Da diversi mesi il tema rimbalza da un Paese all' altro («Le Monde », ad esempio, vi ha dedicato due dense pagine di analisi e commenti qualche giorno fa) e le elezioni europee, con i pessimi risultati conseguiti dai partiti socialisti e affini, hanno reso ancora più accesa la discussione. Non c'è praticamente forza di sinistra in Europa che non si ponga una domanda: come mai, in tempi di massiccio ritorno dello Stato nella gestione dell' economia, di critica al mercato, di indebolimento della fiducia liberale nella capacità di autoregolazione dei mercati, i partiti socialisti (e affini) non riescono ad approfittarne? Non dovrebbero essere proprio i partiti socialisti, antichi alfieri dell'intervento dello Stato e dell' uso della spesa pubblica per fini di ridistribuzione della ricchezza, i naturali punti di riferimento politico degli elettori in questo tempo di crisi?
Il problema è assai complesso e richiede risposte (o tentativi di risposta) a più livelli. Bisogna tener conto della tendenza generale ma anche delle specifiche situazioni nazionali. Sul piano generale si può forse sostenere (come chi scrive ha fatto sul «Corriere Magazine» un paio di settimane fa) che i partiti socialisti non possano approfittare della situazione creata dalla crisi economico-finanziaria perché non esistono più, in Europa, le condizioni sociali e politico-culturali che favorirono i loro successi nel XX secolo. Nelle attuali società individualiste gli antichi ideali di «giustizia sociale» e di uguaglianza a cui i partiti socialisti finalizzavano l'intervento dello Stato e l'espansione dei sistemi di welfare state, non hanno più corso. In tempi di crisi, certamente, si invoca l'intervento dello Stato ma per ragioni squisitamente pragmatiche (bloccare la disoccupazione, tamponare gli effetti sociali perversi della crisi). Nelle ricche società europee di oggi a nessuno, o quasi, importa più nulla di quella «società degli uguali» che i partiti socialisti offrivano come meta degna di essere perseguita in tempi di assai più rigide disuguaglianze di classe. E le destre sono oggi sufficientemente pragmatiche e spregiudicate per gestire l'intervento dello Stato senza bisogno di caricarlo di ingombranti significati ideologici.
Le risposte generali, però, corrono sempre il rischio di essere generiche. Bisogna per forza guardare anche alle specificità dei casi. Ad esempio, i laburisti britannici (con la rivoluzione di Blair) e i socialisti spagnoli si erano già liberati dei miti e delle ideologie otto-novecentesche. Oggi pagano soprattutto il fatto di avere governato a lungo nella fase che ha preceduto lo scoppio della crisi.
Neppure per capire i guai della sinistra italiana, del Partito democratico, bastano le risposte generali. Anche qui bisogna tener conto delle specificità. La principale delle quali è che la sinistra italiana paga il conto, oltre che delle difficoltà che l'accomunano ai partiti socialisti europei, anche di un ventennio di rimozioni e trasformismi. La verità è che se Berlusconi non fosse esistito, se non fosse entrato in politica nel 1994, la sinistra italiana se lo sarebbe dovuto inventare. Da quindici anni Berlusconi, con la sua presenza, aiuta la sinistra a non fare i conti con se stessa, con il vuoto in cui è precipitata dopo il crollo del muro di Berlino.
In tutto questo tempo, Berlusconi è servito alla sinistra italiana per non guardarsi allo specchio. Se lo avesse fatto avrebbe scoperto che lo specchio non è in grado di riflettere alcuna immagine. Checché se ne dica, un tentativo, uno solo, di costruire una nuova identità c'è stato. Lo ha fatto Walter Veltroni. Il suo discorso del Lingotto era più o meno questo. Ma ci sono limiti a ciò che un leader può fare. Nel caso specifico, c'erano anche i limiti del leader.
Incapacità di fare i conti col passato, rimozioni e trasformismi. Di che altro sarebbero il sintomo, ad esempio, gli inopinati omaggi che gli uni o gli altri continuano di tanto in tanto a tributare a Enrico Berlinguer, ossia all'ultimo dei grandi capi del comunismo italiano? Come si è chiesto Giovanni Belardelli sul «Corriere » di ieri, a chi e a che serve Berlinguer nella società attuale?
O, ancora, era davvero pensabile che la sinistra (da Mani Pulite fino alla recente alleanza con Di Pietro) potesse trovare una identità politica di ricambio facendosi megafono dell'Associazione Nazionale Magistrati? O che potesse diventare competitiva con la destra, soprattutto al Nord, senza contrastare apertamente le correnti sindacali più conservatrici in materia di legislazione del lavoro, di scuola o di pubblica amministrazione? O che potesse acquisire credibilità a fronte del più esplosivo fenomeno del nostro tempo, l'immigrazione, innalzando solo il vessillo della «solidarietà »? Non è un caso che anche molti dei cosiddetti «giovani », più o meno emergenti, del Pd, per lo meno a una prima occhiata, sembrino vecchi quanto i loro nonni.
La migliore osservazione sul Partito democratico l'ha fatta Claudio Velardi, ex collaboratore di Massimo D'Alema: al Pd, dice Velardi, serve un «pazzo», nell'accezione positiva del termine, uno che si prenda il partito sparando sul quartier generale. Un leader che unisca estro, solidità culturale e credibilità. E la caparbietà necessaria per dedicarsi a un lungo lavoro di ricostruzione culturale e politica. Senza farsi condizionare troppo dai vecchi oligarchi del partito o da centri di potere esterni. (Corriere della Sera)
martedì 30 giugno 2009
venerdì 26 giugno 2009
Pensioni, l'obbligo conveniente. Davide Giacalone
C’è qualche cosa di perverso nel subire, da parte della Commissione Europea, la procedura d’infrazione sul tema delle pensioni. Quella riforma è necessaria, urgente e conveniente, e noi tutti, per colpa di un mondo politico reticente e tremulo, siamo come un bimbo che si fa mettere in castigo per non avere mangiato i dolci.
Nello specifico, riguardante l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, si tratta non solo di una patente ingiustizia, talché chi vive più a lungo va in pensione prima, ma anche di un problema riguardante un numero ristretto di dipendenti, quindi di più facile soluzione. Più in generale, comunque, i dati segnalano, in maniera non equivoca, che la crisi economica scoraggia i pensionamenti, chi ha un lavoro se lo tiene stretto e tende a restarci, sicché questa è la condizione ideale per alzare l’età pensionabile di tutti. Facendolo si diminuirebbe il peso futuro della previdenza, accorciando la distanza, da noi scandalosamente enorme, fra costo del lavoro e salario netto, vale a dire fra ciò che il datore di lavoro paga e quel che i dipendenti effettivamente intascano.
La cosa è talmente evidente che l’ha capita pure Dario Franceschini. C’è, infatti, una sola cosa buona, ma importante e colpevolmente occultata, nel messaggio video che ha inviato dall’isola deserta, dove si trova. Il rampollo di Zaccagnini si ricandida a segretario del Pd. E, fin qui, affari loro. Lo fa con un video diffuso via web: sei minuti d’eterna banalità, compreso l’appello a “riforme strutturali” che, però, non si sa quali siano. Ma una cosa la dice, giusta e assai significativa: occorre alzare l’età del pensionamento. La dice alla maniera dei vecchi democristiani, ma la dice: i genitori lavorino più a lungo, in modo da ristipulare il patto generazionale. E’ una notizia.
Tralasciamo il fatto, certo non secondario, che l’ultima volta che la sinistra è stata al governo ha fatto l’esatto contrario. Ragioniamo sull’oggi: i dati Ocse dimostrano che l’Italia è il Paese industrializzato con la maggiore incidenza della spesa pensionistica sul prodotto interno. Non solo siamo al doppio della media altrui, raggiungendo il 14%, ma la nostra spesa cresce in maniera vertiginosa (23% in dieci anni), il che, accoppiato alla diminuzione del Pil, porta alla sicurezza che il suo peso percentuale sarà intollerabile. E questi sono solo i numeri.
Poi c’è la sostanza umana: per pagare quelle pensioni prendiamo i soldi anche dalle tasche di chi la pensione non l’avrà. I giovani, insomma, sono superbamente fregati, in un sistema che più ingiusto sarebbe difficile anche solo da immaginare. Quindi Franceschini ha ragione, e dice oggi, in modo confuso, quel che noi ripetiamo da anni, con sana ruvidezza. Dal governo, però, ci aspettiamo di più. Non basta affatto assicurare che si darà corso all’intimazione europea, perché, lo ripeto, ci conviene ed è comunque troppo poco. La finiscano di ripetere che la crisi suggerisce immobilità, perché è vero l’opposto: le difficoltà presenti devono aiutare a sanare gli squilibri futuri. Se non ora, quando?
In quanto a Franceschini, colga anche lui l’occasione: la procedura d’infrazione rende obbligatoria una riforma comunque opportuna, si tiri fuori dalla bottiglia e dimostri che l’opposizione sa fare politica, votandola. E faccia il piacere, già che ci si trova, di non parlare solo colà rimpiattato, ma di ripeterlo ai sindacati ed a quella parte del suo partito che s’è sempre opposta a questa riforma di giustizia ed equità. Non dimenticando che sulle barricate, a difesa dei garantiti, non ci trova solo i comunisti di un tempo, ma anche i cattosociali di sempre. Se guarda bene, ci trova anche Prodi. Se guarda sotto, ci trova se stesso. Ha cambiato idea? Ha imparato a far di conto? Splendido, ma esiste una regoletta di moralità, in politica, in generale nella vita culturale, si avverte: scusate, mi sono sbagliato. Anche perché, sempre nello stesso video, egli dice che la sinistra non deve tornare al passato, né devono più tornare le persone di un tempo. Ecco, avrebbe la cortesia di spiegare perché il passato fa ribrezzo e quelle persone hanno affossato la sinistra? Se serve una mano, conti su di noi.
Nello specifico, riguardante l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, si tratta non solo di una patente ingiustizia, talché chi vive più a lungo va in pensione prima, ma anche di un problema riguardante un numero ristretto di dipendenti, quindi di più facile soluzione. Più in generale, comunque, i dati segnalano, in maniera non equivoca, che la crisi economica scoraggia i pensionamenti, chi ha un lavoro se lo tiene stretto e tende a restarci, sicché questa è la condizione ideale per alzare l’età pensionabile di tutti. Facendolo si diminuirebbe il peso futuro della previdenza, accorciando la distanza, da noi scandalosamente enorme, fra costo del lavoro e salario netto, vale a dire fra ciò che il datore di lavoro paga e quel che i dipendenti effettivamente intascano.
La cosa è talmente evidente che l’ha capita pure Dario Franceschini. C’è, infatti, una sola cosa buona, ma importante e colpevolmente occultata, nel messaggio video che ha inviato dall’isola deserta, dove si trova. Il rampollo di Zaccagnini si ricandida a segretario del Pd. E, fin qui, affari loro. Lo fa con un video diffuso via web: sei minuti d’eterna banalità, compreso l’appello a “riforme strutturali” che, però, non si sa quali siano. Ma una cosa la dice, giusta e assai significativa: occorre alzare l’età del pensionamento. La dice alla maniera dei vecchi democristiani, ma la dice: i genitori lavorino più a lungo, in modo da ristipulare il patto generazionale. E’ una notizia.
Tralasciamo il fatto, certo non secondario, che l’ultima volta che la sinistra è stata al governo ha fatto l’esatto contrario. Ragioniamo sull’oggi: i dati Ocse dimostrano che l’Italia è il Paese industrializzato con la maggiore incidenza della spesa pensionistica sul prodotto interno. Non solo siamo al doppio della media altrui, raggiungendo il 14%, ma la nostra spesa cresce in maniera vertiginosa (23% in dieci anni), il che, accoppiato alla diminuzione del Pil, porta alla sicurezza che il suo peso percentuale sarà intollerabile. E questi sono solo i numeri.
Poi c’è la sostanza umana: per pagare quelle pensioni prendiamo i soldi anche dalle tasche di chi la pensione non l’avrà. I giovani, insomma, sono superbamente fregati, in un sistema che più ingiusto sarebbe difficile anche solo da immaginare. Quindi Franceschini ha ragione, e dice oggi, in modo confuso, quel che noi ripetiamo da anni, con sana ruvidezza. Dal governo, però, ci aspettiamo di più. Non basta affatto assicurare che si darà corso all’intimazione europea, perché, lo ripeto, ci conviene ed è comunque troppo poco. La finiscano di ripetere che la crisi suggerisce immobilità, perché è vero l’opposto: le difficoltà presenti devono aiutare a sanare gli squilibri futuri. Se non ora, quando?
In quanto a Franceschini, colga anche lui l’occasione: la procedura d’infrazione rende obbligatoria una riforma comunque opportuna, si tiri fuori dalla bottiglia e dimostri che l’opposizione sa fare politica, votandola. E faccia il piacere, già che ci si trova, di non parlare solo colà rimpiattato, ma di ripeterlo ai sindacati ed a quella parte del suo partito che s’è sempre opposta a questa riforma di giustizia ed equità. Non dimenticando che sulle barricate, a difesa dei garantiti, non ci trova solo i comunisti di un tempo, ma anche i cattosociali di sempre. Se guarda bene, ci trova anche Prodi. Se guarda sotto, ci trova se stesso. Ha cambiato idea? Ha imparato a far di conto? Splendido, ma esiste una regoletta di moralità, in politica, in generale nella vita culturale, si avverte: scusate, mi sono sbagliato. Anche perché, sempre nello stesso video, egli dice che la sinistra non deve tornare al passato, né devono più tornare le persone di un tempo. Ecco, avrebbe la cortesia di spiegare perché il passato fa ribrezzo e quelle persone hanno affossato la sinistra? Se serve una mano, conti su di noi.
giovedì 25 giugno 2009
La politica cancellata. Ernesto Galli della Loggia
Le accuse che si rovesciano in questi giorni sul presidente del Consiglio, le si condivida più o meno, sono la riprova definitiva del grado estremo di personalizzazione che la politica ha raggiunto oggi in Italia: una riprova che, alquanto paradossalmente, stanno offrendo proprio coloro che fino a ieri additavano la suddetta personalizzazione come sbagliatissima e assolutamente da evitare. Non tenevano conto però che la personalizzazione è un fenomeno inerente alla leadership: tanto più questa è autorevole e forte tanto più s’identifica inevitabilmente con la persona di chi l’esercita. Né tenevano conto del fatto che i regimi democratici, proprio per il pluralismo che caratterizza le loro società, hanno quanto mai bisogno di una leadership forte e unificatrice.
Ma è anche vero che le accuse che ogni giorno riempiono i nostri quotidiani, con grande attenzione alla vita privata di Berlusconi, testimoniano di un livello di personalizzazione che dire estremo è poco. A questo proposito è stato osservato giustamente che anche in altri Paesi europei o negli Usa i vertici del potere (Kennedy e Mitterrand, per fare solo due esempi) sono stati coinvolti ripetutamente in storie scabrose di sesso dense di particolari piccanti, ma in nessun caso però i rispettivi media se ne sono occupati più di tanto, anzi quasi sempre non se ne sono occupati per nulla. Sui gusti e le frequentazioni sessuali delle leadership la regola è stata dappertutto una sostanziale cortina di silenzio. Il fatto che in Italia non sia così, anzi sia l’opposto, potrebbe naturalmente voler dire che l’informazione italiana è assai più libera di quella straniera, ovvero, forse, può voler dire che in Italia la personalizzazione di cui si diceva ha raggiunto livelli realmente patologici.
È questa l’ipotesi più plausibile. Ma bisogna allora domandarsi perché. A me sembra che ciò dipenda dal fatto che in pochi altri Paesi occidentali c’è stato come in Italia una così massiccia cancellazione della politica nel senso che normalmente si dà a questa parola. Idee, programmi, procedure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione, tutto, a destra come al centro e a sinistra, è stato vanificato o ha provveduto spontaneamente e letteralmente a evaporare. Esauritesi le culture e i partiti politici che risalivano al Cln e alle vicende «alte» della storia nazionale (ciò che in Europa non è accaduto da alcun’altra parte), è subentrato un generale nulla. Sono rimaste solo le persone, sole le nude persone (è il caso di dirlo!). Da questo punto di vista Berlusconi, lungi dall’essere la malattia, è solo il sintomo: esasperato se si vuole ma solo il sintomo.
Nessuna meraviglia allora se la vita pubblica italiana offre da tempo lo spettacolo che offre: dove prima delle «squillo» di casa a Palazzo Grazioli ci sono state le «esternazioni » politiche della moglie del premier golosamente raccolte, il costo delle scarpe di D'Alema, i flirt veri o supposti e la paternità più o meno rocambolesca di Fini, il cachemire glamour di Bertinotti, la carica di capo della Lega trasformata in personale- ereditaria per il giovane Bossi senza che dai suoi si sia levata una critica: il tutto in un affollarsi di giornali e di trasmissioni tv che in pratica si occupano solo di cose del genere.
Ormai in Italia, anche a prescindere dalle ultime settimane, la politica è ridotta a questo. Mentre sullo sfondo si agita il vortice delle intese sotterranee, degli interessi economici che si combinano e si ricombinano per tutelarsi e spadroneggiare, dei clan che si formano, mentre si vede una stampa nel complesso sempre più esangue, si ascoltano mille «voci» che dilagano. Anche in quelli che ancora chiamiamo partiti ognuno gioca per sé, al massimo in combutta con qualche sodale. Tutto ciò è il prodotto della fine della politica: della quale è un frutto quella personalizzazione di cui la foto di Berlusconi tra le lenzuola, quando mai comparisse, non sarebbe che un riassunto simbolico. C’è comunque in questa deriva italiana come un ritorno all’antico. Si dilegua la politica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie interessate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mondo e che ha ormai perso il senso di un destino comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della politica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale. (Corriere della Sera)
Ma è anche vero che le accuse che ogni giorno riempiono i nostri quotidiani, con grande attenzione alla vita privata di Berlusconi, testimoniano di un livello di personalizzazione che dire estremo è poco. A questo proposito è stato osservato giustamente che anche in altri Paesi europei o negli Usa i vertici del potere (Kennedy e Mitterrand, per fare solo due esempi) sono stati coinvolti ripetutamente in storie scabrose di sesso dense di particolari piccanti, ma in nessun caso però i rispettivi media se ne sono occupati più di tanto, anzi quasi sempre non se ne sono occupati per nulla. Sui gusti e le frequentazioni sessuali delle leadership la regola è stata dappertutto una sostanziale cortina di silenzio. Il fatto che in Italia non sia così, anzi sia l’opposto, potrebbe naturalmente voler dire che l’informazione italiana è assai più libera di quella straniera, ovvero, forse, può voler dire che in Italia la personalizzazione di cui si diceva ha raggiunto livelli realmente patologici.
È questa l’ipotesi più plausibile. Ma bisogna allora domandarsi perché. A me sembra che ciò dipenda dal fatto che in pochi altri Paesi occidentali c’è stato come in Italia una così massiccia cancellazione della politica nel senso che normalmente si dà a questa parola. Idee, programmi, procedure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione, tutto, a destra come al centro e a sinistra, è stato vanificato o ha provveduto spontaneamente e letteralmente a evaporare. Esauritesi le culture e i partiti politici che risalivano al Cln e alle vicende «alte» della storia nazionale (ciò che in Europa non è accaduto da alcun’altra parte), è subentrato un generale nulla. Sono rimaste solo le persone, sole le nude persone (è il caso di dirlo!). Da questo punto di vista Berlusconi, lungi dall’essere la malattia, è solo il sintomo: esasperato se si vuole ma solo il sintomo.
Nessuna meraviglia allora se la vita pubblica italiana offre da tempo lo spettacolo che offre: dove prima delle «squillo» di casa a Palazzo Grazioli ci sono state le «esternazioni » politiche della moglie del premier golosamente raccolte, il costo delle scarpe di D'Alema, i flirt veri o supposti e la paternità più o meno rocambolesca di Fini, il cachemire glamour di Bertinotti, la carica di capo della Lega trasformata in personale- ereditaria per il giovane Bossi senza che dai suoi si sia levata una critica: il tutto in un affollarsi di giornali e di trasmissioni tv che in pratica si occupano solo di cose del genere.
Ormai in Italia, anche a prescindere dalle ultime settimane, la politica è ridotta a questo. Mentre sullo sfondo si agita il vortice delle intese sotterranee, degli interessi economici che si combinano e si ricombinano per tutelarsi e spadroneggiare, dei clan che si formano, mentre si vede una stampa nel complesso sempre più esangue, si ascoltano mille «voci» che dilagano. Anche in quelli che ancora chiamiamo partiti ognuno gioca per sé, al massimo in combutta con qualche sodale. Tutto ciò è il prodotto della fine della politica: della quale è un frutto quella personalizzazione di cui la foto di Berlusconi tra le lenzuola, quando mai comparisse, non sarebbe che un riassunto simbolico. C’è comunque in questa deriva italiana come un ritorno all’antico. Si dilegua la politica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie interessate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mondo e che ha ormai perso il senso di un destino comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della politica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale. (Corriere della Sera)
martedì 16 giugno 2009
Il nero Fiat, una storia italiana. Paolo Pillitteri
Tanti, tanti anni fa, c’era il giornalismo d’inchiesta che non guardava in faccia a nessuno, sia ai politici che ai potenti. Poi quel giornalismo si ritirò da uno dei due “settori” dedicandosi esclusivamente alle inchieste contro i politici. Pigiando così forte il piede sull’acceleratore, da annientare un’intera classe politica. Correvano gli anni ’92-’93-’94 e ’95, l’epoca del circo mediatico giudiziario, di manipulite, allora, come ora, incarnata dall’eroe delle manette Di Pietro. Che cosa era accaduto ai mass media per insistere soltanto sulla martellante criminalizzazione della “orrenda” partitocrazia, salvando la grande industria e i grandi complessi editoriali? Semplice: si erano accordati col Pool e con il Pd (ex Pci) per annientare una solo parte responsabile della cosiddetta “dazione ambientale”, pur di miracolare la sinistra e rendere sempre più forti quei poteri dei quali i grandi organi di stampa erano (e sono) gli house organ da supporto acritico alle toghe. Come ricordò anni dopo Polito, che allora stava a Repubblica, si formò un pool parallelo di testate, dall’Unità a Repubblica al Corriere che, sotto la guida di Mieli, condusse le danze macabre contro i leader di partito, di tutti, all’infuori di quelli postcomunisti. Prima, però, che l’omologazione mediatica dannasse per sempre il Pentapartito (uscito vittorioso alle elezioni del’92) qualche settimanale, come “Panorama” ruppe il “pactum sceleris” e dedicò addirittura un numero (quasi) speciale alla banca istituita dalla Fiat in Svizzera, la Buc, per gestire i miliardi di nero, da passare sottobanco ai politici (e non solo). Erano giorni nei quali Romiti si presentava prono ai giudici del Pool con una sorta di fascicolo-rendiconto delle concussioni subite. Ma senza alcun cenno a quella banca e al nero-Fiat. Ve l’immaginate Cesarone col coltello di un Arnaldo Forlani, sotto la gola, che gli fa “O la tangente o la vita?”. Così pure mentiva quella faccia di bronzo di Carlo De Benedetti, “trattenuto” a Regina Coeli per la bellezza di 12 ore, mentre i vertici del Pd ex Pci negavano tutto, smentivano Greganti, brandivano minacciosi la clava della questione morale al grido “Noi, solo noi, abbiamo le mani pulite”. E la Fiat, la grande famiglia del patriarca, l’avvocato Agnelli? L’avvocato, dal polsino con sopra l’orologio, era sempre in testa alle processioni pro Di Pietro, esibendo la candida chioma manco fosse il Santissimo, salmodiando e invitando i giudici a ripulire le stalle di Augia, non di Torino o di Mediobanca, o di Gemina, o della Buc, tanto per dire.
Perchè loro, poveri e indifesi Agnelli, erano stati concussi, minacciati, ricattati. I suoi giornali facevano da grancassa alle tricoteuses che chiedevano la forca mentre lui, Romiti, CDB, Mieli, L’Unità, Scalfari ecc, reggevano la cesta mentre quelle teste venivano mozzate. E pure esibite: come monito. Che fine ha fatto il nero Fiat, quindici anni dopo? Come nel delitto (quasi) perfetto, quando il cadavere risale dal fondo del lago limaccioso, così la storia del nero Fiat sta riemergendo in una causa ereditaria promossa da Margherita,figlia di Giovanni Agnelli che lamenta la sparizione di qualche bruscolino: 1,4 miliardi in nero, messi da parte, magari sotto il materasso, dal Padre. E tutto il gotha della Fiat è ora sotto scacco della Margherita. Una storia davvero italiana, tenuta sempre sotto tono, sullo sfondo, in modi soft, così ,tanto per non offendere la Sacra Famiglia Torinese, ormai avviata al ruolo di famiglia Adams. Soltanto il libero, informato e coraggioso Dagospia ne scrive, da par suo. Regalandoci anche la ciliegina sulla torta. Anche Cesare Romiti, presidente onorario di RcS, si preoccupava del nero Fiat, eccome. Pagava tangenti, come tutti, del resto. Ma pure lui s’era spacciato per concusso. L’eroico PM che già studiava da Caudillo, gli credette. E a proposito del nero Fiat? Nessun nero messo da parte per i partiti, sentina di ogni vizio, giurò in tribunale quel simpaticone di Romiti. Erano provviste speciali, fuori bilancio per la lotta al terrorismo. Geniale, vero. Peccato che l’altro ieri, un manager già al suo servizio, l’abbia clamorosamente smentito .Ma quale terrorismo, ha dichiarato il manager, i fondi erano neri, che più neri non si può. E gli avvocati di Cesare: no problem, è scattata la prescrizione. (l'Opinione)
mercoledì 10 giugno 2009
Sindrome del crac e sindrome del boom: le malattie di Pd e Pdl. Mario Sechi
Caro Direttore,
ti scrivo mentre osservo Piero Fassino in tv affermare che “c’è un consolidamento del Partito democratico e un arretramento del centrodestra rispetto alle politiche dello scorso anno”. Considero Fassino una delle persone più serie e intelligenti del Pd e per questo non voglio battere la facile via dell’ironia, accantono il paradosso e la sorpresa per cercare di esplorare le ragioni di queste sue parole. Non trovandole nei numeri (sono sotto gli occhi di tutti e non mi pare il caso di ripetere ciò che hanno scritto i giornali stamattina) ho provato a usare delle chiavi nuove per aprire la porta del pensiero fassiniano. Lo stesso mazzo di chiavi cercherò di usarlo per schiudere i cancelli dell’inconscio che alberga nel Popolo della Libertà.
Il pezzo è un movimento in tre tempi: premesse, conclusioni e mosse.
Premessa 1. La Sindrome del crac. Un partito che esulta dopo aver perso sette punti rispetto alle politiche del 2008 (33/26) evidentemente temeva un tracollo di proporzioni più ampie. Nel Palazzo circolavano nei mesi scorsi sondaggi che davano il Pd al 22%, il punto più basso toccato dalla gestione di Walter Veltroni. Il dato finale delle Europee dunque sembra un successo, quando in realtà è un disastro, inserito in un ciclo continentale supernegativo per i progressisti. Ciclo che non sarà di breve periodo se si guarda il proliferare di liste di destra e il cono d’ombra culturale in cui si è confinata la sinistra. Il tracollo dei socialisti in Europa dovrebbe preoccupare moltissimo i dirigenti del Pd, ma così non è. Neppure di fronte al fallimento nelle amministrative il Pd riesce a muovere verso una salutare seduta di autocoscienza per capire come mai perda al primo turno 15 amministrazioni provinciali su 50 e si appresti a perderne molte altre nei prossimi 22 ballottaggi. E’ un crollo sul territorio di enormi proporzioni che sembra non scalfire la certezza che “il Pd ha tenuto”. Perché? Siamo entrati nel mondo della politica virtuale, dove non contano i numeri reali, ma quelli immaginati nei sondaggi. Questa bislacca interpretazione del voto è pericolosa: tra un anno si vota alle regionali e senza una seria analisi il Pd rischia l’immersione rapida alla profondità del 22% evocata dai sondaggi. Basta fare un raffronto – inimmaginabile fino a ieri – con il livello toccato verso il basso dai socialdemocratici tedeschi (21%) e dal Labour party inglese (18%). E parliamo di voti veri e non di sondaggi.
Conclusione 1. Degli spettri. Un Pd che non ragiona sulla sconfitta finirà per materializzare i propri spettri.
Premessa 2. La sindrome del boom. Il Pdl viene descritto “in frenata” dopo aver perso due punti rispetto alle elezioni politiche. E’ un crollo? E’ una sconfitta? No. Ci sono validissime ragioni per sostenere il contrario. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’analisi proiettata su un contesto virtuale e non reale. Il Pdl, pur avendo messo a segno il più importante risultato dei conservatori in Europa, si sente meno solido e forte dell’Ump di Nicolas Sarkozy, celebrato vincitore delle elezioni con meno undici punti finali sul tabellino. E’ lo stesso Pdl che ha vinto a man bassa le elezioni amministrative, ma non riesce a capitalizzare questa vittoria nella comunicazione. Perché? Anche qui, la base di partenza sono i sondaggi: sappiamo che ne circolavano alcuni che davano il Pdl addirittura al 45%. Il dato migliore possibile visto il contesto sarebbe stato il 38%, ma si trattava in ogni caso di una previsione imprudente, perché il governo è in carica da oltre un anno, la “luna di miele” è finita da un pezzo, il ciclo economico è ancora di recessione. In queste condizioni il risultato complessivo del Pdl è ottimo, ma la lettura offerta è minimalista proprio perché l’asticella virtuale era alta. Qualcuno dirà “meglio così, non si fan squillare le trombe”. E infatti non siamo di fronte a una questione di fiati, per il domani serve l’armonia degli archi. Le vere elezioni di mid-term per il centrodestra saranno, infatti, le regionali: saranno il test per l’azione del governo e per l’identità del Pdl. Anche in questo caso, una seria analisi del voto dovrebbe basarsi sul risultato delle urne, sulla dinamica e la geografia del voto.
Conclusione 2. Dei sogni. Un Pdl che non ragiona sulla vittoria finirà per smaterializzare i propri sogni.
Mossa 1. Organizzazione. I partiti dovrebbero leggere meglio i risultati di queste elezioni perché quello che abbiamo appena cercato di descrivere non è uno stato immobile, mentre i partiti che vogliono essere un segno permanente nella storia della politica non sono né il solo tocco di un leader né riducibili in forme organizzative “leggere”. Anche i partiti americani hanno una struttura tutt’altro che liquida, pensate al semplice fatto che gli elettori per votare si iscrivono in un registro. Il Partito Democratico ha 72 milioni di elettori registrati, il Partito Repubblicano ne ha 55 milioni, gli elettori indipendenti sono altri 42 milioni. I partiti hanno una dimensione nazionale e locale ramificata, al loro fianco proliferano istituzioni che lavorano nella società e hanno i più vari scopi. Non in Italia. Qui il numero di iscritti ai partiti è una parte piccolissima rispetto al corpo elettorale, la presenza delle organizzazioni politiche sul territorio è totalmente inadeguata, per non dire in gran parte assente. Così il Pd attende un congresso e si accontenta di fare quattro salti sul satellite con YouDem, il Pdl ha celebrato la sua assemblea costituente ma oggi si rende conto (forse) di aver bisogno di un coordinamento pieno e autorevole e una struttura solida e autonoma per far funzionare una realtà che si avvia a guidare non solo il governo nazionale, ma gran parte del territorio. Anche qui, finora è stata la dimensione virtuale a dettare l’agenda. Si è vissuti da una parte con la mitologia delle primarie fatte in casa, dall’altra con l’idea solo catodica della mobilitazione quando s’aprono le urne. E poi? E’ chiaro che né il Pd né tantomeno il Pdl possono continuare ad essere una forma partito “leggera” o, peggio, veltronianamente “liquida”. Il Pd deve ritrovare la perduta via dell’organizzazione e provare – ci vorranno anni – a innovare il linguaggio dei progressisti per non essere svuotato di senso proprio da destra, com’è accaduto finora. Il Pdl vede crescere le sue responsabilità sul territorio e non può pensare di vincere continuamente le elezioni per assenza dell’avversario. L’immobilità è per entrambi un pericolo, alla loro destra e sinistra infatti ci sono due partiti in pieno assetto da sbarco: Italia dei Valori e Lega Nord. Chi dice che questi due soggetti non saranno mai capaci di lanciare un’Opa sui movimenti più grandi si sbaglia e non tiene conto dell’assetto istituzionale futuro del Paese: l’Italia diventerà federalista e immaginare il territorio diviso di fatto in macroaree è un esercizio di pensiero corretto. L’Italia di domani sarà unita nelle istituzioni centrali, ma i governi regionali conteranno sempre di più e non ci sarà forza nazionale senza potere locale. Chi sono alla luce di questo scenario i partiti meglio attrezzati? La Lega, senza dubbi, che fin dai suoi albori è “movimentista”; i partiti regionali come l’Mpa di Raffaele Lombardo; la stessa Idv di Di Pietro, che nel Mezzogiorno pesa parecchio. Organizzazioni e strutture capaci di attrarre i consensi delle “Piccole patrie” dell’Italia dei 100 campanili. È la storia d’Italia. Forse non sempre unificanti ma spesso disgregatrici e capaci di trarre slancio dalla naturale forza centrifuga del federalismo fiscale.
Mossa 2. Identità e progetto. Pd e Pdl sotto molti aspetti hanno problemi comuni e a tratti speculari. Uno deve gestire la sconfitta e rilanciarsi, l’altro gestire la vittoria e consolidarsi. Il primo non ha ancora un leader e cerca un’identità e un progetto. Il secondo ha un leader ma deve migliorare l’identità e il progetto. Nel Pd c’è un equivoco irrisolto tra anima postcomunista e popolare, nel Pdl un rapporto tutto da creare tra gli ex di Forza Italia e An. Nel Pd c’è un sulfureo Massimo D’Alema che fa origami dietro le quinte. Nel Pdl c’è uno scalpitante Gianfranco Fini che vuol fare futuro davanti al palcoscenico. Nel Pd ci sono alleanze variabili e friabili. Nel Pdl c’è un alleato in crescita e in movimento come la Lega. Il Pd è in preda a forze centrifughe per assenza di potere. Il Pdl è nel pieno di una forza centripeta perché ha il vincolo del potere. In estrema sintesi: il Pd è all’opposizione, mentre il Pdl governa.
La situazione non è cristallizzata, la politica dovrebbe fare lo sforzo per niente sovrumano di immaginarsi nel futuro prossimo: in Italia nel 2030 l’aspettativa di vita sarà di 84 anni per gli uomini e 90 per le donne, l’invecchiamento della popolazione e i bassi livelli di fecondità faranno scendere i residenti a 51,9 milioni. Possiamo pensare che i partiti restino uguali in un Paese che cambia? Si può fare per una volta il gioco contrario della politica e cioè immaginare non il bacino potenziale massimo di elettori, ma quello minimo? Le elezioni europee ci consegnano un Vecchio Continente pieno di sconfitti. I sondaggisti non calcolano quanto un partito può perdere, ma i politici hanno il dovere di farlo, proprio per uscire dalle urne nuovi e vincenti e non frastornati da un imprevisto che in realtà era sotto gli occhi di tutti. (l'Occidentale)
ti scrivo mentre osservo Piero Fassino in tv affermare che “c’è un consolidamento del Partito democratico e un arretramento del centrodestra rispetto alle politiche dello scorso anno”. Considero Fassino una delle persone più serie e intelligenti del Pd e per questo non voglio battere la facile via dell’ironia, accantono il paradosso e la sorpresa per cercare di esplorare le ragioni di queste sue parole. Non trovandole nei numeri (sono sotto gli occhi di tutti e non mi pare il caso di ripetere ciò che hanno scritto i giornali stamattina) ho provato a usare delle chiavi nuove per aprire la porta del pensiero fassiniano. Lo stesso mazzo di chiavi cercherò di usarlo per schiudere i cancelli dell’inconscio che alberga nel Popolo della Libertà.
Il pezzo è un movimento in tre tempi: premesse, conclusioni e mosse.
Premessa 1. La Sindrome del crac. Un partito che esulta dopo aver perso sette punti rispetto alle politiche del 2008 (33/26) evidentemente temeva un tracollo di proporzioni più ampie. Nel Palazzo circolavano nei mesi scorsi sondaggi che davano il Pd al 22%, il punto più basso toccato dalla gestione di Walter Veltroni. Il dato finale delle Europee dunque sembra un successo, quando in realtà è un disastro, inserito in un ciclo continentale supernegativo per i progressisti. Ciclo che non sarà di breve periodo se si guarda il proliferare di liste di destra e il cono d’ombra culturale in cui si è confinata la sinistra. Il tracollo dei socialisti in Europa dovrebbe preoccupare moltissimo i dirigenti del Pd, ma così non è. Neppure di fronte al fallimento nelle amministrative il Pd riesce a muovere verso una salutare seduta di autocoscienza per capire come mai perda al primo turno 15 amministrazioni provinciali su 50 e si appresti a perderne molte altre nei prossimi 22 ballottaggi. E’ un crollo sul territorio di enormi proporzioni che sembra non scalfire la certezza che “il Pd ha tenuto”. Perché? Siamo entrati nel mondo della politica virtuale, dove non contano i numeri reali, ma quelli immaginati nei sondaggi. Questa bislacca interpretazione del voto è pericolosa: tra un anno si vota alle regionali e senza una seria analisi il Pd rischia l’immersione rapida alla profondità del 22% evocata dai sondaggi. Basta fare un raffronto – inimmaginabile fino a ieri – con il livello toccato verso il basso dai socialdemocratici tedeschi (21%) e dal Labour party inglese (18%). E parliamo di voti veri e non di sondaggi.
Conclusione 1. Degli spettri. Un Pd che non ragiona sulla sconfitta finirà per materializzare i propri spettri.
Premessa 2. La sindrome del boom. Il Pdl viene descritto “in frenata” dopo aver perso due punti rispetto alle elezioni politiche. E’ un crollo? E’ una sconfitta? No. Ci sono validissime ragioni per sostenere il contrario. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’analisi proiettata su un contesto virtuale e non reale. Il Pdl, pur avendo messo a segno il più importante risultato dei conservatori in Europa, si sente meno solido e forte dell’Ump di Nicolas Sarkozy, celebrato vincitore delle elezioni con meno undici punti finali sul tabellino. E’ lo stesso Pdl che ha vinto a man bassa le elezioni amministrative, ma non riesce a capitalizzare questa vittoria nella comunicazione. Perché? Anche qui, la base di partenza sono i sondaggi: sappiamo che ne circolavano alcuni che davano il Pdl addirittura al 45%. Il dato migliore possibile visto il contesto sarebbe stato il 38%, ma si trattava in ogni caso di una previsione imprudente, perché il governo è in carica da oltre un anno, la “luna di miele” è finita da un pezzo, il ciclo economico è ancora di recessione. In queste condizioni il risultato complessivo del Pdl è ottimo, ma la lettura offerta è minimalista proprio perché l’asticella virtuale era alta. Qualcuno dirà “meglio così, non si fan squillare le trombe”. E infatti non siamo di fronte a una questione di fiati, per il domani serve l’armonia degli archi. Le vere elezioni di mid-term per il centrodestra saranno, infatti, le regionali: saranno il test per l’azione del governo e per l’identità del Pdl. Anche in questo caso, una seria analisi del voto dovrebbe basarsi sul risultato delle urne, sulla dinamica e la geografia del voto.
Conclusione 2. Dei sogni. Un Pdl che non ragiona sulla vittoria finirà per smaterializzare i propri sogni.
Mossa 1. Organizzazione. I partiti dovrebbero leggere meglio i risultati di queste elezioni perché quello che abbiamo appena cercato di descrivere non è uno stato immobile, mentre i partiti che vogliono essere un segno permanente nella storia della politica non sono né il solo tocco di un leader né riducibili in forme organizzative “leggere”. Anche i partiti americani hanno una struttura tutt’altro che liquida, pensate al semplice fatto che gli elettori per votare si iscrivono in un registro. Il Partito Democratico ha 72 milioni di elettori registrati, il Partito Repubblicano ne ha 55 milioni, gli elettori indipendenti sono altri 42 milioni. I partiti hanno una dimensione nazionale e locale ramificata, al loro fianco proliferano istituzioni che lavorano nella società e hanno i più vari scopi. Non in Italia. Qui il numero di iscritti ai partiti è una parte piccolissima rispetto al corpo elettorale, la presenza delle organizzazioni politiche sul territorio è totalmente inadeguata, per non dire in gran parte assente. Così il Pd attende un congresso e si accontenta di fare quattro salti sul satellite con YouDem, il Pdl ha celebrato la sua assemblea costituente ma oggi si rende conto (forse) di aver bisogno di un coordinamento pieno e autorevole e una struttura solida e autonoma per far funzionare una realtà che si avvia a guidare non solo il governo nazionale, ma gran parte del territorio. Anche qui, finora è stata la dimensione virtuale a dettare l’agenda. Si è vissuti da una parte con la mitologia delle primarie fatte in casa, dall’altra con l’idea solo catodica della mobilitazione quando s’aprono le urne. E poi? E’ chiaro che né il Pd né tantomeno il Pdl possono continuare ad essere una forma partito “leggera” o, peggio, veltronianamente “liquida”. Il Pd deve ritrovare la perduta via dell’organizzazione e provare – ci vorranno anni – a innovare il linguaggio dei progressisti per non essere svuotato di senso proprio da destra, com’è accaduto finora. Il Pdl vede crescere le sue responsabilità sul territorio e non può pensare di vincere continuamente le elezioni per assenza dell’avversario. L’immobilità è per entrambi un pericolo, alla loro destra e sinistra infatti ci sono due partiti in pieno assetto da sbarco: Italia dei Valori e Lega Nord. Chi dice che questi due soggetti non saranno mai capaci di lanciare un’Opa sui movimenti più grandi si sbaglia e non tiene conto dell’assetto istituzionale futuro del Paese: l’Italia diventerà federalista e immaginare il territorio diviso di fatto in macroaree è un esercizio di pensiero corretto. L’Italia di domani sarà unita nelle istituzioni centrali, ma i governi regionali conteranno sempre di più e non ci sarà forza nazionale senza potere locale. Chi sono alla luce di questo scenario i partiti meglio attrezzati? La Lega, senza dubbi, che fin dai suoi albori è “movimentista”; i partiti regionali come l’Mpa di Raffaele Lombardo; la stessa Idv di Di Pietro, che nel Mezzogiorno pesa parecchio. Organizzazioni e strutture capaci di attrarre i consensi delle “Piccole patrie” dell’Italia dei 100 campanili. È la storia d’Italia. Forse non sempre unificanti ma spesso disgregatrici e capaci di trarre slancio dalla naturale forza centrifuga del federalismo fiscale.
Mossa 2. Identità e progetto. Pd e Pdl sotto molti aspetti hanno problemi comuni e a tratti speculari. Uno deve gestire la sconfitta e rilanciarsi, l’altro gestire la vittoria e consolidarsi. Il primo non ha ancora un leader e cerca un’identità e un progetto. Il secondo ha un leader ma deve migliorare l’identità e il progetto. Nel Pd c’è un equivoco irrisolto tra anima postcomunista e popolare, nel Pdl un rapporto tutto da creare tra gli ex di Forza Italia e An. Nel Pd c’è un sulfureo Massimo D’Alema che fa origami dietro le quinte. Nel Pdl c’è uno scalpitante Gianfranco Fini che vuol fare futuro davanti al palcoscenico. Nel Pd ci sono alleanze variabili e friabili. Nel Pdl c’è un alleato in crescita e in movimento come la Lega. Il Pd è in preda a forze centrifughe per assenza di potere. Il Pdl è nel pieno di una forza centripeta perché ha il vincolo del potere. In estrema sintesi: il Pd è all’opposizione, mentre il Pdl governa.
La situazione non è cristallizzata, la politica dovrebbe fare lo sforzo per niente sovrumano di immaginarsi nel futuro prossimo: in Italia nel 2030 l’aspettativa di vita sarà di 84 anni per gli uomini e 90 per le donne, l’invecchiamento della popolazione e i bassi livelli di fecondità faranno scendere i residenti a 51,9 milioni. Possiamo pensare che i partiti restino uguali in un Paese che cambia? Si può fare per una volta il gioco contrario della politica e cioè immaginare non il bacino potenziale massimo di elettori, ma quello minimo? Le elezioni europee ci consegnano un Vecchio Continente pieno di sconfitti. I sondaggisti non calcolano quanto un partito può perdere, ma i politici hanno il dovere di farlo, proprio per uscire dalle urne nuovi e vincenti e non frastornati da un imprevisto che in realtà era sotto gli occhi di tutti. (l'Occidentale)
Pd, tempo scaduto. Pierluigi Battista
Il partito democratico non può spendere i prossimi quattro anni congratulandosi per lo scampato pericolo dell’autodissoluzione. I sondaggi più funesti pronosticavano un crollo rovinoso, ma con il 26,1 la sconfitta ha assunto dimensioni sopportabili. Non si è materializzato l’incubo della marcia trionfale di Berlusconi. La sinistra nel suo complesso, malgrado la massiccia dispersione di voti, ha conservato un cospicuo patrimonio elettorale. Ma le note confortanti per Franceschini e il gruppo dirigente democratico finiscono drammaticamente qui: per il Pd è scaduto il tempo dei rinvii.
La distanza con il suo avversario è di 9 punti percentuali: un’enormità, visto che il Pdl non è nemmeno nella sua forma più smagliante. L’ondata leghista ha invaso il cuore delle regioni rosse. Il partito di Berlusconi gode di un primato nella totalità delle circoscrizioni. Nel Mezzogiorno il Pd rischia la sparizione. Lo scomodo Di Pietro non solo conquista voti, ma appare la personificazione di un messaggio forte, capace di attirare un’opinione pubblica di sinistra sconcertata dall’immagine sbiadita dei Democratici. L’elettorato è disorientato e scoraggiato, e stenta a capire dove il Pd voglia andare, con chi, in quali forme, con quale leader.
A febbraio, con le traumatiche dimissioni di Veltroni, il Pd affidò a Franceschini il compito di traghettare un partito stordito da una dolorosa sequenza di sconfitte. E se il nuovo (provvisorio?) segretario non ha nulla da rimproverarsi avendo recitato il suo ruolo con coraggio e dignità, le oligarchie del partito danno l’impressione di aver sotterrato l’ascia di guerra solo momentaneamente. Il plebiscito che ha incoronato la giovane Debora Serracchiani denuncia l’attesa inappagata di un segnale di una svolta, se non di un nuovo inizio. Ma non viene indicata la data di un congresso. Le diverse linee politiche (che ci sono, ma mimetizzate in una sfibrante guerra tra correnti) non vengono allo scoperto. I maggiorenti del partito, imprigionati nel loro ruolo di eterni padri nobili, si consumano nel tatticismo e nel gioco incrociato delle candidature. Sulla prospettiva delle alleanze il buio è totale, nella lacerante incertezza se guardare al centro, alla sinistra, oppure restare immobili. Ora, ufficialmente, si attende il giorno dei ballottaggi per riprendere il discorso interrotto con le dimissioni di Veltroni. Ma comincia a circolare autorevolmente la voce che la resa dei conti possa aspettare le elezioni regionali del 2010: sarebbe la scelta peggiore.
Perché forse l’elettorato democratico non aspetta un’avvelenata resa dei conti, ma una competizione aperta, democratica e leale tra i diversi filoni che compongono, non «amalgamati », il Pd. Una lotta politica chiara da cui possa scaturire una leadership destinata a segnare il percorso democratico e a costruire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza. Dovrebbe essere questa, se non si è capito male, l’ispirazione fondante di un partito a «vocazione maggioritaria». La cui missione non può essere solo l’eroica resistenza per continuare a sopravvivere. (Corriere della Sera)
La distanza con il suo avversario è di 9 punti percentuali: un’enormità, visto che il Pdl non è nemmeno nella sua forma più smagliante. L’ondata leghista ha invaso il cuore delle regioni rosse. Il partito di Berlusconi gode di un primato nella totalità delle circoscrizioni. Nel Mezzogiorno il Pd rischia la sparizione. Lo scomodo Di Pietro non solo conquista voti, ma appare la personificazione di un messaggio forte, capace di attirare un’opinione pubblica di sinistra sconcertata dall’immagine sbiadita dei Democratici. L’elettorato è disorientato e scoraggiato, e stenta a capire dove il Pd voglia andare, con chi, in quali forme, con quale leader.
A febbraio, con le traumatiche dimissioni di Veltroni, il Pd affidò a Franceschini il compito di traghettare un partito stordito da una dolorosa sequenza di sconfitte. E se il nuovo (provvisorio?) segretario non ha nulla da rimproverarsi avendo recitato il suo ruolo con coraggio e dignità, le oligarchie del partito danno l’impressione di aver sotterrato l’ascia di guerra solo momentaneamente. Il plebiscito che ha incoronato la giovane Debora Serracchiani denuncia l’attesa inappagata di un segnale di una svolta, se non di un nuovo inizio. Ma non viene indicata la data di un congresso. Le diverse linee politiche (che ci sono, ma mimetizzate in una sfibrante guerra tra correnti) non vengono allo scoperto. I maggiorenti del partito, imprigionati nel loro ruolo di eterni padri nobili, si consumano nel tatticismo e nel gioco incrociato delle candidature. Sulla prospettiva delle alleanze il buio è totale, nella lacerante incertezza se guardare al centro, alla sinistra, oppure restare immobili. Ora, ufficialmente, si attende il giorno dei ballottaggi per riprendere il discorso interrotto con le dimissioni di Veltroni. Ma comincia a circolare autorevolmente la voce che la resa dei conti possa aspettare le elezioni regionali del 2010: sarebbe la scelta peggiore.
Perché forse l’elettorato democratico non aspetta un’avvelenata resa dei conti, ma una competizione aperta, democratica e leale tra i diversi filoni che compongono, non «amalgamati », il Pd. Una lotta politica chiara da cui possa scaturire una leadership destinata a segnare il percorso democratico e a costruire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza. Dovrebbe essere questa, se non si è capito male, l’ispirazione fondante di un partito a «vocazione maggioritaria». La cui missione non può essere solo l’eroica resistenza per continuare a sopravvivere. (Corriere della Sera)
martedì 2 giugno 2009
Eva Espresso. Filippo Facci
Confesso, sono devastato dal caso Noemi. Perché vedete, io non mi sono mai tirato indietro nel criticare questo centrodestra e questo governo: ho contestato certe quote rosa del Pdl, la nomina della singola ministra sino a chiederne le dimissioni, ho scritto e potuto scrivere contro certo forcaiolismo anti-stupri e anti-romeni, soprattutto contro ciò che giudico un neo-asservimento antidemocratico a Santa Romana Chiesa, poi ancora sul caso Englaro, e, visto che il tema appassiona, aggiungo che rimasi male per l’epilogo del caso Mentana. Tutto questo, e altro, alimentò un peso complessivo. Bene: d’un tratto non lo sento più. Scomparso. Sparito. Eccolo l’effetto Noemi. Perché vedete: mi fanno così spettacolarmente schifo, questi parassiti intestinali della maldicenza, queste iene gossipare che da giovani volevano fare i giornalisti, da aver ricomposto in tre secondi quell’involuto dualismo bipolare, genere o di qua o di là, che sorseggiando un tè coi biscotti ci raccontavano che dovessimo assolutamente superare. Ma che volete superare. Non sono le guerre a dividerci, non è la politica a condannarci a questo bipolarismo idiota: sono i casi Noemi ad avere la capacità quasi violenta di ritrasformare l’avversario in un nemico. C’è solo da schierarsi, davvero. Io sto di qua, amici del gruppo Espresso. E voi mi fate schifo. (il Giornale)
lunedì 1 giugno 2009
Un velo d'ignoranza. Davide Giacalone
Sotto il velo islamico si celano ipocrisie e tanta ignoranza. E’ capitato al castello di Venaria, Torino: ai botteghini si trova una fanciulla velata, dei turisti se ne lamentano, la ragazza viene allontanata e le altre, per solidarietà, si presentano al lavoro velate a loro volta. Il presupposto è: se una ragazza è discriminata per un velo, ovvero per la fede islamica, è giusto stare dalla sua parte. Condivido, se non fosse che le cose meritano essere comprese meglio.
Ciascuno, per quanto me ne interessa, può mettersi in testa quello che gli pare. L’unica cosa rilevante è che le persone devono essere identificabili, per cui non deve attraversare la frontiera o entrare in un albergo chi pretenda di non farsi vedere in volto. Dalle nostre parti esistono i documenti di riconoscimento e non ammettiamo che le donne siano come le pecore al seguito del pastore, per cui quest’ultimo risponde del gregge. Posto ciò, c’è libertà di mascheratura.
Il velo, però, non è affatto un simbolo religioso, ma solo un costume. Non c’è alcun precetto della fede che imponga alle islamiche di velarsi, tant’è che ve ne sono di scoperte. E’ un’usanza, imposta nei regimi più retrivi e misogini. Non ha a che vedere con alcuna forma di rispetto o liberazione femminile, ma, al contrario, serve a rassicurare il maschio, padre, fratello, marito e padrone, circa il possesso della femmina, ridotta ad anonimato. Il velo, inoltre, è parte anche della nostra cultura (ammesso che qualcuno ne conservi memoria), ed anche da noi non è (era) un simbolo religioso, ma un costume che distingue il ruolo dei maschi da quello delle femmine: i primi, entrando in chiesa, si scoprono, le seconde si coprono. Analoga differenza si riproduce nel mondo ebraico, ma capovolto: i maschi coprono la testa, le femmine no.
Nelle tre religioni monoteiste la differenza per genere sessuale determina la sottomissione di quello femminile. L’evoluzione e la civiltà ridimensionano questo a gesti meramente simbolici, di cui, difatti, si dimentica l’origine. Interessante il segno dei tempi: era “liberazione” togliere il reggiseno e mettere la minigonna, ma ora, che da scoprire non c’è rimasto nulla, che il discinto è divenuto istituzionale, si solidarizza con chi vuole coprirsi e sottomettersi. Significativo, ma non incoraggiante.
Ciascuno, per quanto me ne interessa, può mettersi in testa quello che gli pare. L’unica cosa rilevante è che le persone devono essere identificabili, per cui non deve attraversare la frontiera o entrare in un albergo chi pretenda di non farsi vedere in volto. Dalle nostre parti esistono i documenti di riconoscimento e non ammettiamo che le donne siano come le pecore al seguito del pastore, per cui quest’ultimo risponde del gregge. Posto ciò, c’è libertà di mascheratura.
Il velo, però, non è affatto un simbolo religioso, ma solo un costume. Non c’è alcun precetto della fede che imponga alle islamiche di velarsi, tant’è che ve ne sono di scoperte. E’ un’usanza, imposta nei regimi più retrivi e misogini. Non ha a che vedere con alcuna forma di rispetto o liberazione femminile, ma, al contrario, serve a rassicurare il maschio, padre, fratello, marito e padrone, circa il possesso della femmina, ridotta ad anonimato. Il velo, inoltre, è parte anche della nostra cultura (ammesso che qualcuno ne conservi memoria), ed anche da noi non è (era) un simbolo religioso, ma un costume che distingue il ruolo dei maschi da quello delle femmine: i primi, entrando in chiesa, si scoprono, le seconde si coprono. Analoga differenza si riproduce nel mondo ebraico, ma capovolto: i maschi coprono la testa, le femmine no.
Nelle tre religioni monoteiste la differenza per genere sessuale determina la sottomissione di quello femminile. L’evoluzione e la civiltà ridimensionano questo a gesti meramente simbolici, di cui, difatti, si dimentica l’origine. Interessante il segno dei tempi: era “liberazione” togliere il reggiseno e mettere la minigonna, ma ora, che da scoprire non c’è rimasto nulla, che il discinto è divenuto istituzionale, si solidarizza con chi vuole coprirsi e sottomettersi. Significativo, ma non incoraggiante.
sabato 30 maggio 2009
Briatore: Silvio da anni è come un single. Marco Cremonesi
«Il presidente? È un single. Da parecchio tempo. E un single, è libero». Flavio Briatore ha in comune con il premier una passione sconfinata per la Sardegna, e una lunga frequentazione che nasce proprio sotto al sole della costa Smeralda. E nel leggere i racconti sulle feste a Villa Certosa traboccanti di starlette, il team manager della Renault si infiamma: «Vuol sapere la verità? Tutta questa storia nasce dall’invidia ».
Invidia della sinistra nei confronti del premier?
«Appunto. Del resto, che cosa sono diventati, è lì da vedere. Un gruppetto che litiga su tutto e si accorda su una cosa soltanto: l’antiberlusconismo. Che poi è odio nei confronti di chi ce l’ha fatta. Guardi il Billionaire: era una discoteca, e grazie al livore è diventata quasi un simbolo negativo. Per pochi, fortunatamente ».
Perdoni. Ma aerei pieni di ragazze che convergono sulla Sardegna non sono qualcosa di inadatto a un premier?
«Il presidente ama circondarsi di persone giovani: sono meno noiose, ti danno ispirazione, sono il futuro. In più, lui è una persona di una generosità unica. Villa Certosa è una meraviglia del mondo, ma non un bunker: lui ama condividerla. Ci ha invitato anche i camerieri del Billionaire. È vero: Berlusconi ama piacere. Ma non è un reato. Anzi, credo non sia nemmeno un difetto».
Magari succede che qualche ragazza scambi la naturale empatiadel presidente per qualcosa d’altro...
«Può accadere. Ma può accadere a tutti. E segnatamente a una persona nella sua posizione. Anche a me, a volte, è capitato... ».
Ma che cosa succede nelle feste di Villa Certosa?
«Ma che vuole che succeda? Sono feste molto carine, molto garbate. Mai visto nulla non dico di trasgressivo, ma nemmeno di malizioso. Neanche si strabeve, per dire. C’è il presidente che si dà un gran daffare nel far sentire tutti a proprio agio. Individua subito chi è un po’ più rigido, intimidito da una situazione così fuori dal comune, e si fa in quattro per coinvolgerlo ».
Vabbè, ma ci racconti una di queste feste.
«Le feste sono il presidente che racconta, c’è la musica, e soprattutto c’è la visita a questa villa sensazionale. E mi creda, io di case belle ne ho viste in tutti i continenti... Lui non me l’ha mai detto, ma credo che alla fine la regalerà alla Sardegna. Comunque, lui porta in giro i suoi ospiti, racconta, conosce ogni albero, ogni pianta. Spiega certe scelte. Poi, c’è il gioco del vulcano... ».
E come funziona?
«Lui chiacchiera del più e del meno, e quando il gruppo si avvicina al laghetto finge di preoccuparsi: 'Il fatto — dice— è che pochi lo sanno, ma la Sardegna è una zona vulcanica, potrebbero esserci dei fenomeni...' E a quel punto si sente un’esplosione pazzesca, ci sono degli effetti tipo fiamme, luci... è un gioco».
Però, a gettare una luce diversa anche sulle feste di Villa Certosa è stata la stessa moglie del presidente. Il «divertimento dell’imperatore», le «vergini che si offrono al drago», persino «l’uomo malato»...
«Ripeto. Il presidente del Consiglio è un single. E si comporta da single. Io a Capodanno ho invitato in Kenia 25 amici. Un po’ li ho scelti io, altri sono stati invitati da mia moglie Elisabetta. Normale. Ma se uno la moglie non ce l’ha, gli amici se li deve scegliere da solo».
Veramente, il presidente risulta sposato.
«Lo sanno tutti che da molto tempo non vivevano insieme. Con la moglie il rapporto è formale da anni, non da marito e moglie. Senza voler fare gossip, anche lei si fa la sua vita con i suoi interessi e le sue passioni. Io credo che Berlusconi senta la solitudine del potere».
Perdoni: il presidente sembra tutto tranne che solo. E non è una battuta su meteorine, letterine, veline e quant’altro...
«E invece penso sia così. I figli stanno crescendo e prendono le loro strade. Mentre la signora nei confronti del marito è sempre stata molto assente, anche nella sua vita pubblica: mi pare che lo abbia accompagnato non più di tre volte. E a Villa Certosa, lei non ce l’ho mai vista. Una moglie, io credo, dovrebbe essere presente. Soprattutto: se non vivi con una persona, cosa ne sai? Non hai elementi per scandalizzarti per quello che fa. E forse, non ne hai neppure il titolo... E poi, sempre prima delle elezioni certe uscite. Sembra filoguidata».
E i ciondoli a farfalla?
«Ma che c’è da inventare su questo? Sono un regalo alle ospiti. Penso ne avrà distribuiti a migliaia. Quando si va a Villa Certosa, per gli uomini ci sono sei cravatte e le signore ricevono il ciondolo. Punto. Soltanto mia moglie, non so quanti ne abbia... ». (Corriere della Sera)
Invidia della sinistra nei confronti del premier?
«Appunto. Del resto, che cosa sono diventati, è lì da vedere. Un gruppetto che litiga su tutto e si accorda su una cosa soltanto: l’antiberlusconismo. Che poi è odio nei confronti di chi ce l’ha fatta. Guardi il Billionaire: era una discoteca, e grazie al livore è diventata quasi un simbolo negativo. Per pochi, fortunatamente ».
Perdoni. Ma aerei pieni di ragazze che convergono sulla Sardegna non sono qualcosa di inadatto a un premier?
«Il presidente ama circondarsi di persone giovani: sono meno noiose, ti danno ispirazione, sono il futuro. In più, lui è una persona di una generosità unica. Villa Certosa è una meraviglia del mondo, ma non un bunker: lui ama condividerla. Ci ha invitato anche i camerieri del Billionaire. È vero: Berlusconi ama piacere. Ma non è un reato. Anzi, credo non sia nemmeno un difetto».
Magari succede che qualche ragazza scambi la naturale empatiadel presidente per qualcosa d’altro...
«Può accadere. Ma può accadere a tutti. E segnatamente a una persona nella sua posizione. Anche a me, a volte, è capitato... ».
Ma che cosa succede nelle feste di Villa Certosa?
«Ma che vuole che succeda? Sono feste molto carine, molto garbate. Mai visto nulla non dico di trasgressivo, ma nemmeno di malizioso. Neanche si strabeve, per dire. C’è il presidente che si dà un gran daffare nel far sentire tutti a proprio agio. Individua subito chi è un po’ più rigido, intimidito da una situazione così fuori dal comune, e si fa in quattro per coinvolgerlo ».
Vabbè, ma ci racconti una di queste feste.
«Le feste sono il presidente che racconta, c’è la musica, e soprattutto c’è la visita a questa villa sensazionale. E mi creda, io di case belle ne ho viste in tutti i continenti... Lui non me l’ha mai detto, ma credo che alla fine la regalerà alla Sardegna. Comunque, lui porta in giro i suoi ospiti, racconta, conosce ogni albero, ogni pianta. Spiega certe scelte. Poi, c’è il gioco del vulcano... ».
E come funziona?
«Lui chiacchiera del più e del meno, e quando il gruppo si avvicina al laghetto finge di preoccuparsi: 'Il fatto — dice— è che pochi lo sanno, ma la Sardegna è una zona vulcanica, potrebbero esserci dei fenomeni...' E a quel punto si sente un’esplosione pazzesca, ci sono degli effetti tipo fiamme, luci... è un gioco».
Però, a gettare una luce diversa anche sulle feste di Villa Certosa è stata la stessa moglie del presidente. Il «divertimento dell’imperatore», le «vergini che si offrono al drago», persino «l’uomo malato»...
«Ripeto. Il presidente del Consiglio è un single. E si comporta da single. Io a Capodanno ho invitato in Kenia 25 amici. Un po’ li ho scelti io, altri sono stati invitati da mia moglie Elisabetta. Normale. Ma se uno la moglie non ce l’ha, gli amici se li deve scegliere da solo».
Veramente, il presidente risulta sposato.
«Lo sanno tutti che da molto tempo non vivevano insieme. Con la moglie il rapporto è formale da anni, non da marito e moglie. Senza voler fare gossip, anche lei si fa la sua vita con i suoi interessi e le sue passioni. Io credo che Berlusconi senta la solitudine del potere».
Perdoni: il presidente sembra tutto tranne che solo. E non è una battuta su meteorine, letterine, veline e quant’altro...
«E invece penso sia così. I figli stanno crescendo e prendono le loro strade. Mentre la signora nei confronti del marito è sempre stata molto assente, anche nella sua vita pubblica: mi pare che lo abbia accompagnato non più di tre volte. E a Villa Certosa, lei non ce l’ho mai vista. Una moglie, io credo, dovrebbe essere presente. Soprattutto: se non vivi con una persona, cosa ne sai? Non hai elementi per scandalizzarti per quello che fa. E forse, non ne hai neppure il titolo... E poi, sempre prima delle elezioni certe uscite. Sembra filoguidata».
E i ciondoli a farfalla?
«Ma che c’è da inventare su questo? Sono un regalo alle ospiti. Penso ne avrà distribuiti a migliaia. Quando si va a Villa Certosa, per gli uomini ci sono sei cravatte e le signore ricevono il ciondolo. Punto. Soltanto mia moglie, non so quanti ne abbia... ». (Corriere della Sera)
lunedì 25 maggio 2009
La memoria, Falcone, i veleni. Davide Giacalone
Mascariato lui, ntrallazzata l’Italia. Non sfugga il valore simbolico di un evento: il partito di Leoluca Orlando Cascio ed Antonio Di Pietro che commemora Giovanni Falcone. Non sfugga il gusto delle altre rievocazioni. Solo la prostituzione della memoria può rendere possibile un simile spettacolo. E non mi riferisco solo al fatto che Orlando Cascio fu pubblico accusatore di Falcone, perché quella è vergogna inestinguibile, ma oramai sterile. Il marcio è assai più vivo.
Il partito dei magistrati esibizionisti, incapaci e ciarlieri, quelli che per non essere sbattuti fuori dalla magistratura si buttano in politica, si riunisce sotto la foto di un magistrato che non fece mai politica e che le correnti della stessa magistratura prima massacrarono e poi squartarono sull’altare del ricordo mendace. Non è faccenda che riguardi solo quella sottospecie di holding immobiliare, quotata nel mercato elettorale, e che si richiama a valori varianti fra i bollati e gli inguattati, questa è pratica antica, avviata da comunisti come Violante e Paciotti, che di Falcone vollero la testa e poi finsero di piangere il corpo esploso. E, bada, caro lettore, che dire queste cose è ancora pericoloso, perché non s’è affatto estinto il fiume di veleni.
Viviamo ancora nell’Italia in cui si pende dalla bocca del Brusca che azionò il telecomando, a Capaci. Da lui, disonorato assassino di bimbi, si vuol sapere con quali uomini di Stato trattava la mafia. Gli hanno chiesto come faceva a conoscere il contenuto del “papello”, scritto dall’analfabeta Riina. Ha risposto: l’ho letto su Repubblica. Un “pentito” prezioso, più che altro una scimmietta ammaestrata. Viviamo nell’Italia in cui ho denunciato, senza che nessuno abbia reagito, l’allucinante posizione di Carmelo Canale, che Borsellino chiamava “fratello” e che è stato triturato da accuse di mafiosità. E’ stato anche assolto, ma lentamente, con le motivazioni che ancora tardano. Perché? Per impedire che la storia sia raccontata, per inquinare la memoria, per non chiedersi come mai Orlando Cascio si scagliò contro Antonino Lombardo, cognato di Canale, innescando le ultime ore della sua vita.
Ogni volta che si commemora Falcone ho l’impressione che gli si scavi una buca sempre più profonda, in modo da buttarci la sua vita, la sua storia ed il grido di verità che ci si strozza in gola. Poi coprire tutto, per la pace e l’omertà eterna.
Ieri, con l’animo sincero regolato sul calendario, è stato tutto un sbavare frasi di solidale circostanza. Sono tutti dalla parte di Falcone. Ma se così fosse stato com’è possibile che quell’uomo sia morto da sconfitto? Fedele servitore di istituzioni che gli si rivoltavano contro. Se lui era il più bravo ed il più capace, nella lotta alla mafia, com’è possibile che i suoi nemici pubblici e dichiarati, a cominciare da Magistratura Democratica ed Orlando Cascio, siano divenuti i portabandiera dell’antimafia militante? E non basta: Falcone fu ammazzato nel mentre collaborava al ministero della giustizia, visto che gli avevano tolto il resto. Capo del governo era Andreotti, ministro Martelli. Se Falcone era bravo come oggi dicono, com’è possibile che si sia messo a collaborare con un potere poi accusato d’essere connivente con la mafia? Vedete, la memoria è una raspa puntuta, non la puoi ficcare dove ci sono schegge e sperare che non ne esca segatura. Il prima ed il dopo sono incompatibili, a meno di non rimettere ordine nella storia: i nemici di Falcone sono gli stessi che impostarono il processo ad Andreotti. I sostenitori del teorema accusatorio non volevano che Tano Badalamenti potesse deporre, ed a prendere quel mafioso doveva andare Lombardo. Fu fermato e nessuno ci andò. Pensateci, ma senza giungere a conclusioni affrettate, che di propagandisti pronti per sparare a tre palle un soldo è già piena la piazza.
E, dopo averci pensato, mettete a paragone l’angoscia che vi ha preso con la serena irrilevanza delle commemorazioni ufficiali. Prendete quelle e collocatele nel tempo in cui Brusca ancora parla. E mentre parla quel carnefice, Orlando Cascio si candida a far da garante dell’informazione televisiva, affiancando il magistrato coraggioso che ha ripulito l’Italia politica. Secondo quanto dicono, quelli che non sanno di che parlano. Su tutto questo, infine, mettete la corporazione togata, rappresentata da una sindacato che più corporativo non si potrebbe, l’Associazione Nazionale Magistrati, che, per ricordare Falcone, ha scelto una frase di Gandhi: “Il mondo di oggi ha bisogno di persone che abbiano amore e lottino per la vita almeno con la stessa intensità con cui altri si battono per la distruzione e la morte”. Meravigliosamente riassuntiva del niente assoluto, del vuoto pneumatico che assedia il loro cuore.
La memoria è un bene prezioso, è un’arma potente. L’amnesia colpevole è la cancrena della nostra vita pubblica. Per questo l’ennesima giornata commemorativa è, nella sua miseria, simbolica e riassuntiva dell’immoralità.
Il partito dei magistrati esibizionisti, incapaci e ciarlieri, quelli che per non essere sbattuti fuori dalla magistratura si buttano in politica, si riunisce sotto la foto di un magistrato che non fece mai politica e che le correnti della stessa magistratura prima massacrarono e poi squartarono sull’altare del ricordo mendace. Non è faccenda che riguardi solo quella sottospecie di holding immobiliare, quotata nel mercato elettorale, e che si richiama a valori varianti fra i bollati e gli inguattati, questa è pratica antica, avviata da comunisti come Violante e Paciotti, che di Falcone vollero la testa e poi finsero di piangere il corpo esploso. E, bada, caro lettore, che dire queste cose è ancora pericoloso, perché non s’è affatto estinto il fiume di veleni.
Viviamo ancora nell’Italia in cui si pende dalla bocca del Brusca che azionò il telecomando, a Capaci. Da lui, disonorato assassino di bimbi, si vuol sapere con quali uomini di Stato trattava la mafia. Gli hanno chiesto come faceva a conoscere il contenuto del “papello”, scritto dall’analfabeta Riina. Ha risposto: l’ho letto su Repubblica. Un “pentito” prezioso, più che altro una scimmietta ammaestrata. Viviamo nell’Italia in cui ho denunciato, senza che nessuno abbia reagito, l’allucinante posizione di Carmelo Canale, che Borsellino chiamava “fratello” e che è stato triturato da accuse di mafiosità. E’ stato anche assolto, ma lentamente, con le motivazioni che ancora tardano. Perché? Per impedire che la storia sia raccontata, per inquinare la memoria, per non chiedersi come mai Orlando Cascio si scagliò contro Antonino Lombardo, cognato di Canale, innescando le ultime ore della sua vita.
Ogni volta che si commemora Falcone ho l’impressione che gli si scavi una buca sempre più profonda, in modo da buttarci la sua vita, la sua storia ed il grido di verità che ci si strozza in gola. Poi coprire tutto, per la pace e l’omertà eterna.
Ieri, con l’animo sincero regolato sul calendario, è stato tutto un sbavare frasi di solidale circostanza. Sono tutti dalla parte di Falcone. Ma se così fosse stato com’è possibile che quell’uomo sia morto da sconfitto? Fedele servitore di istituzioni che gli si rivoltavano contro. Se lui era il più bravo ed il più capace, nella lotta alla mafia, com’è possibile che i suoi nemici pubblici e dichiarati, a cominciare da Magistratura Democratica ed Orlando Cascio, siano divenuti i portabandiera dell’antimafia militante? E non basta: Falcone fu ammazzato nel mentre collaborava al ministero della giustizia, visto che gli avevano tolto il resto. Capo del governo era Andreotti, ministro Martelli. Se Falcone era bravo come oggi dicono, com’è possibile che si sia messo a collaborare con un potere poi accusato d’essere connivente con la mafia? Vedete, la memoria è una raspa puntuta, non la puoi ficcare dove ci sono schegge e sperare che non ne esca segatura. Il prima ed il dopo sono incompatibili, a meno di non rimettere ordine nella storia: i nemici di Falcone sono gli stessi che impostarono il processo ad Andreotti. I sostenitori del teorema accusatorio non volevano che Tano Badalamenti potesse deporre, ed a prendere quel mafioso doveva andare Lombardo. Fu fermato e nessuno ci andò. Pensateci, ma senza giungere a conclusioni affrettate, che di propagandisti pronti per sparare a tre palle un soldo è già piena la piazza.
E, dopo averci pensato, mettete a paragone l’angoscia che vi ha preso con la serena irrilevanza delle commemorazioni ufficiali. Prendete quelle e collocatele nel tempo in cui Brusca ancora parla. E mentre parla quel carnefice, Orlando Cascio si candida a far da garante dell’informazione televisiva, affiancando il magistrato coraggioso che ha ripulito l’Italia politica. Secondo quanto dicono, quelli che non sanno di che parlano. Su tutto questo, infine, mettete la corporazione togata, rappresentata da una sindacato che più corporativo non si potrebbe, l’Associazione Nazionale Magistrati, che, per ricordare Falcone, ha scelto una frase di Gandhi: “Il mondo di oggi ha bisogno di persone che abbiano amore e lottino per la vita almeno con la stessa intensità con cui altri si battono per la distruzione e la morte”. Meravigliosamente riassuntiva del niente assoluto, del vuoto pneumatico che assedia il loro cuore.
La memoria è un bene prezioso, è un’arma potente. L’amnesia colpevole è la cancrena della nostra vita pubblica. Per questo l’ennesima giornata commemorativa è, nella sua miseria, simbolica e riassuntiva dell’immoralità.
giovedì 21 maggio 2009
Da Giuliani a Torino. Davide Giacalone
Se s’intitola una sala del Parlamento a Carlo Giuliani, il violento che nel luglio del 2001, a volto coperto, tentò di sfondare dei carabinieri con un estintore, è difficile sostenere che si debba contrastare la violenza di piazza, che ora si riaffaccia a Torino, con annessi estintori. Il pregiudizio ideologico, che fa guardare con tenerezza chiunque contesti, in nome di un opporsi sempre e comunque, confonde le idee ed impedisce di comprendere la realtà. Che cela pericoli gravi.
Come cittadino del mondo contesto volentieri la riunione torinese, dove 40 rettori universitari, provenienti da 19 Paesi, affermano di voler discutere il ruolo delle istituzioni accademiche per uno sviluppo sostenibile. Hanno scelto l’Italia, al debuttare della bella stagione, per chiarire la risposta: nessuno. Perché, poi, lo si chiami “G8”, facendo il verso ai potenti della terra, è un mistero accademico, utile solo a richiamare le proteste. Come italiano, inoltre, contesto l’università nostrana, affollata di raccomandati ed affetta da vana convegnite. La piazza, però, s’è agitata né per invocare merito e selettività, né per sollecitare più ricerca e meno turismo cattedratico. La piazza s’è riempita di giovani che cercavano lo scontro.
C’è una generazione di fregati, che in vario modo abita l’Europa. In tanti spendono la giornata organizzando l’happy hour, che pagano con i soldi di papà, ma senza sentirne il disagio. Altri, meno (ovviamente), aspettano l’occasione per tirare fuori il coltello. Altri ancora, e non pochi, scendono in piazza puntando agli scontri, come ad Atene, come a Parigi. Tutti questi sembrano aver perso l’ambizione di dare un significato alla vita ed all’impegno. Ammazzano il tempo, e non solo quello. I primi sono consumatori, i secondi candidati alla galera, i terzi massa di manovra per minare il nostro mondo. I primi si spremono, i secondi si scartano ed i terzi si strumentalizzano. E’ un gioco che porta male, molto.
Sono tre minoranze? Non è esatto. I primi sono numerosi, i secondi dominano certe piazze e certe scuole, i terzi monopolizzano la protesta. Il numero conta, ma non è decisivo. E’ grave che non si capisca, e quando si fa una cerimonia per inaugurare la “sala Giuliani” si dimostra d’essere bolliti, ma ancora abbastanza cinici da farsi largo usando anche delle vite perse.
Come cittadino del mondo contesto volentieri la riunione torinese, dove 40 rettori universitari, provenienti da 19 Paesi, affermano di voler discutere il ruolo delle istituzioni accademiche per uno sviluppo sostenibile. Hanno scelto l’Italia, al debuttare della bella stagione, per chiarire la risposta: nessuno. Perché, poi, lo si chiami “G8”, facendo il verso ai potenti della terra, è un mistero accademico, utile solo a richiamare le proteste. Come italiano, inoltre, contesto l’università nostrana, affollata di raccomandati ed affetta da vana convegnite. La piazza, però, s’è agitata né per invocare merito e selettività, né per sollecitare più ricerca e meno turismo cattedratico. La piazza s’è riempita di giovani che cercavano lo scontro.
C’è una generazione di fregati, che in vario modo abita l’Europa. In tanti spendono la giornata organizzando l’happy hour, che pagano con i soldi di papà, ma senza sentirne il disagio. Altri, meno (ovviamente), aspettano l’occasione per tirare fuori il coltello. Altri ancora, e non pochi, scendono in piazza puntando agli scontri, come ad Atene, come a Parigi. Tutti questi sembrano aver perso l’ambizione di dare un significato alla vita ed all’impegno. Ammazzano il tempo, e non solo quello. I primi sono consumatori, i secondi candidati alla galera, i terzi massa di manovra per minare il nostro mondo. I primi si spremono, i secondi si scartano ed i terzi si strumentalizzano. E’ un gioco che porta male, molto.
Sono tre minoranze? Non è esatto. I primi sono numerosi, i secondi dominano certe piazze e certe scuole, i terzi monopolizzano la protesta. Il numero conta, ma non è decisivo. E’ grave che non si capisca, e quando si fa una cerimonia per inaugurare la “sala Giuliani” si dimostra d’essere bolliti, ma ancora abbastanza cinici da farsi largo usando anche delle vite perse.
mercoledì 20 maggio 2009
Le società multietniche? Non esistono. Ida Magli
Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana.
Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano. (il Giornale)
Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano. (il Giornale)
sabato 16 maggio 2009
I prezzi dei carburanti regolati solo dal caos. Carlo Stagnaro
Consumatori e compagnie petrolifere sono di nuovo sul piede di guerra. Il copione è lo stesso di sempre: gli uni accusano le altre di ciurlare nel manico, adeguando i prezzi rapidissimamente verso l’alto e lentamente verso il basso; i petrolieri si difendono con dati e cifre. In effetti, il comunicato stampa dell’Unione petrolifera appare persuasivo: il rincaro sul mercato italiano viene sostanzialmente attribuito all’aumento dei prezzi sui listini internazionali (che sono espressi in dollari). “A parità di quotazioni internazionali – scrive Up – e tenendo conto dell’effetto del cambio, oggi i prezzi al consumo di entrambi i carburanti risultano comunque inferiori 3-4 centesimi euro/litro rispetto a sette mesi fa”. Le oscillazioni vengono poco percepite perché, di fatto, sono smorzate dalla componente fiscale, che per la maggior parte (l’accisa) è indipendente dal valore del litro di carburante, il quale viene riflesso soltanto dall’Iva (al 20 per cento).
In ogni caso, nell’ottica del buon funzionamento del mercato non importa molto chi abbia ragione: infatti, i prezzi dei carburanti non sono più amministrati. I prezzi sono liberi. Questo significa che non esiste (e non può esistere, perché sarebbe contrario alle norme antitrust) un “algoritmo” in grado di fornire il prezzo “corretto” per il pieno, valido per tutti, in funzione di una serie di variabili quali le quotazioni internazionali e il cambio euro/dollaro. Ciascuna compagnia può scegliere come e quanto ritoccare, giorno per giorno, il valore di benzina e gasolio, così come – entro certi limiti – i benzinai sono liberi di fissare il loro margine. Ciò che conta – sia in assoluto, sia di fronte alla legge – è che sia fatta salva la dinamica competitiva.
Ora, da tempo le compagnie petrolifere sono nel mirino dell’Autorità per la concorrenza, che già nel 1999 aveva ipotizzato l’esistenza di un cartello (formulando un teorema poi rigettato, dopo una lunga battaglia legale, dal Consiglio di stato). Il sospetto di collusione era stato poi riformulato, su altre basi, nel 2007, e anche qui aveva portato a un duro braccio di ferro tra l’organismo guidato da Antonio Catricalà e l’industria, che però si è concluso con un accordo: in cambio di una serie di impegni, l’Authority ha fatto decadere le accuse. Al momento, gli uffici dell’Agcm non hanno rivolto alcuna obiezione alle compagnie, a testimonianza di un comportamento corretto da parte di queste ultime (che d’altronde non hanno alcun interesse a sgarrare, sia per ragioni ovvie, sia per una questione reputazionale). Quindi, a meno che non si voglia sostenere che l’Autorità non è in grado di vigilare sulla condotta dei petrolieri o che non vuole farlo, bisogna presumere che la competizione vada come deve, e dunque che i prezzi praticati in Italia rispecchino le condizioni oggettive del mercato.
A fronte di tutto ciò, si osservano due tendenze, che vanno registrate con attenzione. Da un lato, le associazioni dei consumatori svolgono l’abituale mestiere di gridare al lupo ogni qual volta un prezzo muove verso l’alto. Si può ritenere che questo sia il loro mestiere, ma la sensazione è che si tratti semplicemente di una tattica volta a conquistare un po’ di visibilità sui media. Amen. Ma una conseguenza di questa pressione mediatica è che, dall’altro lato, si torna a invocare una maggiore “trasparenza” dei prezzi, per esempio riprendendo a pubblicarli sul sito del ministero dello Sviluppo economico (in questo senso spinge, per esempio, un emendamento della senatrice democratica Anna Rita Fioroni, recentemente approvato). Di per sé, ovviamente, la cosa non è particolarmente sconvolgente, se non fosse che l’emendamento è congegnato in modo tale da risultare di difficile applicazione e che, nel momento in cui venisse applicato, creerebbe più problemi di quanti ne risolva.
(Omissis)
Evidentemente, ci troviamo di fronte a un cortocircuito tra la politica della concorrenza, l’assenza di visione d’insieme da parte dei politici, e le polemiche auto-interessate delle associazioni dei consumatori. Siamo, cioè, nella tipica condizione in cui chiunque, comunque si muova, sbaglia. Alla faccia della certezza del diritto.
Da Il Secolo XIX, 14 maggio 2009
In ogni caso, nell’ottica del buon funzionamento del mercato non importa molto chi abbia ragione: infatti, i prezzi dei carburanti non sono più amministrati. I prezzi sono liberi. Questo significa che non esiste (e non può esistere, perché sarebbe contrario alle norme antitrust) un “algoritmo” in grado di fornire il prezzo “corretto” per il pieno, valido per tutti, in funzione di una serie di variabili quali le quotazioni internazionali e il cambio euro/dollaro. Ciascuna compagnia può scegliere come e quanto ritoccare, giorno per giorno, il valore di benzina e gasolio, così come – entro certi limiti – i benzinai sono liberi di fissare il loro margine. Ciò che conta – sia in assoluto, sia di fronte alla legge – è che sia fatta salva la dinamica competitiva.
Ora, da tempo le compagnie petrolifere sono nel mirino dell’Autorità per la concorrenza, che già nel 1999 aveva ipotizzato l’esistenza di un cartello (formulando un teorema poi rigettato, dopo una lunga battaglia legale, dal Consiglio di stato). Il sospetto di collusione era stato poi riformulato, su altre basi, nel 2007, e anche qui aveva portato a un duro braccio di ferro tra l’organismo guidato da Antonio Catricalà e l’industria, che però si è concluso con un accordo: in cambio di una serie di impegni, l’Authority ha fatto decadere le accuse. Al momento, gli uffici dell’Agcm non hanno rivolto alcuna obiezione alle compagnie, a testimonianza di un comportamento corretto da parte di queste ultime (che d’altronde non hanno alcun interesse a sgarrare, sia per ragioni ovvie, sia per una questione reputazionale). Quindi, a meno che non si voglia sostenere che l’Autorità non è in grado di vigilare sulla condotta dei petrolieri o che non vuole farlo, bisogna presumere che la competizione vada come deve, e dunque che i prezzi praticati in Italia rispecchino le condizioni oggettive del mercato.
A fronte di tutto ciò, si osservano due tendenze, che vanno registrate con attenzione. Da un lato, le associazioni dei consumatori svolgono l’abituale mestiere di gridare al lupo ogni qual volta un prezzo muove verso l’alto. Si può ritenere che questo sia il loro mestiere, ma la sensazione è che si tratti semplicemente di una tattica volta a conquistare un po’ di visibilità sui media. Amen. Ma una conseguenza di questa pressione mediatica è che, dall’altro lato, si torna a invocare una maggiore “trasparenza” dei prezzi, per esempio riprendendo a pubblicarli sul sito del ministero dello Sviluppo economico (in questo senso spinge, per esempio, un emendamento della senatrice democratica Anna Rita Fioroni, recentemente approvato). Di per sé, ovviamente, la cosa non è particolarmente sconvolgente, se non fosse che l’emendamento è congegnato in modo tale da risultare di difficile applicazione e che, nel momento in cui venisse applicato, creerebbe più problemi di quanti ne risolva.
(Omissis)
Evidentemente, ci troviamo di fronte a un cortocircuito tra la politica della concorrenza, l’assenza di visione d’insieme da parte dei politici, e le polemiche auto-interessate delle associazioni dei consumatori. Siamo, cioè, nella tipica condizione in cui chiunque, comunque si muova, sbaglia. Alla faccia della certezza del diritto.
Da Il Secolo XIX, 14 maggio 2009
venerdì 15 maggio 2009
Da Violante a Di Pietro, la tragedia giustizialista diventa farsa. Lino Jannuzzi
Una volta era Luciano Violante che dirigeva l’orchestra e quelli di Mani pulite a Milano e i professionisti dell’antimafia a Palermo eseguivano lo spartito della via giustizialista alla politica. Ora è l’ex pm di Milano Tonino Di Pietro che ha in mano la bacchetta e ha messo su un partito tutto suo e candida alle elezioni non solo gli ex pm come De Magistris, più caricatura che eredi di quelli d’antan, ma porta via all’area che per cinquant’anni è stata egemonizzata dal partito di Gramsci e di Togliatti (e, ahimè, di Violante), fior di “intellettuali”, magari candidati al premio Nobel (non l’ha avuto anche Dario Fo?), come Claudio Magris e Andrea Camilleri e Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia e Giorgio Pressburger e persino, così si sussurra, Umberto Eco. Verrebbe da dire che ognuno ha le sue “veline”, quelle che si merita, e che quella che fu la tragedia della prima Repubblica è la farsa della seconda. Ma la verità è che, quando la politica viene umiliata e offesa, non c’è più giustizia e cultura che tenga. (il Velino)
lunedì 11 maggio 2009
Un tram chiamato propaganda. Davide Giacalone
Un soffio di demenza ha scarruffato Milano, accarezzando poi l’Italia. Prima, un esponente leghista ha sostenuto la necessità di riservare alle donne un vagone della metropolitana ed ai milanesi dei posti a sedere. A seguire, dalla sinistra, gli hanno dato del razzista. Per poi giungere al presidente della Camera, oramai incarnatosi non tanto nella Costituzione, quanto nelle letture monotone e superficiali che se ne fanno.
Il verde pensatore forse non lo immagina, ma l’idea di riservare spazi chiusi alle femmine riscuote il plauso dei fondamentalisti islamici, quelli che la sua parte politica non ha in gran simpatia, spesso, e colpevolmente, confondendoli con il resto dei mussulmani. In quanto all’assimilazione di tutti i milanesi con reduci di guerra, anziani e gravide, quali categorie da mettere a sedere prima che tracollino, potrebbe essere letta come tesi non propriamente encomiastica per i meneghini. Non essendo, i milanesi, una razza, però, non vedo cosa c’entri il razzismo. E mi sfugge anche la pertinenza del richiamo costituzionale, giacché la parità di diritti e doveri non impedisce la separazione delle toilettes o delle sezioni scolastiche per genere.
Ragioniamo, però, su quant’è sfilaciata la nostra vita pubblica. Il proponente-provocatore ha raggiunto il suo scopo: ha presentato i candidati ed è finito sulle prime pagine dei giornali. Avesse detto cose sagge e ponderate non se lo sarebbero filato, neanche in cronaca. Gli oppositori sono stati al gioco, ma facendo la loro parte: scandalizzati per l’offesa alla civiltà, inorriditi per la selvaggia proposta, hanno mostrato le loro anime belle. Il presidente della Camera ha colto l’occasione (non se ne fa sfuggire una) per vestire i panni dello statista, autodefinendosi imparziale e super partes, come, dice lui, vuole la Costituzione. Solo che in quel testo non c’è scritto, dimostrandosi che oltre ad invocarlo si dovrebbe leggerlo. Una certa imparzialità (quella totale non esiste) è dovuta nel corso dei lavori parlamentari, mentre sarebbe assurdo pretenderla nel resto della giornata, visto che si tratta di un politico eletto e che spera di essere rieletto. Comunque, finita la recita dei rispettivi copioni, fine della scenetta e tutto resta come prima. Compresi i trasporti pubblici.
Che sono, effettivamente, sovraffollati, con pochi posti a sedere rispetto alle necessità, insicuri ed utilizzati da quanti sono esclusi dalla fiera delle macchine con autista a spese della collettività. Pieni di gente infastidita dal contatto sempre più stretto con immigrati meno adusi alle cortesie ed alle docce (come anche taluni italiani, del resto). Provate a scendere in una stazione della metropolitana, nell’ora delle ultime corse, a Milano od a Roma, provate a viaggiare sulle linee di terra che si dirigono verso la periferia, quando s’è fatto buio, e ditemi se vi sentite del tutto a vostro agio. E mica è un problema d’immigrati: c’è l’ubriaco che vomita, il tossico che ciondola, la corte degli accattoni che rientra. I migliori sono gli africani, con la loro mercanzia, naturalmente illegale, che sfilano disciplinati verso i giacigli. Alla fermata potreste essere da soli, ma non è la peggiore delle ipotesi, perché c’è anche il caso che il tragitto verso casa lo facciate salutando slave bambine che biascicano la vita peripatetica, lungo il marciapiede. Le abbiamo accolte, le migranti, non le cacciamo, le clandestine, ma con tanta umanità lasciamo che le sfruttino.
C’è una borghesia che vive questo degrado, ma non ha voce in capitolo. Che ne sanno gli aspiranti statisti, scortati fino al ristorante, accompagnati nella notte, protetti dalla realtà, che disturberebbe i loro sogni di gloria. Quando, vicino ai quartieri di questa borghesia, un tempo verdi ed ora periferici o sfregiati, s’insedia un campo nomadi, questa stessa gente fa la fila alla cassa del supermercato stando dietro a matrone puzzolenti che pagano con le monete dell’elemosina. Siccome se ne lamentano, che facciamo, li tacciamo di razzismo? Possono farlo non le nobili coscienze, ma solo dei cretini che abitano altrove.
Gli italiani non sono razzisti e non lo diventeranno. Ma è pericoloso sottovalutare il sentimento di rabbia ingenerato dal contrasto fra l’impoverimento del tessuto sociale, il deperimento della consapevolezza di sé che ha la borghesia, e lo spettacolo di pubblici amministratori e rappresentanti del popolo intenti ad approfittare di privilegi e vantaggi, impegnati a scimmiottare il peggiore stereotipo dell’arricchito. Salvo poi, nelle ore che dividono il pranzo dalla cena, spararle grosse per parlare alla pancia del popolo e rimpallarle vane per intenerirne il cuore. C’è sempre il rischio che siano altri, gli organi interpellati per la risposta.
Il verde pensatore forse non lo immagina, ma l’idea di riservare spazi chiusi alle femmine riscuote il plauso dei fondamentalisti islamici, quelli che la sua parte politica non ha in gran simpatia, spesso, e colpevolmente, confondendoli con il resto dei mussulmani. In quanto all’assimilazione di tutti i milanesi con reduci di guerra, anziani e gravide, quali categorie da mettere a sedere prima che tracollino, potrebbe essere letta come tesi non propriamente encomiastica per i meneghini. Non essendo, i milanesi, una razza, però, non vedo cosa c’entri il razzismo. E mi sfugge anche la pertinenza del richiamo costituzionale, giacché la parità di diritti e doveri non impedisce la separazione delle toilettes o delle sezioni scolastiche per genere.
Ragioniamo, però, su quant’è sfilaciata la nostra vita pubblica. Il proponente-provocatore ha raggiunto il suo scopo: ha presentato i candidati ed è finito sulle prime pagine dei giornali. Avesse detto cose sagge e ponderate non se lo sarebbero filato, neanche in cronaca. Gli oppositori sono stati al gioco, ma facendo la loro parte: scandalizzati per l’offesa alla civiltà, inorriditi per la selvaggia proposta, hanno mostrato le loro anime belle. Il presidente della Camera ha colto l’occasione (non se ne fa sfuggire una) per vestire i panni dello statista, autodefinendosi imparziale e super partes, come, dice lui, vuole la Costituzione. Solo che in quel testo non c’è scritto, dimostrandosi che oltre ad invocarlo si dovrebbe leggerlo. Una certa imparzialità (quella totale non esiste) è dovuta nel corso dei lavori parlamentari, mentre sarebbe assurdo pretenderla nel resto della giornata, visto che si tratta di un politico eletto e che spera di essere rieletto. Comunque, finita la recita dei rispettivi copioni, fine della scenetta e tutto resta come prima. Compresi i trasporti pubblici.
Che sono, effettivamente, sovraffollati, con pochi posti a sedere rispetto alle necessità, insicuri ed utilizzati da quanti sono esclusi dalla fiera delle macchine con autista a spese della collettività. Pieni di gente infastidita dal contatto sempre più stretto con immigrati meno adusi alle cortesie ed alle docce (come anche taluni italiani, del resto). Provate a scendere in una stazione della metropolitana, nell’ora delle ultime corse, a Milano od a Roma, provate a viaggiare sulle linee di terra che si dirigono verso la periferia, quando s’è fatto buio, e ditemi se vi sentite del tutto a vostro agio. E mica è un problema d’immigrati: c’è l’ubriaco che vomita, il tossico che ciondola, la corte degli accattoni che rientra. I migliori sono gli africani, con la loro mercanzia, naturalmente illegale, che sfilano disciplinati verso i giacigli. Alla fermata potreste essere da soli, ma non è la peggiore delle ipotesi, perché c’è anche il caso che il tragitto verso casa lo facciate salutando slave bambine che biascicano la vita peripatetica, lungo il marciapiede. Le abbiamo accolte, le migranti, non le cacciamo, le clandestine, ma con tanta umanità lasciamo che le sfruttino.
C’è una borghesia che vive questo degrado, ma non ha voce in capitolo. Che ne sanno gli aspiranti statisti, scortati fino al ristorante, accompagnati nella notte, protetti dalla realtà, che disturberebbe i loro sogni di gloria. Quando, vicino ai quartieri di questa borghesia, un tempo verdi ed ora periferici o sfregiati, s’insedia un campo nomadi, questa stessa gente fa la fila alla cassa del supermercato stando dietro a matrone puzzolenti che pagano con le monete dell’elemosina. Siccome se ne lamentano, che facciamo, li tacciamo di razzismo? Possono farlo non le nobili coscienze, ma solo dei cretini che abitano altrove.
Gli italiani non sono razzisti e non lo diventeranno. Ma è pericoloso sottovalutare il sentimento di rabbia ingenerato dal contrasto fra l’impoverimento del tessuto sociale, il deperimento della consapevolezza di sé che ha la borghesia, e lo spettacolo di pubblici amministratori e rappresentanti del popolo intenti ad approfittare di privilegi e vantaggi, impegnati a scimmiottare il peggiore stereotipo dell’arricchito. Salvo poi, nelle ore che dividono il pranzo dalla cena, spararle grosse per parlare alla pancia del popolo e rimpallarle vane per intenerirne il cuore. C’è sempre il rischio che siano altri, gli organi interpellati per la risposta.
mercoledì 6 maggio 2009
Le spie, della pochezza. Davide Giacalone
Prima i medici, ora i presidi. A far da spia di una politica parolaia, tutta intenta alla propaganda, che alloggia fuori dalla realtà. C’è chi vuol fare il duro, chi s’è scelto la parte del buono, sparando a tre palle un soldo. Alla fine il governo fa ancora una volta marcia indietro, stabilendo che per iscrivere un bambino a scuola non è necessario che i genitori abbiano il permesso di soggiorno. Mettiamo che lo stiano iscrivendo alla prima elementare, si suppone che per almeno otto anni quel bambino frequenti la scuola vivendo in un nucleo familiare che viola la legge italiana. Voi dite che è bontà? Io penso sia stupidità.Abbiamo scritto parole inequivocabili contro ogni forma di razzismo, o anche solo di discriminazione.
Abbiamo scritto che gli zingarelli devono andare a scuola, e semmai in galera i familiari che glielo impediscono, dirigendoli verso il furto e l’accattonaggio. Il punto non è questo, bensì l’ipotesi che s’istituzionalizzi la violazione della legge. Ottenendo un tale risultato, per giunta, al solo scopo di alimentare il desiderio di distinzione all’interno della maggioranza di governo.Può darsi che la norma fosse scritta male, può darsi che lasciasse intendere quel che sarebbe inaccettabile, ovvero il rifiuto della scuola per determinati bambini, ma quel che sta venendo fuori è un pateracchio orribile. Magari capiterà, com’è capitato per la legge sull’immigrazione, che gli stessi artefici (Fini, per intenderci) se ne pentano e ne chiedano la modifica. Noi lo diciamo prima: fermatevi.
Da cittadino italiano, che paga le tasse, se vado al pronto soccorso con una ferita da taglio non solo mi chiedono le generalità, ma anche come me la sono procurata. Se racconto balle, se sono in stato confusionale, se me ne resto zitto, arriva la polizia. C’è di più, perché se mi presento, ad un qualsiasi medico, affetto da specifiche patologie infettive, quello deve segnalarmi all’autorità, perché così prevede la legge. Non è che facciano le spie, è il loro dovere a salvaguardia della collettività. Nessuno s’è mai lamentato o sentito privato dei propri diritti. Se si presenta un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di un cittadino italiano? Se, da cittadino italiano, che paga le tasse, iscrivo un figlio a scuola devo identificarmi e devo dire dove abito esattamente, perché l’istituto pubblico valuta se ho titolo ad accedere in quel posto o me ne indicano un altro. Non basta: mi chiedono anche quanto guadagno, perché, come nel caso di nidi e materne, c’è una precedenza in base al reddito (il che, purtroppo, favorisce gli evasori fiscali). Un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di me?
L’istruzione non è solo un diritto, ma anche un dovere. Chi ha figli minori non solo può, ma deve mandarli a scuola. Vale per tutti. Ma se affermo che ai figli dei clandestini devo garantire la scuola è come dire che mi tengo anche i genitori, che cessano d’essere clandestini. In questo modo incentiverò i barconi con i bambini, che è un risultato da “buoni”, ma da buoni a nulla.
Poi arriva l’accademia, per bocca di Chieppa, presidente emerito (sono scandalosamente troppi) della Consulta: “salute e istruzione sono servizi essenziali che vanno garantiti a tutti”. A tutti chi? A tutti i cittadini italiani ed a tutti quelli che si trovano legittimamente nel nostro Paese, immigrati compresi. Ma se dico “tutti” per intendere “chiunque” vuol dire che ho deciso di tassare gli italiani per curare i cinesi ed istruire i sauditi. E’ una castroneria al cubo, detta da chi pensa che l’intera umanità possa campare alle spalle di chi paga le tasse.
Abbiamo scritto che gli zingarelli devono andare a scuola, e semmai in galera i familiari che glielo impediscono, dirigendoli verso il furto e l’accattonaggio. Il punto non è questo, bensì l’ipotesi che s’istituzionalizzi la violazione della legge. Ottenendo un tale risultato, per giunta, al solo scopo di alimentare il desiderio di distinzione all’interno della maggioranza di governo.Può darsi che la norma fosse scritta male, può darsi che lasciasse intendere quel che sarebbe inaccettabile, ovvero il rifiuto della scuola per determinati bambini, ma quel che sta venendo fuori è un pateracchio orribile. Magari capiterà, com’è capitato per la legge sull’immigrazione, che gli stessi artefici (Fini, per intenderci) se ne pentano e ne chiedano la modifica. Noi lo diciamo prima: fermatevi.
Da cittadino italiano, che paga le tasse, se vado al pronto soccorso con una ferita da taglio non solo mi chiedono le generalità, ma anche come me la sono procurata. Se racconto balle, se sono in stato confusionale, se me ne resto zitto, arriva la polizia. C’è di più, perché se mi presento, ad un qualsiasi medico, affetto da specifiche patologie infettive, quello deve segnalarmi all’autorità, perché così prevede la legge. Non è che facciano le spie, è il loro dovere a salvaguardia della collettività. Nessuno s’è mai lamentato o sentito privato dei propri diritti. Se si presenta un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di un cittadino italiano? Se, da cittadino italiano, che paga le tasse, iscrivo un figlio a scuola devo identificarmi e devo dire dove abito esattamente, perché l’istituto pubblico valuta se ho titolo ad accedere in quel posto o me ne indicano un altro. Non basta: mi chiedono anche quanto guadagno, perché, come nel caso di nidi e materne, c’è una precedenza in base al reddito (il che, purtroppo, favorisce gli evasori fiscali). Un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di me?
L’istruzione non è solo un diritto, ma anche un dovere. Chi ha figli minori non solo può, ma deve mandarli a scuola. Vale per tutti. Ma se affermo che ai figli dei clandestini devo garantire la scuola è come dire che mi tengo anche i genitori, che cessano d’essere clandestini. In questo modo incentiverò i barconi con i bambini, che è un risultato da “buoni”, ma da buoni a nulla.
Poi arriva l’accademia, per bocca di Chieppa, presidente emerito (sono scandalosamente troppi) della Consulta: “salute e istruzione sono servizi essenziali che vanno garantiti a tutti”. A tutti chi? A tutti i cittadini italiani ed a tutti quelli che si trovano legittimamente nel nostro Paese, immigrati compresi. Ma se dico “tutti” per intendere “chiunque” vuol dire che ho deciso di tassare gli italiani per curare i cinesi ed istruire i sauditi. E’ una castroneria al cubo, detta da chi pensa che l’intera umanità possa campare alle spalle di chi paga le tasse.
martedì 5 maggio 2009
Università da chiudere. Davide Giacalone
La bancarotta universitaria si riassume in due elementi: abbiamo il sistema meno severo e selettivo, ed abbiamo il più basso tasso di laureati. Della serie: chiudetela, perché ci costa molto e rende quasi niente. I dati Eurostat parlano chiaramente: nella fascia d’età tra 25 ed i 34 anni l’Italia ha solo il 19% dei laureati, la media europea è poco sotto il 30 ed in Francia od Inghilterra raggiunge il 40. C’è ancora un numero, politicamente scorretto, che la dice lunga: le giovani laureate sono, da noi, assai più numerose dei coetanei maschi (23% contro 15). Il che non ci rende il Paese dove le donne meritevoli fanno più carriera ed arrivano ai posti più alti, come sarebbe giusto, ma quello in cui ci sono corsi di laurea in taglio e cucito. E, presa la china della sgradevolezza, vado oltre: quel dato indica anche una progressiva femminilizzazione delle carriere statali, quelle dove il titolo di studio determina la retribuzione, al di là della reale competenza. E questo è un male, non per il genere sessuale, ma per la natura della selezione.
Tale realtà comporta un gran svantaggio per i meno protetti e privilegiati, per quelli che non ereditano libere professioni familiari, secondo una logica corporativa e medioevale che da noi è considerata normale. La cancellazione di una simile università, dove la mediocrità va in cattedra e l’incapacità si laurea, dovrebbe essere battaglia normale di chiunque prediliga il progresso sulla conservazione, a cominciare dai giovani. Invece, capita che solo una ristretta minoranza continua a reclamare la cancellazione del valore legale del titolo di studio e la privatizzazione d’istituti e finanziamenti, mentre alla quasi totalità piace questo pantano in tocco e toga che accompagna cattedre fasulle con titoli irreali.
Non ostante il lassismo, però, i laureati diminuiscono, come mai? Perché i somari s’annoiano e qualche meritevole manda i “magnifici” incapaci al paese che li merita, mentre la gran parte dei giovani percepisce la perdita di tempo e gira al largo. Questo nel mentre la competizione internazionale (oltre che il rispetto di noi stessi) dovrebbe spingerci in direzione esattamente opposta, cercando di eccellere nelle competenze e non nell’arte d’arrangiarsi all’ombra della spesa pubblica, allargando il mostruoso debito.
Tale realtà comporta un gran svantaggio per i meno protetti e privilegiati, per quelli che non ereditano libere professioni familiari, secondo una logica corporativa e medioevale che da noi è considerata normale. La cancellazione di una simile università, dove la mediocrità va in cattedra e l’incapacità si laurea, dovrebbe essere battaglia normale di chiunque prediliga il progresso sulla conservazione, a cominciare dai giovani. Invece, capita che solo una ristretta minoranza continua a reclamare la cancellazione del valore legale del titolo di studio e la privatizzazione d’istituti e finanziamenti, mentre alla quasi totalità piace questo pantano in tocco e toga che accompagna cattedre fasulle con titoli irreali.
Non ostante il lassismo, però, i laureati diminuiscono, come mai? Perché i somari s’annoiano e qualche meritevole manda i “magnifici” incapaci al paese che li merita, mentre la gran parte dei giovani percepisce la perdita di tempo e gira al largo. Questo nel mentre la competizione internazionale (oltre che il rispetto di noi stessi) dovrebbe spingerci in direzione esattamente opposta, cercando di eccellere nelle competenze e non nell’arte d’arrangiarsi all’ombra della spesa pubblica, allargando il mostruoso debito.
martedì 28 aprile 2009
Non ne posso più di questa overdose di valori. Vittorio Feltri
Quest’orgia di valori è nauseante. I valori della resistenza, i valori della Costituzione, i valori della famiglia, i valori del cristianesimo... I valori i valori i valori. Più ne parlano e più li strapazzano e meno si ha la percezione di cosa siano. Nel linguaggio politico sono diventati luoghi comuni, tic lessicali, banalità, moneta bucata. Quando uno, nell’affanno di dover esprimere un concetto o concludere una frase, incespica e sta per annegare nel proprio eloquio stenterello si aggrappa al primo valore che gli viene in mente. Un ragazzo uccide la fidanzata o la mamma o il fratello o un amico o un passante? Chi è chiamato in tivù a commentare la tragedia, dopo aver dato fondo al bagaglio delle banalità, aggrotta la fronte e con aria da pensatore stitico afferma: il problema è che i giovani di oggi non credono più nei valori, nel valore della vita. Applausi del pubblico. Ogni uomo di partito si appella ai valori: i valori della destra, i valori della sinistra, i valori della democrazia, i valori della Patria. E i valori immobiliari? Quelli non si esaltano, si accumulano. Di Pietro ha addirittura fondato l'italia dei valori che rende di più della Borsa Valori.
Ieri i telegiornali erano inzuppati di valori della liberazione. Da sessantaquattro anni il 25 aprile, a pranzo e a cena, ci servono pane e valori della lotta partigiana, sempre lo stesso pane rancido. La liberazione è come il Festival di Sanremo e l'elezione di miss Italia: ci tocca.
Consola l'assenza di Pippo Baudo davanti al cippo dei caduti, ma non compensa il senso di stanchezza provocato dalla logorrea degli oratori resistenziali, da Napolitano all'ultimo presidente rionale dll'Anpi. Ai quali quest'anno – che Dio lo abbia in gloria – si è affiancato Berlusconi non sapendo rinunciare a unirsi al coro delle ovvietà patriottiche. Tu quoque, Silvio. Che depressione ascoltare il nostro Cavaliere errante in Abruzzo mentre elenca il menu “valoriale” di giornate.
Scusate lo sfogo, cari lettori, ma non ci importa nulla della liberazione, è storia antica, raccontata male, distorta a scopo propagandistico, deformata da vicende famigliari, e dal desiderio di rimuovere una colpa collettiva: l'adesione in massa al fascismo fino al 24 aprile, dopo di che tutti in piazzale Loreto a sputacchiare sul “Puzzone” e sulla ragazza giustiziata con lui in puro stile talebano; così per divertimento. Che è pur sempre un valore aggiunto.
A noi preme piuttosto la Libertà, quella che riusciamo con fatica a conquistarci giorno dopo giorno col lavoro e il rispetto delle leggi, persino quelle idiote approvate in mezzo secolo da un Parlamento dove prevale ogni interesse tranne quello del popolo considerato ormai una parolaccia. Altro che resistenza ci vuole per sopportare le insegnati finte malate da tre anni e la spesa sanitaria nelle regioni del Sud, miliardi (di deficit) sprecati in ospedali costruiti col lego, citando solo due cosette registrate ieri dalla cronaca.
In nome della libertà mi prendo la licenza di irridere alla liberazione e alle sue ipocrisie. E spengo il televisore sulla faccia di un Franceschini che si intorcina fra valori. (Libero)
Ieri i telegiornali erano inzuppati di valori della liberazione. Da sessantaquattro anni il 25 aprile, a pranzo e a cena, ci servono pane e valori della lotta partigiana, sempre lo stesso pane rancido. La liberazione è come il Festival di Sanremo e l'elezione di miss Italia: ci tocca.
Consola l'assenza di Pippo Baudo davanti al cippo dei caduti, ma non compensa il senso di stanchezza provocato dalla logorrea degli oratori resistenziali, da Napolitano all'ultimo presidente rionale dll'Anpi. Ai quali quest'anno – che Dio lo abbia in gloria – si è affiancato Berlusconi non sapendo rinunciare a unirsi al coro delle ovvietà patriottiche. Tu quoque, Silvio. Che depressione ascoltare il nostro Cavaliere errante in Abruzzo mentre elenca il menu “valoriale” di giornate.
Scusate lo sfogo, cari lettori, ma non ci importa nulla della liberazione, è storia antica, raccontata male, distorta a scopo propagandistico, deformata da vicende famigliari, e dal desiderio di rimuovere una colpa collettiva: l'adesione in massa al fascismo fino al 24 aprile, dopo di che tutti in piazzale Loreto a sputacchiare sul “Puzzone” e sulla ragazza giustiziata con lui in puro stile talebano; così per divertimento. Che è pur sempre un valore aggiunto.
A noi preme piuttosto la Libertà, quella che riusciamo con fatica a conquistarci giorno dopo giorno col lavoro e il rispetto delle leggi, persino quelle idiote approvate in mezzo secolo da un Parlamento dove prevale ogni interesse tranne quello del popolo considerato ormai una parolaccia. Altro che resistenza ci vuole per sopportare le insegnati finte malate da tre anni e la spesa sanitaria nelle regioni del Sud, miliardi (di deficit) sprecati in ospedali costruiti col lego, citando solo due cosette registrate ieri dalla cronaca.
In nome della libertà mi prendo la licenza di irridere alla liberazione e alle sue ipocrisie. E spengo il televisore sulla faccia di un Franceschini che si intorcina fra valori. (Libero)
venerdì 24 aprile 2009
Una Repubblica fondata sulla bugia. Davide Giacalone
La Repubblica italiana è in gran parte fondata sulla bugia. Falsificazioni storiche che, a forza d’essere ripetute, snocciolando il rosario dell’ipocrisia, sono scambiate per verità. Domani è il 25 aprile, e noi ancora lamentiamo l’inesistenza di una “storia condivisa”, ancora dobbiamo fare i conti con Salò o con la guerra civile. Capita perché si è costruito sulla bugia.
Ho letto, con molta attenzione, il discorso del Presidente Napolitano, pronunciato a “difesa” della Costituzione. Vi ho trovato tutti i segni della storia letta con occhiali ideologici, quindi irreale. L’uniformità dei successivi commenti, il ridursi di tutto alla polemicuzza quotidiana, dà il senso di quanto quel veleno abbia assopito le menti. Il punto principale è quello iniziale, sede d’equivoco e bugia, dove Napolitano individua le fondamenta su cui poggia la Costituzione: “l’opposizione al fascismo e la Resistenza”. Nulla d’originale, solo che ci manca un pezzo e quel che c’è non regge.
La nostra Costituzione, la democrazia nella libertà, si fonda, prima di tutto, sulla conferenza di Yalta, conclusa l’11 febbraio del 1945. Anche i polacchi o gli ungheresi ebbero antifascisti e resistenti, ma non ebbero né democrazia né libertà. La differenza sta in Yalta: quegli europei finirono sotto la dittatura comunista, noi nel mondo atlantico, che ci stava ancora liberando. Cancellando questa verità si cancella l’orizzonte internazionale dalle nostre vicende storiche e, per reggere un racconto bugiardo si moltiplicano le fanfaluche.Riflettano, Napolitano ed i tanti che precedono e ripetono a pappagallo: se l’origine della nostra libertà e della nostra Costituzione fosse in antifascismo e Resistenza, ne deriverebbe che la democrazia appartiene ad una minoranza d’italiani. La grande maggioranza era fascista. Fascisti perché italiani. Per far finta di fondare la Repubblica sui valori e le idee di una minoranza, facendola passare per quasi totalità, si è falsificata anche la storia pregressa, che, difatti, ancora torna a gola, che dovrà essere vomitata, che non potrà mai essere “condivisa”, perché bugiarda.
Secondo Napolitano la Costituzione “non fu mai intesa come manifesto ideologico o politico di parte”. Lo è. Proprio nella sua prima parte, quella che nessuno dice di volere toccare, che tutti sono pronti ad osannare. Lì è antiliberale ed antindividuale, subordina l’interesse di ciascuno a quello collettivo (indefinito ed indefinibile), privilegia il sociale sul personale. La definirei cattocomunista, o forse, per maggiore precisione storica, vaticantogliattiana. E’ naturale, quindi, che abbia strutturato un sistema istituzionale in cui il governo conta poco ed il Parlamento molto. Non è (solo) perché si era appena usciti da una dittatura, ma perché Togliatti era un realista, cinico. Capì che dopo Yalta non c’era spazio né per la rivoluzione (roba cui poteva credere un Pajetta) né per il governo, quindi barattò la copertura della bugia fondativa con lo spostarsi del potere in Parlamento.
Così, da allora ad oggi, chiunque voglia darsi un tono ed impartirti una lezione costituzionale, ti ripete le solite fesserie, con l’aria compresa di chi ha appena pensato cose profonde. Il che porta a formidabili abbagli: citando Bobbio lo stesso Napolitano ha detto che “la denuncia dell’ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Siccome la storia ha puntualmente e sempre dimostrato il contrario, ovvero che sono i governi rassegnati alla debolezza (modello Facta) a spianare la strada alle dittature, quel che in realtà si vuol dire è: chi denuncia le nostre bugie desidera tornare al fascismo. Invece si può essere antifascisti ed anticomunisti, amanti della libertà e della democrazia, pur non aderendo al club della bugia.
Adorando la dea menzogna, purtroppo, si costringe tutti a vivere il presente come tempo in cui regolare il passato, sopprimendo il futuro. Si proclama intoccabile una Costituzione che è già stata cambiata quindici volte, scassandola, per giunta fuori da sedi e contesti organici, senza clima costituente, procedendo a spizzichi e bocconi e riducendo la Carta a cassetta degli attrezzi, senza valori ideali viventi. Ecco: questi sono i nemici della Costituzione, che domani diranno le solite sciocchezze tonitruanti, ad imperitura memoria e gloria delle bugie.
Ho letto, con molta attenzione, il discorso del Presidente Napolitano, pronunciato a “difesa” della Costituzione. Vi ho trovato tutti i segni della storia letta con occhiali ideologici, quindi irreale. L’uniformità dei successivi commenti, il ridursi di tutto alla polemicuzza quotidiana, dà il senso di quanto quel veleno abbia assopito le menti. Il punto principale è quello iniziale, sede d’equivoco e bugia, dove Napolitano individua le fondamenta su cui poggia la Costituzione: “l’opposizione al fascismo e la Resistenza”. Nulla d’originale, solo che ci manca un pezzo e quel che c’è non regge.
La nostra Costituzione, la democrazia nella libertà, si fonda, prima di tutto, sulla conferenza di Yalta, conclusa l’11 febbraio del 1945. Anche i polacchi o gli ungheresi ebbero antifascisti e resistenti, ma non ebbero né democrazia né libertà. La differenza sta in Yalta: quegli europei finirono sotto la dittatura comunista, noi nel mondo atlantico, che ci stava ancora liberando. Cancellando questa verità si cancella l’orizzonte internazionale dalle nostre vicende storiche e, per reggere un racconto bugiardo si moltiplicano le fanfaluche.Riflettano, Napolitano ed i tanti che precedono e ripetono a pappagallo: se l’origine della nostra libertà e della nostra Costituzione fosse in antifascismo e Resistenza, ne deriverebbe che la democrazia appartiene ad una minoranza d’italiani. La grande maggioranza era fascista. Fascisti perché italiani. Per far finta di fondare la Repubblica sui valori e le idee di una minoranza, facendola passare per quasi totalità, si è falsificata anche la storia pregressa, che, difatti, ancora torna a gola, che dovrà essere vomitata, che non potrà mai essere “condivisa”, perché bugiarda.
Secondo Napolitano la Costituzione “non fu mai intesa come manifesto ideologico o politico di parte”. Lo è. Proprio nella sua prima parte, quella che nessuno dice di volere toccare, che tutti sono pronti ad osannare. Lì è antiliberale ed antindividuale, subordina l’interesse di ciascuno a quello collettivo (indefinito ed indefinibile), privilegia il sociale sul personale. La definirei cattocomunista, o forse, per maggiore precisione storica, vaticantogliattiana. E’ naturale, quindi, che abbia strutturato un sistema istituzionale in cui il governo conta poco ed il Parlamento molto. Non è (solo) perché si era appena usciti da una dittatura, ma perché Togliatti era un realista, cinico. Capì che dopo Yalta non c’era spazio né per la rivoluzione (roba cui poteva credere un Pajetta) né per il governo, quindi barattò la copertura della bugia fondativa con lo spostarsi del potere in Parlamento.
Così, da allora ad oggi, chiunque voglia darsi un tono ed impartirti una lezione costituzionale, ti ripete le solite fesserie, con l’aria compresa di chi ha appena pensato cose profonde. Il che porta a formidabili abbagli: citando Bobbio lo stesso Napolitano ha detto che “la denuncia dell’ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Siccome la storia ha puntualmente e sempre dimostrato il contrario, ovvero che sono i governi rassegnati alla debolezza (modello Facta) a spianare la strada alle dittature, quel che in realtà si vuol dire è: chi denuncia le nostre bugie desidera tornare al fascismo. Invece si può essere antifascisti ed anticomunisti, amanti della libertà e della democrazia, pur non aderendo al club della bugia.
Adorando la dea menzogna, purtroppo, si costringe tutti a vivere il presente come tempo in cui regolare il passato, sopprimendo il futuro. Si proclama intoccabile una Costituzione che è già stata cambiata quindici volte, scassandola, per giunta fuori da sedi e contesti organici, senza clima costituente, procedendo a spizzichi e bocconi e riducendo la Carta a cassetta degli attrezzi, senza valori ideali viventi. Ecco: questi sono i nemici della Costituzione, che domani diranno le solite sciocchezze tonitruanti, ad imperitura memoria e gloria delle bugie.
martedì 21 aprile 2009
Il paese dei nemici. Michele Brambilla
Le puntate di «Annozero» sul terremoto non sono piaciute neppure allo scrittore Francesco Piccolo che ieri, sull’Unità, ha spiegato i motivi del suo non-gradimento: «C’era una forma evidente di violenza, di arroganza, tipiche delle persone che si sentono dalla parte giusta (e qualche volta lo sono) ma che per questo motivo sono convinte di poter esercitare una violenza, adottare una volgarità, un sarcasmo che io non solo non riesco a condividere, ma di solito, da queste serate, ne esco sempre con un sentimento di compassione per i maltrattati, anche se i maltrattati sono persone di cui non condivido una sola parola». Parole da sottoscrivere, e direi anche coraggiose.
Ci fanno piacere, ovviamente. Ma l’articolo uscito ieri sull’Unità è importante soprattutto per un altro motivo. Piccolo spiega - e in questo è ancor più coraggioso - il motivo per cui molti, a sinistra, non hanno avuto l’onestà di esprimere il proprio dissenso nei confronti di Santoro e dei suoi collaboratori. «Quindici anni di berlusconismo hanno prodotto un pensiero pericoloso e piatto, che è il seguente: tutti coloro che sono antiberlusconiani stanno dalla stessa parte. Un pensiero semplice, a cui ognuno di noi ormai si è abituato». Anche se si fa risalire il peccato originale al «berlusconismo», c’è comunque l’ammissione dell’esistenza di quel riflesso pavloviano che negli ultimi quindici anni ha falsato, e spesso avvelenato, ogni dibattito politico, e non solo politico: tutto ciò che viene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto.
La verità non conta; l’analisi dei fatti non serve. Il Paese è spaccato in due e spaccato in due deve restare. Chi non è con noi è contro di noi. L’Italia del bipolarismo non ha ancora smaltito questo vizio profondo che consiste nel considerare chi la pensa diversamente non come, al massimo, un rivale, ma come un nemico. E «nemico», infatti, è il termine che usa Piccolo nel suo articolo sull’Unità: «Queste cose (e cioè la critica ad Annozero, ndr), però, sono difficili da dire. Perché stai dicendo la stessa cosa che dice il tuo nemico. (...) Se Santoro fa una puntata violenta e poco condivisibile sul terremoto, se Vauro disegna vignette volgari, non importa, poiché sono sotto attacco del nemico, bisogna per forza stare dalla parte loro. E quello che ti piace per davvero, non conta più».
Quante volte questo pregiudizio ha impedito la ricerca non solo della verità, ma anche del bene comune? Quante volte ci si è schierati - in parlamento e sui media - contro scelte che magari si ritenevano, sotto sotto, ragionevoli e utili, ma che andavano comunque bocciate perché venivano «dall’altra parte»?
L’articolo di Piccolo fa doppiamente piacere perché uscito su un giornale che a lungo ha adottato questa «logica del nemico» di cui la sinistra italiana si è nutrita per decenni. La tecnica della demonizzazione dell’avversario ha forse toccato il suo apice con Berlusconi (c’è perfino chi ha smesso di tifare per il Milan, da quando Berlusconi è entrato in politica) ma ha sicuramente origini più antiche. Prima del Cavaliere il demonio è stato incarnato via via da De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi e ovviamente da Almirante e gli ex fascisti in genere. Andate a rileggere che cosa si scriveva, anni fa, di questi personaggi che oggi la stampa di sinistra contrappone nostalgicamente a Berlusconi.
Tuttavia, anche questa nostra analisi peccherebbe di faziosità e pregiudizio se non riconoscessimo che pure dall’altra parte, quella del centrodestra, scatta spesso una scomunica preventiva che impedisce di riconoscere le ragioni e i valori altrui. Siamo, purtroppo, nel Paese dei nemici. E lo resteremo fino a quando non ci arrenderemo all’evidenza di quella vecchia massima secondo la quale una cosa è giusta o sbagliata, ed è vera o falsa, a prescindere da chi la dica. (il Giornale)
Ci fanno piacere, ovviamente. Ma l’articolo uscito ieri sull’Unità è importante soprattutto per un altro motivo. Piccolo spiega - e in questo è ancor più coraggioso - il motivo per cui molti, a sinistra, non hanno avuto l’onestà di esprimere il proprio dissenso nei confronti di Santoro e dei suoi collaboratori. «Quindici anni di berlusconismo hanno prodotto un pensiero pericoloso e piatto, che è il seguente: tutti coloro che sono antiberlusconiani stanno dalla stessa parte. Un pensiero semplice, a cui ognuno di noi ormai si è abituato». Anche se si fa risalire il peccato originale al «berlusconismo», c’è comunque l’ammissione dell’esistenza di quel riflesso pavloviano che negli ultimi quindici anni ha falsato, e spesso avvelenato, ogni dibattito politico, e non solo politico: tutto ciò che viene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto.
La verità non conta; l’analisi dei fatti non serve. Il Paese è spaccato in due e spaccato in due deve restare. Chi non è con noi è contro di noi. L’Italia del bipolarismo non ha ancora smaltito questo vizio profondo che consiste nel considerare chi la pensa diversamente non come, al massimo, un rivale, ma come un nemico. E «nemico», infatti, è il termine che usa Piccolo nel suo articolo sull’Unità: «Queste cose (e cioè la critica ad Annozero, ndr), però, sono difficili da dire. Perché stai dicendo la stessa cosa che dice il tuo nemico. (...) Se Santoro fa una puntata violenta e poco condivisibile sul terremoto, se Vauro disegna vignette volgari, non importa, poiché sono sotto attacco del nemico, bisogna per forza stare dalla parte loro. E quello che ti piace per davvero, non conta più».
Quante volte questo pregiudizio ha impedito la ricerca non solo della verità, ma anche del bene comune? Quante volte ci si è schierati - in parlamento e sui media - contro scelte che magari si ritenevano, sotto sotto, ragionevoli e utili, ma che andavano comunque bocciate perché venivano «dall’altra parte»?
L’articolo di Piccolo fa doppiamente piacere perché uscito su un giornale che a lungo ha adottato questa «logica del nemico» di cui la sinistra italiana si è nutrita per decenni. La tecnica della demonizzazione dell’avversario ha forse toccato il suo apice con Berlusconi (c’è perfino chi ha smesso di tifare per il Milan, da quando Berlusconi è entrato in politica) ma ha sicuramente origini più antiche. Prima del Cavaliere il demonio è stato incarnato via via da De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi e ovviamente da Almirante e gli ex fascisti in genere. Andate a rileggere che cosa si scriveva, anni fa, di questi personaggi che oggi la stampa di sinistra contrappone nostalgicamente a Berlusconi.
Tuttavia, anche questa nostra analisi peccherebbe di faziosità e pregiudizio se non riconoscessimo che pure dall’altra parte, quella del centrodestra, scatta spesso una scomunica preventiva che impedisce di riconoscere le ragioni e i valori altrui. Siamo, purtroppo, nel Paese dei nemici. E lo resteremo fino a quando non ci arrenderemo all’evidenza di quella vecchia massima secondo la quale una cosa è giusta o sbagliata, ed è vera o falsa, a prescindere da chi la dica. (il Giornale)
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