mercoledì 15 settembre 2010

Prima o poi ci scappa il morto. Giampaolo Pansa

Un mazzo di rose alla petardista di Torino. Dovrebbe mandarlo Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, per ringraziare la ragazza di aver sbagliato mira nel lanciargli addosso un fumogeno alla festa nazionale del Pd. Se la guerrigliera Rubina Affronte, anni 24, una bella figliola bruna, si fosse rivelata più abile nel getto del petardo, Bonanni, non sarebbe qui a raccontarla. Invece di fargli soltanto un buco nel giubbotto, il proiettile ricevuto in piena faccia lo avrebbe sfigurato per sempre. O magari accoppato.


Non è vero che “un fumogeno non ha mai ucciso nessuno”. A sentire il Corriere della sera del 10 settembre, è questa la sentenza lapidaria e bugiarda emessa dalla stessa Rubina e dai suoi compagni. Tutti insieme formano una boriosa squadra antagonista che, invece di stare in galera da un pezzo, concede interviste ai giornali. Al Corriere hanno spiegato: «Di giacche Bonanni se ne può comprare altre. Non piangiamo certo per un pezzo di stoffa». Sono parole avventate perché non tengono conto di un’ipotesi molto realistica che tra un istante descriverò.

C’è un fatto che stupisce nella sequenza di aggressioni violente attuate fra la fine di agosto e questo inizio di settembre. Sempre per mano di antagonisti rossi contro obiettivi ritenuti forcaioli, reazionari, fascisti e dunque da aggredire. Vogliamo rammentarli? Una festa leghista nella Bergamasca con tre ministri, un dibattito a Como con il senatore Dell’Utri, una seconda missione a Milano sempre contro Dell’Utri, il presidente del Senato Schifani, il vecchio cislino Marini (soltanto fischiato) e infine Bonanni, questi ultimi tre a Torino.

Un ciclo offensivo attuato da gruppi collocati tutti nella sinistra antagonista. Svelti di mano, però lenti di testa. Infatti, a stupire è che non mettano in conto una violenza uguale e contraria. Sono convinti di avere il monopolio dello scontro fisico. E non immaginano la discesa in campo di bande capaci di fare peggio di loro. Lanciando ordigni ben più pesanti dei petardi torinesi. Con guasti irrimediabili al bel faccino di Rubina.

Ecco un’ipotesi molto realistica. Tanti media fanno finta di niente, come gli struzzi. Senza rendersi conto che si rischia l’inizio di un conflitto coperto di sangue, uno scontro già visto in altri momenti della storia italiana. Le condizioni ci sono tutte. Una casta politica screditata. Un governo debole. Una maggioranza e un’opposizione incerte sul da farsi. Una crisi economica che indebolisce i ceti meno protetti. Un’immigrazione che si espande incontrollata. Una criminalità capillare. Infine i famosi giovani senza avvenire, troppo coccolati dalle famiglie, dai media, dai preti. E mai educati a guardare al proprio futuro con realismo, senza sogni da paese dei balocchi.

Questa è l’Italia del 2010, signori dei partiti. Il Bestiario vi rammenta che siete seduti su una polveriera. E vi consiglia di evitare le prediche fatte in questi giorni. Qui ne citerò due. La prima è di Piero Fassino, uno dei big del Pd. Intervistato dalla Stampa, ha spiegato le aggressioni di Torino così: «Chi ha fischiato lo ha fatto indignato per l’arroganza con cui la destra governa, per l’affarismo di cui ha dato tante prove in questi anni. Quei fischi sono anche la conseguenza dell’imbarbarimento della vita politica, dell’incanaglimento della destra e per capirlo basta guardare che cosa è Il Giornale…».

Insomma è tutta colpa di Silvio Berlusconi e di Vittorio Feltri. Pensavo che il purgatorio di Fassino, messo nell’angolo da Bersani & C, non avrebbe distrutto il suo acume. Mi sbagliavo. Se davvero ha parlato in quel modo, Fassino si è bevuto il cervello. Auguri di pronta guarigione, anche per essere pronto in caso di nuovi assalti.

Ma ben più da Bestiario di lui è un capo partito: Antonio Di Pietro. Subito dopo la prima aggressione contro Dell’Utri a Como, ha lanciato un proclama di guerra: «Iniziamo a zittire quelli come Marcello Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera… I fischi sono segnali positivi. Se personaggi come Dell’Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C’è ancora un’Italia pronta a indignarsi».

Ignoro se Di Pietro, un ex magistrato, si sia reso conto delle pericolose conseguenze delle sue parole. Forse no. Perché, come succede spesso ai big della casta, ritiene di essere un Premio Nobel della furbizia. In altri tempi, molti avrebbero provato ribrezzo per un parlamentare di prima fila che incita a compiere reati. Ma oggi non esistono più regole. Il Cavaliere si sarà perduto dietro le escort raccolte a Palazzo Grazioli. Eppure mi sembra meno colpevole di un Di Pietro che spera di vincere a furia di linciaggi. Sarebbe perfetto con il cappuccio razzista del Ku Klux Klan.

Sapevo che la Seconda Repubblica sarebbe affondata nel disonore. Ma non la credevo capace di suicidarsi, eccitando l’estremismo. Aldo Moro venne rapito e ucciso dalle Brigate rosse, però non gli aveva mai strizzato l’occhio, dicendogli: colpite duro noi dei partiti. Oggi assistiamo a questo paradosso stomachevole. Con il risultato che, prima o poi, ci scapperà il morto. Se accadrà, speriamo che gli irresponsabili come Di Pietro non abbiano la faccia di presentarsi ai funerali. (il Riformista)

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