“Di fatto gli accordi del 30 agosto la Libia non li rispetta”. Lo dice il ministro dell’Interno Roberto Maroni a Radio Padania stigmatizzando il fatto che il regime di Gheddafi a tutt’oggi ancora non abbia ottemperato agli impegni presi, aggiungendo che “il 99,9% degli sbarchi dei clandestini a Lampedusa è colpa della Libia”. Insomma da lì provengono. A fronte di tutto questo il Corriere della Sera ha raccontato ieri di un’indegna passerella di politici e di politicanti vari davanti alla solita tenda del finto beduino Gheddafi nel deserto. Tutti a festeggiare gli accordi (per ora non mantenuti) in questione, che risalgono allo scorso 30 agosto. D’altronde “la dignità chi non ce l’ha, non può darsela da solo”. E la parafrasi del grande Alessandro Manzoni, potrebbe essere il commento migliore per l’incredibile figura che politici come Giulio Andreotti, Lamberto Dini, Nicola Latorre, Beppe Pisanu e altri ancora hanno fatto qualche giorno fa andando a farsi “premiare” da Gheddafi. L’uomo che, dopo avere preso il potere nel 1969 in Libia con un colpo di Stato, dopo avere cacciato da quella terra gli italiani “discendenti dei colonialisti” nonché gli “odiati ebrei” e dopo essere stato per decenni lo sponsor del terrorismo internazionale, adesso si accredita come leader arabo moderato riuscendo a ottenere che l’Italia gli paghi per l’ennesima volta i danni di un colonialismo ormai remoto.
Miracoli della politica estera dell’Eni cui l’attuale ministro in carica Franco Frattini si accoda come uno scolaretto. Miracoli anche del realismo berlusconiano che qualche volta partorisce effetti collaterali veramente pericolosi. Ma miracolo soprattutto dell’opportunismo italiota e di chi, nella burocrazia della Farnesina, altamente “se ne frega”, ad esempio, del contenzioso tuttora in atto con oltre 110 ditte italiane che semplicemente non riescono a farsi pagare il dovuto dalle contro parti libiche e dallo stesso governo della Jamahiryia. Il presidente del Consorzio che li rappresenta, l’Airil dell’eroico Leone Massa, è diventato un personaggio di quei film western tipo “un uomo solo contro tutti”. In quei “tutti” ci sono anche i politici che vanno nel deserto a farsi premiare con la fascia verde da Gheddafi e che se ne ritornano in Italia con gli aerei privati, o con i charter messi a disposizione non si sa bene da chi, carichi di pesce fresco e datteri del Sahara. Che poi in arabo significa semplicemente “deserto”. E in questo deserto della moralità e della politica che il nostro paese rischia di diventare una repubblica delle banane. Anzi del dattero libico. (l'Opinione)
giovedì 9 ottobre 2008
martedì 7 ottobre 2008
Tutti i perché di un lunedì nero. Fabrizio Goria
Quello che le borse mondiali hanno vissuto è stato l’ennesimo lunedì nero dall’inizio della crisi subprime. La picchiata è stata la risposta al piano Paulson, da 850 miliardi di dollari, per il salvataggio del sistema finanziario statunitense, ma non solo. Sono pesanti le ombre che sono calate sull’Europa: Fortis, Hypo Real Estate ed UniCredit fanno tremare gli operatori. Proprio quest’ultima ha contribuito Piazza Affari ad essere una delle maglie nere di ieri, con un secco –8,24% per il Mibtel e l’S&P/MIB.
Con 444 miliardi di euro per le sole borse europee e oltre 1750 per quelle mondiali, la giornata di ieri è stata la peggiore dal 19 ottobre 1987. L’indice newyorkese Dow Jones è sceso sotto l’importante soglia psicologica dei 10mila punti e sarebbe sceso ancora di più, se non fosse scattato un meccanismo di autoprotezione degli stessi traders, che hanno fatto risalire l’indice in chiusura di contrattazioni. Anche il Nikkei ha fatto pensare al peggio, scendendo per pochi istanti sotto i 10mila punti, salvo chiudere appena sopra, dopo una difficile seduta. Il passaggio che ha portato a questo crollo vertiginoso è da ricercare in una serie di fatti, fortemente interdipendenti fra loro, che hanno investito i mercati.
In primis i mercati hanno risentito dell’effetto del piano stilato dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, per mettere al riparo i mercati dai “toxic assets” dei subprimes. Inizialmente di 700 miliardi di dollari, poi bocciato alla Camera, passato al Senato ed incorporato di ulteriori 150 miliardi, infine ratificato dalla stessa Camera e varato, il piano prevede la formazione di un enorme fondo per il recupero di tutte le posizioni a rischio di banche ed assicurazioni a stelle e strisce, per evitar nuovi casi Lehman Brothers o AIG. Peccato che queste misure non siano state recepite come utili dal mercato, che le ha bocciate in pieno: troppa l’incertezza che si nasconde dietro ai bilanci di molte società. Infatti il problema principale è proprio la mancanza di fiducia degli addetti ai lavori. Sia Calisto Tanzi, ai tempi di Parmalat, sia Richard Fuld, CEO di Lehman, pochi giorni prima del fallimento avevano sempre garantito personalmente che la situazione economica delle società che guidavano era florida: uno è finito in galera, l’altro è chissà dove con oltre 160 miliardi di liquidazione.
Seconda concausa del crollo di ieri la decisione del governo tedesco di garantire tutti i depositi bancari dei cittadini e di effettuare un maestoso bailout per Hypo Real Estate, il colosso bavarese dei mutui immobiliari. L’iniezione di 35 miliardi di euro da parte di Bundesbank per il salvataggio e l’esposizione dei risparmi teutonici hanno fatto vacillare molte certezze sul treno dell’economia europea. Hypo ha iscritto a bilancio svalutazioni sui derivati per oltre 8,5 miliardi, complice la condizione in cui versa la controllata irlandese Depfa Bank, per il quale il governo di Dublino ha deciso però di non muoversi minimamente. L’azione elemosinatrice di Hypo ha dato i suoi frutti per le casse della stessa, ma ha gettato nel panico gli operatori. Come per gli Usa, anche in Europa si comincia a valutar con sospetto ogni dichiarazione dei banchieri. Una paura che sembrava relegata all’America, con l’Oceano Atlantico a dividere i due mercati, è giunta nel Vecchio Continente, forse prima delle previsioni. La Bce per ora sembra una sfinge ed anche questo non fa che aumentare le tensioni isteriche nei mercati.
Infine, arriviamo all’Italia, che ha vissuto la giornata finanziaria più nera degli ultimi 15 anni almeno. Cosa accade da noi? Da una parte, siamo stati notevolmente protetti dalla crisi per il carattere fortemente territoriale dei nostri istituti di credito, i quali preferiscono investire ed allocare i depositi presso lo stesso territorio in cui si trovano. Questa caratteristica, simile a quella tedesca delle Landesbank (nonostante due fallimenti), ha permesso al nostro sistema bancario di reggere (finora…) l’urto secco della crisi dei mutui. Purtroppo, non tutti sono piccoli, ma a volte sono davvero enormi, come UniCredit. Dopo l’aumento di capitale per 6,6 miliardi (3,6 come monte dividendi, pagato in azioni e 3 miliardi tramite azioni a 3,083 euro) Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo, ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno il sapore di una liberazione. «So che lo scenario esterno era già negativo prima. Abbiamo sottovalutato le condizioni del mercato e fatto degli errori di valutazione, questo ci è assolutamente chiaro» ha affermato Profumo, valutando l’esposizione della banca alle Asset backed securities (Abs) in 500 milioni di euro, ai quali si debbono aggiungere ulteriori 200 milioni per le obbligazioni bancarie scoperte. Ma Profumo è un fiume in piena, dato che il suo discorso passa poi alle acquisizioni di Hvb e Capitalia, per le quali si «poteva aspettare di più», invece che comprarle ai massimi di mercato, incuranti del mercato che sta mutando.
Molti sono già certi che ci sia un nuovo 1929, che sia la fine di un sistema, che si deve tornare all’economia reale dimenticandosi della finanza e delle sue raffinatezze mefistofeliche. La sensazione è che lo stesso mercato sta piano piano espellendo tutto il marcio che finora aveva assorbito. Solo così potremo vedere in che modo le distorsioni dell’uomo hanno utilizzato un meccanismo sofisticato per lucrar sempre di più. Ma prendersela con lo stesso sistema equivale e non riconoscere i colpevoli ed a non risolvere il problema. In condizioni ottimali, non è la vettura a causare l’incidente automobilistico, bensì il guidatore. (l'Occidentale)
Con 444 miliardi di euro per le sole borse europee e oltre 1750 per quelle mondiali, la giornata di ieri è stata la peggiore dal 19 ottobre 1987. L’indice newyorkese Dow Jones è sceso sotto l’importante soglia psicologica dei 10mila punti e sarebbe sceso ancora di più, se non fosse scattato un meccanismo di autoprotezione degli stessi traders, che hanno fatto risalire l’indice in chiusura di contrattazioni. Anche il Nikkei ha fatto pensare al peggio, scendendo per pochi istanti sotto i 10mila punti, salvo chiudere appena sopra, dopo una difficile seduta. Il passaggio che ha portato a questo crollo vertiginoso è da ricercare in una serie di fatti, fortemente interdipendenti fra loro, che hanno investito i mercati.
In primis i mercati hanno risentito dell’effetto del piano stilato dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, per mettere al riparo i mercati dai “toxic assets” dei subprimes. Inizialmente di 700 miliardi di dollari, poi bocciato alla Camera, passato al Senato ed incorporato di ulteriori 150 miliardi, infine ratificato dalla stessa Camera e varato, il piano prevede la formazione di un enorme fondo per il recupero di tutte le posizioni a rischio di banche ed assicurazioni a stelle e strisce, per evitar nuovi casi Lehman Brothers o AIG. Peccato che queste misure non siano state recepite come utili dal mercato, che le ha bocciate in pieno: troppa l’incertezza che si nasconde dietro ai bilanci di molte società. Infatti il problema principale è proprio la mancanza di fiducia degli addetti ai lavori. Sia Calisto Tanzi, ai tempi di Parmalat, sia Richard Fuld, CEO di Lehman, pochi giorni prima del fallimento avevano sempre garantito personalmente che la situazione economica delle società che guidavano era florida: uno è finito in galera, l’altro è chissà dove con oltre 160 miliardi di liquidazione.
Seconda concausa del crollo di ieri la decisione del governo tedesco di garantire tutti i depositi bancari dei cittadini e di effettuare un maestoso bailout per Hypo Real Estate, il colosso bavarese dei mutui immobiliari. L’iniezione di 35 miliardi di euro da parte di Bundesbank per il salvataggio e l’esposizione dei risparmi teutonici hanno fatto vacillare molte certezze sul treno dell’economia europea. Hypo ha iscritto a bilancio svalutazioni sui derivati per oltre 8,5 miliardi, complice la condizione in cui versa la controllata irlandese Depfa Bank, per il quale il governo di Dublino ha deciso però di non muoversi minimamente. L’azione elemosinatrice di Hypo ha dato i suoi frutti per le casse della stessa, ma ha gettato nel panico gli operatori. Come per gli Usa, anche in Europa si comincia a valutar con sospetto ogni dichiarazione dei banchieri. Una paura che sembrava relegata all’America, con l’Oceano Atlantico a dividere i due mercati, è giunta nel Vecchio Continente, forse prima delle previsioni. La Bce per ora sembra una sfinge ed anche questo non fa che aumentare le tensioni isteriche nei mercati.
Infine, arriviamo all’Italia, che ha vissuto la giornata finanziaria più nera degli ultimi 15 anni almeno. Cosa accade da noi? Da una parte, siamo stati notevolmente protetti dalla crisi per il carattere fortemente territoriale dei nostri istituti di credito, i quali preferiscono investire ed allocare i depositi presso lo stesso territorio in cui si trovano. Questa caratteristica, simile a quella tedesca delle Landesbank (nonostante due fallimenti), ha permesso al nostro sistema bancario di reggere (finora…) l’urto secco della crisi dei mutui. Purtroppo, non tutti sono piccoli, ma a volte sono davvero enormi, come UniCredit. Dopo l’aumento di capitale per 6,6 miliardi (3,6 come monte dividendi, pagato in azioni e 3 miliardi tramite azioni a 3,083 euro) Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo, ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno il sapore di una liberazione. «So che lo scenario esterno era già negativo prima. Abbiamo sottovalutato le condizioni del mercato e fatto degli errori di valutazione, questo ci è assolutamente chiaro» ha affermato Profumo, valutando l’esposizione della banca alle Asset backed securities (Abs) in 500 milioni di euro, ai quali si debbono aggiungere ulteriori 200 milioni per le obbligazioni bancarie scoperte. Ma Profumo è un fiume in piena, dato che il suo discorso passa poi alle acquisizioni di Hvb e Capitalia, per le quali si «poteva aspettare di più», invece che comprarle ai massimi di mercato, incuranti del mercato che sta mutando.
Molti sono già certi che ci sia un nuovo 1929, che sia la fine di un sistema, che si deve tornare all’economia reale dimenticandosi della finanza e delle sue raffinatezze mefistofeliche. La sensazione è che lo stesso mercato sta piano piano espellendo tutto il marcio che finora aveva assorbito. Solo così potremo vedere in che modo le distorsioni dell’uomo hanno utilizzato un meccanismo sofisticato per lucrar sempre di più. Ma prendersela con lo stesso sistema equivale e non riconoscere i colpevoli ed a non risolvere il problema. In condizioni ottimali, non è la vettura a causare l’incidente automobilistico, bensì il guidatore. (l'Occidentale)
lunedì 6 ottobre 2008
I Maroni di Zapatero
I ministri spagnoli vogliono risolvere l’emergenza Rom con le idee del Cav.
Dei circa 120 mila Rom che, secondo le stime della Croce Rossa erano immigrati in Italia dopo l’adesione della Romania all’Unione europea e al trattato di libera circolazione di Schengen, pare ne siano rimasti nel nostro paese solo la metà. Le cifre saranno note solo a metà ottobre, quando sarà completato il censimento dei campi Rom, ma già ora il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha anticipato all’Espresso la sensazione che “molti se ne sono andati spontaneamente nella permissiva Spagna di Zapatero”. Siccome, ovviamente, la pressione esercitata dai controlli demografici e di polizia ha inciso soprattutto sull’area dell’immigrazione rom dedita a varie forme di criminalità, questo significa che la Spagna rischia di importare un consistente problema di ordine pubblico. Il ministro del Lavoro spagnolo Celestino Corbacho, considera le osservazioni di Maroni “un cattivo contributo all’Europa che si vuole costruire, una Unione forte”. In realtà non è il governo italiano che ha esportato rom, o gitanos come si chiamano in Spagna, nella vicina penisola. Non è nemmeno la “permissività” citata da Maroni, che in realtà è solo di facciata. Lo stesso Corbacho ha chiesto che, in presenza di un tasso di disoccupazione vicino al 12 per cento, la Spagna blocchi anche l’immigrazione regolare, mentre i migranti subsahariani che cercavano di entrare nelle enclaves spagnole in Africa di Ceuta e Melilla erano già stati accolti a fucilate.
La Spagna che ha espulso dieci volte più clandestini irregolari dell’Italia, in realtà non è affatto tollerante. Quello che attira i gitanos è la retorica antiberlusconiana dei membri del governo e della grande stampa spagnola, che hanno instentemente battuto sul tasto del presunto razzismo italiano e della persecuzione dei Rom per ragioni politiche. Ieri, el Pais titolava sull’“ondata xenofoba” che renderebbe “irrespirabile” il clima italiano. La pressione esercitata dal controllo di legalità in Italia unita all’effetto della propaganda su una presunta maggiore umanità del sistema spagnolo verso immigrati e gitanos ha determinato la migrazione della parte criminale dei rom verso la Spagna. Contenti loro. (il Foglio)
Dei circa 120 mila Rom che, secondo le stime della Croce Rossa erano immigrati in Italia dopo l’adesione della Romania all’Unione europea e al trattato di libera circolazione di Schengen, pare ne siano rimasti nel nostro paese solo la metà. Le cifre saranno note solo a metà ottobre, quando sarà completato il censimento dei campi Rom, ma già ora il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha anticipato all’Espresso la sensazione che “molti se ne sono andati spontaneamente nella permissiva Spagna di Zapatero”. Siccome, ovviamente, la pressione esercitata dai controlli demografici e di polizia ha inciso soprattutto sull’area dell’immigrazione rom dedita a varie forme di criminalità, questo significa che la Spagna rischia di importare un consistente problema di ordine pubblico. Il ministro del Lavoro spagnolo Celestino Corbacho, considera le osservazioni di Maroni “un cattivo contributo all’Europa che si vuole costruire, una Unione forte”. In realtà non è il governo italiano che ha esportato rom, o gitanos come si chiamano in Spagna, nella vicina penisola. Non è nemmeno la “permissività” citata da Maroni, che in realtà è solo di facciata. Lo stesso Corbacho ha chiesto che, in presenza di un tasso di disoccupazione vicino al 12 per cento, la Spagna blocchi anche l’immigrazione regolare, mentre i migranti subsahariani che cercavano di entrare nelle enclaves spagnole in Africa di Ceuta e Melilla erano già stati accolti a fucilate.
La Spagna che ha espulso dieci volte più clandestini irregolari dell’Italia, in realtà non è affatto tollerante. Quello che attira i gitanos è la retorica antiberlusconiana dei membri del governo e della grande stampa spagnola, che hanno instentemente battuto sul tasto del presunto razzismo italiano e della persecuzione dei Rom per ragioni politiche. Ieri, el Pais titolava sull’“ondata xenofoba” che renderebbe “irrespirabile” il clima italiano. La pressione esercitata dal controllo di legalità in Italia unita all’effetto della propaganda su una presunta maggiore umanità del sistema spagnolo verso immigrati e gitanos ha determinato la migrazione della parte criminale dei rom verso la Spagna. Contenti loro. (il Foglio)
sabato 4 ottobre 2008
La fuga dal rischio. Giuseppe Bertola
La crisi in atto ha un’origine chiara, e due volti. L’origine è nell’andamento dei prezzi delle case che negli ultimi anni erano saliti molto, specialmente negli Stati Uniti dove erano spinti dai bassi tassi d’interesse e da mutui generosi, e nel 2007 hanno cominciato a scendere. Questo volto della crisi non è tanto brutto. Qualcuno ha pagato o ha promesso di pagare le case a prezzi che si sono rivelati eccessivi, ma qualcun altro a quei prezzi è riuscito a venderle. Un trasferimento di ricchezza non è un disastro, come un uragano che distrugge una grande città. Le case ci sono ancora: anzi, le nuove costruzioni e ristrutturazioni degli anni scorsi fanno sì che le case siano un po’ troppe e troppo belle. Anche nel 2001 tra le macerie del crollo dei titoli tecnologici c’era chi aveva perso molto e chi aveva guadagnato molto, e c’erano molti gigabyte di banda larga in eccesso in cavi a fibra ottica che sono poi tornati utili negli anni successivi.
Le telefonate transatlantiche adesso possono costare pochissimo anche perché una parte del loro costo è pagata da chi ha comprato azioni tecnologiche nel 2000 ed è rimasto preso nel loro crollo. Il volto brutto della crisi è quello finanziario. I mercati finanziari stabiliscono il prezzo di pezzi di carta in relazione tra loro ed è normale che i prezzi di quei pezzi di carta oscillino, perché è normale che si commettano errori, come quello di chiedere e concedere un mutuo che poi non si riesce a pagare. Anche se può fare impressione che si parli di 700 miliardi di dollari come possibile ammontare complessivo di quegli errori, quella cifra corrisponde a un calo di due o tre punti percentuali del mercato azionario americano, cosa che si è spesso verificata nell’arco di pochi giorni senza sconvolgere nessuno. Ma i mercati finanziari hanno avuto un ruolo nell’origine di questa crisi e la loro incapacità di gestirla la sta amplificando. Il rischio di mancato pagamento dei mutui non è stato valutato correttamente al momento di erogarli, e operazioni di cartolarizzazione hanno trasferito ad ancor più ignari investitori le conseguenze del fatto che, mentre di solito solo una piccola parte dei mutui va in sofferenza, questa volta i prezzi delle case erano tutti troppo alti, proprio perché i mutui erano così facili da ottenere, e sono scesi tutti insieme. L’aver subito perdite ingenti su investimenti che sembravano promettenti fa perdere fiducia nella propria capacità di valutare i rischi, e fa sì che adesso nel mercato finanziario manchi la voglia di rischiare. Per questo chi è disposto a rischiare adesso è ben pagato nel mercato azionario, dove si comprano a prezzi bassi imprese solide, e nel mercato monetario interbancario, dove chi presta soldi può spuntare 2 o 3 punti percentuali oltre il rendimento dei titoli di Stato. Ed è proprio perché si rifugge da ogni rischio che le banche sono in difficoltà. Se cercassero adesso di cedere i loro crediti su un mercato finanziario senza compratori, non ricaverebbero quel che occorre a ripagare le loro obbligazioni, dalle quali quindi rifuggono gli investitori. Questa spirale negativa non solo fa inceppare la finanza, impedendo al risparmio di incanalarsi verso gli investimenti più produttivi e inevitabilmente un po’ più rischiosi, ma incupisce il volto reale della crisi perché l’incertezza riduce spese e investimenti, e redditi e occupazione. Per ovviare a tutto ciò i governi possono far fronte alla mancanza di fiducia e voglia di rischiare se sfruttano bene i vantaggi che hanno rispetto ai privati cittadini. Possono imporre regole che, almeno d’ora in poi, facciano chiarezza sulla rischiosità degli strumenti finanziari. Certo non è facile far rispettare le regole se l’industria finanziaria ha interesse a mantenere opaca la struttura dei suoi bilanci, anche trasferendo oltre confine le parti più oscure dei suoi affari. Ma un secondo importante vantaggio dei governi è che, osservando il problema da una prospettiva di sistema, possono cercare di evitare che i comportamenti dei singoli si avvitino tra loro in modo da portare il sistema a una situazione senza sbocchi, in cui nessuno può vendere perché nessuno vuole comprare. Per fornire un po’ di quella voglia di rischiare che adesso manca, per evitare che il valore delle attività finanziarie rischiose crolli come succede se tutti nel settore privato vogliono disfarsene, i governi possono offrire una rete di sicurezza o un’ancora di salvezza. In America si punta ad assorbire nel settore pubblico una parte delle attività bancarie rischiose, a un prezzo che dovrebbe essere inferiore a quello a cui è ora possibile collocarne piccole quantità sul mercato ma superiore a quello irrisorio che si realizzerebbe se tutti nel settore privato provassero a disfarsene. Con questo sistema, il governo si comporta da acquirente di ultima istanza, ma non diventa azionista delle banche. In Europa, invece, i governi hanno nazionalizzato in tutto o in parte le banche in difficoltà. Lo strumento è diverso, ma lo spirito è simile: nell’uno e nell’altro caso, se il prezzo di acquisto di mutui o azioni è quello giusto, l’intervento statale può scongiurare la spirale negativa e far sì che la collettività non solo riacquisti un sistema finanziario funzionante ma riesca anche (incassando quel che sarà ripagato dei mutui, o rivendendo al mercato le quote azionarie) a guadagnare qualcosa dal punto di vista finanziario. È bene che i governi seguano queste strade, perché il mercato non sembra in grado di tirarsi fuori da solo dalle secche in cui si è incagliato. Ma bisogna aver ben presenti gli ostacoli che su quella strada si possono frapporre al pieno successo di governi che non sono né onnipotenti, né onniscienti. Se alla fin fine i mutui rilevati dal settore pubblico si rivelassero di ben poco valore, l’intervento può trasformarsi in un regalo a chi ha sbagliato. E può rivelarsi una pessima idea nazionalizzare le banche se chi le gestisce privilegiasse poi gli interessi dei loro impiegati e debitori, e non quelli dello Stato azionista e della società nel suo complesso. In questo momento difficile, l’ostacolo più importante a un efficace intervento pubblico è la mancanza di coesione. Negli Stati Uniti manca la coesione tra politici sotto elezione. E i governi europei, anche loro alle prese con questioni di minor respiro, si ritrovano a gestire un problema di dimensioni più che continentali con risorse e strumenti nazionali. Se al potere politico manca la comunità di intenti, rischia di mancare proprio quella chiarezza di visione di insieme che consentirebbe agli interventi pubblici di risolvere la crisi dei mercati. (la Stampa)
Le telefonate transatlantiche adesso possono costare pochissimo anche perché una parte del loro costo è pagata da chi ha comprato azioni tecnologiche nel 2000 ed è rimasto preso nel loro crollo. Il volto brutto della crisi è quello finanziario. I mercati finanziari stabiliscono il prezzo di pezzi di carta in relazione tra loro ed è normale che i prezzi di quei pezzi di carta oscillino, perché è normale che si commettano errori, come quello di chiedere e concedere un mutuo che poi non si riesce a pagare. Anche se può fare impressione che si parli di 700 miliardi di dollari come possibile ammontare complessivo di quegli errori, quella cifra corrisponde a un calo di due o tre punti percentuali del mercato azionario americano, cosa che si è spesso verificata nell’arco di pochi giorni senza sconvolgere nessuno. Ma i mercati finanziari hanno avuto un ruolo nell’origine di questa crisi e la loro incapacità di gestirla la sta amplificando. Il rischio di mancato pagamento dei mutui non è stato valutato correttamente al momento di erogarli, e operazioni di cartolarizzazione hanno trasferito ad ancor più ignari investitori le conseguenze del fatto che, mentre di solito solo una piccola parte dei mutui va in sofferenza, questa volta i prezzi delle case erano tutti troppo alti, proprio perché i mutui erano così facili da ottenere, e sono scesi tutti insieme. L’aver subito perdite ingenti su investimenti che sembravano promettenti fa perdere fiducia nella propria capacità di valutare i rischi, e fa sì che adesso nel mercato finanziario manchi la voglia di rischiare. Per questo chi è disposto a rischiare adesso è ben pagato nel mercato azionario, dove si comprano a prezzi bassi imprese solide, e nel mercato monetario interbancario, dove chi presta soldi può spuntare 2 o 3 punti percentuali oltre il rendimento dei titoli di Stato. Ed è proprio perché si rifugge da ogni rischio che le banche sono in difficoltà. Se cercassero adesso di cedere i loro crediti su un mercato finanziario senza compratori, non ricaverebbero quel che occorre a ripagare le loro obbligazioni, dalle quali quindi rifuggono gli investitori. Questa spirale negativa non solo fa inceppare la finanza, impedendo al risparmio di incanalarsi verso gli investimenti più produttivi e inevitabilmente un po’ più rischiosi, ma incupisce il volto reale della crisi perché l’incertezza riduce spese e investimenti, e redditi e occupazione. Per ovviare a tutto ciò i governi possono far fronte alla mancanza di fiducia e voglia di rischiare se sfruttano bene i vantaggi che hanno rispetto ai privati cittadini. Possono imporre regole che, almeno d’ora in poi, facciano chiarezza sulla rischiosità degli strumenti finanziari. Certo non è facile far rispettare le regole se l’industria finanziaria ha interesse a mantenere opaca la struttura dei suoi bilanci, anche trasferendo oltre confine le parti più oscure dei suoi affari. Ma un secondo importante vantaggio dei governi è che, osservando il problema da una prospettiva di sistema, possono cercare di evitare che i comportamenti dei singoli si avvitino tra loro in modo da portare il sistema a una situazione senza sbocchi, in cui nessuno può vendere perché nessuno vuole comprare. Per fornire un po’ di quella voglia di rischiare che adesso manca, per evitare che il valore delle attività finanziarie rischiose crolli come succede se tutti nel settore privato vogliono disfarsene, i governi possono offrire una rete di sicurezza o un’ancora di salvezza. In America si punta ad assorbire nel settore pubblico una parte delle attività bancarie rischiose, a un prezzo che dovrebbe essere inferiore a quello a cui è ora possibile collocarne piccole quantità sul mercato ma superiore a quello irrisorio che si realizzerebbe se tutti nel settore privato provassero a disfarsene. Con questo sistema, il governo si comporta da acquirente di ultima istanza, ma non diventa azionista delle banche. In Europa, invece, i governi hanno nazionalizzato in tutto o in parte le banche in difficoltà. Lo strumento è diverso, ma lo spirito è simile: nell’uno e nell’altro caso, se il prezzo di acquisto di mutui o azioni è quello giusto, l’intervento statale può scongiurare la spirale negativa e far sì che la collettività non solo riacquisti un sistema finanziario funzionante ma riesca anche (incassando quel che sarà ripagato dei mutui, o rivendendo al mercato le quote azionarie) a guadagnare qualcosa dal punto di vista finanziario. È bene che i governi seguano queste strade, perché il mercato non sembra in grado di tirarsi fuori da solo dalle secche in cui si è incagliato. Ma bisogna aver ben presenti gli ostacoli che su quella strada si possono frapporre al pieno successo di governi che non sono né onnipotenti, né onniscienti. Se alla fin fine i mutui rilevati dal settore pubblico si rivelassero di ben poco valore, l’intervento può trasformarsi in un regalo a chi ha sbagliato. E può rivelarsi una pessima idea nazionalizzare le banche se chi le gestisce privilegiasse poi gli interessi dei loro impiegati e debitori, e non quelli dello Stato azionista e della società nel suo complesso. In questo momento difficile, l’ostacolo più importante a un efficace intervento pubblico è la mancanza di coesione. Negli Stati Uniti manca la coesione tra politici sotto elezione. E i governi europei, anche loro alle prese con questioni di minor respiro, si ritrovano a gestire un problema di dimensioni più che continentali con risorse e strumenti nazionali. Se al potere politico manca la comunità di intenti, rischia di mancare proprio quella chiarezza di visione di insieme che consentirebbe agli interventi pubblici di risolvere la crisi dei mercati. (la Stampa)
martedì 30 settembre 2008
Veltroni mobilita, mobilita, mobilita...e non sa perché. Carlo Panella
Le ultime apparizioni televisive e giornalistiche di Walter Veltroni lasciano allibiti. Non una proposta, non una sfida, solo insulti al governo e demenziali analisi sull’Italia ormai simile alla Russia di Putin (Leoluca Orlando rilancia e paragona con l’Argentina). La ragione di questa follia verbali sta è presto detta: tutto l’agire del leader del Pd è ormai finalizzato alla “storica” manifestazione del 25 ottobre e dunque, per mobilitare la piazza si ha da urlare, agitare, creare spauracchi, mostri, demoni, fare gli agit prop, insomma.
Nulla da stupirsi: è la vecchia logica del Pci, di Togliatti, Longo, Berlinguer, tanto bravi a demonizzare la Dc –e soprattutto il riformismo del Psi- quanto totalmente incapaci di proposte riformiste di governo.
Stupisce, però, che questa volta questo inutile delirio agitatorio avvenga in un clima di sbranamento totale –sembra quasi definitivo- dentro il Pd. Il mite Tonini è giunto ad affermare che il decisionismo putiniano di Berlusconi è nato con l’indecisionismo cronico e patologico del governo dell’Unione di Romano Prodi. Analisi acuta, ma che ha ovviamente creato un vero e proprio casino dentro il partito più incasinato d’Europa.
Il fatto è che il governo Berlusconi ha messo in un angolo tutte le componenti del Pd: ha eliminato l’Ici, ha ripulito la monnezza di Napoli e ora si prepara a fare quella gara tra Lufthansa e Air France per un’Alitalia da loro considerata ghiotto boccone –ma per una quota di minoranza- che Prodi per ragioni poco chiare –e forse poco pulite- non volle fare, quando avrebbe dovuto farla per cedere il controllo completo della società.
Non solo, il prudente e informato pessimismo di Tremonti, ha sinora tenuto al riparo l’Italia dai contraccolpi della crisi internazionale e questo mentre Velroni e Bersani avevano invece irresponsabilmente impostato la loro campagna elettorale promettendo un impossibile “miracolo italiano”.
Contro questi dati di fatto, Veltroni avrebbe davanti a sé due strade: sfidare Berlusconi sul terreno del governo, imponendogli un’agenda di riforme e di gestione della crisi economica che premino gli strati popolari e ammodernino effettivamente il paese; oppure, fare propaganda demonizzante.Il dramma è che Veltroni sceglie la seconda strada, perché non ha la minima idea di come percorrere la prima.
Nulla da stupirsi: è la vecchia logica del Pci, di Togliatti, Longo, Berlinguer, tanto bravi a demonizzare la Dc –e soprattutto il riformismo del Psi- quanto totalmente incapaci di proposte riformiste di governo.
Stupisce, però, che questa volta questo inutile delirio agitatorio avvenga in un clima di sbranamento totale –sembra quasi definitivo- dentro il Pd. Il mite Tonini è giunto ad affermare che il decisionismo putiniano di Berlusconi è nato con l’indecisionismo cronico e patologico del governo dell’Unione di Romano Prodi. Analisi acuta, ma che ha ovviamente creato un vero e proprio casino dentro il partito più incasinato d’Europa.
Il fatto è che il governo Berlusconi ha messo in un angolo tutte le componenti del Pd: ha eliminato l’Ici, ha ripulito la monnezza di Napoli e ora si prepara a fare quella gara tra Lufthansa e Air France per un’Alitalia da loro considerata ghiotto boccone –ma per una quota di minoranza- che Prodi per ragioni poco chiare –e forse poco pulite- non volle fare, quando avrebbe dovuto farla per cedere il controllo completo della società.
Non solo, il prudente e informato pessimismo di Tremonti, ha sinora tenuto al riparo l’Italia dai contraccolpi della crisi internazionale e questo mentre Velroni e Bersani avevano invece irresponsabilmente impostato la loro campagna elettorale promettendo un impossibile “miracolo italiano”.
Contro questi dati di fatto, Veltroni avrebbe davanti a sé due strade: sfidare Berlusconi sul terreno del governo, imponendogli un’agenda di riforme e di gestione della crisi economica che premino gli strati popolari e ammodernino effettivamente il paese; oppure, fare propaganda demonizzante.Il dramma è che Veltroni sceglie la seconda strada, perché non ha la minima idea di come percorrere la prima.
lunedì 22 settembre 2008
Fini assomiglia a De Gaulle, parola di neoconservatore. Giorgio Stracquadanio
«Fini non è assolutamente un fascista, né un neofascista. È un gaullista». A dirlo, qualche anno fa, è stato Michael Arthur Ledeen, uno degli animatori dell’American Enterprise Institute, il laboratorio dei neoconservatori washingtoniani e, soprattutto, autore, nel 1975, quando aveva trentacinque anni ed era professore di Storia, di quella Intervista sul fascismo a Renzo De Felice che aprì la prima vera riflessione profonda e non ideologica sul ventennio mussoliniano.
Non so se quel giudizio lusinghiero su Gianfranco Fini possa essere ripetuto oggi. Sicuramente non si può estendere a quanti si sono esibiti nelle polemiche sul fascismo, continuando a baloccarsi con il “grado di assolutezza del male” o con l’onore da rendere ai militari della divisione Nembo della Repubblica Sociale Italiana.
A più di trent’anni dallo splendido libro di Ledeen pubblicato da Laterza, le polemiche su fascismo e antifascismo tra destra e sinistra e nella stessa destra politica italiana dimostrano che, purtroppo, la lezione di De Felice non è penetrata nelle coscienze dei protagonisti della politica.
Tre acquisizioni
Qual è la sostanza del giudizio storico che diede Renzo De Felice del fascismo. Secondo Leeden sono tre le acquisizioni fondamentali del grande storico:
la prima è la distinzione tra Fascismo regime e Fascismo movimento: il primo con funzioni conservatrici, il secondo con forti aspirazioni di modernizzazione;
la seconda è la condivisione della radice ideologica tra fascismo e comunismo, l’esser entrambi figli di ideologie nemiche della libertà e del liberalismo. «Renzo – spiegò Leeden in un’intervista succesiva – ebbe il coraggio di dire, per la prima volta, che comunismo e fascismo in un certo senso avevano lo stesso codice genetico: erano figli della rivoluzione francese. E questa, che oggi tutti riconoscono una banale verità, era un’affermazione tremenda per la sinistra».
Un’affermazione che oggi diventa tremenda per una parte della destra che, evidentemente, fatica ad approdare alla cultura del liberalismo e al ripudio della sua matrice giacobina;
la terza acquisizione della lezione di De Felice è infine il consenso che il fascismo ebbe nel ventennio: «vorrei non fosse vero – è sempre Leeden a parlare – ma è la cosa più terribile del fascismo: è stato molto popolare». Un fatto che l’Italia intera dovrebbe riconoscere, comprendendo come la democrazia e la libertà non sono beni acquisiti per sempre. E che talvolta, per essere riconquistati, richiedono l’uso della forza, la guerra. Come quella degli anglo-americani a cui dobbiamo la nostra libertà. Senza di loro gli antifascisti non sarebbero andati da nessuna parte.
Purtroppo nulla di tutto questo si è sentito in questi giorni. Sicuramente non da Alemanno né da La Russa. Ma nemmeno da Fini. Tutti sembrano essersi formati alla storiografia retorica dell’antifascismo dell’Anpi. Sembra paradossale, ma è la destra italiana ad aver sepolto lo storico che ha posto le basi culturali per la sua legittimazione democratica. (il Domenicale)
Non so se quel giudizio lusinghiero su Gianfranco Fini possa essere ripetuto oggi. Sicuramente non si può estendere a quanti si sono esibiti nelle polemiche sul fascismo, continuando a baloccarsi con il “grado di assolutezza del male” o con l’onore da rendere ai militari della divisione Nembo della Repubblica Sociale Italiana.
A più di trent’anni dallo splendido libro di Ledeen pubblicato da Laterza, le polemiche su fascismo e antifascismo tra destra e sinistra e nella stessa destra politica italiana dimostrano che, purtroppo, la lezione di De Felice non è penetrata nelle coscienze dei protagonisti della politica.
Tre acquisizioni
Qual è la sostanza del giudizio storico che diede Renzo De Felice del fascismo. Secondo Leeden sono tre le acquisizioni fondamentali del grande storico:
la prima è la distinzione tra Fascismo regime e Fascismo movimento: il primo con funzioni conservatrici, il secondo con forti aspirazioni di modernizzazione;
la seconda è la condivisione della radice ideologica tra fascismo e comunismo, l’esser entrambi figli di ideologie nemiche della libertà e del liberalismo. «Renzo – spiegò Leeden in un’intervista succesiva – ebbe il coraggio di dire, per la prima volta, che comunismo e fascismo in un certo senso avevano lo stesso codice genetico: erano figli della rivoluzione francese. E questa, che oggi tutti riconoscono una banale verità, era un’affermazione tremenda per la sinistra».
Un’affermazione che oggi diventa tremenda per una parte della destra che, evidentemente, fatica ad approdare alla cultura del liberalismo e al ripudio della sua matrice giacobina;
la terza acquisizione della lezione di De Felice è infine il consenso che il fascismo ebbe nel ventennio: «vorrei non fosse vero – è sempre Leeden a parlare – ma è la cosa più terribile del fascismo: è stato molto popolare». Un fatto che l’Italia intera dovrebbe riconoscere, comprendendo come la democrazia e la libertà non sono beni acquisiti per sempre. E che talvolta, per essere riconquistati, richiedono l’uso della forza, la guerra. Come quella degli anglo-americani a cui dobbiamo la nostra libertà. Senza di loro gli antifascisti non sarebbero andati da nessuna parte.
Purtroppo nulla di tutto questo si è sentito in questi giorni. Sicuramente non da Alemanno né da La Russa. Ma nemmeno da Fini. Tutti sembrano essersi formati alla storiografia retorica dell’antifascismo dell’Anpi. Sembra paradossale, ma è la destra italiana ad aver sepolto lo storico che ha posto le basi culturali per la sua legittimazione democratica. (il Domenicale)
domenica 21 settembre 2008
La vendetta della realtà. Massimo De Manzoni
Dopo essersi inventati tutto l’inventabile, pur di accusare il governo di razzismo hanno arruolato anche la camorra. Il difficile confine, davanti al quale persino l’Unità, Liberazione e il manifesto si sono (a malincuore e con qualche inciampo) arrestati, l’ha attraversato con assoluta disinvoltura la Repubblica, che su questo terreno ormai ha scavalcato a sinistra lo stesso Caruso. Così, la mattanza di Castelvolturno, diventa prima una «strage degli innocenti condannati dal colore della loro pelle» per poi assurgere rapidamente a simbolo, «una vendetta della realtà contro le semplificazioni del format di governo». «La realtà», leggiamo, «ci racconta che il nero non è il nemico: è la vittima innocente, l’assassino non è l’immigrato ma l’italiano». Di qui la logica conseguenza: «Vengono alla luce l’inconsistenza, i trucchi, il furbo conformismo di una politica che sa soltanto eccitare e inseguire le paure». Fino al lapidario: «E allora perché meravigliarsi se i Casalesi possono pensare di fare una strage di neri solo per ammazzarne uno?».Ricapitoliamo: una banda di feroci camorristi, già autori di decine e decine di omicidi, spara davanti a una sartoria e uccide sei immigrati africani. Forse è un regolamento di conti nel mondo dello spaccio di droga, forse la «punizione» per il mancato pagamento del pizzo. Sul movente le indagini sono in corso, ma i cantori delle procure quando gli fa comodo delle procure se ne fanno un baffo e quindi: «vittime innocenti». E, intendiamoci, è possibilissimo che sia così. Ma allora «vittima innocente» anche l’italiano, proprietario di una sala giochi, che era stato ucciso venti minuti prima dalla stessa banda, no? Non si sa, per Repubblica non esiste: avrebbe un po’ guastato la tesi.Già, perché non bisogna dimenticare che la strage è stata compiuta per il colore della pelle ed è maturata nel clima xenofobo creato dal governo: insomma, quei feroci criminali, lo capite, mai e poi mai si sarebbero azzardati ad aprire il fuoco senza il consenso di Maroni. Lo avevano già fatto in passato? Non contro gli immigrati. Certo, avevano sparato tra la folla, uccidendo «per sbaglio» anche persone che non erano direttamente loro bersagli, ma erano italiani. Vero, avevano colpito anche donne incinte: per esempio due giovani napoletane. Sì, tra gli ammazzati di mafia e camorra ci sono stati anche ragazzini che passavano di lì per caso, ma si chiamavano Stella (12 anni), Annalisa (14), Gaetano (16). Sicuro, tra le loro vittime senz’altro innocenti si annoverano anche bambini di due o tre anni. Ma non importa, questa volta è diverso. Il premier è Berlusconi, quindi vai col razzismo, vai con la «vendetta della realtà contro il governo». E pazienza se nell’azione resta ucciso anche il buon senso.La realtà, quella vera, racconta altre cose. Per esempio, per bocca del vescovo di Capua, Bruno Schettino, parla di «settemila africani su trentamila abitanti in 27 chilometri di terra di nessuno». La realtà suggerisce che sul litorale domizio c’è il problema dei nigeriani: «Gente intelligente ma dedita alla droga e alla prostituzione».
La realtà ti sbatte in faccia che «spesso ci sono frizioni con la popolazione, il processo di integrazione è molto lento e difficile, coniugare solidarietà e accoglienza è complicato». La realtà urla di «un’emergenza sociale e morale ed ecologica», della necessità di «ricreare un tessuto umano ridotto a brandelli».
Ecco, anziché narrare la favoletta dei clan sensibili agli umori della maggioranza, forse è il caso di ripartire da qui: da un degrado che in queste zone pare inarrestabile qualunque sia il governo in carica e sul quale la criminalità organizzata gioca come sempre le sue carte di morte senza guardare in faccia nessuno. Il vero problema è questo. Ed è più che probabile che neppure Berlusconi sarà in grado di risolverlo. Può essere un limite, persino una colpa. Ma non è razzismo. (il Giornale)
La realtà ti sbatte in faccia che «spesso ci sono frizioni con la popolazione, il processo di integrazione è molto lento e difficile, coniugare solidarietà e accoglienza è complicato». La realtà urla di «un’emergenza sociale e morale ed ecologica», della necessità di «ricreare un tessuto umano ridotto a brandelli».
Ecco, anziché narrare la favoletta dei clan sensibili agli umori della maggioranza, forse è il caso di ripartire da qui: da un degrado che in queste zone pare inarrestabile qualunque sia il governo in carica e sul quale la criminalità organizzata gioca come sempre le sue carte di morte senza guardare in faccia nessuno. Il vero problema è questo. Ed è più che probabile che neppure Berlusconi sarà in grado di risolverlo. Può essere un limite, persino una colpa. Ma non è razzismo. (il Giornale)
venerdì 19 settembre 2008
Il capitalismo e la politica. Piero Ostellino
Dalla comparsa del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx (1848) a oggi, il capitalismo ha attraversato una decina di crisi, le più gravi delle quali sono state quella del 1929 e la crisi odierna. A ogni crisi, i nemici del capitalismo ne hanno annunciato la fine e ne hanno attribuito la causa al mercato.
Che, poi, vuol dire all'avidità dei capitalisti. Si sono invocati maggiori interventi dello Stato nell'economia, regole più stringenti al mercato. Che, poi, vuol dire più potere a chi governa, sia sul processo di accumulazione sia nell'allocazione delle risorse. Con misure congiunturali — tanto, secondo il detto di John Maynard Keynes, «alla lunga saremo tutti morti »— le falle, nel '29, erano state temporaneamente chiuse. Ma poiché, nel frattempo, non tutti erano morti, a quelli che sono rimasti vivi — che, poi, voleva dire l'economia soffocata dagli eccessi di spesa pubblica (deficit spending) e da troppe regole— hanno di nuovo dovuto provvedere il capitalismo e il libero mercato, con le deregolamentazioni e le privatizzazioni di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e persino di Tony Blair.
Il capitalismo non è crollato, mentre sono crollati, o si sono a esso convertiti, i sistemi negatori del mercato e a direzione politicamente centralizzata dell'economia. Poiché una buona regola — anche quando si parla di economia e persino di politica — dovrebbe essere quella di attenersi rigorosamente ai fatti, questo è il primo fatto di cui sarebbe bene tenere conto anche oggi. Il capitalismo e il mercato rimangono il «modo» migliore per produrre (e consumare) ricchezza. Tutti gli altri sono falliti. Ma è anche un fatto che la crisi del 1929 e quella attuale del sistema finanziario americano siano dovute al mercato e all' avidità dei capitalisti? La vulgata corrente, sui media come fra la classe politica, è che lo siano. Invece, come ha scritto Angelo Panebianco ieri sul Corriere, se ci si attiene ancora una volta ai fatti non è così.
La crisi del 1929 e quella attuale si assomigliano almeno in una cosa: che a produrre entrambe è stata la Federal Reserve, cioè la massima autorità finanziaria pubblica. Nel '29, con una politica monetaria troppo restrittiva; oggi, con una politica monetaria opposta, troppo espansiva. In entrambi i casi, in base a un pregiudizio culturale e a un interesse politico. Il pregiudizio: che la politica monetaria sia una variabile politica, mentre a determinare il tasso di interesse (il costo del denaro) non dovrebbe essere, a proprio piacimento, un'autorità pubblica «esterna» (la Federal Reserve), ma dovrebbero essere le preferenze «interne» dei cittadini, che è, poi, la spontanea dinamica della domanda e dell'offerta di denaro (il mercato).
L'interesse: tassi di interesse troppo alti o troppo bassi, e tenuti tali troppo a lungo, sono rispettivamente lo strumento attraverso il quale una moneta nazionale (il dollaro ieri) cerca di imporre la propria forza nel mondo e uno Stato indebitato (gli Usa oggi) riduce il servizio del debito. Che, infine, un eccesso di liquidità abbia finito (anche) col dare alla testa agli speculatori è un altro fatto incontrovertibile, come lo sarebbe rinchiudere in una cantina ben fornita di vino un bevitore di professione. (Corriere della Sera)
Che, poi, vuol dire all'avidità dei capitalisti. Si sono invocati maggiori interventi dello Stato nell'economia, regole più stringenti al mercato. Che, poi, vuol dire più potere a chi governa, sia sul processo di accumulazione sia nell'allocazione delle risorse. Con misure congiunturali — tanto, secondo il detto di John Maynard Keynes, «alla lunga saremo tutti morti »— le falle, nel '29, erano state temporaneamente chiuse. Ma poiché, nel frattempo, non tutti erano morti, a quelli che sono rimasti vivi — che, poi, voleva dire l'economia soffocata dagli eccessi di spesa pubblica (deficit spending) e da troppe regole— hanno di nuovo dovuto provvedere il capitalismo e il libero mercato, con le deregolamentazioni e le privatizzazioni di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e persino di Tony Blair.
Il capitalismo non è crollato, mentre sono crollati, o si sono a esso convertiti, i sistemi negatori del mercato e a direzione politicamente centralizzata dell'economia. Poiché una buona regola — anche quando si parla di economia e persino di politica — dovrebbe essere quella di attenersi rigorosamente ai fatti, questo è il primo fatto di cui sarebbe bene tenere conto anche oggi. Il capitalismo e il mercato rimangono il «modo» migliore per produrre (e consumare) ricchezza. Tutti gli altri sono falliti. Ma è anche un fatto che la crisi del 1929 e quella attuale del sistema finanziario americano siano dovute al mercato e all' avidità dei capitalisti? La vulgata corrente, sui media come fra la classe politica, è che lo siano. Invece, come ha scritto Angelo Panebianco ieri sul Corriere, se ci si attiene ancora una volta ai fatti non è così.
La crisi del 1929 e quella attuale si assomigliano almeno in una cosa: che a produrre entrambe è stata la Federal Reserve, cioè la massima autorità finanziaria pubblica. Nel '29, con una politica monetaria troppo restrittiva; oggi, con una politica monetaria opposta, troppo espansiva. In entrambi i casi, in base a un pregiudizio culturale e a un interesse politico. Il pregiudizio: che la politica monetaria sia una variabile politica, mentre a determinare il tasso di interesse (il costo del denaro) non dovrebbe essere, a proprio piacimento, un'autorità pubblica «esterna» (la Federal Reserve), ma dovrebbero essere le preferenze «interne» dei cittadini, che è, poi, la spontanea dinamica della domanda e dell'offerta di denaro (il mercato).
L'interesse: tassi di interesse troppo alti o troppo bassi, e tenuti tali troppo a lungo, sono rispettivamente lo strumento attraverso il quale una moneta nazionale (il dollaro ieri) cerca di imporre la propria forza nel mondo e uno Stato indebitato (gli Usa oggi) riduce il servizio del debito. Che, infine, un eccesso di liquidità abbia finito (anche) col dare alla testa agli speculatori è un altro fatto incontrovertibile, come lo sarebbe rinchiudere in una cantina ben fornita di vino un bevitore di professione. (Corriere della Sera)
mercoledì 17 settembre 2008
Quelli che con uno di destra non si mangia. Michele Brambilla
Il giornalista del manifesto Alberto Piccinini sabato scorso ha passato una bella serata. Potrebbe non fregarcene di meno se non fosse stato egli stesso a rendere pubblico l’evento con un articolo uscito ieri sul suo giornale; e se il motivo del suo godimento non fosse sintomatico dell’aria che tira.
Piccinini era andato in trattoria con la sua compagna Valentina, e a un certo punto sono entrati - anche loro per mangiare: mica per altro - alcuni ragazzi di Azione Giovani, appena usciti dalla lì vicina festa di Atreju. «Valentina si è alzata», racconta Piccinini, «e ha fatto la mossa di andarsene. Sapete come sono le ragazze: una volta non gli va bene il tavolo, l’altra volta hanno il mal di pancia. Stavolta no: mi sono alzato anch’io, ho pagato il mezzo conto e via. Fuori abbiamo preso un acquazzone da fine del mondo. Però che bella serata».
Ma sì: meglio tornare a casa bagnati fradici e a digiuno piuttosto che cenare non dico alla stessa tavola, ma nello stesso ristorante, non dico con dei fascisti, ma con dei ragazzi, insomma, di destra.
L’episodio ne ricorda un altro, celeberrimo e sicuramente ancora impresso nella memoria di molti nostri lettori. È lo stesso Piccinini a fare il collegamento: «Ai primi di giugno del 1971, Giorgio Almirante si fermò all’autogrill Cantagallo, sull’A1. Al grido di “né un panino né una goccia di benzina”, camerieri e benzinai lo fecero ripartire a bocca asciutta e serbatoio vuoto». Fece tanto clamore, quel fatto, da essere immortalato da due canzoni: una, di Piero Nissim, attaccava così: «L’altro giorno sull’autostrada/ sul versante che porta a Bologna/ viaggiava un topo di fogna/ affamato voleva mangiar»; l’altra, del Canzoniere delle Lame, rivelava il seguito: «... fu così che schiumante di rabbia/ se ne andò la squadraccia missina».
Sarà un caso, ma l’orgogliosa replica dell’eroico incrociar le braccia del Cantagallo segue di pochi giorni un’altra replica: quella di Adriano Sofri sul delitto Calabresi. Così come Sofri ripete oggi quel che aveva scritto nel 1972, e cioè che uccidere Calabresi fu un atto di giustizia, il manifesto scrive che i topi di fogna non andavano serviti allora all’autogrill e non vanno tollerati oggi sotto lo stesso tetto. Anche se non portano più la camicia nera, anche se il loro leader ha appena fatto l’elogio dell’antifascismo.
È strano: Sofri e il manifesto avevano dismesso da anni certi toni, ma ora c’è una parte della sinistra che sembra subire una sorta di regressione. Una sinistra come ad esempio quella di Caruso che parla di gambizzazioni, una sinistra che rispolvera il tristo linguaggio degli anni di piombo: la giustizia proletaria, il terrorismo di Stato, i fascisti che non devono parlare e neppure mangiare.Però a volte nei giornali la grafica gioca brutti scherzi. La rubrica di Piccinini stava proprio sopra un articolo contro il razzismo. Essere antirazzisti vuol dire saper accettare il diverso, ed è difficile immaginare che chi accetta il diverso per colore della pelle non accetti il diverso per idee. Ma oggi «non si vive più come persone, in questo Paese, non più come individui, ma come appartenenti a sottocategorie (...) si sta facendo strada una catastrofica tendenza alla semplificazione. Non solo il concetto democratico di cittadino, ma anche quello cristiano di persona vanno sbiadendo, perché richiedono la faticosa elaborazione di un giudizio caso per caso, di un rapporto umano che sappia distinguere e sappia scegliere. Sappia guardare negli occhi, un paio di occhi per volta e solo quelli. Il giudizio all’ingrosso è più comodo e rapido, leva di mezzo l’incombenza di rapportarsi al prossimo, cancella scrupoli etici e fatiche umane». Sapete chi ha scritto queste parole? Michele Serra, ieri su Repubblica. Le ha scritte contro i razzisti. Ma sono buone, buonissime, anche per chi preferisce un acquazzone a un piatto di fettuccine con vista sul nemico politico. (il Giornale)
Piccinini era andato in trattoria con la sua compagna Valentina, e a un certo punto sono entrati - anche loro per mangiare: mica per altro - alcuni ragazzi di Azione Giovani, appena usciti dalla lì vicina festa di Atreju. «Valentina si è alzata», racconta Piccinini, «e ha fatto la mossa di andarsene. Sapete come sono le ragazze: una volta non gli va bene il tavolo, l’altra volta hanno il mal di pancia. Stavolta no: mi sono alzato anch’io, ho pagato il mezzo conto e via. Fuori abbiamo preso un acquazzone da fine del mondo. Però che bella serata».
Ma sì: meglio tornare a casa bagnati fradici e a digiuno piuttosto che cenare non dico alla stessa tavola, ma nello stesso ristorante, non dico con dei fascisti, ma con dei ragazzi, insomma, di destra.
L’episodio ne ricorda un altro, celeberrimo e sicuramente ancora impresso nella memoria di molti nostri lettori. È lo stesso Piccinini a fare il collegamento: «Ai primi di giugno del 1971, Giorgio Almirante si fermò all’autogrill Cantagallo, sull’A1. Al grido di “né un panino né una goccia di benzina”, camerieri e benzinai lo fecero ripartire a bocca asciutta e serbatoio vuoto». Fece tanto clamore, quel fatto, da essere immortalato da due canzoni: una, di Piero Nissim, attaccava così: «L’altro giorno sull’autostrada/ sul versante che porta a Bologna/ viaggiava un topo di fogna/ affamato voleva mangiar»; l’altra, del Canzoniere delle Lame, rivelava il seguito: «... fu così che schiumante di rabbia/ se ne andò la squadraccia missina».
Sarà un caso, ma l’orgogliosa replica dell’eroico incrociar le braccia del Cantagallo segue di pochi giorni un’altra replica: quella di Adriano Sofri sul delitto Calabresi. Così come Sofri ripete oggi quel che aveva scritto nel 1972, e cioè che uccidere Calabresi fu un atto di giustizia, il manifesto scrive che i topi di fogna non andavano serviti allora all’autogrill e non vanno tollerati oggi sotto lo stesso tetto. Anche se non portano più la camicia nera, anche se il loro leader ha appena fatto l’elogio dell’antifascismo.
È strano: Sofri e il manifesto avevano dismesso da anni certi toni, ma ora c’è una parte della sinistra che sembra subire una sorta di regressione. Una sinistra come ad esempio quella di Caruso che parla di gambizzazioni, una sinistra che rispolvera il tristo linguaggio degli anni di piombo: la giustizia proletaria, il terrorismo di Stato, i fascisti che non devono parlare e neppure mangiare.Però a volte nei giornali la grafica gioca brutti scherzi. La rubrica di Piccinini stava proprio sopra un articolo contro il razzismo. Essere antirazzisti vuol dire saper accettare il diverso, ed è difficile immaginare che chi accetta il diverso per colore della pelle non accetti il diverso per idee. Ma oggi «non si vive più come persone, in questo Paese, non più come individui, ma come appartenenti a sottocategorie (...) si sta facendo strada una catastrofica tendenza alla semplificazione. Non solo il concetto democratico di cittadino, ma anche quello cristiano di persona vanno sbiadendo, perché richiedono la faticosa elaborazione di un giudizio caso per caso, di un rapporto umano che sappia distinguere e sappia scegliere. Sappia guardare negli occhi, un paio di occhi per volta e solo quelli. Il giudizio all’ingrosso è più comodo e rapido, leva di mezzo l’incombenza di rapportarsi al prossimo, cancella scrupoli etici e fatiche umane». Sapete chi ha scritto queste parole? Michele Serra, ieri su Repubblica. Le ha scritte contro i razzisti. Ma sono buone, buonissime, anche per chi preferisce un acquazzone a un piatto di fettuccine con vista sul nemico politico. (il Giornale)
venerdì 12 settembre 2008
Una notizia per Giannini. Orso Di Pietra
Nessuno ama dare una cattiva notizia ad un altro. Se uno non è un sadico e non ha motivi particolari per colpire o ferire, evita sempre di comunicare a chiunque notizie che possono causare dolore. Ci sono dei casi, però, in cui si deve avere il coraggio di fare piangere. E questo è uno di questi. Per cui è con profondo dispiacere che comunichiamo a Massimo Giannini, brillante editorialista e vicedirettore de “La Repubblica”, che se si mettono insieme il “il pezzo di destra berlusconiana”, il “pezzo di destra post-fascista” ed “il pezzo di destra leghista” non si riproduce una situazione balcanica ma si forma la maggioranza degli elettori italiani. E’ la democrazia, caro Giannini, e non ci puoi fare niente. Tranne che fartene una ragione! (l'Opinione)
lunedì 8 settembre 2008
Con Fannie e Freddie l'Alitalia non c'entra. Alberto Bisin
Ieri è stato annunciato il piano delle autorità finanziarie statunitensi per portare sotto il controllo del governo federale due importanti società finanziarie, conosciute come Fannie Mae e Freddie Mac. Il piano configura un intervento senza precedenti per dimensione e rilevanza. Queste società infatti posseggono o garantiscono quasi metà del mercato dei mutui negli Stati Uniti, un enorme mercato di circa 12 bilioni di dollari. Si stima che l’operazione costerà ai contribuenti alcune decine di miliardi di dollari.
Anticipando l’intervendo del governo degli Stati Uniti, nei giorni scorsi molti commentatori in Italia non hanno lesinato commenti del tipo: mentre gli Stati Uniti, patria del liberismo, salvano dal fallimento Fannie Mae e Freddie Mac, in Italia ci si lamenta per il salvataggio di Alitalia. Oppure: il libero mercato è insostenibile, prova ne sia che anche gli Stati Uniti... e via di seguito.
Il parallelo tra il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac e quello di Alitalia, per quanto forse superficialmente naturale, è a ben vedere inconsistente.
Più in generale, la crisi di Fannie Mae e Freddie Mac non adduce certo munizioni ai paladini dell’intervento dello Stato nell’economia. Proviamo a fare chiarezza.
Prima di tutto, la crisi del mercato finanziario ed immobiliare negli Stati Uniti ha reso purtroppo inevitabile il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac. Il loro fallimento avrebbe con ogni probabilità significato una riduzione dell’offerta di credito e un crollo dei valori immobiliari senza precedenti, con un associato grave inasprimento della recessione. In contrasto, Alitalia è fallita senza gravi ripercussioni macroeconomiche. Il governo italiano in effetti non ha operato alcun «salvataggio», ma ha piuttosto garantito ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza.
Ma come si è arrivati alla crisi di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia? Qui sta l’unico possibile parallelo. Le perdite di Fannie Mae e Freddie Mac, come quelle di Alitalia, sono dovute alla protezione dalla concorrenza di mercato loro concessa dai rispettivi governi. La vicenda di Alitalia è tristemente nota: gestione il più possibile protetta dalla concorrenza, condizioni contrattuali sopra mercato per i dipendenti, e management dipendente dalla politica hanno significato continue ed ingenti perdite regolarmente socializzate.
Vale la pena di ripercorrere invece in qualche dettaglio quelle delle due società americane. Fannie Mae e Freddie Mac operavano fino a ieri come società private, quotate in Borsa. La loro origine è però pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli Anni 60, quando è stata privatizzata e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli Anni 70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l’anno. Ma soprattutto, l’origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta «implicita garanzia pubblica». Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti purché avvantaggino l’azionariato di controllo e il management. Fannie Mae e Freddie Mac non sono eccezioni a questo proposito. Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio. Freddie Mac ha addirittura violato la legge sui finanziamento elettorale nel tentativo di guadagnarsi l’appoggio del Congresso.
Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia. (la Stampa)
Anticipando l’intervendo del governo degli Stati Uniti, nei giorni scorsi molti commentatori in Italia non hanno lesinato commenti del tipo: mentre gli Stati Uniti, patria del liberismo, salvano dal fallimento Fannie Mae e Freddie Mac, in Italia ci si lamenta per il salvataggio di Alitalia. Oppure: il libero mercato è insostenibile, prova ne sia che anche gli Stati Uniti... e via di seguito.
Il parallelo tra il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac e quello di Alitalia, per quanto forse superficialmente naturale, è a ben vedere inconsistente.
Più in generale, la crisi di Fannie Mae e Freddie Mac non adduce certo munizioni ai paladini dell’intervento dello Stato nell’economia. Proviamo a fare chiarezza.
Prima di tutto, la crisi del mercato finanziario ed immobiliare negli Stati Uniti ha reso purtroppo inevitabile il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac. Il loro fallimento avrebbe con ogni probabilità significato una riduzione dell’offerta di credito e un crollo dei valori immobiliari senza precedenti, con un associato grave inasprimento della recessione. In contrasto, Alitalia è fallita senza gravi ripercussioni macroeconomiche. Il governo italiano in effetti non ha operato alcun «salvataggio», ma ha piuttosto garantito ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza.
Ma come si è arrivati alla crisi di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia? Qui sta l’unico possibile parallelo. Le perdite di Fannie Mae e Freddie Mac, come quelle di Alitalia, sono dovute alla protezione dalla concorrenza di mercato loro concessa dai rispettivi governi. La vicenda di Alitalia è tristemente nota: gestione il più possibile protetta dalla concorrenza, condizioni contrattuali sopra mercato per i dipendenti, e management dipendente dalla politica hanno significato continue ed ingenti perdite regolarmente socializzate.
Vale la pena di ripercorrere invece in qualche dettaglio quelle delle due società americane. Fannie Mae e Freddie Mac operavano fino a ieri come società private, quotate in Borsa. La loro origine è però pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli Anni 60, quando è stata privatizzata e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli Anni 70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l’anno. Ma soprattutto, l’origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta «implicita garanzia pubblica». Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti purché avvantaggino l’azionariato di controllo e il management. Fannie Mae e Freddie Mac non sono eccezioni a questo proposito. Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio. Freddie Mac ha addirittura violato la legge sui finanziamento elettorale nel tentativo di guadagnarsi l’appoggio del Congresso.
Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia. (la Stampa)
domenica 7 settembre 2008
Perché pace fa rima con commercio. Carlo Stagnaro
L'insospettabile Massimo Nicolazzi se ne esce, sull'Occidentale, con un articolo di una semplicità disarmante, che tutti quelli che in queste settimane hanno scritto di Georgia, Ossezia, Russia, Europa e altra mercanzia del genere dovrebbero leggere e mandarsi a memoria come l'Ave Maria. Semplifico: ai russi i soldi piacciono e servono, non meno di quanto a noi piaccia e serva il gas. Finché questa equazione regge, il rischio di una guerra, fredda o calda, è marginale. E' la conseguenza della legge di Bastiat - dove passano le merci non passano i cannoni. Ne segue che, se vogliamo essere ragionevolmente certi che i cannoni se ne stiano dove sono, non dovremmo applicare politiche di sganciamento dal gas, perché in questo modo ridurremmo i costi della guerra (calda o fredda). Supero Nicolazzi a destra (o a sinistra): se questo è vero, e lo è, allora l'obiettivo della politica europea, e a maggior ragione della politica energetica nazionale per chi ce l'ha e se la può permettere, non dovrebbe essere salvarci dai missili russi, ma garantirci un mercato energetico efficiente e ben funzionante. Tutte le strade portano a liberalizzare. (Realismo energetico)
giovedì 28 agosto 2008
Solo le quote possono evitare nuovi ghetti. Ferdinando Camon
Le domande che nascono vedendo tanti figli di immigrati nelle nostre scuole sono tre: se la loro presenza rallenti lo svolgimento delle lezioni; se si possano iscrivere alle nostre scuole così come arrivano o se debbano prima imparare l'italiano; se possano iscriversi dove vogliono, e cioè alla scuola più vicina, o se sia meglio distribuirli per quote, in modo che non ci siano più classi che hanno il 20 o il 30 o perfino il 40 per cento di studenti d’origine straniera. A Torino c'è addirittura una classe in cui gli studenti sono tutti stranieri. Questi sono problemi, per così dire, normali: nel mondo scolastico non c’è più l’asprezza che c’era quando si discuteva se fosse opportuno che i figli degli islamici, nelle nostre medie superiori, formassero classi separate per non essere mischiati con i figli, e soprattutto le figlie, dei cristiani. In quest’ultimo caso le conseguenze erano disastrose: se si accoglieva quella richiesta, si permetteva che nella nostra repubblica si formassero nuclei di civiltà separata e ostile. Noi cerchiamo l’integrazione con chi arriva, non possiamo accettare che chi arriva cerchi la separazione da noi.
C’è a Mestre una scuola media che si chiama «Giulio Cesare», dove i genitori degli scolari italiani han deciso di boicottare la classe prima sezione G, perché ha un numero esorbitante di stranieri. Dunque sono i genitori ad accorgersi che i figli, nelle classi con tanti immigrati, non imparano niente. La settimana prossima l’assessore all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, avrà un incontro su questi temi col ministro Gelmini. Speriamo che il ministro si convinca. Perché in ogni classe, dalle elementari alle medie superiori (l’università è un’altra cosa), l'insegnante regola l’avanzamento del programma sulla capacità di apprendimento dei più indietro. Se prima un argomento non è ben appreso dagli ultimi, l’insegnante non va avanti. Svolgere un programma è come costruire una casa: non puoi collocare i mattoni del primo piano se prima non hai piantato le fondamenta.
Questo comporta che, dov’è forte la presenza di stranieri, lo svolgimento del programma va a rilento. Non perché i bambini stranieri siano meno dotati: non si tratta di doti, ma di basi. Anzitutto, basi linguistiche, e cioè possesso dell’italiano. Nelle superiori, ci sono ragazzi dell’est-europeo che rendono moltissimo, i romeni specialmente, perché per loro è facile superare il gap linguistico, che è ridotto, e superato quello vanno di corsa, spinti dalla poderosa «vis a tergo» che è la condizione di immigrati.
I piccoli islamici, invece, sono bloccati dalla cattiva conoscenza dell’italiano, lingua per loro difficilissima. La lingua s’impara a scuola, tra gli amici e a casa. Se tra gli amici e a casa parla un’altra lingua, il ragazzo non imparerà mai bene l’italiano. Ci sono politici che rifiutano questo ragionamento, perché dicono che così si rallenta l’integrazione, in quanto si ritiene che quei bambini abbiano bisogno di una pre-scuola, da separati, prima della vera scuola, con i coetanei italiani. Come se quelli che arrivano da fuori fossero scolari di serie B.
Questi politici sbagliano: prevedere che i figli degli immigrati, prima d’iscriversi alle nostre scuole, imparino l’italiano, non vuol dire ostacolare l’integrazione, ma favorirla. Non c’è integrazione con una civiltà senza la conoscenza della lingua in cui quella civiltà si esprime. Alle elementari c’è il problema dell’età: arrivano a iscriversi bambini di 8, 9, 10 anni. Non è opportuno iscriverli alla classe che gli spetta per età, è meglio iscriverli alla classe che gli spetta in base alla loro conoscenza dell’italiano. Ci sono quartieri dove l’immigrazione è così intensa che nelle scuole si arriva al 30 % di scolari immigrati, e anche di più. Succede nelle periferie. Nei centri, gli scolari sono italiani al 95%, o nella totalità. E’ così che si formano scuole di serie A e scuole di serie B. Non è una buona cosa. Meglio distribuire per quote gli immigrati, e non si dica che questo vuol dire peggiorare tutte le scuole: la presenza di immigrati è anche un arricchimento culturale, basta saperlo cogliere. (la Stampa)
C’è a Mestre una scuola media che si chiama «Giulio Cesare», dove i genitori degli scolari italiani han deciso di boicottare la classe prima sezione G, perché ha un numero esorbitante di stranieri. Dunque sono i genitori ad accorgersi che i figli, nelle classi con tanti immigrati, non imparano niente. La settimana prossima l’assessore all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, avrà un incontro su questi temi col ministro Gelmini. Speriamo che il ministro si convinca. Perché in ogni classe, dalle elementari alle medie superiori (l’università è un’altra cosa), l'insegnante regola l’avanzamento del programma sulla capacità di apprendimento dei più indietro. Se prima un argomento non è ben appreso dagli ultimi, l’insegnante non va avanti. Svolgere un programma è come costruire una casa: non puoi collocare i mattoni del primo piano se prima non hai piantato le fondamenta.
Questo comporta che, dov’è forte la presenza di stranieri, lo svolgimento del programma va a rilento. Non perché i bambini stranieri siano meno dotati: non si tratta di doti, ma di basi. Anzitutto, basi linguistiche, e cioè possesso dell’italiano. Nelle superiori, ci sono ragazzi dell’est-europeo che rendono moltissimo, i romeni specialmente, perché per loro è facile superare il gap linguistico, che è ridotto, e superato quello vanno di corsa, spinti dalla poderosa «vis a tergo» che è la condizione di immigrati.
I piccoli islamici, invece, sono bloccati dalla cattiva conoscenza dell’italiano, lingua per loro difficilissima. La lingua s’impara a scuola, tra gli amici e a casa. Se tra gli amici e a casa parla un’altra lingua, il ragazzo non imparerà mai bene l’italiano. Ci sono politici che rifiutano questo ragionamento, perché dicono che così si rallenta l’integrazione, in quanto si ritiene che quei bambini abbiano bisogno di una pre-scuola, da separati, prima della vera scuola, con i coetanei italiani. Come se quelli che arrivano da fuori fossero scolari di serie B.
Questi politici sbagliano: prevedere che i figli degli immigrati, prima d’iscriversi alle nostre scuole, imparino l’italiano, non vuol dire ostacolare l’integrazione, ma favorirla. Non c’è integrazione con una civiltà senza la conoscenza della lingua in cui quella civiltà si esprime. Alle elementari c’è il problema dell’età: arrivano a iscriversi bambini di 8, 9, 10 anni. Non è opportuno iscriverli alla classe che gli spetta per età, è meglio iscriverli alla classe che gli spetta in base alla loro conoscenza dell’italiano. Ci sono quartieri dove l’immigrazione è così intensa che nelle scuole si arriva al 30 % di scolari immigrati, e anche di più. Succede nelle periferie. Nei centri, gli scolari sono italiani al 95%, o nella totalità. E’ così che si formano scuole di serie A e scuole di serie B. Non è una buona cosa. Meglio distribuire per quote gli immigrati, e non si dica che questo vuol dire peggiorare tutte le scuole: la presenza di immigrati è anche un arricchimento culturale, basta saperlo cogliere. (la Stampa)
martedì 26 agosto 2008
La scuola, lo Stato, il sud. Davide Giacalone
Sostenere che vi sia una deficienza culturale e professionale di alcuni insegnanti, riconducibile al loro essere meridionali, non è solo privo di senso, ma dimostrerebbe l’ignoranza circa la storia dell’istruzione pubblica, regia ancor prima che repubblicana, arricchitasi di scambi continui fra docenti provenienti dalle diverse aree del Paese. Si può, anzi, sostenere che siano stati la scuola ed il servizio militare obbligatorio ad aver fatto gli italiani, avendo poi provveduto la televisione a fare l’italiano, inteso come lingua. Al tempo stesso, però, occorre essere accecati dal pregiudizio per non vedere il micidiale dislivello culturale che la scuola produce, a tutto danno dei ragazzi meridionali e periferici. Ci sono dati, non smentibili, che lo dimostrano.
Non credo, però, che il problema siano (solo) i docenti. Altrimenti spiegatemi perché più si scende verso il tacco e la punta dello stivale, più si scassano anche la giustizia e la sanità. Non è bello, ma più si va verso sud più è lo Stato nel suo insieme a funzionare meno, giungendo, in alcune zone, anche a perdere sovranità territoriale. I corsi di recupero devono farli non (solo) gli insegnanti, ma legislatori e politici che si ostinano a non guardare in faccia la realtà.Le ragioni di questo disastro sono molteplici, troppe per parlarne in sintesi. La costante è lo sfilacciarsi del tessuto sociale, talché ogni attività pubblica serve a finanziare una famiglia od un gruppo, ma non a servire la conoscenza, la giustizia, la produzione o la salute. La via d’uscita non è la separazione dei mali e delle insufficienze, in un tripudio di federalismo divisorio anziché moltiplicativo, ma serve una rivoluzione meritocratica che dissolva incrostazioni intollerabili. Serve rendere individuabili le responsabilità, punendole, che siano in corsia, in aula od in tribunale. Serve rompere lo schema dei soldi e la carriera uguali per tutti, talché si conservino intatte le peggiori diseguaglianze. Non è una ricetta diversa da quella che serve anche al nord, ma più urgente e più intensa.
Lo Stato, al sud, fece miracoli negli anni cinquanta. Negarne l’odierno fallimento serve solo a prolungarlo, estendendolo inevitabilmente ad ogni angolo d’Italia. Lo Stato non può e non deve essere cancellato, per questo occorre riformarlo.
Non credo, però, che il problema siano (solo) i docenti. Altrimenti spiegatemi perché più si scende verso il tacco e la punta dello stivale, più si scassano anche la giustizia e la sanità. Non è bello, ma più si va verso sud più è lo Stato nel suo insieme a funzionare meno, giungendo, in alcune zone, anche a perdere sovranità territoriale. I corsi di recupero devono farli non (solo) gli insegnanti, ma legislatori e politici che si ostinano a non guardare in faccia la realtà.Le ragioni di questo disastro sono molteplici, troppe per parlarne in sintesi. La costante è lo sfilacciarsi del tessuto sociale, talché ogni attività pubblica serve a finanziare una famiglia od un gruppo, ma non a servire la conoscenza, la giustizia, la produzione o la salute. La via d’uscita non è la separazione dei mali e delle insufficienze, in un tripudio di federalismo divisorio anziché moltiplicativo, ma serve una rivoluzione meritocratica che dissolva incrostazioni intollerabili. Serve rendere individuabili le responsabilità, punendole, che siano in corsia, in aula od in tribunale. Serve rompere lo schema dei soldi e la carriera uguali per tutti, talché si conservino intatte le peggiori diseguaglianze. Non è una ricetta diversa da quella che serve anche al nord, ma più urgente e più intensa.
Lo Stato, al sud, fece miracoli negli anni cinquanta. Negarne l’odierno fallimento serve solo a prolungarlo, estendendolo inevitabilmente ad ogni angolo d’Italia. Lo Stato non può e non deve essere cancellato, per questo occorre riformarlo.
lunedì 11 agosto 2008
Pedaggio urbano: istruzioni per l'uso. Francesco Ramella
Mentre a Roma ed a Torino si discute se imitare Milano ed introdurre politiche di pedaggio del traffico urbano, da Londra giungono nuovi elementi di valutazione della congestion charge voluta da Ken Livingstone.
Secondo quanto riportato nell'utlimo rapporto di London Transport, la tariffazione ha sì ridotto il numero di veicoli circolanti ma non ha avuto effetti sulla congestione. I tempi di percorrenza nel centro di Londra sono sostanzialmente invariati rispetto al periodo antecedente l'adozione della misura. L'apparente contraddizione è spiegata dal fatto che, in parallelo alla diminuzione del traffico si è avuta, a causa di lavori di manutenzione delle reti di elettricità, gas e acqua, una riduzione dello spazio stradale.Irrilevanti sono poi gli effetti in termini di riduzione dell'inquinamento atmosferico. Lo stesso Livingstone, d'altra parte, non ha mai considerato la charge come un'iniziativa ambientale.Analoghe conclusioni sembrano potersi trarre dopo i primi sei mesi di sperimentazione dell'Ecopass milanese che hanno avuto (come previsto) un modestissimo impatto sulla riduzione della concentrazione di sostanze inquinanti in atmosfera.La lezione che si può trarre dal bilancio di Transport for London è che, come ovvio ma come si tende spesso a dimenticare nell'attuazione delle politiche di regolazione del traffico, a parità di altre condizioni, ridurre l'offerta di spazio stradale comporta un incremento della congestione (e dell'inquinamneto). E che, dunque, l'utilizzo migliore per le risorse raccolte con il pedaggio consiste nel realiizzare nuove infrastrutture, in particolare strade sotterranee, oppure nel ridurre ia tassazione che grava sul settore automobilistico. Un'ultima annotazione: viene spesso utilizzata come misura del successo dell'introduzione di politiche di pedaggio, l'entità degli introiti per le casse comunali. In realtà, tali risorse non rappresentano un beneficio ma un trasferimento di denaro dagli automobilisti all'amministrazione comunale. E non è affatto sicuro che l'utilizzo delle stesse da parte del soggetto pubblico porti a benefici maggiori di quelli che si sarebbero avuti lasciando quei soldi nelle tasche dei privati. (Realismo energetico)
Secondo quanto riportato nell'utlimo rapporto di London Transport, la tariffazione ha sì ridotto il numero di veicoli circolanti ma non ha avuto effetti sulla congestione. I tempi di percorrenza nel centro di Londra sono sostanzialmente invariati rispetto al periodo antecedente l'adozione della misura. L'apparente contraddizione è spiegata dal fatto che, in parallelo alla diminuzione del traffico si è avuta, a causa di lavori di manutenzione delle reti di elettricità, gas e acqua, una riduzione dello spazio stradale.Irrilevanti sono poi gli effetti in termini di riduzione dell'inquinamento atmosferico. Lo stesso Livingstone, d'altra parte, non ha mai considerato la charge come un'iniziativa ambientale.Analoghe conclusioni sembrano potersi trarre dopo i primi sei mesi di sperimentazione dell'Ecopass milanese che hanno avuto (come previsto) un modestissimo impatto sulla riduzione della concentrazione di sostanze inquinanti in atmosfera.La lezione che si può trarre dal bilancio di Transport for London è che, come ovvio ma come si tende spesso a dimenticare nell'attuazione delle politiche di regolazione del traffico, a parità di altre condizioni, ridurre l'offerta di spazio stradale comporta un incremento della congestione (e dell'inquinamneto). E che, dunque, l'utilizzo migliore per le risorse raccolte con il pedaggio consiste nel realiizzare nuove infrastrutture, in particolare strade sotterranee, oppure nel ridurre ia tassazione che grava sul settore automobilistico. Un'ultima annotazione: viene spesso utilizzata come misura del successo dell'introduzione di politiche di pedaggio, l'entità degli introiti per le casse comunali. In realtà, tali risorse non rappresentano un beneficio ma un trasferimento di denaro dagli automobilisti all'amministrazione comunale. E non è affatto sicuro che l'utilizzo delle stesse da parte del soggetto pubblico porti a benefici maggiori di quelli che si sarebbero avuti lasciando quei soldi nelle tasche dei privati. (Realismo energetico)
sabato 9 agosto 2008
2 agosto. Porre fine alla criminalizzazione dei governi. Salvatore Sechi
Non è più ammissibile che si possa prolungare nel tempo quanto avviene ogni anno il 2 agosto a Bologna. Questa data ha cessato di essere l'anniversario della strage più spaventosa avvenuta nell'Italia repubblicana e il simbolo della ripulsa nazionale, collettiva, ad ogni tentativo delle forze eversive, di destra o di sinistra, di delegittimare, o peggio smantellare, le istituzioni. In realtà, ogni volta si assiste ad uno spettacolo rivoltante. Dal palco della stazione centrale i rappresentanti della città e soprattutto quello delle vittime, insieme ad un gruppetto di contestatori della cosiddetta «sinistra radicale», muovono le critiche più severe e anche più infondate nei confronti del governo in carica.
Si chiede una cosa ridicola, cioè di abolire il segreto di Stato sulla strage di Bologna. Come sanno tutti, tale segreto non è stato mai opposto perché sulla vicenda dell'attentato criminale a Bologna non è mai esistito. Questa favola è un cavallo di battaglia inventato e propagandato, a puri fini agitatori, da esponenti dell'estrema sinistra «comunista» e dal sindaco che, con la delicatezza di un metalmeccanico, discetta su un problema delicato come quello del revisionismo storico. In secondo luogo si chiede che vengano individuati e puniti i mandanti della strage. Si tratta di una richiesta ragionevole, ma essa è una competenza della magistratura, e non del governo. In terzo luogo, viene celebrata una sorta di processo pubblico, popolare, nei confronti dell'ex presidente della Repubblica Cossiga, dei dirigenti di Alleanza Nazionale e di Forza Italia, al pari dei giornalisti e degli storici che si sono permessi di criticare la sentenza emessa dai tribunali sugli esecutori della strage.
Esprimere un dissenso in questi ultimi 25 anni ha significato essere esposti al maltrattamento di una parte della piazza e di chi, da anni, la manovra e scatena. L'obiettivo non è più il sentimento di pietà e il desiderio di stringersi attorno a chi è stato colpito negli affetti, combattendo ogni velleità revanscista sul nostro regime repubblicano e democratico. Si vuole, infatti, mettere sotto accusa i ministri del governo in carica quasi fossero essi i responsabili della miscela mortale fatta esplodere in una valigia nella sala d'aspetto della stazione bolognese. Questa infamia deve avere fine. Il governo, qualunque sia la sua estrazione politica, ha il dovere di sottrarsi a questo rito in cui si diventa bersaglio di ogni squallida e falsa imputazione.
In realtà, chi manovra il segmento rissoso della piazza lo fa sapendo che la posta in gioco è un'altra, cioè la sentenza di condanna dei terroristi neri Fioravanti e Mambro. Qualche ora dopo l'esplosione della stazione centrale, da parte del Pci, del sindaco dell'epoca e dello stesso presidente del Consiglio (Cossiga poi ha fatto ammenda di quell'errore) si proclamò che la strage era «nera», cioè era un atto dell'eversione neo-fascista. Tutte le inchieste, le accuse, i sospetti vennero indirizzati da questa parte. Era comprensibile e giustificato che si cominciasse cercando l'«infame» nei gruppi di estrema destra. Tutte le inchieste della Digos, del ministero dell'Interno e dei Servizi avevano da anni consentito di acquisire un imponente materiale (come dimostra il bel libro di Mimmo Franzinelli edito da Rizzoli, La sottile linea nera) su progetti, tentativi, attentati di questi terroristi (alleati non di rado a funzionari dei nostri servizi di intelligence) contro uomini e istituzioni della democrazia repubblicana.
Purtroppo le sentenze sul 2 agosto non sono riuscite a diradare ogni ombra (ha ragione Gianfranco Fini) e ad essere convincenti. Praticamente tutti i libri pubblicati (anche da studiosi di sinistra), le inchieste e le ricostruzioni televisive sono concordi nell'indicare che le motivazioni della condanna sono fragili, contradddittorie, poco o nulla fondate su prove. Com'è noto esse si basano sulle testimonianze di un criminale affetto da gravi turbe neuro-psichiche (e quindi per nulla attendibile) come Angelo Izzo, di un leader della malavita romana (Massimo Sparti), smentito dall'intera cerchia familiare, di una telefonata del giovane Ciavardini alla fidanzata perché non prendesse posto nel treno che poi salterà in aria. Tutto qui.
La verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e allo stesso senso comune. La requisitoria, pubblicata sul quotidiano del Pci, l'Unità, del pm Libero Mancuso, come le sentenze che ne sono seguite, non si fonda su un'ampia filiera di fatti, ma su un pregiudizio ideologico. La magistratura ha dato al Pci ciò che chiedeva, cioè dei colpevoli di una strage che si è immediatamente, cioè senza disporre di prove, bollata come di fattura «nera», cioè di criminali dell'estrema destra. Dunque, una classica sentenza sovietica, perché anzitutto ideologica. Appena nelle indagini giudiziarie si sono profilati un interesse e una responsabilità della sinistra (cioè del terrorismo arabo-palestinese alleato della Primula Rossa degli attentati ai treni, Carlos), nessuno ha esaminato il possibile ruolo di Thomas Kram e di Abu Saleh Anzeh. Non ha senso dire che essi abbiano sistemato la valigia che è esplosa nella sala d'aspetto della stazione di Bologna. Bisogna, però, non desistere dal chiedere come mai la magistratura non abbia compiuto i passi necessari per accertare le loro responsabilità.
Nel caso del terrorista tedesco Thomas Kram è stupefacente quanto ha dichiarato un magistrato noto per la sua indipendenza di giudizio dai partiti, Luigi Persico. Oggi sostituto procuratore aggiunto del Tribunale di Bologna, fu incaricato delle indagini il 2 agosto 1980 insieme ad altri tre più giovani colleghi. Persico ha, senza mezzi termini né equivoci, sostenuto che nessun organo di polizia segnalò a lui e agli altri tre sostituti le informazioni sul terrorista tedesco Thomas Kram di cui sia la Questura di Bologna sia il ministero dell'Interno disponevano sin da primi anni Settanta. Tutto ciò contrasta con quanto sia io sia i colleghi Giampaolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, consulenti della Commissione parlamentare sul dossier Mitrokhin, sin dal 2005, abbiamo potuto accertare. Dalla consultazione delle carte, a Bologna e a Roma, emerse che nei giorni immediatamente successivi all'attentato la polizia giudiziaria bolognese trasmise alla Procura un fascicolo su Kram, in cui la polizia tedesca ne confermava la pericolosità. Come mai nessuno si è preoccupato di esaminarlo e avviare delle indagini? Esse portavano, come ho potuto constatare, alla Primula Rossa del terrorismo, Carlos, e ai suoi legami col terrorismo arabo-palestinese. Quest'ultimo ebbe nel giordano Abu Saleh Anzeh, stabilitosi a Bologna, legato sia a G. Hababsh (il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina) sia all'esponente del servizio di intelligence italiano a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, un proprio rappresentante.
Poiché questa pista è stata sottovalutata o ignorata, è auspicabile che la Procura della Repubblica di Bologna, nelle persone di S. Piro e L. Persico, la perlustrino con indipendenza e rigore. Malgrado i gravi limiti dell'inchiesta e delle sentenze di condanna, ogni 2 agosto si coglie il pretesto per accreditare una sentenza di tipo sovietico e non per cercare la verità. Il governo deve cessare di offrirsi come imputato, cioè come vittima consenziente di una gazzarra che copre un verdetto giudiziario che non ha la forza di convincere più nessuno. C'è un limite a lasciarsi ogni anno lapidare da un gruppo di comunisti per nulla pentiti. (Ragionpolitica)
Si chiede una cosa ridicola, cioè di abolire il segreto di Stato sulla strage di Bologna. Come sanno tutti, tale segreto non è stato mai opposto perché sulla vicenda dell'attentato criminale a Bologna non è mai esistito. Questa favola è un cavallo di battaglia inventato e propagandato, a puri fini agitatori, da esponenti dell'estrema sinistra «comunista» e dal sindaco che, con la delicatezza di un metalmeccanico, discetta su un problema delicato come quello del revisionismo storico. In secondo luogo si chiede che vengano individuati e puniti i mandanti della strage. Si tratta di una richiesta ragionevole, ma essa è una competenza della magistratura, e non del governo. In terzo luogo, viene celebrata una sorta di processo pubblico, popolare, nei confronti dell'ex presidente della Repubblica Cossiga, dei dirigenti di Alleanza Nazionale e di Forza Italia, al pari dei giornalisti e degli storici che si sono permessi di criticare la sentenza emessa dai tribunali sugli esecutori della strage.
Esprimere un dissenso in questi ultimi 25 anni ha significato essere esposti al maltrattamento di una parte della piazza e di chi, da anni, la manovra e scatena. L'obiettivo non è più il sentimento di pietà e il desiderio di stringersi attorno a chi è stato colpito negli affetti, combattendo ogni velleità revanscista sul nostro regime repubblicano e democratico. Si vuole, infatti, mettere sotto accusa i ministri del governo in carica quasi fossero essi i responsabili della miscela mortale fatta esplodere in una valigia nella sala d'aspetto della stazione bolognese. Questa infamia deve avere fine. Il governo, qualunque sia la sua estrazione politica, ha il dovere di sottrarsi a questo rito in cui si diventa bersaglio di ogni squallida e falsa imputazione.
In realtà, chi manovra il segmento rissoso della piazza lo fa sapendo che la posta in gioco è un'altra, cioè la sentenza di condanna dei terroristi neri Fioravanti e Mambro. Qualche ora dopo l'esplosione della stazione centrale, da parte del Pci, del sindaco dell'epoca e dello stesso presidente del Consiglio (Cossiga poi ha fatto ammenda di quell'errore) si proclamò che la strage era «nera», cioè era un atto dell'eversione neo-fascista. Tutte le inchieste, le accuse, i sospetti vennero indirizzati da questa parte. Era comprensibile e giustificato che si cominciasse cercando l'«infame» nei gruppi di estrema destra. Tutte le inchieste della Digos, del ministero dell'Interno e dei Servizi avevano da anni consentito di acquisire un imponente materiale (come dimostra il bel libro di Mimmo Franzinelli edito da Rizzoli, La sottile linea nera) su progetti, tentativi, attentati di questi terroristi (alleati non di rado a funzionari dei nostri servizi di intelligence) contro uomini e istituzioni della democrazia repubblicana.
Purtroppo le sentenze sul 2 agosto non sono riuscite a diradare ogni ombra (ha ragione Gianfranco Fini) e ad essere convincenti. Praticamente tutti i libri pubblicati (anche da studiosi di sinistra), le inchieste e le ricostruzioni televisive sono concordi nell'indicare che le motivazioni della condanna sono fragili, contradddittorie, poco o nulla fondate su prove. Com'è noto esse si basano sulle testimonianze di un criminale affetto da gravi turbe neuro-psichiche (e quindi per nulla attendibile) come Angelo Izzo, di un leader della malavita romana (Massimo Sparti), smentito dall'intera cerchia familiare, di una telefonata del giovane Ciavardini alla fidanzata perché non prendesse posto nel treno che poi salterà in aria. Tutto qui.
La verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e allo stesso senso comune. La requisitoria, pubblicata sul quotidiano del Pci, l'Unità, del pm Libero Mancuso, come le sentenze che ne sono seguite, non si fonda su un'ampia filiera di fatti, ma su un pregiudizio ideologico. La magistratura ha dato al Pci ciò che chiedeva, cioè dei colpevoli di una strage che si è immediatamente, cioè senza disporre di prove, bollata come di fattura «nera», cioè di criminali dell'estrema destra. Dunque, una classica sentenza sovietica, perché anzitutto ideologica. Appena nelle indagini giudiziarie si sono profilati un interesse e una responsabilità della sinistra (cioè del terrorismo arabo-palestinese alleato della Primula Rossa degli attentati ai treni, Carlos), nessuno ha esaminato il possibile ruolo di Thomas Kram e di Abu Saleh Anzeh. Non ha senso dire che essi abbiano sistemato la valigia che è esplosa nella sala d'aspetto della stazione di Bologna. Bisogna, però, non desistere dal chiedere come mai la magistratura non abbia compiuto i passi necessari per accertare le loro responsabilità.
Nel caso del terrorista tedesco Thomas Kram è stupefacente quanto ha dichiarato un magistrato noto per la sua indipendenza di giudizio dai partiti, Luigi Persico. Oggi sostituto procuratore aggiunto del Tribunale di Bologna, fu incaricato delle indagini il 2 agosto 1980 insieme ad altri tre più giovani colleghi. Persico ha, senza mezzi termini né equivoci, sostenuto che nessun organo di polizia segnalò a lui e agli altri tre sostituti le informazioni sul terrorista tedesco Thomas Kram di cui sia la Questura di Bologna sia il ministero dell'Interno disponevano sin da primi anni Settanta. Tutto ciò contrasta con quanto sia io sia i colleghi Giampaolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, consulenti della Commissione parlamentare sul dossier Mitrokhin, sin dal 2005, abbiamo potuto accertare. Dalla consultazione delle carte, a Bologna e a Roma, emerse che nei giorni immediatamente successivi all'attentato la polizia giudiziaria bolognese trasmise alla Procura un fascicolo su Kram, in cui la polizia tedesca ne confermava la pericolosità. Come mai nessuno si è preoccupato di esaminarlo e avviare delle indagini? Esse portavano, come ho potuto constatare, alla Primula Rossa del terrorismo, Carlos, e ai suoi legami col terrorismo arabo-palestinese. Quest'ultimo ebbe nel giordano Abu Saleh Anzeh, stabilitosi a Bologna, legato sia a G. Hababsh (il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina) sia all'esponente del servizio di intelligence italiano a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, un proprio rappresentante.
Poiché questa pista è stata sottovalutata o ignorata, è auspicabile che la Procura della Repubblica di Bologna, nelle persone di S. Piro e L. Persico, la perlustrino con indipendenza e rigore. Malgrado i gravi limiti dell'inchiesta e delle sentenze di condanna, ogni 2 agosto si coglie il pretesto per accreditare una sentenza di tipo sovietico e non per cercare la verità. Il governo deve cessare di offrirsi come imputato, cioè come vittima consenziente di una gazzarra che copre un verdetto giudiziario che non ha la forza di convincere più nessuno. C'è un limite a lasciarsi ogni anno lapidare da un gruppo di comunisti per nulla pentiti. (Ragionpolitica)
giovedì 7 agosto 2008
Arriva il vigile urbano armato. TG5
Sono seimilacinquecento i vigili urbani a Roma e molti di loro potranno ora girare durante le ore di servizio armati di manganelli di gomma, spray urticanti antiaggressione e di una pistola calibro nove, semiautomatica. Lo stabilisce la nuova delibera approvata in giunta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e pronta per essere votata in consiglio comunale. Cambia dunque, la figura del poliziotto municipale nella capitale, non più un vigile urbano ma un vero agente di pubblica sicurezza pronto a difendersi e a combattere il degrado e la criminalità. Misure di sicurezza che sembrano straordinarie ma sono già adottate in numerose e importanti città italiane. Sono armati i 1.400 vigili urbani di Palermo che girano con una calibro nove, sia a canna lunga che corta. A Napoli i più anziani girano con una beretta calibro 7.65 a canna corta, a Salerno è stato deciso di dare in dotazione alla polizia municipale i manganelli. Ma sono armati anche i vigili urbani di Bari, che hanno in uso - come stabilito due giorni fa - anche il casco protettivo, il giubbotto antiproiettile, lo spray irritante e il bastone estensibile. Pistole d'ordinanza a Torino, a Milano, Genova, Bologna e Firenze, utilizzabili solo per legittima difesa.
martedì 5 agosto 2008
Martino sullo scenario economico internazionale. IBL
La globalizzazione ci ha reso tutti più ricchi. Nell'ultimo Occasional Paper dell'Istituto Bruno Leoni, intitolato "Lo scenario economico internazionale" (PDF), Antonio Martino riflette sugli enormi benefici che la globalizzazione ha portato all'Europa e a tutto il mondo, compresi i paesi più svantaggiati."
Le tesi dei protezionisti - scrive Martino - sono diventate in apparenza più raffinate, restando tuttavia grossolanamente false nella sostanza. E’ di moda oggi sostenere che il protezionismo è reso necessario per contrastare la concorrenza ‘sleale’ di Paesi che, come la Cina e l’India (immaginosamente accomunate col termine ‘Cindia’), praticano il ‘dumping sociale’ e quello ambientale perché i loro standard di protezione sono più bassi dei nostri. Si tratta di una crudele sciocchezza: i salari e le condizioni di lavoro nei Paesi poveri sono meno elevati dei nostri per la semplice ragione che quei Paesi sono più poveri di noi e lo stesso vale per gli standard di protezione ambientale. Sostenere che dobbiamo gravare i loro prodotti di oneri tariffari equivale a dire che i Paesi poveri devono essere puniti per la loro povertà".
Commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL: "Questo Occasional Paper di Martino è un utile strumento di lavoro per chi voglia testare le idee liberiste in un momento di crisi. Martino dimostra efficacemente come le attuali difficoltà economiche non possano e non debbano essere ostacolo all'adozione di misure pro-mercato. Anzi, è semmai ancora più urgente liberare l'economia europea e renderla più compatibile con la globalizzazione: il maggiore impulso dai mercati internazionali e la maggiore concorrenzialità sono la più efficace delle ricette per tornare a crescere".
L'Occasional Paper di Antonio Martino, "Lo scenario economico internazionale", è liberamente scaricabile qui (PDF).
Le tesi dei protezionisti - scrive Martino - sono diventate in apparenza più raffinate, restando tuttavia grossolanamente false nella sostanza. E’ di moda oggi sostenere che il protezionismo è reso necessario per contrastare la concorrenza ‘sleale’ di Paesi che, come la Cina e l’India (immaginosamente accomunate col termine ‘Cindia’), praticano il ‘dumping sociale’ e quello ambientale perché i loro standard di protezione sono più bassi dei nostri. Si tratta di una crudele sciocchezza: i salari e le condizioni di lavoro nei Paesi poveri sono meno elevati dei nostri per la semplice ragione che quei Paesi sono più poveri di noi e lo stesso vale per gli standard di protezione ambientale. Sostenere che dobbiamo gravare i loro prodotti di oneri tariffari equivale a dire che i Paesi poveri devono essere puniti per la loro povertà".
Commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL: "Questo Occasional Paper di Martino è un utile strumento di lavoro per chi voglia testare le idee liberiste in un momento di crisi. Martino dimostra efficacemente come le attuali difficoltà economiche non possano e non debbano essere ostacolo all'adozione di misure pro-mercato. Anzi, è semmai ancora più urgente liberare l'economia europea e renderla più compatibile con la globalizzazione: il maggiore impulso dai mercati internazionali e la maggiore concorrenzialità sono la più efficace delle ricette per tornare a crescere".
L'Occasional Paper di Antonio Martino, "Lo scenario economico internazionale", è liberamente scaricabile qui (PDF).
lunedì 4 agosto 2008
Se l'operaio non sciopera. Vittorio Macioce
No, grazie. L’autunno caldo proprio non interessa. Non è neppure una domanda da fare con le valigie già pronte, il bagagliaio dell’auto già aperto e uno straccio di vacanza da consumare. È il dialogo più chiaro di questa stagione di crisi. Il giornalista di Liberazione va davanti ai cancelli di Mirafiori. Qui un tempo c’era la classe operaia. Ora c’è gente che lavora, uomini, individui, che fanno i conti per arrivare a fine mese. Sono realisti. Sono solidi. Sono saggi. Dicono: «Lascia stare. È un momentaccio. E in autunno sarà ancora peggio. Con la cassa a rotazione avremo centocinquanta euro in meno in busta al mese. Se va bene. Fare sciopero? Siamo divisi, pronti a essere sostituiti. E poi, scusa, scioperare per cosa? Le macchine non si vendono proprio. Questa volta i padroni non sono cattivi. Dovremo mangiare molte cucchiaiate di merda, stringere i denti. In vacanza vado una settimana al mare. Lo faccio per i figli piccoli. Fosse per me starei qua».
È chiaro quello che sta accadendo. Non è solo la storia del metalmeccanico che ha cambiato il suo cielo, i suoi orizzonti, che magari vota Lega e ha paura degli immigrati. C’è qualcosa di più. Ed è tutto quello che questa sinistra non ha capito. C’è una parola che rimbalza senza troppe chiacchiere: consapevolezza. La classe politica parla con parole vecchie, si scamicia per questioni etiche e filosofiche che hanno il sapore, e la liturgia, dei culti bizantini. Dice che in autunno porterà in piazza le masse indignate. Brutte le masse, sono un’entità senza nome, ricordi di un secolo lontano. Ma le masse non pagano le bollette, non fanno la spesa, non devono crescere i figli. Le masse sono una fata morgana, una presa in giro. Le masse non hanno un’anima. La classe politica va in giro con un Tutto Città vecchio di almeno trent’anni e si stupisce perché non ci sta capendo più nulla, non sa orientarsi. Ma non dice: è sbagliata la mappa. Dice: è sbagliata la città. Nessuno si mette lì e traccia nuove linee. I migliori, i più pragmatici, hanno perlomeno il buon senso di fermarsi e chiedere a qualche passante: scusi, dove si va per il duomo? Gli altri continuano a segnare con il ditino percorsi inesistenti. Vecchi stregoni che pensano di risolvere tutto, di tutelare ciò che resta della classe operaia, con quella formula da fattucchieri che è lo sciopero generale. Roba da Novecento e da ferriere e manifatture che non esistono più.
La risposta a questo teatro dell’assurdo arriva dalla gente che lavora. Operai e non solo. È una risposta semplice semplice: qui la situazione è brutta, l’Italia si trova a un bivio, drammatizzare non serve, rimbocchiamoci le maniche. Questo Paese ha bisogno di coraggio e buon senso. Molti italiani lo hanno capito. La classe politica, soprattutto quella classe politica, si adegui. O vada via. (il Giornale)
È chiaro quello che sta accadendo. Non è solo la storia del metalmeccanico che ha cambiato il suo cielo, i suoi orizzonti, che magari vota Lega e ha paura degli immigrati. C’è qualcosa di più. Ed è tutto quello che questa sinistra non ha capito. C’è una parola che rimbalza senza troppe chiacchiere: consapevolezza. La classe politica parla con parole vecchie, si scamicia per questioni etiche e filosofiche che hanno il sapore, e la liturgia, dei culti bizantini. Dice che in autunno porterà in piazza le masse indignate. Brutte le masse, sono un’entità senza nome, ricordi di un secolo lontano. Ma le masse non pagano le bollette, non fanno la spesa, non devono crescere i figli. Le masse sono una fata morgana, una presa in giro. Le masse non hanno un’anima. La classe politica va in giro con un Tutto Città vecchio di almeno trent’anni e si stupisce perché non ci sta capendo più nulla, non sa orientarsi. Ma non dice: è sbagliata la mappa. Dice: è sbagliata la città. Nessuno si mette lì e traccia nuove linee. I migliori, i più pragmatici, hanno perlomeno il buon senso di fermarsi e chiedere a qualche passante: scusi, dove si va per il duomo? Gli altri continuano a segnare con il ditino percorsi inesistenti. Vecchi stregoni che pensano di risolvere tutto, di tutelare ciò che resta della classe operaia, con quella formula da fattucchieri che è lo sciopero generale. Roba da Novecento e da ferriere e manifatture che non esistono più.
La risposta a questo teatro dell’assurdo arriva dalla gente che lavora. Operai e non solo. È una risposta semplice semplice: qui la situazione è brutta, l’Italia si trova a un bivio, drammatizzare non serve, rimbocchiamoci le maniche. Questo Paese ha bisogno di coraggio e buon senso. Molti italiani lo hanno capito. La classe politica, soprattutto quella classe politica, si adegui. O vada via. (il Giornale)
venerdì 1 agosto 2008
Fossili di lottizzazione. Davide Giacalone
E’ buona regola parlamentare che le commissioni di vigilanza e controllo siano presiedute dall’opposizione, essendo evidente l’interesse di questa ad essere più occhiuta ed intransigente. E’ pessima cosa, però, che l’opposizione le consideri come una proprietà, da assegnare al capobastone che vinca la battaglia degli equilibri interni. In questo modo si esce dal buon costume democratico e si entra nel malcostume lottizzatorio. La sinistra ha voluto, all’unanimità, candidare Leoluca Orlando Cascio alla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. E’ stato un atto politico legittimo, benché a mio avviso squalificante. La risposta della maggioranza è stata, giustamente, di diniego. Forte, pubblico e ripetuto. Tocca all’opposizione cambiare candidato, altrimenti la forza dei ricatti interni alla sinistra finirà con il distruggere le buone regole parlamentari.
Non è un caso che sia in stallo anche il consiglio d’amministrazione della Rai, composto seguendo una norma che assegna la guida della società a persone nominate con logica politica. Non importa che siano professori o calzolai, non escludendosi maggiore competenza dei secondi, giacché comunque nominati secondo l’unico possibile criterio, quello politico. Tutto questo è sempre stato brutto, ma aveva una logica quando esistevano i partiti e la lottizzazione era la versione italiana della cogestione jugoslava. Oggi non ha senso, e per questo non funziona.
La Rai è statale, ma non più un servizio pubblico. Si regge in piedi con i soldi che i cittadini sono obbligati a dare (talora subendo ingiuste e scandalose estorsioni), ma gli interessi che le girano attorno sono affari di produttori, mediatori, venditori di contenuti, tutta roba che non può essere amministrata con criteri politici, e se lo è, come oggi capita, degenera in greppia. La Rai è la Galapagos della prima Repubblica, ma non sufficientemente isolata da consentire ad un Darwin di trovarla incontaminata. Non vi si conservano animali antichi, ma miserie eterne.Non avviando la vera soluzione, non privatizzando ed aprendo il mercato, si protrae un caravanserraglio costoso ed insensato. Non c’è da stupirsi, dunque, se gli interessi contrapposti finiscono con il bloccare un meccanismo che è già inceppato. Si estingua l’animale, è meglio.
Non è un caso che sia in stallo anche il consiglio d’amministrazione della Rai, composto seguendo una norma che assegna la guida della società a persone nominate con logica politica. Non importa che siano professori o calzolai, non escludendosi maggiore competenza dei secondi, giacché comunque nominati secondo l’unico possibile criterio, quello politico. Tutto questo è sempre stato brutto, ma aveva una logica quando esistevano i partiti e la lottizzazione era la versione italiana della cogestione jugoslava. Oggi non ha senso, e per questo non funziona.
La Rai è statale, ma non più un servizio pubblico. Si regge in piedi con i soldi che i cittadini sono obbligati a dare (talora subendo ingiuste e scandalose estorsioni), ma gli interessi che le girano attorno sono affari di produttori, mediatori, venditori di contenuti, tutta roba che non può essere amministrata con criteri politici, e se lo è, come oggi capita, degenera in greppia. La Rai è la Galapagos della prima Repubblica, ma non sufficientemente isolata da consentire ad un Darwin di trovarla incontaminata. Non vi si conservano animali antichi, ma miserie eterne.Non avviando la vera soluzione, non privatizzando ed aprendo il mercato, si protrae un caravanserraglio costoso ed insensato. Non c’è da stupirsi, dunque, se gli interessi contrapposti finiscono con il bloccare un meccanismo che è già inceppato. Si estingua l’animale, è meglio.
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