Poi, si inventa l’ennesima Cupola, si conquista così la prima pagina e magari –se altri magistrati, o anche il Csm, smontano tutto- ci si dichiara vittime e –Di Pietro tronituante- l’effetto politico è acquisito. Il tutto, contro ogni principio di diritto. Ci si chiederà: come è possibile? Semplice: dal 1994 la sinistra impedisce che si metta riparo a questo orrore. E perché? Beh, chi ha letto Orwell lo sa: il Grande Fratello che lui denuncia, non è affatto il mega computer. E’ Stalin, è la sua concezione della società e dello Stato. Triste doverlo constatare dopo tanti decenni, ma altra spiegazione sulla follia del compromesso storico tra sinistra e Pm, non c’è. (il Tempo)

venerdì 16 gennaio 2009

Jan Palach come il "Che". Valerio Fioravanti

Avevamo letto distrattamente di Mario Capanna che proponeva di rendere omaggio a Jan Palach, sembrava solo l’ennesimo caso di improntitudine della sinistra che tutto sussume a se. Invece no, c’è di più. Dopo essersela cavata dicendo semplicemente che “non avevamo compreso il gesto di Palach”, così Capanna conclude il suo articolo su Libero: “Il sacrificio di Jan Palach è emblematico come quello di Che Guevara. Tutti e due non si limitano a parlare di ciò in cui credono: ci impegnano la vita. Onore, per sempre”. Accidenti, il povero Palach suicidatosi per protesta contro l’invasione sovietica, accomunato a colui che invece quell’invasione andava in giro ad espandere! Un ragazzo anticomunista che ha esercitato violenza solo contro se stesso, accomunato ad un guerrigliero che ha sparato in mezzo continente. Proprio la stessa cosa. Per noi può anche andar bene, ma allora Capanna vigili che quando qualcuno dice che c’erano persone per bene e in buona fede sia a Salò che nella Resistenza, non si gridi più allo scandalo. Mica solo quelli di sinistra possono sempre aggiustarsi tutto. (l'Opinione)

giovedì 15 gennaio 2009

"Ebrei? Scimmie". Ecco il rifiuto arabo. Antonio Donno

Qualsiasi conciliazione fra palestinesi e israeliani è impossibile per esplicito disegno dei primi. Che nutrono un odio assoluto per i secondi. Ed è tutta questione di religione, non di terre irredente. Lo dice Benny Morris

Chi si ricorda più di Yasser Arafat? Il “padre del popolo palestinese” è caduto completamente nell’oblio. Negli uffici dell’ANP o di Hamas c’è la foto sui muri, ma è difficile credere che quell’immagine rappresenti oggi per i palestinesi, popolo e dirigenti, una fonte d’ispirazione reale. D’altro canto, i sostenitori occidentali del raìs sembrano voler cancellare dai propri proclami qualsiasi riferimento a lui: un’eredità pesante, un simbolo di sconfitta, ma soprattutto un emblema di autosconfitta.Si tratta di un caso veramente unico nella storia dei movimenti di liberazione nazionale. Il leader, infatti, è sempre il leader, nella vittoria e nella sconfitta, il suo esempio è comunque sempre un riferimento inestinguibile, un incitamento alla lotta, la speranza vera. Ma Arafat ha fatto eccezione. Già nella corposa biografia dedicatagli da Barry Rubin e da Judith Colp Rubin, Arafat. L’uomo che non volle la pace (trad. it., Mondadori, Milano 2005), apparivano tutti gli elementi di un declino autodistruttivo, i caratteri di una doppiezza foriera di esiti negativi, una sorta di cupio dissolvi paradossale per il capo di un movimento teso a un obiettivo storico quale quello di dar vita a una patria palestinese. È quindi importante, oggi, alla luce della storia e degli esiti attuali di quella vicenda, ripercorrere la storia di Arafat e del suo rifiuto.

Antisemitismo come piovesse
Perché questo è il punto cruciale: il rifiuto. Il concetto apparve per la prima volta all’inizio degli anni Sessanta, quando il marxista Maxime Rodinson pubblicò in Francia un libro che in Italia arrivò, solo nel 1969, con il titolo Israele e il rifiuto arabo. La tesi di Rodinson era che il rifiuto arabo era ben giustificato dalla prepotenza perpetrata dai sionisti sulla comunità palestinese, una prepotenza alimentata dall’imperialismo statunitense e, nel complesso, dall’indulgenza internazionale verso l’impresa ebraica. La questione religiosa – che sarebbe diventata cruciale nei decenni successivi – era allora quasi del tutto assente dal testo di Rodinson.E invece il trascorrere dei decenni e il fallimento degl’innumerevoli tentativi di giungere a una pace definitiva hanno dimostrato che lo scontro tra il mondo arabo e quello ebraico aveva radici essenzialmente religiose, nel rifiuto da parte islamica di accettare la presenza dell’elemento giudaico all’interno del proprio mondo. Così, l’esodo dei palestinesi, dopo la guerra del 1948-49, dai territori assegnati dalle Nazioni Unite al futuro Stato ebraico non fece che acuire sino alla spasimo l’umiliazione araba per una perdita considerata inaccettabile dal punto di vista della coerenza della tradizione religiosa nel contesto mediorientale. Né il rimpallo delle responsabilità di questo esodo poteva cancellare la questione di fondo: il rifiuto era di carattere religioso, e l’antisemitismo islamico si alimentava del disprezzo e dell’odio verso i giudei.

Lo shock di Camp David
Perciò, l’ammissione dello stesso Abu Mazen, braccio destro di Arafat, fatta nel 1975 sull’organo ufficiale dell’OLP Falastin al-Thawra, non poteva avere alcun significato pratico: «Gli eserciti arabi entrarono in Palestina per proteggere i palestinesi dalla tirannia sionista, ma al contrario li abbandonarono, li costrinsero a emigrare e a lasciare la propria terra, imposero loro un blocco politico e ideologico e li gettarono in prigioni simili ai ghetti in cui gli ebrei usavano vivere nell’Europa Orientale». Il problema della terra, dunque, era soltanto un mascheramento della vera questione di fondo: il rifiuto arabo di accettare in terra islamica i giudei, “figli di porci e scimmie”, sottouomini. Ed è per questo stesso motivo che la proposta israeliana, dopo la guerra dei Sei Giorni, di “pace in cambio dei territori” rimase per gli arabi lettera morta.Benny Morris, nel suo ultimo libro, Due popoli, una terra (tard. it. Rizzoli, Milano 2008, pp.230, E 12,00), riesamina il problema da questo punto di vista. Interessante è peraltro la parabola dello storico israeliano. Morris è stato il capofila dei “nuovi” storici israeliani, avviando una revisione profonda della storia dello Stato ebraico, a partire dal “peccato originale” del movimento sionista, quello di avere cioè creato uno Stato ai danni del popolo palestinese, per poi proseguire con una sistematica demolizione della tradizionale narrazione della storia di Israele, giudicata falsa e deformante.

Ma il fallimento di Camp David del 2000 è stato per Morris uno shock che gli ha aperto gli occhi e fatto comprendere che il rifiuto irragionevole di Arafat di dare vita a uno Stato palestinese non riguardava un chilometro quadrato di terra in più o in meno, ma l’accettazione stessa di vivere accanto agli ebrei. Arafat voleva una sola cosa: creare uno Stato palestinese al posto di Israele, non accanto a Israele. Non questione di terra, ma di fedi. Il climax del libro di Morris è questo.
Lo storico israeliano ripercorre così tutte le soluzioni che dalla fine dell’Ottocento a oggi sono state elaborate per giungere alla coesistenza tra i due popoli, concludendo che il fallimento fu ed è dovuto non alla questione territoriale , ma alla xenofobia di matrice religiosa. Per questo motivo, lo strumento che gli arabi adottano per risolvere il contenzioso è sempre stato il jihad, benché spesso mascherato per ragioni di mero opportunismo.

Slogan e ideologia
Prima ancora della Seconda guerra mondiale, nel 1936-37, la Commissione Peel, voluta da Londra come potenza mandataria sulla Palestina, propose la prima soluzione spartitoria che assegnava ai sionisti una piccola enclave di 6mila km2 completamente circondata da un più ampio Stato arabo e quindi facilmente eliminabile. Ebbene, i sionisti accettarono, per quanto consapevoli dei rischi mortali cui andavano incontro, e gli arabi rifiutarono. Questa è insomma la cifra costante della risposta araba, basata sull’assunto che gli ebrei siano estranei alla Palestina: «Questo annullamento della “ebraicità” della Palestina ha sempre caratterizzato il movimento nazionalista arabo-palestinese», scrive Morris, riferendosi chiaramente alle ragioni religiose.
Di conseguenza, sia la soluzione monostatuale sia quella bistatuale rappresentarono, nel corso della lunga crisi, soltanto proposte che hanno impegnato le due parti in infinite quanto inutili discussioni, poiché il pregiudizio religioso arabo nei confronti degli ebrei è stato insormontabile, anche se sottaciuto.
Morris analizza dettagliatamente il lungo, defatigante iter di queste due soluzioni, compreso lo slogan, che eccitava gli occidentali, di una Palestina come “Stato laico e democratico” accanto a Israele, slogan che Morris tratta giustamente alla stregua di una barzelletta.

Quanto poi alla soluzione monostatuale con la compresenza di due popoli con eguali diritti, lo storico israeliano è chiarissimo: «[...] L’idea della duplice nazionalità non aveva mai avuto la minima presa in alcun settore della società arabo-palestinese». In definitiva, gli arabi hanno sempre rifiutato sia la soluzione bistatuale sia, «per principio», quella monostatuale. Ma, alla luce della ricostruzione di Morris e degli eventi degli ultimi anni, il rifiuto arabo ha riguardato la presenza degli ebrei in Palestina in qualsiasi modo fosse proposta. In sostanza, così sintetizza la questione lo storico israeliano: «Il costante rifiuto, da parte della leadership dell’OLP, di accettare l’ebraicità di Israele è indice di un rifiuto di base dell’approccio bistatuale». La strada era aperta per i terroristi islamici di Hamas e delle altre formazioni radicali.
Il libro di Morris squarcia insomma il velo della falsità e delle deformazioni che hanno caratterizzato l’interpretazione del conflitto tra ebrei e arabi in Palestina, un’interpretazione che ha tenuto banco in Occidente per lunghi decenni, nonostante i fatti parlassero chiaro. Ma è difficile pensare che il pregiudizio ideologico nei confronti di Israele possa venire meno solo per opera di un libro. (il Domenicale)

mercoledì 14 gennaio 2009

Stabile al 50% la fiducia in Berlusconi. Affari italiani

E' stabile al 50% la fiducia dei cittadini nel presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e nel governo di Centrodestra. Mentre, rispetto al 22 dicembre scorso, perde terreno il leader del Partito Democratico Walter Veltroni, che scende a quota 30%. E' quanto emerge dal primo sondaggio politico-elettorale del 2009, realizzato dall'istituto Consortium in esclusiva per Affaritaliani.it.

"Le informazioni sui provvedimenti per fronteggiare la crisi economica sono piaciute agli italiani", spiega ad Affaritaliani.it Nicola Piepoli, presidente dell'istituto demoscopico. "Il piano anti-crisi ha convinto una grande fetta dei cittadini-elettori, tanto che il consenso sui singoli punti raggiunge livelli altissimi".

Il ministro più amato dagli italiani rimane Franco Frattini (Esteri), con un consenso superiore al 50%. A seguire ci sono Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), poi, al quarto posto, il leghista Roberto Maroni (Interno). "Dopo i primi quattro segue un gruppuscolo a pari merito".

Tra i singoli partiti nel giro di tre settimane il Popolo della Libertà ha perso mezzo punto, scendendo al 41% dal precedente 41,5. La Lega Nord, invece, si rafforza e sale al 9,5 dal 9%. L'Mpa vale un punto percentuale. In ribasso le quotazioni del Partito Democratico. Per la prima volta, in base alle rilevazioni Consortium, il Pd cala sotto la soglia del 30% e vale il 29,5 rispetto al 30,5% del 22 dicembre 2008. In rialzo, al contrario, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: al 6,5% dal precedente 6. Bene anche l'Udc di Pierferdinando Casini, salito al 5,5 dal 5%. Resta pessima la situazione della sinistra radicale. Un punto percentuale per Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi. La Destra ottiene l'1,5% nelle intenzioni di voto. Altri partiti al 2%.

Il sondaggio Consortium è stato realizzato martedì 12 gennaio: campione di 2.000 casi. Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.

mercoledì 7 gennaio 2009

Tregua e retorica. Pierluigi Battista

I numerosi appelli alla «tregua» non possono lasciare indifferente chi sostiene il buon diritto delle operazioni militari condotte da Israele. Di fronte allo scenario straziante di Gaza, dei civili e dei bambini uccisi, delle case sventrate, degli ospedali sovraffollati e drammaticamente a corto di medicinali, l’invocazione di una tregua parla a chiunque abbia a cuore le ragioni dell’umanità e disvela la natura essenzialmente, irrimediabilmente atroce della guerra, persino di quella più «giusta». Anche i civili massacrati nelle guerre di Bagdad e di Beirut, di Kabul e di Belgrado richiamavano l’urgenza di una «tregua». Per fortuna è passato il tempo in cui (basta compulsare le antologie letterarie per sincerarsene) anche gli intellettuali più sensibili cantavano l’ebbrezza bellica, l’estetica della guerra, la mistica della morte, la poesia del combattimento. La morte e la devastazione provocate dalla guerra, oggi, rendono invece improrogabile l’esigenza di una «tregua».

Sono le autorità morali e religiose che chiedono la tregua. La chiede il presidente francese Sarkozy. Chiede il «cessate il fuoco » Tony Blair sebbene, come ha maliziosamente notato il suo successore Gordon Brown, in diciotto mesi da che è rappresentante del «Quartetto» in Medio Oriente non abbia mai messo piede nella striscia di Gaza. In Italia si spendono Massimo D’Alema per chiedere la «trattativa» con Hamas, Emma Bonino per la «tregua duratura», Lamberto Dini per il «negoziato». Tutti interventi animati da argomenti che non attengono solo alla sfera «morale», ma anche a quella del realismo politico. Non è dettata dal candore delle «anime belle» la preoccupazione (peraltro, non proprio inedita) che tra i giovani palestinesi l’irruzione a Gaza possa acuire un distruttivo furore anti-israeliano. E non è un argomento capzioso quello di chi invita a non sottovalutare il radicamento di Hamas, partito dedito alla lotta armata terroristica che però è sostenuto dalla maggioranza della popolazione di Gaza. Il fronte della «tregua » non è privo di basi politiche, oltreché morali. Ma è la «retorica della tregua» che rischia di renderle fragili e destinate all’inconcludenza.

Tutte le espressioni che modulano con ripetitiva monotonia l’esigenza della tregua, dal «cessate il fuoco» al «tacciano le armi», dai «tavoli della pace» alle «conferenze internazionali per il dialogo » ai «corridoi umanitari », presuppongono una condizione fondamentale che è proprio quella assente nell’inferno di Gaza: la tregua, perché sia tale, si fa sempre in due. E’ ragionevole, è realistico, è possibile che Hamas voglia essere una delle due parti a rispettare una tregua? Non l’ha già violata lanciando razzi Qassam sulle città israeliane per fare espressamente vittime civili? E poi, su quali basi è possibile per Israele trattare con chi non nasconde un’ostilità assoluta e non negoziabile verso la sua stessa esistenza?

Una condizione asimmetrica talmente evidente che anche i più convinti partigiani della «tregua», e persino i commentatori più critici con le scelte di Israele, non possono fare a meno di notare. Rossana Rossanda, sul «manifesto », è durissima con «gli aerei e i blindati di Tsahal», ma non regala ad Hamas, tragicamente ispirata alla logica del «periscano Sansone e tutti i filistei», l’attenuante del «giustificato risentimento». Chi, a cominciare da Sarkozy, insiste sulla «sproporzione» della reazione israeliana non nega la legittimità di una reazione a un evidente torto di Hamas. Dovrebbe piuttosto indicare con passabile approssimazione quale sarebbe la reazione «proporzionata». Dovrebbe definire quale sanzione sarebbe considerata legittima per chi violasse in futuro una tregua già compromessa con il lancio dei razzi su Ashkelon e Sderot. Dovrebbe spiegare come colmare la latitanza degli organismi internazionali e come ovviare alla tragica mancanza di credibilità dell’Onu che, come ha scritto Angelo Panebianco sul «Corriere», parla senza pudore, attraverso il Richard Falk che rappresenta il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, di «aggressione israeliana». Dovrebbe spiegare se la condanna morale di chi uccide i civili palestinesi è applicabile con la stessa severità ad Hamas, che in uno dei suoi lanci di razzi sulle città israeliane ha colpito per sbaglio proprio due bambini di Gaza. Dovrebbe descrivere con parole moralmente adeguate chi fa delle sue donne e dei suoi bambini altrettanti scudi umani dietro cui mimetizzare bunker e depositi di armi. Dovrebbe indicare in cosa consista esattamente l’alternativa alla guerra e all’intervento militare. Per rendere la parola «tregua» credibile e convincente e salvare Israele come i civili palestinesi. (Corriere della Sera)