giovedì 29 gennaio 2009

Non si può solo piangere. Vittorio Macioce

È facile fare l’imprenditore con i soldi degli altri. A Milano c’è una libreria un po’ anarchica. Il proprietario è un ragazzo piuttosto scettico sulle sorti del mondo, che in questi giorni di incentivi pubblici e auto da rottamare si è messo in testa di rileggere La rivolta di Atlante di Ayn Rand. Ogni pagina che sfoglia è una mezza bestemmia, contro gli imprenditori italiani che non sono come quelli del romanzo. Non rischiano. Non hanno senso del dovere. Non si prendono responsabilità. Dice: «Qui i profitti sono privati e le perdite sono di tutti». E poi cita una di quelle massime che piacciono ai romantici del liberalismo: «Il capitalismo senza perdite è come la religione senza inferno». Il libraio dice che non è questione di destra o di sinistra. Ma di etica. E ti cita il caso dell’olandese Philips: «Fa un solo trimestre in rosso, dopo anni di vacche grasse, e subito spedisce a casa seimila persone. Ti pare giusto?».
In questi giorni c’è tanta voglia di Stato. Forse un po’ troppa. Gli imprenditori ogni tanto dovrebbero, invece, metterci la faccia. Non si può sempre piangere con la scusa che è arrivata la bufera. Qualche segnale in controtendenza arriva da due poli opposti. La Coop, per esempio, sta facendo una campagna per dire: la crisi la paghiamo noi. E ha abbassato del 20 per cento il prezzo dei 100 prodotti più necessari. Mediaset Premium ha scelto di non scaricare sui clienti l’aumento dell’Iva. Tutto questo basta per superare la crisi? No, è chiaro. Ma almeno sottolinea una filosofia alternativa al piagnisteo.
È chiaro che questa crisi sta mandando in soffitta tutte le vecchie certezze. Basta guardare il terremoto che ha colpito il settore auto. È come se fosse crollato il simbolo del capitalismo novecentesco. L’auto era una sicurezza. L’auto era il progresso. Ora è in ginocchio. Le grandi case chiedono aiuto, disperate. Solo che si sono dimenticate anni di salari bassi, con la scusa dell’inflazione, della competitività, dei cinesi, dell’euro e dei conti pubblici. Tanta pazienza e poi ti sbatte in faccia la crisi dei mutui. Neppure Giobbe.
La Marcegaglia ora fa sapere che in Italia, nei primi tre mesi del 2009, è previsto un calo degli ordini del 60 per cento. E subito scatta la questione sociale: 300mila disoccupati in più. Quindi, via con il valzer degli aiutini di Stato. Anche l’edilizia soffre e gli elettrodomestici, e via via tutti gli altri. Ecco la vecchia equazione che ritorna. Il tutto condito con un po’ di retorica ambientalista: incentivi solo alle macchine che non inquinano. È questa patina etica che infastidisce. Gli imprenditori dell’auto non chiedono soldi perché non riescono a vendere i loro prodotti, ma per salvare il mondo. È molto comodo questo ragionamento. Lo sappiamo tutti. Gli incentivi ci saranno. Il costo sociale sarebbe troppo alto. Ma almeno non prendiamoci in giro. Qui a rischiare sono sempre gli stessi: artigiani, commercianti, piccole imprese e lavoratori flessibili. Quelli che quando c’è crisi pagano in prima persona e sulle spalle hanno solo paracaduti stracciati. (il Giornale)

lunedì 26 gennaio 2009

Siamo tutti segnati sulla rubrica del Grande Fratello. Carlo Panella

Gioacchino Genchi, ha accumulato una quantità esplosiva di intercettazioni, tabulati, numeri telefonici: chi dice 350.000, chi 578.000. Forse non sono registrazioni, ma solo elenco di contatti. Anche di parlamentari, di Pollari, di De Gennaro. Di chiunque. Genchi, per incarico di De Magistris, sa chi ha telefonato a chi. Insomma, ha compilato la rubrica del Grande Fratello! In Italia, infatti, un Pm può intrufolarsi ovunque, non per sanzionare reati compiuti, ma per “ipotizzarli”, anche per inventarseli –come ha fatto De Magistris- collegando logicamente, numeri di telefono tra “sospetti”. La rete dei controlli telefonici intrappola la vita di chiunque e questo permette a certi Pm di sfornare a ritmo continuo teoremi accusatori. Lo schema De Magistris-Genchi è semplice: l’inquisito Tizio, telefona a Caio, quindi… tutti quelli che telefonano a Tizio e poi a Caio, sono inquisibili. Poi, si inventa l’ennesima Cupola, si conquista così la prima pagina e magari –se altri magistrati, o anche il Csm, smontano tutto- ci si dichiara vittime e –Di Pietro tronituante- l’effetto politico è acquisito. Il tutto, contro ogni principio di diritto. Ci si chiederà: come è possibile? Semplice: dal 1994 la sinistra impedisce che si metta riparo a questo orrore. E perché? Beh, chi ha letto Orwell lo sa: il Grande Fratello che lui denuncia, non è affatto il mega computer. E’ Stalin, è la sua concezione della società e dello Stato. Triste doverlo constatare dopo tanti decenni, ma altra spiegazione sulla follia del compromesso storico tra sinistra e Pm, non c’è. (il Tempo)

venerdì 16 gennaio 2009

Jan Palach come il "Che". Valerio Fioravanti

Avevamo letto distrattamente di Mario Capanna che proponeva di rendere omaggio a Jan Palach, sembrava solo l’ennesimo caso di improntitudine della sinistra che tutto sussume a se. Invece no, c’è di più. Dopo essersela cavata dicendo semplicemente che “non avevamo compreso il gesto di Palach”, così Capanna conclude il suo articolo su Libero: “Il sacrificio di Jan Palach è emblematico come quello di Che Guevara. Tutti e due non si limitano a parlare di ciò in cui credono: ci impegnano la vita. Onore, per sempre”. Accidenti, il povero Palach suicidatosi per protesta contro l’invasione sovietica, accomunato a colui che invece quell’invasione andava in giro ad espandere! Un ragazzo anticomunista che ha esercitato violenza solo contro se stesso, accomunato ad un guerrigliero che ha sparato in mezzo continente. Proprio la stessa cosa. Per noi può anche andar bene, ma allora Capanna vigili che quando qualcuno dice che c’erano persone per bene e in buona fede sia a Salò che nella Resistenza, non si gridi più allo scandalo. Mica solo quelli di sinistra possono sempre aggiustarsi tutto. (l'Opinione)

giovedì 15 gennaio 2009

"Ebrei? Scimmie". Ecco il rifiuto arabo. Antonio Donno

Qualsiasi conciliazione fra palestinesi e israeliani è impossibile per esplicito disegno dei primi. Che nutrono un odio assoluto per i secondi. Ed è tutta questione di religione, non di terre irredente. Lo dice Benny Morris

Chi si ricorda più di Yasser Arafat? Il “padre del popolo palestinese” è caduto completamente nell’oblio. Negli uffici dell’ANP o di Hamas c’è la foto sui muri, ma è difficile credere che quell’immagine rappresenti oggi per i palestinesi, popolo e dirigenti, una fonte d’ispirazione reale. D’altro canto, i sostenitori occidentali del raìs sembrano voler cancellare dai propri proclami qualsiasi riferimento a lui: un’eredità pesante, un simbolo di sconfitta, ma soprattutto un emblema di autosconfitta.Si tratta di un caso veramente unico nella storia dei movimenti di liberazione nazionale. Il leader, infatti, è sempre il leader, nella vittoria e nella sconfitta, il suo esempio è comunque sempre un riferimento inestinguibile, un incitamento alla lotta, la speranza vera. Ma Arafat ha fatto eccezione. Già nella corposa biografia dedicatagli da Barry Rubin e da Judith Colp Rubin, Arafat. L’uomo che non volle la pace (trad. it., Mondadori, Milano 2005), apparivano tutti gli elementi di un declino autodistruttivo, i caratteri di una doppiezza foriera di esiti negativi, una sorta di cupio dissolvi paradossale per il capo di un movimento teso a un obiettivo storico quale quello di dar vita a una patria palestinese. È quindi importante, oggi, alla luce della storia e degli esiti attuali di quella vicenda, ripercorrere la storia di Arafat e del suo rifiuto.

Antisemitismo come piovesse
Perché questo è il punto cruciale: il rifiuto. Il concetto apparve per la prima volta all’inizio degli anni Sessanta, quando il marxista Maxime Rodinson pubblicò in Francia un libro che in Italia arrivò, solo nel 1969, con il titolo Israele e il rifiuto arabo. La tesi di Rodinson era che il rifiuto arabo era ben giustificato dalla prepotenza perpetrata dai sionisti sulla comunità palestinese, una prepotenza alimentata dall’imperialismo statunitense e, nel complesso, dall’indulgenza internazionale verso l’impresa ebraica. La questione religiosa – che sarebbe diventata cruciale nei decenni successivi – era allora quasi del tutto assente dal testo di Rodinson.E invece il trascorrere dei decenni e il fallimento degl’innumerevoli tentativi di giungere a una pace definitiva hanno dimostrato che lo scontro tra il mondo arabo e quello ebraico aveva radici essenzialmente religiose, nel rifiuto da parte islamica di accettare la presenza dell’elemento giudaico all’interno del proprio mondo. Così, l’esodo dei palestinesi, dopo la guerra del 1948-49, dai territori assegnati dalle Nazioni Unite al futuro Stato ebraico non fece che acuire sino alla spasimo l’umiliazione araba per una perdita considerata inaccettabile dal punto di vista della coerenza della tradizione religiosa nel contesto mediorientale. Né il rimpallo delle responsabilità di questo esodo poteva cancellare la questione di fondo: il rifiuto era di carattere religioso, e l’antisemitismo islamico si alimentava del disprezzo e dell’odio verso i giudei.

Lo shock di Camp David
Perciò, l’ammissione dello stesso Abu Mazen, braccio destro di Arafat, fatta nel 1975 sull’organo ufficiale dell’OLP Falastin al-Thawra, non poteva avere alcun significato pratico: «Gli eserciti arabi entrarono in Palestina per proteggere i palestinesi dalla tirannia sionista, ma al contrario li abbandonarono, li costrinsero a emigrare e a lasciare la propria terra, imposero loro un blocco politico e ideologico e li gettarono in prigioni simili ai ghetti in cui gli ebrei usavano vivere nell’Europa Orientale». Il problema della terra, dunque, era soltanto un mascheramento della vera questione di fondo: il rifiuto arabo di accettare in terra islamica i giudei, “figli di porci e scimmie”, sottouomini. Ed è per questo stesso motivo che la proposta israeliana, dopo la guerra dei Sei Giorni, di “pace in cambio dei territori” rimase per gli arabi lettera morta.Benny Morris, nel suo ultimo libro, Due popoli, una terra (tard. it. Rizzoli, Milano 2008, pp.230, E 12,00), riesamina il problema da questo punto di vista. Interessante è peraltro la parabola dello storico israeliano. Morris è stato il capofila dei “nuovi” storici israeliani, avviando una revisione profonda della storia dello Stato ebraico, a partire dal “peccato originale” del movimento sionista, quello di avere cioè creato uno Stato ai danni del popolo palestinese, per poi proseguire con una sistematica demolizione della tradizionale narrazione della storia di Israele, giudicata falsa e deformante.

Ma il fallimento di Camp David del 2000 è stato per Morris uno shock che gli ha aperto gli occhi e fatto comprendere che il rifiuto irragionevole di Arafat di dare vita a uno Stato palestinese non riguardava un chilometro quadrato di terra in più o in meno, ma l’accettazione stessa di vivere accanto agli ebrei. Arafat voleva una sola cosa: creare uno Stato palestinese al posto di Israele, non accanto a Israele. Non questione di terra, ma di fedi. Il climax del libro di Morris è questo.
Lo storico israeliano ripercorre così tutte le soluzioni che dalla fine dell’Ottocento a oggi sono state elaborate per giungere alla coesistenza tra i due popoli, concludendo che il fallimento fu ed è dovuto non alla questione territoriale , ma alla xenofobia di matrice religiosa. Per questo motivo, lo strumento che gli arabi adottano per risolvere il contenzioso è sempre stato il jihad, benché spesso mascherato per ragioni di mero opportunismo.

Slogan e ideologia
Prima ancora della Seconda guerra mondiale, nel 1936-37, la Commissione Peel, voluta da Londra come potenza mandataria sulla Palestina, propose la prima soluzione spartitoria che assegnava ai sionisti una piccola enclave di 6mila km2 completamente circondata da un più ampio Stato arabo e quindi facilmente eliminabile. Ebbene, i sionisti accettarono, per quanto consapevoli dei rischi mortali cui andavano incontro, e gli arabi rifiutarono. Questa è insomma la cifra costante della risposta araba, basata sull’assunto che gli ebrei siano estranei alla Palestina: «Questo annullamento della “ebraicità” della Palestina ha sempre caratterizzato il movimento nazionalista arabo-palestinese», scrive Morris, riferendosi chiaramente alle ragioni religiose.
Di conseguenza, sia la soluzione monostatuale sia quella bistatuale rappresentarono, nel corso della lunga crisi, soltanto proposte che hanno impegnato le due parti in infinite quanto inutili discussioni, poiché il pregiudizio religioso arabo nei confronti degli ebrei è stato insormontabile, anche se sottaciuto.
Morris analizza dettagliatamente il lungo, defatigante iter di queste due soluzioni, compreso lo slogan, che eccitava gli occidentali, di una Palestina come “Stato laico e democratico” accanto a Israele, slogan che Morris tratta giustamente alla stregua di una barzelletta.

Quanto poi alla soluzione monostatuale con la compresenza di due popoli con eguali diritti, lo storico israeliano è chiarissimo: «[...] L’idea della duplice nazionalità non aveva mai avuto la minima presa in alcun settore della società arabo-palestinese». In definitiva, gli arabi hanno sempre rifiutato sia la soluzione bistatuale sia, «per principio», quella monostatuale. Ma, alla luce della ricostruzione di Morris e degli eventi degli ultimi anni, il rifiuto arabo ha riguardato la presenza degli ebrei in Palestina in qualsiasi modo fosse proposta. In sostanza, così sintetizza la questione lo storico israeliano: «Il costante rifiuto, da parte della leadership dell’OLP, di accettare l’ebraicità di Israele è indice di un rifiuto di base dell’approccio bistatuale». La strada era aperta per i terroristi islamici di Hamas e delle altre formazioni radicali.
Il libro di Morris squarcia insomma il velo della falsità e delle deformazioni che hanno caratterizzato l’interpretazione del conflitto tra ebrei e arabi in Palestina, un’interpretazione che ha tenuto banco in Occidente per lunghi decenni, nonostante i fatti parlassero chiaro. Ma è difficile pensare che il pregiudizio ideologico nei confronti di Israele possa venire meno solo per opera di un libro. (il Domenicale)

mercoledì 14 gennaio 2009

Stabile al 50% la fiducia in Berlusconi. Affari italiani

E' stabile al 50% la fiducia dei cittadini nel presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e nel governo di Centrodestra. Mentre, rispetto al 22 dicembre scorso, perde terreno il leader del Partito Democratico Walter Veltroni, che scende a quota 30%. E' quanto emerge dal primo sondaggio politico-elettorale del 2009, realizzato dall'istituto Consortium in esclusiva per Affaritaliani.it.

"Le informazioni sui provvedimenti per fronteggiare la crisi economica sono piaciute agli italiani", spiega ad Affaritaliani.it Nicola Piepoli, presidente dell'istituto demoscopico. "Il piano anti-crisi ha convinto una grande fetta dei cittadini-elettori, tanto che il consenso sui singoli punti raggiunge livelli altissimi".

Il ministro più amato dagli italiani rimane Franco Frattini (Esteri), con un consenso superiore al 50%. A seguire ci sono Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), poi, al quarto posto, il leghista Roberto Maroni (Interno). "Dopo i primi quattro segue un gruppuscolo a pari merito".

Tra i singoli partiti nel giro di tre settimane il Popolo della Libertà ha perso mezzo punto, scendendo al 41% dal precedente 41,5. La Lega Nord, invece, si rafforza e sale al 9,5 dal 9%. L'Mpa vale un punto percentuale. In ribasso le quotazioni del Partito Democratico. Per la prima volta, in base alle rilevazioni Consortium, il Pd cala sotto la soglia del 30% e vale il 29,5 rispetto al 30,5% del 22 dicembre 2008. In rialzo, al contrario, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: al 6,5% dal precedente 6. Bene anche l'Udc di Pierferdinando Casini, salito al 5,5 dal 5%. Resta pessima la situazione della sinistra radicale. Un punto percentuale per Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi. La Destra ottiene l'1,5% nelle intenzioni di voto. Altri partiti al 2%.

Il sondaggio Consortium è stato realizzato martedì 12 gennaio: campione di 2.000 casi. Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.

mercoledì 7 gennaio 2009

Tregua e retorica. Pierluigi Battista

I numerosi appelli alla «tregua» non possono lasciare indifferente chi sostiene il buon diritto delle operazioni militari condotte da Israele. Di fronte allo scenario straziante di Gaza, dei civili e dei bambini uccisi, delle case sventrate, degli ospedali sovraffollati e drammaticamente a corto di medicinali, l’invocazione di una tregua parla a chiunque abbia a cuore le ragioni dell’umanità e disvela la natura essenzialmente, irrimediabilmente atroce della guerra, persino di quella più «giusta». Anche i civili massacrati nelle guerre di Bagdad e di Beirut, di Kabul e di Belgrado richiamavano l’urgenza di una «tregua». Per fortuna è passato il tempo in cui (basta compulsare le antologie letterarie per sincerarsene) anche gli intellettuali più sensibili cantavano l’ebbrezza bellica, l’estetica della guerra, la mistica della morte, la poesia del combattimento. La morte e la devastazione provocate dalla guerra, oggi, rendono invece improrogabile l’esigenza di una «tregua».

Sono le autorità morali e religiose che chiedono la tregua. La chiede il presidente francese Sarkozy. Chiede il «cessate il fuoco » Tony Blair sebbene, come ha maliziosamente notato il suo successore Gordon Brown, in diciotto mesi da che è rappresentante del «Quartetto» in Medio Oriente non abbia mai messo piede nella striscia di Gaza. In Italia si spendono Massimo D’Alema per chiedere la «trattativa» con Hamas, Emma Bonino per la «tregua duratura», Lamberto Dini per il «negoziato». Tutti interventi animati da argomenti che non attengono solo alla sfera «morale», ma anche a quella del realismo politico. Non è dettata dal candore delle «anime belle» la preoccupazione (peraltro, non proprio inedita) che tra i giovani palestinesi l’irruzione a Gaza possa acuire un distruttivo furore anti-israeliano. E non è un argomento capzioso quello di chi invita a non sottovalutare il radicamento di Hamas, partito dedito alla lotta armata terroristica che però è sostenuto dalla maggioranza della popolazione di Gaza. Il fronte della «tregua » non è privo di basi politiche, oltreché morali. Ma è la «retorica della tregua» che rischia di renderle fragili e destinate all’inconcludenza.

Tutte le espressioni che modulano con ripetitiva monotonia l’esigenza della tregua, dal «cessate il fuoco» al «tacciano le armi», dai «tavoli della pace» alle «conferenze internazionali per il dialogo » ai «corridoi umanitari », presuppongono una condizione fondamentale che è proprio quella assente nell’inferno di Gaza: la tregua, perché sia tale, si fa sempre in due. E’ ragionevole, è realistico, è possibile che Hamas voglia essere una delle due parti a rispettare una tregua? Non l’ha già violata lanciando razzi Qassam sulle città israeliane per fare espressamente vittime civili? E poi, su quali basi è possibile per Israele trattare con chi non nasconde un’ostilità assoluta e non negoziabile verso la sua stessa esistenza?

Una condizione asimmetrica talmente evidente che anche i più convinti partigiani della «tregua», e persino i commentatori più critici con le scelte di Israele, non possono fare a meno di notare. Rossana Rossanda, sul «manifesto », è durissima con «gli aerei e i blindati di Tsahal», ma non regala ad Hamas, tragicamente ispirata alla logica del «periscano Sansone e tutti i filistei», l’attenuante del «giustificato risentimento». Chi, a cominciare da Sarkozy, insiste sulla «sproporzione» della reazione israeliana non nega la legittimità di una reazione a un evidente torto di Hamas. Dovrebbe piuttosto indicare con passabile approssimazione quale sarebbe la reazione «proporzionata». Dovrebbe definire quale sanzione sarebbe considerata legittima per chi violasse in futuro una tregua già compromessa con il lancio dei razzi su Ashkelon e Sderot. Dovrebbe spiegare come colmare la latitanza degli organismi internazionali e come ovviare alla tragica mancanza di credibilità dell’Onu che, come ha scritto Angelo Panebianco sul «Corriere», parla senza pudore, attraverso il Richard Falk che rappresenta il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, di «aggressione israeliana». Dovrebbe spiegare se la condanna morale di chi uccide i civili palestinesi è applicabile con la stessa severità ad Hamas, che in uno dei suoi lanci di razzi sulle città israeliane ha colpito per sbaglio proprio due bambini di Gaza. Dovrebbe descrivere con parole moralmente adeguate chi fa delle sue donne e dei suoi bambini altrettanti scudi umani dietro cui mimetizzare bunker e depositi di armi. Dovrebbe indicare in cosa consista esattamente l’alternativa alla guerra e all’intervento militare. Per rendere la parola «tregua» credibile e convincente e salvare Israele come i civili palestinesi. (Corriere della Sera)

martedì 6 gennaio 2009

Addio lusso, lussuria e genio: l'Italia s'è moscia. Marcello Veneziani

Non è la crisi economica che più spaventa nel nostro futuro. E nemmeno le fosche previsioni che da Napolitano in giù si ripetono magari come forme di scaramanzia. Ma è la netta percezione di vivere in un Paese ammosciato, che non sa reagire, che al più fugge o si barrica in casa di fronte al pericolo, o si lascia disfare con spirito di abbandono. Vedo il mesto rientro dalle lunghe ferie invernali che si completa alla Befana, salvo strascichi minoritari. E non riesco a definire diversamente lo stato d’animo degli italiani, se non attraverso l’espressione di Paese ammosciato. Un Paese in ritirata, consumismo triste, apatia rispetto all’avvenire, creatività scarsa e spirito d’avventura zero, se non quello applicato alla ricreazione.

L’energia del premier
Possiamo ridere finché vogliamo del finto ottimismo del premier, del suo esercizio forzato di sorrisi e coraggio; ma lui ci prova a tirar su il morale delle truppe, e non è certo colpa sua se il Paese sta così; penso anzi cosa sarebbe senza la guida di un incrollabile energetico come Berlusconi. E mi spaventa guardare intorno e immaginare la scena senza di lui; i suoi possibili eredi, da ogni parte, rispecchiano la mosceria del Paese, la stessa melanconia nazionale che contraddice uno dei tratti tipici degli italiani.

Di quella melanconia e forse di quella mosceria, partecipo anch’io, seppure nella versione ironica e distaccata. Vi scrivo da una capanna in un’isola dove siamo solo in sei ad abitarla nel Mar dei Caraibi ed è inutile nasconderci che nonostante la vita spartana e scalza che conduco da giorni, sono qui per piacere e non certo per penitenza. Avverto la percezione dell’isolamento e la trasformo in versione positiva, godibile per il corpo e per la mente. Sul mare, al sole, in compagnia del vento, della scrittura e della lettura. Ma mi accorgo di rappresentare il versante felice, o se volete privilegiato, di un Paese moscio e melanconico, che ha perso la prospettiva del futuro e della comunità, non fa più sogni pubblici e civili, politici figuriamoci, e reputa che la salvezza sia solo non pensarci, vivere nel presente e isolarsi. Ho incontrato diversi italiani in viaggio, ed ho colto la medesima idea di fuga e la stessa mosceria, l’affanno di evadere e di divertirsi, e due patologie opposte ma pervasive: la paura di spendere, il timore della crisi, l’affanno di risparmiare e tirar sul prezzo di ogni cosa e all’opposto la baldoria di fine stagione, l’idea di spendere perché del doman non v’è certezza, l’allegria dei naufragi. Ma ancora più istruttivo è stato parlare dell’Italia con gli stranieri, tedeschi e russi, sudamericani e nordamericani. Tutti ci vedono come un Paese in picchiata, stanco e non più felice come la fama di una volta, che consuma poco ma produce meno, poco creativo e procreativo, abitato da marocchini che non sono poi statisticamente tanti ma sono quelli che più si vedono, che popolano le stazioni, le vie e le piazze mentre gli italiani si sono addomesticati. Ci vedono insomma un Paese stanco. I veri ricchi sono altrove, e tutti mi dicono la stessa cosa: i ricchi russi, brasiliani, venezuelani, oltreché americani, indiani per non dire di arabi e nordeuropei, sono molto più ricchi dei vostri. Il lusso non abita più da voi, e nemmeno la lussuria. Ma un consumismo triste e un erotismo triste, da cassaintegrati nell’anima e nel corpo. Il mito italiano sta franando.

Dopo questa sconsolante iniezione di sfiducia, mi direte che l’unico rimedio conseguente, oltre il suicidio nazionale, sarebbe quello di fuggire in massa nelle capanne o nei rifugi e vivere spartanamente e da isolati. No, l’unico rimedio può sorgere proprio dalla fine dei balocchi di un Paese viziato. Cioè dalla percezione non solo della crisi, ma di più, del pericolo. Il torpore del benessere non ci aiuta, quando finisce la forza d’inerzia bisogna trovare le energie per vivere e reagire. Napolitano invitava a far della crisi un’occasione per ripartire. Aveva ragione ma limitava il suo discorso al piano economico, alla crisi finanziaria americana. E invece, il discorso da fare è più esteso, più radicale: si tratta di reagire alla decadenza. Non solo dei Pil o dei livelli di benessere e di occupazione; ma di popolo, di civiltà, di creatività.

Reagire al declino
Reagire al declino di un Paese che sembra abitato da marocchini e invalidi, reagire a un Paese che vive la sua imprenditoria religiosa solo nelle moschee, reagire a un paese a cui sembra che gli unici valori da difendere siano i diritti dei gay, degli zingari, degli immigrati clandestini, più scempiaggini salutiste. Reagire ad un Paese che accoglie con scetticismo ogni opera, non crede più alla durata; un Paese che ha condannato il familismo amorale e poi ha reinventato il familismo culturale per cui si è accolti solo se si appartiene alla stessa famiglia accademica, ideologica e intellettuale. Reagire a un Paese che non fa figli, che non osa più, che non ama più l’avventura. Occorre una nuova ondata nel nostro futuro, un nuovo spirito di fondazione. Finora abbiamo rimediato alla carenza tramite l’invocazione del Capo, sia come causa di tutti i mali (1 Capo espiatorio), sia come rimedio (Capo, pensaci tu). Si tratta ora di entrare in una nuova fase non più legata alla leadership personale ma a una corrente di vita e di pensiero, un movimento. Qualcosa che somigli alla follia di cent’anni fa del futurismo... Magari in senso inverso, un ritorno alle origini ma con la tecnologia e le conoscenze del presente; una nuova versione, essenziale, spartana di eco-futurismo, di pensiero verde elettrico... Antico e ipermoderno; due cuori e una capanna. (Libero)

mercoledì 31 dicembre 2008

Mezzanotte, fra l'Avana e Gaza. Davide Giacalone

In un attimo si consuma un anno, ma la storia rimane talora inchiodata, ignara del tempo. Alla mezzanotte di oggi Fidel Castro conquisterà un record inespugnabile: cinquanta anni di dispotismo personale. Divenne comunista solo per cinico calcolo e per convenienza, in compenso i comunisti del mondo libero e ricco lo hanno osannato, ed ancora si sdilinquiscono, fregandosene del popolo condannato alla fame, degli intellettuali costretti all’esilio, degli omosessuali portati nei campi di concentramento. Il primo gennaio 1959 Castro entrò all’Avana, da quel giorno i cubani liberi ne sono fuggiti, per cinquanta anni.

A fare il percorso inverso, ad approdare a Cuba, sono aerei pieni di ammiratori e profittatori. Militanti di una sinistra cieca ed invecchiata, cui basta riconoscere un anti statunitense per farne un compagno, così trovandosi sempre a tifare per la feccia della storia. Nel sedile accanto ci sono vecchi maiali e stolide babbione, alla ricerca di miserabili con cui sollazzarsi. Accoppiata coerente, per metterla in quel posto al popolo cubano.
Sulla striscia di Gaza i botti son sempre gli stessi. Barak annuncia la voglia di cancellare Hamas. Magari! Lo sperano, per primi, i palestinesi di Abu Mazen. Lo spera Bush, come Obama, l’uno per chiudere e l’altro per aprire. Ma ad impedirlo ci sono i soldi e le armi degli iraniani, e c’è un’Europa che biascica di tregue, incapace di affermare che la sicurezza d’Israele è la condizione senza la quale non ci sarà, mai e poi mai, uno Stato palestinese. Farla finita, con i terroristi al soldo degli stranieri, è interesse del popolo palestinese. Mentre da noi ancora circolano gli imbecilli con la kefiah, alla moda dell’intifada, e la voglia di parteggiare per gli assassini pur di manifestare contro israeliani ed americani.
Per l’ideologia comunista il ventesimo secolo, quello delle grandi dittature, si è chiuso con dieci anni d’anticipo. Grazie al cielo, a Reagan, agli euromissili ed a Wojtyla. Per l’avversità alla democrazia ed alle libertà individuali, alla laicità dello Stato ed alla vitalità del capitalismo, invece, ancora dura. E cerca sponde e forza fra i nemici dell’occidente. Nella giornata degli auguri, me ne preme uno: che la civiltà trionfi ed i fondamentalismi anneghino, portando nell’abisso gli stupidi seguaci.

domenica 21 dicembre 2008

Islam all'attacco? No, noi suicidi. Michele Brambilla

La notizia è identica a tante altre che ci siamo ormai abituati a registrare, ogni anno, nell’imminenza del Natale: a Ravenna 17 asili su 22 hanno proibito il presepe. Identica è anche la motivazione della messa al bando: la volontà di «non offendere» i bambini non cristiani, che poi vuol dire i bambini musulmani, in larga maggioranza tra gli stranieri, anche se in larghissima minoranza tra gli iscritti agli asili. Comunque, per rispetto a quella «minoranza», niente presepe: e quindi anche niente Tu scendi dalle stelle, niente Astro del ciel, niente Adeste fideles, niente recita, non parliamo poi di una messa. È probabile che fra breve venga anche proibito ai bambini di far menzione in classe della scatola del Lego trovata sotto l’albero.
C’è però qualcosa di nuovo, in quel che è accaduto a Ravenna. Questa volta la comunità musulmana, evidentemente stufa di essere poi presa a bersaglio dell’indignazione di quei pochi ormai rimasti a indignarsi, insomma stufa di fare da capro espiatorio, ha fatto sentire la sua voce. «Il presepe non urta nessuno», ha detto Mustapha Toumi, segretario del Centro di cultura e Studi islamici della Romagna, che ha aggiunto: «La natività è il simbolo che spiega la venuta al mondo di Gesù, profeta amato dal popolo musulmano». Parole che sarebbero un’ovvietà, se solo si conoscesse l’abc della religione islamica, per la quale Gesù non è l’Incarnazione di Dio (come credono i cristiani) ma è comunque un grande profeta, secondo solo a Maometto.
Infatti, se è una «novità» la pubblica reazione degli islamici di Romagna, è anche incontestabile che mai abbiamo avuto notizia, negli anni scorsi, di manifestazioni di islamici contro il presepe: siamo sempre stati noi italiani, noi occidentali, noi laici a volerli cancellare dal panorama natalizio. Le uniche proteste contro i simboli cristiani provenienti dal mondo islamico sono venute da quel pittoresco personaggio di Adel Smith, cittadino italiano a tutti gli affetti, figlio di un italiano che si chiama «Smith» solo per via di antenati scozzesi. Quando, il 7 novembre 2001, a Porta a porta Adel Smith insultò il crocefisso («un cadaverino appeso a due legnetti»), la Comunità islamica italiana prese immediatamente le distanze.
Quel che è successo a Ravenna speriamo sia, insomma, la caduta di una foglia di fico, di un’ipocrisia tenuta in vita fino ad ora per occultare la verità: siamo noi che stiamo cercando di spazzare via il cristianesimo dalla nostra cultura e dalla nostra vita. Il «rispetto della sensibilità musulmana» è solo un pretesto, prova ne sia la festa di Ognissanti, altra ricorrenza cristiana ormai di fatto soppressa, e non per favorire la convivenza con altre religioni: è bastato trovare, come succedaneo, un’americanata come Halloween. Certo: il rischio di un’islamizzazione dell’Occidente, denunciato da Oriana Fallaci e da tanti altri, è reale. Ma se ciò avverrà, non sarà perché gli islamici ci avranno ammazzati: sarà perché noi ci saremo suicidati.
Qualcuno ironizza quando la Chiesa cattolica lamenta di sentirsi aggredita e accerchiata per essere ridotta a un ruolo di assoluta marginalità. Ma è un dato di fatto che i mezzi di informazione, la scuola, la politica e in generale tutta la cultura parlano un linguaggio estraneo - quando non apertamente ostile - al cristianesimo. Un fenomeno che non viene negato neppure da chi di questa cultura ormai a-cristiana è portatore. Ma che viene giustificato con la semplice necessità di separare Stato e fede, o con una sorta di autodifesa contro le continue ingerenze della Chiesa in questioni politiche.
In realtà, le «continue ingerenze» - più in materia etica che politica - sono un quasi disperato tentativo di far sentire ancora la propria voce in un mondo che vive neanche più «contro», ma semplicemente «senza» riferimenti al vangelo. La politica non basta a spiegare un’offensiva che ha in realtà radici ben più profonde: le stesse che hanno portato la cristianità, in duemila anni di storia, a essere ciclicamente perseguitata. Non a caso il cristiano crede che la Chiesa sussisterà fino alla fine dei tempi: ma non certo come maggioranza, bensì come «piccolo gregge». (il Giornale)

sabato 13 dicembre 2008

Ma perché le Cooperative fanno anche le banche? Giovambattista Palumbo

Il "prestito sociale" delle Cooperative è un deposito, sotto forma di libretto, che i soci Coop utilizzano sia come bancomat sia come forma di impiego dei propri risparmi. I portatori dei "libretti" Coop sono dunque creditori di una società commerciale in grado, attraverso tale sistema, di poter contare su una riserva di liquidità quasi infinita (oltre che molto conveniente), che viene poi magari reinvestita a tassi anche maggiori, con relativi profitti.

Il prestito "sociale" serve dunque a finanziare l'attività distributiva, che non è però più “sociale” di quella di altre imprese (non cooperative) che operano nello stesso settore.

Allo scorso 31 dicembre, il solo distretto tirrenico delle Coop deteneva depositi, sotto forma di "prestito sociale", per più di 4 miliardi di euro, laddove il totale nazionale dei depositi così raccolti è di circa 12 miliardi di euro. Le cifre danno l’idea anche del peso politico della questione. Insomma perché mai le cooperative che si occupano di grande distribuzione dovrebbero fare anche le banche?

Forse perché così, grazie ai tanti risparmi loro prestati, hanno a disposizione una liquidità continua, il che gli evita anche di chiedere prestiti alle banche a tassi sicuramente più alti (vantaggio ancora più importante in un momento di stretta creditizia come quella che si annuncia)? O forse perché, come detto, poi reinvestono tali risparmi, ricavandone poi ulteriori profitti (che comunque continuano ad andare nel calderone degli utili soggetti alla tassazione agevolata tipica delle cooperative)? E sul lato fiscale?

Sul lato fiscale Tremonti ha finalmente alzato l’aliquota sul prestito soci dal 12,5% al 20%. Sulla questione del resto vi era già l’attenzione della Commissione Europea, che aveva parlato di aiuti di Stato incompatibili con il mercato comune. Aiuti che, favorendo talune imprese, falsavano o minacciavano di falsare la libera concorrenza. Secondo la Commissione UE, infatti, la deduzione dal reddito imponibile degli utili accantonati alle riserve indivisibili sembra proprio un aiuto di stato, così come il prestito sociale, ossia la riduzione fiscale sugli interessi versati ai membri per depositi a breve termine e la deducibilità dei ristorni, con il rischio dunque di illeciti vantaggi per le grandi cooperative, concorrenti dirette delle imprese commerciali tradizionali. Anche se, come detto, alcuni di tali vantaggi sono stati ridimensionati, restano però tutti gli altri vantaggi legati alla possibilità di avere a disposizione una così grande liquidità a condizioni molto vantaggiose.

Lo strumento del prestito sociale era nato del resto anche come rimedio alla circostanza che, per Statuto, tali Cooperative non possono remunerare il capitale investito dai soci e non possono distribuire utili. Queste due prerogative, anzi, rappresentano una delle peculiarità che giustificano le agevolazioni fiscali. Ecco allora però che con il prestito sociale si assicura ai propri soci almeno un rendimento assimilabile a quello dei Bot (che infatti è preso come punto di riferimento da tutte le Coop nel calcolare il rendimento da assicurare sui prestiti sociali). Ma, a parte il fatto che in questo modo, di fatto, si aggira un divieto statutario, con, oltretutto, il rischio di violazione di principi comunitari secondo il concetto di derivazione giurisprudenziale dell’abuso del diritto, il prestito sociale, come investimento, è almeno sicuro e conveniente?

Parliamo di fatti. Quanto alla sicurezza, la Banca d’Italia ha comunque imposto una clausola di garanzia, per cui le cooperative non possono raccogliere più di tre volte il loro patrimonio (capitale più riserve indivise) e ciascun socio non può prestare più di 25.000,00 Euro.

Il libretto del prestito sociale però non è protetto dal Fondo interbancario di tutela che protegge i conti correnti e i depositi bancari fino a 103.000,00 Euro e niente esclude che anche tali imprese, in teoria, possano fallire (nel settore delle costruzioni è anzi capitato già più volte). Le Coop, quindi, già solo per questo motivo, per compensare cioè il “rischio fallimento”, dovrebbero offrire tassi di interesse superiori rispetto a quelli bancari (come detto, comunque, garantiti). Quanto alla convenienza, con l’innalzamento dell’aliquota sul prestito dal 12,5% al 20%, alla cedola lorda (attualmente, circa, al 3%), a meno che le Cooperative non riescano ad assorbire l’aumento fiscale (cosa peraltro alquanto difficile), si dovrebbe sottrarre il 7,5% e quindi il rendimento netto del prestito sociale, alla fine, sarebbe inferiore anche a quello dei Bot.

Forse dunque sarebbe meglio (per tutti, risparmiatori compresi) che i supermercati tornassero a fare i supermercati (possibilmente senza agevolazioni fiscali contrarie al principio comunitario della tutela libera concorrenza e in violazione della disciplina in materia di aiuti di stato) e che le banche tornassero a fare le banche (nel senso buono del termine, naturalmente; laddove ancora un senso buono esista). (l'Occidentale)

mercoledì 3 dicembre 2008

Blitz al campo Casilino: sequestrato ai nomadi un milione di euro

Vivevano nel campo rom, ma disponevano di appartamenti, auto di grossa cilindrata e 26 conti bancari. Beni mobili e immobili per un valore di oltre un milione di euro sono stati sequestrati ad un gruppo di nomadi provenienti dalla ex Jugoslavia, nel corso di una operazione cominciata all’alba dei carabinieri del Ros nel più grande campo nomadi d’Italia, il Casilino 900. All’operazione partecipano anche reparti territoriali dell’arma e sono in corso perquisizioni con oltre 150 carabinieri. I carabinieri del Ros hanno accertato che il gruppo di nomadi oggetto di indagine, pur vivendo in una baracca, disponeva di appartamenti, auto di grossa cilindrata e 26 conti correnti bancari.
I militari hanno eseguito il decreto di sequestro di beni emesso da tribunale ordinario di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Le persone indagate, hanno accertato i carabinieri, pur non esercitando attività lavorativa e non dichiarando redditi, disponevano di un patrimonio di ingenti proporzioni e movimentavano somme di denaro di cui non potevano giustificare la provenienza.
Durissimo il commento del sindaco di Roma: “Rivolgo complimenti vivissimi all’Arma dei carabinieri per la brillante operazione portata a termine nel campo Casilino 900. Ma questo intervento getta una luce inquietante sulla situazione che si vive all’interno dei campi nomadi. Scoprire che persone che vivono in una baracca hanno conti in banca e appartamenti di proprietà sparsi per la città, dimostra come su questi temi non si può agire solo sul versante della solidarietà e dell’integrazione. Esiste un problema di legalità che è irresponsabile negare o minimizzare”. “Ecco perchè” conclude Alemanno “con ancor maggiore forza ci impegneremo per lo spostamento del Casilino 900 offrendo una soluzione di vivibilità per tutti coloro che si vogliono integrare e contemporaneamente espellendo tutti coloro che non si dimostrano disponibili a rispettare la legalità”. (Panorama)

sabato 29 novembre 2008

Da Mumbai a Washington. Davide Giacalone

L’India è un gigante economico in rapida crescita. Al contrario della Cina, è una democrazia, sebbene con caratteristiche non certo europee. Quattro religioni sono nate qui: l’Induismo, il Buddismo, il Giainismo ed il Sikismo. Nessuna di queste è incompatibile con lo sviluppo capitalistico, hanno, insomma, meno problemi di noi, figli, a vario titolo, della Bibbia. Fino all’inizio degli anni novanta è stato il più grande Paese fra i “non allineati”, vale a dire che ha sviluppato l’arma atomica in positiva relazione con l’Unione Sovietica. Con la fine dei due blocchi, l’India si è concentra sulle riforme ed ha imboccato la via della ricchezza.Il Paese è martoriato dal terrorismo. Solo quest’anno, e prima dell’attacco a Mumbai, i morti erano già più di 200. Essendo quasi tutti indiani, dalle nostre parti ce la sbrigavamo con una foto della strage. L’impressione è che, adesso, stiano parlando con noi, o, meglio, stiano rivolgendosi a Washington. La risposta non la vogliono da Singh (premier indiano), ma da Obama. Due elementi depongono in tale senso. Primo: gli obiettivi sono stati scelti apposta per parlare al mondo, concentrandosi su alberghi e cittadini stranieri. Secondo: la quantità dei morti è in linea con la media passata e la qualità militare dell’attacco non è poi così raffinata. Sono in tanti, lanciano bombe e sparano con i mitra nei luoghi affollati, è un lavoro all’ingrosso, per niente sofisticato. Semmai è la reazione indiana ad essere inefficiente.
Visto che si firmano Mujahidin, quindi mussulmani, la mente corre ad Al Quaeda ed al nemico storico, il Pakistan. Ma questo Paese confinante è stato alleato degli occidentali nel far partire la guerra in Afghanistan, ed in quel momento gli statunitensi dovettero governare il rapporto con l’India, divenuto interlocutore affidabile da quando si dedica più ai soldi che alle bombe. Quindi, non solo le due matrici non si sovrappongono, ma se il coordinamento parte dal Pakistan, non lo si deve certo a chi amministra i buoni rapporti con l’occidente. E’ chi vuol far saltare tutto in aria, chi soffre il clima di collaborazione, a porre oggi il problema ad un Obama che persegue la continuità in politica estera: chi scegli, come rispondi? Non mi meraviglierei se i kalashnikov non fossero l’unica cosa d’origine russa.

venerdì 28 novembre 2008

Il senso del denaro. Lucia Annunziata

Un po’ di conti: se una famiglia guadagna 500 euro al mese, un dono mensile di 40 euro costituisce quasi il 10% di aumento del suo reddito.

Sputateci sopra! Molto fastidiosa, perché molto snob, la discussione sollevata dall’introduzione della Social card. Si è sentito di tutto: «Umiliante elemosina», «tessera annonaria», «beffa». «Misura irrisoria e paternalista». Definizioni eccessive, e perfetto esempio di come la polemica a tutti i costi spesso non fa bene all’opposizione e non lede il governo.

Provo a partire dalle critiche fin qui mosse al pacchetto anticrisi che il governo dovrebbe approvare: si dice che 80 miliardi sono pochi per un vero intervento, sono ancora tutti sulla carta e in più i soldi realmente disponibili sono in parte già impegnati, come quelli per il Sud (i fondi Fas). Più sostanzialmente il pacchetto è criticato tuttavia per il suo approccio: esaminate da vicino, le sue misure sono più di difesa contro il peggio che un vero stimolo economico. La mancanza di un intervento diretto sulle tredicesime, per far sì che davvero i consumi vengano rilanciati nel critico periodo di Natale, è un buon esempio simbolico di tutti questi limiti.

Sono critiche condivisibili, che per altro sembrano avere un’eco nello stesso governo, se è vero quel che si legge delle tensioni dentro l’esecutivo intorno a un intervento prima di Natale, e se si leggono bene le dichiarazioni del premier sulla necessità di avere più risorse a disposizione, grazie anche alla leggera flessibilità sui parametri arrivata dall’Europa. Ma - ecco la vera domanda - perché respingere (ridicolizzare) le misure che contiene di una qualche efficacia? Ad esempio: lo spostamento del pagamento dell’Iva al momento in cui si incassa non è certo un forte intervento di detassazione, ma non è anche un piccolo sollievo? Ancora: se gli ammortizzatori sociali vengono estesi anche a lavoratori precari e irregolari, si può dire giustamente che questi fondi non sono sufficienti per tutti coloro che si troveranno in difficoltà, ma bisogna per questo respingere quelli che arriveranno a pochi?

Lo stesso vale per la Social card. Non mi è chiaro che cosa ci sia esattamente da criticare. È dedicata specificamente «agli ultimi degli ultimi», a quel milione e mezzo di poveri irreversibili - vecchi, donne sole con bambini, famiglie prive d’ogni prospettiva - gli stessi la cui esistenza Prodi denunciò, facendone la base dei suoi interventi più immediati. La Card è per definizione un piccolissimo gesto di sostegno sociale e se anche fosse la piccola carità dei capitalisti compassionevoli, non sarebbe per questo da respingere. Su qualche giornale (centrodestra e centrosinistra) si sostiene che questi interventi deludono la classe media, ma i fondi dedicati a questa assistenza avrebbero avuto ben piccolo impatto su quel che serve per la classe media. Mentre per i veri poveri, per chi guadagna 500 euro al mese, anche 40 euro in più fanno una differenza.

L’impressione è che al centro della discussione sulla Social card ci sia un vuoto di consapevolezza su che cosa sia la povertà. Non la povertà «percepita» di una società che diventa progressivamente più immobile, né quella della classe media che deve ridefinire il suo stile di vita, e neanche quella di una classe operaia che deve drasticamente ridurre anche i consumi essenziali. Parliamo di poveri veri, che per metà vivono con quello che hanno, per l’altra metà vanno alle mense pubbliche; di coloro per cui a Natale andare a mangiare un pasto decente (e servito) alla Comunità di Sant’Egidio fa tutta la differenza del mondo. Questa la gente che a volte ruba una mela nei supermercati o che nei supermercati con dignità compra una mela e una scatola di pelati a prezzi scontati. E anche chi sta meglio di loro - e che non avrà la Social card - non vive con molto di più: la pensione di un operaio che ha lavorato quarant’anni è fra 700 e 800 euro, e uno stipendio nel nostro Paese è di 1200-1500 euro.

Questo è il senso del denaro che hanno i cittadini comuni. Per ognuno di loro 40 euro sono un mese di carica per il telefonino del figlio o una sera fuori a cena, o la spesa di una settimana. Per quelli davvero poveri 40 euro sono il consumo mensile di elettricità, la differenza fra riscaldarsi o meno. Inoltre, queste persone non hanno vergogna di avere nelle mani una carta che ne attesti la condizione di povertà: i veri poveri sanno di esserlo e conoscono già l’umiliazione di mettersi in fila alle mense, o di chiedere ai figli qualche lira in più. Una carta probabilmente porta loro almeno un senso di considerazione da parte degli altri. Sono poi stati così terribili i «food stamp» kennediani? Erano certo più dei 40 euro della nostra carta, e come questa sono stati discussi: i neri d’America ne sono stati umiliati ed esacerbati, ma ne sono anche stati aiutati in uno dei peggiori passaggi della loro storia.

Attenzione, dunque, a non parlare per chi non ha la nostra stessa condizione e la nostra stessa voce. Quelli che «con 40 euro si comprano tre caffè e le sigarette» probabilmente non si rendono conto dell’ammontare di privilegio che è contenuto in questa frase. (la Stampa)

martedì 25 novembre 2008

Tale Veltroni, tale Raciti. L'uovo di giornata

E' proprio vero: i giovani guardano i grandi e imparano. Più li frequentano e più li imitano. Accade che, lontano dai riflettori che contano, i giovani del Pd abbiano eletto il proprio segretario attraverso delle primarie nazionali. Nel vedere come è stato gestito il tutto Veltroni sarà senz’altro soddisfatto, si stanno seguendo le sue orme.

Il nuovo segretario è Fausto Raciti, siciliano, ventiquattro anni, da anni impegnato con la sinistra giovanile. Pupillo di Walter. Come avviene tra i grandi, le trattative di palazzo davano il fanciullo segretario giovanile già da un pezzo. Ma serviva l’incoronazione popolare. Per dirla in politichese: l’incoronazione doveva arrivare attraverso una grande festa della democrazia. Che bravi questi giovani, litigano come i grandi, agiscono secondo logiche da prima repubblica, sparano cifre come i loro ministri ombra e quando si tratta di primarie seguono le orme paterne. Il Movimento giovanile cresce seguendo gli insegnamenti di Walter e dopo queste primarie in salsa giovane ne abbiamo chiara la conferma.

Ecco un primo indizio: le cifre. Di Ufficiali non ce ne sono ma, secondo altre stime, “ufficiali” solo tra virgolette, a votare sono stati 121.623. Tanti? Pochi? Va a sapere. Ma per Walter sono stati tanti ben più dei francesi iscritti al partito socialista che hanno partecipato al ballottaggio tra Royal e Aubry! E scusate se è poco, viene da aggiungere. Tutto sembrava andare per il verso giusto, secondo appunto la walter strategy, quando, è proprio il caso si dirlo, a rompere gli inciuci nel paniere, è arrivata Giulia Innocenti, coetanea di Raciti, e proveniente dai radicali. La fanciulla rischiava di mandare a carte quarantotto tutta la pantomima delle primarie giovanili. Mentre la base giovanile beveva il frullatone delle primarie e della grande festa di democrazia i leaderucci del movimento si facevano gli affari loro. In ordine dalla base militante in buona fede sono stati denunciati: caos durante lo spoglio delle schede, zero seggi nelle zone dove la Innocenti era più forte ( un solo seggio a Palermo, contro i quarantadue dei comuni della provincia), palesi inviti da parte degli scrutatori a votare Raciti, voti per Raciti arrivati via mail e chi, addirittura ha votato telefonicamente.

Insomma ognuno ha cercato in qualche modo di partecipare alla grande festa della democrazia. Ecco perché erano “più dei francesi iscritti al partito socialista che hanno partecipato al ballottaggio tra Royal e Aubry!”In Francia si sa, le feste non finiscono mai a tarallucci e vino. (l'Occidentale)

sabato 22 novembre 2008

La politica dell'effimero. Arturo Diaconale

Una volta era la manifestazione al Circo Massimo. Adesso sono le elezioni in Abruzzo. Successivamente saranno quelle europee di primavera o qualche altro accidente occasionale. Di sicuro c’è sempre un qualche pretesto per il segretario del Pd Walter Veltroni per contraddire la presunta vocazione riformista del proprio partito e cavalcare l’onda massimalista alla ricerca del risultato immediato. Si tratta di realismo politico? Quello che impone ad un leader di non perdere mai di vista gli avvenimenti che si susseguono giorno dopo giorno ed impongono una attenzione che spesso può spingere a derogare dalla strategia di fondo? Niente affatto. Si tratta di un vero e proprio metodo. L’unico che Veltroni conosce e sa applicare. Quello di subordinare i principi alle occasioni. E, di conseguenza, di puntare sempre e comunque sull’apparenza del momento piuttosto che sulla sostanza del lungo periodo. Il caso più vicino ed emblematico è quello dell’atteggiamento assunto dal segretario del Pd a proposito dell’incalzare della crisi economica. Di fronte al moltiplicarsi dei segnali della tempesta che rischia di sconvolgere il paese, Veltroni ha lanciato al governo la proposta di aprire rapidamente un tavolo a Palazzo Chigi tra i rappresentanti di tutte le forze politiche e sociali per un confronto sul modo migliore per fronteggiare il pericolo. In apparenza l’iniziativa è di buon senso.

E sembrerebbe dimostrare che la volontà di dialogo del segretario del Pd non si è affievolita in questi mesi di dure polemiche tra maggioranza ed opposizione. Nella realtà, però, non è affatto così. Perché subito dopo aver sollecitato al governo l’apertura di un confronto per fronteggiare la crisi, Veltroni non solo ha ripercorso tutti i provvedimenti economici varati nei mesi scorsi dal governo bocciandoli senza possibilità di appello uno per uno. Il ché può essere anche legittimo per un leader dell’opposizione che deve comunque marcare la differenza e la distanza con la maggioranza. Ma ha aggiunto anche una stoccata finale diretta personalmente contro il Presidente definendolo un “uomo del conflitto e della contrapposizione”. Cioè uno con cui non è possibile realizzare alcun tipo di confronto. È contraddittoria la posizione di chi chiede l’apertura del dialogo e contemporaneamente esclude che questo dialogo possa mai iniziare o produrre risultati, visto che il proprio interlocutore principale è “uomo di conflitto e di contrapposizione”? Per ogni persona di buon senso è sicuramente così.

Per Veltroni, invece, no. E non perché non abbia buon senso, ma perché il suo modo di fare politica è totalmente imperniato sulla contraddizione. Il suo, in sostanza, è il “ma anche” portato a sistema. Si chiede il dialogo “ma anche” s’insulta bloccandolo in partenza. E via di seguito. A dimostrazione e conferma che il segretario del Pd non ha un principio stabile a cui ancorare la propria azione, che potrebbe essere indifferentemente il dialogo o la lotta. Ma gioca sull’uno e sull’altro con assoluta indifferenza, alla ricerca non di una strategia a cui ancorare il Pd. Solo dell’occasione del momento per conquistare un titolo sui giornali o un passaggio in Tv. Chi ricorda l’esperienza di Veltroni in Campidoglio sa bene che questa è la strategia politica dell’effimero. Che produce le piazze piene nelle notti bianche, ma, alla lunga, provoca le urne vuote alle elezioni. Per il Pdl è una assicurazione sul futuro. Per il Pd una jattura (l'Opinione)

Il peccato originale. Augusto Minzolini

Una fissazione. Una tentazione irresistibile. Per i politici la Rai è inevitabilmente l’oggetto del desiderio. Un comportamento paradossale visto che non mancano argomenti più importanti in questi tempi di crisi economica. E, invece, mamma Rai si ingoia tutto, catalizza l’attenzione, diventa il pomo della discordia o un terreno di dialogo. In questa legislatura è accaduto subito. Walter Veltroni pose il problema Rai nel primo incontro che ebbe a quattr’occhi con il Cavaliere dopo le elezioni: avrebbe potuto parlare di tante altre cose, ma in quei venti minuti il leader del Pd si occupò soprattutto dell’azienda del suo cuore. Dopo sei mesi siamo al punto di partenza. Basta pensare che due giorni fa per spingere il centro-destra a boicottare il presidente eletto alla Commissione di vigilanza, quel Riccardo Villari che sta facendo impazzire Veltroni, il centro-sinistra ha cominciato un’azione di ostruzionismo sul «decreto salva-banche» su cui aveva dato già il suo ok. Un atteggiamento, per usare un eufemismo, a dir poco discutibile. In questi giorni è successo anche di peggio: i presidenti delle due Camere, nel lodevole tentativo di sbloccare la situazione, hanno chiesto a Villari di dimettersi invitandolo ad anteporre le ragioni politiche a quelle giuridiche che, invece, gli consentirebbero di restare al suo posto.

Ora il prima «buttiglioniano», poi «mastelliano», quindi «mariniano» Riccardo Villari può essere considerato una vittima o un furbone, ma in ogni caso l’iniziativa presa dai vertici istituzionali crea un precedente pericoloso. Le alte cariche, infatti, sono tali proprio perché sono garantite da regole giuridiche che consentono loro di essere al di sopra delle parti. Ebbene, subordinare queste regole alle opportunità politiche un domani potrebbe diventare imbarazzante: ad esempio, mutando il rapporto tra Pdl e Pd, qualcuno potrebbe chiedere a Fini o Schifani di lasciare il posto a un esponente dell’opposizione, facendo appello al loro senso di responsabilità, per aprire una nuova fase politica. Insomma, anche questa volta la Rai ha provocato una lunga serie di guai. I problemi, però, nascono sempre da un nodo politico irrisolto. La vicenda, infatti, poteva essere liquidata già un mese fa, c’era l’ipotesi di un accordo equanime che maggioranza e opposizione avrebbero potuto accettare magari turandosi il naso: l’opposizione avrebbe dato il via libera all’elezione di Gaetano Pecorella alla Consulta; Berlusconi avrebbe accettato obtorto collo l’elezione di Leoluca Orlando, che non gli ha mai risparmiato nulla in termini di accuse verbali, alla presidenza della Commissione vigilanza Rai. Invece, alla fine l’intesa è saltata: Veltroni - spinto da Antonio Di Pietro - ha posto un veto su Pecorella per la Consulta e Berlusconi è stato costretto a cambiare candidato; poi, il leader del Pd - convinto da Di Pietro - ha trasformato il nome di Orlando in un’icona senza alternative. Messa così, Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare insieme un «veto» e un’«imposizione» di Di Pietro via Veltroni. Per cui siamo arrivati allo scontro e allo «showdown» sulla Rai che il Cavaliere avrebbe sicuramente evitato, non fosse altro perché qualcuno gli avrebbe ritirato o gli ritirerà fuori (Nanni Moretti docet) la solita questione del conflitto d’interessi. Insomma, un lungo elenco di errori. Troppi. L’accordo su Sergio Zavoli è stato siglato tardi. Magari tra qualche giorno la situazione sarà raddrizzata. Magari i commissari del centro-destra, come quelli del centro-sinistra, decideranno - scommette il veltroniano Goffredo Bettini - di non partecipare ai lavori di una Commissione di vigilanza presieduta da Villari. Magari quest’ultimo, abbandonato da tutti, si dimetterà pure. Resta, però, un problema politico irrisolto che produrrà altri guai visto che la politica non sarà precisa come la matematica ma ci si avvicina. Tutto questo «caos» nasce dai limiti di leadership di Veltroni e dalle contraddizioni della sua linea politica. Per dialogare con profitto i capi dei due schieramenti debbono rappresentare una leadership riconosciuta: in queste settimane Berlusconi promuoverà ministro della Salute Ferruccio Fazio, e al Turismo Michela Brambilla, e nessuno tra i suoi alzerà un dito: per Veltroni, invece, ogni intesa, ogni nomina si trasforma in un calvario, tutti ne contestano le decisioni. Ma è soprattutto la linea politica che è piena di ombre. Il «ma anche» veltroniano può essere applicato a tanti argomenti, ma non si può dire: dialogo con Berlusconi, ma sono anche alleato con il campione dell’«anti-berlusconismo» Di Pietro. È una posizione spericolata, foriera di incidenti di cui però ora Veltroni è rimasto prigioniero: il congresso del Pd è virtualmente aperto, si concluderà alle elezioni europee e Veltroni per sopravvivere, per raggiungere l’agognata soglia di salvezza del 30%, non potrà lasciare troppo spazio a Di Pietro sulla sua sinistra, dovrà coccolarselo. Contemporaneamente se Veltroni non romperà definitivamente con l’ex magistrato neppure le magiche doti diplomatiche di Gianni Letta potranno dare un senso al dialogo. Forse Zavoli farà il presidente della commissione di Vigilanza, ma inevitabilmente subito dopo si aprirà una polemica sul presidente Rai in attesa di uno scontro su qualcos’altro. È successo di nuovo ieri sulla giustizia. A un possibile accordo seguirà comunque una rottura. Così il leader del Pd continuerà a mordersi la coda fino alle Europee. Sulla Rai e non solo. (la Stampa)

martedì 18 novembre 2008

I pidocchi nella criniera del cavallo. Peppino Caldarola

La minaccia è chiara. Se Villari, inteso come Riccardo, non si dimet­te, sarà cacciato dal Pd. Villari, per ora, non si dimette. L’abominevole termine «espulsione» torna a svolazzare sopra le teste dei dirigenti del Pd. Due settimane fa sembrava toccasse alla Binetti. Oggi a Villari. Doma­ni chissà. Il partito «più moderno» della sinistra torna ai riti sacrificali e ca­tacombali dell'antico movimento operaio. È un bel tuffo indietro. Di molti decenni.
L’ultimo Pci, bistrattato e dimenticato, non espelleva più nessuno. Neppure cadeva nella tentazione delle formazioni correntizie di espellersi l'una con l'altra. Nell'ultimo Pci, e nei partiti succedanei, potevi entrare e uscire. Chi parlava di espulsioni veniva additato come un'anticaglia, un pazzo furioso che non capiva i nuovi tempi. In effetti il Pci antico di espulsioni ne aveva fatte tante. L'ultima, clamorosa, quella che ha segnato anche l'attuale ge­nerazione al comando del Pd, colpì i redattori del "manifesto". Da Pintor, a Rossanda, a Natoli, a Lucio Magri, a Valentino Parlato. Quel Pci ebbe il pudore di graduare la pena e promulgò dapprima la radiazione, poi li cac­ciò. Inattività frazionista era il casus belli. Un partito diviso in ingraiani e amendoliani aveva fatto un'icona del simulacro dell'unità e quegli intellettuali antisovietici (ma filocinesi) non potevano essere sopportati. Un sofferente Natta decretò la cacciata. Giuseppe Chiarante, Lucio Lombardo Radice e il gio­vane Fabio Mussi furono gli unici ad opporsi. Nessuno dei coetanei di Mussi seguì l'e­sempio del giovane livornese. Né fra i tanti "destri" del Pci, oggi liberal, si levarono voci contrarie.
Anche quella fu una prima volta dopo tan­to tempo. Dopo, per capirci, Bordiga, caccia­to in quanto bordighiano, Tresso Leonetti e Tasca in quanto trockisti. Era toccata l'infamia anche a Ignazio Silone, che fu, dopo la morte, riabilitato come precursore. Ci fu l'episodio, che pas­sò alla storia con la nota definizione di Togliatti sui «pidocchi nella criniera del cavallo», che vide fuori gioco Aldo Cucchi e Valdo Magnani, quest'ultimo poi rientrato e di­ventato leader delle cooperative. Cucchi e Magnani segnarono un'epoca, il loro movimento, di tipo socialdemocratico, venne nominato «magnacucchi» e vi militarono personaggi come Lucio Libertini e Rino Formica. Venne buttato fuori dal partito di Napoli Eugenio Reale, ex ambasciato­re a Varsavia, per «deviazionismo borghese». L'espulsione su cui calò un lungo silenzio fu quella di Pier Paolo Pasolini, cacciato prima degli anni 50 dalla federazione comunista di Pordenone, per omosessualità. Il dissenso, anche nei comportamenti personali, veniva sanzionato sempre con l'al­lontanamento. Spesso l'allontanamento veniva sanzionato ex post dall'e­spulsione. Un militante che lasciava la tessera non andava via, punto e basta. Regolarmente, dopo l'uscita, veniva espulso. Il partito era così oc­chiuto che controllava la vita privata dei dirigenti. Un importante segretario di federazione pugliese del Pci venne trasferito perché aveva un'amante. Ma si cacciava anche l'erba cattiva. È il caso di Luigi Cavallo, giornalista assoldato dalla Cia che venne buttato fuori a Torino dove rimase e fondò un sindacato giallo. Due membri del gruppo dirigente del Pci, nei primi an­ni settanta, furono allontanati dopo una rapida seduta segreta del Comita­to centrale perché infiltrati dalla Cia. Si chiamavano Stendardi e Ottaviano. Persino Mani Pulite fece la sua vittima, quel Guido Caporali che, coinvolto nello scandalo delle "lenzuola d'oro", fu allontanato in fretta e furia. Espulsioni clamorose e espulsioni silenziose. Un rito sommario, il decreto e l'allontanamento dalla vita della famiglia comunista. Dopo l'espulsione, l'infamia. L'espulso era bandito, i compagni non lo salutavano più, i suoi amici erano emarginati, la colpa si estendeva alla famiglia e alla discen­denza. «Il partito si rafforza epurandosi» aveva proclamato quel grande leader con i baffi (baffoni, che avete capito?) e la minaccia pendeva sul capo di tutti ogni volta che qualcuno pronunciava la frase bandita: «non sono d'accordo». Poi venne il bel tempo. Il partito si vergognò di questa carneficina di dissidenti e circolò sangue nuovo. Il comunismo italiano, in­vecchiato e ingrigito, divenne liberale e tollerante. Il dopo Pci fu una sta­gione di libertà del dissenso assoluta. Ora col Pd si torna indietro. È come a Caporetto. Se il soldato o l'ufficiale fuggiva o criticava o andava per un'altra strada veniva fucilato. Fu la crudele linea di difesa di un generale incapace, Cadorna. Anche lui nel Pantheon dei fondatori del Pd? (il Riformista)

venerdì 7 novembre 2008

Informazione a senso unico. Andrea Camaiora

Riprendiamo dopo diversi mesi a seguire quanto avviene sugli organi di informazione. Due sono i filoni tematici sui quali vale la pena di riflettere: la bufera scatenatasi intorno alla riforma della scuola e l'agenda politica generale, con al centro la diatriba infinita per la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. Per quanto riguarda la scuola meritano di essere evidenziati la linea del gruppo Finegil-L'Espresso e del Sole 24 Ore e il ruolo fazioso e accanito svolto da AnnoZero. Il gruppo Finegil (ne fanno parte tra gli altri Il Tirreno, La Nuova Venezia, La Gazzetta di Mantova, ecc...) ogni giorno fa da cassa di risonanza di ogni manifestazione di protesta contro il governo e ciò è anche comprensibile nella grande provincia italiana, dove bastano poche decine di studenti rumorosi a fare notizia.

Ciò che lascia perplessi è che non sia stata pensata né ieri, né oggi, una campagna locale di contro informazione utile a non lasciare disorientato l'elettorato, in particolare quello giovanile, fornendo informazioni certe sulla riforma approvata dalla maggioranza. Non commentiamo neppure più la sacra Trimurti Corriere-Repubblica-Stampa che fa da guardiano alle macerie dell'Ulivo. Riusciamo invece ancora a stupirci del Sole 24 Ore. Perché, se è vero che ha per direttore Ferruccio De Bortoli, è altrettanto vero che è pur sempre il quotidiano degli industriali (o solo quello di una parte di Confindustria?). L'ineffabile Folli scrive, a proposito delle parole del premier sulla necessità di garantire il diritto allo studio, ‹‹se il Presidente del Consiglio scende in campo in prima persona, si entra nell'area del rischio. Non tutte le questioni possono essere trattate alla stregua della spazzatura di Napoli... la scuola ha bisogno di altro››. Il giorno seguente il Sole non cambia linea. Ecco il catenaccio del titolo interno: ‹‹Berlusconi ci ripensa››, affiancato da un ‹‹Veltroni: Cavaliere inaffidabile ma bene la smentita››.

La trasmissione di Michele Santoro, da parte sua, ha giocato sistematicamente a senso unico, screditando il governo e limitando il contraddittorio a livelli, questi sì, di regime. L'onorevole dimissionario Santoro è lo stesso che, in versione sdraiata, ha concesso la passerella a Veltroni alla vigilia della manifestazione del 25 ottobre in una puntata che ha fatto parlare Giorgio Lainati, deputato-mediano per le questioni Rai del PdL, di ‹‹monologo veltroniano››. Ha colpito particolarmente la messa in onda di bambini sandwich di sei anni che ripetono, a mo' di filastrocca, uno slogan in rima contro la Gelmini. Un episodio vergognoso sul quale la Rai dovrà necessariamente intervenire. L'azienda di viale Mazzini nel 1997 firmò infatti un «codice di autoregolamentazione dei rapporti tra minori e tv» con il quale si impegnava, tra le altre cose, ‹‹a non utilizzare i minori (da 0 a 14 anni) in grottesche imitazioni degli adulti››. Che cosa c'è di più diseducativo di mostrare un gruppetto di bambini addestrati a recitare a memoria una canzoncina contro un ministro? La stessa trasmissione, dando voce solo a studenti, genitori e docenti anti riforma, ha fornito il megafono per brillanti considerazioni come ‹‹per il governo meno scuola si fa e meglio è››, oppure ‹‹un solo maestro, visto che c'è una sola persona al governo che decide tutto››.

D'altra parte non è che da Santoro ci sia da aspettarsi granché. La sua carriera è costellata di episodi deprecabili. Ne raccontiamo uno - piuttosto conosciuto ma mai a sufficienza - per introdurre il tema della commissione di Vigilanza Rai che tanto fa digiunare il radicalveltroniano Marco Pannella. Dicono nel Pd che la storia politica di Leoluca Orlando, candidato unico dell'opposizione a presidente della commissione di vigilanza, basti a testimoniare la sua credibilità come figura di garanzia alla Vigilanza Rai. Bene, ecco il racconto che vi avevamo promesso: nel maggio del 1990 l'allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ospite di Santoro a Samarcanda, disse che la procura di Palermo teneva ‹‹dentro i cassetti›› le prove dei delitti Mattarella e La Torre. L'accusa era rivolta a Falcone, tanto che l'ideologo della Rete, Padre Pintacuda, dichiarò apertamente all' Unità ‹‹Si, io accuso Falcone››. Non pago di questa performance, il 23 febbraio Orlando denunciava - ancora ospite di Santoro in Rai - ‹‹il comportamento equivoco di qualche esponente dell'Arma dei Carabinieri›› di Terrasini. Si trattava del maresciallo Antonino Lombardo, che era alla vigilia del viaggio in Usa per prelevare il boss Badalamenti. Il sottufficiale, sulla cui lealtà il comandante dell'Arma tentò invano di testimoniare in diretta (telefonò ma Santoro non gli diede la parola), si tolse la vita di lì a dieci giorni, dopo che gli fecero trovare «incaprettato» un suo confidente.

E' dunque questo il cursus honorum che può vantare l'onorevole Orlando per aspirare alla presidenza della commissione di via del Seminario? È questo il signore che l'opposizione tiene ancora in pista dopo che la maggioranza ha ritirato per la Corte Costituzionale quel galantuomo di Gaetano Pecorella? E' proprio il caso che l'Udc persista nel sostenere Orlando? Non basta che la sua storia personale di dc che rinnega la Dc abbia avuto un seguito, proprio recentissimamente, alla notizia data in aula alla Camera dell'assoluzione dell'ex dc Calogero Mannino dall'accusa di concorso in associazione mafiosa, quando Orlando è stato tra i pochi a non applaudire? È questo il signore che li garantisce nel ruolo di presidente? Sono interrogativi che fanno riflettere e, in ultima analisi, amareggiano. Una cosa è certa. Anche qualora l'ex sindaco di Palermo non sia eletto alla presidenza della Commissione di Vigilanza, il solo permanere così a lungo della sua candidatura la dice lunga sullo scadimento di un certo modo di intendere la politica. (Ragionpolitica)

martedì 4 novembre 2008

Perché non fanno più ridere...Paolo Pillitteri

I medici chiamati intorno al capezzale della satira Televisiva hanno riscontrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, una gravissima indisposizione alla risata, quasi irreversibile, data la progressiva paralisi dei centri a ciò preposti. Il quadro clinico generale si connota di una depressione profonda, con rischi di suicidi di massa. I medici non hanno tuttavia raggiunto l’unanimità per l’eventuale cura da applicare. Il fatto è che la satira è entrata in coma perché i suoi artisti, tutti di sinistra, hanno perso la cosiddetta reason why di sè, la stessa ragion d’essere, di esserci: la sinistra. Questa è arrivata al capolinea dopo i crolli elettorali. Siccome non ha voluto analizzarne le ragioni e trarne le conseguenze, continuando come prima più di prima, con i medesimi leader di mille sconfitte, ne è derivato un effetto collaterale non indifferente: l’incapacità a proporre, a produrre idee, programmi, novità, insomma, riforme, modernizzazioni di sè. La satira ha immeditatamente riflesso, come uno specchio deformante, l’afasia e i balbettamenti del Pd, ne ha fiutato l’inconsistenza, anche di massa, rifugiandosi nelle acque torbide e limacciose, eppur gratificanti, della sua mosca cocchiera, Di Pietro, e del suo vero portavoce/portamanette Marco Travaglio. Grillo, invece, ha capito l’aria che tira e s’è defilato. E’ a questo punto che una come la Guzzanti ritornata ad “AnnoZero”, ma anche la Dandini o il Vergassola e, per certi aspetti Lillo e Greg e pure una Littizzetto, e persino Crozza col suo kilometrico show su La 7, si sono trovati zavorrati da un peso che li trascina giù, sotto, in basso, nelle correnti della Tv manichea, arrabbiata, con la puzza sotto il naso, con quell’aria di spocchia che aleggia sempre intorno ai migliori, a quelli che non sbagliano mai, a quelli che a Berlusconi non glie ne perdonano una.

Berlusconi, appunto. Che palle! come si dice a Canale 5 di Greggio, Iachetti e De Filippi. Esattamente come la sinistra è vissuta a lungo della rendita di un antiberlusconismo d’accatto in nome della sua superiorità etica, allo stesso modo la satira ha mutuato da quella errata accezione un modello che non funziona più perchè, salvo il dipietrismo, non ha più referenti, non fa più ridere, ecco. Del resto, i comici militanti dovrebbero sapere i rischi che corrono quando la squadra politica perde, soprattuto se loro stessi sono scesi in politica (Piazza Navona, ecc.) come sponsor. Il caso del Premio Nobel Dario Fo - che non fa ridere da anni perchè fa solo politica - simbolizza, col suo speech alla Statale, composto di parole d’ordine e frasi liturgiche d’antan, il malinconico deja vu di una posizione datata e fuori tempo massimo. La satira è anche e soprattutto una questione di linguaggio. La centralità del verbum, del messaggio. Si sentono parole come “ribellarsi alla nefanda Gelmini, la democrazia italiana è messa in pericolo dalla deriva autoritaria berlusconiana, siamo al regime di Putin se non a quello dei colonnelli in Argentina. Presto faremo la fine di Weimar che creò Hitler. Al governo siede un magnaccia impegnato a piazzare le veline nei ministeri. Milioni di studenti attendono un nostro gesto. La dittatura avanza”.

Questo è il linguaggio di Di Pietro, un mix di giustizialismo peronista e di parafascismo tribunizio, che ha contaminato lo stesso Veltroni e, a maggior ragione, la satira. La quale si illude di far cambiare idea riproponendo stantie macchiette, imbarazzanti cliche e polverosi stereotipi sulla democrazia in pericolo. E l’Unità a inseguire questo gioco al ribasso, dedicando titoli allarmati d’apertura al ritorno in Tv di Licio Gelli. Già. Ma gli ex brigatisti che ci vanno un giorno sì e l’altro pure? E che scrivono libri per film, per di più finanziati dallo stato o dalla Rai? Il punto è che questa rentrèe del Venerabile novantenne - come messaggio il medium ha già detto tutto- si è come capovolta. La satira, cioè, si è rovesciata contro gli autori delle frasi più ridicolmente demagogiche: “La scuola - ha tuonato Di Pietro - dopo la giustizia e l’informazione, è un altro tassello del progetto del venerbile della P2 Licio Gelli, che Berlusconi sta realizzando”. E tutti giù a ridere. Di lui. Era ora. (l'Opinione)

martedì 28 ottobre 2008

Bush colpisce duro la Siria perché l'Europa intenda. Carlo Panella

La spettacolare operazione di elicotteri e truppe speciali statunitensi che hanno colpito domenica un gruppo terrorista iracheno, comodamente installato in Siria, ha un senso che va ben oltre la normale attività di pacificazione dell'Iraq.
Sicuramente è stata motivata dalla volontà di colpire duro un gruppo che infastidiva molto la pacificazione irachena, ma ha avuto una predominate funzione di warning. L'azione infatti dimostra -come la Rice ha confermato la scorsa settimana a chiare lettere- che la Siria di Beshar al Assad continua a non pagare nessun prezzo a fronte delle ribadite aperture di credito da parte della Francia di Sarkozy (e purtroppo anche dall'Italia di Frattini). Con questa operazione, Damasco è stata colta ancora una volta con le mani nel sacco: nonostante le tante dichiarazioni verbali, Assad continua ad appoggiare le guerriglia quaidista in Iraq, esattamente come continua a armare Hezbollah (vedi l'ottima oinchiesta di Guido Olimpio sul Correre di domenica) ed Hamas (come peraltro dichiarano sfrontatamente i pasdaran iraniani).
La lunga fase ''obamiana'' di dialogo a tutti i costi con l'asse Siria-Iran, si è aperta con largo anticipo l'estate scorsa, con la sciagurata decisione di Sarkozy di ospitare come ospite d'onore al Assad alla sfilata del 14 luglio a Parigi (con scandalo non solo di Chirac, ma anche di molti generali francesi). E' poi continuata negli ultimi mesi, con continua aperture di credito da parte delle cancelleire europee, Farnasina inclusa.
Il problema, però, non sta al solito nel dialogo, ma nel fatto che a fronte delle continue legittimazioni europee, Beshar al Assad non ha poi pagato alcun prezzo, non ha modificato minimamente la sua politica di destabilizzazione dell'area e anzi si prepara con tutta evidenza ad una nuova micro invasione del Libano (avendo a pretesto gli scontri tra alauiti filosiriani e sunniti nella zona di Tiro).
Colpire il ''santuario'' terrorista dei quaidisti iracheni, ben protetto dentro i confini siriani è stato dunque il modo scelto dall'amministrazione Bush per chiarire agli europei che la loro politica è avventurista, che Assad continua ad essere un interlocutore inaffidabile.Nella speranza che l'Europa capisca.