Le donne del capo? Viene un po’ da ridere, ascoltando i seri dibattiti su sesso e potere, tutti lì a interrogarsi più o meno pudicamente se al leader la diano gratis e per pura soddisfazione oppure in cambio di qualcosa, favori, promesse, speranze o quattrini poco cambia. E ancor più, vedendo lo strappar di vesti e gli strepiti in punta di penna delle femministe più o meno attempate. Più, che meno. Come se avessero dimenticato non solo e non tanto la liberazione sessuale, ma il Sessantotto. Imperversa la sofferenza, la «sudditanza psicologica», la «prevaricazione» del potere, la sindrome di Stoccolma. Insomma, quel sempiterno maschilismo che a ogni puntata tanto indigna Gad Lerner e gli ospiti dell’Infedele. Ma il fascino del leader, le donne che s’offrivano (con l’apostrofo) o “timidamente” si rendevano disponibili ai capi e a chi infiammava le assemblee, sono figliolanza di quel vituperato Sessantotto, hanno segnato con forza il movimento studentesco e i gruppi extraparlamentari. E dev’esserci un motivo, se quasi - non dimenticate il quasi - tutti i soggetti maschi che ancora negli anni ’70 “militavano” e occupavano licei e università, ricordano quegli anni come i migliori della loro vita.
È una fetta di storia poco raccontata, non emerge più nemmeno nelle serate dei reduci, ma anche chi “non ha fatto il Sessantotto” l’ha sempre subodorata. O non erano pruriginose le cronache dei giornali perbene che raccontavano le notti d’okkupazione col sacco a pelo a Lettere, tutto sesso, droga e rock and roll? In realtà il meglio si sviluppava di giorno, sotto la cattedra dell’aula dove si tenevano quelle estenuanti e interminabili assemblee. Altro che la passerella delle veline o l’offerta delle escort, era il mercato dell’acchiappo. Chi parlava meglio al microfono aveva svoltato la serata, poteva scegliere a piene mani guardando il parterre. Quello che eccelleva su tutti gli oratori della giornata svoltava anche il pomeriggio, diversificando. Altro che «il corpo è mio e lo gestisco io», c’era la corsa, da ambo le parti. Il giorno dopo o a fine settimana, nel rendiconto in trattoria, a esibir gli scalpi non erano soltanto i leaderini. Spesso anche una bella ragazza vantava di «essersi fatta» il più ambito.
Quelli della Fgci, i giovani del Bottegone, rosicavano. Si son liberati più tardi, dandosi da fare dopo la scissione del Manifesto, quando hanno visto che i compagni espulsi gli davano giù di brutto. Ma quanto rimediava Franco Piperno, leader di Potere Operaio, non sapeva tenere il conto nemmeno lui, era il più invidiato (dai maschi, ovviamente) di tutta Roma. Una sera, a Campo de’ Fiori, si sono accapigliate in tre per un passaggio nel suo letto. Anche Adriano Sofri era assai ricercato e inseguito dalle compagne, a dimostrazione che il carisma è fatto pure di carni e umori. Certo è l’esagerato culto della personalità che imperava in Lotta Continua, ma dicevano che il leader ce l’avesse pure grande, se non altro per via del «basso ma dotato». Il dirigente Lc di Roma Centro, parliamo già di terze file, non aveva un brutto viso ma era alto un barattolo. Però parlava come un dio greco, incantava anche i serpenti, e scopava come un riccio. Gad Lerner invece, raccontano i suoi compagni, pare che restasse sempre a bocca asciutta. Lanfranco Pace, che allora non era poi così diverso da adesso, mieteva a Ingegneria e in Potere Operaio come un dannato, da stupire anche Piperno.
Domandate a Mario Capanna, se ricorda qualcosa sull’argomento. Oppure ad Aldo Brandirali, prima che imponesse a Servire il Popolo il rigido moralismo del Pci stalinista. Furono anni d’oro quelli, rimediava discretamente anche Renato Mannheimer, dopo un buon intervento. Pure Paolo Mieli, tra Potere Operaio, l’università e i primi grandi passi nel giornalismo, ha raccolto abbondanti grazie dalla militanza movimentista. Se Gianni Mattioli era monogamo e “serio”, è soltanto perché aveva una donna, anzi ce l’ha ancora, che lo avrebbe sbranato. E Stefano Marroni, leader del Tasso? Era della Fgci, ma cavalcava come un gruppettaro.
Più o meno come oggi, te la davano sull’onda del potere, per la forza della parola, o sul mito della forza bruta. Quanto dragavano i migliori del servizio d’ordine al tramonto e i katanga, non immaginate. Ricordate il film «Quando le donne avevano la coda»? Il clima era quello, e quanto fossero belle le prede, basta sfogliare le foto delle manifestazioni d’allora. Nel ’74 all’Argentina, ci fu uno scontro tra il servizio d’ordine di Lotta Continua con quelli di Avanguardia Operaia e del Manifesto che si ergevano a paladini delle prime femministe. Nella corsa al pelo libero e autogestito, gli ex lottatori sostengono ancora oggi di aver vinto loro.
Qualcuno ricorderà la vicenda di Popi Saracino, dirigente del movimento studentesco milanese, che divenuto insegnante fu portato in tribunale da una sua allieva, maggiorenne, che s’era sentita in «costrizione psicologica». Probabilmente Saracino non s’era accorto che il movimento era finito, quel che può avere un leader non è permesso ad un prof, e si beccò 4 anni e 4 mesi. Quattro anni dopo però, nell’85, lo hanno assolto con formula piena.
La morale di questa storia? Difficile distillarla, forse è attaccata ad un pelo. Però, se Berlusconi avesse fatto il Sessantotto, ora forse lo lascerebbero in pace.
mercoledì 14 ottobre 2009
Fantasmi incostituzionali, al Quirinale. Davide Giacalone
Al Quirinale s’è persa freddezza, s’è preso il vizio di cincischiare con le parole, finendo con l’inciampare nei fili di ragionamenti tortuosi e scarsamente fondati. In qualche caso si spingono oltre, infrangendo la lettera e lo spirito della Costituzione. So che si tratta di un giudizio severo. Ne sento il dolore, per il culto che rivolgo alle istituzioni. Conosco le possibili implicazioni, oggi le conoscono tutti, ma Giorgio Napolitano ha detto cose oggettivamente assai gravi.Egli ha affermato, parlando ai prefetti, che da tredici anni, da quando fu nominato ministro degli interni, si sente al di sopra delle parti, s’è incarnato nelle istituzioni. Ha detto: “ero determinato a svolgere l'incarico come uomo ormai delle istituzioni e non di una parte politica”. No, Signor Presidente, Lei ha confuso la politica con la faziosità, il militare in un partito con il militare contro le istituzioni. Forse Lei risente dell’avere militato a lungo, molto a lungo, anzi, sempre, in un partito, quello comunista, che aspirava a portare l’Italia fuori dal novero delle democrazie occidentali e farla divenire parte di quelle “popolari”, che erano delle dittature. Ma dobbiamo ricordarLe che i ministri sono sempre di parte, il governo, democratico e repubblicano, è sempre espressione di una parte politica, o di una coalizione, forte della vittoria elettorale e, quindi, capace di riscuotere la fiducia del Parlamento, che è composto da uomini di parte. Non c’è nulla di male, anzi, è un gran bene. E l’essere di parte non impedisce di servire lealmente le istituzioni, come, del resto, ciascun ministro giura. Oggi nelle Sue mani.
Perché Lei vuol sentirsi diverso? Chi le faceva opposizione, secondo Lei, era nemico delle istituzioni? Si rende conto, di quel che ha detto? O pensa che i Suoi colleghi di allora, o i ministri di oggi, abbiano violato il solenne giuramento? Lo dica, se lo pensa, ma non confonda le idee ai prefetti che, al contrario di Lei e di ogni altro politico, sono funzionari dello Stato, non eletti dal popolo, non di parte.
Napolitano, purtroppo, non si è fermato a questo, che è già terrificante, è andato oltre, riferendosi alla trasformazione federalista dello Stato: “Si tratta di un processo in pieno svolgimento e che ancora richiede alcune incisive modifiche costituzionali”. No, Signor Presidente, Lei ha il dovere di difendere la Costituzione così com’è. Il che non significa, naturalmente, ostacolare le riforme, ma neanche chiederle. Chiedendole, Lei la viola, la Costituzione.
La riforma del titolo quinto della Costituzione fu fatta, dal centro sinistra, sotto la presidenza d’Aula affidata a Napolitano, con un solo voto di maggioranza. Una riforma successiva, votata dal centro destra, fu avversata dallo stesso schieramento che poi elesse Napolitano al Quirinale. Schieramento che chiese il referendum confermativo e, con quello, grazie allo scarso afflusso di votanti, la cancellò. Si tratta di materia politica viva, al centro di scontri forti, rispetto alla quale il Presidente della Repubblica non deve e non può parteggiare, per giunta nella stessa giornata in cui si proclama non di parte.
Prenda queste parole, certo ruvide, Signor Presidente, come la supplica di chi non intende restare inerte nel mentre le istituzioni sono vilipese. Si fermi. Se altri reagiranno al posto Suo, ne colga il lato pericoloso. E se avrà modo di cogliere la gravità della situazione, si soffermi a riflettere su questi nostri giorni, sul fatto che ci sono smentite destinate a nascondere ferite profonde, nel cuore delle istituzioni.
Mi riferisco alla sentenza della Corte Costituzionale, circa il lodo Alfano, ed alla nota diramata dal Quirinale. Previdi l’abrogazione, anche perché la meritava. Ciò non toglie due fatti, pesanti ed ineludibili: a. quella legge era stata scritta ricalcando una sentenza della stessa Corte, sotto la diretta assistenza di un Quirinale che, firmando, se ne fece garante, non si tratta di un “patto”, o di altro sotterfugio inconfessabile, ma della pubblica e nota realtà dei fatti, sicché la recente sentenza smentisce la Corte di ieri, oltre che il Presidente della Repubblica ed il Parlamento di oggi; b. si è tollerato l’intollerabile, compresa la prassi di eleggere i presidenti della Corte Costituzionale in violazione della Costituzione, ma oggi si aggiunge la deturpazione di giudici che votano in disciplinato ossequio e totale aderenza alle partiti politiche cui devono la nomina.
Si può pure chiedere a tutti di uniformarsi all’ipocrisia ed al servo encomio, si può pure imporre al Tizio od al Caio di tacere e piegare la testa, ma ho la preoccupazione che cresca il numero delle teste vuote, e che a piegarsi sia quello splendido edificio costituzionale che da tempo è preso d’assalto da presunti restauratori, che si comportano da demolitori.
Il Presidente Napolitano è anche il mio Presidente, perché regolarmente eletto a Capo della nostra Repubblica. Non ci chieda, per carità, di estendere il rispetto che tutti dobbiamo all’istituzione fino a ricomprendere il rispetto per il Suo, personale, passato, giacché, in questo modo, non renderà più forte la democrazia, ma la sommergerà di fantasmi che ancora urlano.
Perché Lei vuol sentirsi diverso? Chi le faceva opposizione, secondo Lei, era nemico delle istituzioni? Si rende conto, di quel che ha detto? O pensa che i Suoi colleghi di allora, o i ministri di oggi, abbiano violato il solenne giuramento? Lo dica, se lo pensa, ma non confonda le idee ai prefetti che, al contrario di Lei e di ogni altro politico, sono funzionari dello Stato, non eletti dal popolo, non di parte.
Napolitano, purtroppo, non si è fermato a questo, che è già terrificante, è andato oltre, riferendosi alla trasformazione federalista dello Stato: “Si tratta di un processo in pieno svolgimento e che ancora richiede alcune incisive modifiche costituzionali”. No, Signor Presidente, Lei ha il dovere di difendere la Costituzione così com’è. Il che non significa, naturalmente, ostacolare le riforme, ma neanche chiederle. Chiedendole, Lei la viola, la Costituzione.
La riforma del titolo quinto della Costituzione fu fatta, dal centro sinistra, sotto la presidenza d’Aula affidata a Napolitano, con un solo voto di maggioranza. Una riforma successiva, votata dal centro destra, fu avversata dallo stesso schieramento che poi elesse Napolitano al Quirinale. Schieramento che chiese il referendum confermativo e, con quello, grazie allo scarso afflusso di votanti, la cancellò. Si tratta di materia politica viva, al centro di scontri forti, rispetto alla quale il Presidente della Repubblica non deve e non può parteggiare, per giunta nella stessa giornata in cui si proclama non di parte.
Prenda queste parole, certo ruvide, Signor Presidente, come la supplica di chi non intende restare inerte nel mentre le istituzioni sono vilipese. Si fermi. Se altri reagiranno al posto Suo, ne colga il lato pericoloso. E se avrà modo di cogliere la gravità della situazione, si soffermi a riflettere su questi nostri giorni, sul fatto che ci sono smentite destinate a nascondere ferite profonde, nel cuore delle istituzioni.
Mi riferisco alla sentenza della Corte Costituzionale, circa il lodo Alfano, ed alla nota diramata dal Quirinale. Previdi l’abrogazione, anche perché la meritava. Ciò non toglie due fatti, pesanti ed ineludibili: a. quella legge era stata scritta ricalcando una sentenza della stessa Corte, sotto la diretta assistenza di un Quirinale che, firmando, se ne fece garante, non si tratta di un “patto”, o di altro sotterfugio inconfessabile, ma della pubblica e nota realtà dei fatti, sicché la recente sentenza smentisce la Corte di ieri, oltre che il Presidente della Repubblica ed il Parlamento di oggi; b. si è tollerato l’intollerabile, compresa la prassi di eleggere i presidenti della Corte Costituzionale in violazione della Costituzione, ma oggi si aggiunge la deturpazione di giudici che votano in disciplinato ossequio e totale aderenza alle partiti politiche cui devono la nomina.
Si può pure chiedere a tutti di uniformarsi all’ipocrisia ed al servo encomio, si può pure imporre al Tizio od al Caio di tacere e piegare la testa, ma ho la preoccupazione che cresca il numero delle teste vuote, e che a piegarsi sia quello splendido edificio costituzionale che da tempo è preso d’assalto da presunti restauratori, che si comportano da demolitori.
Il Presidente Napolitano è anche il mio Presidente, perché regolarmente eletto a Capo della nostra Repubblica. Non ci chieda, per carità, di estendere il rispetto che tutti dobbiamo all’istituzione fino a ricomprendere il rispetto per il Suo, personale, passato, giacché, in questo modo, non renderà più forte la democrazia, ma la sommergerà di fantasmi che ancora urlano.
martedì 13 ottobre 2009
Il terzista De Bortoli. l'Opinione
Attaccato contemporaneamente da Berlusconi e da Scalfari e da Travaglio, Ferruccio De Bortoli non sta più nella pelle. Essere bersaglio contemporaneo del Cavaliere e dei anti-Cavaliere lo induce a rivendicare orgogliosamente il merito di non essere schierato né da una parte, né dall’altra e di essere automaticamente al di sopra delle parti. Cioè un organismo terzo, che nei fatti ed anche di diritto svolge una funzione di garanzia. Insomma, una sorta di Corte Costituzionale della carta stampata.
Sarà per questo che la sinistra lo voleva candidare dalla Presidenza della Rai, al Comune di Milano e che pensa sempre a lui quando c’è da proporre per qualche carica importante uno di cui fidarsi per poi fottere il centro destra? Come la Consulta?
Sarà per questo che la sinistra lo voleva candidare dalla Presidenza della Rai, al Comune di Milano e che pensa sempre a lui quando c’è da proporre per qualche carica importante uno di cui fidarsi per poi fottere il centro destra? Come la Consulta?
lunedì 12 ottobre 2009
I doppi errori. Davide Giacalone
Quello cui assistiamo non è un conflitto, ma un esaurimento istituzionale. Gli equivoci insanabili della così detta seconda Repubblica vengono tutti a galla, determinando, su ciascun problema, una coppia d’errori eguali e contrari. Segno che a saltare non è (solo) l’equilibrio nervoso dei protagonisti, ma quello istituzionale. Prendiamo il caso del Quirinale, a suo modo emblematico.
Dopo la bocciatura del lodo Alfano le parole di Silvio Berlusconi sono state risentite e chiare: mi hanno imbrogliato. Si riferiva a Giorgio Napolitano. Subito s’è levata la contraerea, che a difesa del Presidente della Repubblica ne ha elogiato il formale ed assoluto rispetto della Costituzione. Bubbole. La verità è assai diversa: non solo Napolitano si è speso a favore del lodo, non solo impedì al Csm di parlarne, ma i passi fatti sulla Corte Costituzionale erano stati interpretati, vista la maggioranza di sinistra che la domina, come un’assicurazione. Solo che i giudici costituzionali hanno fatto marameo anche a Napolitano, complici gli errori commessi da Berlusconi (la non dimenticata cena con due componenti la Corte) ed una difesa più politica che costituzionale. In ogni caso inefficace, su ambo i fronti. Insomma, Berlusconi se l’è presa non con il proprio carnefice, ma con quello che era stato appena macellato dai comuni carnefici.
La presenza di Napolitano al Quirinale, del resto, è già di suo un errore, che minaccia la stabilità delle istituzioni. Noi lo scrivemmo subito, immediatamente accusati di lesa maestà o d’essere rimasti ancorati ad un lontano passato. Ma era chiaro che mandare uno che era “ex” comunista solo perché il comunismo era crollato, essendo restato nel Pci fin dopo la fine del Pcus (il partito comunista sovietico), era una follia. A sua volta voluta da un Prodi che sperava così di pagare il dazio della propria stabilità, importandogli assai poco la rottura del clima politico che si era creato con Ciampi (dopo la lugubre stagione del peggiore presidente: Scalfaro). Risultato: Prodi è stato ugualmente massacrato, dai suoi, Napolitano è restato al Quirinale ed il Parlamento successivamente eletto ha una maggioranza opposta a quella che lo votò. Chi parla, oggi, di bon ton istituzionale farebbe bene a ripassare i fatti, per capire che il problema non risiede nelle buone maniere.
Né c’entra nulla la “coabitazione”, perché quella riguarda il sistema francese, dove il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, e può capitare che, nel corso della sua presidenza, cambi la maggioranza parlamentare, anche questa determinata dal voto popolare (capita anche negli Usa, con le elezioni di medio termine). Sicché i due indirizzi politici devono “coabitare”. Ma Napolitano non lo ha mica votato il popolo, ed il sistema costituzionalmente previsto dovrebbe servire a scegliere uomini che uniscono, non che dividono. Che funzioni poco, si vede. Il fatto è che neanche Berlusconi, come i suoi predecessori, lo ha eletto il popolo. Con la differenza che il capo del governo è espressione di una maggioranza politica determinata dagli italiani, laddove il suo nome sulla scheda è una finzione, o, se preferite, una presa in giro, mentre l’inquilino del Quirinale è espressione di un Parlamento che è vissuto solo il tempo necessario per piazzarlo dove si trova.
E allora? Allora lo andiamo ripetendo da troppo tempo: senza una stagione costituente non se ne esce, senza riscrivere le regole e fare riforme profonde si finisce con l’impantanare qualsiasi maggioranza, tradendo ogni mandato popolare. Poi, per carità, si può galleggiare sul niente, e senza nulla concludere, scambiandosi sorrisini e stringendo mani viscide, ma cambia solo la forma. Mentre a noi interessa la sostanza.
Dopo la bocciatura del lodo Alfano le parole di Silvio Berlusconi sono state risentite e chiare: mi hanno imbrogliato. Si riferiva a Giorgio Napolitano. Subito s’è levata la contraerea, che a difesa del Presidente della Repubblica ne ha elogiato il formale ed assoluto rispetto della Costituzione. Bubbole. La verità è assai diversa: non solo Napolitano si è speso a favore del lodo, non solo impedì al Csm di parlarne, ma i passi fatti sulla Corte Costituzionale erano stati interpretati, vista la maggioranza di sinistra che la domina, come un’assicurazione. Solo che i giudici costituzionali hanno fatto marameo anche a Napolitano, complici gli errori commessi da Berlusconi (la non dimenticata cena con due componenti la Corte) ed una difesa più politica che costituzionale. In ogni caso inefficace, su ambo i fronti. Insomma, Berlusconi se l’è presa non con il proprio carnefice, ma con quello che era stato appena macellato dai comuni carnefici.
La presenza di Napolitano al Quirinale, del resto, è già di suo un errore, che minaccia la stabilità delle istituzioni. Noi lo scrivemmo subito, immediatamente accusati di lesa maestà o d’essere rimasti ancorati ad un lontano passato. Ma era chiaro che mandare uno che era “ex” comunista solo perché il comunismo era crollato, essendo restato nel Pci fin dopo la fine del Pcus (il partito comunista sovietico), era una follia. A sua volta voluta da un Prodi che sperava così di pagare il dazio della propria stabilità, importandogli assai poco la rottura del clima politico che si era creato con Ciampi (dopo la lugubre stagione del peggiore presidente: Scalfaro). Risultato: Prodi è stato ugualmente massacrato, dai suoi, Napolitano è restato al Quirinale ed il Parlamento successivamente eletto ha una maggioranza opposta a quella che lo votò. Chi parla, oggi, di bon ton istituzionale farebbe bene a ripassare i fatti, per capire che il problema non risiede nelle buone maniere.
Né c’entra nulla la “coabitazione”, perché quella riguarda il sistema francese, dove il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, e può capitare che, nel corso della sua presidenza, cambi la maggioranza parlamentare, anche questa determinata dal voto popolare (capita anche negli Usa, con le elezioni di medio termine). Sicché i due indirizzi politici devono “coabitare”. Ma Napolitano non lo ha mica votato il popolo, ed il sistema costituzionalmente previsto dovrebbe servire a scegliere uomini che uniscono, non che dividono. Che funzioni poco, si vede. Il fatto è che neanche Berlusconi, come i suoi predecessori, lo ha eletto il popolo. Con la differenza che il capo del governo è espressione di una maggioranza politica determinata dagli italiani, laddove il suo nome sulla scheda è una finzione, o, se preferite, una presa in giro, mentre l’inquilino del Quirinale è espressione di un Parlamento che è vissuto solo il tempo necessario per piazzarlo dove si trova.
E allora? Allora lo andiamo ripetendo da troppo tempo: senza una stagione costituente non se ne esce, senza riscrivere le regole e fare riforme profonde si finisce con l’impantanare qualsiasi maggioranza, tradendo ogni mandato popolare. Poi, per carità, si può galleggiare sul niente, e senza nulla concludere, scambiandosi sorrisini e stringendo mani viscide, ma cambia solo la forma. Mentre a noi interessa la sostanza.
domenica 11 ottobre 2009
Le verità nascoste da "Anno zero". Lino Jannuzzi
“Verità nascoste”: è questo il titolo della trasmissione “Anno Zero” di Michele Santoro di giovedì sera. E mai titolo fu più appropriato. Ecco alcune delle verità che Santoro e i suoi compari hanno nascosto agli ospiti in sala e ai telespettatori. Prima verità. Secondo il testimone d’eccezione della trasmissione di Santoro, Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002, nel periodo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, dove furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ci sarebbero state non una, ma due “trattative” segrete ed eversive tra lo Stato e la mafia. La prima “trattativa” sarebbe cominciata nel mese di giugno del 1992, dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio, e avrebbe avuto come mediatore tra la mafia e lo Stato, rappresentato dall’allora colonnello del carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, lo stesso Vito Ciancimino, e si sarebbe interrotta nel dicembre del ’92, quando Ciancimino fu arrestato.La seconda “trattativa”, ancora più segreta ed eversiva, sarebbe passata, dopo l’arresto di Ciancimino, nelle mani dell’attuale senatore Marcello Dell’Utri, al quale la mafia avrebbe consegnato il “papello”, cioè la lista delle richieste avanzate per fare cessare le stragi. La verità è che le trattative tra lo Stato e la mafia durano da quando esistono lo Stato e la mafia, e da quando è stata varata la legge sui “pentiti” sono state ufficializzate e legalizzate. È da quel momento che i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri, gli agenti della Dia e dei servizi segreti sono stati ufficialmente autorizzati e sollecitati a prendere contatto riservatamente con i mafiosi, già in galera o latitanti, e a convincerli a “collaborare”in cambio di sconti di pena e di favori e di protezione e di stipendio, e dopo che li hanno convinti e indrottinato ad accompagnarli dai magistrati che li interrogano e verbalizzano le loro “rivelazioni”.
Queste “trattative” su cui si mena tanto scandalo sono la normale procedura investigativa nella lotta alla mafia (e i più accaniti sostenitori della legislazione sui “pentiti” hanno sempre sostenuto che senza queste “trattative” è impossibile combattere la mafia, e sono proprio loro che strillano più forte denunciando la “trattativa”dei carabinieri con Ciancimino). In occasione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, avvicinando i Ciancimino, prima il figlio e poi il padre, il colonnello Mori e il capitano De Donno non fecero altro che ciò che la legge li autorizzava e li sollecitava a fare e cercarono di convincere Vito Ciancimino ad aiutarli a catturare Totò Riina,il capo di Cosa Nostra. E c’erano quasi riusciti, senza bisogno di trattare alcun “papello” (come avrebbero potuto trattare “condizioni” con Riina mentre brigavano per catturarlo?Gli potevano mai mandare a dire: dicci cosa vuoi in cambio della tua cattura?), quando Ciancimino venne inopinatamente arrestato e cessò di collaborare. Della trattativa in corso fu informato chi di dovere e tra questi Liliana Ferraro, direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia e già collaboratrice di Giovanni Falcone, e atttraverso di lei, lo stesso ministro, che all’epoca era il socialista Claudio Martelli. Quando la trattativa con Ciancimino si interruppe, verso la fine di dicembre del 1992, non ci fu bisogno di un’altra trattativa perché appena due settimane dopo il colonnello Mori e il capitano Sergio Di Caprio, il famoso “Capitano Ultimo”, catturarono Totò Riina.E lo catturarono con l’ausilio del capitano Antonino Lombardo, nel più tradizionale e classico dei sistemi, col pedinamento dei boss che tenevano i contatti tra Riina e la rete di Cosa Nostra.
Che la storia di una seconda trattativa con lo Stato iniziata nel dicembre del 1992 tramite Marcello Dell’Utri sia una bufala basta a dimostrarlo, a parte la ormai avvenuta cattura di Riina, la data stessa. Nel dicembre del 1992, Dell’Utri era a Milano a dirigere Publitalia, la società che raccoglieva la pubblicità per Silvio Berlusconi e né lui né Berlusconi avevano niente a che fare con la politica e lo “Stato”, né avevano alcuna intenzione di averci a che fare per il futuro (ancora un anno dopo,e per tutto il 1993, Berlusconi, preoccupato per la crisi della prima Repubblica e per la prospettiva della conquista del potere da parte dei comunisti, cercava di convincere Mino Martinazzoli e Mario Segni a organizzare un’alleanza politica ed elettorale, a cui avrebbe offerto l’appoggio delle sue televisioni). Ve l’immaginate Totò Riina che, tra una strage e l’altra, scrive il “papello” per chiedere al direttore di Pubblitalia di impegnarsi per la revisione dei processi di mafia e l’abolizione del carcere duro per i mafiosi? È Dell’Utri che lo rassicura perché nel dicembre del 1992, con due anni d’anticipo, sa già che Berlusconi scenderà in politica e vincerà le elezioni del ’94 e sarà nominato capo del primo governo della seconda Repubblica e la prima cosa che farà, con la maggioranza che ha conquistato in Parlamento, sarà di promuovere per legge la revisione dei processi, la scarcerazione dei boss e l’abolizione del carcere duro?
Seconda verità. Sempre secondo le “rivelazioni” di “Anno zero”, Paolo Borsellino sarebbe stato informato della trattativa in corso tra Mori e De Donno e Ciancimino e vi si sarebbe opposto, e per questa ragione sarebbe stato assassinato:q uesta, come ha detto Santoro, è la “notiziona” della trasmissione di giovedì sera, la clamorosa e sconvolgente scoperta dei suoi segugi, che mette fine a tutte le discussioni. Borsellino è stato ucciso per responsabilità dei carabinieri Mori e De Donno e su mandato di chi stava trattando con la mafia,cioè Dell’Utri, che già preparava Forza Italia per Berlusconi. La verità nascosta da “Anno zero” è che Borsellino, come Falcone, di pochi altri si fidava come di Mori e di De Donno, e soprattutto dopo l’assassinio di Falcone. E,benchè non fosse direttamente incaricato delle indagini (la competenza per la strage di capaci era della procura di Caltanisseta)cercava disperatamente di capire come e perché il suo collega ed amico era stato assassinato e a questo scopo si riuniva segretamente proprio con Mori e De Donno nella caserma dei carabinieri, il più lontano possibile dal Palazzo di giustizia di Palermo. Se fosse vero che Borsellino fosse stato informato della trattativa segreta e abusiva ed eversiva di Mori e di De Donno con la mafia tramite Ciancimino,vorrebbe dire che Paolo Borsellino era loro complice e tramava con loro mentre trattavano con la mafia. Un’accusa ancora più grave di quella che viene fatta a Borsellino,quando si sostiene, agitando per l’aria le agendine rosse, che Borsellino avrebbe avuto dal “pentito” Gaspare Mutolo clamorose rivelazioni circa magistrati e poliziotti complici della mafia, e che Mutolo gli avrebbe fatto anche i nomi, e Borsellino non avrebbe verbalizzato, non avrebbe registrato nel verbale dell’interrogatorio le rivelazioni del “pentito”.
E, in definitiva, sarebbe stato il mandante dell’assassinio di se stesso. Terza verità (sembra una sciocchezza rispetto alla prima e la seconda verità, ma vale per rendere un’idea delle “verità rivelate” da Santoro e compagni). Per sottolineare drammaticamente la “verità” di un Borsellino sconvolto per l’incontro che avrebbe avuto con Mancino, neo ministro dell’Interno, e per le persone che avrebbe incontrato nell’ufficio del neo ministro (persino Bruno Contrada, proprio il poliziotto denunciato un’ora prima da Mutolo come connivente con la mafia) e che lo aveva costretto a interrompere l’interrogatorio di Mutolo,lo stesso Mutolo ha raccontato, e Travaglio e compagni lo ripetono da anni, che Borsellino, quando è tornato a riprendere l’interrogatorio di Mutolo,era talmnte nervoso che “accendeva e fumava due sigarette contemporaneamente”. La verità, come sanno tutti coloro che nel tempo hanno frequentato Borsellino e come ha testimoniato per l’occasione anche il procuratore Aliquò, presente all’interroratorio di Mutolo, è che Borsellino era un fumatore incallito e ininterrotto, che usava accendere la seconda sigaretta con il mozzicone ancora acceso della sigaretta precedente. Che quel giorno fosse talmente sconvolto da fumare due sigarette contemporaneamente è falso, come è falsa la trattativa segreta ed eversiva di Mori e di De Donno, come è falsa la seconda trattativa condotta da Dell’Utri, come è falso che Borsellino abbia saputo della doppia trattativa (al massimo, ha saputo, e lo poteva anche aver saputo direttamente da De Donno, dei “normali” contatti e tentativi investigativi dei carabinieri) ed è falso che sia stato ucciso per questa ragione. È vero invece che per diffondere queste falsità e questi veleni Santoro e Travaglio e i loro compagni di merende (e purtroppo non solo loro) devono nascondere la verità. (il Velino)
Queste “trattative” su cui si mena tanto scandalo sono la normale procedura investigativa nella lotta alla mafia (e i più accaniti sostenitori della legislazione sui “pentiti” hanno sempre sostenuto che senza queste “trattative” è impossibile combattere la mafia, e sono proprio loro che strillano più forte denunciando la “trattativa”dei carabinieri con Ciancimino). In occasione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, avvicinando i Ciancimino, prima il figlio e poi il padre, il colonnello Mori e il capitano De Donno non fecero altro che ciò che la legge li autorizzava e li sollecitava a fare e cercarono di convincere Vito Ciancimino ad aiutarli a catturare Totò Riina,il capo di Cosa Nostra. E c’erano quasi riusciti, senza bisogno di trattare alcun “papello” (come avrebbero potuto trattare “condizioni” con Riina mentre brigavano per catturarlo?Gli potevano mai mandare a dire: dicci cosa vuoi in cambio della tua cattura?), quando Ciancimino venne inopinatamente arrestato e cessò di collaborare. Della trattativa in corso fu informato chi di dovere e tra questi Liliana Ferraro, direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia e già collaboratrice di Giovanni Falcone, e atttraverso di lei, lo stesso ministro, che all’epoca era il socialista Claudio Martelli. Quando la trattativa con Ciancimino si interruppe, verso la fine di dicembre del 1992, non ci fu bisogno di un’altra trattativa perché appena due settimane dopo il colonnello Mori e il capitano Sergio Di Caprio, il famoso “Capitano Ultimo”, catturarono Totò Riina.E lo catturarono con l’ausilio del capitano Antonino Lombardo, nel più tradizionale e classico dei sistemi, col pedinamento dei boss che tenevano i contatti tra Riina e la rete di Cosa Nostra.
Che la storia di una seconda trattativa con lo Stato iniziata nel dicembre del 1992 tramite Marcello Dell’Utri sia una bufala basta a dimostrarlo, a parte la ormai avvenuta cattura di Riina, la data stessa. Nel dicembre del 1992, Dell’Utri era a Milano a dirigere Publitalia, la società che raccoglieva la pubblicità per Silvio Berlusconi e né lui né Berlusconi avevano niente a che fare con la politica e lo “Stato”, né avevano alcuna intenzione di averci a che fare per il futuro (ancora un anno dopo,e per tutto il 1993, Berlusconi, preoccupato per la crisi della prima Repubblica e per la prospettiva della conquista del potere da parte dei comunisti, cercava di convincere Mino Martinazzoli e Mario Segni a organizzare un’alleanza politica ed elettorale, a cui avrebbe offerto l’appoggio delle sue televisioni). Ve l’immaginate Totò Riina che, tra una strage e l’altra, scrive il “papello” per chiedere al direttore di Pubblitalia di impegnarsi per la revisione dei processi di mafia e l’abolizione del carcere duro per i mafiosi? È Dell’Utri che lo rassicura perché nel dicembre del 1992, con due anni d’anticipo, sa già che Berlusconi scenderà in politica e vincerà le elezioni del ’94 e sarà nominato capo del primo governo della seconda Repubblica e la prima cosa che farà, con la maggioranza che ha conquistato in Parlamento, sarà di promuovere per legge la revisione dei processi, la scarcerazione dei boss e l’abolizione del carcere duro?
Seconda verità. Sempre secondo le “rivelazioni” di “Anno zero”, Paolo Borsellino sarebbe stato informato della trattativa in corso tra Mori e De Donno e Ciancimino e vi si sarebbe opposto, e per questa ragione sarebbe stato assassinato:q uesta, come ha detto Santoro, è la “notiziona” della trasmissione di giovedì sera, la clamorosa e sconvolgente scoperta dei suoi segugi, che mette fine a tutte le discussioni. Borsellino è stato ucciso per responsabilità dei carabinieri Mori e De Donno e su mandato di chi stava trattando con la mafia,cioè Dell’Utri, che già preparava Forza Italia per Berlusconi. La verità nascosta da “Anno zero” è che Borsellino, come Falcone, di pochi altri si fidava come di Mori e di De Donno, e soprattutto dopo l’assassinio di Falcone. E,benchè non fosse direttamente incaricato delle indagini (la competenza per la strage di capaci era della procura di Caltanisseta)cercava disperatamente di capire come e perché il suo collega ed amico era stato assassinato e a questo scopo si riuniva segretamente proprio con Mori e De Donno nella caserma dei carabinieri, il più lontano possibile dal Palazzo di giustizia di Palermo. Se fosse vero che Borsellino fosse stato informato della trattativa segreta e abusiva ed eversiva di Mori e di De Donno con la mafia tramite Ciancimino,vorrebbe dire che Paolo Borsellino era loro complice e tramava con loro mentre trattavano con la mafia. Un’accusa ancora più grave di quella che viene fatta a Borsellino,quando si sostiene, agitando per l’aria le agendine rosse, che Borsellino avrebbe avuto dal “pentito” Gaspare Mutolo clamorose rivelazioni circa magistrati e poliziotti complici della mafia, e che Mutolo gli avrebbe fatto anche i nomi, e Borsellino non avrebbe verbalizzato, non avrebbe registrato nel verbale dell’interrogatorio le rivelazioni del “pentito”.
E, in definitiva, sarebbe stato il mandante dell’assassinio di se stesso. Terza verità (sembra una sciocchezza rispetto alla prima e la seconda verità, ma vale per rendere un’idea delle “verità rivelate” da Santoro e compagni). Per sottolineare drammaticamente la “verità” di un Borsellino sconvolto per l’incontro che avrebbe avuto con Mancino, neo ministro dell’Interno, e per le persone che avrebbe incontrato nell’ufficio del neo ministro (persino Bruno Contrada, proprio il poliziotto denunciato un’ora prima da Mutolo come connivente con la mafia) e che lo aveva costretto a interrompere l’interrogatorio di Mutolo,lo stesso Mutolo ha raccontato, e Travaglio e compagni lo ripetono da anni, che Borsellino, quando è tornato a riprendere l’interrogatorio di Mutolo,era talmnte nervoso che “accendeva e fumava due sigarette contemporaneamente”. La verità, come sanno tutti coloro che nel tempo hanno frequentato Borsellino e come ha testimoniato per l’occasione anche il procuratore Aliquò, presente all’interroratorio di Mutolo, è che Borsellino era un fumatore incallito e ininterrotto, che usava accendere la seconda sigaretta con il mozzicone ancora acceso della sigaretta precedente. Che quel giorno fosse talmente sconvolto da fumare due sigarette contemporaneamente è falso, come è falsa la trattativa segreta ed eversiva di Mori e di De Donno, come è falsa la seconda trattativa condotta da Dell’Utri, come è falso che Borsellino abbia saputo della doppia trattativa (al massimo, ha saputo, e lo poteva anche aver saputo direttamente da De Donno, dei “normali” contatti e tentativi investigativi dei carabinieri) ed è falso che sia stato ucciso per questa ragione. È vero invece che per diffondere queste falsità e questi veleni Santoro e Travaglio e i loro compagni di merende (e purtroppo non solo loro) devono nascondere la verità. (il Velino)
L'autogol del Colle. Dimitri Buffa
A volere essere cattivi si può tranquillamente dire che stavolta “l’attacco eversivo”, per usare le parole retorico -indignate del capogruppo al Senato del Pd Anna Finocchiaro, ex magistrata, Napolitano se l’è fatto da solo. Leggendo infatti le cronache del “day after” del no della consulta al Lodo Alfano si evince, anzi si può esserne certi, che non solo il Capo dello Stato aveva dato ampie rassicurazioni al premier sulla possibilità che la legge reggesse il vaglio costituzionale dopo avere sondato gli umori di qualcuno degli inquilini della Consulta, ma anche che avesse fatto quella famigerata opera di “moral suasion” che secondo correnti di pensiero legalitarie e radicali come quella di Marco Pannella, costituirebbe la vera “peste italiana”. Quel brutto vizio insomma per cui le leggi, anche quelle da dichiarare o meno costituzionali, si interpretano ad usum delphini a seconda dei casi e non si ermeneutizzano alla lettera punto e basta. E’ una vexata quaestio: che iniziò con un referendum del 1977 quello sul Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, ma non con il Vaticano, e che invece fu assimilato a una legge di ratifica di trattati internazionali che c’entrava come i cavoli a merenda. Poi due anni dopo ci fu una sentenza che negava la perequazione delle pensioni di annata sempre ergendo a principio costituzionale le esigenze di bilancio dello stato che invece sono un “accidente”. Tendenz poi ribadita da due sentenze del 1993. Poi si disse “no” al referendum sul sostituto d’imposta facendo rientrare il modo di riscuotere le tasse tra le leggi economiche e di bilancio che non possono essere sottoposte a referendum. E si potrebbe continuare all’infinito senza dimenticare le interferenze di Oscar Luigi Scalfaro per fare dichiarare inammissibile, addirittura capovolgendo il verdetto nel pieno della Camera di consiglio (come avrebbe poi raccontato l’allora presidente della Consulta e in seguito della Rai, Antonio Baldassarre, con le solite modalità del lanciare il sasso e nascondere la mano che costarono il posto al direttore e al vicedirettore del “Tempo” dell’epoca, ossia Maurizio Belpietro e Andrea Pucci, che raccontarono la cosa e poi vennero sconfessati dallo stesso presidente della Consulta), il referendum del 1997 che voleva smilitarizzare la Guardia di Finanza.
Insomma le pressioni sulla Consulta, le “moral suasion”, anche e soprattutto da parte della massima carica dello Stato, quando ci sono questioni che premono al potere, si sprecano. L’unica differenza è che quando vengono fatte per favorire un esecutivo poco gradito come quello del Cav o vanno a vuoto o evidentemente vengono fatte in maniera poco convinta oppure con quella ammiccante categoria dello spirito del “io te lo dico ma tu non tenerne conto”. Vista sotto questo profilo la minaccia di Berlusconi, riportata dai giornali di ieri, di rendere pubbliche le rassicurazioni e le confidenze di Napolitano a proposito della “moral suasion” effettuata su membri della corte per fare dichiarare costituzionale il Lodo Alfano non va vista come una minaccia o un ricatto ,ma semplicemente come lo sfogo di un politico che si vede buggerare per l’ennesima volta dalla massima carica dello Stato. Che promette cose che non può mantenere. Non in linea di principio generale, ma solo perché riguardano lui. Una “non moral suasion ad personam” in pratica, e forse il Presidente della Repubblica in buona fede sperava di salvare capra e cavoli. Magari con una sentenza salomonica che invece poi non è arrivata. Ciò detto però, adesso non ci si può nascondere dietro il dito dell’ipocrisia e gridare al “golpe” perché Berlusconi o chi per lui dice che la Consulta è fatta per lo più da uomini della sinistra messi lì dagli ultimi tre presidenti. Se in quel palazzo gli ex capi di Stato come Scalfaro sono stati capaci di mettere una persona che nemmeno ne aveva i titoli come Fernanda Contri, e quelli come Ciampi, già a capo di un governo di centro sinistra, di porci un mediocre ministro di Giustizia del primo governo Prodi come Giovanni Maria Flick, autore di una riforma, quella del giudice unico penale e civile, che ha creato i danni dell’attuale sistema giudiziario, e se lo stesso Napolitano stava per farci andare, peraltro con l’incosciente accordo di buona parte del Pdl e senza particolare meriti da costituzionalista, un personaggio come Luciano Violante, non ci si venga a dire che quel consesso che siede a palazzo della Consulta è al di sopra di ogni sospetto in materia di complotti e dintorni. “Ci si facci il piacere” come diceva Totò. Perché questa “peste italiana” fatta di istituzioni che si piegano alle esigenze delle ragioni non tanto di Stato, ma piuttosto partitocratiche, ha giustamente meritato alla Corte in questione i due soprannomi che nel tempo gli diedero uomini come il grande giurista e costituzionalista Giuseppe Maranini, già nel 1957, o come Marco Pannella, molto più recentemente: e cioè, rispettivamente, “Corte Prostituzionale” o, a scelta, “massima cupola della mafia partitocratica”. (l'Opinione)
Insomma le pressioni sulla Consulta, le “moral suasion”, anche e soprattutto da parte della massima carica dello Stato, quando ci sono questioni che premono al potere, si sprecano. L’unica differenza è che quando vengono fatte per favorire un esecutivo poco gradito come quello del Cav o vanno a vuoto o evidentemente vengono fatte in maniera poco convinta oppure con quella ammiccante categoria dello spirito del “io te lo dico ma tu non tenerne conto”. Vista sotto questo profilo la minaccia di Berlusconi, riportata dai giornali di ieri, di rendere pubbliche le rassicurazioni e le confidenze di Napolitano a proposito della “moral suasion” effettuata su membri della corte per fare dichiarare costituzionale il Lodo Alfano non va vista come una minaccia o un ricatto ,ma semplicemente come lo sfogo di un politico che si vede buggerare per l’ennesima volta dalla massima carica dello Stato. Che promette cose che non può mantenere. Non in linea di principio generale, ma solo perché riguardano lui. Una “non moral suasion ad personam” in pratica, e forse il Presidente della Repubblica in buona fede sperava di salvare capra e cavoli. Magari con una sentenza salomonica che invece poi non è arrivata. Ciò detto però, adesso non ci si può nascondere dietro il dito dell’ipocrisia e gridare al “golpe” perché Berlusconi o chi per lui dice che la Consulta è fatta per lo più da uomini della sinistra messi lì dagli ultimi tre presidenti. Se in quel palazzo gli ex capi di Stato come Scalfaro sono stati capaci di mettere una persona che nemmeno ne aveva i titoli come Fernanda Contri, e quelli come Ciampi, già a capo di un governo di centro sinistra, di porci un mediocre ministro di Giustizia del primo governo Prodi come Giovanni Maria Flick, autore di una riforma, quella del giudice unico penale e civile, che ha creato i danni dell’attuale sistema giudiziario, e se lo stesso Napolitano stava per farci andare, peraltro con l’incosciente accordo di buona parte del Pdl e senza particolare meriti da costituzionalista, un personaggio come Luciano Violante, non ci si venga a dire che quel consesso che siede a palazzo della Consulta è al di sopra di ogni sospetto in materia di complotti e dintorni. “Ci si facci il piacere” come diceva Totò. Perché questa “peste italiana” fatta di istituzioni che si piegano alle esigenze delle ragioni non tanto di Stato, ma piuttosto partitocratiche, ha giustamente meritato alla Corte in questione i due soprannomi che nel tempo gli diedero uomini come il grande giurista e costituzionalista Giuseppe Maranini, già nel 1957, o come Marco Pannella, molto più recentemente: e cioè, rispettivamente, “Corte Prostituzionale” o, a scelta, “massima cupola della mafia partitocratica”. (l'Opinione)
venerdì 9 ottobre 2009
Primatista mondiale
"C’è ancora qualche buontempone che ha il coraggio di sostenere ancora che dovrei farmi processare. Ma contro di me ci sono stati 109 procedimenti, più di 2.500 udienze, più di 530 perquisizioni, e ho dovuto spendere più di 200 milioni di euro per pagare consulenze e avvocati. Sul giudizio della consulta sul lodo Alfano non mi ero mai fatto illusioni perché si tratta di un organismo politico che emette sentenze politiche che sono quindi sentenze di parte" aggiunge il premier. "Tranne il popolo- prosegue - cioè il 68,7% degli italiani, il nostro governo ha contro tutti: una minoranza organizzatissima di magistrati rossi, il 70% della carta stampata, tutti i talk show della tv pubblica, gli spettacoli satirici. Il Capo dello Stato sapete a quale parte politica appartiene. Ebbene, ringrazio gli italiani per il sostegno che continuano a darmi e mi fanno sentire in obbligo di ricambiare con impegno ancora maggiore. E so che il mio dovere è di governare per tutti i cinque anni della legislatura - conclude- fino al termine del mandato che il popolo italiano mi ha dato".
giovedì 8 ottobre 2009
Italia futura. Marco Cedolin
Il presidente della FIAT Montezemolo, uomo più di ogni altro avvezzo a privatizzare i profitti socializzando le perdite, recente beneficiario tramite la società NTV (costituita insieme a Diego Della Valle e ad Intesa San Paolo) della gestione delle nuove linee ferroviarie ad alta velocità, pagate decine di miliardi di euro dai contribuenti italiani, è finalmente riuscito a coronare il sogno di possedere un proprio think tank.
Italia Futura, questo è il nome del gruppo di pressione (lobby o fondazione che dir si voglia) capitanato da Luca Montezemolo, è stato presentato ieri ad oltre 200 persone, fra le quali il presidente della camera Gianfranco Fini, il parlamentare del PD Enrico Letta ed il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.Montezemolo ha esordito spiegando tutte quelle che non sarebbero le aspirazioni del nuovo think tank, dando una classica dimostrazione di “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Italia futura non sarà il laboratorio segreto di misteriose alchimie partitiche, né si renderà espressione di un oscuro complotto di salotti buoni, fortunatamente estinti da tempo, né incarnerà l’ennesimo partito sulla scena politica, dal momento che non servirebbe al paese, né sarà intenzionato ad influenzare le geometrie dei partiti.
Italia Futura, secondo le parole di Montezemolo, sarà “un luogo di idee e proposte che ha un'unica e trasparente missione: fare emergere le molte capacità di cui è ricco il nostro Paese per coinvolgerle nell'elaborazione di un progetto sul futuro dell'Italia. Si tratterà di una missione del tutto normale che prende spunto dagli Stati Uniti e dalla loro ricca tradizione di centri di riflessione sul futuro della nazione. Costruirà ogni tre mesi delle campagne tematiche all’interno delle quali verranno lanciate delle proposte snelle e operative intorno ad alcuni grandi problemi del paese. Rappresenterà un luogo d’ideazione, uno strumento di mobilitazione dell’opinione pubblica, uno spazio per pensare il futuro del paese.
Italia Futura affronterà i temi centrali e cruciali della vita degli italiani, ed uno di questi, la “mobilità sociale” è stato scelto come oggetto della prima campagna ed illustrato in sala nel corso della presentazione da Irene Tinagli, ricercatrice già membro della direzione nazionale del Pd, che ha curato il rapporto sull’argomento.
La “maschera” del buon samaritano, preoccupato per i problemi dei cittadini, indispettito dal fatto che il divario tra ricchi e poveri aumenti e con questo aumentino le diseguaglianze e la difficoltà di scalare la società, già usata da Diego Della Valle durante le puntate di Porta a Porta e Ballarò di qualche anno fa, collocata sul viso di Montezemolo appare ancora più grottesca. Così come la velleità di spendersi per il bene del paese non può che risultare ridicola da parte di un uomo che nel corso della propria (facile) carriera è sempre stato abituato a prendere dal paese, senza mai nulla dare.
Italia Futura non è nè sarà mai un’associazione di beneficenza e anche se con tutta probabilità non diventerà mai un partito, nasce con degli obiettivi ben precisi, facilmente individuabili anche solo leggendo fra le righe le dichiarazioni ammantate di buoni propositi esternate da Montezemolo. Italia futura non sarà un partito, ma mirerà a dirigere e guidare l’operato dei partiti di potere, orientando l’opinione pubblica affinché le garantisca una posizione dominante all’interno del rapporto di forze che verrà a crearsi con la politica. Italia Futura agirà dietro le quinte e non porterà rappresentati in parlamento, ma si spenderà per far si che i parlamentari votati all’interno dei partiti politici portino in parlamento gli interessi di Italia Futura, che saranno molto differenti e spesso addirittura antitetici rispetto a quelli degli italiani.
Se Italia Futura rappresenterà l’avvenire, si nutre la vivida sensazione che possa manifestarsi assai più greve del presente, poiché non c’è aguzzino peggiore di quello che continua a picchiarti dicendo che lo sta facendo soltanto per il tuo bene. (il Corrosivo)
Italia Futura, questo è il nome del gruppo di pressione (lobby o fondazione che dir si voglia) capitanato da Luca Montezemolo, è stato presentato ieri ad oltre 200 persone, fra le quali il presidente della camera Gianfranco Fini, il parlamentare del PD Enrico Letta ed il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.Montezemolo ha esordito spiegando tutte quelle che non sarebbero le aspirazioni del nuovo think tank, dando una classica dimostrazione di “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Italia futura non sarà il laboratorio segreto di misteriose alchimie partitiche, né si renderà espressione di un oscuro complotto di salotti buoni, fortunatamente estinti da tempo, né incarnerà l’ennesimo partito sulla scena politica, dal momento che non servirebbe al paese, né sarà intenzionato ad influenzare le geometrie dei partiti.
Italia Futura, secondo le parole di Montezemolo, sarà “un luogo di idee e proposte che ha un'unica e trasparente missione: fare emergere le molte capacità di cui è ricco il nostro Paese per coinvolgerle nell'elaborazione di un progetto sul futuro dell'Italia. Si tratterà di una missione del tutto normale che prende spunto dagli Stati Uniti e dalla loro ricca tradizione di centri di riflessione sul futuro della nazione. Costruirà ogni tre mesi delle campagne tematiche all’interno delle quali verranno lanciate delle proposte snelle e operative intorno ad alcuni grandi problemi del paese. Rappresenterà un luogo d’ideazione, uno strumento di mobilitazione dell’opinione pubblica, uno spazio per pensare il futuro del paese.
Italia Futura affronterà i temi centrali e cruciali della vita degli italiani, ed uno di questi, la “mobilità sociale” è stato scelto come oggetto della prima campagna ed illustrato in sala nel corso della presentazione da Irene Tinagli, ricercatrice già membro della direzione nazionale del Pd, che ha curato il rapporto sull’argomento.
La “maschera” del buon samaritano, preoccupato per i problemi dei cittadini, indispettito dal fatto che il divario tra ricchi e poveri aumenti e con questo aumentino le diseguaglianze e la difficoltà di scalare la società, già usata da Diego Della Valle durante le puntate di Porta a Porta e Ballarò di qualche anno fa, collocata sul viso di Montezemolo appare ancora più grottesca. Così come la velleità di spendersi per il bene del paese non può che risultare ridicola da parte di un uomo che nel corso della propria (facile) carriera è sempre stato abituato a prendere dal paese, senza mai nulla dare.
Italia Futura non è nè sarà mai un’associazione di beneficenza e anche se con tutta probabilità non diventerà mai un partito, nasce con degli obiettivi ben precisi, facilmente individuabili anche solo leggendo fra le righe le dichiarazioni ammantate di buoni propositi esternate da Montezemolo. Italia futura non sarà un partito, ma mirerà a dirigere e guidare l’operato dei partiti di potere, orientando l’opinione pubblica affinché le garantisca una posizione dominante all’interno del rapporto di forze che verrà a crearsi con la politica. Italia Futura agirà dietro le quinte e non porterà rappresentati in parlamento, ma si spenderà per far si che i parlamentari votati all’interno dei partiti politici portino in parlamento gli interessi di Italia Futura, che saranno molto differenti e spesso addirittura antitetici rispetto a quelli degli italiani.
Se Italia Futura rappresenterà l’avvenire, si nutre la vivida sensazione che possa manifestarsi assai più greve del presente, poiché non c’è aguzzino peggiore di quello che continua a picchiarti dicendo che lo sta facendo soltanto per il tuo bene. (il Corrosivo)
Repubblica impara da Grillo: "Berlusconi è come Hitler". Francesco Cramer
Ormai è ufficiale: Repubblica si mette stabilmente in scia del grillismo più feroce, del dipietrismo più ferino. L’editoriale di ieri dal titolo «Il Cavaliere illegalista» era un inno all’insulto, un’apoteosi dell’ingiuria. Autore: Franco Cordero, giurista cuneese, estensore dell’appello pro Repubblica, inventore del termine «caimano», partorito in un articolo in cui Berlusconi veniva paragonato a Mussolini. Correva l’anno 2002. Ora Cordero, iperbole delle iperboli, corregge il tiro: Berlusconi non è Mussolini ma Hitler. Heil! Enfasi senile o soltanto ansia di ricalcare i toni del leader di Montenero di Bisaccia? Mistero. Ciò che è chiaro, anzi nero su bianco, è il curaro che sgorga dalla penna dell’opinionista di Largo Fochetti. Il quale scrive, a proposito del lodo Alfano: «Concedergli (a Berlusconi, ndr) l’immunità (che non è immunità ma sospensione di processo, ndr) significa ungerlo monarca assoluto, in figure reminiscenti della scalata hitleriana 1933-34. Mancano solo la legge dei pieni poteri e il cumulo cancellierato-presidente della repubblica, fusi nel nome mistico “Führer”». Il giurista vede già il tripudio di bandiere con le svastiche e selve di braccia tese. Mah.
Nella sua analisi concetti da anarco-insurrezionalista e cifra stilistica da curva sud: «L’Italia è un caso clinico da quando governi corrotti aprono l’etere al pirata venuto dalla P2, covo d’una pericolosa criminalità eversiva in colletto bianco». Totale disprezzo per i milioni di elettori del centrodestra: «S’insedia (Berlusconi, ndr), monopolista di una televisione con cui disgrega i neuroni collettivi; tre volte occupa Palazzo Chigi adoperando i mangiatori dell’erba televisiva quale massa elettorale».
Illegalista. Seppure a Repubblica decidano di mettere il termine nel titolo, per Cordero è perfino «un eufemismo: edifica l’impero mediante corruzione, frode, plagio; vince le cause comprando chi giudica». Il giurista è un rottweiler ringhioso: «Salvo per il rotto della cuffia, ma Dio sa quanta materia pericolosa nasconda un sottosuolo blindato da scatole cinesi e paradisi fiscali». Accusa: «Gli serviva un’immunità: gliela votano, invalida, ma nel dichiararla tale la Corte scioglie questioni collaterali; risalito al governo, la pretende minacciando misure devastanti quale sarebbe la sospensione dei processi». Cordero saccheggia lo Zanichelli dell’insulto, tracima odio ogni riga: «Eccolo, l’Italia invasa dal plutocrate populista, pifferaio, re delle lanterne: non sa un’acca dell’ars gubernandi occidentale, coltiva gli interessi suoi, converte il pubblico in privato, odia i poteri separati e non vede l’ora d’abolirli in una regressione al dominio prepolitico; perciò l’Europa trattiene il fiato davanti allo scempio italiano». (il Giornale)
Nella sua analisi concetti da anarco-insurrezionalista e cifra stilistica da curva sud: «L’Italia è un caso clinico da quando governi corrotti aprono l’etere al pirata venuto dalla P2, covo d’una pericolosa criminalità eversiva in colletto bianco». Totale disprezzo per i milioni di elettori del centrodestra: «S’insedia (Berlusconi, ndr), monopolista di una televisione con cui disgrega i neuroni collettivi; tre volte occupa Palazzo Chigi adoperando i mangiatori dell’erba televisiva quale massa elettorale».
Illegalista. Seppure a Repubblica decidano di mettere il termine nel titolo, per Cordero è perfino «un eufemismo: edifica l’impero mediante corruzione, frode, plagio; vince le cause comprando chi giudica». Il giurista è un rottweiler ringhioso: «Salvo per il rotto della cuffia, ma Dio sa quanta materia pericolosa nasconda un sottosuolo blindato da scatole cinesi e paradisi fiscali». Accusa: «Gli serviva un’immunità: gliela votano, invalida, ma nel dichiararla tale la Corte scioglie questioni collaterali; risalito al governo, la pretende minacciando misure devastanti quale sarebbe la sospensione dei processi». Cordero saccheggia lo Zanichelli dell’insulto, tracima odio ogni riga: «Eccolo, l’Italia invasa dal plutocrate populista, pifferaio, re delle lanterne: non sa un’acca dell’ars gubernandi occidentale, coltiva gli interessi suoi, converte il pubblico in privato, odia i poteri separati e non vede l’ora d’abolirli in una regressione al dominio prepolitico; perciò l’Europa trattiene il fiato davanti allo scempio italiano». (il Giornale)
giovedì 1 ottobre 2009
Per cortesia, fatevi gli affari vostri. Caius
Sulle pagine della stampa estera l’Italia, quando non si tratti di giudizi di adeguatezza sul nostro primo ministro, viene spesso additata quale responsabile di politiche d’immigrazione lesive di diritti umani e ricettacolo di movimenti xenofobi. L’approvazione del pacchetto sicurezza – contemplante il reato di immigrazione clandestina – sollecitò le severe rampogne di quotidiani francesi e inglesi, i quali rilevarono la generale indignazione della comunità internazionale e l“inquietudine” dell’ONU. Sarebbe interessante il parere di quegli stessi commentatori circa certi recenti avvenimenti d’oltralpe e d’oltremanica. Sarebbe interessante perché al momento non sembra ancora disponibile sugli organi di riferimento. La trentaduenne cassiera Fatou Cham, originaria del Gambia e residente da diversi anni a Londra, impiegata presso l’azienda britannica “Tesco” il gruppo di distribuzione più grande d’Inghilterra, veniva scelta come nuovo volto per il lancio di una campagna pubblicitaria della stessa azienda. L’esposizione su quotidiani e settimanali è però risultata disastrosa. Infatti i funzionari dell’immigrazione, scoperto che la donna, madre di tre figli, era sprovvista di permesso di soggiorno, l’hanno arrestata in vista dell’espulsione. Il rigore dei funzionari è apparso eccessivo poiché Fatou era arrivata in Inghilterra nel 1998 per gli studi universitari; il suo visto da studente era scaduto nel 2001 e da allora aveva ripetutamente presentato richiesta per prolungare la sua permanenza in Inghilterra, soprattutto in considerazione del suo stabile impiego. Ma il permesso non le è mai stato concesso. Purtroppo dal 2004 in Inghilterra la permanenza senza visto di lavoro è reato. Il portavoce della UK Border Agency, ha dichiarato laconicamente: “La UK Border Agency, se viene a sapere di persone che non abbiano più titolo per rimanere qui e non se ne siano andate volontariamente, le arresta”. Semplice, no? A quanto pare, anche in Francia le manifestazioni di dissenso verso le violazioni dei diritti umani subite dagli immigrati non trovano grande eco sulla stampa.
Eppure a Parigi, ogni domenica, la cattedrale di Notre Dame è scenario di proteste nei confronti della corrente adozione di provvedimenti detentivi ed espulsivi a carico di minori, in quanto figli di sans-papiers. Provvedimenti sempre più frequenti da due anni a questa parte. In risposta il governo francese, lungi dall’annunciare sanatorie o regolarizzazioni “al limite” (per intenderci, di tipo italiano), ha deciso di sopprimere la figura del “Difensore dei minori”, creata proprio a tutela dei minori stranieri, e di sgomberare bruscamente, a Calais, il campo che forniva rifugio agli immigrati in attesa dell’imbarco per l’Inghilterra. E’ bene anche ricordare che attualmente in Francia accogliere o aiutare un sans-papier è reato: a norma dell’articolo 622-1 del codice sull’entrata e il soggiorno degli stranieri, “la persona che aiuta direttamente o indirettamente, che facilita o tenta di facilitare l’entrata, la circolazione o il soggiorno di uno straniero in Francia” è passibile di una pena di 5 anni di carcere e di una multa di 30.000 euro. Noi italiani conosciamo i nostri difetti. Forse questa è la ragione per cui i nostri giudizi sugli altri di regola sono clementi. Torna a nostro onore l’essere riluttanti a guardare biecamente in casa d’altri, e certe meschinità vanno semplicemente ignorate. Ma torna ad onore del Presidente Napolitano l’aver condannato la miserabile prassi, invalsa in certi ambienti politici italiani, di fornire sponda interna alle sciocchezze scritte sul nostro paese fuori confine. (l'Opinione)
Eppure a Parigi, ogni domenica, la cattedrale di Notre Dame è scenario di proteste nei confronti della corrente adozione di provvedimenti detentivi ed espulsivi a carico di minori, in quanto figli di sans-papiers. Provvedimenti sempre più frequenti da due anni a questa parte. In risposta il governo francese, lungi dall’annunciare sanatorie o regolarizzazioni “al limite” (per intenderci, di tipo italiano), ha deciso di sopprimere la figura del “Difensore dei minori”, creata proprio a tutela dei minori stranieri, e di sgomberare bruscamente, a Calais, il campo che forniva rifugio agli immigrati in attesa dell’imbarco per l’Inghilterra. E’ bene anche ricordare che attualmente in Francia accogliere o aiutare un sans-papier è reato: a norma dell’articolo 622-1 del codice sull’entrata e il soggiorno degli stranieri, “la persona che aiuta direttamente o indirettamente, che facilita o tenta di facilitare l’entrata, la circolazione o il soggiorno di uno straniero in Francia” è passibile di una pena di 5 anni di carcere e di una multa di 30.000 euro. Noi italiani conosciamo i nostri difetti. Forse questa è la ragione per cui i nostri giudizi sugli altri di regola sono clementi. Torna a nostro onore l’essere riluttanti a guardare biecamente in casa d’altri, e certe meschinità vanno semplicemente ignorate. Ma torna ad onore del Presidente Napolitano l’aver condannato la miserabile prassi, invalsa in certi ambienti politici italiani, di fornire sponda interna alle sciocchezze scritte sul nostro paese fuori confine. (l'Opinione)
mercoledì 30 settembre 2009
Tutti in piazza per la fola della libertà di stampa minacciata dal Cav. Giancarlo Loquenzi
Che cosa hanno in comune Di Pietro e i Boy scout, la Mezzaluna Palestinese e la Lega Antivivisezione, i giovani avvocati e i precari della scuola, Pax Christi e la Cgil, le Acli e i Comunisti Sinistra Popolare, Mani Tese e “Il Bolscevico”, Michele Santoro e l’Ufficio Stampa dell’Inps, la redazione di Cucina & Vini e il direttore di Guerra & Pace, i comunisti italiani e l’associazione mazziniana…?
Poco o niente, ma saranno tutti (e moltissimi altri) a Roma il prossimo 3 ottobre per manifestare contro Silvio Berlusconi. Perché di questo si tratta anche se l’appuntamento, convocato dal sindacato dei Giornalisti e super-sponsorizzato dal gruppo Espresso-La Repubblica si richiama alla libertà di stampa, alla fine a smuovere le truppe da ogni parte d’Italia verso la capitale, a risvegliare il popolo dei pulmann, è sempre lo stesso motore: l’odio antiberlusconiano.
Non c’è altra spiegazione che questa, visto che sarebbe altrimenti impossibile credere alla fola dell’informazione al guinzaglio (come recita lo slogan della manifestazione), alla censura di regime o alla democrazia a rischio. La verità è che in tutto il mondo l’informazione ha mille guinzagli: ogni giornalista, direttore, editore ha il suo. Mai come oggi, quando il business delle news è in crisi ovunque, la libera stampa è libera solo di nome. Piuttosto è sovvenzionata, finanziata, piegata a giochi di potere, incastrata in un risiko finanziario senza confini. L’unico modo per salvarsene è la limpida lettura degli interessi che la sostengono. Invece in Italia la messa in scena è quella che vedremo il 3 ottobre: tutti liberi e indipendenti contro l’unico Squalo.
Eppure basta gettare uno sguardo anche disattento oltre confine per rendersi conto delle tante poste in gioco. Guardate in Spagna quale titanica lotta di potere è in corso tra Zapatero e il gruppo Prisa, quello che edita El Paìs . Guardate negli Usa, dove Barack Obama (dopo aver dato sostanzialmente dei "farabutti" ai bloggers) è sul punto di infrangere un tabù secolare, approvando un bailout per la stampa, cioè il salvataggio dei grandi giornali con soldi pubblici. Così il guinzaglio lo terrà ben stretto l’amministrazione in carica.
Poi tornate in Italia e guardate a quel brulicare di astio, di risentimento e di miopia che anima la protesta nostrana secondo cui fatto fuori Berlusconi avremmo il migliore dei mondi (e dell’informazione) possibili. Senza neppure lo sforzo di chiedersi come mai non si sbloccano le nomine di Rai3 e Tg3 e perché, come d’incanto, esse arriveranno una volta sciolto il nodo della segreteria del Pd.
L’odio contro Berlusconi si dà appuntamento a Roma e si sublima attorno al tema dell’informazione perché non ha altro sottomano, nel momento in cui – non i sondaggi sul premier - ma l’indice sulla fiducia dei consumatori italiani calcolato dall’Isae ha raggiunto il suo massimo dal dicembre 2006. Per questo aderiscono anche Di Pietro e Franceschini in cerca di linfa per l’opposizione.
La stampa non c’entra. E come potrebbe? Come si può gridare alla libertà di stampa a rischio in un paese in cui un grande quotidiano ha potuto in modo del tutto indisturbato e anzi applaudito in Italia e all’estero, montare per mesi una campagna ad personam contro il presidente del consiglio in carica senza neppure uno straccio di avviso di garanzia come pretesto. In quale altro paese sarebbe stata ammissibile e di successo una campagna anti-nazionale tesa a mettere alla berlina in tutto il mondo l’Italia e gli italiani; dove altro si sarebbe festeggiato come un trionfo, con traduzioni e titoli in prima pagina, ogni più becero, risentito e interessato attacco contro l’Italia pubblicato anche dall’ultimo giornale del pianeta.
Si può parlare di informazione col bavaglio in un paese in cui dopo anni che non esce un nuovo quotidiano, quello fondato dalla congrega dei principali nemici di Berlusconi sbanca le edicole e fa il pieno di abbonamenti al suono lugubre di una grancassa giudiziarista?
E c’è davvero la preoccupazione per il “pensiero unico” e il “regime televisivo”, in un paese dove il principale competitor sul territorio nazionale delle aziende televisive del premier è un signore di peso planetario che ha messo tutte le sue numerose testate a sostegno della distruzione personale dell’avversario e inoltre possiede il monopolio della tv satellitare in Italia?
Si dirà, già lo sento, che Berlusconi se l’è cercata, che i suoi costumi licenziosi e imprudenti lo hanno portato a tutto questo. Sia pure, ma la libertà di stampa che c’entra. Se davvero Berlusconi ha avuto quello che si meritava, al limite vuol dire che il meccanismo funziona. E non saranno certo due cause per risarcimento danni il grande spauracchio che muove i paladini della libertà di stampa.
D’altro canto il teorico di questo tipo di contromisure è qualcun altro. Fu Massimo D’Alema nel gennaio 1998, in uno dei suoi momenti di ira funesta contro di giornalisti (c’era di mezzo “affittopoli”) che rivendicò la necessità di “un sistema che consenta una rapida ed efficace tutela in sede civile che preveda consistenti risarcimenti patrimoniali”. D’altronde quello che D’Alema pensa della libera stampa lo aveva già confidato a Lucia Annunziata su Prima Comunicazione: “Il livello di faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante. Non esiste l'indipendenza dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del potere. E come tali sono inattendibili. Il loro compito è la destrutturazione qualunquista della democrazia politica. Gli editori si contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia”. Aveva ragione.
Solo che nessuno si fece vedere con il cartello “canaglia” appeso al collo e nessuno ovviamente scese in piazza.
P. S. La libertà di stampa, la circolazione delle informazioni, il diritto a libere opinioni, sono temi seri e gravi, non andrebbero spesi per interessi di bottega, per difendere lo snobismo fazioso di certi giornalisti o per tentare nuove spallate politiche. (l'Occidentale)
Poco o niente, ma saranno tutti (e moltissimi altri) a Roma il prossimo 3 ottobre per manifestare contro Silvio Berlusconi. Perché di questo si tratta anche se l’appuntamento, convocato dal sindacato dei Giornalisti e super-sponsorizzato dal gruppo Espresso-La Repubblica si richiama alla libertà di stampa, alla fine a smuovere le truppe da ogni parte d’Italia verso la capitale, a risvegliare il popolo dei pulmann, è sempre lo stesso motore: l’odio antiberlusconiano.
Non c’è altra spiegazione che questa, visto che sarebbe altrimenti impossibile credere alla fola dell’informazione al guinzaglio (come recita lo slogan della manifestazione), alla censura di regime o alla democrazia a rischio. La verità è che in tutto il mondo l’informazione ha mille guinzagli: ogni giornalista, direttore, editore ha il suo. Mai come oggi, quando il business delle news è in crisi ovunque, la libera stampa è libera solo di nome. Piuttosto è sovvenzionata, finanziata, piegata a giochi di potere, incastrata in un risiko finanziario senza confini. L’unico modo per salvarsene è la limpida lettura degli interessi che la sostengono. Invece in Italia la messa in scena è quella che vedremo il 3 ottobre: tutti liberi e indipendenti contro l’unico Squalo.
Eppure basta gettare uno sguardo anche disattento oltre confine per rendersi conto delle tante poste in gioco. Guardate in Spagna quale titanica lotta di potere è in corso tra Zapatero e il gruppo Prisa, quello che edita El Paìs . Guardate negli Usa, dove Barack Obama (dopo aver dato sostanzialmente dei "farabutti" ai bloggers) è sul punto di infrangere un tabù secolare, approvando un bailout per la stampa, cioè il salvataggio dei grandi giornali con soldi pubblici. Così il guinzaglio lo terrà ben stretto l’amministrazione in carica.
Poi tornate in Italia e guardate a quel brulicare di astio, di risentimento e di miopia che anima la protesta nostrana secondo cui fatto fuori Berlusconi avremmo il migliore dei mondi (e dell’informazione) possibili. Senza neppure lo sforzo di chiedersi come mai non si sbloccano le nomine di Rai3 e Tg3 e perché, come d’incanto, esse arriveranno una volta sciolto il nodo della segreteria del Pd.
L’odio contro Berlusconi si dà appuntamento a Roma e si sublima attorno al tema dell’informazione perché non ha altro sottomano, nel momento in cui – non i sondaggi sul premier - ma l’indice sulla fiducia dei consumatori italiani calcolato dall’Isae ha raggiunto il suo massimo dal dicembre 2006. Per questo aderiscono anche Di Pietro e Franceschini in cerca di linfa per l’opposizione.
La stampa non c’entra. E come potrebbe? Come si può gridare alla libertà di stampa a rischio in un paese in cui un grande quotidiano ha potuto in modo del tutto indisturbato e anzi applaudito in Italia e all’estero, montare per mesi una campagna ad personam contro il presidente del consiglio in carica senza neppure uno straccio di avviso di garanzia come pretesto. In quale altro paese sarebbe stata ammissibile e di successo una campagna anti-nazionale tesa a mettere alla berlina in tutto il mondo l’Italia e gli italiani; dove altro si sarebbe festeggiato come un trionfo, con traduzioni e titoli in prima pagina, ogni più becero, risentito e interessato attacco contro l’Italia pubblicato anche dall’ultimo giornale del pianeta.
Si può parlare di informazione col bavaglio in un paese in cui dopo anni che non esce un nuovo quotidiano, quello fondato dalla congrega dei principali nemici di Berlusconi sbanca le edicole e fa il pieno di abbonamenti al suono lugubre di una grancassa giudiziarista?
E c’è davvero la preoccupazione per il “pensiero unico” e il “regime televisivo”, in un paese dove il principale competitor sul territorio nazionale delle aziende televisive del premier è un signore di peso planetario che ha messo tutte le sue numerose testate a sostegno della distruzione personale dell’avversario e inoltre possiede il monopolio della tv satellitare in Italia?
Si dirà, già lo sento, che Berlusconi se l’è cercata, che i suoi costumi licenziosi e imprudenti lo hanno portato a tutto questo. Sia pure, ma la libertà di stampa che c’entra. Se davvero Berlusconi ha avuto quello che si meritava, al limite vuol dire che il meccanismo funziona. E non saranno certo due cause per risarcimento danni il grande spauracchio che muove i paladini della libertà di stampa.
D’altro canto il teorico di questo tipo di contromisure è qualcun altro. Fu Massimo D’Alema nel gennaio 1998, in uno dei suoi momenti di ira funesta contro di giornalisti (c’era di mezzo “affittopoli”) che rivendicò la necessità di “un sistema che consenta una rapida ed efficace tutela in sede civile che preveda consistenti risarcimenti patrimoniali”. D’altronde quello che D’Alema pensa della libera stampa lo aveva già confidato a Lucia Annunziata su Prima Comunicazione: “Il livello di faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante. Non esiste l'indipendenza dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del potere. E come tali sono inattendibili. Il loro compito è la destrutturazione qualunquista della democrazia politica. Gli editori si contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia”. Aveva ragione.
Solo che nessuno si fece vedere con il cartello “canaglia” appeso al collo e nessuno ovviamente scese in piazza.
P. S. La libertà di stampa, la circolazione delle informazioni, il diritto a libere opinioni, sono temi seri e gravi, non andrebbero spesi per interessi di bottega, per difendere lo snobismo fazioso di certi giornalisti o per tentare nuove spallate politiche. (l'Occidentale)
martedì 29 settembre 2009
Il signor F e i suoi due padroni. Giampaolo Pansa
Sono abbastanza anziano per aver partecipato alle Tribune politiche della vecchia Rai, al tempo della Prima Repubblica. Qui ne rammento una del giugno 1976, vigilia elettorale. Il protagonista era Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci. E il suo arrivo in via Teulada ebbe il protocollo e le cadenze di un rito ecclesiastico. Tanto da farmi ricordare l’ingresso di un cardinale in una parrocchia di certo importante, ma non del livello di una sede vaticana.
Il moderatore di quella Tribuna, Luca Di Schiena, e il regista, Giuseppe Sibilla, attendevano il leader del Pci all’ingresso degli studi televisivi. Attorniati dalla pattuglia dei comunisti in servizio attivo alla Rai. E dai tanti cronisti, me compreso, tutti abbastanza eccitati.
Sceso dalla berlina blu, re Enrico avanzava nel cortile con passettini lenti. A braccetto del suo medico, il pneumologo Francesco Ingrao, fratello di Pietro. Il piazzalino di via Teulada era gremito di gente. Ma nessuno fiatava. Anche Berlinguer stava in silenzio. Si limitava a sorriderci in quel suo modo speciale: tra l’intimidito e l’altero. Mi sembrò davvero un uomo di chiesa. E pensai: adesso ci benedirà.
Quando il leader del Pci giunse di fronte alla vetrata che conduce agli ascensori e poi agli studi, la piccola folla si divise. Facendo ala al suo passaggio. Re Enrico ringraziò con un tenue cenno del capo. Quindi seguì il suo addetto stampa, l’energico Tonino Tatò, che premeva per non arrivare in ritardo alla registrazione.
Adesso spostiamoci ai tempi d’oggi. È giovedì 24 settembre 2009. Siamo sempre alla Rai, dove sta per iniziare la puntata di “Annozero”. Anche in questo caso è atteso un leader politico di sinistra e tra un istante vedremo chi sia. Ma i due big del programma se ne fottono.
Michele Santoro e Marco Travaglio entrano nello studio per primi. Il pubblico si leva in piedi e li accoglie con una standing ovation. Michele e Marco si offrono al battaglione dei fotoreporter. Scherzano, se la cantano e se la ridono. Del resto, hanno una ragione per fare così: “AnnoZero” sono loro due e nessun altro.
Qualche minuto dopo entra il leader invitato nel Tempio del Santorismo. È Dario Franceschini, il segretario del Partito democratico. Nessuno se lo fila. Eppure il signor F. si è presentato persino in maniche di camicia. Adesso si usa: la camicia segnala voglia di combattimento, fa molto talk show all’americana. Come ci ha insegnato Gianni Riotta, che quando dirigeva il Tg1 aveva come divisa la mitica button-down bianca. Al massimo accompagnata da una cravattuccia nera, poco più di una stringa.
Ad “Annozero” iniziato, il signor F. indosserà poi una giacca. Ma neppure così rivestito attenuerà l’impressione grigia che suscita in noi telespettatori. Che pena, il povero F. Mi ha fatto pensare a un leader dimezzato. Costretto a tener conto di due padroni. Il primo non è di oggi: Ezio Mauro, il direttore di Repubblica. E adesso anche il santone Michele, un politico ben più forte di F. Dotato di un’arma micidiale che lui non possiede: un programma televisivo all’arma bianca, seguito da milioni di tifosi molto scaldati.
Di qui alla fine del tormentone congressuale del Pd, il signor F. sarà obbligato a percorrere la strada che Mauro e Santoro gli indicheranno giorno per giorno. Bisogna aggiungere che F. si comporterà così non perché la sua autostima sia ridotta al lumicino. Anzi, a osservarlo nei comizi, F. pare sempre più convinto di essere un Superman del progressismo. Se fosse milanese invece che figlio della magica Ferrara, dovremmo dire che non vediamo nessuno più ganassa di lui. A Milano il ganassa è lo spaccone, il parolaio presuntuoso, tutto chiacchiere e distintivo del Pd.
Il nocciolo del problema sta nel meccanismo fantozziano escogitato per eleggere il segretario democratico. In un primo round, votano gli iscritti al partito, come sta avvenendo. Ma il vincitore non potrà affatto ritenersi il leader. Poiché dovrà sottoporsi a un altro esame: quello delle primarie.
In questo secondo round voterà chi deciderà di farlo, chiunque sia e qualunque scopo abbia in mente. L’esito della consultazione potrebbe ribaltare l’esito del voto dentro il partito. Con quali conseguenze nessuno è in grado di dirlo.
Le cronache politiche sostengono che il signor F. stia contando sulle primarie. Il voto degli iscritti dice che, per ora, a essere in testa è Pierluigi Bersani. Avrà anche un linguaggio antico, popolaresco, un po’ fuori moda, in stile tardo Pci, come ci ha spiegato sul Sole-24 Ore quel cervellone di Miguel Gotor. Ma ai pochi o tanti iscritti del Pd, Bersani sembra un segretario più affidabile del ganassa di Ferrara. Però anche in questo partito, ahimè!, del domani non v’è certezza.
La conclusione è scontata. Per vincere le primarie, il signor F. sposerà le posizioni più estremiste, le più arrabbiate, le più lunatiche. Urlerà invece di parlare. Farà scelte turche: demagogia allo stato puro, fanatismo, rabbia, invettive. Il tutto condito dalle balle stratosferiche che sta già spacciando: siamo al fascismo, la democrazia tira le cuoia, la libertà di stampa è defunta, a Palazzo Chigi siede un tiranno che accorpa in se stesso i connotati malvagi di Mussolini, Hitler e Totò Riina, in salsa puttanesca.
Il signor F. non farà nessuna fatica a condursi così. Gli basterà attenersi ai consigli di Repubblica e di “Annozero”. Se non gli sembreranno sufficienti, potrà sempre rivolgersi all’alleato Tonino Di Pietro. Quello che ha detto: abbiamo un Parlamento di mafiosi. (il Riformista)
Il moderatore di quella Tribuna, Luca Di Schiena, e il regista, Giuseppe Sibilla, attendevano il leader del Pci all’ingresso degli studi televisivi. Attorniati dalla pattuglia dei comunisti in servizio attivo alla Rai. E dai tanti cronisti, me compreso, tutti abbastanza eccitati.
Sceso dalla berlina blu, re Enrico avanzava nel cortile con passettini lenti. A braccetto del suo medico, il pneumologo Francesco Ingrao, fratello di Pietro. Il piazzalino di via Teulada era gremito di gente. Ma nessuno fiatava. Anche Berlinguer stava in silenzio. Si limitava a sorriderci in quel suo modo speciale: tra l’intimidito e l’altero. Mi sembrò davvero un uomo di chiesa. E pensai: adesso ci benedirà.
Quando il leader del Pci giunse di fronte alla vetrata che conduce agli ascensori e poi agli studi, la piccola folla si divise. Facendo ala al suo passaggio. Re Enrico ringraziò con un tenue cenno del capo. Quindi seguì il suo addetto stampa, l’energico Tonino Tatò, che premeva per non arrivare in ritardo alla registrazione.
Adesso spostiamoci ai tempi d’oggi. È giovedì 24 settembre 2009. Siamo sempre alla Rai, dove sta per iniziare la puntata di “Annozero”. Anche in questo caso è atteso un leader politico di sinistra e tra un istante vedremo chi sia. Ma i due big del programma se ne fottono.
Michele Santoro e Marco Travaglio entrano nello studio per primi. Il pubblico si leva in piedi e li accoglie con una standing ovation. Michele e Marco si offrono al battaglione dei fotoreporter. Scherzano, se la cantano e se la ridono. Del resto, hanno una ragione per fare così: “AnnoZero” sono loro due e nessun altro.
Qualche minuto dopo entra il leader invitato nel Tempio del Santorismo. È Dario Franceschini, il segretario del Partito democratico. Nessuno se lo fila. Eppure il signor F. si è presentato persino in maniche di camicia. Adesso si usa: la camicia segnala voglia di combattimento, fa molto talk show all’americana. Come ci ha insegnato Gianni Riotta, che quando dirigeva il Tg1 aveva come divisa la mitica button-down bianca. Al massimo accompagnata da una cravattuccia nera, poco più di una stringa.
Ad “Annozero” iniziato, il signor F. indosserà poi una giacca. Ma neppure così rivestito attenuerà l’impressione grigia che suscita in noi telespettatori. Che pena, il povero F. Mi ha fatto pensare a un leader dimezzato. Costretto a tener conto di due padroni. Il primo non è di oggi: Ezio Mauro, il direttore di Repubblica. E adesso anche il santone Michele, un politico ben più forte di F. Dotato di un’arma micidiale che lui non possiede: un programma televisivo all’arma bianca, seguito da milioni di tifosi molto scaldati.
Di qui alla fine del tormentone congressuale del Pd, il signor F. sarà obbligato a percorrere la strada che Mauro e Santoro gli indicheranno giorno per giorno. Bisogna aggiungere che F. si comporterà così non perché la sua autostima sia ridotta al lumicino. Anzi, a osservarlo nei comizi, F. pare sempre più convinto di essere un Superman del progressismo. Se fosse milanese invece che figlio della magica Ferrara, dovremmo dire che non vediamo nessuno più ganassa di lui. A Milano il ganassa è lo spaccone, il parolaio presuntuoso, tutto chiacchiere e distintivo del Pd.
Il nocciolo del problema sta nel meccanismo fantozziano escogitato per eleggere il segretario democratico. In un primo round, votano gli iscritti al partito, come sta avvenendo. Ma il vincitore non potrà affatto ritenersi il leader. Poiché dovrà sottoporsi a un altro esame: quello delle primarie.
In questo secondo round voterà chi deciderà di farlo, chiunque sia e qualunque scopo abbia in mente. L’esito della consultazione potrebbe ribaltare l’esito del voto dentro il partito. Con quali conseguenze nessuno è in grado di dirlo.
Le cronache politiche sostengono che il signor F. stia contando sulle primarie. Il voto degli iscritti dice che, per ora, a essere in testa è Pierluigi Bersani. Avrà anche un linguaggio antico, popolaresco, un po’ fuori moda, in stile tardo Pci, come ci ha spiegato sul Sole-24 Ore quel cervellone di Miguel Gotor. Ma ai pochi o tanti iscritti del Pd, Bersani sembra un segretario più affidabile del ganassa di Ferrara. Però anche in questo partito, ahimè!, del domani non v’è certezza.
La conclusione è scontata. Per vincere le primarie, il signor F. sposerà le posizioni più estremiste, le più arrabbiate, le più lunatiche. Urlerà invece di parlare. Farà scelte turche: demagogia allo stato puro, fanatismo, rabbia, invettive. Il tutto condito dalle balle stratosferiche che sta già spacciando: siamo al fascismo, la democrazia tira le cuoia, la libertà di stampa è defunta, a Palazzo Chigi siede un tiranno che accorpa in se stesso i connotati malvagi di Mussolini, Hitler e Totò Riina, in salsa puttanesca.
Il signor F. non farà nessuna fatica a condursi così. Gli basterà attenersi ai consigli di Repubblica e di “Annozero”. Se non gli sembreranno sufficienti, potrà sempre rivolgersi all’alleato Tonino Di Pietro. Quello che ha detto: abbiamo un Parlamento di mafiosi. (il Riformista)
lunedì 28 settembre 2009
Un carrozzone che nessuno cambierà mai. Marcello Veneziani
La Rai non cambierà mai. È davvero impossibile tentare di riformarla, di raddrizzarla, di rinnovarla. Vive prigioniera di tre carcerieri: il sistema soffocante dei partiti che le impedisce ogni ariosa riforma ed ogni seria politica fondata sulla valorizzazione delle buone idee e del vero talento; la nomenklatura interna, il cosiddetto partito Rai, ingessato e imbolsito, refrattario ad ogni modifica di assetto e ad ogni fuoruscita dall’abitudine oziosa e viziosa. Il sindacato, giornalisti e dipendenti, i soviet di rete e di testata che impediscono ogni minimo spostamento di ruoli e di mansioni, ogni flessibilità e ogni innovazione.
Provate a spostare o a licenziare qualcuno che non lavora o viceversa a far lavorare uno che vorrebbe farlo ma il Palazzo non vuole che venga utilizzato. Provate a cambiare taglio, profilo, linguaggio alle reti, ai programmi, ai settori vitali della Rai. Missione impossibile. Provate ad assumere un ragazzo di talento, a dare un incarico ad uno che potrebbe giovare ai programmi. Macché. Non si può. Provate a proporre programmi di qualità e di servizio, campagne educative, a elaborare piani strategici e a varare laboratori di ricerca per la nuova tv, a inventare nuovi canali e nuovi format senza importarli dall’estero o comprarli dalle solite grandi ditte fornitrici, provate a rilanciare un discorso di cultura popolare, provate semplicemente a denominare diversamente reti inutilmente battezzate in gergo similamericano. Non è possibile niente, tutto si ri-forma, torna come prima, la coazione a ripetere è l’unica filosofia possibile, la sopravvivenza per forza di inerzia e servitù di padrinato riprende subito il sopravvento, ogni elemento non conforme viene espulso, rigettato, dall’organismo Rai. L’impresa non viene riconosciuta e vieni cancellato, senza nemmeno l’onore delle armi.
Lo dico con dolore, mica rallegrandomi, perché credo che sia importante un servizio pubblico televisivo, per utilità e rispetto dei cittadini, per far crescere civilmente e culturalmente il Paese, per intrattenerlo, informarlo e promuovere il suo sviluppo, per educarlo perfino. Ho sempre difeso l’idea di un’azienda pubblica culturale, anzi della principale impresa di cultura popolare del Paese. Ma devo ammettere, per esperienza diretta e per osservazione dall’interno, che la Rai non si può riformare, nessuno ha il potere di farlo, tutti passano e nessuno ha pieni poteri. Neanche i leader politici, peraltro disinteressati al destino della Rai, interessati solo a piazzare un loro cliente o una marchetta in loro devozione.
Prendete il caso Santoro. Nessuno in Rai ha il potere di decidere davvero, tutti hanno paura di qualcuno e di qualcosa, tutti pensano prima a campare e a pararsi il fondoschiena. In un Paese serio si farebbe una scelta di fondo, di assoluta trasparenza. O si sceglie che il servizio pubblico è ispirato per intero ad uno sforzo di obbiettività e di rispetto della libertà plurale e chi è vistosamente fuori da questi canoni è fuori dalla Rai; o si ha il coraggio di una svolta radicale e allora si ridisegna la missione della Rai, ritenendo che anche le opinioni estreme abbiano diritto di cittadinanza. Differenziamo le reti Rai non per colore politico ma per tono e taglio. E allora una rete resta il più possibile neutrale e moderata, rispettosa di tutte le opinioni e tesa a unificare anziché dividere il Paese, trovando punti d’incontro. Un’altra rete invece ha la missione opposta, quella di dar voce a tutte le opinioni forti, a tutti gli estremismi eccetto quelli che fomentano violenza e illegalità; ed una terza rete si allontana dal politico e si dedica al culturale, al sociale, al civile, alla pubblica utilità di servizio.
Avremmo così una rete moderata ed ecumenica, una talebana e radicale, ed una neutrale e apolitica. Offerta variegata. Una rete che punta a scoprire la concordia e i valori condivisi di un Paese, una rete che rappresenta invece i valori divisi, le fratture e mira a trasferire la guerra civile in un conflitto civile ma regolamentato; ed una rete impolitica, laboratorio, aperta su scenari futuri.
Traduco nel caso specifico: Santoro finirebbe nella rete dedicata ai tribuni della plebe, ma in quella rete si avvicenderebbero non solo i giacobini alla Travaglio ma anche i sanfedisti, i talebani di sinistra e i mujaheddin di destra, i radicali di ogni risma, gli ultra-conservatori, insomma gli estremisti. Allora avrebbe un senso Santoro nel servizio pubblico: tra i predicatori, gli imam e gli estremisti.
Aggiungo una notazione: programmi come quelli di Santoro non hanno finalità politica come si ripete, ma settaria. Sono due cose diverse. Una tv politica sposta consensi, fa cambiare opinione, si rivolge a quelli che la pensano diversamente per far loro vedere anche l’altra faccia della luna. I programmi alla Santoro non sono così, radicalizzano le convinzioni di ciascuno, non spostano consensi, confermano ciascuna tifoseria nell’odio o nell’amore e dunque hanno finalità di setta o di curva, producono l’effetto fatwa o Colosseo. Non fanno pensare e dubitare chi la pensa in un modo, ma ti fanno uscire più berlusconiano e più antiberlusconiano di prima, rafforzando le rispettive convinzioni. La missione giornalistica dunque è tradita due volte: la prima perché non informa ma deforma, la seconda perché non fa mutare opinioni ma rafforza la fede in una tesi. Questa è la ragione per cui i politici di centrodestra non devono agitarsi contro di lui temendo danni politici e facendo il suo gioco agitandosi; e i politici di sinistra non devono esultare per la sua campagna perché propaga l’immagine di una sinistra cupa, feroce e settaria.
Ma lasciamo il picciotto e torniamo alla mamma. Serve una Rai così, che non fa servizio pubblico né aiuta a maturare opinioni, che non fa crescere il senso critico ma la tifoseria, che non fa interagire valori divisi e condivisi, dissensi e consensi ma spinge ognuno a chiudersi nel proprio fortino? Non serve. Allora se non si riesce a dare una forte autonomia decisionale ai vertici Rai, con persone in grado di decidere, che abbiano il coraggio di rilanciare o di privatizzare l’azienda, di rivoluzionare o di smembrare il suo corpaccione, il destino della Rai, canone o no, è segnato: un declino indecoroso, indecente, inarrestabile. Buona Notte, Santorai. (il Giornale)
Provate a spostare o a licenziare qualcuno che non lavora o viceversa a far lavorare uno che vorrebbe farlo ma il Palazzo non vuole che venga utilizzato. Provate a cambiare taglio, profilo, linguaggio alle reti, ai programmi, ai settori vitali della Rai. Missione impossibile. Provate ad assumere un ragazzo di talento, a dare un incarico ad uno che potrebbe giovare ai programmi. Macché. Non si può. Provate a proporre programmi di qualità e di servizio, campagne educative, a elaborare piani strategici e a varare laboratori di ricerca per la nuova tv, a inventare nuovi canali e nuovi format senza importarli dall’estero o comprarli dalle solite grandi ditte fornitrici, provate a rilanciare un discorso di cultura popolare, provate semplicemente a denominare diversamente reti inutilmente battezzate in gergo similamericano. Non è possibile niente, tutto si ri-forma, torna come prima, la coazione a ripetere è l’unica filosofia possibile, la sopravvivenza per forza di inerzia e servitù di padrinato riprende subito il sopravvento, ogni elemento non conforme viene espulso, rigettato, dall’organismo Rai. L’impresa non viene riconosciuta e vieni cancellato, senza nemmeno l’onore delle armi.
Lo dico con dolore, mica rallegrandomi, perché credo che sia importante un servizio pubblico televisivo, per utilità e rispetto dei cittadini, per far crescere civilmente e culturalmente il Paese, per intrattenerlo, informarlo e promuovere il suo sviluppo, per educarlo perfino. Ho sempre difeso l’idea di un’azienda pubblica culturale, anzi della principale impresa di cultura popolare del Paese. Ma devo ammettere, per esperienza diretta e per osservazione dall’interno, che la Rai non si può riformare, nessuno ha il potere di farlo, tutti passano e nessuno ha pieni poteri. Neanche i leader politici, peraltro disinteressati al destino della Rai, interessati solo a piazzare un loro cliente o una marchetta in loro devozione.
Prendete il caso Santoro. Nessuno in Rai ha il potere di decidere davvero, tutti hanno paura di qualcuno e di qualcosa, tutti pensano prima a campare e a pararsi il fondoschiena. In un Paese serio si farebbe una scelta di fondo, di assoluta trasparenza. O si sceglie che il servizio pubblico è ispirato per intero ad uno sforzo di obbiettività e di rispetto della libertà plurale e chi è vistosamente fuori da questi canoni è fuori dalla Rai; o si ha il coraggio di una svolta radicale e allora si ridisegna la missione della Rai, ritenendo che anche le opinioni estreme abbiano diritto di cittadinanza. Differenziamo le reti Rai non per colore politico ma per tono e taglio. E allora una rete resta il più possibile neutrale e moderata, rispettosa di tutte le opinioni e tesa a unificare anziché dividere il Paese, trovando punti d’incontro. Un’altra rete invece ha la missione opposta, quella di dar voce a tutte le opinioni forti, a tutti gli estremismi eccetto quelli che fomentano violenza e illegalità; ed una terza rete si allontana dal politico e si dedica al culturale, al sociale, al civile, alla pubblica utilità di servizio.
Avremmo così una rete moderata ed ecumenica, una talebana e radicale, ed una neutrale e apolitica. Offerta variegata. Una rete che punta a scoprire la concordia e i valori condivisi di un Paese, una rete che rappresenta invece i valori divisi, le fratture e mira a trasferire la guerra civile in un conflitto civile ma regolamentato; ed una rete impolitica, laboratorio, aperta su scenari futuri.
Traduco nel caso specifico: Santoro finirebbe nella rete dedicata ai tribuni della plebe, ma in quella rete si avvicenderebbero non solo i giacobini alla Travaglio ma anche i sanfedisti, i talebani di sinistra e i mujaheddin di destra, i radicali di ogni risma, gli ultra-conservatori, insomma gli estremisti. Allora avrebbe un senso Santoro nel servizio pubblico: tra i predicatori, gli imam e gli estremisti.
Aggiungo una notazione: programmi come quelli di Santoro non hanno finalità politica come si ripete, ma settaria. Sono due cose diverse. Una tv politica sposta consensi, fa cambiare opinione, si rivolge a quelli che la pensano diversamente per far loro vedere anche l’altra faccia della luna. I programmi alla Santoro non sono così, radicalizzano le convinzioni di ciascuno, non spostano consensi, confermano ciascuna tifoseria nell’odio o nell’amore e dunque hanno finalità di setta o di curva, producono l’effetto fatwa o Colosseo. Non fanno pensare e dubitare chi la pensa in un modo, ma ti fanno uscire più berlusconiano e più antiberlusconiano di prima, rafforzando le rispettive convinzioni. La missione giornalistica dunque è tradita due volte: la prima perché non informa ma deforma, la seconda perché non fa mutare opinioni ma rafforza la fede in una tesi. Questa è la ragione per cui i politici di centrodestra non devono agitarsi contro di lui temendo danni politici e facendo il suo gioco agitandosi; e i politici di sinistra non devono esultare per la sua campagna perché propaga l’immagine di una sinistra cupa, feroce e settaria.
Ma lasciamo il picciotto e torniamo alla mamma. Serve una Rai così, che non fa servizio pubblico né aiuta a maturare opinioni, che non fa crescere il senso critico ma la tifoseria, che non fa interagire valori divisi e condivisi, dissensi e consensi ma spinge ognuno a chiudersi nel proprio fortino? Non serve. Allora se non si riesce a dare una forte autonomia decisionale ai vertici Rai, con persone in grado di decidere, che abbiano il coraggio di rilanciare o di privatizzare l’azienda, di rivoluzionare o di smembrare il suo corpaccione, il destino della Rai, canone o no, è segnato: un declino indecoroso, indecente, inarrestabile. Buona Notte, Santorai. (il Giornale)
sabato 26 settembre 2009
Fra Calais e l'infibulazione. Davide Giacalone
In Italia vivrebbero, secondo un’indagine commissionata dal governo, almeno 35mila donne che hanno subito la mutilazione dei genitali. Una roba violentissima che non ha nulla a che vedere con la circoncisione maschile, non è frutto di alcun precetto religioso (nel qual caso farebbe schifo lo stesso) e serve solo a trasformare in sofferenza quello che la natura vuole sia un piacere. Molte di queste donne, qualche centinaio, avrebbero subito la barbarie in Italia.
Da noi, ovviamente, questa roba è un reato. La difficoltà sta nel punirlo, perché il legame stretto che avviluppa le comunità d’immigrati, il loro essere spesso dei clandestini, l’omertà attorno ad una pratica che costumi tribali possono considerare “normale”, finiscono con il rendere meramente declamatorio il controllo sociale. Non aggiungo altro, ma basta ed avanza per tornare ad un tema che imbarazza sempre molto: un Paese che tollera la clandestinità si condanna all’inciviltà. E, a tale proposito, negli ultimi giorni si sono viste cose davvero curiose.
Guardando Calais non si sa se ridere o arrabbiarsi. L’una cosa, del resto, non esclude l’altra. Si gradirebbe sapere dove sono finiti i perdigiorno dell’Onu, sempre pronti ad alzare il ditino e darci lezioni d’umanità. E sarebbe simpatico sentire anche le parti politiche che sono pronte a lanciare accuse di razzismo ogni volta che si parla di respingere i clandestini, quelle stesse che ci siamo trovati contro quando abbiamo scritto cose di banale ragionevolezza. Escano dal cantuccio dove si sono rimpiattati e osservino Calais.
Si trova nel nord della Francia, sul canale della Manica, di fronte alla costa inglese ed alle “bianche scogliere di Dover”. Qui era sorto un vasto campo d’immigrati clandestini. Un po’ stanziali, un po’ in attesa di andare in Inghilterra. Il governo francese ha annunciato un repulisti generale, poi ha mosso cinquecento agenti in tenuta antisommossa ed ha arrestato tutti quelli che non avevano provveduto a togliere il disturbo. Per sicurezza, ha spianato le baracche. Ha inviato i minorenni (tanti) nei centri d’accoglienza, mentre gli adulti li ha spediti in luoghi segreti. Ad essi pone tre alternative: a. potete tornare da dove siete venuti, ed in questo caso vi aiutiamo; b. potete chiedere asilo, tanto nel 98% dei casi ve lo rifiutiamo, anche se venite dall’Afghanistan; c. vi buttiamo fuori senza neanche aspettare la risposta. Scegliete.
Gli inglesi, che non amano i francesi, che di Calais ricordano d’averla persa con la pace di Cateau-Cambresis (1559), applaudono. Bravi, e grazie. Il resto, fra le ciarliere e presunte autorità internazionali, tace. Salvo il vice presidente della Commissione Europea, Jacques Barrot, guarda caso francese, che dice: “il tempo per risposte nazionali è finito, questo tipo di fenomeni richiede una risposta europea”. Ecco, appunto: dica ai suoi colleghi di non rompere le scatole a noi italiani e comincino a mettere mano al portafogli per pagare i controlli nel Mediterraneo, compresi quelli che servono a fermare i barconi e rispedirli al mittente.
Osservo, infine, che il governo francese ha utilizzato l’argomentazione sulla quale noi abbiamo battuto e ribattuto: non si può concedere nulla ai traffici illeciti di chi commercia in clandestini. Insomma, quel che c’è stato rimproverato come razzismo è quel che i grandi governi europei considerano giusto. Anche in Francia capita che una parte della stampa salti alla gola del governo e che l’opposizione socialista cavalchi l’ipocrisia dell’accoglienza (così rafforzando Sarkozy). La differenza consiste nel fatto che il loro governo non cela e camuffa la propria durezza, ma la teorizza e manifesta, ed i loro commissari europei non dicono di non essere competenti sulla materia, ma sono chiamati ad interdire i colleghi che abbiano voglia di far gli spiritosi ed a schierarsi. Autorità ed autorevolezza, che nessuno ti regala.
Sono le cose che qui abbiamo scritto e sostenuto ad essere la sostanza della politica praticata dalla più saggia Europa, ma qui da noi dominano i provinciali del luogocomunismo.
Da noi, ovviamente, questa roba è un reato. La difficoltà sta nel punirlo, perché il legame stretto che avviluppa le comunità d’immigrati, il loro essere spesso dei clandestini, l’omertà attorno ad una pratica che costumi tribali possono considerare “normale”, finiscono con il rendere meramente declamatorio il controllo sociale. Non aggiungo altro, ma basta ed avanza per tornare ad un tema che imbarazza sempre molto: un Paese che tollera la clandestinità si condanna all’inciviltà. E, a tale proposito, negli ultimi giorni si sono viste cose davvero curiose.
Guardando Calais non si sa se ridere o arrabbiarsi. L’una cosa, del resto, non esclude l’altra. Si gradirebbe sapere dove sono finiti i perdigiorno dell’Onu, sempre pronti ad alzare il ditino e darci lezioni d’umanità. E sarebbe simpatico sentire anche le parti politiche che sono pronte a lanciare accuse di razzismo ogni volta che si parla di respingere i clandestini, quelle stesse che ci siamo trovati contro quando abbiamo scritto cose di banale ragionevolezza. Escano dal cantuccio dove si sono rimpiattati e osservino Calais.
Si trova nel nord della Francia, sul canale della Manica, di fronte alla costa inglese ed alle “bianche scogliere di Dover”. Qui era sorto un vasto campo d’immigrati clandestini. Un po’ stanziali, un po’ in attesa di andare in Inghilterra. Il governo francese ha annunciato un repulisti generale, poi ha mosso cinquecento agenti in tenuta antisommossa ed ha arrestato tutti quelli che non avevano provveduto a togliere il disturbo. Per sicurezza, ha spianato le baracche. Ha inviato i minorenni (tanti) nei centri d’accoglienza, mentre gli adulti li ha spediti in luoghi segreti. Ad essi pone tre alternative: a. potete tornare da dove siete venuti, ed in questo caso vi aiutiamo; b. potete chiedere asilo, tanto nel 98% dei casi ve lo rifiutiamo, anche se venite dall’Afghanistan; c. vi buttiamo fuori senza neanche aspettare la risposta. Scegliete.
Gli inglesi, che non amano i francesi, che di Calais ricordano d’averla persa con la pace di Cateau-Cambresis (1559), applaudono. Bravi, e grazie. Il resto, fra le ciarliere e presunte autorità internazionali, tace. Salvo il vice presidente della Commissione Europea, Jacques Barrot, guarda caso francese, che dice: “il tempo per risposte nazionali è finito, questo tipo di fenomeni richiede una risposta europea”. Ecco, appunto: dica ai suoi colleghi di non rompere le scatole a noi italiani e comincino a mettere mano al portafogli per pagare i controlli nel Mediterraneo, compresi quelli che servono a fermare i barconi e rispedirli al mittente.
Osservo, infine, che il governo francese ha utilizzato l’argomentazione sulla quale noi abbiamo battuto e ribattuto: non si può concedere nulla ai traffici illeciti di chi commercia in clandestini. Insomma, quel che c’è stato rimproverato come razzismo è quel che i grandi governi europei considerano giusto. Anche in Francia capita che una parte della stampa salti alla gola del governo e che l’opposizione socialista cavalchi l’ipocrisia dell’accoglienza (così rafforzando Sarkozy). La differenza consiste nel fatto che il loro governo non cela e camuffa la propria durezza, ma la teorizza e manifesta, ed i loro commissari europei non dicono di non essere competenti sulla materia, ma sono chiamati ad interdire i colleghi che abbiano voglia di far gli spiritosi ed a schierarsi. Autorità ed autorevolezza, che nessuno ti regala.
Sono le cose che qui abbiamo scritto e sostenuto ad essere la sostanza della politica praticata dalla più saggia Europa, ma qui da noi dominano i provinciali del luogocomunismo.
mercoledì 23 settembre 2009
Farabutti e cialtroni. Orso Di Pietra
“Pace subito! Pace subito”. Con quale enfasi e palese soddisfazione le agenzie di stampa ed i siti dei grandi giornali hanno ossessivamente sottolineato come nel corso della cerimonia funebre dei sei paracadutisti della “Folgore” abbia risuonato dentro la Basilica di San Paolo questa richiesta perentoria. Come se quell’urlo rappresentasse il sentimento comune e profondo dei partecipanti al funerale e dell’Italia tutta. E costituisse un impegno all’immediato ritiro. Poi, il giorno dopo, si è appreso che a lanciare il grido è stato un esibizionista recidivo. Uno che in passato aveva interrotto il Festival di San Remo, il Costanzo Show ed un concerto di Madonna a Barcellona. Ma i giornalisti delle agenzie e di siti che tanto avevano evidenziato l’appello pacifista, si sono ben guardati dall’ammettere di aver commesso un errore. Farabutti? No, semplicemente cialtroni! (l'Opinione)
martedì 22 settembre 2009
La legge di tutti e quella islamica. Davide Giacalone
L’islamico sgozzatore, il marocchino che non riconosceva alla figlia il diritto di disporre di se stessa, l’uomo che si sentiva ferito nell’onore, merita un regolare processo, in tempi ragionevoli, al termine del quale, con ogni probabilità, dovendoglisi negare ogni attenuante e contestare tutte le possibili aggravanti, merita un ergastolo da scontare fino alla fine dei suoi giorni. Anche la di lui moglie merita una punizione, perché non è lecito condividere e giustificare un assassinio efferato, contro una persona inerme. Ma questo è il meno.
A preoccuparmi non è che una simile bestialità sia stata possibile, bensì il clima
d’indeterminazione culturale e morale, la mancanza di reazione immediata ed inequivoca, come se essere islamici possa non dico giustificare, ma anche solo spiegare quel che è accaduto. E non è la prima volta. E’ necessario, pertanto, spendere parole sgradevoli e chiarissime: voglio in galera non solo chi esegue uno sgozzamento, ma anche quanti credono che siano giustificabili le culture che ne sono la radice. Li voglio punire anche per salvaguardare quanti sono islamici senza essere né volere diventare assassini.
Sgomberiamo subito il campo da un colossale equivoco: non è assolutamente vero che tutte le religioni sono ammesse, in virtù di un’ipocrita convivenza. L’articolo 8 della nostra Costituzione, al secondo comma, recita: “Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”. L’articolo 3 è netto: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Se un individuo è convinto, per sua religione, che una femmina debba essere subordinata al maschio, che ne possa disporre stabilendo con chi, come e quando può accoppiarsi, quell’individuo deve andare in galera o a farsi benedire altrove, perché questo è un Paese civile e non c’è posto per barbari simili.
Ciò contrasta con l’accoglienza degli stranieri? Niente affatto, perché si accoglie chi voglia integrarsi, non chi voglia creare, sul nostro territorio nazionale, sette separate ed antagoniste. Contrasta con la tolleranza? Nemmeno, perché non si tollerano gli intolleranti. I nostri principi cozzano con le convinzioni di alcuni? Vadano a professarle fra chi è disposto ad accogliere l’inciviltà, qui domina la legge e quelle convinzioni sono reati o prodromi di reati, pertanto vanno repressi. Repressi.
E’ moralmente bacato un Paese che cita il femminismo per contrastare la realtà della prostituzione e se ne scorda quando si tratta di liberare delle ragazze dal dominio di esaltati e violenti padroni. La superiorità del nostro mondo non è nelle sue tradizioni religiose, ma nella creazione dello Stato laico, ovvero dell’organizzazione statuale che è casa di tutti, credenti e non credenti. A ciascuno è riconosciuta libertà, a ciascuno si deve rispetto, ma solo se mostra rispetto per le leggi e per la Carta costituzionale, altrimenti va isolato e combattuto. Il nostro mondo è superiore perché ha compreso il valore della libertà e responsabilità individuali, di ciascuno, nessuno escluso, il che non significa tollerare e favorire la convivenza di tante comunità chiuse, all’interno delle quali ciascuno può far valere la propria legge, pretendendola divina, ma, al contrario, fa valere la legge di tutti in tutti i gruppi, etnie e comunità. Il nostro mondo è superiore perché la legge di tutti vale anche dentro le famiglie, talché l’essere legati da matrimonio o da vincoli di sangue non rende estranei ai doveri ed ai diritti, ed un coniuge non può picchiare l’altro, magari per malinteso amore e desiderio d’assicurargli una vita coerente con i principi che per lui sono sacri e per me incivili, giacché, in quel caso, interviene la giustizia e (se funziona) lo manda al gabbio.
Io ci credo nella società in cui vivono persone di diverse origini, lingue e religioni, ma funziona solo se tutti sono chiamati a rispettare la medesima legge. Chi non ci sta è fuori. Se è italiano è fuori, nel senso che è dentro un edificio che gli impedisce di nuocere. E se non è italiano è bene che se ne stia fuori, nel senso che se mette piede da queste parti con l’idea di amministrare una legge propria deve subito fare i conti con la forza e la severità della legge nostra.
Vuoi essere islamico in casa nostra? Accomodati, orientati sulla Mecca e genuflettiti a piacimento. Ma se pensi di far valere qui quella che credi essere la legge islamica, se allunghi le mani sui nostri figli o sui tuoi, resta pure appecoronato, che risulta più comodo prenderti a calci.
A preoccuparmi non è che una simile bestialità sia stata possibile, bensì il clima
d’indeterminazione culturale e morale, la mancanza di reazione immediata ed inequivoca, come se essere islamici possa non dico giustificare, ma anche solo spiegare quel che è accaduto. E non è la prima volta. E’ necessario, pertanto, spendere parole sgradevoli e chiarissime: voglio in galera non solo chi esegue uno sgozzamento, ma anche quanti credono che siano giustificabili le culture che ne sono la radice. Li voglio punire anche per salvaguardare quanti sono islamici senza essere né volere diventare assassini.
Sgomberiamo subito il campo da un colossale equivoco: non è assolutamente vero che tutte le religioni sono ammesse, in virtù di un’ipocrita convivenza. L’articolo 8 della nostra Costituzione, al secondo comma, recita: “Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”. L’articolo 3 è netto: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Se un individuo è convinto, per sua religione, che una femmina debba essere subordinata al maschio, che ne possa disporre stabilendo con chi, come e quando può accoppiarsi, quell’individuo deve andare in galera o a farsi benedire altrove, perché questo è un Paese civile e non c’è posto per barbari simili.
Ciò contrasta con l’accoglienza degli stranieri? Niente affatto, perché si accoglie chi voglia integrarsi, non chi voglia creare, sul nostro territorio nazionale, sette separate ed antagoniste. Contrasta con la tolleranza? Nemmeno, perché non si tollerano gli intolleranti. I nostri principi cozzano con le convinzioni di alcuni? Vadano a professarle fra chi è disposto ad accogliere l’inciviltà, qui domina la legge e quelle convinzioni sono reati o prodromi di reati, pertanto vanno repressi. Repressi.
E’ moralmente bacato un Paese che cita il femminismo per contrastare la realtà della prostituzione e se ne scorda quando si tratta di liberare delle ragazze dal dominio di esaltati e violenti padroni. La superiorità del nostro mondo non è nelle sue tradizioni religiose, ma nella creazione dello Stato laico, ovvero dell’organizzazione statuale che è casa di tutti, credenti e non credenti. A ciascuno è riconosciuta libertà, a ciascuno si deve rispetto, ma solo se mostra rispetto per le leggi e per la Carta costituzionale, altrimenti va isolato e combattuto. Il nostro mondo è superiore perché ha compreso il valore della libertà e responsabilità individuali, di ciascuno, nessuno escluso, il che non significa tollerare e favorire la convivenza di tante comunità chiuse, all’interno delle quali ciascuno può far valere la propria legge, pretendendola divina, ma, al contrario, fa valere la legge di tutti in tutti i gruppi, etnie e comunità. Il nostro mondo è superiore perché la legge di tutti vale anche dentro le famiglie, talché l’essere legati da matrimonio o da vincoli di sangue non rende estranei ai doveri ed ai diritti, ed un coniuge non può picchiare l’altro, magari per malinteso amore e desiderio d’assicurargli una vita coerente con i principi che per lui sono sacri e per me incivili, giacché, in quel caso, interviene la giustizia e (se funziona) lo manda al gabbio.
Io ci credo nella società in cui vivono persone di diverse origini, lingue e religioni, ma funziona solo se tutti sono chiamati a rispettare la medesima legge. Chi non ci sta è fuori. Se è italiano è fuori, nel senso che è dentro un edificio che gli impedisce di nuocere. E se non è italiano è bene che se ne stia fuori, nel senso che se mette piede da queste parti con l’idea di amministrare una legge propria deve subito fare i conti con la forza e la severità della legge nostra.
Vuoi essere islamico in casa nostra? Accomodati, orientati sulla Mecca e genuflettiti a piacimento. Ma se pensi di far valere qui quella che credi essere la legge islamica, se allunghi le mani sui nostri figli o sui tuoi, resta pure appecoronato, che risulta più comodo prenderti a calci.
lunedì 21 settembre 2009
Gelmini: "Ora la scuola non è più Cosa loro". Stefano Lorenzetto
Finora l’unico insulto che hanno risparmiato a Mariastella Gelmini è quello che il senatore socialdemocratico Luigi Angrisani, fondatore della Lista del gallo, riservava sulle piazze della Campania al suo rivale democristiano Fiorentino Sullo, il ministro della Pubblica istruzione in carica giusto 40 anni fa. Il pittoresco parlamentare interrogava un gallo tenendolo per le zampette: "Sullo è ’nu poco ricchione?". E subito faceva partire una scossa elettrica nei testicoli del pennuto, che rispondeva assertivamente con uno straziato chicchiricchì. Per il resto, alla donna di governo del Pdl - la quarta nella storia repubblicana a dirigere quel dicastero, dopo Franca Falcucci, Rosa Russo Iervolino e Letizia Moratti - ne hanno dette di tutti i colori.
Offrendole la poltrona più irta di spine, il premier Silvio Berlusconi era stato facile profeta: «Non aspettarti la fanfara». Lei sembra essersene fatta una ragione: «Non mi spavento. Anzi, le dirò, non me ne importa nulla. È vero che non posso paragonarmi né a Benedetto Croce né a Giovanni Gentile, ma, se è per quello, non vedo dei Croce o dei Gentile neppure fra i miei predecessori. La sinistra mi odia perché le ho tolto il controllo sull’insegnamento. La scuola è sempre stata una sua sinecura, una fabbrica di consenso politico. Be’, adesso non è più un’azienda privata: è tornata proprietà dello Stato, cioè di tutti». Il ministro dell’Istruzione trascorre il week-end nella sua casa di Padenghe sul Garda, un condominio senza pretese color giallo oro. Abita al secondo piano. Scende lei ad aprire. In salotto un computer acceso, pile di faldoni che s’è portata da Roma, un tapis roulant e i pesi per mantenersi in forma. Né scorte, né domestici, né autoblù ad aspettarla giù di sotto. Tutto si potrà dire, tranne che ami le insegne del comando. Al cancello d’ingresso, un segnale arancione, con le sagome nere di due scolari che attraversano di corsa la strada, le ricorda l’eterno pericolo: finire asfaltata.
Ho visto che venerdì era a Rovereto per Educa 2009. «Non ci sono andata».
La manifestazione nazionale è stata presentata dagli organizzatori con due pagine pubblicitarie sul Corriere della Sera nelle quali si leggeva che lo scopo è quello di «appasionare», con una sola s, i ragazzi allo studio.
«Ho fatto bene a non andarci».
Meglio dedicare le energie alla grana dei precari.
«È una piaga endemica. Per decenni la scuola è stata considerata un ammortizzatore sociale. Ha venduto illusioni che si sono trasformate in delusioni. Oggi la sinistra tenta un giochetto miserevole: ascrivere i 250.000 precari alla responsabilità di Berlusconi. Ma anche i tigli che vede lì fuori capirebbero che non è così».
Un’eredità del passato.«Degli Anni 70 e 80 e dei tanti concorsi banditi senza che vi fosse un numero programmato. Questo governo, al contrario, ha varato un provvedimento-tampone che prevede un’indennità di disoccupazione e una corsia preferenziale per i supplenti annuali. Ma l’opposizione, anziché avanzare proposte alternative, predilige il terrorismo psicologico. Per un anno mi hanno accusata di voler tagliare il tempo pieno. Ha idea di quale effetto sortisca una simile notizia su due genitori che lavorano tutto il giorno e non sanno a chi lasciare in custodia i figli il pomeriggio? Mi hanno telefonato allarmate persino alcune coppie di amici. La verità è che non solo il tempo pieno non è stato abolito ma ne usufruiscono 50.000 bambini in più rispetto al passato».
È un fatto che, insediata da poco più di un mese, lei aveva già presentato un piano per il taglio di 148.000 posti, di cui 101.000 insegnanti e 47.000 amministrativi e ausiliari.
«No, sono 86.000 docenti e 42.000 non docenti in un triennio. I sindacati mi hanno fatto passare per Maria la Sanguinaria. Mettiamo bene in chiaro una cosa: la Gelmini non ha licenziato e non licenzia nessuno. Quest’anno faremo 16.000 immissioni in ruolo, metà insegnanti e metà personale tecnico-amministrativo, e 30.000 prepensionamenti».
Tanto rumore per nulla?
«Il governo ha solo preso atto che la scuola ha raggiunto una cifra stratosferica di dipendenti, 1,3 milioni. Non esiste alcuna nazione al mondo dove il bilancio dell’istruzione venga prosciugato per il 97% dal pagamento degli stipendi. La media europea è intorno al 50%. Quindi bisogna invertire il trend del continuo allargamento della pianta organica. Lavoriamo perché i quindicenni di oggi non diventino i precari di domani. Se questo desta l’allarme dei sindacati, non posso farci nulla. Le nuove generazioni vanno attrezzate alla cultura del rischio. Preferisco dire loro con schiettezza che l’idea del posto fisso, dell’insegnante che comincia e finisce la carriera nello stesso istituto, non è più realistica».
Dario Franceschini ha dichiarato che «tagliare le risorse alla scuola è un suicidio collettivo», perché un Paese non può risparmiare sul proprio futuro.
«È futuro consegnare ai giovani un Paese con il terzo debito pubblico al mondo? Certo, sono capaci tutti di governare alla maniera di Franceschini: basta mettere le mani nelle tasche dei cittadini, ripristinare l’Ici, magari inventarsi una bella patrimoniale. Noi invece preferiamo stringere un po’ la cinghia ed evitare gli sprechi. Ho tagliato 1.300 corsi di laurea inutili, ho chiuso 500 scuole di specializzazione che non specializzavano in nulla».
Ho letto che ha anche recuperato quasi 10 milioni di euro in contributi a pioggia che il suo ministero avrebbe dovuto erogare. Ha bocciato le richieste dell’Associazione allevatori provincia di Taranto, che pretendeva 350.000 euro, o dei Silenziosi operai della croce, che volevano addirittura un milione.
«Il vero scandalo è che questi finanziamenti venivano rubricati alla voce “ricerca”. Io non credo che si rilanci l’innovazione scientifica con le micro elargizioni clientelari».
Ha lasciato alla porta anche la Fondazione Umberto Veronesi. «Non decido io. C’è un comitato di valutazione».
Teme che il professor Giorgio Israel possa fare la stessa fine di Marco Biagi solo per il fatto d’essere suo consulente, oltreché ebreo?
«Non voglio neppure pensarlo, anche se le parole sono pietre e chi ha lanciato quelle infami minacce su un sito internet dovrà assumersene tutta la responsabilità. Ho scelto il professor Israel come consulente per la sua grande esperienza scolastica. Non ha un carattere facile, difende le sue idee. E le sue idee sulla scuola e sull’università collimano con le mie».
Ma lei che scuola sogna?
«Una scuola che torni a educare la persona, che si assuma questa enorme responsabilità, anziché parlare soltanto di organici e di programmi».
Invece che scuola ha trovato?
«Un ufficio di collocamento. La scuola ha smarrito il senso della sua missione e funziona male. Lo attestano le classifiche internazionali: su 57 Paesi presi in esame, i nostri alunni figurano al 36° posto per le competenze scientifiche, addirittura al 38° per quelle matematiche, e al 33° per la capacità di lettura e di comprensione del testo. Sono più bravi persino gli studenti di Taipei e di Macao».
Lei non sta messa meglio: L’Espresso questa settimana le ha appioppato un 6 meno meno in copertina.
«Visto che non si tratta di una testata bensì di un partito impegnato a far fuori Berlusconi, lo considero un ottimo voto. Non sono nemmeno riusciti a darmi l’insufficienza. Ma non ho compreso quale fosse lo scopo dell’inchiesta. Wher’s the beef? dov’è la ciccia?, come chiedono i direttori dei giornali anglosassoni ai cronisti. Manca la notizia. Solo qualche gossip biografico. Mi rimproverano d’essere figlia di un contadino, d’aver visto la luce in una cascina anziché ai Parioli. Cos’è? Una colpa?».
«Un curriculum scolastico anonimo, una laurea in legge senza lode», ha ricostruito il settimanale gemello di Repubblica. «Sono uscita dal liceo classico con 50/60, che non mi pare proprio un voto disprezzabile. Hanno intervistato il professor Antonio D’Andrea, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Brescia, “che dell’impacciatissima laureanda fu relatore”. Ci mancherebbe altro che avesse parlato bene di me: già allora era vicino a Rifondazione comunista e oggi è relatore soprattutto nei dibattiti organizzati dal Partito democratico. Si figuri quanto poteva piacergli la mia tesi sul referendum regionale e sul federalismo. L’Espresso scrive che ho cambiato tre volte scuola. Per forza: ho cambiato tre volte casa e località di residenza».
L’accusano d’essere andata - proprio lei, la propugnatrice della meritocrazia - a sostenere l’esame d’abilitazione per il praticantato legale a Reggio Calabria, dove forse era più facile passarlo che non a Brescia. «Non mi pare che gli ordini professionali siano avamposti della meritocrazia. Provengo da una famiglia umile, avevo bisogno di lavorare, per cui sono andata dove c’erano più probabilità di accedere alla professione. L’esame è stato regolare. Non è che un minuto dopo mi abbiano dato un posto e uno stipendio. Un avvocato lavora solo se è bravo».
Non ho ancora capito se sia lei oppure Renato Brunetta il ministro più vituperato.
«È una bella guerra. Renato me l’ha anche fatto osservare con un sorrisetto: “Che credevi? Che L’Espresso sbattesse in copertina solo me?”. Sono totalmente d’accordo con lui: i poteri forti appoggiano il Pd per tentare una riedizione del ribaltone. Del resto io e Brunetta ci occupiamo di scuola e di pubblica amministrazione, le due privative della sinistra. Ma i fatti dicono che gli insegnanti vogliono essere premiati per il loro valore, non progredire nella carriera solo per anzianità, e che i genitori ci chiedono di educare i loro figli, non d’indottrinarli. Il contrario della cultura sessantottesca che ha imperversato fino a ieri».
È favorevole all’insegnamento del dialetto a scuola?
«Se questo rientra nella difesa dell’identità locale, delle nostre tradizioni, non sono contraria. L’integrazione non è né facile, né indolore. Soprattutto non significa resa. Non si amalgamano gli alunni italiani con quelli extracomunitari togliendo i crocifissi dalle aule, rinunciando alle recite natalizie, mettendo da parte la religione cattolica per non offendere la sensibilità dei nuovi arrivati».
Si capisce il senso della frase con cui Benedetto XVI l’ha salutata al G8: «Lei è una donna tenace».
«La maggioranza degli elettori è contraria ai cedimenti buonisti e in democrazia va rispettata l’opinione della maggioranza. Esempio: l’accorciamento dei tempi per la concessione della cittadinanza agli immigrati secondo me rappresenta una scorciatoia pericolosa»
Come farà a mettere un tetto del 30% alla presenza di alunni extracomunitari se in alcune classi arrivano oltre il 90%?
«Il come lo decideremo. Si potranno redistribuire all’interno del plesso. L’importante è che si sappia una cosa: sono i dirigenti scolastici i primi a chiedercelo».
Le sembra normale che per una supplenza di pochi giorni in una scuola primaria del Veneto le direzioni didattiche cerchino un precario in Sicilia?
«No, anche perché un palermitano costretto a insegnare a Vicenza avrà come unico obiettivo quello di tornare a casa. Così come non è normale che ogni anno 200.000 docenti cambino cattedra. La continuità didattica va garantita. Ma ci sono le graduatorie nazionali da rispettare. Serve una nuova legge per il reclutamento su base provinciale, al massimo regionale».
Grembiule, 5 in condotta per i discoli, ammissione all’esame di maturità soltanto se non si scende sotto il 6 in tutte le materie, maestro unico, più lezioni di inglese, Sms per avvisare i genitori che i loro figli hanno marinato la scuola. È sicura che queste novità da lei annunciate siano diventate tutte operative?
«Sì, anche se alcune sono demandate all’autonomia dei singoli istituti, come il grembiule, un fatto di decoro e di uguaglianza che segna la fine dell’insensata rincorsa alla magliettina griffata. Difenderò fino alla morte il ritorno del maestro unico prevalente. Un responsabile della didattica ci vuole. Il modulo con i tre insegnanti non esiste in nessun altro Stato d’Europa. Se l’erano inventato i sindacati per sopperire al calo della natalità. Una furbata per non ridurre il personale docente».
Ha provato a parlarne con sua sorella Cinzia, che mi risulta sia sindacalista della Cgil scuola? Lasci stare mia sorella. Con lei sono sempre riuscita a dialogare».
Devo farle un esame di cultura non generale, bensì specifica. La sigla Invalsi che vuol dire? «Istituto nazionale di valutazione per lo sviluppo del sistema scolastico».
Ahi ahi. Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione.
«È la stessa cosa».
Pof, Care, Siis, Indire, Gold, Irre. Ma chi ha inventato a viale Trastevere questo modo grottesco d’esprimersi per acronimi? Il suo stesso ministero è stato ribattezzato Miur, manco fosse una Lamborghini.
«È il burocratese caro alla sinistra. Ci combatto tutti i giorni. Ho chiesto al mio ufficio legislativo di modificare persino il linguaggio delle circolari».
Incursione nel privato: si sposa o no col geologo Giorgio Patelli?
«Capiterà. Ormai stiamo insieme da quasi due anni. Ma non mi chieda anche lei la data».
La vita di una ministra è compatibile col matrimonio?
«Spero di sì. E anche con la maternità, come ha già dimostrato la mia collega Stefania Prestigiacomo. Semmai mi preoccupa la mia scarsa attitudine alla cucina. Non vado oltre le uova al tartufo. Quello nero, eh, non bianco».
S’aspettava d’essere paparazzata a Positano mentre prendeva il sole in bikini e si scambiava effusioni col suo fidanzato? «No».
Aveva preso qualche precauzione, almeno?
«Molte. Una per tutte: non siamo mai scesi in spiaggia, solo piscina. E vede quant’è servito».
Che cosa pensa di questa deriva pettegola della politica italiana?
«Mai visto nulla di più squallido. Ne sappiamo qualcosa io e Mara Carfagna, i bersagli prediletti dei fabbricanti di maldicenze. È molto brutto sentirsi colpita nella propria femminilità. Ma gli italiani sono provvisti di buonsenso. Questa colata di fango seppellirà chi l’ha provocata». (il Giornale)
Offrendole la poltrona più irta di spine, il premier Silvio Berlusconi era stato facile profeta: «Non aspettarti la fanfara». Lei sembra essersene fatta una ragione: «Non mi spavento. Anzi, le dirò, non me ne importa nulla. È vero che non posso paragonarmi né a Benedetto Croce né a Giovanni Gentile, ma, se è per quello, non vedo dei Croce o dei Gentile neppure fra i miei predecessori. La sinistra mi odia perché le ho tolto il controllo sull’insegnamento. La scuola è sempre stata una sua sinecura, una fabbrica di consenso politico. Be’, adesso non è più un’azienda privata: è tornata proprietà dello Stato, cioè di tutti». Il ministro dell’Istruzione trascorre il week-end nella sua casa di Padenghe sul Garda, un condominio senza pretese color giallo oro. Abita al secondo piano. Scende lei ad aprire. In salotto un computer acceso, pile di faldoni che s’è portata da Roma, un tapis roulant e i pesi per mantenersi in forma. Né scorte, né domestici, né autoblù ad aspettarla giù di sotto. Tutto si potrà dire, tranne che ami le insegne del comando. Al cancello d’ingresso, un segnale arancione, con le sagome nere di due scolari che attraversano di corsa la strada, le ricorda l’eterno pericolo: finire asfaltata.
Ho visto che venerdì era a Rovereto per Educa 2009. «Non ci sono andata».
La manifestazione nazionale è stata presentata dagli organizzatori con due pagine pubblicitarie sul Corriere della Sera nelle quali si leggeva che lo scopo è quello di «appasionare», con una sola s, i ragazzi allo studio.
«Ho fatto bene a non andarci».
Meglio dedicare le energie alla grana dei precari.
«È una piaga endemica. Per decenni la scuola è stata considerata un ammortizzatore sociale. Ha venduto illusioni che si sono trasformate in delusioni. Oggi la sinistra tenta un giochetto miserevole: ascrivere i 250.000 precari alla responsabilità di Berlusconi. Ma anche i tigli che vede lì fuori capirebbero che non è così».
Un’eredità del passato.«Degli Anni 70 e 80 e dei tanti concorsi banditi senza che vi fosse un numero programmato. Questo governo, al contrario, ha varato un provvedimento-tampone che prevede un’indennità di disoccupazione e una corsia preferenziale per i supplenti annuali. Ma l’opposizione, anziché avanzare proposte alternative, predilige il terrorismo psicologico. Per un anno mi hanno accusata di voler tagliare il tempo pieno. Ha idea di quale effetto sortisca una simile notizia su due genitori che lavorano tutto il giorno e non sanno a chi lasciare in custodia i figli il pomeriggio? Mi hanno telefonato allarmate persino alcune coppie di amici. La verità è che non solo il tempo pieno non è stato abolito ma ne usufruiscono 50.000 bambini in più rispetto al passato».
È un fatto che, insediata da poco più di un mese, lei aveva già presentato un piano per il taglio di 148.000 posti, di cui 101.000 insegnanti e 47.000 amministrativi e ausiliari.
«No, sono 86.000 docenti e 42.000 non docenti in un triennio. I sindacati mi hanno fatto passare per Maria la Sanguinaria. Mettiamo bene in chiaro una cosa: la Gelmini non ha licenziato e non licenzia nessuno. Quest’anno faremo 16.000 immissioni in ruolo, metà insegnanti e metà personale tecnico-amministrativo, e 30.000 prepensionamenti».
Tanto rumore per nulla?
«Il governo ha solo preso atto che la scuola ha raggiunto una cifra stratosferica di dipendenti, 1,3 milioni. Non esiste alcuna nazione al mondo dove il bilancio dell’istruzione venga prosciugato per il 97% dal pagamento degli stipendi. La media europea è intorno al 50%. Quindi bisogna invertire il trend del continuo allargamento della pianta organica. Lavoriamo perché i quindicenni di oggi non diventino i precari di domani. Se questo desta l’allarme dei sindacati, non posso farci nulla. Le nuove generazioni vanno attrezzate alla cultura del rischio. Preferisco dire loro con schiettezza che l’idea del posto fisso, dell’insegnante che comincia e finisce la carriera nello stesso istituto, non è più realistica».
Dario Franceschini ha dichiarato che «tagliare le risorse alla scuola è un suicidio collettivo», perché un Paese non può risparmiare sul proprio futuro.
«È futuro consegnare ai giovani un Paese con il terzo debito pubblico al mondo? Certo, sono capaci tutti di governare alla maniera di Franceschini: basta mettere le mani nelle tasche dei cittadini, ripristinare l’Ici, magari inventarsi una bella patrimoniale. Noi invece preferiamo stringere un po’ la cinghia ed evitare gli sprechi. Ho tagliato 1.300 corsi di laurea inutili, ho chiuso 500 scuole di specializzazione che non specializzavano in nulla».
Ho letto che ha anche recuperato quasi 10 milioni di euro in contributi a pioggia che il suo ministero avrebbe dovuto erogare. Ha bocciato le richieste dell’Associazione allevatori provincia di Taranto, che pretendeva 350.000 euro, o dei Silenziosi operai della croce, che volevano addirittura un milione.
«Il vero scandalo è che questi finanziamenti venivano rubricati alla voce “ricerca”. Io non credo che si rilanci l’innovazione scientifica con le micro elargizioni clientelari».
Ha lasciato alla porta anche la Fondazione Umberto Veronesi. «Non decido io. C’è un comitato di valutazione».
Teme che il professor Giorgio Israel possa fare la stessa fine di Marco Biagi solo per il fatto d’essere suo consulente, oltreché ebreo?
«Non voglio neppure pensarlo, anche se le parole sono pietre e chi ha lanciato quelle infami minacce su un sito internet dovrà assumersene tutta la responsabilità. Ho scelto il professor Israel come consulente per la sua grande esperienza scolastica. Non ha un carattere facile, difende le sue idee. E le sue idee sulla scuola e sull’università collimano con le mie».
Ma lei che scuola sogna?
«Una scuola che torni a educare la persona, che si assuma questa enorme responsabilità, anziché parlare soltanto di organici e di programmi».
Invece che scuola ha trovato?
«Un ufficio di collocamento. La scuola ha smarrito il senso della sua missione e funziona male. Lo attestano le classifiche internazionali: su 57 Paesi presi in esame, i nostri alunni figurano al 36° posto per le competenze scientifiche, addirittura al 38° per quelle matematiche, e al 33° per la capacità di lettura e di comprensione del testo. Sono più bravi persino gli studenti di Taipei e di Macao».
Lei non sta messa meglio: L’Espresso questa settimana le ha appioppato un 6 meno meno in copertina.
«Visto che non si tratta di una testata bensì di un partito impegnato a far fuori Berlusconi, lo considero un ottimo voto. Non sono nemmeno riusciti a darmi l’insufficienza. Ma non ho compreso quale fosse lo scopo dell’inchiesta. Wher’s the beef? dov’è la ciccia?, come chiedono i direttori dei giornali anglosassoni ai cronisti. Manca la notizia. Solo qualche gossip biografico. Mi rimproverano d’essere figlia di un contadino, d’aver visto la luce in una cascina anziché ai Parioli. Cos’è? Una colpa?».
«Un curriculum scolastico anonimo, una laurea in legge senza lode», ha ricostruito il settimanale gemello di Repubblica. «Sono uscita dal liceo classico con 50/60, che non mi pare proprio un voto disprezzabile. Hanno intervistato il professor Antonio D’Andrea, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Brescia, “che dell’impacciatissima laureanda fu relatore”. Ci mancherebbe altro che avesse parlato bene di me: già allora era vicino a Rifondazione comunista e oggi è relatore soprattutto nei dibattiti organizzati dal Partito democratico. Si figuri quanto poteva piacergli la mia tesi sul referendum regionale e sul federalismo. L’Espresso scrive che ho cambiato tre volte scuola. Per forza: ho cambiato tre volte casa e località di residenza».
L’accusano d’essere andata - proprio lei, la propugnatrice della meritocrazia - a sostenere l’esame d’abilitazione per il praticantato legale a Reggio Calabria, dove forse era più facile passarlo che non a Brescia. «Non mi pare che gli ordini professionali siano avamposti della meritocrazia. Provengo da una famiglia umile, avevo bisogno di lavorare, per cui sono andata dove c’erano più probabilità di accedere alla professione. L’esame è stato regolare. Non è che un minuto dopo mi abbiano dato un posto e uno stipendio. Un avvocato lavora solo se è bravo».
Non ho ancora capito se sia lei oppure Renato Brunetta il ministro più vituperato.
«È una bella guerra. Renato me l’ha anche fatto osservare con un sorrisetto: “Che credevi? Che L’Espresso sbattesse in copertina solo me?”. Sono totalmente d’accordo con lui: i poteri forti appoggiano il Pd per tentare una riedizione del ribaltone. Del resto io e Brunetta ci occupiamo di scuola e di pubblica amministrazione, le due privative della sinistra. Ma i fatti dicono che gli insegnanti vogliono essere premiati per il loro valore, non progredire nella carriera solo per anzianità, e che i genitori ci chiedono di educare i loro figli, non d’indottrinarli. Il contrario della cultura sessantottesca che ha imperversato fino a ieri».
È favorevole all’insegnamento del dialetto a scuola?
«Se questo rientra nella difesa dell’identità locale, delle nostre tradizioni, non sono contraria. L’integrazione non è né facile, né indolore. Soprattutto non significa resa. Non si amalgamano gli alunni italiani con quelli extracomunitari togliendo i crocifissi dalle aule, rinunciando alle recite natalizie, mettendo da parte la religione cattolica per non offendere la sensibilità dei nuovi arrivati».
Si capisce il senso della frase con cui Benedetto XVI l’ha salutata al G8: «Lei è una donna tenace».
«La maggioranza degli elettori è contraria ai cedimenti buonisti e in democrazia va rispettata l’opinione della maggioranza. Esempio: l’accorciamento dei tempi per la concessione della cittadinanza agli immigrati secondo me rappresenta una scorciatoia pericolosa»
Come farà a mettere un tetto del 30% alla presenza di alunni extracomunitari se in alcune classi arrivano oltre il 90%?
«Il come lo decideremo. Si potranno redistribuire all’interno del plesso. L’importante è che si sappia una cosa: sono i dirigenti scolastici i primi a chiedercelo».
Le sembra normale che per una supplenza di pochi giorni in una scuola primaria del Veneto le direzioni didattiche cerchino un precario in Sicilia?
«No, anche perché un palermitano costretto a insegnare a Vicenza avrà come unico obiettivo quello di tornare a casa. Così come non è normale che ogni anno 200.000 docenti cambino cattedra. La continuità didattica va garantita. Ma ci sono le graduatorie nazionali da rispettare. Serve una nuova legge per il reclutamento su base provinciale, al massimo regionale».
Grembiule, 5 in condotta per i discoli, ammissione all’esame di maturità soltanto se non si scende sotto il 6 in tutte le materie, maestro unico, più lezioni di inglese, Sms per avvisare i genitori che i loro figli hanno marinato la scuola. È sicura che queste novità da lei annunciate siano diventate tutte operative?
«Sì, anche se alcune sono demandate all’autonomia dei singoli istituti, come il grembiule, un fatto di decoro e di uguaglianza che segna la fine dell’insensata rincorsa alla magliettina griffata. Difenderò fino alla morte il ritorno del maestro unico prevalente. Un responsabile della didattica ci vuole. Il modulo con i tre insegnanti non esiste in nessun altro Stato d’Europa. Se l’erano inventato i sindacati per sopperire al calo della natalità. Una furbata per non ridurre il personale docente».
Ha provato a parlarne con sua sorella Cinzia, che mi risulta sia sindacalista della Cgil scuola? Lasci stare mia sorella. Con lei sono sempre riuscita a dialogare».
Devo farle un esame di cultura non generale, bensì specifica. La sigla Invalsi che vuol dire? «Istituto nazionale di valutazione per lo sviluppo del sistema scolastico».
Ahi ahi. Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione.
«È la stessa cosa».
Pof, Care, Siis, Indire, Gold, Irre. Ma chi ha inventato a viale Trastevere questo modo grottesco d’esprimersi per acronimi? Il suo stesso ministero è stato ribattezzato Miur, manco fosse una Lamborghini.
«È il burocratese caro alla sinistra. Ci combatto tutti i giorni. Ho chiesto al mio ufficio legislativo di modificare persino il linguaggio delle circolari».
Incursione nel privato: si sposa o no col geologo Giorgio Patelli?
«Capiterà. Ormai stiamo insieme da quasi due anni. Ma non mi chieda anche lei la data».
La vita di una ministra è compatibile col matrimonio?
«Spero di sì. E anche con la maternità, come ha già dimostrato la mia collega Stefania Prestigiacomo. Semmai mi preoccupa la mia scarsa attitudine alla cucina. Non vado oltre le uova al tartufo. Quello nero, eh, non bianco».
S’aspettava d’essere paparazzata a Positano mentre prendeva il sole in bikini e si scambiava effusioni col suo fidanzato? «No».
Aveva preso qualche precauzione, almeno?
«Molte. Una per tutte: non siamo mai scesi in spiaggia, solo piscina. E vede quant’è servito».
Che cosa pensa di questa deriva pettegola della politica italiana?
«Mai visto nulla di più squallido. Ne sappiamo qualcosa io e Mara Carfagna, i bersagli prediletti dei fabbricanti di maldicenze. È molto brutto sentirsi colpita nella propria femminilità. Ma gli italiani sono provvisti di buonsenso. Questa colata di fango seppellirà chi l’ha provocata». (il Giornale)
domenica 20 settembre 2009
Con Berlusconi la democrazia italiana ha trovato compimento. Gabriele Cazzulini
Anche se può apparire strano, Berlusconi dovrebbe essere, anche, il leader del Partito democratico. Se le parole conservano il loro significato letterale, Berlusconi è il leader italiano che è stato democraticamente eletto più volte: nel 1994, nel 2001 e nel 2008. Ma si è presentato ad ogni elezione politica negli ultimi quindici anni. Sono gli elettori ad aver scelto Berlusconi come premier. Invece nessun leader dell'attuale Partito democratico è mai stato democraticamente eletto. Paradossale il caso di D'Alema: è stato l'unico della post-sinistra a diventare premier, ma senza passare per la verifica elettorale. Infatti rimase a Palazzo Chigi solo un anno. Anche Prodi non scherza: vinse nel 1996 e nel 2006, per un pugno di voti, ma senza avere un suo partito. Era come votare per un partito che a sua volta eleggeva un leader che però non era il suo.
La cultura politica italiana, per tradizione storica e per deformazione ideologica, svaluta le elezioni. E' logico: per mezzo secolo il voto popolare ha contato meno del potere delle oligarchie di partito. E' una macchia che scurisce la trasparenza della nostra democrazia. Infatti ancora oggi, nella foga della guerra mediatica, si spulcia in qualunque risvolto della vita del premier ma si ignora quel voto popolare che nel 2008 ha scelto Berlusconi e non Veltroni. Svalutare le elezioni significa anche svalutare la fiducia degli elettori per Berlusconi e la fiducia negli elettori stessi. E' ancora peggio: l'attacco all'avversario politico deborda nello svilimento dei suoi elettori. Si può colpire, anche malignamente, un nemico politico. Ma è molto più complicato provare a far cambiare idea a milioni di elettori. Ecco perché si demonizza il loro leader. Se Berlusconi viene messo in cattiva luce, allora i suoi nemici giurati sperano che gli elettori cambino idea.
Ma qui il ragionamento cambia. La democrazia non è una questione di apparenza e il voto non si concede tanto facilmente e solo in base a criteri esteriori o momentanei. Ma questa sfiducia nell'elettore che vota Berlusconi è anche il segno della sinistra orfana delle sue ideologie, con cui mobilitava e irreggimentava le menti di intere generazioni. Niente ideologie, niente voto ideologico, cioè il voto assicurato semplicemente esibendo un simbolo e pronunciando qualche parola chiave. Adesso i voti bisogna prenderseli uno ad uno. Per farlo bisogna comunicare, anzitutto se stessi, vedi Berlusconi. Allora ecco un altro motivo per cui combattere il premier con tanta acrimonia: la comunicazione è il successo di un leader, oppure è la sua sconfitta. E' sempre stato così - nelle democrazie. La fiducia del voto si conquista con il discorso. Ma ogni argomentazione richiede il rispetto reciproco. Torniamo al punto di partenza.
Purtroppo è invalsa la mentalità della sinistra di accaparrarsi la democrazia come fosse una sua pertinenza esclusiva. Il significato delle elezioni primarie del Pd è proprio questo: noi siamo quelli democratici. Tuttavia la sinistra ha vinto solo quando gli elettori votano una coalizione con un premier senza partito, Prodi - oppure hanno votato alle primarie un leader che poi gli italiani non hanno votato come premier. I conti non tornano. La democrazia di partito non è la democrazia. E' un'organizzazione del consenso interno. Ma ci sono altre forme, specialmente quando il consenso interno del Pd rimane bloccato perché la sua classe dirigente segue politiche a prescindere dal mandato elettorale degli iscritti. Si può attaccare chiunque, in tanti modi. Colpire Berlusconi sulla sua «democraticità», nel senso più originario, è un pretesto per delegittimare i suoi elettori. Ma qui siamo, anzi sono, già fuori dal perimetro della democrazia. (Ragionpolitica)
La cultura politica italiana, per tradizione storica e per deformazione ideologica, svaluta le elezioni. E' logico: per mezzo secolo il voto popolare ha contato meno del potere delle oligarchie di partito. E' una macchia che scurisce la trasparenza della nostra democrazia. Infatti ancora oggi, nella foga della guerra mediatica, si spulcia in qualunque risvolto della vita del premier ma si ignora quel voto popolare che nel 2008 ha scelto Berlusconi e non Veltroni. Svalutare le elezioni significa anche svalutare la fiducia degli elettori per Berlusconi e la fiducia negli elettori stessi. E' ancora peggio: l'attacco all'avversario politico deborda nello svilimento dei suoi elettori. Si può colpire, anche malignamente, un nemico politico. Ma è molto più complicato provare a far cambiare idea a milioni di elettori. Ecco perché si demonizza il loro leader. Se Berlusconi viene messo in cattiva luce, allora i suoi nemici giurati sperano che gli elettori cambino idea.
Ma qui il ragionamento cambia. La democrazia non è una questione di apparenza e il voto non si concede tanto facilmente e solo in base a criteri esteriori o momentanei. Ma questa sfiducia nell'elettore che vota Berlusconi è anche il segno della sinistra orfana delle sue ideologie, con cui mobilitava e irreggimentava le menti di intere generazioni. Niente ideologie, niente voto ideologico, cioè il voto assicurato semplicemente esibendo un simbolo e pronunciando qualche parola chiave. Adesso i voti bisogna prenderseli uno ad uno. Per farlo bisogna comunicare, anzitutto se stessi, vedi Berlusconi. Allora ecco un altro motivo per cui combattere il premier con tanta acrimonia: la comunicazione è il successo di un leader, oppure è la sua sconfitta. E' sempre stato così - nelle democrazie. La fiducia del voto si conquista con il discorso. Ma ogni argomentazione richiede il rispetto reciproco. Torniamo al punto di partenza.
Purtroppo è invalsa la mentalità della sinistra di accaparrarsi la democrazia come fosse una sua pertinenza esclusiva. Il significato delle elezioni primarie del Pd è proprio questo: noi siamo quelli democratici. Tuttavia la sinistra ha vinto solo quando gli elettori votano una coalizione con un premier senza partito, Prodi - oppure hanno votato alle primarie un leader che poi gli italiani non hanno votato come premier. I conti non tornano. La democrazia di partito non è la democrazia. E' un'organizzazione del consenso interno. Ma ci sono altre forme, specialmente quando il consenso interno del Pd rimane bloccato perché la sua classe dirigente segue politiche a prescindere dal mandato elettorale degli iscritti. Si può attaccare chiunque, in tanti modi. Colpire Berlusconi sulla sua «democraticità», nel senso più originario, è un pretesto per delegittimare i suoi elettori. Ma qui siamo, anzi sono, già fuori dal perimetro della democrazia. (Ragionpolitica)
Se l'Imam detta legge. Lorenzo Mondo
Diamo per scontati l’orrore e la pietà davanti allo scempio di Sanaa, la bella ragazza marocchina sgozzata dal padre. Ma restano ineludibili alcune riflessioni sul modo in cui si è cercato di spiegare l’accaduto. Osservano i sociologi che qui non siamo lontani dal delitto d’onore praticato fino a cinquant’anni fa nel nostro Meridione. Prendiamola per buona, anche se nel delitto di Pordenone assistiamo a una sommatoria di motivi, in cui riveste un peso non indifferente il fattore religioso. In ogni caso, il rilievo sembra viziato da una certa rassegnazione e da una sorta di ottimismo storico, come se bastasse dare tempo al tempo per mettere le cose a posto. Mentre cola il sangue, dobbiamo invece respingere con forza, per i nuovi venuti, una integrazione à rébours, non accettare passivamente che essi ripercorrano i momenti meno esaltanti della nostra storia. Come sembra esemplificare l’assassino che, va ricordato, risiedeva e lavorava in Italia da undici anni.
L’imam di Pordenone, deprecando l’omicidio, esibisce come prova a discarico il fatto che si tratta del primo caso verificatosi nella sua comunità (ma è anche il primo caso, probabilmente, in cui una donna ha osato uscire dai ranghi). Afferma poi che il padre di Sanaa non frequentava la moschea, era dunque un miscredente, a differenza della madre, che lui apprezzava per la sua devozione. Ma si tratta della stessa donna che non ha esitato a perdonare e a giustificare il marito. In seguito all’«errore» della figlia, era ridotto a uno straccio: «Non dormiva più, non mangiava, fumava in continuazione, dava pugni contro il muro» e, vien da concludere, doveva per forza mettere mano al coltello. E qui il problema si sposta. Prescindiamo dall’imam in questione, magari sfortunato o malaccorto. Ma sul fanatismo che sembra inquinare in modo sotterraneo le comunità musulmane, dove non mancano ovviamente le persone laboriose e civili, occorre tenere conto delle veementi parole di Dounia Ettaib, presidente dell’associazione Donne arabe d’Italia. Rammentando anche l’analogo assassinio della pachistana Hina, avvenuto a Brescia tre anni fa, denuncia il nefasto «indottrinamento di sedicenti e autoproclamatisi imam che dettano legge». Cosa aspetta lo Stato italiano - si chiede e chiediamo con lei - a esercitare un più severo controllo sulla loro predicazione? (la Stampa)
L’imam di Pordenone, deprecando l’omicidio, esibisce come prova a discarico il fatto che si tratta del primo caso verificatosi nella sua comunità (ma è anche il primo caso, probabilmente, in cui una donna ha osato uscire dai ranghi). Afferma poi che il padre di Sanaa non frequentava la moschea, era dunque un miscredente, a differenza della madre, che lui apprezzava per la sua devozione. Ma si tratta della stessa donna che non ha esitato a perdonare e a giustificare il marito. In seguito all’«errore» della figlia, era ridotto a uno straccio: «Non dormiva più, non mangiava, fumava in continuazione, dava pugni contro il muro» e, vien da concludere, doveva per forza mettere mano al coltello. E qui il problema si sposta. Prescindiamo dall’imam in questione, magari sfortunato o malaccorto. Ma sul fanatismo che sembra inquinare in modo sotterraneo le comunità musulmane, dove non mancano ovviamente le persone laboriose e civili, occorre tenere conto delle veementi parole di Dounia Ettaib, presidente dell’associazione Donne arabe d’Italia. Rammentando anche l’analogo assassinio della pachistana Hina, avvenuto a Brescia tre anni fa, denuncia il nefasto «indottrinamento di sedicenti e autoproclamatisi imam che dettano legge». Cosa aspetta lo Stato italiano - si chiede e chiediamo con lei - a esercitare un più severo controllo sulla loro predicazione? (la Stampa)
sabato 19 settembre 2009
Consorte, Bersani e l'aberrante. Davide Giacalone
Rieccola, la giustizia ad orologeria: Pierluigi Bersani si candida alla segreteria del Partito Democratico e tempestivo arriva il rinvio a giudizio di Giovanni Consorte, assieme ad altri, per la scalata alla Banca Nazionale del Lavoro. Reati ipotizzati: aggiotaggio, insider trading ed ostacolo all’autorità di vigilanza. La notizia torna utile per ricordare che gli ex vertici dell’Unipol, compagnia assicurativa della Lega delle Cooperative, quindi lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti, sono sotto processo anche a Bologna, per i reati che si suppone abbiano commesso nel riacquisto di obbligazioni proprie. I due furono trovati con una montagna di soldi, accumulati all’estero. Che c’entra Bersani? C’entra, perché, conoscendo bene uomini, cose e quattrini si spese a favore sia della scalata bancaria che della totale legittimità dell’agire cooperativo. Con Piero Fassino e Massimo D’Alema, ebbe parole di conforto ed incoraggiamento verso i compagni scalatori.
Consorte e Sacchetti, del resto, sono diventati straricchi grazie alla scalata di Telecom Italia, condotta dalla celebrata “razza padana” dei “capitani coraggiosi”, da cui, successivamente, si fecero scucire decine di milioni. Naturalmente in segreto, naturalmente all’estero. Quella scalata fu coronata da successo grazie anche all’appoggio del governo di allora, presieduto da D’Alema e di cui Bersani era autorevole ministro. C’entra, eccome.
Ho riassunto i fatti perché non è detto che tutti i lettori tengano aggiornato, nella memoria, il bollettino giudiziario. E anche perché il rinvio a giudizio, naturalmente, favorisce il riepilogo ed i ricordi, di certo non agevolando chi pretende di parlare del futuro, sperando di vincere una gara nel presente. Ebbene, trovo che questa sia un’occasione d’inciviltà. Aggiungo una cosa: quattro anni fa Bersani sostenne che era “aberrante” volere condannare il compagno Consorte senza neanche un processo, sconsigliandogli di dimettersi. Bersani ha ragione: è aberrante. Egli, però, converrà con me che la malagiustizia è aberrante con tutti, mica solo con gli amici suoi. In quattro anni, secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre che secondo il buon senso, deve concludersi un processo, mentre da noi, se va bene, si avvia. Andando così le cose, dunque, è normale che la giustizia sia sempre ad orologeria, nel senso che avendo l’orologio scassato allunga per lustri la broda dell’accusa, costringendo i protagonisti, siano essi imputati o loro sodali, a vedere periodicamente riemergere le imputazioni.
Da qui a che arrivi la fine, Bersani farà in tempo ad essere eletto e a guidare la sinistra. Ma di lui si potrà riparlare il giorno dell’apertura del processo, quando parlerà l’accusa (la difesa non fa notizia), alla prima sentenza, quindi al secondo processo e così via. E, ogni volta, sarà lecito porsi la domanda: ma quei soldi, Consorte e Sacchetti, li presero per il partito, quindi anche per Bersani, o li intascarono, fregando il partito, quindi anche Bersani? Governanti di ieri e candidati a governare in futuro, dunque, sono complici o fessi? Un dilemma non esaltante.
Né Bersani né i suoi compagni, però, possono vestire i panni delle vittime. Essi sono, in gran parte, la causa di questo sconcio. Perché, lasciando da parte le possibili responsabilità nel caso specifico, c’è un’enorme responsabilità politica: avere impedito una seria riforma della giustizia, avere alimentato il giustizialismo, avere fatto credere che le accuse siano delle condanne annunciate ed essersi alleati con l’incarnazione di questa barbarie. Sicché, siccome sono ipocriti, oggi diranno: abbiamo fiducia nella giustizia. Mentono, sono lividi. Ma non sanno essere riformatori.
Consorte e Sacchetti, del resto, sono diventati straricchi grazie alla scalata di Telecom Italia, condotta dalla celebrata “razza padana” dei “capitani coraggiosi”, da cui, successivamente, si fecero scucire decine di milioni. Naturalmente in segreto, naturalmente all’estero. Quella scalata fu coronata da successo grazie anche all’appoggio del governo di allora, presieduto da D’Alema e di cui Bersani era autorevole ministro. C’entra, eccome.
Ho riassunto i fatti perché non è detto che tutti i lettori tengano aggiornato, nella memoria, il bollettino giudiziario. E anche perché il rinvio a giudizio, naturalmente, favorisce il riepilogo ed i ricordi, di certo non agevolando chi pretende di parlare del futuro, sperando di vincere una gara nel presente. Ebbene, trovo che questa sia un’occasione d’inciviltà. Aggiungo una cosa: quattro anni fa Bersani sostenne che era “aberrante” volere condannare il compagno Consorte senza neanche un processo, sconsigliandogli di dimettersi. Bersani ha ragione: è aberrante. Egli, però, converrà con me che la malagiustizia è aberrante con tutti, mica solo con gli amici suoi. In quattro anni, secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre che secondo il buon senso, deve concludersi un processo, mentre da noi, se va bene, si avvia. Andando così le cose, dunque, è normale che la giustizia sia sempre ad orologeria, nel senso che avendo l’orologio scassato allunga per lustri la broda dell’accusa, costringendo i protagonisti, siano essi imputati o loro sodali, a vedere periodicamente riemergere le imputazioni.
Da qui a che arrivi la fine, Bersani farà in tempo ad essere eletto e a guidare la sinistra. Ma di lui si potrà riparlare il giorno dell’apertura del processo, quando parlerà l’accusa (la difesa non fa notizia), alla prima sentenza, quindi al secondo processo e così via. E, ogni volta, sarà lecito porsi la domanda: ma quei soldi, Consorte e Sacchetti, li presero per il partito, quindi anche per Bersani, o li intascarono, fregando il partito, quindi anche Bersani? Governanti di ieri e candidati a governare in futuro, dunque, sono complici o fessi? Un dilemma non esaltante.
Né Bersani né i suoi compagni, però, possono vestire i panni delle vittime. Essi sono, in gran parte, la causa di questo sconcio. Perché, lasciando da parte le possibili responsabilità nel caso specifico, c’è un’enorme responsabilità politica: avere impedito una seria riforma della giustizia, avere alimentato il giustizialismo, avere fatto credere che le accuse siano delle condanne annunciate ed essersi alleati con l’incarnazione di questa barbarie. Sicché, siccome sono ipocriti, oggi diranno: abbiamo fiducia nella giustizia. Mentono, sono lividi. Ma non sanno essere riformatori.
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