La settimana scorsa Adriano Sofri e Gad Lerner sono intervenuti sulla questione dei Rom e la decisione di Sarkò di rimpatriarli, con due articoli apparsi su Repubblica. Gli autori hanno giocato la carta più facile, quella del razzismo, giudicando gli italiani un popolo stupido e ignorante. Vi suggeriamo di leggere questo editoriale di Charles Krauthammer come una risposta ideale all'elitismo dei nostri "commentatori morali" e alla crisi del pensiero liberal.
I liberal sotto assedio sono senza dubbio una brutta immagine. Appena ieri tutto era speranza, cambiamento e ridare il potere al popolo. Ma questo 'popolo' si è mostrato davvero deludente. In soli 19 mesi, la riluttanza della gente ha trasformato l’ascesa dei liberal preconizzata da James Carville per i prossimi 40 anni in una piena ritirata.
Eh sì, il popolo, i poveri, la gente di provincia, la folla “triste” (come la definì una volta memorabilmente in un'incauta circostanza Barack Obama) che si aggrappa “alle armi o alla religione o – questa parte viene ricordata meno – all’antipatia nei confronti della gente che non è come loro”.
Si tratta di una maniera educata di dire: restano attaccati al loro bigottismo. E le confuse accuse di bigottismo sono precisamente il modo in cui i nostri attuali governanti e i loro numerosi aiutanti nei media reagiscono a una cittadinanza ribelle che insiste nell’avere un modo di pensare "scorretto".
- La resistenza alla vasta espansione del potere del governo, alla sua intrusione e al debito, come rappresentata dal movimento del Tea Party? Viene interpretata come il risentimento razzista nei confronti di un presidente di colore.
- Il disgusto e l’allarme nei confronti della mancata volontà del governo federale di frenare l’immigrazione illegale, così come dimostra la legge dell’Arizona? Puro nativismo.
- L’opposizione alla ridefinizione più radicale nella storia dell’umanità del concetto di matrimonio, così come è stato richiesto nella Proposition 8 in California? Omofobia.
- La contrarietà alla costruzione di un centro islamico e di una moschea di 15 piani nelle vicinanze di Ground Zero? Islamofobia.
Ora sappiamo perché il Paese è diventato “ingovernabile”, cioè la scusa utilizzata l’anno scorso dai Democrats per giustificare il fallimento della loro governance: chi può governare un Paese di razzisti, nativisti, omofobi e islamofobi?
E’ interessante notare che cosa unisce tutte queste questioni. In ognuna di esse, i liberal hanno perso le proprie argomentazioni nei confronti dell’opinione pubblica. La maggior parte di essa – spesso composta da una maggioranza sbilenca – si oppone all’agenda socialdemocratica del presidente Obama (come per esempio al piano di stimolo economico e all’Obamacare), e sostiene la legge in Arizona, si oppone ai matrimoni gay e rifiuta una moschea accanto a Ground Zero.
Cosa fa un liberal a questo punto? Allontana le accuse di bigottismo e gli squilli di tromba che anticipano il dibattito e non dà alcun credito alla serietà e alla sostanza di qualsiasi argomentazione contraria. La più vulnerabile di queste grandi fanfare è, senza alcun dubbio, la carta del razzismo. Quando è nato il Tea Party – una reazione spontanea, perfettamente naturale e sorta senza alcun leader (nella tradizione americana), alla vasta espansione del governo che invece è intrinsecamente legata all’agenda di trasformazione degli orgogliosi proclami presidenziali – il gruppo di commentatori liberal ha giudicato il movimento come una banda di zoticoni bianchi e arrabbiati che dissimulano la loro antipatia nei confronti di un presidente di colore parlando furbescamente in termini economici.
Poi è arrivata la legge dell’Arizona e la legge del Senato num. 1070. Per la sinistra sembra impossibile credere che la gente di buona volontà possa difendere l’idea che: a) l’immigrazione illegale dovrebbe essere illegale; b) i controlli di frontiera effettuati dal governo federale non dovrebbe essere ostaggio delle riforme comprensive del settore (per esempio, quella dell’amnistia); c) ogni Stato ha il diritto di determinare la composizione della propria popolazione di immigrati.
Per quanto riguarda la “Proposition 8”, è davvero così difficile capire come la gente possa pensare che la scelta di un singolo giudice che ha ribaltato la volontà di 7 milioni di votanti sia un affronto alla democrazia? E che conservare la struttura della più antica e fondamentale di tutte le istituzioni sociali sia un merito, qualcosa di molto diverso dal supposto odio nei confronti dei gay, in particolare da quando il requisito del genere sessuale opposto ha caratterizzato virtualmente ogni società della Storia fino ad appena qualche anno fa?
E ora la questione della moschea vicino a Ground Zero. L’intellighenzia è praticamente unanime sul fatto che l’unico fondamento alla sua opposizione è il bigottismo nei confronti dei musulmani. Una tale attribuzione compiaciuta di bigottismo rivolta ai due terzi della popolazione poggia sull’insistenza di una completa mancanza di connessione tra l’Islam e l’Islam radicale, un’affermazione che coincide perfettamente con la pretesa dell’Amministrazione Obama che siamo in guerra contro nient’altro che dei “violenti estremisti” dalle motivazioni impenetrabili e dalla fede indistinguibile. Coloro che rifiutano tale presupposto perché lo considerano sia ridicolo che politicamente corretto (una ridondanza ampiamente riconosciuta ) vengono definiti islamofobi, lo slogan del momento.
Il fatto che spesso si ricorra di riflesso all’esca più spicciola, quella della razza (con tutta una vivace varietà di forme), dimostra la corruzione del pensiero liberal e il collasso della fiducia che aveva in se stesso quando si scopre ripudiato talmente tanto. Infatti, come si può ragionare con una nazione di gentaglia che maneggia i forconi pieni di “antipatia nei confronti della gente che non è come loro” – ossia ispanici, gay e musulmani; un Paese che, come una volta ha sinteticamente spiegato Michelle Obama , “è completamente meschino”?
Il prossimo novembre i Democrats verranno duramente sconfitti. Non solo perché l’economia è in brutte condizioni. E non solo perché Obama ha reinterpretato eccessivamente il suo mandato governando troppo a sinistra. I Democrats saranno sconfitti perché la colpa di questa punizione ricade sulle elite arroganti il cui disprezzo evidente nei confronti di una massa di plebei li porta a guardare con prevenzione e a non concedere alcuna serietà alle idee di coloro che osano opporsi.
Tratto da The Washington Post©
lunedì 30 agosto 2010
giovedì 26 agosto 2010
Vuoto a perdere. Davide Giacalone
Se non avessimo perso avremmo vinto. Quel che colpisce non è tanto l’inavvicinabile profondità del pensiero veltroniano, quanto l’ottusa convinzione che siano il mondo e gli elettori ad essersi sbagliati, non la sinistra che lui guidava. Si resta a bocca aperta non tanto per l’acutezza di chi è in grado di capire che se la squadra del cuore avesse segnato più gol dell’avversario avrebbe anche potuto vincere la partita, ragionamento parente dell’ipotesi che la nonna possa aver le ruote, quanto per la cieca presunzione di chi non ha compreso il più elementare dei dati: la storia comunista è finita, morta, sepolta, non resuscitabile, neanche in salsa dalemiana o veltroniana. Hanno campato di rendita, questi ragazzi invecchiati senza divenir saggi, ma hanno fatto morire la sinistra.
Per comprendere la dimensione del roboante vuoto, morale e mentale, che affligge questi figli di madre ripudiata è sufficiente leggere per intero il paginone che il Corriere della Sera concede a Walter Veltroni, scorrendo la sua lunga e inconcludente “lettera agli italiani”, compiendo il solo sforzo di non cedere alla tentazione di appallottolare il tutto e lanciarlo lontano, ben prima della fine. A cominciare dal presunto titolo che, secondo l’autore, gli concede il diritto di rivolgersi all’intera collettività nazionale: “quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio”. C’è di vero che gli italiani ci misero una croce sopra, ma il resto è falso, perché al “non fui mai comunista, ma berlingueriano” continua a sfuggire un dettaglio: nessuno, nel sistema italiano, si candida alla presidenza del Consiglio, e nessuno può essere votato per quell’incarico. Siete cascati, come allocchi, nel trucco berlusconiano, vi siete berlusconizzati al punto da non distinguere più la realtà dalla finzione, sicché, seguendo il presunto ragionamento di Veltroni, si giunge ad una sola conclusione: la maggioranza degli elettori elesse Silvio Berlusconi alla guida del governo, quindi, oggi, tutte le fanfaluche quirinalizie sono solo una perdita di tempo, perché l’investitura popolare può essere ritirata solo tornando al popolo. Parola del più sfegatato berlusconiano, vale a dire il suo preteso oppositore.Egli continua a pensare che l’impostazione della campagna elettorale, due anni fa, fu lungimirante e corretta, salvo il fatto che gli italiani, compresi gli elettori di sinistra, non ne compresero il valore, e persevera nell’errore perché continua a non capire che non esisterà mai un “partito a vocazione maggioritaria” in un sistema senza vocazione maggioritaria o presidenziale. Non lo è neanche quello di Berlusconi, come le vicende di quest’estate si sono incaricate di dimostrare, e come noi sostenemmo per tempo. E per mantenersi fermo nell’errore politico e d’analisi ha bisogno d’imbrogliare gli altri e se stesso, come quando afferma di restare convinto che: “le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica”. E’ in questo modo che definirebbe l’alleanza, da lui stretta, con i reazionari giustizialisti dell’Italia dei Valori? Quell’alleato, tutto al contrario, rispondeva allo schema inventato da Berlusconi e che ancora oggi Veltroni dice di non volere praticare: imbarchiamo tutti quelli utili a sconfiggere gli avversari. La sinistra ha rinunciato al programma e venduto la politica, pur di battere Berlusconi sul terreno berlusconiano. E’ stata battuta, invece, come meritava, merita e meriterà.
Del resto, che razza di sinistra è quella di Veltroni, che dovendo citare dei padri e dei buoni esempi mette in fila Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi e Prodi, tralasciando madre Teresa di Calcutta solo per non far vedere che ha copiato da Jovanotti? Forse a Veltroni è sfuggito, ma nessuno dei preclari esempi è mai stato iscritto al suo partito, i primi tre sono stati da lui e dai suoi compagni duramente avversati, mentre ha dimenticato di citare l’unico presidente del Consiglio compagno: Massimo D’Alema. E se si fanno così schifo fra di loro, figuratevi agli altri. Non pago d’aver messo il piede su tutte le possibili saponette, Veltroni vede da lontano l’ultima trappola, e ci si ficca con lussuria: il rischio, dice, è che in Italia prenda piede la “democrazia autoritaria”, come in Russia e come in Cina. E chi glielo dice, adesso, che i guai della Russia derivano dal regime comunista, a favore del quale lui marciò e che gli pagò anche lo stipendio, chi glielo fa sapere che in Cina, invece, la democrazia non è neanche apparente?
La cosa imbarazzante è che tanto frullato misto, tante idee confuse, tanto tentato sincretismo politico nascono da una sola fonte: la voglia di non riconoscere di avere sbagliato per una vita, d’essere stati dalla parte del torto (sebbene non di tutti i torti), dall’avere abusivamente occupato, grazie ad aiuti e soldi sporchi di sangue, lo spazio che, in una democrazia sana, è della sinistra democratica e antiautoritaria, quindi anticomunista.
Sono profondamente convinto che l’Italia abbia bisogno di quella sinistra. Credo che manifesterà la propria esistenza il giorno in cui la pianterà d’essere ipnotizzata dal berlusconismo e porrà come imprescindibile il tema delle riforme istituzionali e costituzionali. Per questo segnalo l’estiva veltronata, ove ciascuno può trovare traccia di tutte le ragioni, di tutte le deficienze, che condannano la sinistra ad essere ininfluente anche quando la destra entra in crisi, e meritevole di sconfitta fin quando non si sarà liberata da questi falsi profeti, da questi residuati fossili del suo inguardabile e ingiustificabile passato.
Per comprendere la dimensione del roboante vuoto, morale e mentale, che affligge questi figli di madre ripudiata è sufficiente leggere per intero il paginone che il Corriere della Sera concede a Walter Veltroni, scorrendo la sua lunga e inconcludente “lettera agli italiani”, compiendo il solo sforzo di non cedere alla tentazione di appallottolare il tutto e lanciarlo lontano, ben prima della fine. A cominciare dal presunto titolo che, secondo l’autore, gli concede il diritto di rivolgersi all’intera collettività nazionale: “quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio”. C’è di vero che gli italiani ci misero una croce sopra, ma il resto è falso, perché al “non fui mai comunista, ma berlingueriano” continua a sfuggire un dettaglio: nessuno, nel sistema italiano, si candida alla presidenza del Consiglio, e nessuno può essere votato per quell’incarico. Siete cascati, come allocchi, nel trucco berlusconiano, vi siete berlusconizzati al punto da non distinguere più la realtà dalla finzione, sicché, seguendo il presunto ragionamento di Veltroni, si giunge ad una sola conclusione: la maggioranza degli elettori elesse Silvio Berlusconi alla guida del governo, quindi, oggi, tutte le fanfaluche quirinalizie sono solo una perdita di tempo, perché l’investitura popolare può essere ritirata solo tornando al popolo. Parola del più sfegatato berlusconiano, vale a dire il suo preteso oppositore.Egli continua a pensare che l’impostazione della campagna elettorale, due anni fa, fu lungimirante e corretta, salvo il fatto che gli italiani, compresi gli elettori di sinistra, non ne compresero il valore, e persevera nell’errore perché continua a non capire che non esisterà mai un “partito a vocazione maggioritaria” in un sistema senza vocazione maggioritaria o presidenziale. Non lo è neanche quello di Berlusconi, come le vicende di quest’estate si sono incaricate di dimostrare, e come noi sostenemmo per tempo. E per mantenersi fermo nell’errore politico e d’analisi ha bisogno d’imbrogliare gli altri e se stesso, come quando afferma di restare convinto che: “le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica”. E’ in questo modo che definirebbe l’alleanza, da lui stretta, con i reazionari giustizialisti dell’Italia dei Valori? Quell’alleato, tutto al contrario, rispondeva allo schema inventato da Berlusconi e che ancora oggi Veltroni dice di non volere praticare: imbarchiamo tutti quelli utili a sconfiggere gli avversari. La sinistra ha rinunciato al programma e venduto la politica, pur di battere Berlusconi sul terreno berlusconiano. E’ stata battuta, invece, come meritava, merita e meriterà.
Del resto, che razza di sinistra è quella di Veltroni, che dovendo citare dei padri e dei buoni esempi mette in fila Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi e Prodi, tralasciando madre Teresa di Calcutta solo per non far vedere che ha copiato da Jovanotti? Forse a Veltroni è sfuggito, ma nessuno dei preclari esempi è mai stato iscritto al suo partito, i primi tre sono stati da lui e dai suoi compagni duramente avversati, mentre ha dimenticato di citare l’unico presidente del Consiglio compagno: Massimo D’Alema. E se si fanno così schifo fra di loro, figuratevi agli altri. Non pago d’aver messo il piede su tutte le possibili saponette, Veltroni vede da lontano l’ultima trappola, e ci si ficca con lussuria: il rischio, dice, è che in Italia prenda piede la “democrazia autoritaria”, come in Russia e come in Cina. E chi glielo dice, adesso, che i guai della Russia derivano dal regime comunista, a favore del quale lui marciò e che gli pagò anche lo stipendio, chi glielo fa sapere che in Cina, invece, la democrazia non è neanche apparente?
La cosa imbarazzante è che tanto frullato misto, tante idee confuse, tanto tentato sincretismo politico nascono da una sola fonte: la voglia di non riconoscere di avere sbagliato per una vita, d’essere stati dalla parte del torto (sebbene non di tutti i torti), dall’avere abusivamente occupato, grazie ad aiuti e soldi sporchi di sangue, lo spazio che, in una democrazia sana, è della sinistra democratica e antiautoritaria, quindi anticomunista.
Sono profondamente convinto che l’Italia abbia bisogno di quella sinistra. Credo che manifesterà la propria esistenza il giorno in cui la pianterà d’essere ipnotizzata dal berlusconismo e porrà come imprescindibile il tema delle riforme istituzionali e costituzionali. Per questo segnalo l’estiva veltronata, ove ciascuno può trovare traccia di tutte le ragioni, di tutte le deficienze, che condannano la sinistra ad essere ininfluente anche quando la destra entra in crisi, e meritevole di sconfitta fin quando non si sarà liberata da questi falsi profeti, da questi residuati fossili del suo inguardabile e ingiustificabile passato.
sabato 14 agosto 2010
*Lettera aperta di Bersani ai "piddini" (nella versione di Pasquino). Gianfranco Pasquino
Carissimi,
mi rivolgo a voi mentre va in onda la crisi terminale del berlusconismo. È vero, cari iscritti, che vi teniamo in poca considerazione poiché molti di voi si fanno passivamente manipolare, non da oggi, dai vostri segretari e noi preferiamo i bagni di folla delle primarie, ma questa volta, vista la gravità della situazione, ho deciso di informarvi sulle nostre prossime fantasiose mosse. Grazie ad una possente spallata dei gruppi parlamentari del Partito democratico, oppure, non ricordo bene, la spallata l’ha data Fini?, tutto il quadro politico è entrato in movimento. Ma, niente paura, noi abbiamo le formule magiche con il quale stabilizzarlo. Abbiamo pensato, anche grazie al come sempre originale apporto di Paolo Flores d’Arcais, ad un governo che chiameremo “tutti contro Berlusconi”. Abbiamo anche pensato ad un governo di salute pubblica, ovvero un governo di larghe intese, vale a dire un governo istituzionale, cioè un governo di transizione. Grande è il sostegno, anzi, l’entusiasmo popolare per tutti questi governi ai quali noi, in crisi di astinenza ministeriale, non potremo negare il nostro convinto sostegno. Tuttavia, sia chiaro che come vostro segretario mi sento personalmente a disposizione anche per un bicolore Berlusconi-Bersani se fosse utile per bloccare un eventuale governo giustizialista Bocchino-Di Pietro.
Stiamo esplorando altre possibilità anche grazie alla intelligenza politica del compagno D’Alema, ma non ho ancora capito se vuole che Tremonti sostituisca Berlusconi oppure se preferisce Casini, al quale risulta che avrebbe già offerto la carica di premier. Nel frattempo, si arricchisce il menu di leader che si candidano a guidarci verso le prossime “magnifiche sorti e progressive”. Chiedo subito scusa per il “progressive” agli ex Margherita, ex Dc, e chiarisco che l’aggettivo non intende in alcun modo richiamarsi al riformismo, del quale abbiamo perso traccia da tempo, né tantomeno alla socialdemocrazia, sulle cui tracce non siamo mai stati poiché non conducono da nessuna parte tranne che, spesso, al governo. Ci stiamo anche preparando a dare il benvenuto a Nichi Vendola, notoriamente il politico preferito da D’Alema e da lui due volte fatto vincere in Puglia, e a Sergio Chiamparino che ci guiderà a un’alleanza con Fini (anche se non riusciamo a capire se Fini vorrà fare un’alleanza con noi). Sia Vendola sia Chiamparino sono “risorse”. Chiedo a tutti voi di prepararvi per un’intensa campagna d’autunno e di imparare dai compagni di Bologna dove stanno genialmente cercando addirittura di stringere un accordo con l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca che guidò un’amministrazione di centro-destra che noi incessantemente criticammo e, come è nel nostro stile, “demonizzammo”. Vedete quanto possiamo essere generosi (eufemismo per “confusi confusionari”).
Sono, purtroppo, costretto cari amici e compagni, a concludere ricordando a noi, prima che agli altri, molti dei quali lo sanno benissimo, che le nostre brillanti formule di fuoriuscita dal berlusconismo incontrano due ostacoli. Il primo ostacolo è che Berlusconi, da un lato, gode ancora della maggioranza parlamentare e, comunque, la sua opposizione renderebbe difficilissima, se non impossibile, la nascita di una nuova, peraltro, molto eterogenea (sento parlare addirittura di “ammucchiata”) e, dunque, instabilissima, alternativa. Dall’altro lato, continua a esserci alla presidenza della Repubblica un ex comunista, preparato, vigile e molto bene informato, che intende fare rispettare le regole e che quasi sicuramente impedirebbe i pateracchi di cui stiamo parlando, più di tutto sarebbe contrario a un ribaltone rispetto al quale, sono certo Veltroni e i pasdaran veltroniani vorranno contrapporre le conseguenze logiche, politiche e istituzionali del loro “partito a vocazione maggioritaria”. Se cade una maggioranza che ha ricevuto, non soltanto un qualche mandato popolare, ma persino un premio di maggioranza, sarebbe opportuno, magari subito dopo i necessari ritocchi elettorali, non quelli pasticciatamente proposti dal team veltroniano nel 2008, tornare alle urne.
So che, a causa della crisi, più della metà di voi sono stati costretti a passare le vacanze in città: New York, Barcellona, Parigi, Londra. Quindi riceverete questa mia con qualche ritardo. Non vi preoccupate. La nostra prima e urgente iniziativa di massa è prevista per l´8/9 ottobre.Con l’augurio che il sole d’agosto illumini le nostre fertili menti
Il Vostro Segretario Bersani. (il Velino)
mi rivolgo a voi mentre va in onda la crisi terminale del berlusconismo. È vero, cari iscritti, che vi teniamo in poca considerazione poiché molti di voi si fanno passivamente manipolare, non da oggi, dai vostri segretari e noi preferiamo i bagni di folla delle primarie, ma questa volta, vista la gravità della situazione, ho deciso di informarvi sulle nostre prossime fantasiose mosse. Grazie ad una possente spallata dei gruppi parlamentari del Partito democratico, oppure, non ricordo bene, la spallata l’ha data Fini?, tutto il quadro politico è entrato in movimento. Ma, niente paura, noi abbiamo le formule magiche con il quale stabilizzarlo. Abbiamo pensato, anche grazie al come sempre originale apporto di Paolo Flores d’Arcais, ad un governo che chiameremo “tutti contro Berlusconi”. Abbiamo anche pensato ad un governo di salute pubblica, ovvero un governo di larghe intese, vale a dire un governo istituzionale, cioè un governo di transizione. Grande è il sostegno, anzi, l’entusiasmo popolare per tutti questi governi ai quali noi, in crisi di astinenza ministeriale, non potremo negare il nostro convinto sostegno. Tuttavia, sia chiaro che come vostro segretario mi sento personalmente a disposizione anche per un bicolore Berlusconi-Bersani se fosse utile per bloccare un eventuale governo giustizialista Bocchino-Di Pietro.
Stiamo esplorando altre possibilità anche grazie alla intelligenza politica del compagno D’Alema, ma non ho ancora capito se vuole che Tremonti sostituisca Berlusconi oppure se preferisce Casini, al quale risulta che avrebbe già offerto la carica di premier. Nel frattempo, si arricchisce il menu di leader che si candidano a guidarci verso le prossime “magnifiche sorti e progressive”. Chiedo subito scusa per il “progressive” agli ex Margherita, ex Dc, e chiarisco che l’aggettivo non intende in alcun modo richiamarsi al riformismo, del quale abbiamo perso traccia da tempo, né tantomeno alla socialdemocrazia, sulle cui tracce non siamo mai stati poiché non conducono da nessuna parte tranne che, spesso, al governo. Ci stiamo anche preparando a dare il benvenuto a Nichi Vendola, notoriamente il politico preferito da D’Alema e da lui due volte fatto vincere in Puglia, e a Sergio Chiamparino che ci guiderà a un’alleanza con Fini (anche se non riusciamo a capire se Fini vorrà fare un’alleanza con noi). Sia Vendola sia Chiamparino sono “risorse”. Chiedo a tutti voi di prepararvi per un’intensa campagna d’autunno e di imparare dai compagni di Bologna dove stanno genialmente cercando addirittura di stringere un accordo con l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca che guidò un’amministrazione di centro-destra che noi incessantemente criticammo e, come è nel nostro stile, “demonizzammo”. Vedete quanto possiamo essere generosi (eufemismo per “confusi confusionari”).
Sono, purtroppo, costretto cari amici e compagni, a concludere ricordando a noi, prima che agli altri, molti dei quali lo sanno benissimo, che le nostre brillanti formule di fuoriuscita dal berlusconismo incontrano due ostacoli. Il primo ostacolo è che Berlusconi, da un lato, gode ancora della maggioranza parlamentare e, comunque, la sua opposizione renderebbe difficilissima, se non impossibile, la nascita di una nuova, peraltro, molto eterogenea (sento parlare addirittura di “ammucchiata”) e, dunque, instabilissima, alternativa. Dall’altro lato, continua a esserci alla presidenza della Repubblica un ex comunista, preparato, vigile e molto bene informato, che intende fare rispettare le regole e che quasi sicuramente impedirebbe i pateracchi di cui stiamo parlando, più di tutto sarebbe contrario a un ribaltone rispetto al quale, sono certo Veltroni e i pasdaran veltroniani vorranno contrapporre le conseguenze logiche, politiche e istituzionali del loro “partito a vocazione maggioritaria”. Se cade una maggioranza che ha ricevuto, non soltanto un qualche mandato popolare, ma persino un premio di maggioranza, sarebbe opportuno, magari subito dopo i necessari ritocchi elettorali, non quelli pasticciatamente proposti dal team veltroniano nel 2008, tornare alle urne.
So che, a causa della crisi, più della metà di voi sono stati costretti a passare le vacanze in città: New York, Barcellona, Parigi, Londra. Quindi riceverete questa mia con qualche ritardo. Non vi preoccupate. La nostra prima e urgente iniziativa di massa è prevista per l´8/9 ottobre.Con l’augurio che il sole d’agosto illumini le nostre fertili menti
Il Vostro Segretario Bersani. (il Velino)
venerdì 13 agosto 2010
Il crepuscolo della modernità. Massimo Fini
Indro Montanelli mi raccontò che Leo Longanesi una volta gli aveva detto: "Tu e Ansaldo mi fregherete sempre. Perchè io capisco le cose cinque anni prima che accadono, voi cinque giorni prima". Vasco Rossi, fatte tutte le debite proporzioni, è più vicino al tipo Montanelli -Ansaldo che a Longanesi. È un istintivo, ha fiuto, sente cosa c'è nell'aria e sta per arrivare e lo capta un po' prima degli altri. Per questo trovo molto interessante il suo ultimo disco, appena uscito, "Il mondo che vorrei". Ricordate l'autore che cantava "vado al massimo"? Bene, adesso lo stesso uomo, certo un po' invecchiato, dice: "Non si può fare sempre quello che si vuole/non si può spingere solo l'acceleratore/guarda un po': ci si deve accontentare". E se ci è arrivato lui fra poco ci arriveranno anche gli altri a capire che noi non abbiamo bisogno di più velocità, di più Tav, di più Expo, di più Pil, di più produttività, di più consumo, di più crescita, di maggiore modernizzazione ma, al contrario, di rallentare, di frenare, di fare qualche passo indietro. Abbiamo bisogno di ritornare a una vita più semplice e più umana. "Ci si deve accontentare di ciò che si ha" canta Vasco. È stato Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici dell'industrial-capitalismo a sintetizzarne l'essenza e a individuarne la molla con l'affermare, capovolgendo venti secoli di pensiero occidentale ed orientale, che "non è bene accontentarsi di ciò che si ha". E così fondando la necessità dell'infelicità umana. Poiché ciò che non si ha non ha limiti, l'uomo moderno non può mai raggiungere un momento di armonia, di equilibrio, di soddisfazione: conseguito un obiettivo deve immediatamente puntarne un altro, salito un gradino farne un altro e poi un altro ancora e così all'infinito, a ciò costretto dall'ineludibile meccanismo che lo sovrasta. Ineludibile perchè si regge su questa ossessiva corsa in avanti alle cui esigenze piega, lo vogliano o no, anche i singoli individui. Siamo come i cani levrieri (fra le bestie, sia detto di passata, più stupide del Creato) che al cinodromo inseguono la lepre meccanica coperta di stoffa che, per definizione, non possono raggiungere. Perché serve solo per farli correre. E il futuro orgiastico, che le leads mondiali agitano continuamente davanti ai nostri occhi come una sempre nuova Terra Promessa, arretra costantemente davanti ai nostri occhi come l'orizzonte davanti a chi si incammini avendo la pretesa di raggiungerlo.
Questa è la condizione dell'uomo contemporaneo. Ed è da questa frustazione che nasce il mal di vivere, il disagio esistenziale acutissimo che si diffonde sempre più fra gli abitanti anche, anzi soprattutto, dei Paesi benestanti o ricchi o ricchissimi , provocando ansia, angosce, nevrosi, depressioni, dipendenza da sostanze chimiche e picchi di suicidi sconosciuti al mondo pre Rivoluzione industriale (decuplicati, in Europa, dal 1650 ad oggi).
Ma il paradosso finale di questo modello di sviluppo che ha puntato tutto sull'economia, subordinando ad essa ogni altra esigenza dell'essere umano, è che ha completamente fallito anche in quest'ambito. Da quando la Rivoluzione industriale si è messa in marcia la povertà nel mondo non ha fatto che aumentare, interi continenti ne sono stati distrutti, come l'Africa nera (che nessun "aiuto", peloso o meno, potrà salvare, ma, al contrario, contribuirà ad inguaiare ulteriormente strangolandola col cappio inesorabile della globalizzazione), e adesso la fame, la dura fame, comincia a lambire anche noi se è vero che si vedono già in giro persone, per ora vecchi, costrette a rubare nei supermercati perché nel mondo del Denaro chi non ne ha è perduto, né può trovare sostegno in un tessuto sociale che è stato distrutto.
Ma io credo che la crisi economica ci sarà d'aiuto. Perchè ci costringerà a pensare al di là dell'economico. A riflettere se aver abbattuto l'antico principio "è bene accontentarsi di ciò che si ha" non si sia risolto in una follia autodistruttiva. E chissà se Vasco Rossi, con le parole semplici delle canzoni, non finirà per essere più convincente dei tanti intellettuali che, derisi e vilipesi, da decenni denunciano e annunciano il crepuscolo della Modernità. (Arianna Editrice)
Questa è la condizione dell'uomo contemporaneo. Ed è da questa frustazione che nasce il mal di vivere, il disagio esistenziale acutissimo che si diffonde sempre più fra gli abitanti anche, anzi soprattutto, dei Paesi benestanti o ricchi o ricchissimi , provocando ansia, angosce, nevrosi, depressioni, dipendenza da sostanze chimiche e picchi di suicidi sconosciuti al mondo pre Rivoluzione industriale (decuplicati, in Europa, dal 1650 ad oggi).
Ma il paradosso finale di questo modello di sviluppo che ha puntato tutto sull'economia, subordinando ad essa ogni altra esigenza dell'essere umano, è che ha completamente fallito anche in quest'ambito. Da quando la Rivoluzione industriale si è messa in marcia la povertà nel mondo non ha fatto che aumentare, interi continenti ne sono stati distrutti, come l'Africa nera (che nessun "aiuto", peloso o meno, potrà salvare, ma, al contrario, contribuirà ad inguaiare ulteriormente strangolandola col cappio inesorabile della globalizzazione), e adesso la fame, la dura fame, comincia a lambire anche noi se è vero che si vedono già in giro persone, per ora vecchi, costrette a rubare nei supermercati perché nel mondo del Denaro chi non ne ha è perduto, né può trovare sostegno in un tessuto sociale che è stato distrutto.
Ma io credo che la crisi economica ci sarà d'aiuto. Perchè ci costringerà a pensare al di là dell'economico. A riflettere se aver abbattuto l'antico principio "è bene accontentarsi di ciò che si ha" non si sia risolto in una follia autodistruttiva. E chissà se Vasco Rossi, con le parole semplici delle canzoni, non finirà per essere più convincente dei tanti intellettuali che, derisi e vilipesi, da decenni denunciano e annunciano il crepuscolo della Modernità. (Arianna Editrice)
venerdì 6 agosto 2010
Viene. Jena
Bersani, D'Alema, Veltroni, Vendola, Ferrero, Di Pietro, Casini, Rutelli, Fini...vieni anche tu all'opposizione e porta un amico. (la Stampa)
giovedì 5 agosto 2010
Non è difficile capire il nesso tra il terrorismo e il mozzare naso e orecchie alle donne. Carlo Panella
Qualche giorno fa Il Time ha pubblicato una copertina choc: una bellissima ragazza afgana con un terribile buco al posto del naso e delle orecchie. Glieli avevano mozzati i Talebani, per punirla della sua presunta “immoralità”. Un modo provocatorio, ma giusto, per ricordare e ricordarci le ragioni della presenza militare in Afghanistan. Non certo per “portarvi la democrazia” e men che meno “la civiltà”, ma semplicemente per sconfiggere, debellare una forza politica –l’alleanza tra Talebani ed al Qaida- che è terrorista e compie attentati –Twin Towers incluse- esattamente per le stesse motivazioni, per la stessa incultura barbara per cui mozza il naso alle donne. Ieri, Faizullah Kakar, consigliere di Hamid Karzai ha reso nota una notizia che moltiplica l’orrore di quel naso mozzato: “Ogni anno 2.300 donne si suicidano in Afghanistan per ragioni legate alla violenza quotidiana e familiare, come risorsa estrema di fronte a violenze subite”. La percentuale più consistente riguarda coloro che si tolgono la vita appiccandosi fuoco. Nel complesso almeno il 28% delle donne afghane sono affette da depressione ed i casi di suicidio sono quasi tutti in questo ambito. Fra le ragioni che spingono le donne afghane ad uccidersi, soprattutto nell'ovest e nel nord del paese, vi sono insicurezza, stupri, comportamento violento dei mariti, e matrimoni forzati.
Questi dati, impressionanti, vanno tenuti presenti perché sono indispensabili per capire le difficoltà che incontra la guerra al terrorismo in Afghanistan e perché è indispensabile condurla.
I Talebani infatti, riscuotono un certo consenso popolare tra l’etnia Pasthun –la più numerosa del paese- innanzitutto perché difendono intransigentemente il pashtunwhali, il “codice familiare d’onore” di quelle tribù, un codice feroce con le donne. Ma chi ha quella visione della vita, chi considera la donna poco più di un armento da possedere e marchiare, quando entra in contatto con una ideologia che sviluppa quella violenza interna alla famiglia e la proietta nella società e poi nel mondo, la fa propria. Questo è successo ai Talebani quando hanno incontrato gli ideologi arabi del Jihad portati tra di loro da Osama bin Laden e da al Qaida. Dunque, il nemico che l’Occidente combatte in Afghanistan è proprio l’innesto diabolico tra quella concezione violenta del possesso della donna e la prospettiva di una società mondiale retta allo stesso modo grazie alle vittorie del Jihad terrorista. Un nemico nuovo, perché la sua ideologia unisce codici d’onore tribali, un Islam dogmatico e fondamentalista e quindi la pratica del terrorismo Jihadista. Un nemico pericoloso perché questa miscela ideologica fa proseliti, perché tutti gli attentatori mancati di questo anno (sull’aereo Chicago-Amsterdam, a Times Square, alla Caserma Santa Barbara di Milano), sono stati opera di musulmani vissuti in Occidente -spesso tra gli agi- andati volontariamente a indottrinarsi nelle valli controllate dai Talebani mozza-nasi, per poi tentare di seminare morte in Occidente. E così è stato per tutti i nuclei terroristi che hanno portato a segno gli attentati precedenti, quelli di Madrid e di Londra inclusi. Se questo è l’impasto da cui nasce il terrorismo islamico –e lo è- è più agevole comprendere come sia difficile sconfiggerlo. Ma resta il fatto che è indispensabile farlo, non solo per aiutare le donne afghane a liberarsi, ma anche per fermare la mano di una massa di fanatici che mozza i nasi alle donne per le stesse ragioni per cui organizza attentati nelle nostre città. (Libero)
Questi dati, impressionanti, vanno tenuti presenti perché sono indispensabili per capire le difficoltà che incontra la guerra al terrorismo in Afghanistan e perché è indispensabile condurla.
I Talebani infatti, riscuotono un certo consenso popolare tra l’etnia Pasthun –la più numerosa del paese- innanzitutto perché difendono intransigentemente il pashtunwhali, il “codice familiare d’onore” di quelle tribù, un codice feroce con le donne. Ma chi ha quella visione della vita, chi considera la donna poco più di un armento da possedere e marchiare, quando entra in contatto con una ideologia che sviluppa quella violenza interna alla famiglia e la proietta nella società e poi nel mondo, la fa propria. Questo è successo ai Talebani quando hanno incontrato gli ideologi arabi del Jihad portati tra di loro da Osama bin Laden e da al Qaida. Dunque, il nemico che l’Occidente combatte in Afghanistan è proprio l’innesto diabolico tra quella concezione violenta del possesso della donna e la prospettiva di una società mondiale retta allo stesso modo grazie alle vittorie del Jihad terrorista. Un nemico nuovo, perché la sua ideologia unisce codici d’onore tribali, un Islam dogmatico e fondamentalista e quindi la pratica del terrorismo Jihadista. Un nemico pericoloso perché questa miscela ideologica fa proseliti, perché tutti gli attentatori mancati di questo anno (sull’aereo Chicago-Amsterdam, a Times Square, alla Caserma Santa Barbara di Milano), sono stati opera di musulmani vissuti in Occidente -spesso tra gli agi- andati volontariamente a indottrinarsi nelle valli controllate dai Talebani mozza-nasi, per poi tentare di seminare morte in Occidente. E così è stato per tutti i nuclei terroristi che hanno portato a segno gli attentati precedenti, quelli di Madrid e di Londra inclusi. Se questo è l’impasto da cui nasce il terrorismo islamico –e lo è- è più agevole comprendere come sia difficile sconfiggerlo. Ma resta il fatto che è indispensabile farlo, non solo per aiutare le donne afghane a liberarsi, ma anche per fermare la mano di una massa di fanatici che mozza i nasi alle donne per le stesse ragioni per cui organizza attentati nelle nostre città. (Libero)
martedì 3 agosto 2010
Bologna e i conti ancora aperti. Michele Brambilla
Perché non c’era nessuno del governo ieri a Bologna, nel trentesimo anniversario della strage? La prima risposta è molto semplice: erano stufi di farsi fischiare, cosa che si ripeteva immancabilmente ogni anno. Ma a questo punto scatta una seconda domanda: perché i bolognesi li hanno sempre fischiati? E qui la risposta è un po’ più complessa.
Alcuni esponenti del Pdl hanno detto che quella del 2 agosto è ogni anno l’occasione, o meglio il pretesto, per contestare il governo, soprattutto se di centrodestra. Il ricordo della strage sarebbe quindi strumentalizzato. In parte è vero. Che cosa c’entrano le bandiere di Rifondazione Comunista con le vittime di quell’attentato? E perché l’anno scorso, tanto per fare un altro esempio, è stato silenziato dai fischi il ministro Bondi, del quale ovviamente tutto si può dire, ma certo non che sia un complice dei bombaroli?
Insomma le argomentazioni degli assenti non sono campate per aria. Ma non bastano, a nostro parere, per rispondere a quella seconda domanda: perché a Bologna chiunque si presenti come rappresentante del governo viene contestato? Credo si debba cercare la risposta andando molto indietro nel tempo: non solo al 2 agosto 1980, ma a tutti i cosiddetti anni di piombo. Cerchiamo di ricordare. In Italia ci si cominciò ad ammazzare alla fine degli Anni Sessanta. Era un periodo di tensione altissima. Altro che le piccole schermaglie di oggi. Il mondo era diviso in due blocchi: quello liberaldemocratico sotto l’ombrello americano; e quello comunista sotto il tallone sovietico. Ogni anno almeno un Paese del pianeta diventava comunista, e almeno un altro subiva un golpe militare di destra.
In Italia era il tempo delle lotte operaie e delle contestazioni studentesche. La sinistra avanzava. Qualcuno vedeva la rivoluzione vicina; così qualcun altro sentiva l’esigenza di «ordine», e magari un po’ di nostalgia di quando c’era lui. Fiorirono presto due terrorismi.
Uno fu quello delle Brigate Rosse e dei suoi più stretti parenti. Erano assassini con bersagli ben precisi: poliziotti, carabinieri, magistrati, politici. Fra le loro vittime preferite c’erano non tanto i fascisti o i «padroni» quanto i riformisti, gli «uomini del dialogo»: perché costoro, cercando di migliorare le condizioni di vita «delle masse» (un’espressione allora di gran voga) tagliavano l’erba sotto i piedi alla rivoluzione. Follia quanto si vuole, ma i brigatisti ragionavano così.
L’altro terrorismo fu quello «stragista». Bombe sui treni, nelle banche, nelle stazioni, con l’obiettivo non di eliminare «nemici» ben individuati, ma di massacrare uomini donne e bambini di cui i terroristi non conoscevano neppure i nomi. Lo scopo era quello di seminare il terrore e probabilmente di favorire una svolta autoritaria.
Per molti anni - diciamo almeno fino al 1978, sequestro Moro - in Italia regnò un certo conformismo che contagiò intellettuali e ahimè tanti giornalisti, e che produsse una grande falsificazione: quella di far credere che in realtà di terrorismo ce n’era uno solo, quello bombarolo fascista e reazionario; e che le Brigate Rosse e i loro compari altro non erano che sbirri, o appunto fascisti, incaricati di gettare discredito sulla sinistra. Fu soprattutto per reagire a questa gigantesca mistificazione che Indro Montanelli fondò il suo «Giornale». Aveva mille ragioni dalla sua parte.
Tuttavia, dopo più di trent’anni, un dato va obiettivamente riconosciuto. E cioè che, alla fine, dei terroristi rossi abbiamo saputo tutto: nomi, cognomi e origine politica, che è quella del comunismo rivoluzionario (chi ancora li dipinge come marionette della Cia, delira). Abbiamo anche visto costoro entrare in galera e restarci più o meno a lungo. Degli stragisti, invece, non abbiamo nomi e cognomi dietro le sbarre. Chi ha messo la bomba in piazza Fontana? Boh. E sul treno Italicus? E in piazza della Loggia? E alla stazione di Bologna chi furono i mandanti? Buio per tutte le stragi, con una sola piccola ma inquietante luce: in quasi tutti quei processi ci sono ufficiali dei servizi segreti dello Stato condannati per depistaggio.
Insomma: è legittimo il sospetto che sulle stragi lo Stato non abbia fatto il suo dovere. Non si scappa: o non ha saputo trovare i colpevoli, o non li ha voluti trovare o peggio ancora li ha coperti. I fischi ai ministri di oggi sono un errore, ma vengono da una rabbia antica che ha le sue ragioni. Se il presidente Napolitano ieri ha esortato a indagare sulle «complicità», se ha parlato di «lacune e ambiguità», è perché sa che c’è ancora un conto aperto fra lo Stato e il Paese. (la Stampa)
Alcuni esponenti del Pdl hanno detto che quella del 2 agosto è ogni anno l’occasione, o meglio il pretesto, per contestare il governo, soprattutto se di centrodestra. Il ricordo della strage sarebbe quindi strumentalizzato. In parte è vero. Che cosa c’entrano le bandiere di Rifondazione Comunista con le vittime di quell’attentato? E perché l’anno scorso, tanto per fare un altro esempio, è stato silenziato dai fischi il ministro Bondi, del quale ovviamente tutto si può dire, ma certo non che sia un complice dei bombaroli?
Insomma le argomentazioni degli assenti non sono campate per aria. Ma non bastano, a nostro parere, per rispondere a quella seconda domanda: perché a Bologna chiunque si presenti come rappresentante del governo viene contestato? Credo si debba cercare la risposta andando molto indietro nel tempo: non solo al 2 agosto 1980, ma a tutti i cosiddetti anni di piombo. Cerchiamo di ricordare. In Italia ci si cominciò ad ammazzare alla fine degli Anni Sessanta. Era un periodo di tensione altissima. Altro che le piccole schermaglie di oggi. Il mondo era diviso in due blocchi: quello liberaldemocratico sotto l’ombrello americano; e quello comunista sotto il tallone sovietico. Ogni anno almeno un Paese del pianeta diventava comunista, e almeno un altro subiva un golpe militare di destra.
In Italia era il tempo delle lotte operaie e delle contestazioni studentesche. La sinistra avanzava. Qualcuno vedeva la rivoluzione vicina; così qualcun altro sentiva l’esigenza di «ordine», e magari un po’ di nostalgia di quando c’era lui. Fiorirono presto due terrorismi.
Uno fu quello delle Brigate Rosse e dei suoi più stretti parenti. Erano assassini con bersagli ben precisi: poliziotti, carabinieri, magistrati, politici. Fra le loro vittime preferite c’erano non tanto i fascisti o i «padroni» quanto i riformisti, gli «uomini del dialogo»: perché costoro, cercando di migliorare le condizioni di vita «delle masse» (un’espressione allora di gran voga) tagliavano l’erba sotto i piedi alla rivoluzione. Follia quanto si vuole, ma i brigatisti ragionavano così.
L’altro terrorismo fu quello «stragista». Bombe sui treni, nelle banche, nelle stazioni, con l’obiettivo non di eliminare «nemici» ben individuati, ma di massacrare uomini donne e bambini di cui i terroristi non conoscevano neppure i nomi. Lo scopo era quello di seminare il terrore e probabilmente di favorire una svolta autoritaria.
Per molti anni - diciamo almeno fino al 1978, sequestro Moro - in Italia regnò un certo conformismo che contagiò intellettuali e ahimè tanti giornalisti, e che produsse una grande falsificazione: quella di far credere che in realtà di terrorismo ce n’era uno solo, quello bombarolo fascista e reazionario; e che le Brigate Rosse e i loro compari altro non erano che sbirri, o appunto fascisti, incaricati di gettare discredito sulla sinistra. Fu soprattutto per reagire a questa gigantesca mistificazione che Indro Montanelli fondò il suo «Giornale». Aveva mille ragioni dalla sua parte.
Tuttavia, dopo più di trent’anni, un dato va obiettivamente riconosciuto. E cioè che, alla fine, dei terroristi rossi abbiamo saputo tutto: nomi, cognomi e origine politica, che è quella del comunismo rivoluzionario (chi ancora li dipinge come marionette della Cia, delira). Abbiamo anche visto costoro entrare in galera e restarci più o meno a lungo. Degli stragisti, invece, non abbiamo nomi e cognomi dietro le sbarre. Chi ha messo la bomba in piazza Fontana? Boh. E sul treno Italicus? E in piazza della Loggia? E alla stazione di Bologna chi furono i mandanti? Buio per tutte le stragi, con una sola piccola ma inquietante luce: in quasi tutti quei processi ci sono ufficiali dei servizi segreti dello Stato condannati per depistaggio.
Insomma: è legittimo il sospetto che sulle stragi lo Stato non abbia fatto il suo dovere. Non si scappa: o non ha saputo trovare i colpevoli, o non li ha voluti trovare o peggio ancora li ha coperti. I fischi ai ministri di oggi sono un errore, ma vengono da una rabbia antica che ha le sue ragioni. Se il presidente Napolitano ieri ha esortato a indagare sulle «complicità», se ha parlato di «lacune e ambiguità», è perché sa che c’è ancora un conto aperto fra lo Stato e il Paese. (la Stampa)
lunedì 2 agosto 2010
La crisi economica come opportunità di crescita per la collettività. Antoine Fratini
Per quanto indietro possa risalire la mia memoria, non riesco a ricordare un solo periodo storico in cui gli attori politici non si siano lamentati, chi più, chi meno, dell’andamento dell’economia. Benché quest’ultima abbia attraversato periodi anche prosperosi, nessun governante si è mai dichiarato interamente soddisfatto della situazione economica né ha mai smesso di decantare le pseudo-virtù della crescita infinita.
Anche quando il PIL cresce i discorsi politici alternano tra esaltazione e ammonimento contro i rischi di stagnazione dei mercati e tendono ad incentivare ulteriormente la crescita. Ora, non è mia intenzione negare l’esistenza delle crisi economiche. La mia critica verte sull’ovvietà delle loro implicazioni catastrofiche sulla vita della collettività. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, per la qualità della vita i periodi di crisi economica ben gestiti (e sottolineo “ben gestiti”) possono addirittura rappresentare una opportunità per la collettività in quanto producono un calo della frenesia verso gli affari e gli acquisti. Il che significa, oltre che un aumento del tempo libero, un maggiore apprezzamento dei beni di cui già si dispone e un drastico calo delle spese futili.
Nei periodi di boom, invece, è tendenzialmente vero il contrario. Gli acquisti e gli investimenti tendono a salire, anche in proporzione ad una crescita semplicemente “ipotizzata” ma che qualunque problema imprevisto di una certa gravità può facilmente smentire. Prima i consumi e poi i prezzi tendono a lievitare e gli investitori, a tutti i livelli, paiono mossi da una fiducia che presto o tardi si rivela quasi sempre fuori luogo o quanto meno esagerata. La situazione che si viene quindi a creare è portatrice di numerosi e gravi problemi sui quali non possiamo soffermarci in questa sede, ma che ben conosciamo. Ditte che non rientrano nei loro investimenti e chiudono i battenti, piccoli azionisti che perdono i loro risparmi… Vorrei soltanto sottolineare che nei periodi di crisi ben gestiti lo stile di vita individuale tende semplicemente a farsi più sobrio ed equilibrato. I beni di cui già si dispone vengono maggiormente apprezzati e in generale gli interessi si spostano dalla ricerca coatta del profitto verso valori più vicini alla vera natura dell’uomo.
Così come in psicopatologia le crisi interiori rappresentano eventi certamente sofferti, ma che contengono già in sé i germi di un cambiamento importante e positivo da attuare, allo stesso modo le crisi economiche che puntualmente si ripresentano dopo un periodo di forte crescita vanno nel senso di un cambiamento positivo della società. La loro vera funzione, purtroppo ignorata dai media, è inerente al riequilibrio del sistema. E la realizzazione di questa dinamica passa anzitutto da una presa di coscienza collettiva degli errori e delle esagerazioni riguardanti le aspettative e lo stile di vita dei cittadini e delle scelte politiche scellerate di chi governa.
Tale modello di crisi mediato dalla psicoanalisi è perfettamente applicabile all’economia, la quale, da quanto si dimostra vorace ed irragionevole, costituisce la fonte della maggior parte dei nostri problemi. Il nostro sistema economico ha ormai dimostrato la propria incapacità a risolvere problemi d’importanza prioritaria come per esempio quelli legati all’inquinamento e al terrorismo. Oggi, l’economia non serve più nessuno, proprio perché tutti ne siamo asserviti. L’errore forse più fondamentale è che da quando si basa sul profitto indiscriminato, l’economia si è trasformata da semplice strumento per la gestione degli scambi in un fine che impone le sue leggi di Mercato su ogni altro sistema di valori. E da sempre, il massimo sistema di valori creato dall’uomo è rappresentato dalla religione. Così, il nostro sistema economico non ha più nulla di razionale, ma poggia su aspettative, speranze, credenze, emozioni che sono proprie della dimensione religiosa. Per questo, come ho tentato di dimostrare nel mio ultimo libro[2], quel che oggi chiamiamo “economia” è diventato una vera e propria religione inconsapevole che determina non soltanto lo stile di vita dei cittadini, ma anche la loro stessa psicologia trasformandoli di volta in volta in vittime sacrificali, gran sacerdoti, crociati, santi, fedeli d’amore oppure eretici da scartare.
Pertanto, quel che per questo nostro sistema è crisi, per la collettività rappresenta potenzialmente una fortuna. Quella collettività in realtà non ha nulla da temere dalla crisi in sé. L’unico problema, purtroppo di peso, cui stare particolarmente attenti è la propaganda dei politici e dei potenti gran sacerdoti che da sempre, per rilanciare il sistema, hanno fomentato guerre sante. In questo senso, si può dire che le guerre economiche sono fondamentalmente di natura religiosa.
Affermare attraverso i media che l’economia è in crisi e che la crisi significa per forza guerra e tragedia è una sorta di mantra recitato per favorire la ripresa attraverso una spinta lavorativa e produttiva più vigorosa da parte di tutti. Quel che non si dice però, in quanto per i credenti significherebbe infrangere un tabù, è che le crisi sono sempre il frutto proprio di quell’atteggiamento fanatico verso la crescita economica a causa del quale ogni calo del PIL viene percepito in modo apocalittico. Ogni flessione anche minima del PIL è in grado di suscitare i peggiori fantasmi nella mente dei fedeli. Eppure, il PIL cresce, per esempio, anche in virtù degli incidenti stradali!
Il parallelo tra crisi psicologica e crisi economica appare significativo. In luogo di essere ad ogni costo “curate”, le crisi economiche dovrebbero essere piuttosto “analizzate”. Oggi più che mai vi è bisogno di una grande presa di coscienza collettiva delle aberrazioni del sistema, degli aspetti religiosi inconsapevolmente proiettati sull’economia. Solo così, solo se l’economia torna ad essere vera scienza anziché ricettacolo inconsapevole della religiosità dell’uomo, ci si può aspettare una evoluzione realmente positiva della società. (Decrescita)
Anche quando il PIL cresce i discorsi politici alternano tra esaltazione e ammonimento contro i rischi di stagnazione dei mercati e tendono ad incentivare ulteriormente la crescita. Ora, non è mia intenzione negare l’esistenza delle crisi economiche. La mia critica verte sull’ovvietà delle loro implicazioni catastrofiche sulla vita della collettività. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, per la qualità della vita i periodi di crisi economica ben gestiti (e sottolineo “ben gestiti”) possono addirittura rappresentare una opportunità per la collettività in quanto producono un calo della frenesia verso gli affari e gli acquisti. Il che significa, oltre che un aumento del tempo libero, un maggiore apprezzamento dei beni di cui già si dispone e un drastico calo delle spese futili.
Nei periodi di boom, invece, è tendenzialmente vero il contrario. Gli acquisti e gli investimenti tendono a salire, anche in proporzione ad una crescita semplicemente “ipotizzata” ma che qualunque problema imprevisto di una certa gravità può facilmente smentire. Prima i consumi e poi i prezzi tendono a lievitare e gli investitori, a tutti i livelli, paiono mossi da una fiducia che presto o tardi si rivela quasi sempre fuori luogo o quanto meno esagerata. La situazione che si viene quindi a creare è portatrice di numerosi e gravi problemi sui quali non possiamo soffermarci in questa sede, ma che ben conosciamo. Ditte che non rientrano nei loro investimenti e chiudono i battenti, piccoli azionisti che perdono i loro risparmi… Vorrei soltanto sottolineare che nei periodi di crisi ben gestiti lo stile di vita individuale tende semplicemente a farsi più sobrio ed equilibrato. I beni di cui già si dispone vengono maggiormente apprezzati e in generale gli interessi si spostano dalla ricerca coatta del profitto verso valori più vicini alla vera natura dell’uomo.
Così come in psicopatologia le crisi interiori rappresentano eventi certamente sofferti, ma che contengono già in sé i germi di un cambiamento importante e positivo da attuare, allo stesso modo le crisi economiche che puntualmente si ripresentano dopo un periodo di forte crescita vanno nel senso di un cambiamento positivo della società. La loro vera funzione, purtroppo ignorata dai media, è inerente al riequilibrio del sistema. E la realizzazione di questa dinamica passa anzitutto da una presa di coscienza collettiva degli errori e delle esagerazioni riguardanti le aspettative e lo stile di vita dei cittadini e delle scelte politiche scellerate di chi governa.
Tale modello di crisi mediato dalla psicoanalisi è perfettamente applicabile all’economia, la quale, da quanto si dimostra vorace ed irragionevole, costituisce la fonte della maggior parte dei nostri problemi. Il nostro sistema economico ha ormai dimostrato la propria incapacità a risolvere problemi d’importanza prioritaria come per esempio quelli legati all’inquinamento e al terrorismo. Oggi, l’economia non serve più nessuno, proprio perché tutti ne siamo asserviti. L’errore forse più fondamentale è che da quando si basa sul profitto indiscriminato, l’economia si è trasformata da semplice strumento per la gestione degli scambi in un fine che impone le sue leggi di Mercato su ogni altro sistema di valori. E da sempre, il massimo sistema di valori creato dall’uomo è rappresentato dalla religione. Così, il nostro sistema economico non ha più nulla di razionale, ma poggia su aspettative, speranze, credenze, emozioni che sono proprie della dimensione religiosa. Per questo, come ho tentato di dimostrare nel mio ultimo libro[2], quel che oggi chiamiamo “economia” è diventato una vera e propria religione inconsapevole che determina non soltanto lo stile di vita dei cittadini, ma anche la loro stessa psicologia trasformandoli di volta in volta in vittime sacrificali, gran sacerdoti, crociati, santi, fedeli d’amore oppure eretici da scartare.
Pertanto, quel che per questo nostro sistema è crisi, per la collettività rappresenta potenzialmente una fortuna. Quella collettività in realtà non ha nulla da temere dalla crisi in sé. L’unico problema, purtroppo di peso, cui stare particolarmente attenti è la propaganda dei politici e dei potenti gran sacerdoti che da sempre, per rilanciare il sistema, hanno fomentato guerre sante. In questo senso, si può dire che le guerre economiche sono fondamentalmente di natura religiosa.
Affermare attraverso i media che l’economia è in crisi e che la crisi significa per forza guerra e tragedia è una sorta di mantra recitato per favorire la ripresa attraverso una spinta lavorativa e produttiva più vigorosa da parte di tutti. Quel che non si dice però, in quanto per i credenti significherebbe infrangere un tabù, è che le crisi sono sempre il frutto proprio di quell’atteggiamento fanatico verso la crescita economica a causa del quale ogni calo del PIL viene percepito in modo apocalittico. Ogni flessione anche minima del PIL è in grado di suscitare i peggiori fantasmi nella mente dei fedeli. Eppure, il PIL cresce, per esempio, anche in virtù degli incidenti stradali!
Il parallelo tra crisi psicologica e crisi economica appare significativo. In luogo di essere ad ogni costo “curate”, le crisi economiche dovrebbero essere piuttosto “analizzate”. Oggi più che mai vi è bisogno di una grande presa di coscienza collettiva delle aberrazioni del sistema, degli aspetti religiosi inconsapevolmente proiettati sull’economia. Solo così, solo se l’economia torna ad essere vera scienza anziché ricettacolo inconsapevole della religiosità dell’uomo, ci si può aspettare una evoluzione realmente positiva della società. (Decrescita)
martedì 27 luglio 2010
I pupi. Davide Giacalone
La politica mette in scena l’opera dei pupi, marionette che traducono i poemi cavallereschi in un susseguirsi concitato d’amori struggenti, minacce devastanti e gran clangore di spade. Ora l’uno ora l’altro finiscono infilzati o decapitati, per riprendere il proprio posto nella rappresentazione successiva. La politica d’oggi somiglia a questa recita perché non si ha il coraggio di riconoscere il vero problema, che non è quello delle correnti e neanche della condotta governativa. Il fatto è che viviamo, da sedici anni, in un ibrido che non ha mai funzionato, né con la destra né con la sinistra. Un centauro al contrario: non come il mito greco, dell’animale con il corpo da cavallo, ma torso e testa d’uomo, possente e intelligente, ma il contrario, un bipede gracile con il testone nitrente.
Gianfranco Fini non è il problema, ma il suo frutto (come lo furono altri). Il punto critico, dal quale nessuno può prescindere, si concentra nel fatto che il nostro sistema elettorale (come anche quello precedente, il mattarellum) non è coerente con il sistema costituzionale. Quindi: prima si vota e poi si procede a disfare quel che gli elettori hanno creato.
Lanciare proclami contro le “correnti” non serve a niente, come dimostrano questi due quesiti: a. è lecito avere idee diverse, pur essendo all’interno di un medesimo partito? b. se si hanno idee diverse, è lecito lavorare perché si affermino? Le risposte sono, ovviamente, affermative. In un sistema istituzionale e politico in cui il premier è davvero molto forte e potente, quello inglese, non solo nei partiti ci sono le correnti, ma il capo del governo (come è successo a Tony Blair e Margaret Thatcher) può essere messo in minoranza e cacciato dal proprio partito, senza attendere le elezioni. In quel sistema, però, la democrazia interna ai partiti s’intreccia con l’autonoma rappresentatività di ciascun parlamentare, eletto in un collegio uninominale e maggioritario. Da noi capita il contrario: nei partiti (tutti, non prendiamoci in giro, che ce ne sono anche con il nome del proprietario) c’è scarsissima democrazia e i parlamentari discendono dalla volontà dei capi.
Guardate le gran polemiche di questi giorni, il vociare dei pupi nel mentre fan cozzare le corazze: quasi nulla riguarda l’azione di governo. Litigano su tutto, insultandosi fino a darsi del delinquente e del mafioso: questione morale, P3, intercettazioni, diritto stesso al dissenso. Ma non sull’azione di governo, sulla quale, anzi, ci tengono a far sapere che l’esecutivo deve andare avanti. Il candore di una simile insensatezza tradisce la forza reale che crea il subbuglio: c’è un’Italia, vasta, che pretende rabbiosamente di non essere governata. Da chiunque. Chiede di avere sostegni e difesa dei privilegi, ma non vuole essere governata. Ed è questa la forza che, di volta in volta, usa un galletto interno alla maggioranza per portare scompiglio nel pollaio.Anche questo, però, non è né strano né, in sé, pericoloso. Succedente pure in altre democrazie. La nostra scricchiola perché la sua architettura istituzionale era consustanziale al sistema elettorale proporzionale e all’esistenza di partiti con le correnti. Non intendo dire che si deve tornare a quel sistema (non credo neanche sia possibile), semmai che si deve cambiare l’architettura.
L’attuale sistema elettorale consegna ai capi dei partiti il potere di scegliersi i parlamentari. Che il criterio sia estetico, anagrafico, relativo alla disponibilità (umana e intellettuale), alla bella voce o all’umidità della lingua, cambia poco. Anzi, non cambia niente. Quando i signori dell’Espresso raccontano la carriera delle farfalline berlusconiane esercitano il classico moralismo senza etica della faziosità senza idee, perché si può benissimo fare la medesima disamina sia dall’altra parte che con l’altro sesso. Ma questo sistema elettorale chiede ai capi dei partiti una sola cosa: visto che vi siete assegnati il premio di maggioranza, visto che i parlamentari non sono stati eletti da nessuno e una quota di loro siede in Parlamento solo perché il gruppo che li ha candidati raccoglie la maggioranza relativa dei voti, avete l’obbligo di arrivare alla fine della legislatura esattamente come ci siete entrati. L’obbligo, perché con un sistema come questo va in cortocircuito il tragitto che la Costituzione segna per potere cambiare governo. Ecco, questa è l’unica cosa che si chiede, ed anche quella di cui non sono capaci. Né gli uni né gli altri.
In queste condizioni, se non si vuole scassare tutto, si deve avviare il cantiere della riforma costituzionale (quella vera, non quella propagandistica) e si deve o trovare una tregua o tornare alle urne. Ciò richiede una classe politica composta da gente dotata di responsabilità e non dedita al trasformismo più sfrenato. Da uomini, non da pupi. La porzione di forza di ciascuno, se non si vuole avvelenare la democrazia, non può che discendere dalla quota elettorale raccolta. Gira e rigira, questo è il punto dolente: ci sono apparati, istituzioni, gruppi e interessi che non hanno nessuna intenzione di riconoscere ai soli elettori il diritto di decidere, anzi, si sentono in dovere di correggerne gli indirizzi, che considerano plebei e infantili. Questo è il mare che tiene a galla i pupi.
Gianfranco Fini non è il problema, ma il suo frutto (come lo furono altri). Il punto critico, dal quale nessuno può prescindere, si concentra nel fatto che il nostro sistema elettorale (come anche quello precedente, il mattarellum) non è coerente con il sistema costituzionale. Quindi: prima si vota e poi si procede a disfare quel che gli elettori hanno creato.
Lanciare proclami contro le “correnti” non serve a niente, come dimostrano questi due quesiti: a. è lecito avere idee diverse, pur essendo all’interno di un medesimo partito? b. se si hanno idee diverse, è lecito lavorare perché si affermino? Le risposte sono, ovviamente, affermative. In un sistema istituzionale e politico in cui il premier è davvero molto forte e potente, quello inglese, non solo nei partiti ci sono le correnti, ma il capo del governo (come è successo a Tony Blair e Margaret Thatcher) può essere messo in minoranza e cacciato dal proprio partito, senza attendere le elezioni. In quel sistema, però, la democrazia interna ai partiti s’intreccia con l’autonoma rappresentatività di ciascun parlamentare, eletto in un collegio uninominale e maggioritario. Da noi capita il contrario: nei partiti (tutti, non prendiamoci in giro, che ce ne sono anche con il nome del proprietario) c’è scarsissima democrazia e i parlamentari discendono dalla volontà dei capi.
Guardate le gran polemiche di questi giorni, il vociare dei pupi nel mentre fan cozzare le corazze: quasi nulla riguarda l’azione di governo. Litigano su tutto, insultandosi fino a darsi del delinquente e del mafioso: questione morale, P3, intercettazioni, diritto stesso al dissenso. Ma non sull’azione di governo, sulla quale, anzi, ci tengono a far sapere che l’esecutivo deve andare avanti. Il candore di una simile insensatezza tradisce la forza reale che crea il subbuglio: c’è un’Italia, vasta, che pretende rabbiosamente di non essere governata. Da chiunque. Chiede di avere sostegni e difesa dei privilegi, ma non vuole essere governata. Ed è questa la forza che, di volta in volta, usa un galletto interno alla maggioranza per portare scompiglio nel pollaio.Anche questo, però, non è né strano né, in sé, pericoloso. Succedente pure in altre democrazie. La nostra scricchiola perché la sua architettura istituzionale era consustanziale al sistema elettorale proporzionale e all’esistenza di partiti con le correnti. Non intendo dire che si deve tornare a quel sistema (non credo neanche sia possibile), semmai che si deve cambiare l’architettura.
L’attuale sistema elettorale consegna ai capi dei partiti il potere di scegliersi i parlamentari. Che il criterio sia estetico, anagrafico, relativo alla disponibilità (umana e intellettuale), alla bella voce o all’umidità della lingua, cambia poco. Anzi, non cambia niente. Quando i signori dell’Espresso raccontano la carriera delle farfalline berlusconiane esercitano il classico moralismo senza etica della faziosità senza idee, perché si può benissimo fare la medesima disamina sia dall’altra parte che con l’altro sesso. Ma questo sistema elettorale chiede ai capi dei partiti una sola cosa: visto che vi siete assegnati il premio di maggioranza, visto che i parlamentari non sono stati eletti da nessuno e una quota di loro siede in Parlamento solo perché il gruppo che li ha candidati raccoglie la maggioranza relativa dei voti, avete l’obbligo di arrivare alla fine della legislatura esattamente come ci siete entrati. L’obbligo, perché con un sistema come questo va in cortocircuito il tragitto che la Costituzione segna per potere cambiare governo. Ecco, questa è l’unica cosa che si chiede, ed anche quella di cui non sono capaci. Né gli uni né gli altri.
In queste condizioni, se non si vuole scassare tutto, si deve avviare il cantiere della riforma costituzionale (quella vera, non quella propagandistica) e si deve o trovare una tregua o tornare alle urne. Ciò richiede una classe politica composta da gente dotata di responsabilità e non dedita al trasformismo più sfrenato. Da uomini, non da pupi. La porzione di forza di ciascuno, se non si vuole avvelenare la democrazia, non può che discendere dalla quota elettorale raccolta. Gira e rigira, questo è il punto dolente: ci sono apparati, istituzioni, gruppi e interessi che non hanno nessuna intenzione di riconoscere ai soli elettori il diritto di decidere, anzi, si sentono in dovere di correggerne gli indirizzi, che considerano plebei e infantili. Questo è il mare che tiene a galla i pupi.
lunedì 26 luglio 2010
E' ora che il "sistema Paese" smetta di versare lacrime da coccodrillo. Giuliano Cazzola
Ci risiamo con la Fiat. Dopo aver riorganizzato il gruppo predisponendo che, da ora in poi, il settore dell’auto vada per suo conto in giro per il mondo, in autonomia dalla famiglia, e diventi sempre più una public company di governance e di respiro internazionali, l’ad Sergio Marchionne ha lasciato tutti di stucco annunciando che la "monovolume" si farà in Serbia, dove il sindacato è più serio di quello italiano (ma esiste un sindacato in Serbia ?).
Le parole di Marchionne hanno suscitato le solite reazioni di casa nostra. A Torino si sono subito preoccupati per il destino di Mirafiori, tanto che - con il solito riflesso condizionato, sempre più assurdo - i lavoratori hanno scioperato.
La Cisl e la Uil si sono risentite per essere state genericamente accomunate in un giudizio severo sul sindacato italiano che, a loro avviso, non teneva ingenerosamente conto del loro impegno a risolvere i problemi, come avvenuto ultimamente a Pomigliano d’Arco.
La Fiom, nell’imbarazzo della Cgil, ha trovato un’ulteriore conferma della sua delirante strategia secondo la quale basterebbe scioperare di più per costringere la Fiat a restare e ad investire in Italia.
Intanto, il ministro Sacconi ha convocato le parti predisponendo l’agenda dell’incontro sulla base di una premessa di buon senso: prima di fasciarsi la testa è meglio aspettare di essersela rotta.
Anche il sindaco Sergio Chiamparino si è mosso sulla medesima linea del ministro, prendendo direttamente contatto con Marchionne ed accertandone la disponibilità a farsi carico dei problemi di Mirafiori. Si tratta, infatti, di sottoporre a verifica il piano denominato "Fabbrica Italia" rendendolo il più possibile compatibile con gli impegni internazionali del gruppo. La questione non può essere affrontata contrapponendo gli insediamenti all’estero a quelli in Italia. Un’azienda multinazionale deve articolare la sua presenza sul mercato globale, utilizzando ogni possibile convenienza offerta dalle politiche fiscali degli Stati e dal costo del lavoro della manodopera. Avere un’equilibrata presenza sui mercati internazionali – a costi concorrenti e competitivi – è anche una garanzia per la stabilità delle produzioni italiane. Del resto, che fosse all’esame un investimento in Serbia non era un segreto.
Nel confronto con la Fiat si dovrà preliminarmente verificare la compatibilità tra lo spostamento (e in quale misura?) della produzione della monovolume in Serbia e la saturazione degli impianti a Mirafiori, al di fuori della retorica sul significato della lettera "t" posta alla fine della ditta (che, come si sa, è il nome dell’impresa). Poi, gran parte del sistema Paese deve smetterla di versare lacrime da coccodrillo.
E’ tempo, invece, di riflettere sull’atteggiamento con cui l’establishment mediatico e culturale del Paese ha seguito e commentato una delle più importanti iniziative di politica industriale degli ultimi vent’anni: l’investimento di 700milioni a Pomigliano d’Arco.
In sostanza, la vicenda dello stabilimento Giambattista Vico è stata riassunta nel seguente interrogativo: è giusto rinunciare ai diritti in cambio di lavoro? Sulla base di questa rappresentazione fasulla della realtà i sindacati favorevoli all’intesa sono apparsi come succubi del "padrone" e i lavoratori che hanno votato sì come i soliti replicanti del vizio italiano del "tengo famiglia". La solfa dei diritti (addirittura di rango costituzionale) calpestati mediante il "vile ricatto" del lavoro è stata avallata da fior di giuslavoristi, quegli stessi che nelle Università insegnano ai nostri figli e preparano gli operatori del diritto di domani. In particolare, si è sostenuto che l’accordo conculcava il diritto di sciopero. Per sostenere questa tesi si è arrivati a teorizzare l’astensione dal lavoro come un diritto individuale indisponibile, inalienabile e assoluto, ben al di là di quanto dispone l’articolo 40 Cost.
In sostanza, il manager di un’azienda che negli Usa dialoga con Barack Obama, da noi è stato accusato di tentazioni schiavistiche, nel momento in cui si impegnava ad investire in uno stabilimento e in un’area del Sud dove tante sono le criticità.
Certamente, Marchionne è un "duro", un manager cresciuto ad una scuola dove s’insegna a non guardare in faccia a nessuno quando sono in gioco gli interessi del business.
Il sistema Italia preferisce i manager delle partecipazioni statali che elargivano emolumenti fuori mercato e mantenevano in vita posti di lavoro finti, magari riempiendosi la bocca di concetti come "politica industriale", "concertazione", "piani d’impresa" e quant’altro. Quei manager hanno lasciato dietro di sé una lunga fila di stabilimenti chiusi dopo aver dilapidato immense risorse pubbliche. L’ultimo esempio di quell’andazzo è stata l’Alitalia, la cui salvezza, nel tempo, costerà al Paese come una manovra finanziaria. (l'Occidentale)
Le parole di Marchionne hanno suscitato le solite reazioni di casa nostra. A Torino si sono subito preoccupati per il destino di Mirafiori, tanto che - con il solito riflesso condizionato, sempre più assurdo - i lavoratori hanno scioperato.
La Cisl e la Uil si sono risentite per essere state genericamente accomunate in un giudizio severo sul sindacato italiano che, a loro avviso, non teneva ingenerosamente conto del loro impegno a risolvere i problemi, come avvenuto ultimamente a Pomigliano d’Arco.
La Fiom, nell’imbarazzo della Cgil, ha trovato un’ulteriore conferma della sua delirante strategia secondo la quale basterebbe scioperare di più per costringere la Fiat a restare e ad investire in Italia.
Intanto, il ministro Sacconi ha convocato le parti predisponendo l’agenda dell’incontro sulla base di una premessa di buon senso: prima di fasciarsi la testa è meglio aspettare di essersela rotta.
Anche il sindaco Sergio Chiamparino si è mosso sulla medesima linea del ministro, prendendo direttamente contatto con Marchionne ed accertandone la disponibilità a farsi carico dei problemi di Mirafiori. Si tratta, infatti, di sottoporre a verifica il piano denominato "Fabbrica Italia" rendendolo il più possibile compatibile con gli impegni internazionali del gruppo. La questione non può essere affrontata contrapponendo gli insediamenti all’estero a quelli in Italia. Un’azienda multinazionale deve articolare la sua presenza sul mercato globale, utilizzando ogni possibile convenienza offerta dalle politiche fiscali degli Stati e dal costo del lavoro della manodopera. Avere un’equilibrata presenza sui mercati internazionali – a costi concorrenti e competitivi – è anche una garanzia per la stabilità delle produzioni italiane. Del resto, che fosse all’esame un investimento in Serbia non era un segreto.
Nel confronto con la Fiat si dovrà preliminarmente verificare la compatibilità tra lo spostamento (e in quale misura?) della produzione della monovolume in Serbia e la saturazione degli impianti a Mirafiori, al di fuori della retorica sul significato della lettera "t" posta alla fine della ditta (che, come si sa, è il nome dell’impresa). Poi, gran parte del sistema Paese deve smetterla di versare lacrime da coccodrillo.
E’ tempo, invece, di riflettere sull’atteggiamento con cui l’establishment mediatico e culturale del Paese ha seguito e commentato una delle più importanti iniziative di politica industriale degli ultimi vent’anni: l’investimento di 700milioni a Pomigliano d’Arco.
In sostanza, la vicenda dello stabilimento Giambattista Vico è stata riassunta nel seguente interrogativo: è giusto rinunciare ai diritti in cambio di lavoro? Sulla base di questa rappresentazione fasulla della realtà i sindacati favorevoli all’intesa sono apparsi come succubi del "padrone" e i lavoratori che hanno votato sì come i soliti replicanti del vizio italiano del "tengo famiglia". La solfa dei diritti (addirittura di rango costituzionale) calpestati mediante il "vile ricatto" del lavoro è stata avallata da fior di giuslavoristi, quegli stessi che nelle Università insegnano ai nostri figli e preparano gli operatori del diritto di domani. In particolare, si è sostenuto che l’accordo conculcava il diritto di sciopero. Per sostenere questa tesi si è arrivati a teorizzare l’astensione dal lavoro come un diritto individuale indisponibile, inalienabile e assoluto, ben al di là di quanto dispone l’articolo 40 Cost.
In sostanza, il manager di un’azienda che negli Usa dialoga con Barack Obama, da noi è stato accusato di tentazioni schiavistiche, nel momento in cui si impegnava ad investire in uno stabilimento e in un’area del Sud dove tante sono le criticità.
Certamente, Marchionne è un "duro", un manager cresciuto ad una scuola dove s’insegna a non guardare in faccia a nessuno quando sono in gioco gli interessi del business.
Il sistema Italia preferisce i manager delle partecipazioni statali che elargivano emolumenti fuori mercato e mantenevano in vita posti di lavoro finti, magari riempiendosi la bocca di concetti come "politica industriale", "concertazione", "piani d’impresa" e quant’altro. Quei manager hanno lasciato dietro di sé una lunga fila di stabilimenti chiusi dopo aver dilapidato immense risorse pubbliche. L’ultimo esempio di quell’andazzo è stata l’Alitalia, la cui salvezza, nel tempo, costerà al Paese come una manovra finanziaria. (l'Occidentale)
giovedì 22 luglio 2010
L'eroismo di Mangano e l'ipocrisia dei finiani. Giancarlo Perna
Siamo in pieno tormentone su «Mangano eroe». Vittorio Mangano è un mafioso pluriomicida, morto da un decennio, che negli anni ’70 - prima di farsi assassino - fu stalliere ad Arcore. A dargli dell’eroe, a più riprese, è stato Marcello Dell’Utri per suoi personalissimi motivi. Ogni volta che lo dice si scatena la corsa per prendere le distanze dal recidivo senatore. È diventato un gioco di società. Se vuoi il lasciapassare tra le élite democraticamente corrette devi dire scandalizzato che no, Mangano non è un eroe, ma un mafioso assassino che merita la damnatio memoriae. L’ultimo che si è piegato al rito popolare è stato Gianfranco Fini alla commemorazione palermitana di Paolo Borsellino nel diciottesimo anniversario della strage. In sostanza, «Mangano eroe» è una cartina di tornasole. Se neghi a gran voce l’eroismo come Fini, sei promosso e applaudito. Se invece taci o azzardi un «ma», sei fuori dal consorzio umano.
Quello che colpisce in questa semplificazione è che tanti fingono di non capire quello che Dell’Utri ha veramente voluto dire. Si tappano le orecchie e ottundono i cervelli per accreditarsi antimafiosi a 24 carati e ostracizzare il senatore. Eppure la cosa è semplicissima. Dell’Utri è grato al mafioso, e ci tiene donchisciottescamente a farlo sapere, per la lealtà che ha dimostrato nei suoi confronti. Già condannato all’ergastolo e roso da un cancro terminale, Mangano ha rifiutato di dire ai magistrati, che glielo chiedevano con insistenza, la magica parolina secondo cui Dell’Utri e, per li rami, il Cav, fossero due coppole. Se ne avesse fatto i nomi, Mangano sarebbe tornato a casa per morire nel suo letto risparmiandosi le sofferenze della malattia in cella. Invece, pur di non mentire, non è sceso a patti ed è morto male. In questo atteggiamento, il senatore ha visto dell’eroismo. Si può discutere la parola, ma non negare l’abnegazione e, nella circostanza, il senso di verità dell’ex stalliere. Tra i Pm che volevano fargli dire il falso profittando della malattia e il rifiuto di Mangano a cedere, il meno prossimo all’inferno è lui.
Chiariamo. Dell’Utri non considera il defunto un eroe in generale ma - come ha precisato - «il mio eroe». Non ne ha lodato la carriera criminale, i furti, le estorsioni, gli omicidi. Ha solo reso omaggio al gesto estremo, il migliore di una vita sciagurata, in cui - una volta tanto - il mafioso ha preferito non danneggiare altri piuttosto che incassare per sé un vantaggio.
Da parte del senatore un atto di liberale umanità. Sapere riconoscere alcune virtù anche in chi è pessimo, è prova di intelligenza laica. Solo una mentalità medievale vede nel peccatore il male assoluto a prescindere. La realtà è diversa. Tra i filibustieri c’è chi è perfido sempre e chi ha lampi di riscatto. Differenziare è prova di razionalità. Se Mangano, al complesso dei suoi delitti, avesse aggiunto la menzogna su Dell’Utri e Berlusconi, sarebbe stato peggiore di quanto era già stato. Perché non dirlo anche a costo di una forzatura semantica in favore di un delinquente incallito?
L’appellativo di eroe si riserva in genere agli uomini nobili, ai coraggiosi, ai cavalieri senza macchia. Talvolta però, presi dall’enfasi, i politici si allargano. Di recente, il vetero comunista Nichi Vendola ha anche lui assunto nell’empireo degli eroi, Carlo Giuliani, il ragazzo del G8 di Genova che, prima di essere ucciso, scaraventò una bombola di estintore sulla testa di un carabiniere. E che dire dell’eroicizzazione e dello spreco di elogi per Adriano Sofri, definitivamente condannato per l’omicidio Calabresi? Se la sinistra trova dei motivi per innalzare le figure complessive di questi scialbi campioni, perché fa fuoco e fiamme se Dell’Utri esalta il gesto di lealtà - e quello solo - del mafioso in punto di morte? Per il solito e logoro motivo: ciò che ritiene legittimo per sé diventa un abominio se è fatto da altri.
La tecnica ex comunista è sempre la stessa. Demonizzare quello che, di volta in volta, è il suo nemico. Adesso sono la mafia e i berlusconiani. Due mondi distantissimi ma che, grazie ai polveroni alzati e mai diradati dalle toghe, sono stati accomunati. La frase di Dell’Utri, volutamente equivocata, è presa a pretesto per «mascariare» il senatore, il Cav e la sua cerchia. Con un triplice effetto: annichilire l’avversario, accreditarsi come puri, far passare chi non si allinea - perfino nel linguaggio - per mammasantissima.
La complicità dei finiani non stupisce. Mettersi nel solco della sinistra è un’assicurazione sulla vita. Nelle piazze, nei tribunali, con la stampa. È comunque singolare che uomini che hanno sofferto sulla propria pelle l’ottusità dell’ostracismo usino oggi gli stessi sistemi. Ci fu un tempo in cui essere fascisti, neofascisti o solo neutrali non dava scampo. I missini erano subumani e - si diceva - «uccidere un fascista non è reato». Ai saloini - i ragazzi di Salò - non si riconoscevano né ragioni, né ideali. Erano irredimibili e, alla stregua di Mangano, rinchiusi per sempre nel girone infernale. Inconcepibile che un missino avesse un’anima, un sussulto, un lato decente. Era fascista e basta. Come un mafioso è un mostro, a meno che non collabori, un missino si salvava solo con l’abiura e il rinnegamento di sé. A nulla valeva che fosse galantuomo, generoso, rispettoso delle leggi. L’etichetta prevaleva su tutto. O sei antifascista dichiarato o sei fascista. E per essere antifascista non potevi neanche essere liberale o dc. Dovevi per forza stare a sinistra.
La novità è che ora, in tema di mafia, i finiani fanno agli altri quello che fu fatto a loro. O te la prendi con Dell’Utri e urli che Mangano non è un eroe o sei reietto. L’esempio è Fabio Granata. Più zelante di Di Pietro, il noto immobiliarista, l’ex rautiano si è trasformato in buttafuori nella cerimonia per Paolo Borsellino, stilando un elenco di indesiderati. «Sarebbe bello - ha detto - non dovere scorgere qualche presenza stonata: ...chi ha appassionatamente solidarizzato con condannati per mafia (chi di grazia?, ndr), esaltatori di mafiosi eroici (Dell’Utri, ndr), ecc... Tutti questi hanno perduto per sempre il diritto di parola». Fantastico. A Granata per decenni hanno messo la mordacchia perché fascista. Ora, che con Fini è entrato nel salotto buono, la mette lui. Come dire: la voglia di menare il manganello è dura a morire. (il Giornale)
Quello che colpisce in questa semplificazione è che tanti fingono di non capire quello che Dell’Utri ha veramente voluto dire. Si tappano le orecchie e ottundono i cervelli per accreditarsi antimafiosi a 24 carati e ostracizzare il senatore. Eppure la cosa è semplicissima. Dell’Utri è grato al mafioso, e ci tiene donchisciottescamente a farlo sapere, per la lealtà che ha dimostrato nei suoi confronti. Già condannato all’ergastolo e roso da un cancro terminale, Mangano ha rifiutato di dire ai magistrati, che glielo chiedevano con insistenza, la magica parolina secondo cui Dell’Utri e, per li rami, il Cav, fossero due coppole. Se ne avesse fatto i nomi, Mangano sarebbe tornato a casa per morire nel suo letto risparmiandosi le sofferenze della malattia in cella. Invece, pur di non mentire, non è sceso a patti ed è morto male. In questo atteggiamento, il senatore ha visto dell’eroismo. Si può discutere la parola, ma non negare l’abnegazione e, nella circostanza, il senso di verità dell’ex stalliere. Tra i Pm che volevano fargli dire il falso profittando della malattia e il rifiuto di Mangano a cedere, il meno prossimo all’inferno è lui.
Chiariamo. Dell’Utri non considera il defunto un eroe in generale ma - come ha precisato - «il mio eroe». Non ne ha lodato la carriera criminale, i furti, le estorsioni, gli omicidi. Ha solo reso omaggio al gesto estremo, il migliore di una vita sciagurata, in cui - una volta tanto - il mafioso ha preferito non danneggiare altri piuttosto che incassare per sé un vantaggio.
Da parte del senatore un atto di liberale umanità. Sapere riconoscere alcune virtù anche in chi è pessimo, è prova di intelligenza laica. Solo una mentalità medievale vede nel peccatore il male assoluto a prescindere. La realtà è diversa. Tra i filibustieri c’è chi è perfido sempre e chi ha lampi di riscatto. Differenziare è prova di razionalità. Se Mangano, al complesso dei suoi delitti, avesse aggiunto la menzogna su Dell’Utri e Berlusconi, sarebbe stato peggiore di quanto era già stato. Perché non dirlo anche a costo di una forzatura semantica in favore di un delinquente incallito?
L’appellativo di eroe si riserva in genere agli uomini nobili, ai coraggiosi, ai cavalieri senza macchia. Talvolta però, presi dall’enfasi, i politici si allargano. Di recente, il vetero comunista Nichi Vendola ha anche lui assunto nell’empireo degli eroi, Carlo Giuliani, il ragazzo del G8 di Genova che, prima di essere ucciso, scaraventò una bombola di estintore sulla testa di un carabiniere. E che dire dell’eroicizzazione e dello spreco di elogi per Adriano Sofri, definitivamente condannato per l’omicidio Calabresi? Se la sinistra trova dei motivi per innalzare le figure complessive di questi scialbi campioni, perché fa fuoco e fiamme se Dell’Utri esalta il gesto di lealtà - e quello solo - del mafioso in punto di morte? Per il solito e logoro motivo: ciò che ritiene legittimo per sé diventa un abominio se è fatto da altri.
La tecnica ex comunista è sempre la stessa. Demonizzare quello che, di volta in volta, è il suo nemico. Adesso sono la mafia e i berlusconiani. Due mondi distantissimi ma che, grazie ai polveroni alzati e mai diradati dalle toghe, sono stati accomunati. La frase di Dell’Utri, volutamente equivocata, è presa a pretesto per «mascariare» il senatore, il Cav e la sua cerchia. Con un triplice effetto: annichilire l’avversario, accreditarsi come puri, far passare chi non si allinea - perfino nel linguaggio - per mammasantissima.
La complicità dei finiani non stupisce. Mettersi nel solco della sinistra è un’assicurazione sulla vita. Nelle piazze, nei tribunali, con la stampa. È comunque singolare che uomini che hanno sofferto sulla propria pelle l’ottusità dell’ostracismo usino oggi gli stessi sistemi. Ci fu un tempo in cui essere fascisti, neofascisti o solo neutrali non dava scampo. I missini erano subumani e - si diceva - «uccidere un fascista non è reato». Ai saloini - i ragazzi di Salò - non si riconoscevano né ragioni, né ideali. Erano irredimibili e, alla stregua di Mangano, rinchiusi per sempre nel girone infernale. Inconcepibile che un missino avesse un’anima, un sussulto, un lato decente. Era fascista e basta. Come un mafioso è un mostro, a meno che non collabori, un missino si salvava solo con l’abiura e il rinnegamento di sé. A nulla valeva che fosse galantuomo, generoso, rispettoso delle leggi. L’etichetta prevaleva su tutto. O sei antifascista dichiarato o sei fascista. E per essere antifascista non potevi neanche essere liberale o dc. Dovevi per forza stare a sinistra.
La novità è che ora, in tema di mafia, i finiani fanno agli altri quello che fu fatto a loro. O te la prendi con Dell’Utri e urli che Mangano non è un eroe o sei reietto. L’esempio è Fabio Granata. Più zelante di Di Pietro, il noto immobiliarista, l’ex rautiano si è trasformato in buttafuori nella cerimonia per Paolo Borsellino, stilando un elenco di indesiderati. «Sarebbe bello - ha detto - non dovere scorgere qualche presenza stonata: ...chi ha appassionatamente solidarizzato con condannati per mafia (chi di grazia?, ndr), esaltatori di mafiosi eroici (Dell’Utri, ndr), ecc... Tutti questi hanno perduto per sempre il diritto di parola». Fantastico. A Granata per decenni hanno messo la mordacchia perché fascista. Ora, che con Fini è entrato nel salotto buono, la mette lui. Come dire: la voglia di menare il manganello è dura a morire. (il Giornale)
martedì 20 luglio 2010
Professione fratello. Filippo Facci
In effetti è strano. L’altro ieri - alle 9 del mattino di una domenica di luglio, con il solleone che già spaccava le pietre e marciava verso i 40 gradi, con il mare e le spiagge che attendevano frementi - la società civile di Palermo non ha avuto l'insopprimibile desiderio di accalcarsi in una marcia in salita di due ore diretta al castello di Utveggio sul Monte Pellegrino, e questo nonostante a calamitare la ressa ci fosse un comizio del fratello di Paolo Borsellino. É inspiegabile. C'era il fratello ma neppure la sorella, Rita. A meno che sia tutta «disinformazione strumentale alla fiaccolata della destra» come ha denunciato Salvatore Borsellino: i giornali infatti hanno scritto che c'erano al massimo 100 persone, ma - ha precisato lui - in realtà erano almeno 200. Tutti a sventolare la spettacolare cazzata dell'«agenda rossa di Paolo Borsellino», questo mito che non si sa neppure se esista, se il magistrato l'avesse con sé quando fu ucciso, se fu trafugata o solo persa, se ci fossero su appunti giudiziari o la formazione della Lazio, niente, zero, aria: eppure l'hanno fatta diventare «la scatola nera della Seconda Repubblica» (Marco Travaglio) o bene che vada «il motivo per cui Paolo è stato ucciso» (Rita Borsellino). Marce, manifestazioni: tutta roba che va comunque incoraggiata. L'immensa folla delle agende rosse, domenica, ha osservato un minuto di silenzio: deve osservarlo ancora. E ancora. E ancora. (Libero)
La P3 è una montatura ma scoperchia la casta della magistratura. Tiziana Maiolo
Se avessero intercettato un po’ di esponenti politici di sinistra nel periodo in cui a Milano sono stati nominati Edmondo Bruti Liberati (di Magistratura democratica) alla carica di Procuratore capo e Alfonso Marra a quella di Presidente della Corte d’appello, gli inquirenti ne avrebbero sentite delle belle. Avrebbero seguito in diretta tutta quanta la trattativa. Politica.
Qualche magistrato romano potrebbe anche venire a fare una passeggiatina nei corridoi del palazzo di giustizia di Milano, dove anche i pregiati marmi degli anni trenta hanno occhi, orecchie e anche bocca. E parlano, oh se parlano. E dicono che, come è sempre accaduto, anche quelle due nomine sono state il frutto di uno scambio politico. Noi vi votiamo Bruti, voi ci votate Marra. Uno di destra, uno di sinistra. E allora?
Non c’è bisogno di smascherare “cricche” o risibili P3 per sapere che la casta-magistratura, divisa in correnti sindacali agguerrite e spesso tra loro feroci più di quelle dei partiti, è un organismo politico.
Della politica rispecchia le ideologie (ormai un po’ sbiadite anche tra i magistrati ), della politica ha il cinismo e anche l’abitudine all’intrallazzo. Qualcuno può credere che quando vengono nominati a importanti ruoli dirigenziali i magistrati di sinistra non ci siano telefonate e trattative politiche? Che molti magistrati non abbiano anche più o meno espliciti contatti con esponenti di partito? Nella società delle corporazioni non esistono vergini.
Allora, se il Csm dovesse decidere il trasferimento del presidente Marra, applichi almeno quel sano principio che dice simul stabunt, simul cadent e trasferisca anche Bruti Liberati.
Ma la cosa migliore, la più saggia sarebbe che restassero ambedue al loro posto. Con quel sano realismo politico di cui certo non difettano gli stessi esponenti del Consiglio superiore. A partire dal vice presidente Mancino, che conosce (e non lo nega) da quarant’anni il signor Lombardi, uno degli arrestati per la fantomatica P3, e non nega neppure il fatto che quest’ultimo gli abbia parlato ben due volte della posizione del dottor Marra. Ma dichiara sprezzante “ma volete che io dessi retta a un geometra?” Ora le questioni sono due: la prima è che Mancino Marra l’ha votato (sicuramente perché se lo meritava) e la seconda che Lombardi geometra lo è sempre stato. Oppure quando lo frequentava negli ambienti democristiani Mancino, Lombardi aveva tre lauree e solo dopo, quando ha cominciato a frequentare esponenti del centro destra è diventato geometra?
Tutta questa storia del coinvolgimento di magistrati in un’inchiesta che comunque fa acqua da tutte le parti puzza molto di resa dei conti nelle mura dei palazzi di giustizia. I magistrati di sinistra affilano le armi e cercano di buttar fuori gli altri. C’era stato a Roma un unico magistrato “rosso”, Francesco Misiani (che purtroppo non c’è più) che aveva avuto il coraggio di denunciare quel che succedeva nella sinistra in toga. Poi il silenzio. E la guerra continua sempre nello stesso modo, con le intercettazioni e le inchieste.
Le radici di quel che sta succedendo oggi, sono antiche. Hanno origine nel concetto stesso di magistratura, una casta privilegiata e corporativa disposta a tutto (scioperi, manifestazioni, interviste a go-go) purché non si cambi nulla del loro status quo.
Non lo stipendio (generoso) non i ruoli. Eppure se anche nel nostro ordinamento, come nei paesi di diritto anglosassone, esistessero solo i giudici, la casta sarebbe già sgretolata. E la dialettica sarebbe tutta spostata nella competizione tra avvocati dell’accusa e avvocati della difesa. E sarebbe processuale più che politica.
Purtroppo di queste riforme radicali, come anche dell’abolizione della finta obbligatorietà dell’azione penale, dell’abolizione dei reati associativi (che servono ad arrestare senza che ci siano fatti criminosi) e altre cosucce del codice Rocco non si parla più. E in ogni caso non si riuscirebbe a realizzarle, perché partirebbero i cannoni della casta-magistratura, appoggiata dalla sinistra e dagli sfasciacarrozze del presidente Fini.
Così finirà che i conti interni alla magistratura metteranno ai margini persone per bene come Marra (o some il procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato), poi l’inchiesta sulla presunta P3 finirà in niente (a scommetterci sopra ci sarebbe da diventare ricchi), ma intanto il risultato politico sarà stato raggiunto. (l'Occidentale)
Qualche magistrato romano potrebbe anche venire a fare una passeggiatina nei corridoi del palazzo di giustizia di Milano, dove anche i pregiati marmi degli anni trenta hanno occhi, orecchie e anche bocca. E parlano, oh se parlano. E dicono che, come è sempre accaduto, anche quelle due nomine sono state il frutto di uno scambio politico. Noi vi votiamo Bruti, voi ci votate Marra. Uno di destra, uno di sinistra. E allora?
Non c’è bisogno di smascherare “cricche” o risibili P3 per sapere che la casta-magistratura, divisa in correnti sindacali agguerrite e spesso tra loro feroci più di quelle dei partiti, è un organismo politico.
Della politica rispecchia le ideologie (ormai un po’ sbiadite anche tra i magistrati ), della politica ha il cinismo e anche l’abitudine all’intrallazzo. Qualcuno può credere che quando vengono nominati a importanti ruoli dirigenziali i magistrati di sinistra non ci siano telefonate e trattative politiche? Che molti magistrati non abbiano anche più o meno espliciti contatti con esponenti di partito? Nella società delle corporazioni non esistono vergini.
Allora, se il Csm dovesse decidere il trasferimento del presidente Marra, applichi almeno quel sano principio che dice simul stabunt, simul cadent e trasferisca anche Bruti Liberati.
Ma la cosa migliore, la più saggia sarebbe che restassero ambedue al loro posto. Con quel sano realismo politico di cui certo non difettano gli stessi esponenti del Consiglio superiore. A partire dal vice presidente Mancino, che conosce (e non lo nega) da quarant’anni il signor Lombardi, uno degli arrestati per la fantomatica P3, e non nega neppure il fatto che quest’ultimo gli abbia parlato ben due volte della posizione del dottor Marra. Ma dichiara sprezzante “ma volete che io dessi retta a un geometra?” Ora le questioni sono due: la prima è che Mancino Marra l’ha votato (sicuramente perché se lo meritava) e la seconda che Lombardi geometra lo è sempre stato. Oppure quando lo frequentava negli ambienti democristiani Mancino, Lombardi aveva tre lauree e solo dopo, quando ha cominciato a frequentare esponenti del centro destra è diventato geometra?
Tutta questa storia del coinvolgimento di magistrati in un’inchiesta che comunque fa acqua da tutte le parti puzza molto di resa dei conti nelle mura dei palazzi di giustizia. I magistrati di sinistra affilano le armi e cercano di buttar fuori gli altri. C’era stato a Roma un unico magistrato “rosso”, Francesco Misiani (che purtroppo non c’è più) che aveva avuto il coraggio di denunciare quel che succedeva nella sinistra in toga. Poi il silenzio. E la guerra continua sempre nello stesso modo, con le intercettazioni e le inchieste.
Le radici di quel che sta succedendo oggi, sono antiche. Hanno origine nel concetto stesso di magistratura, una casta privilegiata e corporativa disposta a tutto (scioperi, manifestazioni, interviste a go-go) purché non si cambi nulla del loro status quo.
Non lo stipendio (generoso) non i ruoli. Eppure se anche nel nostro ordinamento, come nei paesi di diritto anglosassone, esistessero solo i giudici, la casta sarebbe già sgretolata. E la dialettica sarebbe tutta spostata nella competizione tra avvocati dell’accusa e avvocati della difesa. E sarebbe processuale più che politica.
Purtroppo di queste riforme radicali, come anche dell’abolizione della finta obbligatorietà dell’azione penale, dell’abolizione dei reati associativi (che servono ad arrestare senza che ci siano fatti criminosi) e altre cosucce del codice Rocco non si parla più. E in ogni caso non si riuscirebbe a realizzarle, perché partirebbero i cannoni della casta-magistratura, appoggiata dalla sinistra e dagli sfasciacarrozze del presidente Fini.
Così finirà che i conti interni alla magistratura metteranno ai margini persone per bene come Marra (o some il procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato), poi l’inchiesta sulla presunta P3 finirà in niente (a scommetterci sopra ci sarebbe da diventare ricchi), ma intanto il risultato politico sarà stato raggiunto. (l'Occidentale)
giovedì 15 luglio 2010
Gli impegni di Bersani. Orso Di Pietra
La notizia che più ha colpito nella giornata di ieri non è stata quella sulla retata dei trecento affiliati alla ’ndrangheta arrestati non in Aspromonte ma in Lombardia. Neppure quella della totale indifferenza con cui la libera stampa nazionale ha reagito alla sentenza con cui magistrati milanesi hanno definito il generale Ganzer un narcotrafficante ed alla decisione dei vertici della Benemerita e del governo di confermare fiducia e ruolo all’alto ufficiale. Non parliamo poi della stretta di mano a Trieste di Napolitano con i suoi colleghi presidenti di Croazia e Slovenia che non ha minimamente scosso nessuno. E tanto meno del calo di consenso di Obama o della nave libica guidata dal figlio di Gheddafi che cerca rogna con gli israeliani. La notizia con la scossa è che Pierluigi Bersani, in visita negli Stati Uniti, ha esaurito il tradizionale shopping tra la Quinta Strada e la Madison, effettuato il giro in battello di Manhattan, salutato la statua della Libertà ed, infine, è andato al cimitero di Arlington a visitare le tombe dei fratelli Kennedy. Insomma, ha avuto ciò che in Italia non gli capita mai di avere: una giornata ricca di impegni! (l'Opinione)
mercoledì 14 luglio 2010
Zero, ovvero il peso specifico del Pd. Filippo Ferri
La fine della cosiddetta Prima Repubblica non ha significato soltanto la fine dei partiti, ma anche la fine delle idee, la fine della politica. Quel momento di crisi ha generato un vuoto che ancora non è stato colmato. Ne è controprova l'imbarbarimento culturale della classe politica e la degenerazione dei toni del dibattito politico, ridotto sempre più a uno scambio di insulti e accuse, o a un insieme di "chiacchiere da bar". La verità è che il dibattito politico - come veniva inteso una volta - oggi non esiste più. Questo male assoluto affligge tutte le formazioni politiche. Anche la Lega Nord ne è afflitta, ma è quella che ne patisce meno, grazie alla sua ottima ramificazione territoriale e al suo pragmatismo, spesso rozzo, ma efficace perché di grande impatto sui cittadini. L'Italia dei valori fa dell'antipolitica il proprio manifesto, e pertanto se ne giova; si tratta, però, di un serbatoio che prima o poi si esaurirà - è inevitabile - e allora il partito dell'ex poliziotto dovrà fare i conti con la propria inesistenza politica o, in alternativa, con la propria natura fascistoide. Anche il Pdl è afflitto dal "vuoto delle idee"; pur essendo da quella parte, non nascondo che spesso rabbrividisco di fronte alla povertà intellettuale di alcuni esponenti - anche di spicco - del partito del Cavaliere. Tuttavia, il Pdl, in questo senso, è salvato soprattutto dalla presenza dei riformisti, gli unici in grado di esprimere un indirizzo politico chiaro e riconoscibile. Il partito, però, che in assoluto è più colpito dalla "nullità politica" è il Partito democratico: rifugio degli ex comunisti mai pentiti e dei cattolici illiberali, il Pd è il "partito del nulla", politicamente inteso. Non ha la legittimità storica e politica di chiamarsi socialista o socialdemocratico, né la capacità di dettare una linea alternativa credibile. Un episodio emblematico è accaduto in queste settimane di protesta contro la legge sulle intercettazioni. Uno slogan va di gran moda tra i manifestanti, in particolare tra quelli del Pd: "Intercettateci tutti". Solo una mente seriamente compromessa dall'odio ideologico o personale può partorire un simile abominio. Solo degli individui d'infinita ignoranza e di spaventosa inciviltà possono pronunciare tale slogan. "Intercettateci tutti" è una delle frasi più incolte e contrarie alla Costituzione che l'opposizione abbia mai inventato. E soprattutto è una frase antidemocratica come poche. Essa svela la vera natura che già abbiamo compreso dell'Idv e mette a nudo il peso specifico del Partito democratico: zero. Come fanno i giovani che aderiscono al partito di Bersani a non rendersi conto dell'imbarazzante assurdità del loro comportamento? Come è possibile chiamarsi "Partito democratico", e allo stesso urlare "intercettateci tutti", lo slogan più dittatoriale che esista? Questa gente vorrebbe per caso una nuova Ddr, o una nuova Urss, o un nuovo Reich, dove la Stasi, il Kgb, la Gestapo ascoltavano e spiavano tutto e tutti? La loro contraddittorietà è talmente macroscopica da generare ilarità e scherno. La verità è che questa è la miserevole situazione della "sinistra" (che "vera" sinistra non è!) italiana: i relitti di ideologie sconfitte dalla Storia, che meschinamente hanno tentato di vincere con vie antidemocratiche e che anche così hanno fallito, sono confluite in un soggetto senza tradizione, senza cultura, senza identità. Si chiamano democratici, ma non lo sono. Si dicono di sinistra, ma provate a chiedere loro cosa significhi e vi risponderanno o con un'idiozia da salotto tv, o con un fantasma comunista, o con l'odio per Berlusconi. In natura qualsiasi corpo, per quanto piccolo, ha pur sempre un "peso specifico"; il Pd non ne ha, perché, politicamente, non esiste. E solo l'accozzaglia informe di spettri di epoche ormai trascorse, di opportunisti che devono il loro successo al periodo più buio della storia d'Italia (che essi stessi hanno contribuito a provocare), di "uomini nuovi" senz'arte né parte. E necessario, in questa situazione desolata e desolante, tornare alla politica. Urge un ritorno alle idee di giustizia e di pace sociale, di pari opportunità e di meritocrazia, di eguaglianza e di libertà. Chi crede veramente in queste idee - e può fregiarsene per discendenza storica e politica - ha il dovere di dare ad esse nuova vita e di promuovere un ritorno alla dialettica, al dibattito, al discorso politico. L'Avanti! non ha mai smesso di farlo. Gli amici che si riconosco nelle nostre idee non possono sottrarsi a questo dovere. Bisogna rinnovare la politica - che altro non è se non l'arte del vivere assieme - e i socialisti, ovunque siano e comunque si chiamino, sono tra i pochi che possono colmare il "vuoto delle idee" con la loro (la nostra) storia e con la nostra identità, mai tradita e mai dimenticata; e soprattutto mai barattata per inesistenti "feticci democratici". (l'Avanti)
L'Onu ha scoperto un nuovo diritto: quello delle intercettazioni
Nel caravanserraglio che dal popolo viola arriva ai post-it di Repubblica, mancava un mattatore capace di ravvivare la fiamma dell’antiberlusconismo su scala planetaria. Puntuale il mangiafuoco è arrivato e risponde al nome di Frank La Rue, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione. "Il governo italiano – ha sentenziato La Rue incurante della nostra sovranità nazionale – deve modificare o abolire il progetto di legge sulle intercettazioni", perché, "se venisse adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto della libertà di espressione in Italia".
L’uomo dell’Onu si dice "consapevole" delle "implicazioni che la pubblicazione delle informazioni intercettate possono avere nel processo giuridico o nel diritto alla privacy" e auspica un "dialogo significativo" tra il governo e tutte le parti interessate, dichiarandosi pronto a "fornire assistenza tecnica per garantire che il provvedimento rispetti gli standard internazionali sui diritti umani".
Visto che le parole di La Rue, com’era prevedibile, si sono rivelate una manna dal cielo per l'opposizione, è opportuno verificarle una per volta. Primo, l’onusiano non ci sembra granché “consapevole” del fatto che non esiste un legame di sangue tra la libertà di espressione e i paletti (che non sono un divieto assoluto) imposti al regime delle intercettazioni. Se domani questo giornale decidesse di pubblicare l'epistolario privato fra La Rue e la sua consorte e una legge ce lo impedisse sarebbe un attentato alla libertà di espressione o un modo spregevole di turbare la sua privacy? D'altra parte, come ha evidenziato seccamente il ministro Frattini, "in tutti i paesi liberali e democratici del mondo non è consentito divulgare prima della sentenza definitiva atti che devono restare segreti".
Secondo, quando La Rue chiede "più dialogo" al governo dimentica che ormai sono due anni che il ddl intercettazioni passa dalla Camera al Senato, e che alla discussione in aula si sono aggiunte le audizioni in Commissione Giustizia, dove si è ascoltato il parere, per esempio, dei magistrati. Come pure forse non è informato del fatto che si stanno valutando e votando una serie di emendamenti che vanno incontro alle perplessità del Colle e hanno lo scopo di trovare un punto d’equilibrio fra il diritto alla riservatezza garantito dalla Costituzione, l’azione della magistratura e la libertà di stampa. (Uno degli emendamenti potrebbe rivedere al ribasso la “punizione” inflitta a quegli editori che pubblicano materiale intercettato, che per La Rue è una pena “sproporzionata al reato”.)
In conclusione, rispondiamo con un cortese “no, grazie” alla sua offerta di trasferirsi per qualche mese in Italia come consulente del governo sulla questione della libertà di espressione. La Rue deve aver confuso il nostro Paese con il Guatemala, lo stato dell’America Centrale in cui ha fatto carriera negli anni scorsi battendosi (giustamente) contro i bavagli (quelli veri) imposti dai governi locali a giornalisti che in quelle latitudini rischiano davvero grosso. Resti pure da quelle parti, insomma, e saremo noi i primi a offrirgli la nostra consulenza. In caso contrario, potremo dire che ci mancava solo lui per finire di screditare l’enorme carrozzone delle Nazioni Unite. (l'Occidentale)
L’uomo dell’Onu si dice "consapevole" delle "implicazioni che la pubblicazione delle informazioni intercettate possono avere nel processo giuridico o nel diritto alla privacy" e auspica un "dialogo significativo" tra il governo e tutte le parti interessate, dichiarandosi pronto a "fornire assistenza tecnica per garantire che il provvedimento rispetti gli standard internazionali sui diritti umani".
Visto che le parole di La Rue, com’era prevedibile, si sono rivelate una manna dal cielo per l'opposizione, è opportuno verificarle una per volta. Primo, l’onusiano non ci sembra granché “consapevole” del fatto che non esiste un legame di sangue tra la libertà di espressione e i paletti (che non sono un divieto assoluto) imposti al regime delle intercettazioni. Se domani questo giornale decidesse di pubblicare l'epistolario privato fra La Rue e la sua consorte e una legge ce lo impedisse sarebbe un attentato alla libertà di espressione o un modo spregevole di turbare la sua privacy? D'altra parte, come ha evidenziato seccamente il ministro Frattini, "in tutti i paesi liberali e democratici del mondo non è consentito divulgare prima della sentenza definitiva atti che devono restare segreti".
Secondo, quando La Rue chiede "più dialogo" al governo dimentica che ormai sono due anni che il ddl intercettazioni passa dalla Camera al Senato, e che alla discussione in aula si sono aggiunte le audizioni in Commissione Giustizia, dove si è ascoltato il parere, per esempio, dei magistrati. Come pure forse non è informato del fatto che si stanno valutando e votando una serie di emendamenti che vanno incontro alle perplessità del Colle e hanno lo scopo di trovare un punto d’equilibrio fra il diritto alla riservatezza garantito dalla Costituzione, l’azione della magistratura e la libertà di stampa. (Uno degli emendamenti potrebbe rivedere al ribasso la “punizione” inflitta a quegli editori che pubblicano materiale intercettato, che per La Rue è una pena “sproporzionata al reato”.)
In conclusione, rispondiamo con un cortese “no, grazie” alla sua offerta di trasferirsi per qualche mese in Italia come consulente del governo sulla questione della libertà di espressione. La Rue deve aver confuso il nostro Paese con il Guatemala, lo stato dell’America Centrale in cui ha fatto carriera negli anni scorsi battendosi (giustamente) contro i bavagli (quelli veri) imposti dai governi locali a giornalisti che in quelle latitudini rischiano davvero grosso. Resti pure da quelle parti, insomma, e saremo noi i primi a offrirgli la nostra consulenza. In caso contrario, potremo dire che ci mancava solo lui per finire di screditare l’enorme carrozzone delle Nazioni Unite. (l'Occidentale)
martedì 13 luglio 2010
Blog e regime. Christian Rocca
Massimo Bordin, nella conversazione settimanale con Marco Pannella, ha riconosciuto che a dare la notizia delle sue dimissioni da direttore di radioradicale per dissidi con Pannella (che dovevano restare nascoste ancora per un po') è stato questo blog, nella tarda mattinata di venerdì.
Il Corriere ha preferito non ricordarlo, il giorno successivo.
PS
Non perdetevi la conversazione di domenica, dove Pannella e Bordin provano a spiegarsi. Cominciate dal minuto 57, fino alla fine, un'ora e venti dopo. Altro che finale di Coppa del mondo. (Camilloblog)
Il Corriere ha preferito non ricordarlo, il giorno successivo.
PS
Non perdetevi la conversazione di domenica, dove Pannella e Bordin provano a spiegarsi. Cominciate dal minuto 57, fino alla fine, un'ora e venti dopo. Altro che finale di Coppa del mondo. (Camilloblog)
mercoledì 7 luglio 2010
Da detenuti a soldati del jihad, ora in cella l'islam fa paura. Ida Magli
Fra i tanti problemi posti dall’eccessiva presenza in Italia d’immigrati, uno dei più difficili da risolvere è quello dell’alto numero di musulmani nelle carceri. Si tratta di molte migliaia di persone che si trovano a vivere una delle esperienze più dolorose, quale appunto quella della privazione della libertà, in un ambiente dove non si parla la loro lingua, dove non possono condividere col compagno di cella né ricordi del passato né progetti per il futuro; dove, insomma, la “estraneità” della terra d’origine, della patria, della religione, dei costumi, dei sentimenti, delle abitudini quotidiane, già tanto forte all’esterno, assume in un certo senso una dimensione “essenziale”. Soltanto se si fa lo sforzo di comprendere quest’aspetto del vissuto carcerario dei musulmani, si può rendersi conto di come la scoperta, o la riscoperta della devozione religiosa, attraverso le cure che in tal senso porgono loro i più solerti compagni, divenga un legame e una forza di salvezza.
Di fatto è stato organizzato un sistema di recupero al Corano nei confronti dei prigionieri, anche di quelli più lontani dall’osservanza della fede, cosa che senza dubbio aiuta psicologicamente le singole persone, specialmente quando sono state trascinate nella criminalità del furto o della droga dalla mancanza di un qualsiasi ordine di vita e di lavoro. Ma soprattutto le spinge a trovare un nuovo centro d’interesse e una guida concreta proprio perché il Corano non è soltanto un testo sacro, quanto un codice simultaneamente civile e religioso; una voce che dice al credente come Dio gli indichi una strada sicura nella quale non sarà mai lasciato solo purché sia fedele alle preghiere e ai precetti quotidiani. Questa, però, è soltanto una premessa a ciò che sta diventando una forma di organizzazione disciplinata e attenta di molti degli immigrati musulmani che, proprio perché selezionati fra quelli meno integrati in Italia e già predisposti alla devianza come i prigionieri, possono più facilmente diventare portatori di un’esasperata volontà di riscatto islamico, ed eventualmente anche eversiva. In altri termini, non è inverosimile supporre che si stia sviluppando una forma di vero e proprio indottrinamento dei prigionieri che porti, attraverso la maggiore fedeltà al Corano, al recupero della forma più radicale d’identità musulmana, quella che non ammette l’esistenza di “infedeli”, i quali vanno combattuti e vinti in nome di Allah.
E’ questo un aspetto nuovo delle difficoltà che l’immigrazione pone agli Italiani. Lontani come sono ormai in grande maggioranza da una fede che li induca alla battaglia, i cattolici non riescono a rendersi conto della forza di una fede religiosa quando è sentita in forma assoluta. Nelle carceri si trovano naturalmente molti italiani, ma il cappellano è una figura ovvia, amica, confortante di per sé, non perché induca a forti passioni in nome di Dio. Non sappiamo se, posti nella stessa cella, non sia il musulmano a suscitare l’interesse del cristiano parlandogli di Allah più che il cappellano parlandogli di Dio. Questa è la situazione, e la Chiesa non sembra per niente preoccuparsene, anzi. Si preoccupa degli immigrati, del loro diritto alla propria religione, senza neanche il più piccolo tentativo di mettere in luce l’abisso che separa l’obbligo coranico dell’odio per gli infedeli dal: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Nei confronti dei cattolici, i preti sembrano ormai accontentarsi di una stanca routine, fatta di parole ovvie e sempre uguali, ben sapendo che a nulla servono e che nulla cambiano.
Anche le carceri, dunque, lungi dal preparare gli immigrati a quella “integrazione” di cui si dimostra tanto sicuro Gianfranco Fini, allevano dei forti musulmani che probabilmente, una volta usciti, sia che rimangano in Italia, sia che tornino nei loro paesi, saranno disponibili ad azioni ostili. Qualche correttivo, però, si potrebbe mettere in atto, se non altro organizzando gli incontri religiosi sotto la guida di un imam conosciuto dalla direzione delle carceri; ma soprattutto non accantonando il problema nella speranza che si risolva da sé. (italianiliberi.it)
Di fatto è stato organizzato un sistema di recupero al Corano nei confronti dei prigionieri, anche di quelli più lontani dall’osservanza della fede, cosa che senza dubbio aiuta psicologicamente le singole persone, specialmente quando sono state trascinate nella criminalità del furto o della droga dalla mancanza di un qualsiasi ordine di vita e di lavoro. Ma soprattutto le spinge a trovare un nuovo centro d’interesse e una guida concreta proprio perché il Corano non è soltanto un testo sacro, quanto un codice simultaneamente civile e religioso; una voce che dice al credente come Dio gli indichi una strada sicura nella quale non sarà mai lasciato solo purché sia fedele alle preghiere e ai precetti quotidiani. Questa, però, è soltanto una premessa a ciò che sta diventando una forma di organizzazione disciplinata e attenta di molti degli immigrati musulmani che, proprio perché selezionati fra quelli meno integrati in Italia e già predisposti alla devianza come i prigionieri, possono più facilmente diventare portatori di un’esasperata volontà di riscatto islamico, ed eventualmente anche eversiva. In altri termini, non è inverosimile supporre che si stia sviluppando una forma di vero e proprio indottrinamento dei prigionieri che porti, attraverso la maggiore fedeltà al Corano, al recupero della forma più radicale d’identità musulmana, quella che non ammette l’esistenza di “infedeli”, i quali vanno combattuti e vinti in nome di Allah.
E’ questo un aspetto nuovo delle difficoltà che l’immigrazione pone agli Italiani. Lontani come sono ormai in grande maggioranza da una fede che li induca alla battaglia, i cattolici non riescono a rendersi conto della forza di una fede religiosa quando è sentita in forma assoluta. Nelle carceri si trovano naturalmente molti italiani, ma il cappellano è una figura ovvia, amica, confortante di per sé, non perché induca a forti passioni in nome di Dio. Non sappiamo se, posti nella stessa cella, non sia il musulmano a suscitare l’interesse del cristiano parlandogli di Allah più che il cappellano parlandogli di Dio. Questa è la situazione, e la Chiesa non sembra per niente preoccuparsene, anzi. Si preoccupa degli immigrati, del loro diritto alla propria religione, senza neanche il più piccolo tentativo di mettere in luce l’abisso che separa l’obbligo coranico dell’odio per gli infedeli dal: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Nei confronti dei cattolici, i preti sembrano ormai accontentarsi di una stanca routine, fatta di parole ovvie e sempre uguali, ben sapendo che a nulla servono e che nulla cambiano.
Anche le carceri, dunque, lungi dal preparare gli immigrati a quella “integrazione” di cui si dimostra tanto sicuro Gianfranco Fini, allevano dei forti musulmani che probabilmente, una volta usciti, sia che rimangano in Italia, sia che tornino nei loro paesi, saranno disponibili ad azioni ostili. Qualche correttivo, però, si potrebbe mettere in atto, se non altro organizzando gli incontri religiosi sotto la guida di un imam conosciuto dalla direzione delle carceri; ma soprattutto non accantonando il problema nella speranza che si risolva da sé. (italianiliberi.it)
Terzo pollo. Davide Giacalone
Dice Francesco Rutelli che è scoccata l’ora del terzo polo. A questa costruzione si dedica, egli ricorda, da quando è uscito dal Partito Democratico, che aveva cofondato. Allo stesso sforzo chiama Gianfranco Fini, che dal Popolo delle Libertà non vuole uscire, avendolo cofondato. In quella casa terza, inoltre, dovrebbe darsi tutti appuntamento con Pier Ferdinando Casini, a lungo esponente del centro destra, poi navigante solitario più per necessità che per scelta. Tutto questo m’affascina, perché terzopolista nacqui, e probabilmente creperò, ma non capisco cosa diavolo vogliano fare questi signori e temo che neanche loro abbiano le idee passabilmente chiare. Intanto perché per esserci un terzo polo occorre che ce ne sia un primo e un secondo. Se qualcuno li vede mi faccia un fischio, perché io vedo solo spaccature pro o contro Silvio Berlusconi.
Il vecchio sogno della “terza forza”, che mi svezzò, nasceva da un presupposto oggi sconosciuto: c’è una vasta forza politica dei cattolici e c’è un’imponete presenza dei comunisti, nella sinistra, sicché i laici antitotalitari immaginavano possibile dare vita ad una terza componente. Che non prese mai forma compiuta, perché la realtà era diversa, visto che nella sinistra, dopo la rottura del Fronte Popolare, c’erano anche i socialisti e che l’area dei partiti laici era divisa in tre o quattro partiti. La fissione dell’atomo, si diceva con amara ironia. Ma, insomma, quella era un’altra storia.
Oggi i comunisti sostengono di non esserlo mai stati e tutti si dicono amici del Vaticano, sicché domando: ma terza de che?
Più che un movimento politico, quello dei terzi, sembra un’assemblea degli sfrattati. Rutelli è stato eletto sindaco dalla sinistra, è stato candidato della sinistra contrapposto a Berlusconi, ha cofondato il partito della sinistra, ma, ad un certo punto, s’è scoperto una vocazione da terzo incomodo. Dice che, per soddisfarla, ha rinunciato alla poltrona. Non è che, per la precisione, sia stata l’assenza della medesima ad avergli solleticato lo spirito critico? Lo stesso Fini ha tutte le ragioni quando sostiene il diritto al dissenso e al mettere a confronto idee politiche diverse. Solo che, se entrasse in una macchina del tempo e potesse incontrare il sé stesso nel corso degli anni, potrebbe utilmente dibattere con sé medesimo, accusandosi da sé solo di estremismi contrapposti: dal duce (minuscolo, proto, minuscolissimo) più grande statista del secolo a male assoluto, dai maestri che non siano froci ai diritti degli omosessuali, dall’Europa nazione e la legge sull’immigrazione al venite, integriamoci e votate. Posto che, senza l’entusiasmo del neofita, tendo a condividere gli approdi e detestare le sponde da cui salpò, prima di aprire il dibattito si deve fare come per i vini: stabilire l’annata di riferimento.
Poi c’è il furbo Casini, l’unico terzaforzista nato e cresciuto democristiano, che gode dei guai degli altri due, come loro godettero dei suoi. La posizione di Casini è lineare: se volete confluire nel mio Partito della Nazione (i nazionalisti? oibò), riconoscendo d’esservi sbagliati per almeno un paio di legislature, sarete i benvenuti, se, invece, ve ne starete per i fatti vostri auguri, che io potrò sempre sostituirvi, da una parte o dall’altra. L’ex rampollo di Arnaldo Forlani imparò la politica fin da piccino e sa leggere i risultati elettorali, i quali dicono, alle regionali, che l’Udc prende voti quando s’allea con il centro destra e li perde quando va a sinistra. Ha capito l’antifona, ma visto che non ci sono elezioni in corso si barcamena.
L’antica terza forza puntava alla nascita di una sinistra democratica, qui, invece, i senza tetto odierni cercano di cancellare dal vocabolario i concetti di destra e sinistra, se non per dire che sono detestabili. Dopo averli lungamente abitati. La domanda è: perché la sinistra vera, quella che fu comunista e che cambia nome come gli abiti stagionali, non li aiuta a crescere? La risposta è: perché mica sono del tutto scemi. Oramai incapaci di fare politica, un po’ tutti, si limitano a campare di rendita berlusconiana e antiberlusconiana. I primi devono solo mostrarsi degli entusiasti balilla, meglio se giovani italiane, ma i secondi sanno bene che se sorgono altri soggetti ci si deve dividere la torta. I voti antiberlusconiani, più o meno, quelli sono. Il più bravo a coalizzarli fu Romano Prodi, fin qui imbattuto. I successori, invece, sono dei maghi nel dividerli. Se prendono anche Fini fra i concorrenti, avendo già in seno una bella truppa di giustizialisti fascistoidi, si mettono tutti a stecchetto e va a finire che scavalcano a destra Francesco Storace, camerata verace.
Oddio, l’alzheimer: perché ho cominciato a scrivere questo articolo? Tanto, questa roba è destinata a scuocere senza essere scolata. Ah sì, adesso ricordo. Ho una modesta e limitata richiesta da avanzare: per rispetto di quelle scuole minoritarie, ma gloriose, che affondarono le loro radici nel Risorgimento e guardarono con speranza alle democrazie anglosassoni e maggioritarie (quelle vere), potreste avere la buona creanza di non chiamarvi “terza forza”, o “terzo polo”? Provate con qualche cosa di più immediato e popolare, mettendo a frutto la lezione che il berlusconismo impartisce, da tanti anni. Ecco, ad esempio: “a riecchice”, oppure “daje e ridaje”.
Il vecchio sogno della “terza forza”, che mi svezzò, nasceva da un presupposto oggi sconosciuto: c’è una vasta forza politica dei cattolici e c’è un’imponete presenza dei comunisti, nella sinistra, sicché i laici antitotalitari immaginavano possibile dare vita ad una terza componente. Che non prese mai forma compiuta, perché la realtà era diversa, visto che nella sinistra, dopo la rottura del Fronte Popolare, c’erano anche i socialisti e che l’area dei partiti laici era divisa in tre o quattro partiti. La fissione dell’atomo, si diceva con amara ironia. Ma, insomma, quella era un’altra storia.
Oggi i comunisti sostengono di non esserlo mai stati e tutti si dicono amici del Vaticano, sicché domando: ma terza de che?
Più che un movimento politico, quello dei terzi, sembra un’assemblea degli sfrattati. Rutelli è stato eletto sindaco dalla sinistra, è stato candidato della sinistra contrapposto a Berlusconi, ha cofondato il partito della sinistra, ma, ad un certo punto, s’è scoperto una vocazione da terzo incomodo. Dice che, per soddisfarla, ha rinunciato alla poltrona. Non è che, per la precisione, sia stata l’assenza della medesima ad avergli solleticato lo spirito critico? Lo stesso Fini ha tutte le ragioni quando sostiene il diritto al dissenso e al mettere a confronto idee politiche diverse. Solo che, se entrasse in una macchina del tempo e potesse incontrare il sé stesso nel corso degli anni, potrebbe utilmente dibattere con sé medesimo, accusandosi da sé solo di estremismi contrapposti: dal duce (minuscolo, proto, minuscolissimo) più grande statista del secolo a male assoluto, dai maestri che non siano froci ai diritti degli omosessuali, dall’Europa nazione e la legge sull’immigrazione al venite, integriamoci e votate. Posto che, senza l’entusiasmo del neofita, tendo a condividere gli approdi e detestare le sponde da cui salpò, prima di aprire il dibattito si deve fare come per i vini: stabilire l’annata di riferimento.
Poi c’è il furbo Casini, l’unico terzaforzista nato e cresciuto democristiano, che gode dei guai degli altri due, come loro godettero dei suoi. La posizione di Casini è lineare: se volete confluire nel mio Partito della Nazione (i nazionalisti? oibò), riconoscendo d’esservi sbagliati per almeno un paio di legislature, sarete i benvenuti, se, invece, ve ne starete per i fatti vostri auguri, che io potrò sempre sostituirvi, da una parte o dall’altra. L’ex rampollo di Arnaldo Forlani imparò la politica fin da piccino e sa leggere i risultati elettorali, i quali dicono, alle regionali, che l’Udc prende voti quando s’allea con il centro destra e li perde quando va a sinistra. Ha capito l’antifona, ma visto che non ci sono elezioni in corso si barcamena.
L’antica terza forza puntava alla nascita di una sinistra democratica, qui, invece, i senza tetto odierni cercano di cancellare dal vocabolario i concetti di destra e sinistra, se non per dire che sono detestabili. Dopo averli lungamente abitati. La domanda è: perché la sinistra vera, quella che fu comunista e che cambia nome come gli abiti stagionali, non li aiuta a crescere? La risposta è: perché mica sono del tutto scemi. Oramai incapaci di fare politica, un po’ tutti, si limitano a campare di rendita berlusconiana e antiberlusconiana. I primi devono solo mostrarsi degli entusiasti balilla, meglio se giovani italiane, ma i secondi sanno bene che se sorgono altri soggetti ci si deve dividere la torta. I voti antiberlusconiani, più o meno, quelli sono. Il più bravo a coalizzarli fu Romano Prodi, fin qui imbattuto. I successori, invece, sono dei maghi nel dividerli. Se prendono anche Fini fra i concorrenti, avendo già in seno una bella truppa di giustizialisti fascistoidi, si mettono tutti a stecchetto e va a finire che scavalcano a destra Francesco Storace, camerata verace.
Oddio, l’alzheimer: perché ho cominciato a scrivere questo articolo? Tanto, questa roba è destinata a scuocere senza essere scolata. Ah sì, adesso ricordo. Ho una modesta e limitata richiesta da avanzare: per rispetto di quelle scuole minoritarie, ma gloriose, che affondarono le loro radici nel Risorgimento e guardarono con speranza alle democrazie anglosassoni e maggioritarie (quelle vere), potreste avere la buona creanza di non chiamarvi “terza forza”, o “terzo polo”? Provate con qualche cosa di più immediato e popolare, mettendo a frutto la lezione che il berlusconismo impartisce, da tanti anni. Ecco, ad esempio: “a riecchice”, oppure “daje e ridaje”.
venerdì 2 luglio 2010
Coriandoli costituzionali. Davide Giacalone
Il Presidente della Repubblica non si è riservato di esprimere un giudizio sulla legge relativa alle intercettazioni telefoniche, attualmente al vaglio del Parlamento, lo ha già fatto e ha già annunciato la bocciatura. Giorgio Napolitano non si è limitato a manifestare le proprie opinioni, cosa che la Costituzione, per volere essere precisi, esclude, ma si è spinto a intervenire sui calendari parlamentari, disponendo affinché delle intercettazioni non si parli finché si discute della manovra economica, e non si è fermato alla manifestazione di una preferenza, ha anche reso pubblica la propria irritazione perché il Parlamento, che un tempo si sarebbe definito “sovrano” ha voluto organizzarsi diversamente. E neanche questo gli è bastato, perché ha usato parole assai precise per indicare che di queste cose, quindi sia della diversa opinione sulle intercettazioni sia dei calendari parlamentari, ha discusso con esponenti della maggioranza, in questo modo potendo voler dire due cose: a. ho concordato un’azione con gli uomini della maggioranza che si opporranno a tutto questo; b. ho avvertito chi di dovere che se la maggioranza avesse preteso d’essere tale si sarebbe aperto un conflitto.
Quel clima di collaborazione istituzionale, di cui taluno favoleggiò, non c’è più. E cambiata stagione, e l’aria sé fatta appestata e appiccicosa.
A fronte di tutto ciò appare un dettaglio di scarso rilievo il fatto che le parole presidenziali non sono contenute in un messaggio formale, ma arrivano da Malta, laddove, come lo stesso Napolitano ha ricordato, è prassi consolidata che il Capo dello Stato non vada all’estero per tirare di simili randellate sulle questioni interne. Più interessante, invece, l’invenzione di una nuova categoria, cui il legislatore dovrebbe inchinarsi, portata da Napolitano al rango di custode dell’ortodossia: gli studiosi. Già, perché il Presidente è riuscito ad argomentare che la legge sulle intercettazioni va malissimo anche perché lo confermano gli studiosi. E chi sono? Chi assegna loro la pecetta di saggio e colto? Chi chiede loro di parlare? Noi, per esempio, siamo certamente incolti e tendenzialmente zotici, ma abbiamo ripetutamente scritto che quella legge non servirà a nulla, non sarà un bavaglio, ma neanche un rimedio, che complicando le cose le peggiora e, quindi, è una pessima idea. Ma ero convinto, pensate l’ingenuità, che noi si fosse una democrazia, dove legifera la maggioranza e si lascia ai pensatori (nel nostro caso meglio s’attaglia la definizione di “cani sciolti”) la possibilità di criticare. Invece no: i pretesi cultori del dettato costituzionale lo riducono in coriandoli, fra le trombette cattedratiche.
Le parole di Napolitano, come forse s’è già intuito, non mi convincono, le ritengo, al di là del merito, un colpo alle regole e una pericolosa manomissione degli equilibri costituzionali. Ma a preoccupare ancor di più è il clima complessivo in cui vive il Paese. Perché può anche darsi che tutto sia un succedersi sgangherato di parole in libertà, senza più un nesso, senza un contesto condiviso di regole, ma può anche darsi che non sia casuale il fatto che un Presidente Emerito sostenga che si fu vicini al colpo di stato, ricordandosi a scoppio ritardato di affibbiare a dei protagonisti della politica la colpa di avere favorito la mafia, e può non essere casuale che dopo quelle affermazioni vadano a ruota il procuratore nazionale antimafia e altri professionisti della materia. E, sempre ammesso che le cose abbiano un senso, qualcuno provi a spiegare perché Beppe Pisanu sente il bisogno di parlare dopo la sentenza Dell’Utri, con l’inarrestabile impulso di darsi dell’incapace e, forse anche del complice per i fatti propri. Che sta succedendo? Cosa bolle in pentola? Se queste cose non sono il frutto del caldo e dell’età, quali notizie circolano, circa ciò che si prepara?
Il governo, dal canto suo, non ci guadagna nulla a reagire accelerando la discussione di una legge (sempre quella sulle intercettazioni) che gli si ritorcerà contro. Non è una dimostrazione di forza, ma qualche cosa che somiglia alla forza della disperazione.
Francamente non credo che siano moltissimi gli italiani che la sera, prima di prender sonno, pensano a queste cose, ma ho l’impressione che ci sia in giro chi punta sull’insonnia di molti, provocata dalle preoccupazioni e dalla sfiducia nel futuro, per soffiare sul fuoco della rabbia e della reazione, magari gettando nella combustione anche materiale altamente inquinante, come le faccende di mafia. Stiano attenti, gli apprendisti stregoni, perché non è detto che il servizio antincendio funzioni, e non è detto che a seguire i suggerimenti che arrivano dall’estero si possa poi sostenere, neanche con se stessi, di avere servito gli interessi nazionali.
Quel clima di collaborazione istituzionale, di cui taluno favoleggiò, non c’è più. E cambiata stagione, e l’aria sé fatta appestata e appiccicosa.
A fronte di tutto ciò appare un dettaglio di scarso rilievo il fatto che le parole presidenziali non sono contenute in un messaggio formale, ma arrivano da Malta, laddove, come lo stesso Napolitano ha ricordato, è prassi consolidata che il Capo dello Stato non vada all’estero per tirare di simili randellate sulle questioni interne. Più interessante, invece, l’invenzione di una nuova categoria, cui il legislatore dovrebbe inchinarsi, portata da Napolitano al rango di custode dell’ortodossia: gli studiosi. Già, perché il Presidente è riuscito ad argomentare che la legge sulle intercettazioni va malissimo anche perché lo confermano gli studiosi. E chi sono? Chi assegna loro la pecetta di saggio e colto? Chi chiede loro di parlare? Noi, per esempio, siamo certamente incolti e tendenzialmente zotici, ma abbiamo ripetutamente scritto che quella legge non servirà a nulla, non sarà un bavaglio, ma neanche un rimedio, che complicando le cose le peggiora e, quindi, è una pessima idea. Ma ero convinto, pensate l’ingenuità, che noi si fosse una democrazia, dove legifera la maggioranza e si lascia ai pensatori (nel nostro caso meglio s’attaglia la definizione di “cani sciolti”) la possibilità di criticare. Invece no: i pretesi cultori del dettato costituzionale lo riducono in coriandoli, fra le trombette cattedratiche.
Le parole di Napolitano, come forse s’è già intuito, non mi convincono, le ritengo, al di là del merito, un colpo alle regole e una pericolosa manomissione degli equilibri costituzionali. Ma a preoccupare ancor di più è il clima complessivo in cui vive il Paese. Perché può anche darsi che tutto sia un succedersi sgangherato di parole in libertà, senza più un nesso, senza un contesto condiviso di regole, ma può anche darsi che non sia casuale il fatto che un Presidente Emerito sostenga che si fu vicini al colpo di stato, ricordandosi a scoppio ritardato di affibbiare a dei protagonisti della politica la colpa di avere favorito la mafia, e può non essere casuale che dopo quelle affermazioni vadano a ruota il procuratore nazionale antimafia e altri professionisti della materia. E, sempre ammesso che le cose abbiano un senso, qualcuno provi a spiegare perché Beppe Pisanu sente il bisogno di parlare dopo la sentenza Dell’Utri, con l’inarrestabile impulso di darsi dell’incapace e, forse anche del complice per i fatti propri. Che sta succedendo? Cosa bolle in pentola? Se queste cose non sono il frutto del caldo e dell’età, quali notizie circolano, circa ciò che si prepara?
Il governo, dal canto suo, non ci guadagna nulla a reagire accelerando la discussione di una legge (sempre quella sulle intercettazioni) che gli si ritorcerà contro. Non è una dimostrazione di forza, ma qualche cosa che somiglia alla forza della disperazione.
Francamente non credo che siano moltissimi gli italiani che la sera, prima di prender sonno, pensano a queste cose, ma ho l’impressione che ci sia in giro chi punta sull’insonnia di molti, provocata dalle preoccupazioni e dalla sfiducia nel futuro, per soffiare sul fuoco della rabbia e della reazione, magari gettando nella combustione anche materiale altamente inquinante, come le faccende di mafia. Stiano attenti, gli apprendisti stregoni, perché non è detto che il servizio antincendio funzioni, e non è detto che a seguire i suggerimenti che arrivano dall’estero si possa poi sostenere, neanche con se stessi, di avere servito gli interessi nazionali.
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