Sul finire della prima Repubblica c’era un giornalista che si chiamava Carmine Pecorelli ed era detto “Mino” ed era insieme editore, direttore e redattore pressoché unico di una piccola rivista intitolata “OP”, che stava per “Osservatorio politico” e con cui spiava e minacciava mezzo mondo. La rivista aveva una tiratura assai limitata, fino a poco tempo prima era addirittura diffusa sotto forma di foglio ciclostilato, e circolava in ambienti ristretti ma molto sensibili, quelli della politica di palazzo, i circoli militari e dei servizi segreti, gli enti economici e finanziari pubblici e privati. Le indiscrezioni, le insinuazioni, gli attacchi violenti di Pecorelli colpivano ogni settimana in tutte le direzioni. Spesso erano solo accennati, anticipati in una specie di codice, e se ne preannunciava il seguito o il chiarimento nel numero successivo della rivista. Qualche volta si stampava solo la copertina con titoli minacciosi, la si faceva circolare negli ambienti interessati, si discuteva e si trattava, si incassava una qualche regalia sotto forma di abbonamenti o di sottoscrizioni al capitale della società editrice e si cestinava l’articolo minacciato.
Alla fine Carmine Pecorelli fu ammazzato, la sera del 20 marzo 1979, a Roma, in strada, sotto la redazione della sua rivista, mentre era montato sull’auto e aveva messo in moto, la prima pallottola in piena bocca, sfondando il labbro inferiore, le altre al petto e al cuore. L’assassino non è stato mai trovato, anche perché persero anni per processare come mandante Giulio Andreotti, ma poteva essere uno qualsiasi dei tanti spiati e minacciati di rivelazioni nelle ultime settimane. La rivista sparì con lui, ma non sparì un certo tipo di giornalismo a base di spionaggio e di rivelazioni scandalistiche o anche soltanto di minacce di rivelazioni, anzi con l’avvento della seconda Repubblica si diffuse a macchia d’olio. L’offensiva giudiziaria di Mani Pulite e di Tangentopoli favorì l’incubazione, il debutto e la crescita di tanti Pecorelli, più smaliziati e più mimetizzati, che ormai scrivono su giornali importanti e autorevoli, e qualche volta addirittura li dirigono. E, ciò che è più grave, fanno politica al posto dei politici di professione, ancor più di quanto non abbiano fatto le Procure, i giornali al posto dei partiti e ormai anche al posto delle Procure. Fino al punto che famosi pm professionisti dell’Antimafia preferiscono, più che passare veline ai cronisti amici come hanno fatto per anni, scrivere in prima persona e direttamente sui giornali. Le conclamate nuove indagini sulle stragi di mafia del ‘92 saranno sempre più fatte dai giornali piuttosto che dalle Procure e sui giornali da pm-giornalisti più che da giornalisti-pm. E saranno sempre più destinate al fallimento, più ancora di come sono clamorosamente fallite le indagini sulla strage di via D’Amelio: in quindici anni i pm, a furia di dare la caccia ai “mandanti occulti”, non hanno trovato nemmeno gli esecutori materiali, nemmeno il picciotto che ha premuto il pulsante per far esplodere il tritolo. I pm-giornalisti dei picciotti assassini nemmeno si occuperanno, scriveranno tanto dei “mandanti occulti” che hanno scoperti e individuati da tempo e non sono mai riusciti, in mancanza di prove, a portare in una aula di tribunale e a farli condannare. Li processeranno e li condanneranno sui giornali.
Rimpiangeremo Mino Pecorelli? (il Velino)
mercoledì 16 settembre 2009
giovedì 10 settembre 2009
La madre dei teoremi. Davide Giacalone
La madre dei teoremi è sempre incinta, ma ce n’è una che partorisce sempre lo stesso pargolo, quale che sia il padre, quale che sia l’epoca. Mi riferisco all’antimafia militante, sempre pronta ad inseguire l’ultimo pentito, anticipandone le dichiarazioni. Non si sa se perché informata di quel che ancora si sta verbalizzando o desiderosa di suggerirne il contenuto. Così, secondo la vulgata giornalistica, la mafia, non potendo più prendere ordini da Giulio Andreotti, avrebbe cominciato a prenderne dal nordico Silvio Berlusconi, per il tramite di Marcello Dell’Utri, anche nella funzione d’interprete. Tutto può essere, ma, da siculo, non solo trovo la tesi vagamente inverosimile, ma anche fastidiosamente deprimente.
Visto che i rumori di procura si fanno sempre più intensi, è capitato che Berlusconi abbia reagito in anticipo. Dopo di che, con monotonia degna di miglior causa, l’Associazione Nazionale Magistrati è insorta per denunciare la “delegittimazione”. Mi domando se, nel vocabolario, hanno anche qualche sinonimo. Allora, i teoremi li lasciamo alla loro prolifica madre, noi preferiamo i fatti, che, messi in fila, fanno paura.
Sull’ipotesi che le stragi e gli attentati mafiosi, in quei primi anni novanta, avessero mandanti meneghini s’insiste da tempo. Punti di appoggio: uno stalliere siciliano assunto ad Arcore ed alcune dichiarazioni di Paolo Borsellino, opportunamente manipolate. La suggestione ha trovato anche una sua verità processuale, sancita nella ricostruzione dello scenario che portò a Via D’Amelio, dove Borsellino e la scorta incontrarono la morte, inverata da una sentenza definitiva. Verità processuale per voce solista, quella del pentito Vincenzo Scarantino. Solo che il delinquente ha raccontato un sacco di balle, come ha dimostrato un altro mafioso, Gaspare Spatuzza, divenuto collaborante. La giustizia antimafia ha, per anni, sbandierato un successo che, in realtà, era una bufala. E questa non è una mia opinione, ma un fatto.
Ora, però, si batte una pista originale: così come Scarantino, anche Spatuzza, che dice il contrario, porta a Dell’Utri e Berlusconi. Può essere, tutto può essere, ma visto che la suggestione, immediatamente ripresa da La Repubblica, viene dagli stessi che affermarono essere Scarantino non solo mafioso (e credibile), ma addirittura partecipante ai vertici della cupola, quando era tossicodipendente e, per giunta, amante di un transessuale conosciuto come “la sdillabbrata”, c’è da ritenere che certuni la mafia l’abbiano vista solo al cinema, con pellicole di dubbia qualità.
Ma continuiamo con i fatti, perché alcuni sono clamorosi. Repubblica c’informa che nella trattativa fra mafia e Stato s’è preparato il brodo di coltura da cui è nata Forza Italia. Può essere, tutto può essere. Ma lo scorso luglio ragionammo, qui, su un fatto assai singolare, senza che nessuno ci abbia dato alcuna risposta: come è possibile che l’allora presidente della commissione bicamerale antimafia, Luciano Violante, sia corso in procura, a Palermo, essendosi ricordato, quindici anni dopo, e solo quando si annunciava l’uscita di certe carte, che, a dir suo, Vito Ciancimino, per il tramite del carabiniere Mori, gli aveva chiesto un incontro? Sono quindici anni che si discute sulla possibilità o meno che sia esistita una trattativa, o, almeno, un colloquio, fra mafia e Stato, ed il mafiologo numero uno si prende una così clamorosa botta d’amnesia?Ora, posto che dai verbali di quella commissione sembrerebbe vero il contrario, ovvero che Violante chiese a Mori di contattare Ciancimino, il quale gli mandò in regalo l’anteprima del suo libro, questo antefatto, fino al luglio scorso sconosciuto a tutti, non getta una luce diversa sulle dichiarazioni di quel mafioso, Giovanni Brusca, che prese l’aereo assieme a Violante e disse di avergli ricordato gli impegni presi? Così, tanto per dire che, volendo, non manca di che indagare.
E stiamo ai fatti. Dopo la strage di Capaci, dove morì Giovanni Falcone, proprio per mano di Brusca, cosa successe? Per prima cosa fu eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, poi finì di venire giù il mondo della prima Repubblica. Ora, vabbé che erano fessi, ma vi pare che i mandanti sino da cercarsi fra i decapitandi? E quando scoppiarono le altre bombe mafiose, cosa successe? Non ricordo che si consolidò il potere attorno alle forze moderate, e, se si vuole, per fantastica comodità, reazionarie, anzi, mi pare che si spianò la strada alla sinistra al governo.
Con il che non sostengo affatto che i mandanti delle stragi vanno cercati a sinistra. Mi vergognerei, nel suggerire una simile suggestione. Ma sono anni che campiamo con la suggestione opposta, non solo altrettanto vergognosa, ma anche priva di punti d’appoggio nella realtà dei fatti. Almeno quelli che conosciamo.
Dunque, noi cittadini italiani siamo qui ad attendere che la giustizia sia realmente tale, scopra la verità e punisca i colpevoli. Non abbiamo nessuna intenzione di tollerare che il suo corso sia bloccato e che le si impedisca di fare il proprio dovere. Ma ne abbiamo le tasche piene di una giustizia amministrata nelle procure, utile solo a compitare veline che falsi giornalisti d’inchiesta prontamente rilanciano come se fossero verità rivelate. Se volete conoscere il volto dei nemici della giustizia, quella vera, guardate da quella parte.
Visto che i rumori di procura si fanno sempre più intensi, è capitato che Berlusconi abbia reagito in anticipo. Dopo di che, con monotonia degna di miglior causa, l’Associazione Nazionale Magistrati è insorta per denunciare la “delegittimazione”. Mi domando se, nel vocabolario, hanno anche qualche sinonimo. Allora, i teoremi li lasciamo alla loro prolifica madre, noi preferiamo i fatti, che, messi in fila, fanno paura.
Sull’ipotesi che le stragi e gli attentati mafiosi, in quei primi anni novanta, avessero mandanti meneghini s’insiste da tempo. Punti di appoggio: uno stalliere siciliano assunto ad Arcore ed alcune dichiarazioni di Paolo Borsellino, opportunamente manipolate. La suggestione ha trovato anche una sua verità processuale, sancita nella ricostruzione dello scenario che portò a Via D’Amelio, dove Borsellino e la scorta incontrarono la morte, inverata da una sentenza definitiva. Verità processuale per voce solista, quella del pentito Vincenzo Scarantino. Solo che il delinquente ha raccontato un sacco di balle, come ha dimostrato un altro mafioso, Gaspare Spatuzza, divenuto collaborante. La giustizia antimafia ha, per anni, sbandierato un successo che, in realtà, era una bufala. E questa non è una mia opinione, ma un fatto.
Ora, però, si batte una pista originale: così come Scarantino, anche Spatuzza, che dice il contrario, porta a Dell’Utri e Berlusconi. Può essere, tutto può essere, ma visto che la suggestione, immediatamente ripresa da La Repubblica, viene dagli stessi che affermarono essere Scarantino non solo mafioso (e credibile), ma addirittura partecipante ai vertici della cupola, quando era tossicodipendente e, per giunta, amante di un transessuale conosciuto come “la sdillabbrata”, c’è da ritenere che certuni la mafia l’abbiano vista solo al cinema, con pellicole di dubbia qualità.
Ma continuiamo con i fatti, perché alcuni sono clamorosi. Repubblica c’informa che nella trattativa fra mafia e Stato s’è preparato il brodo di coltura da cui è nata Forza Italia. Può essere, tutto può essere. Ma lo scorso luglio ragionammo, qui, su un fatto assai singolare, senza che nessuno ci abbia dato alcuna risposta: come è possibile che l’allora presidente della commissione bicamerale antimafia, Luciano Violante, sia corso in procura, a Palermo, essendosi ricordato, quindici anni dopo, e solo quando si annunciava l’uscita di certe carte, che, a dir suo, Vito Ciancimino, per il tramite del carabiniere Mori, gli aveva chiesto un incontro? Sono quindici anni che si discute sulla possibilità o meno che sia esistita una trattativa, o, almeno, un colloquio, fra mafia e Stato, ed il mafiologo numero uno si prende una così clamorosa botta d’amnesia?Ora, posto che dai verbali di quella commissione sembrerebbe vero il contrario, ovvero che Violante chiese a Mori di contattare Ciancimino, il quale gli mandò in regalo l’anteprima del suo libro, questo antefatto, fino al luglio scorso sconosciuto a tutti, non getta una luce diversa sulle dichiarazioni di quel mafioso, Giovanni Brusca, che prese l’aereo assieme a Violante e disse di avergli ricordato gli impegni presi? Così, tanto per dire che, volendo, non manca di che indagare.
E stiamo ai fatti. Dopo la strage di Capaci, dove morì Giovanni Falcone, proprio per mano di Brusca, cosa successe? Per prima cosa fu eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, poi finì di venire giù il mondo della prima Repubblica. Ora, vabbé che erano fessi, ma vi pare che i mandanti sino da cercarsi fra i decapitandi? E quando scoppiarono le altre bombe mafiose, cosa successe? Non ricordo che si consolidò il potere attorno alle forze moderate, e, se si vuole, per fantastica comodità, reazionarie, anzi, mi pare che si spianò la strada alla sinistra al governo.
Con il che non sostengo affatto che i mandanti delle stragi vanno cercati a sinistra. Mi vergognerei, nel suggerire una simile suggestione. Ma sono anni che campiamo con la suggestione opposta, non solo altrettanto vergognosa, ma anche priva di punti d’appoggio nella realtà dei fatti. Almeno quelli che conosciamo.
Dunque, noi cittadini italiani siamo qui ad attendere che la giustizia sia realmente tale, scopra la verità e punisca i colpevoli. Non abbiamo nessuna intenzione di tollerare che il suo corso sia bloccato e che le si impedisca di fare il proprio dovere. Ma ne abbiamo le tasche piene di una giustizia amministrata nelle procure, utile solo a compitare veline che falsi giornalisti d’inchiesta prontamente rilanciano come se fossero verità rivelate. Se volete conoscere il volto dei nemici della giustizia, quella vera, guardate da quella parte.
martedì 8 settembre 2009
Cervelli in fuga? Peggio quelli inutili che restano. Stefano Zecchi
Fuga di cervelli? Lodevole è il tentativo di riportarli nella madre patria. Ma se saranno le università a decidere chi deve rientrare in Italia, è meglio che i cervelli fuggiti restino dove sono per il bene della ricerca scientifica.
Il vero problema non è oggi il ricercatore in fuga, ma il ricercatore che resta. Le analisi e le statistiche sulla qualità dei ricercatori universitari italiani appaiono desolanti, ma la responsabilità del disastro è di chi era ed è chiamato a decidere chi può diventare ricercatore, cioè i professori dell’università. Loro sono le colpe che dividono con il massimo livello di gestione dell’università: senato accademico e rettori in testa.
Cosa accade in un concorso per ricercatori? Vi spiego quello che chiunque insegna come professore ordinario dell’università sa perfettamente, e sa perfettamente di essere complice di una truffa.Dunque, supponiamo che arrivino all’ateneo i tanto agognati finanziamenti per reclutare venti ricercatori da inquadrare tra il personale di ruolo dell’università. Il senato accademico stabilisce, secondo propri criteri, che, di questi venti posti, cinque vengano assegnati alla Facoltà di Lettere e filosofia, la quale, a sua volta, decide che uno vada al Dipartimento di filosofia.Fin qua, niente di male: si potrà discutere perché cinque e non tre e non sette di quei posti siano assegnati alla Facoltà di Lettere e Filosofia e perché proprio uno al Dipartimento di filosofia, ma con un po’ di buona volontà si possono anche trovare le ragioni della suddivisone. Il bello incomincia adesso.
Una persona normale penserà che a questo punto si indice il concorso, e vincerà il migliore. Neanche per sogno: incominciano invece le riunioni nel Dipartimento di Filosofia per stabilire in quale specifico raggruppamento concorsuale dovrà andare quel posto. Sarà per quello di Storia della filosofia, di Morale, di Filosofia della scienza, di Estetica? I docenti titolari di queste e delle altre discipline incominciano a discutere, a litigare: «L’altra volta il posto lo hai avuto tu, ora tocca a me. Ma tu non hai candidati. I miei sono bravissimi, non dire sciocchezze...» e avanti così, e peggio di così, finché, per esempio, il professore di morale la spunta, essendo riuscito a costruirsi attraverso una serie di compromessi una maggioranza all’interno del Dipartimento: maggioranza che ovviamente si spartirà i prossimi posti di ricercatore. Ma il peggio arriva adesso.
Il concorso è nazionale, ma tutte le precedenti discussioni fanno immediatamente capire che c’è un candidato nel cuore del docente di Morale. È bravo? È un suo amico? È qualcuno sentimentalmente vicino? Mah! Decide il prof. di Morale: fatti suoi, perché i prossimi sono fatti miei, cioè deciderò io chi far diventare ricercatore, per esempio, di Filosofia della scienza. Insomma, deve vincere, alla faccia del confronto con tutti gli altri candidati nazionali che si presenteranno.
Come si procede, allora, per blindare il pupillo del professore di Morale? Il pupillo ha solo tre pubblicazioni? Eh, sì, è un po’ deboluccio, ma non c’è problema. Il bando di concorso, che verrà firmato dal rettore, prevede che i concorrenti debbano presentare un numero massimo di tre pubblicazioni. Il pupillo, però, è ancora a rischio: essendo modesto, un altro concorrente lo potrebbe superare con tre suoi ottimi saggi. Cosa si inventa, adesso, quest’università autoreferenziale e truffaldina? Indica sul bando di concorso che, per lo sviluppo della ricerca scientifica del Dipartimento di filosofia c’è la necessità di reclutare uno studioso di filosofia morale specificamente esperto del periodo che va dal 1630 al 1650 in Olanda: esattamente gli argomenti delle tre pubblicazioni dell’amato pupillo. La truffa è consumata.
Qualunque studioso eccellente di filosofia morale viene emarginato. E se non bastassero quelle clausole concorsuali, sottoscritte, lo ripeto, dal rettore, in sede di valutazione degli aspiranti ricercatori si potranno taroccare le carte, perché il padrino del pupillo entra di diritto nella commissione giudicatrice. Ma questa, spesso, diventa materia per i tribunali.
Ora vorrei sapere perché si debba dare del denaro pubblico per finanziare questo scandalo. Il problema dell’università non sono i tagli alla ricerca, sono i professori, le modalità in cui essi vengono reclutati e i modi in cui essi stessi perpetreranno il reclutamento fasullo. Sono loro che dovrebbero fare un passo indietro, e il ministro Gelmini dovrebbe avere il coraggio di varare nuove norme per concorsi accademici seri. Poi si potranno richiamare i cervelli fuggiti, perché altrimenti cosa tornano a fare in quest’università? (il Giornale)
Il vero problema non è oggi il ricercatore in fuga, ma il ricercatore che resta. Le analisi e le statistiche sulla qualità dei ricercatori universitari italiani appaiono desolanti, ma la responsabilità del disastro è di chi era ed è chiamato a decidere chi può diventare ricercatore, cioè i professori dell’università. Loro sono le colpe che dividono con il massimo livello di gestione dell’università: senato accademico e rettori in testa.
Cosa accade in un concorso per ricercatori? Vi spiego quello che chiunque insegna come professore ordinario dell’università sa perfettamente, e sa perfettamente di essere complice di una truffa.Dunque, supponiamo che arrivino all’ateneo i tanto agognati finanziamenti per reclutare venti ricercatori da inquadrare tra il personale di ruolo dell’università. Il senato accademico stabilisce, secondo propri criteri, che, di questi venti posti, cinque vengano assegnati alla Facoltà di Lettere e filosofia, la quale, a sua volta, decide che uno vada al Dipartimento di filosofia.Fin qua, niente di male: si potrà discutere perché cinque e non tre e non sette di quei posti siano assegnati alla Facoltà di Lettere e Filosofia e perché proprio uno al Dipartimento di filosofia, ma con un po’ di buona volontà si possono anche trovare le ragioni della suddivisone. Il bello incomincia adesso.
Una persona normale penserà che a questo punto si indice il concorso, e vincerà il migliore. Neanche per sogno: incominciano invece le riunioni nel Dipartimento di Filosofia per stabilire in quale specifico raggruppamento concorsuale dovrà andare quel posto. Sarà per quello di Storia della filosofia, di Morale, di Filosofia della scienza, di Estetica? I docenti titolari di queste e delle altre discipline incominciano a discutere, a litigare: «L’altra volta il posto lo hai avuto tu, ora tocca a me. Ma tu non hai candidati. I miei sono bravissimi, non dire sciocchezze...» e avanti così, e peggio di così, finché, per esempio, il professore di morale la spunta, essendo riuscito a costruirsi attraverso una serie di compromessi una maggioranza all’interno del Dipartimento: maggioranza che ovviamente si spartirà i prossimi posti di ricercatore. Ma il peggio arriva adesso.
Il concorso è nazionale, ma tutte le precedenti discussioni fanno immediatamente capire che c’è un candidato nel cuore del docente di Morale. È bravo? È un suo amico? È qualcuno sentimentalmente vicino? Mah! Decide il prof. di Morale: fatti suoi, perché i prossimi sono fatti miei, cioè deciderò io chi far diventare ricercatore, per esempio, di Filosofia della scienza. Insomma, deve vincere, alla faccia del confronto con tutti gli altri candidati nazionali che si presenteranno.
Come si procede, allora, per blindare il pupillo del professore di Morale? Il pupillo ha solo tre pubblicazioni? Eh, sì, è un po’ deboluccio, ma non c’è problema. Il bando di concorso, che verrà firmato dal rettore, prevede che i concorrenti debbano presentare un numero massimo di tre pubblicazioni. Il pupillo, però, è ancora a rischio: essendo modesto, un altro concorrente lo potrebbe superare con tre suoi ottimi saggi. Cosa si inventa, adesso, quest’università autoreferenziale e truffaldina? Indica sul bando di concorso che, per lo sviluppo della ricerca scientifica del Dipartimento di filosofia c’è la necessità di reclutare uno studioso di filosofia morale specificamente esperto del periodo che va dal 1630 al 1650 in Olanda: esattamente gli argomenti delle tre pubblicazioni dell’amato pupillo. La truffa è consumata.
Qualunque studioso eccellente di filosofia morale viene emarginato. E se non bastassero quelle clausole concorsuali, sottoscritte, lo ripeto, dal rettore, in sede di valutazione degli aspiranti ricercatori si potranno taroccare le carte, perché il padrino del pupillo entra di diritto nella commissione giudicatrice. Ma questa, spesso, diventa materia per i tribunali.
Ora vorrei sapere perché si debba dare del denaro pubblico per finanziare questo scandalo. Il problema dell’università non sono i tagli alla ricerca, sono i professori, le modalità in cui essi vengono reclutati e i modi in cui essi stessi perpetreranno il reclutamento fasullo. Sono loro che dovrebbero fare un passo indietro, e il ministro Gelmini dovrebbe avere il coraggio di varare nuove norme per concorsi accademici seri. Poi si potranno richiamare i cervelli fuggiti, perché altrimenti cosa tornano a fare in quest’università? (il Giornale)
sabato 5 settembre 2009
Il precariato è una piaga di cui non è responsabile la Gelmini ma i sindacati. Sergio Belardinelli
Ci risiamo. Sta per iniziare l’anno scolastico e la scuola italiana entra di nuovo in fibrillazione. Questa volta i protagonisti sono i cosiddetti “precari”. Alcuni di loro si incatenano a Milano, altri si mettono in mutande a Roma, altri ancora salgono sui tetti a Benevento, chiamando a far loro compagnia anche il segretario del PD Dario Franceschini. Sotto tiro, manco a dirlo, il famigerato Ministro Gelmini. La Cgil è durissima nei suoi confronti: “Il governo si disinteressa di 25000 precari della scuola che rimangono senza lavoro e senza salario per colpa dei tagli alla scuola pubblica”. Secondo il segretario nazionale della Cgil scuola, Mimmo Pantaleo, il Ministro si occuperebbe d’altro, baloccandosi con “proposte che calpestano la nostra Costituzione, come quella di finanziare allo stesso modo le scuole statali e quelle paritarie” (che tristezza, ragazzi). Questo almeno è quanto viene riportato da “Repubblica”, la quale da due giorni sembra essersi affezionata non poco alla “strage” di precari che sarebbe stata messa in atto dalla Gelmini.
Premesso che quando c’è di mezzo il lavoro, c’è di mezzo la vita delle persone e che quindi non è proprio il caso di scherzarci sopra o di farne un pretesto per attaccare chicchessia, siamo di fronte alla replica di una tragedia (i precari in mutande potrebbero in verità trasformarla in farsa), della quale la scuola italiana sembra non vedere la fine. Il precariato purtroppo l’assilla da molto tempo; per comprenderlo e per arginarlo, si dovrebbe forse riflettere un po’ più a fondo sulle cause che l’hanno generato, tra le quali troviamo soprattutto il sistema di reclutamento; ma non sempre coloro che si occupano di scuola, specialmente i sindacati confederali, sembrano propensi a farlo. Aver ingrossato le graduatorie degli “abilitati”all’insegnamento, con la speranza di farli scivolare verso il ruolo a tempo indeterminato sulla base di alchimie sindacali circa la composizione delle cattedre, anziché in base al numero effettivo degli alunni: tutto ciò ha creato i problemi di sovrannumero con i quali ci troviamo a fare i conti. In ogni caso, mi sembra opportuno ricordare che il famoso “Quaderno bianco sulla scuola”, pubblicato nel 2007, nel quale si affermava che “l’elemento dominante della maggior spesa pubblica per studente della scuola italiana si conferma il rapporto insegnati/studenti”, auspicando la “diminuzione di un punto” in tale rapporto che avrebbe determinato “una riduzione di circa 70.000 unità nel fabbisogno insegnanti”; questo quaderno, dicevo, porta la firma dei Ministri Fioroni e Padoa-Schioppa, non della Gelmini, la quale si è limitata semplicemente, e, diciamolo pure, giustamente, a farne propri alcuni criteri che, come ebbi a dire a suo tempo, mi sembravano e mi sembrano impeccabili.
Il precariato, lo ripeto, è senz’altro un problema; quando poi si resta senza lavoro è un vero dramma; sarebbe però imperdonabile se ne facessimo semplicemente un pretesto per alimentare vecchie strategie di gestione sindacale della scuola che sono le principali responsabili della situazione nella quali oggi ci troviamo. (l'Occidentale)
Premesso che quando c’è di mezzo il lavoro, c’è di mezzo la vita delle persone e che quindi non è proprio il caso di scherzarci sopra o di farne un pretesto per attaccare chicchessia, siamo di fronte alla replica di una tragedia (i precari in mutande potrebbero in verità trasformarla in farsa), della quale la scuola italiana sembra non vedere la fine. Il precariato purtroppo l’assilla da molto tempo; per comprenderlo e per arginarlo, si dovrebbe forse riflettere un po’ più a fondo sulle cause che l’hanno generato, tra le quali troviamo soprattutto il sistema di reclutamento; ma non sempre coloro che si occupano di scuola, specialmente i sindacati confederali, sembrano propensi a farlo. Aver ingrossato le graduatorie degli “abilitati”all’insegnamento, con la speranza di farli scivolare verso il ruolo a tempo indeterminato sulla base di alchimie sindacali circa la composizione delle cattedre, anziché in base al numero effettivo degli alunni: tutto ciò ha creato i problemi di sovrannumero con i quali ci troviamo a fare i conti. In ogni caso, mi sembra opportuno ricordare che il famoso “Quaderno bianco sulla scuola”, pubblicato nel 2007, nel quale si affermava che “l’elemento dominante della maggior spesa pubblica per studente della scuola italiana si conferma il rapporto insegnati/studenti”, auspicando la “diminuzione di un punto” in tale rapporto che avrebbe determinato “una riduzione di circa 70.000 unità nel fabbisogno insegnanti”; questo quaderno, dicevo, porta la firma dei Ministri Fioroni e Padoa-Schioppa, non della Gelmini, la quale si è limitata semplicemente, e, diciamolo pure, giustamente, a farne propri alcuni criteri che, come ebbi a dire a suo tempo, mi sembravano e mi sembrano impeccabili.
Il precariato, lo ripeto, è senz’altro un problema; quando poi si resta senza lavoro è un vero dramma; sarebbe però imperdonabile se ne facessimo semplicemente un pretesto per alimentare vecchie strategie di gestione sindacale della scuola che sono le principali responsabili della situazione nella quali oggi ci troviamo. (l'Occidentale)
I cocci del doppiopesismo. Davide Giacalone
Il caso dell’ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, non è interessante quanto è divenuto dirompente. Non ne ho tratto, nel merito, né eccitazione né condolente partecipazione, essendo una vicenda misera. Trattengo a stento la rabbia, invece, per il contorno immorale, ipocrita, falso, che lo ha accompagnato. Per l’incoerenza politica ed il trasformismo senza bussola che s’è visto e rischia di continuare. Ne scrivo, pertanto, in maniera ruvida, senza neanche provare a edulcorare la sgradevolezza.Il caso fu reso noto da un candidato cattolico alla segreteria del Partito Democratico, Mario Adinolfi. Che è persona seria, ma le cui parole caddero nel vuoto. Da quando il tondo pocherista (partecipa anche a tornei internazionali) lo tirò fuori, però, è da escludersi che alla Cei non ne fossero informati. La notizia riemerse su Panorama, e solo dopo molto tempo giunse su Il Giornale. Nel frattempo il citato direttore s’era messo a fare l’estremista etico, arrivando a pubblicare roba delirante che paragonava i respingimenti dei clandestini alla Shoa (per giunta condannando quanti tacquero e si volsero dall’altra parte, il che dimostra l’incoscienza polemica, visto che scriveva sul giornale dei vescovi).
Solo l’ultima pubblicazione ha fatto scalpore, muovendo un mondo d’insopportabili doppiopesisti, che si son messi anche a cianciare di privacy. Ma come? Avete squartato vivi dei cittadini solo perché indagati in inchieste penali, pubblicando di loro l’indirizzo di casa e il nome dei figli, salvo poi dimenticare di far sapere che sono stati assolti e, pertanto, sono stati smentiti i copisti di procura, che in questo Paese scombinato credono d’essere giornalisti d’inchiesta. Ed ora, che si è di fronte ad una condanna certa, per un reato ammesso, con un risarcimento alla parte lesa in modo da far ritirare la denuncia, ora si dovrebbe tacere, per rispetto della vita privata? Ma credono davvero che qualcuno possa bere una simile cretinata? Ipocriti come sono, per giunta, la gran parte dei giornali sparava il titolone in prima pagina (dopo avere ignorato due volte la notizia), per poi condannare la spettacolarizzazione del caso. Allora, giù la maschera, è d’altro che si sta parlando.
Detto sinteticamente: dopo mesi in cui non si scrive che delle avventure del capo del governo, qualcuno ha puntato il dito dall’altra parte ed ha suggerito che il pulpito da cui giungeva la predica difettava di credenziali. Tecnica che, alla fine, conduce alla solita (im)morale: qui il più pulito ha la rogna. E ce lo meritiamo, tutti, perché questo è il livello cui si è ridotto il dibattito politico. Davvero l’opposizione ha creduto di potere spodestare il presidente del Consiglio, prendendolo dalla cintola in giù. Davvero i suoi difensori possono credere che il destino delle brache altrui funzioni da bilanciamento.
Ne escono a pezzi in molti. Non fa una bella figura la Cei, al netto delle sue diatribe interne. Sapevano ed hanno coperto. Sono omofobi per i fedeli ed omotolleranti per se stessi. Inutile far finta di non capire: la questione dell’omosessualità non c’entra nulla con il procedimento penale, e ci mancherebbe altro, ma c’entra, eccome, con l’insegnamento ecclesiale. La chiesa non condanna gli omosessuali, ma tutte le pratiche sessuali che siano, come dicono loro, “contro natura”, essendo naturale solo il sesso destinato alla riproduzione. Guardino al loro interno, e mettano un po’ d’ordine fra le parole ed i fatti. Ne esce malissimo l’opposizione che, con le voci un tempo definite libertarie, erano lì a recitare il rosario del moralismo senza etica, nella speranza di affondare l’avversario politico grazie a principi che detesterebbero vedere applicati a se stessi. Sono pronti a festeggiare e far valere il “progressismo” porporato, dimentichi di tutte le volte che ne denunciarono l’ingerenza. E vedremo come ne esce la maggioranza, perché se il rovescio della dissolutezza privata fosse (come fin qui è stata) la bigotteria delle norme pubbliche, il risultato sarà un doppiopesismo etico eguale e contrario a quello della sinistra.
In tutto questo, sia chiaro, non c’entra nulla l’interessante e decisivo tema dello Stato laico, né il doveroso e civile rispetto per il credo religioso. Questi sono temi seri, e c’è un’Italia seria, pronta a discuterli, anche animatamente. Quel che vedo, invece, è solo il funerale della politica. Di come dovrebbe essere, almeno.
Solo l’ultima pubblicazione ha fatto scalpore, muovendo un mondo d’insopportabili doppiopesisti, che si son messi anche a cianciare di privacy. Ma come? Avete squartato vivi dei cittadini solo perché indagati in inchieste penali, pubblicando di loro l’indirizzo di casa e il nome dei figli, salvo poi dimenticare di far sapere che sono stati assolti e, pertanto, sono stati smentiti i copisti di procura, che in questo Paese scombinato credono d’essere giornalisti d’inchiesta. Ed ora, che si è di fronte ad una condanna certa, per un reato ammesso, con un risarcimento alla parte lesa in modo da far ritirare la denuncia, ora si dovrebbe tacere, per rispetto della vita privata? Ma credono davvero che qualcuno possa bere una simile cretinata? Ipocriti come sono, per giunta, la gran parte dei giornali sparava il titolone in prima pagina (dopo avere ignorato due volte la notizia), per poi condannare la spettacolarizzazione del caso. Allora, giù la maschera, è d’altro che si sta parlando.
Detto sinteticamente: dopo mesi in cui non si scrive che delle avventure del capo del governo, qualcuno ha puntato il dito dall’altra parte ed ha suggerito che il pulpito da cui giungeva la predica difettava di credenziali. Tecnica che, alla fine, conduce alla solita (im)morale: qui il più pulito ha la rogna. E ce lo meritiamo, tutti, perché questo è il livello cui si è ridotto il dibattito politico. Davvero l’opposizione ha creduto di potere spodestare il presidente del Consiglio, prendendolo dalla cintola in giù. Davvero i suoi difensori possono credere che il destino delle brache altrui funzioni da bilanciamento.
Ne escono a pezzi in molti. Non fa una bella figura la Cei, al netto delle sue diatribe interne. Sapevano ed hanno coperto. Sono omofobi per i fedeli ed omotolleranti per se stessi. Inutile far finta di non capire: la questione dell’omosessualità non c’entra nulla con il procedimento penale, e ci mancherebbe altro, ma c’entra, eccome, con l’insegnamento ecclesiale. La chiesa non condanna gli omosessuali, ma tutte le pratiche sessuali che siano, come dicono loro, “contro natura”, essendo naturale solo il sesso destinato alla riproduzione. Guardino al loro interno, e mettano un po’ d’ordine fra le parole ed i fatti. Ne esce malissimo l’opposizione che, con le voci un tempo definite libertarie, erano lì a recitare il rosario del moralismo senza etica, nella speranza di affondare l’avversario politico grazie a principi che detesterebbero vedere applicati a se stessi. Sono pronti a festeggiare e far valere il “progressismo” porporato, dimentichi di tutte le volte che ne denunciarono l’ingerenza. E vedremo come ne esce la maggioranza, perché se il rovescio della dissolutezza privata fosse (come fin qui è stata) la bigotteria delle norme pubbliche, il risultato sarà un doppiopesismo etico eguale e contrario a quello della sinistra.
In tutto questo, sia chiaro, non c’entra nulla l’interessante e decisivo tema dello Stato laico, né il doveroso e civile rispetto per il credo religioso. Questi sono temi seri, e c’è un’Italia seria, pronta a discuterli, anche animatamente. Quel che vedo, invece, è solo il funerale della politica. Di come dovrebbe essere, almeno.
venerdì 4 settembre 2009
Tremonti, giudizio duro da estendere ai media. Daniele Capezzone
Giulio Tremonti è stato molto duro nei giorni scorsi, qualificando come maghi (rectius: come illusionisti) buona parte degli economisti italiani. È davvero difficile dare torto al ministro dell’Economia su un punto di fondo, che illustra l’incompetenza o la scarsa buona fede di tante “analisi”: perché quelli che oggi ci assillano - quando un po’ di luce si rivede finalmente all’orizzonte - per tentare di convincerci che tutto va male e che la ripresa è lontana, non sono stati così bravi da avvisarci uno o due anni fa del possibile arrivo della crisi finanziaria internazionale? Sono fatti così alcuni “esperti”: quando c’era un pericolo reale, lo hanno ignorato o non hanno saputo riconoscerlo; e ora che invece i guai sono forse finalmente alle spalle, continuano a raccontarci che il peggio deve ancora arrivare. Inutili prima, dannosi adesso.
Ma un giudizio così severo va probabilmente esteso anche al sistema dei media, il cui ruolo è stato ed è essenziale nell’amplificare alcune tendenze. Stanchi o soprattutto incapaci di prevedere il futuro, infatti, molti analisti e con loro buona parte del sistema dei media preferiscono “prevedere” il passato. Da parte mia, non si tratta di una battuta o di un esercizio di sarcasmo contro troppi “esperti” o sedicenti tali: è l’amara constatazione di quello che accade ai cittadini, ai lettori dei giornali, agli utenti dell’informazione in genere, i quali sono quotidianamente sottoposti ad una vera e propria valanga di dati, elaborazioni, statistiche, che - per lo più - confondono e stordiscono, anziché informare: eludono le questioni di fondo, non aiutano a capire i reali trend in atto, e - a ben vedere - finiscono inevitabilmente per alimentare un’atmosfera ansiogena. E così, tra un futuro che non si sa davvero anticipare e un passato vivisezionato fino all’inverosimile e senza sintesi efficaci, resta proiettata sul presente - su chi in quel momento legge, ascolta, vede - un’ombra cupa di incertezza, di negatività.
Oppure, un altro esempio. Perché, venendo alla specifica situazione italiana, è così difficile sentire illustrato e ribadito l’elenco dei nostri punti di forza? I punti di debolezza ci vengono masochisticamente ripetuti ogni giorno: debito pubblico elevatissimo, spesa pubblica alta, e così via. Ma, se è giusto avere a mente le cose che dobbiamo correggere, sarebbe altrettanto saggio tenere in considerazione alcune “poste attive” di bilancio che mettono il nostro Paese in una condizione molto migliore di molti altri: abbiamo una grande tenuta della famiglia italiana, che assicura a quasi tutti una prima e naturale rete di protezione e assistenza (eppure, i media vi parleranno solo del “familismo amorale” degli italiani, oppure di un Paese di “mammoni”); abbiamo l’85 per cento degli italiani che sono proprietari della prima casa (e che quindi, in un anno difficile, non hanno avuto affitti da pagare); abbiamo una fortissima tendenza al risparmio, che fa delle nostre famiglie delle buone amministratrici di se stesse (e ci consentono di avere uno dei più bassi livelli pro-capite di debito privato); abbiamo una strepitosa rete di oltre 5 milioni di piccole e piccolissime imprese, che, in tempi di crisi dei castelli di carta della finanza, ci hanno fornito un solido ancoraggio all’economia reale. Perché tutto questo non fa mai notizia?
Un altro aspetto paradossale riguarda più specificamente i dodici mesi appena trascorsi, che certamente non sono stati facili. Eppure, in questo stesso periodo, a ben vedere, circa 14 milioni di italiani (i lavoratori dipendenti) hanno usufruito di dinamiche salariali legate agli anni precedenti, con aumenti del 3-4 per cento, proprio mentre l’inflazione scendeva, e hanno così visto aumentare - sia pure magari di poco - il loro potere d’acquisto. E lo stesso discorso si può riproporre per 16 milioni di pensionati. Morale: pur in un anno difficile per l’economia mondiale, 30 milioni di italiani non hanno subito alcun peggioramento della loro condizione. Non sono certamente diventati più ricchi: ma non si sono neppure ritrovati più poveri. Eppure il sistema dei media, con poche e coraggiose eccezioni, ha cercato di disincentivare i consumi, o di suggerire uno stile di vita più misero ed impaurito.
Fortunatamente, i cittadini sono stati e sono più saggi, e - pur tra spinte e controspinte - hanno continuato ad agire in modo razionale. Anche il Governo ha operato con ragionevolezza: garantendo i risparmi degli italiani; tenendo sotto controllo i conti pubblici (non oso pensare cosa sarebbe successo se, al posto della mai abbastanza elogiata finanziaria triennale, ci fosse stata una legge finanziaria tradizionale, con l’ormai abituale “assalto alla diligenza” in Parlamento); stanziando oltre 9 miliardi per gli ammortizzatori sociali (il decuplo di quanto era stato fatto in precedenza); e ora adottando misure (dagli 8 miliardi garantiti dalla Cassa depositi e Prestiti fino alla moratoria di un anno dei debiti delle aziende) volte a garantire maggiore liquidità al sistema delle imprese. E, non dispiaccia a troppi corvi, l’Italia ce la sta facendo. (il Velino)
Ma un giudizio così severo va probabilmente esteso anche al sistema dei media, il cui ruolo è stato ed è essenziale nell’amplificare alcune tendenze. Stanchi o soprattutto incapaci di prevedere il futuro, infatti, molti analisti e con loro buona parte del sistema dei media preferiscono “prevedere” il passato. Da parte mia, non si tratta di una battuta o di un esercizio di sarcasmo contro troppi “esperti” o sedicenti tali: è l’amara constatazione di quello che accade ai cittadini, ai lettori dei giornali, agli utenti dell’informazione in genere, i quali sono quotidianamente sottoposti ad una vera e propria valanga di dati, elaborazioni, statistiche, che - per lo più - confondono e stordiscono, anziché informare: eludono le questioni di fondo, non aiutano a capire i reali trend in atto, e - a ben vedere - finiscono inevitabilmente per alimentare un’atmosfera ansiogena. E così, tra un futuro che non si sa davvero anticipare e un passato vivisezionato fino all’inverosimile e senza sintesi efficaci, resta proiettata sul presente - su chi in quel momento legge, ascolta, vede - un’ombra cupa di incertezza, di negatività.
Oppure, un altro esempio. Perché, venendo alla specifica situazione italiana, è così difficile sentire illustrato e ribadito l’elenco dei nostri punti di forza? I punti di debolezza ci vengono masochisticamente ripetuti ogni giorno: debito pubblico elevatissimo, spesa pubblica alta, e così via. Ma, se è giusto avere a mente le cose che dobbiamo correggere, sarebbe altrettanto saggio tenere in considerazione alcune “poste attive” di bilancio che mettono il nostro Paese in una condizione molto migliore di molti altri: abbiamo una grande tenuta della famiglia italiana, che assicura a quasi tutti una prima e naturale rete di protezione e assistenza (eppure, i media vi parleranno solo del “familismo amorale” degli italiani, oppure di un Paese di “mammoni”); abbiamo l’85 per cento degli italiani che sono proprietari della prima casa (e che quindi, in un anno difficile, non hanno avuto affitti da pagare); abbiamo una fortissima tendenza al risparmio, che fa delle nostre famiglie delle buone amministratrici di se stesse (e ci consentono di avere uno dei più bassi livelli pro-capite di debito privato); abbiamo una strepitosa rete di oltre 5 milioni di piccole e piccolissime imprese, che, in tempi di crisi dei castelli di carta della finanza, ci hanno fornito un solido ancoraggio all’economia reale. Perché tutto questo non fa mai notizia?
Un altro aspetto paradossale riguarda più specificamente i dodici mesi appena trascorsi, che certamente non sono stati facili. Eppure, in questo stesso periodo, a ben vedere, circa 14 milioni di italiani (i lavoratori dipendenti) hanno usufruito di dinamiche salariali legate agli anni precedenti, con aumenti del 3-4 per cento, proprio mentre l’inflazione scendeva, e hanno così visto aumentare - sia pure magari di poco - il loro potere d’acquisto. E lo stesso discorso si può riproporre per 16 milioni di pensionati. Morale: pur in un anno difficile per l’economia mondiale, 30 milioni di italiani non hanno subito alcun peggioramento della loro condizione. Non sono certamente diventati più ricchi: ma non si sono neppure ritrovati più poveri. Eppure il sistema dei media, con poche e coraggiose eccezioni, ha cercato di disincentivare i consumi, o di suggerire uno stile di vita più misero ed impaurito.
Fortunatamente, i cittadini sono stati e sono più saggi, e - pur tra spinte e controspinte - hanno continuato ad agire in modo razionale. Anche il Governo ha operato con ragionevolezza: garantendo i risparmi degli italiani; tenendo sotto controllo i conti pubblici (non oso pensare cosa sarebbe successo se, al posto della mai abbastanza elogiata finanziaria triennale, ci fosse stata una legge finanziaria tradizionale, con l’ormai abituale “assalto alla diligenza” in Parlamento); stanziando oltre 9 miliardi per gli ammortizzatori sociali (il decuplo di quanto era stato fatto in precedenza); e ora adottando misure (dagli 8 miliardi garantiti dalla Cassa depositi e Prestiti fino alla moratoria di un anno dei debiti delle aziende) volte a garantire maggiore liquidità al sistema delle imprese. E, non dispiaccia a troppi corvi, l’Italia ce la sta facendo. (il Velino)
lunedì 31 agosto 2009
La favola multietnica e la realtà dell'immigrazione. Il suicidio della sinistra. Claudio Moffa
Non è bastata alla sinistra ufficiale l’ennesima batosta elettorale del giugno scorso; non le è bastato lo snaturamento della propria identità sociale, la perdita fino alla mutazione genetica del proprio tradizionale elettorato operaio e “proletario”. Alemanno ha vinto due anni fa nei quartieri popolari della capitale, non ai Parioli dove l’ha spuntata il PD; nel Nord la classe operaia vota da più di dieci anni Lega, nella Torino della Fiat come a Milano, ma pare che nessuno a sinistra voglia riflettere su questa tragica deriva che sta trasformando tutte le anime dell’ex PCI nel partito dei corifei del multiculturalismo e dei neo-salsicciari delle feste dell’Unità, tanto tragicamente neo-liberals quanto entusiasticamente “antirazzisti”.
Non le è bastato tutto questo alla sinistra ufficiale, perché alla prima occasione pur di dare addosso a Berlusconi e di assecondare il patron De Benedetti e i suoi giornali, ricomincia il coro. Anche i suoi leaders più responsabili: Bersani alla festa genovese del PD accusa il centrodestra di ideologismi a proposito delle ultime vicende di Lampedusa: il candidato principale alla successione a Franceschini pensa alle pagliuzze altrui ma non vede le travi che hanno impalato la leadership ex piccista alla croce dell’autodistruzione. Idem Fini che – da destra - parla di emotività con riferimento alla questione sicurezza, ma non guarda con la stessa lente alla questione immigrazione, dove chi vuole un controllo del fenomeno è immediatamente tacciato di razzismo e di violazione dei “diritti umani”.
Che è successo a Lampedusa nei giorni scorsi, tanto per cominciare? Sembrò a ingenui e furbi che il gommone dei 5 eritrei fosse carico di un’ottantina di persone, morte in mare prima che i sopravvissuti sbarcassero a Lampedusa. Un dramma, frutto del“razzismo” della nuova legge che ha reso reato l’immigrazione clandestina. Ma il 26 agosto il TG ha diffuso una foto pubblicata dal governo maltese sul sito del Corriere della Sera, nella quale si vede dall’alto il gommone ben pulito e di dimensioni tali che mai avrebbe potuto contenere 80 persone. Domanda, che ci si sarebbe dovuti porre subito: per caso i 5 eritrei hanno mentito sulle presunte decine di vittime durante la traversata? E’ stato trovato qualche segno (borse, sacchetti etc.) sul gommone della presenza degli 80 presunti compagni di viaggio dei fortunati eritrei? Il dubbio non è affatto assurdo, così come non è assurdo indagare con spirito obbiettivo sulle dichiarazioni di tutti i disperati che sbarcano con l’obbiettivo di entrare in Italia e in Europa magari come “rifugiati”, cioè a dire come perseguitati per motivi politici o razziali nel paese di provenienza: è chiaro che gli immigrati irregolari hanno tuttol’interesse a drammatizzare la loro condizione originaria e le fatiche del loro viaggio. Sarebbe, se vero, un fatto normale, una tentazione umana comprensibile. Il problema non sta in loro, sta in chi ciecamente gli crede o fa finta di credergli: un comportamento che fa parte questo sì di un approccio tutto ideologico al problema
dell’immigrazione, riassumibile in quattro dogmi intoccabili che accomunano quasi tutta la Chiesa cattolica, i laici e postcomunisti del centrosinistra e l’estremismo no-global e Cobas: primo dogma,chiunque chiede di poter entrare nel nostro paese (e di qui inEuropa) ha il diritto di farlo.
Secondo, chi si oppone è un razzista né più nè meno che gli estensori delle leggi razziali del 1938.
Terzo, tutti gli immigrati sono rifugiati, e questo aggrava la colpa dichi vuole vietare il loro ingresso in Italia.
Quarto, opporsi all’immigrazione costituisce non soltanto una violazione dei “diritti umani”, ma anche un danno per l’ “economia”italiana.
Sono quattro assurdità. Da che esistono gli Stati e i passaporti, per entrare in un paese occorre un regolare visto, oppure un accordo fra Stati che lo renda non necessario. Se poi l’ingresso non certificato e non concesso si trasforma in residenza di fatto permanente, si è oggettivamente clandestini nel paese di imposta accoglienza. Non si capisce perché a questo punto uno Stato non possa e non debba normare come reato un simile comportamento, ormai diventato drammaticamente di massa. Tutto questo è razzismo? Il paragone fatto durante la campagna elettorale del maggio-giugno scorso in un editoriale di Liberazione e ripreso pochi giorni dopo dal segretario del PD Franceschini, che i respingimenti delle ondate di immigrati in Italia ricordano le leggi razziali del 1930, è veramente privo di logica: è l’ennesimo segnale della perdita di qualsiasi approccio razionale e obbiettivo alle grandi questioni sociali della nostra epoca da parte della sinistra postmarxista. Le leggi razziali del 1938 discriminavano ingiustamente cittadini italiani di origine ebraica, ultimi discendenti di una minoranza da secoli se non da millenni residente nel territorio della penisola. Nel caso degli immigrati si è di fronte a cittadini stranieri che pretendono di entrare in Italia e in Europa in assenza di qualsiasi regola e programmazione della forza lavoro economicamente assorbibile. Un paragone che è l’altra faccia delle famose dieci domande di Repubblica, il tragicomico gossip con cui si cerca coprire l’assenza di qualsiasi programma politico serio alternativo a quello realizzato mese dopo mese dal centrodestra.
Ma gli immigrati, tutti gli immigrati, sono rifugiati? Anche questa è una idiozia. Mi è capitato di attivarmi un paio di anni fa per il riconoscimento dello status di rifugiato per il figlio di un ministro di Saddam Hussein, in carcere a Bagdad, la cui famiglia era effettivamente perseguitata dai nuovi padroni dell’Iraq occupato dagli anglo-americani. Ma in quel caso lo status di rifugiato – poi ottenuto - era un atto dovuto, perché si era di fronte ad una persona direttamente immersa, sia pure in quanto figlio di un ministro, nel conflitto in atto nel paese. Invece, nel caso della stragrande maggioranza degli immigrati non è così: è possibile che manchi una codificazione di uno status intermedio fra il vero e proprio rifugiato politico e l’immigrato per motivi sociali ed economici, ma è un fatto che in base alla stessa Convenzione di Ginevra del 1951 non è possibile concedere lo status di rifugiato a chiunque entri in Italia, se privo di alcuna dimostrata esperienza politica, militante, di impegno civile. Non bastano le guerre o le dittature nei paesi di provenienza per trasformare automaticamente ogni emigrato in rifugiato. Chi insiste su questo argomento lo fa o per speculazione politica o per “buonismo” qualunquista, un sentimento di solidarietà privo di alcuna base logica e spesso dannoso per la costruzione di una vera e concreta solidarietà sociale.
Gli immigrati come risorsa: ma per quale “economia”?
Ed eccoci dunque alla decantata “risorsa” che gli immigrati rappresenterebbero per l’economia italiana, un tema rilanciato recentemente anche da uno studio della Banca d’Italia. E’ il più grande equivoco della questione immigrazione in Italia, fatto proprio da una sociologia e una politologia dell’immigrazione“facile” che non regge ad una critica razionale. In un articolo recente Famiglia Cristiana, citando appunto la ricerca dell’Istituto di via Nazionale, titola: “Senza il loro lavoro saremmo tutti più poveri”.
Un titolo ad effetto (“loro” sono gli immigrati) che non regge all’analisi dei fatti, a meno che non la si articoli compiutamente: un conto sono le colf e le badanti che possono risolvere i problemi di gestione quotidiana di tante famiglie a reddito medio-basso; un conto sono i lavoratori nell’industria nell’agricoltura e nel commercio.
In questi settori non è affatto vero che gli italiani non vogliono fare più certi lavori: non li vogliono fare – compresa la raccolta dei pomodori in Puglia, che a qualche studente italiano bisognoso di soldi per le vacanze potrebbe far comodo – per paghe basse o bassissime, come quelle che si sono diffuse proprio grazie alla concorrenza della massa di immigrati: un classico “esercito industriale di riserva”, per dirla alla Marx, che in questo ultimo quarto di secolo ha svolto la funzione storica di colpire – certo non da solo, ma in concomitanza con altri fenomeni e politiche“autoctone” - le conquiste salariali e occupazionali guadagnate dai lavoratori nazionali in decenni di lotte sindacali.
Questa verità indubitabile non è frutto di ideologismi: è raccontata dai fatti ed è stata ammessa anche (qualche volta) persino dalla CGIL. “Cipputi dice no all’operaio squillo” titolava un articolo de La stampa del 4 luglio 2000, che riportava il giudizio di un sindacalista di sinistra contro la sleale e crumira concorrenza degli immigrati. “E’ necessario superare lo stereotipo espresso dallo slogan che recita ‘gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare’ … - scriveva nel 1999 un sindacalista della CGIL bolognese - ci sono infatti moltissimi esempi che testimoniano quanto questo slogan sia sbagliato”.
Parole sacrosante. Ma la questione immigrazione non viene quasi mai affrontata a sinistra per quella che è, allora come oggi: quella citazione la lessi durante un convegno all’Università di Teramo promosso nel 2000 nell’ambito di un progetto sulle“discriminazioni etniche” finanziato dall’Unione Europea. Fra gli oratori c’era l’on. Evangelisti dei DS, e sperai ingenuamente nell’apertura di un dibattito: ma non successe nulla. Intervenendo poco dopo il deputato ripeté semplicemente la solita solfa dell’immigrazione come “risorsa” dell’ “economia”. Punto e basta.
Né a Bruxelles, nei lavori di coordinamento fra i project-leaders di altre consimili ricerche si respirava aria migliore. Anzi, lì il solo opporsi ad una visione fatalistica dei fenomeni migratori – come da sociologia e politologia imperanti – il solo parlare di controlli da una parte e di politica di pace dall’altra (le guerre degli anni Novanta hanno provocato ondate migratorie terribili) rischiava di farti giudicare in odore di “razzismo” e/o di pacifismo “estremista”.
Certo la pace non basta, occorre anche il rilancio della cooperazione internazionale e un commercio equo. Certo il razzismo esiste, in Europa e in Italia: ma costituisce l’humus sì e no del 5-10 per cento degli episodi denunciati come tali dalla stampa e dai mass media. O gli operai che oggi votano Lega e Pdl sono diventati tutti razzisti? E per caso, non è proprio l’immigrazione senza regole a diffondere il rischio razzismo in tutto il paese?
Tabù, miti privi di logica e furbizie mediatiche impediscono ieri come oggi di affrontare correttamente da una parte la questione delle minoranze e dall’altra il rapporto oggettivamente non armonico – che riguarda per altro anche i servizi e il bene casa – fra lavoratori stranieri e nazionali.
Il mito delle minoranze sempre e comunque “brava gente” è noto: per certi militanti e politologi “buonisti” tutto il male viene dall’esterno, dall’ “oppressore” autoctono, italiano nel nostro caso.
Non c’è nessuno o quasi a sinistra che denunci il razzismo diffuso dei cinesi e il bestiale sfruttamento cui coloro che detengono il controllo di queste comunità sottopongono i loro connazionali, minori compresi. Assolutamente nessuno a sinistra che avanzi almeno il dubbio che i Rom sono anch’essi razzisti, fino a costruirsi un’etica tribale che rende per loro assolutamente “morale” rubare il portafogli col cartone al pensionato, o prendersi i soldi delleAmministrazioni pubbliche non mandando, come loro dovere, i figlia scuola. Come si suol dire, con una fava due piccioni: si intascano sia i soldi dei minori costretti all’accattonaggio quotidiano, sia le 50-70 euro al giorno per una scuola che essi sono costretti a non frequentare dai loro stessi genitori. Ma di tutto questo a sinistra si tace: c’è l’Opera Nomadi a convincere i rivoluzionari e i multiculturalisti che “Rom è bello” sempre e ovunque.
Ma torniamo al tema principale, il rapporto fra lavoratori stranieri e nazionali: anche qui le perle non mancano. Come l’inconsistente analisi di Bernocchi a La 7 durante uno dei dibattiti sulle elezioni europee. Per il leader dei Cobas ci sarebbe stata e ci sarebbe in Italia un’alleanza degli industriali con i “penultimi” (cioè la classe operaia nazionale) ai danni degli “ultimi”, gli immigrati. E’ una assurdità: l’alleanza semmai è stata ed è fra industriali e forza lavoro immigrata ai danni dei lavoratori italiani, come da articolo prima citato, e come da semplice logica: con quali paghe, con quale disponibilità al lavoro iperprecario vengono assunti gli immigrati in tante aziende italiane? A quanto ammonterebbe un salario secondo tariffe contrattuali nell’edilizia, contro i 25 euro giornalieri (e per 12 ore di lavoro al giorno) garantiti agli immigrati, in condizioni peraltro di forte insicurezza, a rischio della vita, nei cantieri?
Lo slogan “gli immigrati sono una risorsa per l’economia italiana”, condiviso da fior di ricerche economiche e sociologiche, parte da un assunto astratto e monolitico dell’economia. E’ chiaro che ci sono diversi interessi economici, secondo settori economici e secondo classi sociali. All’industriale senza scrupoli va bene l’immigrato, possibilmente clandestino, perché più sfruttabile; per l’operaio o il disoccupato italiano lo stesso immigrato costituisce una minaccia per il proprio posto di lavoro o almeno per la propria paga. Al cittadino di qualche quartiere bene – zona ricca, disponibilità di case per immigrati zero – l’immigrazione geograficamente lontana potrebbe apparire, con buona dose di scemenza o di ipocrisia, nientemeno che un arricchimento multiculturale grazie all’ astratto incontro col mitico “diverso”; ma al cittadino delle grandi periferie, la stessa immigrazione appare, in tutta la sua concretezza quotidiana, come uno dei tasselli del degrado urbano in cui è costretto a vivere: e il “diverso”, privo di un reddito sufficiente, di un lavoro garantito e di una vita affettiva e sessuale normale, può diventare molto meno poeticamente colui che ti rapina o ti stupra.
E’ così difficile capirlo? Evidentemente per il centrosinistra sì: il centrosinistra preferisce demonizzare le leggi sull’immigrazione del centrodestra e i centri di permanenza degli immigrati, anziché svolgere una critica interna alla concreta applicazione della (necessaria) politica di contenimento e controllo dell’immigrazione straniera in Italia. Non interviene per criticare il singolo operatore di polizia o funzionario di stato per eventuali comportamenti“caricati” di arroganza razzista; vuole semplicemente abolire la Bossi Fini, la legge sulla sicurezza, i centri di permanenza, ogni forma di controllo. Non difende semplicemente il sacrosanto diritto dei musulmani in Italia ai loro luoghi di culto , ma semplicemente vuole che entrino nel nostro paese tutti i musulmani del mondo, altrimenti si è razzisti. Il tutto dentro una politica più o meno culturale che ha ben digerito il giornalismo islamofobo di Oriana Fallaci e di Magdi Allam; e una politica estera che prende in tanti modi le opportune distanze dall’Islam mediorientale, l’Islam autoctono con i suoi Stati sovrani e suoi movimenti di liberazione nazionale.
Così la sinistra ha perso le elezioni europee e la possibilità di governare in Italia; così ha mutato la base del proprio elettorato, come dimostra la geografia del voto nelle consultazioni degli ultimi dieci vent’anni. Classe operaia addio: adesso l’ex Partito di Togliatti e Berlinguer pensa agli immigrati come bacino di (improbabili?)voti per far fronte alla sua crisi senza scampo, dovuta alla sua subalternità totale al carro di Repubblica e di De Benedetti e all’assenza di ogni reale programma riformatore.
L’immigrazione non è certo il solo terreno in cui si scopre e verifica “la sinistra che non c’è” – ce ne sono ben altri, a cominciare dalla politica economica per proseguire con la riforma della Giustizia, dell’Università, o la politica estera - ma sicuramente il principale, soprattutto per una forza che un tempo faceva del legame con le masse popolari la base dei propri successi in Parlamento e nel paese. (www.claudiomoffa.it)
Non le è bastato tutto questo alla sinistra ufficiale, perché alla prima occasione pur di dare addosso a Berlusconi e di assecondare il patron De Benedetti e i suoi giornali, ricomincia il coro. Anche i suoi leaders più responsabili: Bersani alla festa genovese del PD accusa il centrodestra di ideologismi a proposito delle ultime vicende di Lampedusa: il candidato principale alla successione a Franceschini pensa alle pagliuzze altrui ma non vede le travi che hanno impalato la leadership ex piccista alla croce dell’autodistruzione. Idem Fini che – da destra - parla di emotività con riferimento alla questione sicurezza, ma non guarda con la stessa lente alla questione immigrazione, dove chi vuole un controllo del fenomeno è immediatamente tacciato di razzismo e di violazione dei “diritti umani”.
Che è successo a Lampedusa nei giorni scorsi, tanto per cominciare? Sembrò a ingenui e furbi che il gommone dei 5 eritrei fosse carico di un’ottantina di persone, morte in mare prima che i sopravvissuti sbarcassero a Lampedusa. Un dramma, frutto del“razzismo” della nuova legge che ha reso reato l’immigrazione clandestina. Ma il 26 agosto il TG ha diffuso una foto pubblicata dal governo maltese sul sito del Corriere della Sera, nella quale si vede dall’alto il gommone ben pulito e di dimensioni tali che mai avrebbe potuto contenere 80 persone. Domanda, che ci si sarebbe dovuti porre subito: per caso i 5 eritrei hanno mentito sulle presunte decine di vittime durante la traversata? E’ stato trovato qualche segno (borse, sacchetti etc.) sul gommone della presenza degli 80 presunti compagni di viaggio dei fortunati eritrei? Il dubbio non è affatto assurdo, così come non è assurdo indagare con spirito obbiettivo sulle dichiarazioni di tutti i disperati che sbarcano con l’obbiettivo di entrare in Italia e in Europa magari come “rifugiati”, cioè a dire come perseguitati per motivi politici o razziali nel paese di provenienza: è chiaro che gli immigrati irregolari hanno tuttol’interesse a drammatizzare la loro condizione originaria e le fatiche del loro viaggio. Sarebbe, se vero, un fatto normale, una tentazione umana comprensibile. Il problema non sta in loro, sta in chi ciecamente gli crede o fa finta di credergli: un comportamento che fa parte questo sì di un approccio tutto ideologico al problema
dell’immigrazione, riassumibile in quattro dogmi intoccabili che accomunano quasi tutta la Chiesa cattolica, i laici e postcomunisti del centrosinistra e l’estremismo no-global e Cobas: primo dogma,chiunque chiede di poter entrare nel nostro paese (e di qui inEuropa) ha il diritto di farlo.
Secondo, chi si oppone è un razzista né più nè meno che gli estensori delle leggi razziali del 1938.
Terzo, tutti gli immigrati sono rifugiati, e questo aggrava la colpa dichi vuole vietare il loro ingresso in Italia.
Quarto, opporsi all’immigrazione costituisce non soltanto una violazione dei “diritti umani”, ma anche un danno per l’ “economia”italiana.
Sono quattro assurdità. Da che esistono gli Stati e i passaporti, per entrare in un paese occorre un regolare visto, oppure un accordo fra Stati che lo renda non necessario. Se poi l’ingresso non certificato e non concesso si trasforma in residenza di fatto permanente, si è oggettivamente clandestini nel paese di imposta accoglienza. Non si capisce perché a questo punto uno Stato non possa e non debba normare come reato un simile comportamento, ormai diventato drammaticamente di massa. Tutto questo è razzismo? Il paragone fatto durante la campagna elettorale del maggio-giugno scorso in un editoriale di Liberazione e ripreso pochi giorni dopo dal segretario del PD Franceschini, che i respingimenti delle ondate di immigrati in Italia ricordano le leggi razziali del 1930, è veramente privo di logica: è l’ennesimo segnale della perdita di qualsiasi approccio razionale e obbiettivo alle grandi questioni sociali della nostra epoca da parte della sinistra postmarxista. Le leggi razziali del 1938 discriminavano ingiustamente cittadini italiani di origine ebraica, ultimi discendenti di una minoranza da secoli se non da millenni residente nel territorio della penisola. Nel caso degli immigrati si è di fronte a cittadini stranieri che pretendono di entrare in Italia e in Europa in assenza di qualsiasi regola e programmazione della forza lavoro economicamente assorbibile. Un paragone che è l’altra faccia delle famose dieci domande di Repubblica, il tragicomico gossip con cui si cerca coprire l’assenza di qualsiasi programma politico serio alternativo a quello realizzato mese dopo mese dal centrodestra.
Ma gli immigrati, tutti gli immigrati, sono rifugiati? Anche questa è una idiozia. Mi è capitato di attivarmi un paio di anni fa per il riconoscimento dello status di rifugiato per il figlio di un ministro di Saddam Hussein, in carcere a Bagdad, la cui famiglia era effettivamente perseguitata dai nuovi padroni dell’Iraq occupato dagli anglo-americani. Ma in quel caso lo status di rifugiato – poi ottenuto - era un atto dovuto, perché si era di fronte ad una persona direttamente immersa, sia pure in quanto figlio di un ministro, nel conflitto in atto nel paese. Invece, nel caso della stragrande maggioranza degli immigrati non è così: è possibile che manchi una codificazione di uno status intermedio fra il vero e proprio rifugiato politico e l’immigrato per motivi sociali ed economici, ma è un fatto che in base alla stessa Convenzione di Ginevra del 1951 non è possibile concedere lo status di rifugiato a chiunque entri in Italia, se privo di alcuna dimostrata esperienza politica, militante, di impegno civile. Non bastano le guerre o le dittature nei paesi di provenienza per trasformare automaticamente ogni emigrato in rifugiato. Chi insiste su questo argomento lo fa o per speculazione politica o per “buonismo” qualunquista, un sentimento di solidarietà privo di alcuna base logica e spesso dannoso per la costruzione di una vera e concreta solidarietà sociale.
Gli immigrati come risorsa: ma per quale “economia”?
Ed eccoci dunque alla decantata “risorsa” che gli immigrati rappresenterebbero per l’economia italiana, un tema rilanciato recentemente anche da uno studio della Banca d’Italia. E’ il più grande equivoco della questione immigrazione in Italia, fatto proprio da una sociologia e una politologia dell’immigrazione“facile” che non regge ad una critica razionale. In un articolo recente Famiglia Cristiana, citando appunto la ricerca dell’Istituto di via Nazionale, titola: “Senza il loro lavoro saremmo tutti più poveri”.
Un titolo ad effetto (“loro” sono gli immigrati) che non regge all’analisi dei fatti, a meno che non la si articoli compiutamente: un conto sono le colf e le badanti che possono risolvere i problemi di gestione quotidiana di tante famiglie a reddito medio-basso; un conto sono i lavoratori nell’industria nell’agricoltura e nel commercio.
In questi settori non è affatto vero che gli italiani non vogliono fare più certi lavori: non li vogliono fare – compresa la raccolta dei pomodori in Puglia, che a qualche studente italiano bisognoso di soldi per le vacanze potrebbe far comodo – per paghe basse o bassissime, come quelle che si sono diffuse proprio grazie alla concorrenza della massa di immigrati: un classico “esercito industriale di riserva”, per dirla alla Marx, che in questo ultimo quarto di secolo ha svolto la funzione storica di colpire – certo non da solo, ma in concomitanza con altri fenomeni e politiche“autoctone” - le conquiste salariali e occupazionali guadagnate dai lavoratori nazionali in decenni di lotte sindacali.
Questa verità indubitabile non è frutto di ideologismi: è raccontata dai fatti ed è stata ammessa anche (qualche volta) persino dalla CGIL. “Cipputi dice no all’operaio squillo” titolava un articolo de La stampa del 4 luglio 2000, che riportava il giudizio di un sindacalista di sinistra contro la sleale e crumira concorrenza degli immigrati. “E’ necessario superare lo stereotipo espresso dallo slogan che recita ‘gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare’ … - scriveva nel 1999 un sindacalista della CGIL bolognese - ci sono infatti moltissimi esempi che testimoniano quanto questo slogan sia sbagliato”.
Parole sacrosante. Ma la questione immigrazione non viene quasi mai affrontata a sinistra per quella che è, allora come oggi: quella citazione la lessi durante un convegno all’Università di Teramo promosso nel 2000 nell’ambito di un progetto sulle“discriminazioni etniche” finanziato dall’Unione Europea. Fra gli oratori c’era l’on. Evangelisti dei DS, e sperai ingenuamente nell’apertura di un dibattito: ma non successe nulla. Intervenendo poco dopo il deputato ripeté semplicemente la solita solfa dell’immigrazione come “risorsa” dell’ “economia”. Punto e basta.
Né a Bruxelles, nei lavori di coordinamento fra i project-leaders di altre consimili ricerche si respirava aria migliore. Anzi, lì il solo opporsi ad una visione fatalistica dei fenomeni migratori – come da sociologia e politologia imperanti – il solo parlare di controlli da una parte e di politica di pace dall’altra (le guerre degli anni Novanta hanno provocato ondate migratorie terribili) rischiava di farti giudicare in odore di “razzismo” e/o di pacifismo “estremista”.
Certo la pace non basta, occorre anche il rilancio della cooperazione internazionale e un commercio equo. Certo il razzismo esiste, in Europa e in Italia: ma costituisce l’humus sì e no del 5-10 per cento degli episodi denunciati come tali dalla stampa e dai mass media. O gli operai che oggi votano Lega e Pdl sono diventati tutti razzisti? E per caso, non è proprio l’immigrazione senza regole a diffondere il rischio razzismo in tutto il paese?
Tabù, miti privi di logica e furbizie mediatiche impediscono ieri come oggi di affrontare correttamente da una parte la questione delle minoranze e dall’altra il rapporto oggettivamente non armonico – che riguarda per altro anche i servizi e il bene casa – fra lavoratori stranieri e nazionali.
Il mito delle minoranze sempre e comunque “brava gente” è noto: per certi militanti e politologi “buonisti” tutto il male viene dall’esterno, dall’ “oppressore” autoctono, italiano nel nostro caso.
Non c’è nessuno o quasi a sinistra che denunci il razzismo diffuso dei cinesi e il bestiale sfruttamento cui coloro che detengono il controllo di queste comunità sottopongono i loro connazionali, minori compresi. Assolutamente nessuno a sinistra che avanzi almeno il dubbio che i Rom sono anch’essi razzisti, fino a costruirsi un’etica tribale che rende per loro assolutamente “morale” rubare il portafogli col cartone al pensionato, o prendersi i soldi delleAmministrazioni pubbliche non mandando, come loro dovere, i figlia scuola. Come si suol dire, con una fava due piccioni: si intascano sia i soldi dei minori costretti all’accattonaggio quotidiano, sia le 50-70 euro al giorno per una scuola che essi sono costretti a non frequentare dai loro stessi genitori. Ma di tutto questo a sinistra si tace: c’è l’Opera Nomadi a convincere i rivoluzionari e i multiculturalisti che “Rom è bello” sempre e ovunque.
Ma torniamo al tema principale, il rapporto fra lavoratori stranieri e nazionali: anche qui le perle non mancano. Come l’inconsistente analisi di Bernocchi a La 7 durante uno dei dibattiti sulle elezioni europee. Per il leader dei Cobas ci sarebbe stata e ci sarebbe in Italia un’alleanza degli industriali con i “penultimi” (cioè la classe operaia nazionale) ai danni degli “ultimi”, gli immigrati. E’ una assurdità: l’alleanza semmai è stata ed è fra industriali e forza lavoro immigrata ai danni dei lavoratori italiani, come da articolo prima citato, e come da semplice logica: con quali paghe, con quale disponibilità al lavoro iperprecario vengono assunti gli immigrati in tante aziende italiane? A quanto ammonterebbe un salario secondo tariffe contrattuali nell’edilizia, contro i 25 euro giornalieri (e per 12 ore di lavoro al giorno) garantiti agli immigrati, in condizioni peraltro di forte insicurezza, a rischio della vita, nei cantieri?
Lo slogan “gli immigrati sono una risorsa per l’economia italiana”, condiviso da fior di ricerche economiche e sociologiche, parte da un assunto astratto e monolitico dell’economia. E’ chiaro che ci sono diversi interessi economici, secondo settori economici e secondo classi sociali. All’industriale senza scrupoli va bene l’immigrato, possibilmente clandestino, perché più sfruttabile; per l’operaio o il disoccupato italiano lo stesso immigrato costituisce una minaccia per il proprio posto di lavoro o almeno per la propria paga. Al cittadino di qualche quartiere bene – zona ricca, disponibilità di case per immigrati zero – l’immigrazione geograficamente lontana potrebbe apparire, con buona dose di scemenza o di ipocrisia, nientemeno che un arricchimento multiculturale grazie all’ astratto incontro col mitico “diverso”; ma al cittadino delle grandi periferie, la stessa immigrazione appare, in tutta la sua concretezza quotidiana, come uno dei tasselli del degrado urbano in cui è costretto a vivere: e il “diverso”, privo di un reddito sufficiente, di un lavoro garantito e di una vita affettiva e sessuale normale, può diventare molto meno poeticamente colui che ti rapina o ti stupra.
E’ così difficile capirlo? Evidentemente per il centrosinistra sì: il centrosinistra preferisce demonizzare le leggi sull’immigrazione del centrodestra e i centri di permanenza degli immigrati, anziché svolgere una critica interna alla concreta applicazione della (necessaria) politica di contenimento e controllo dell’immigrazione straniera in Italia. Non interviene per criticare il singolo operatore di polizia o funzionario di stato per eventuali comportamenti“caricati” di arroganza razzista; vuole semplicemente abolire la Bossi Fini, la legge sulla sicurezza, i centri di permanenza, ogni forma di controllo. Non difende semplicemente il sacrosanto diritto dei musulmani in Italia ai loro luoghi di culto , ma semplicemente vuole che entrino nel nostro paese tutti i musulmani del mondo, altrimenti si è razzisti. Il tutto dentro una politica più o meno culturale che ha ben digerito il giornalismo islamofobo di Oriana Fallaci e di Magdi Allam; e una politica estera che prende in tanti modi le opportune distanze dall’Islam mediorientale, l’Islam autoctono con i suoi Stati sovrani e suoi movimenti di liberazione nazionale.
Così la sinistra ha perso le elezioni europee e la possibilità di governare in Italia; così ha mutato la base del proprio elettorato, come dimostra la geografia del voto nelle consultazioni degli ultimi dieci vent’anni. Classe operaia addio: adesso l’ex Partito di Togliatti e Berlinguer pensa agli immigrati come bacino di (improbabili?)voti per far fronte alla sua crisi senza scampo, dovuta alla sua subalternità totale al carro di Repubblica e di De Benedetti e all’assenza di ogni reale programma riformatore.
L’immigrazione non è certo il solo terreno in cui si scopre e verifica “la sinistra che non c’è” – ce ne sono ben altri, a cominciare dalla politica economica per proseguire con la riforma della Giustizia, dell’Università, o la politica estera - ma sicuramente il principale, soprattutto per una forza che un tempo faceva del legame con le masse popolari la base dei propri successi in Parlamento e nel paese. (www.claudiomoffa.it)
mercoledì 26 agosto 2009
Quando De Benedetti tramava in politica: come ha fatto fortuna. Geronimo
La verità, come si sa, è sempre rivoluzionaria. Pochi la cercano e molti la temono. Altri, invece, pensano di poterla «governare» a proprio uso e consumo e tra questi, da sempre, ci sono gli amici di Repubblica. Ogni tanto partono in quarta come se fossero scesi qualche minuto prima dal monte Sinai sul quale avrebbero ricevuto, di volta in volta, le tavole della verità da comunicare al mondo. E come sempre è capitato nella storia dell’Uomo, chi inveisce moralisteggiando contro tutti dimentica di avere alle sue spalle ombre lunghe e inquietanti. Ma veniamo al fatto. Chi, come il Giornale ed altri, ha cominciato a indagare sui conti di casa Agnelli e sulle probabili evasioni fiscali lo ha fatto solo perché ha raccolto le notizie da uno dei massimi esponenti di quella famiglia, la figlia dell’Avvocato signora Margherita. Apriti cielo. Il simpatico Giuseppe D’Avanzo che sa sempre tutto su tutti tranne che sul suo editore Carlo De Benedetti, ha intimato di fatto al nuovo direttore del Giornale (ma perché solo a lui?) di dire anche tutte le malefatte, vere o presunte, di Silvio Berlusconi se voleva continuare le indagini sulle evasioni fiscali, anch’esse vere o presunte, di casa Agnelli. D’Avanzo sa che noi lo stimiamo e che per tale stima seguiamo passo dopo passo le sue orme.
Se dobbiamo fare la storia di Mediaset o quella personale di Berlusconi, come chiede D’Avanzo è giusto che anche lui faccia la storia personale e politica di Carlo De Benedetti, l’editore autorevole e illuminato del gruppo Repubblica-Espresso. Se dobbiamo sposare la Verità, e noi più di altri ne siamo affascinati, volgiamo dunque lo sguardo a 360 gradi cominciando proprio da chi predica legalità e santità e cioè dall’editore di Repubblica. In questa ricerca vogliamo dare una mano al caro D’Avanzo che forse non ricorda alcune vicende della storia italiana, quelle vicende che pure tanta devastazione produssero sul sistema politico-economico italiano. Per brevità non vogliamo ricordare la vicenda del gruppo alimentare Sme che De Benedetti stava acquistando per poche lire e che Giuliano Amato, per nome e per conto di Bettino Craxi, impedì con un intervento durissimo nella commissione Bilancio della Camera dei deputati.
Vedremo tra poco come Giuliano Amato, anni dopo, si fece perdonare dall’amico Carlo. Partiamo, invece, dal progetto «politico» che Carlo De Benedetti, con l’accordo anche di Gianni Agnelli, mise a punto nei primi mesi del 1991 per cambiare gli assetti politici che l’Italia si era democraticamente dati e per portare al governo del Paese il vecchio Pci che a Rimini stava «espellendo» la sua area più dura, quella che poi assunse il nome di Rifondazione Comunista. Nel marzo del ’91 De Benedetti chiese all’allora ministro del Bilancio Cirino Pomicino se voleva «essere il suo ministro» dopo avergli spiegato le ragioni del progetto e i suoi protagonisti. Quell’offerta, tra l’altro, per come fu fatta, dimostrò la concezione «proprietaria» che De Benedetti aveva della politica e che si impose in Italia sin da quegli anni anche se, per l’eterogenesi dei fini, con altri protagonisti.
Ma la vocazione proprietaria della politica di Carlo De Benedetti era sempre finalizzata a questioni economiche. E, infatti, il 28 marzo 1994 il carissimo Carlo Azeglio Ciampi quando stava per lasciare Palazzo Chigi perché gli amici sponsorizzati da De Benedetti (Occhetto e compagni) erano stati sconfitti alle elezioni un giorno prima da Berlusconi, decise il vincitore della gara d’appalto per il secondo gestore dei telefonini in Italia. Il vincitore fu naturalmente Carlo De Benedetti. Gli sconfitti, la cordata Fiat-Fininvest. Siccome «ciascun dal proprio cuor l’altrui misura» Carlo De Benedetti immaginò che il proprietario della Fininvest sconfitta, una volta arrivato a palazzo Chigi, avrebbe di fatto revocato alla Olivetti la licenza di secondo gestore della telefonia mobile. Così naturalmente non fu e il moribondo governo Ciampi, figlio dell’intrigo di palazzo, si comportò come i generali nazisti che con gli americani alle porte fuggivano bruciando le ultime carte e fece nascere la Omnitel di Carlo De Benedetti che realizzò uno dei migliori affari della sua vita. Ma all’ingegnere d’Ivrea non bastava. Il compianto Lorenzo Necci presidente delle Ferrovie di Stato,
Ma Giuliano Amato, nominato alcuni mesi dopo da Silvio Berlusconi presidente dell’Antitrust, si mise di traverso suggerendo addirittura a Lorenzo Necci quale dovesse essere il destinatario della rete telefonica ferroviaria e cioè la Omnitel di Carlo De Benedetti probabilmente per farsi perdonare il suo acerrimo contrasto all’acquisto della Sme di alcuni anni prima. E così fu. Il prezzo concordato fu di 750 miliardi di lire (350 in meno del prezzo pattuito tra Stet-Telecom e Fs) e il pagamento fu rateizzato in 14 anni con rate annuali di 76 miliardi sempre di vecchie lire. Roba un po’ da ridere.
Qualche tempo dopo Omnitel-Infostrada governata a quel tempo dal duo Colaninno-De Benedetti fu venduta ai tedeschi della Mannesman per 14mila miliardi senza, naturalmente, alcuna rateizzazione. Potremmo continuare a «spigolare» qui e là a cominciare dalla scandalosa vicenda Seat-Pagine Gialle che in poco più di 30 mesi passò dalla Telecom pubblica alla società Otto e poi di nuovo alla Telecom privata con una plusvalenza di oltre 14mila miliardi. Nella cordata iniziale che si candidò a comprare la Seat dalla Telecom c’erano insieme a Comit, De Agostini, Bain Cuneo, B.C. partner, Cvc partner, Investitori associati, anche il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che comunque ne uscì prima che l’acquisto fosse concluso.
Resta il fatto che ben il 42% della società che acquistò la Seat e che quindi realizzò la scandalosa plusvalenza era nelle mani di azionisti sconosciuti e collocati nei paradisi fiscali. Carlo De Benedetti e il principe Caracciolo non c’erano più nella cordata ma un tarlo malizioso c’è sempre nella nostra testa. E, come dice il vecchio Andreotti, a pensar male si fa peccato ma si indovina. Ci fermiamo qui lasciando al nostro amico D’Avanzo di continuare la carrellata. Se ha difficoltà potrà sempre chiamarci, ricordandogli, in ultimo, che senza l’iniziale progetto politico di De Benedetti, Berlusconi non sarebbe mai sceso in politica. aveva concluso nel dicembre del 1993 con la Telecom pubblica di Ernesto Pascale la vendita della rete telefonica ferroviaria per 1.100 miliardi di vecchie lire. (il Giornale)
Se dobbiamo fare la storia di Mediaset o quella personale di Berlusconi, come chiede D’Avanzo è giusto che anche lui faccia la storia personale e politica di Carlo De Benedetti, l’editore autorevole e illuminato del gruppo Repubblica-Espresso. Se dobbiamo sposare la Verità, e noi più di altri ne siamo affascinati, volgiamo dunque lo sguardo a 360 gradi cominciando proprio da chi predica legalità e santità e cioè dall’editore di Repubblica. In questa ricerca vogliamo dare una mano al caro D’Avanzo che forse non ricorda alcune vicende della storia italiana, quelle vicende che pure tanta devastazione produssero sul sistema politico-economico italiano. Per brevità non vogliamo ricordare la vicenda del gruppo alimentare Sme che De Benedetti stava acquistando per poche lire e che Giuliano Amato, per nome e per conto di Bettino Craxi, impedì con un intervento durissimo nella commissione Bilancio della Camera dei deputati.
Vedremo tra poco come Giuliano Amato, anni dopo, si fece perdonare dall’amico Carlo. Partiamo, invece, dal progetto «politico» che Carlo De Benedetti, con l’accordo anche di Gianni Agnelli, mise a punto nei primi mesi del 1991 per cambiare gli assetti politici che l’Italia si era democraticamente dati e per portare al governo del Paese il vecchio Pci che a Rimini stava «espellendo» la sua area più dura, quella che poi assunse il nome di Rifondazione Comunista. Nel marzo del ’91 De Benedetti chiese all’allora ministro del Bilancio Cirino Pomicino se voleva «essere il suo ministro» dopo avergli spiegato le ragioni del progetto e i suoi protagonisti. Quell’offerta, tra l’altro, per come fu fatta, dimostrò la concezione «proprietaria» che De Benedetti aveva della politica e che si impose in Italia sin da quegli anni anche se, per l’eterogenesi dei fini, con altri protagonisti.
Ma la vocazione proprietaria della politica di Carlo De Benedetti era sempre finalizzata a questioni economiche. E, infatti, il 28 marzo 1994 il carissimo Carlo Azeglio Ciampi quando stava per lasciare Palazzo Chigi perché gli amici sponsorizzati da De Benedetti (Occhetto e compagni) erano stati sconfitti alle elezioni un giorno prima da Berlusconi, decise il vincitore della gara d’appalto per il secondo gestore dei telefonini in Italia. Il vincitore fu naturalmente Carlo De Benedetti. Gli sconfitti, la cordata Fiat-Fininvest. Siccome «ciascun dal proprio cuor l’altrui misura» Carlo De Benedetti immaginò che il proprietario della Fininvest sconfitta, una volta arrivato a palazzo Chigi, avrebbe di fatto revocato alla Olivetti la licenza di secondo gestore della telefonia mobile. Così naturalmente non fu e il moribondo governo Ciampi, figlio dell’intrigo di palazzo, si comportò come i generali nazisti che con gli americani alle porte fuggivano bruciando le ultime carte e fece nascere la Omnitel di Carlo De Benedetti che realizzò uno dei migliori affari della sua vita. Ma all’ingegnere d’Ivrea non bastava. Il compianto Lorenzo Necci presidente delle Ferrovie di Stato,
Ma Giuliano Amato, nominato alcuni mesi dopo da Silvio Berlusconi presidente dell’Antitrust, si mise di traverso suggerendo addirittura a Lorenzo Necci quale dovesse essere il destinatario della rete telefonica ferroviaria e cioè la Omnitel di Carlo De Benedetti probabilmente per farsi perdonare il suo acerrimo contrasto all’acquisto della Sme di alcuni anni prima. E così fu. Il prezzo concordato fu di 750 miliardi di lire (350 in meno del prezzo pattuito tra Stet-Telecom e Fs) e il pagamento fu rateizzato in 14 anni con rate annuali di 76 miliardi sempre di vecchie lire. Roba un po’ da ridere.
Qualche tempo dopo Omnitel-Infostrada governata a quel tempo dal duo Colaninno-De Benedetti fu venduta ai tedeschi della Mannesman per 14mila miliardi senza, naturalmente, alcuna rateizzazione. Potremmo continuare a «spigolare» qui e là a cominciare dalla scandalosa vicenda Seat-Pagine Gialle che in poco più di 30 mesi passò dalla Telecom pubblica alla società Otto e poi di nuovo alla Telecom privata con una plusvalenza di oltre 14mila miliardi. Nella cordata iniziale che si candidò a comprare la Seat dalla Telecom c’erano insieme a Comit, De Agostini, Bain Cuneo, B.C. partner, Cvc partner, Investitori associati, anche il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che comunque ne uscì prima che l’acquisto fosse concluso.
Resta il fatto che ben il 42% della società che acquistò la Seat e che quindi realizzò la scandalosa plusvalenza era nelle mani di azionisti sconosciuti e collocati nei paradisi fiscali. Carlo De Benedetti e il principe Caracciolo non c’erano più nella cordata ma un tarlo malizioso c’è sempre nella nostra testa. E, come dice il vecchio Andreotti, a pensar male si fa peccato ma si indovina. Ci fermiamo qui lasciando al nostro amico D’Avanzo di continuare la carrellata. Se ha difficoltà potrà sempre chiamarci, ricordandogli, in ultimo, che senza l’iniziale progetto politico di De Benedetti, Berlusconi non sarebbe mai sceso in politica. aveva concluso nel dicembre del 1993 con la Telecom pubblica di Ernesto Pascale la vendita della rete telefonica ferroviaria per 1.100 miliardi di vecchie lire. (il Giornale)
lunedì 24 agosto 2009
Naufraghi. Davide Giacalone
L’ennesimo barcone, l’ennesima strage di poveri disperati, l’ennesimo caso di speculazione. Partiti in 78 (almeno così dicono), dalle coste libiche, arrivati in 5, a Lampedusa. Uno sfregio sul volto dell’estate, una ferita non sanabile, un dolore non misurabile. Dicono, i sopravvissuti: “non abbiamo avuto soccorso”.
E qui sbagliano, come chi riprende ed amplifica le loro parole, senza l’aiuto della ragione. Nessuno è morto per mancati soccorsi italiani, mentre in 73 avrebbero perso la vita per colpa dei criminali che organizzano il commercio di carne umana, di chi si arricchisce sulla pelle dei disgraziati, delle organizzazioni umanitarie che assistono al transito senza intervenire, dei soliti pensatori deboli che se non riescono ad attribuire la responsabilità di tutto alle democrazie occidentali, lisciando il pelo di fondamentalismi, dittature e violenze tribali, non riescono a spiegarsi nulla del mondo che li circonda.
Per tutta questa gente noi italiani abbiamo un dovere: individuare i barconi che si mettono in mare e correre, quando ancora sono sulla battigia, a prenderci i clandestini, prima che si facciano del male, anche prima che parta una richiesta d’aiuto. Questo sarebbe un buon comportamento, pregno d’umanità. Invece è una follia, che fa sponda alla criminalità. Lo sanno anche nei più sperduti villaggi africani che il nostro sistema di diritto fa pena, lo sanno ad est come a sud che una volta entrati in Italia la procedura d’espulsione ha tempi lunghissimi e riguarda solo pochi casi. E sanno tutti che abbiamo una legislazione ipocrita, che finge di non riconoscere il bisogno d’immigrati, talché nella categoria dei clandestini mettiamo tanto gli spacciatori quanto le badanti. Siccome lo sanno tutti, ma proprio tutti, ecco che la nostra giustizia scassata ed il nostro legislatore fellone si trasformano nel più grande affare per gli schiavisti: non serve nemmeno attrezzare barche decenti, si mette in mare la merce e la si indica agli italiani, che provvedono al ritiro. Pochi soldi investiti e pochi rischi. Successo sicuro, quindi nuovi clienti. Una pacchia. Se, poi, capita che ci scappi qualche decina di morti, allora la colpa sarà tutta di questi infami e disumani italiani. Sarà colpa della capitaneria che non accorre, o di quei privati che lanciano acqua e viveri, senza provvedere a prendere a bordo, portarsi a casa ed offrire un avvenire a questi umani che non la sorte, ma la criminalità ci ha spediti.
In questo specifico caso, inoltre, la polemica forsennata è partita ancora prima d’avere ascoltato la versione completa, non priva di contraddizioni, dei naufraghi. Già, perché loro dicono d’essere stati assistiti dai maltesi, che qualcuno ha riacceso il loro motore ed indicato la rotta per Lampedusa. Sarà vero? Lo vedremo, di certo non è colpa nostra. Così com’è certo che nessuno era stato avvistato, nonostante il pattugliamento sia costante. Molte cose non tornano, insomma, ma questo non ferma certuni. Ancora una volta avventurosi. E’ temerario, ad esempio, che il quotidiano Avvenire, quotidiano dei vescovi, tracci un parallelo con la Shoa, perché questa è una doppia bestemmia: nei confronti di quel che fu e di quel che accade. La mancata denuncia dell’Olocauso, inoltre, è questione che riguardò proprio il Vaticano. La spara grossa anche monsignor Schettino, della Conferenza Episcopale Italiana, parlando di esseri umani in fuga dalla guerra. Per quel che è vero, si tratterebbe di rifugiati, che l’Onu dovrebbe riconoscere con i propri uffici, presenti in tutti i Paesi che circondano la Libia. Perché monsignore non se la prende con la burocrazia del palazzo di vetro? Il fatto è che nella maggior parte dei casi non è vero, il che non toglie che si tratta di migranti in fuga dalla miseria. Anche in questo caso, però, il problema non può essere solo italiano, e monsignore avrebbe nuovamente sbagliato indirizzo.
A questi svarioni del mondo cattolico si allinea subito la sinistra politica, a cavallo fra il terzomondismo e la voglia di criticare senza troppa attenzione alle cose reali. Che dire? Visto che vi piace, andate a rivedere il film di Nanni Moretti, quello che riprende l’arrivo dei barconi stracolmi d’albanesi. Allora era D’Alema, a sedere a Palazzo Chigi.
Certi protagonisti dell’accoglienza, certi umanitari un tanto al chilo, certi buonisti feroci, sono come i pedofili: vogliono talmente tanto bene ai bambini, che è bene tenerglieli lontani.
E qui sbagliano, come chi riprende ed amplifica le loro parole, senza l’aiuto della ragione. Nessuno è morto per mancati soccorsi italiani, mentre in 73 avrebbero perso la vita per colpa dei criminali che organizzano il commercio di carne umana, di chi si arricchisce sulla pelle dei disgraziati, delle organizzazioni umanitarie che assistono al transito senza intervenire, dei soliti pensatori deboli che se non riescono ad attribuire la responsabilità di tutto alle democrazie occidentali, lisciando il pelo di fondamentalismi, dittature e violenze tribali, non riescono a spiegarsi nulla del mondo che li circonda.
Per tutta questa gente noi italiani abbiamo un dovere: individuare i barconi che si mettono in mare e correre, quando ancora sono sulla battigia, a prenderci i clandestini, prima che si facciano del male, anche prima che parta una richiesta d’aiuto. Questo sarebbe un buon comportamento, pregno d’umanità. Invece è una follia, che fa sponda alla criminalità. Lo sanno anche nei più sperduti villaggi africani che il nostro sistema di diritto fa pena, lo sanno ad est come a sud che una volta entrati in Italia la procedura d’espulsione ha tempi lunghissimi e riguarda solo pochi casi. E sanno tutti che abbiamo una legislazione ipocrita, che finge di non riconoscere il bisogno d’immigrati, talché nella categoria dei clandestini mettiamo tanto gli spacciatori quanto le badanti. Siccome lo sanno tutti, ma proprio tutti, ecco che la nostra giustizia scassata ed il nostro legislatore fellone si trasformano nel più grande affare per gli schiavisti: non serve nemmeno attrezzare barche decenti, si mette in mare la merce e la si indica agli italiani, che provvedono al ritiro. Pochi soldi investiti e pochi rischi. Successo sicuro, quindi nuovi clienti. Una pacchia. Se, poi, capita che ci scappi qualche decina di morti, allora la colpa sarà tutta di questi infami e disumani italiani. Sarà colpa della capitaneria che non accorre, o di quei privati che lanciano acqua e viveri, senza provvedere a prendere a bordo, portarsi a casa ed offrire un avvenire a questi umani che non la sorte, ma la criminalità ci ha spediti.
In questo specifico caso, inoltre, la polemica forsennata è partita ancora prima d’avere ascoltato la versione completa, non priva di contraddizioni, dei naufraghi. Già, perché loro dicono d’essere stati assistiti dai maltesi, che qualcuno ha riacceso il loro motore ed indicato la rotta per Lampedusa. Sarà vero? Lo vedremo, di certo non è colpa nostra. Così com’è certo che nessuno era stato avvistato, nonostante il pattugliamento sia costante. Molte cose non tornano, insomma, ma questo non ferma certuni. Ancora una volta avventurosi. E’ temerario, ad esempio, che il quotidiano Avvenire, quotidiano dei vescovi, tracci un parallelo con la Shoa, perché questa è una doppia bestemmia: nei confronti di quel che fu e di quel che accade. La mancata denuncia dell’Olocauso, inoltre, è questione che riguardò proprio il Vaticano. La spara grossa anche monsignor Schettino, della Conferenza Episcopale Italiana, parlando di esseri umani in fuga dalla guerra. Per quel che è vero, si tratterebbe di rifugiati, che l’Onu dovrebbe riconoscere con i propri uffici, presenti in tutti i Paesi che circondano la Libia. Perché monsignore non se la prende con la burocrazia del palazzo di vetro? Il fatto è che nella maggior parte dei casi non è vero, il che non toglie che si tratta di migranti in fuga dalla miseria. Anche in questo caso, però, il problema non può essere solo italiano, e monsignore avrebbe nuovamente sbagliato indirizzo.
A questi svarioni del mondo cattolico si allinea subito la sinistra politica, a cavallo fra il terzomondismo e la voglia di criticare senza troppa attenzione alle cose reali. Che dire? Visto che vi piace, andate a rivedere il film di Nanni Moretti, quello che riprende l’arrivo dei barconi stracolmi d’albanesi. Allora era D’Alema, a sedere a Palazzo Chigi.
Certi protagonisti dell’accoglienza, certi umanitari un tanto al chilo, certi buonisti feroci, sono come i pedofili: vogliono talmente tanto bene ai bambini, che è bene tenerglieli lontani.
martedì 4 agosto 2009
Dura lex, sed lex. Carlo Federico Grosso
La liberazione di Valerio Fioravanti suscita, inevitabilmente, sconcerto. Condannato più volte all’ergastolo perché giudicato esecutore materiale della strage alla stazione di Bologna e per avere commesso altri numerosi omicidi politici, nonostante la pesante gravità dei reati dei quali è stato riconosciuto colpevole è stato giudicato meritevole del beneficio della liberazione condizionale.
Eppure non ci si può stupire più di tanto. Il nostro codice penale prevede, infatti, che anche il condannato all’ergastolo può essere ammesso alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno ventisei anni di pena (che in realtà sono ancora meno, grazie all’abbuono di tre mesi per ogni anno di detenzione, stabilito per ogni condannato che abbia tenuto una buona condotta carceraria).
La liberazione condizionale non è, ovviamente, prevista senza condizioni: essa può essere concessa soltanto se il condannato ha tenuto un comportamento tale da fare ritenere sicuro il suo ravvedimento e soltanto se ha risarcito le vittime del reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili. Evidentemente Fioravanti è stato giudicato dal Tribunale di sorveglianza ravveduto e, poiché non mi risulta che abbia risarcito, deve avere dimostrato l’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili maturate.
Prendiamo atto. D'altronde la legislazione penale italiana prevede, all’art. 27 comma 3 della Costituzione, che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato; pertanto, se non fosse previsto che anche l’ergastolano ravveduto ha titolo per essere riammesso nel consorzio degli uomini liberi, la pena dell’ergastolo sarebbe, inevitabilmente, costituzionalmente illegittima.
Ciò detto, credo che sia comunque importante, nel caso di specie, procedere ad alcune precisazioni ulteriori. Innanzitutto occorre sottolineare che la concessione della liberazione condizionale non ha nessun riflesso sulle condanne a suo tempo inflitte. Esse sono state pronunciate, sono diventate esecutive, in quanto tali hanno scolpito la «verità giudiziale». Per la giustizia italiana, ad oggi, Valerio Fioravanti, nonostante si sia dichiarato innocente, è pertanto, sempre, l’esecutore materiale, insieme a Francesca Mambro e a Luigi Ciavardini, della strage del 2 agosto 1980. E’ stato liberato, ma soltanto perché il suo comportamento carcerario, e le valutazioni sulla sua attuale personalità, hanno convinto un Tribunale che egli fosse soggetto ormai ravveduto, non perché la sua condotta sia stata valutata diversamente da allora.
In secondo luogo, occorre prendere atto che, con il trascorrere degli anni, sono emerse perplessità sulla colpevolezza dei tre (allora giovanissimi) neofascisti condannati come esecutori materiali della strage, e che tali perplessità, alimentate inizialmente soltanto dalla estrema destra (per ragioni evidenti di immagine e di interesse politico), si sono con il tempo rafforzate, fino a coinvolgere ambienti della stessa sinistra. Ciò non può tuttavia scalfire, occorre dirlo con forza, il peso e l’importanza di un processo condotto in un contesto molto difficile, intossicato da ripetuti tentativi di depistaggio, che è riuscito, comunque, a fare emergere qualche brandello di verità: i forti elementi indiziari a carico di alcuni imputati dell’esecuzione della strage, che legittimano a pieno titolo (allo stato) la loro condanna penale, e la prova dell’attività criminale dei servizi nella costruzione delle false piste sulle quali si è cercato di dirottare l’indagine penale.
Il processo di Bologna non è riuscito, è vero, ad individuare, a fianco degli esecutori materiali, i mandanti e gli organizzatori della strage. Il processo era partito con un numero elevato di imputati, nel capo di imputazione aveva individuato mandanti, istigatori e responsabili morali. Nei loro confronti non è stato tuttavia in grado di raccogliere prove o indizi sufficienti per una loro condanna. Capisco, peraltro, che i familiari delle vittime, e la città, nel Paese delle stragi impunite, pur chiedendo che tutti i veli vengano sollevati e che siano finalmente individuati mandanti ed organizzatori, difendano comunque le condanne ottenute, e ne rivendichino la legittimità contro chi vorrebbe cancellarle e, soprattutto, cancellare l’aggettivo «fascista» dalla lapide che, nella stazione, ricorda gli 85 morti del 1980. (la Stampa)
Eppure non ci si può stupire più di tanto. Il nostro codice penale prevede, infatti, che anche il condannato all’ergastolo può essere ammesso alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno ventisei anni di pena (che in realtà sono ancora meno, grazie all’abbuono di tre mesi per ogni anno di detenzione, stabilito per ogni condannato che abbia tenuto una buona condotta carceraria).
La liberazione condizionale non è, ovviamente, prevista senza condizioni: essa può essere concessa soltanto se il condannato ha tenuto un comportamento tale da fare ritenere sicuro il suo ravvedimento e soltanto se ha risarcito le vittime del reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili. Evidentemente Fioravanti è stato giudicato dal Tribunale di sorveglianza ravveduto e, poiché non mi risulta che abbia risarcito, deve avere dimostrato l’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili maturate.
Prendiamo atto. D'altronde la legislazione penale italiana prevede, all’art. 27 comma 3 della Costituzione, che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato; pertanto, se non fosse previsto che anche l’ergastolano ravveduto ha titolo per essere riammesso nel consorzio degli uomini liberi, la pena dell’ergastolo sarebbe, inevitabilmente, costituzionalmente illegittima.
Ciò detto, credo che sia comunque importante, nel caso di specie, procedere ad alcune precisazioni ulteriori. Innanzitutto occorre sottolineare che la concessione della liberazione condizionale non ha nessun riflesso sulle condanne a suo tempo inflitte. Esse sono state pronunciate, sono diventate esecutive, in quanto tali hanno scolpito la «verità giudiziale». Per la giustizia italiana, ad oggi, Valerio Fioravanti, nonostante si sia dichiarato innocente, è pertanto, sempre, l’esecutore materiale, insieme a Francesca Mambro e a Luigi Ciavardini, della strage del 2 agosto 1980. E’ stato liberato, ma soltanto perché il suo comportamento carcerario, e le valutazioni sulla sua attuale personalità, hanno convinto un Tribunale che egli fosse soggetto ormai ravveduto, non perché la sua condotta sia stata valutata diversamente da allora.
In secondo luogo, occorre prendere atto che, con il trascorrere degli anni, sono emerse perplessità sulla colpevolezza dei tre (allora giovanissimi) neofascisti condannati come esecutori materiali della strage, e che tali perplessità, alimentate inizialmente soltanto dalla estrema destra (per ragioni evidenti di immagine e di interesse politico), si sono con il tempo rafforzate, fino a coinvolgere ambienti della stessa sinistra. Ciò non può tuttavia scalfire, occorre dirlo con forza, il peso e l’importanza di un processo condotto in un contesto molto difficile, intossicato da ripetuti tentativi di depistaggio, che è riuscito, comunque, a fare emergere qualche brandello di verità: i forti elementi indiziari a carico di alcuni imputati dell’esecuzione della strage, che legittimano a pieno titolo (allo stato) la loro condanna penale, e la prova dell’attività criminale dei servizi nella costruzione delle false piste sulle quali si è cercato di dirottare l’indagine penale.
Il processo di Bologna non è riuscito, è vero, ad individuare, a fianco degli esecutori materiali, i mandanti e gli organizzatori della strage. Il processo era partito con un numero elevato di imputati, nel capo di imputazione aveva individuato mandanti, istigatori e responsabili morali. Nei loro confronti non è stato tuttavia in grado di raccogliere prove o indizi sufficienti per una loro condanna. Capisco, peraltro, che i familiari delle vittime, e la città, nel Paese delle stragi impunite, pur chiedendo che tutti i veli vengano sollevati e che siano finalmente individuati mandanti ed organizzatori, difendano comunque le condanne ottenute, e ne rivendichino la legittimità contro chi vorrebbe cancellarle e, soprattutto, cancellare l’aggettivo «fascista» dalla lapide che, nella stazione, ricorda gli 85 morti del 1980. (la Stampa)
giovedì 30 luglio 2009
De Benedetti, l'avventuroso destabilizzatore. Gianluigi Da Rold
Scriveva Geronimo, alias l'ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino, nel suo primo libro di ricordi “Strettamente riservato “ sulla fine della “prima Repubblica”, a proposito di Carlo De Benedetti : “E' il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto, che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: “Vuoi essere il mio primo ministro ?”. Resto attonito. E' la proposta più strana che mi sia mai stata fatta”.
L'ex amministratore delegato delle Ferrovie, Lorenzo Necci, amava intrattenersi ironicamente, prima della sua morte tragica e sfortunata, sulla vendita di Infostrada, la rete telefonica delle Fs: “Fu ceduta al gruppo De Benedetti, non si sa bene per quale motivo, con un contratto di settecentocinquanta miliardi di lire pagabili in quattordici anni. Tutto questo avveniva nel 1997. Poco dopo De Benedetti cedeva ai tedeschi, a Mannesmann, la sua Infostrada, per quattordicimila miliardi di lire. Ovviamente, senza alcuna rateizzazione.” Necci sorrideva amaramente e ricordava anche alcuni episodi, legati al grande affare, che gli apparivano quasi “inspiegabili”.
Nel 1991, Gianni Agnelli, rispondendo alle domande degli studenti della Sorbona, disse di Carlo De Benedetti: “Lo conosco bene da tantissimi anni. Abitavamo persino insieme anni fa. E' un uomo d'affari molto esperto in materia finanziaria e industriale. I suoi rapporti con la stampa e con il pubblico sono ottimi. E' un uomo che ama, o perlomeno ha amato, l'avventura negli affari. La cosa lo diverte senz'altro. So che adesso gli piace affermare di essere stanco di questa vita avventurosa e di volersi limitare alla direzione di tre o quattro aziende come Valeo, Olivetti e Mondadori. Vuol finirla con la vita di prima. Io personalmente non ci credo molto. E' un uomo che si lascerà sempre tentare dall'avventura. Perché è fatto così. E' nel suo carattere. E a me del resto deluderebbe di non assistere più ai suoi colpi di scena”. Signorilmente, Agnelli dimenticava, con la sua non-chalence, quando l'ingegnere, pur manager Fiat, gli stava scalando abilmente la stessa Fiat dall'interno. (segue)
Ancora una piccola citazione, dal libro, bellissimo e dimenticato, “Capitani di sventura” di un grande giornalista economico-finanziario come Marco Borsa. Con ironia De Benedetti viene definito “ Il più aggressivo dei nostri capitani di avventura”, usando lo stesso termine “avventura” che aveva usato Agnelli alla Sorbona nel confronto con gli studenti.
Per comprendere De Benedetti non è di certo sufficiente ricordare questi episodi e queste citazioni. L'elenco è lunghissimo e dovrebbe ripercorrere vicende ben più complesse come l'affare Suez, tutta la vicenda Olivetti, il “mordi e fuggi” al Banco Ambrosiano, i complicati rapporti con Mediobanca, la Sme, il “lodo Mondadori” fino all'insediamento nel mondo della sanità e sopratutto alla testa del gruppo editoriale Repubblica-Espresso.
Anima inquieta, “attraversata” avrebbe sentenziato Gianni Brera, spirito imprenditoriale avventuroso, con alcune impennate che lo spingono pure a quelli che, appunto per Marco Borsa, appartenevano al mondo dei nostri “Capitani di sventura., Persino un “grande borghese, come Bruno Visentini fu prima attratto da De Benedetti e poi un poco deluso da questa personalità piuttosto complessa o complicata. (segue)
Il fatto è che l'ingegnere è sempre stato in grado di essere al centro dell'attenzione non solo per le sue incursioni nel mondo finanziario e industriale, ma soprattutto per il suo rapporto contrastato con alcune maggioranze di governo, particolarmente con quella di Bettino Craxi e oggi con quella di Silvio Berlusconi, In realtà, Carlo De Benedetti, che si dichiara alfiere della libertà di stampa, e censore dell'intreccio tra affari e politica, nel momento in cui non vede andare bene i suoi affari scatena i suoi giornalisti contro gli ostacoli che si pongono sulla sua strada.
In questo momento, l'ingegnere non riesce più a far quagliare i suoi affari. Si dice che sia persino contestato in famiglia per il suo eccessivo attaccamento al gruppo editoriale che presiede. Ma in tutto il resto sembra ai margini, naviga con un profilo di piccolo cabotaggio. Si guarda intorno, punta a un affare, ma poi non riesce a concluderlo come ai tempi d'oro Non è di certo un “disperato”, ma si sente come “tradito” da uomini politici su cui aveva puntato. Non aveva dichiarato, un tempo, di voler essere la “tessera numero uno” del costituendo Partito democratico ? Oggi, in un momento di temporanea marginalità nel mondo degli affari, De Benedetti sembra quasi aver rotto ogni sodalizio con quei “perdenti” e si è quindi lanciato, in una sorta di campagna furibonda, contro il premier Berlusconi, attaccandolo sul piano personale, per aprirsi varchi non tanto in campo politico, quanto per favorire una destabilizzazione dove, in genere, gli uomini della finanza e dei media, intrecciati insieme, riescono sempre a trarre ottimi risultati.
Il problema è che, questa volta, l'avventuroso destabilizzatore, l'amante dei colpi di scena, non arriva che a mettere in campo escort e “mutanda pazza”. Troppo poco per ritornare ai vertici di quei capitani che imperversavano nel mondo del sempiterno intreccio affari-politica italiano. Se si mette in campo la signora D'Addario, significa che “le armi sono proprio spuntate”. (il Velino)
L'ex amministratore delegato delle Ferrovie, Lorenzo Necci, amava intrattenersi ironicamente, prima della sua morte tragica e sfortunata, sulla vendita di Infostrada, la rete telefonica delle Fs: “Fu ceduta al gruppo De Benedetti, non si sa bene per quale motivo, con un contratto di settecentocinquanta miliardi di lire pagabili in quattordici anni. Tutto questo avveniva nel 1997. Poco dopo De Benedetti cedeva ai tedeschi, a Mannesmann, la sua Infostrada, per quattordicimila miliardi di lire. Ovviamente, senza alcuna rateizzazione.” Necci sorrideva amaramente e ricordava anche alcuni episodi, legati al grande affare, che gli apparivano quasi “inspiegabili”.
Nel 1991, Gianni Agnelli, rispondendo alle domande degli studenti della Sorbona, disse di Carlo De Benedetti: “Lo conosco bene da tantissimi anni. Abitavamo persino insieme anni fa. E' un uomo d'affari molto esperto in materia finanziaria e industriale. I suoi rapporti con la stampa e con il pubblico sono ottimi. E' un uomo che ama, o perlomeno ha amato, l'avventura negli affari. La cosa lo diverte senz'altro. So che adesso gli piace affermare di essere stanco di questa vita avventurosa e di volersi limitare alla direzione di tre o quattro aziende come Valeo, Olivetti e Mondadori. Vuol finirla con la vita di prima. Io personalmente non ci credo molto. E' un uomo che si lascerà sempre tentare dall'avventura. Perché è fatto così. E' nel suo carattere. E a me del resto deluderebbe di non assistere più ai suoi colpi di scena”. Signorilmente, Agnelli dimenticava, con la sua non-chalence, quando l'ingegnere, pur manager Fiat, gli stava scalando abilmente la stessa Fiat dall'interno. (segue)
Ancora una piccola citazione, dal libro, bellissimo e dimenticato, “Capitani di sventura” di un grande giornalista economico-finanziario come Marco Borsa. Con ironia De Benedetti viene definito “ Il più aggressivo dei nostri capitani di avventura”, usando lo stesso termine “avventura” che aveva usato Agnelli alla Sorbona nel confronto con gli studenti.
Per comprendere De Benedetti non è di certo sufficiente ricordare questi episodi e queste citazioni. L'elenco è lunghissimo e dovrebbe ripercorrere vicende ben più complesse come l'affare Suez, tutta la vicenda Olivetti, il “mordi e fuggi” al Banco Ambrosiano, i complicati rapporti con Mediobanca, la Sme, il “lodo Mondadori” fino all'insediamento nel mondo della sanità e sopratutto alla testa del gruppo editoriale Repubblica-Espresso.
Anima inquieta, “attraversata” avrebbe sentenziato Gianni Brera, spirito imprenditoriale avventuroso, con alcune impennate che lo spingono pure a quelli che, appunto per Marco Borsa, appartenevano al mondo dei nostri “Capitani di sventura., Persino un “grande borghese, come Bruno Visentini fu prima attratto da De Benedetti e poi un poco deluso da questa personalità piuttosto complessa o complicata. (segue)
Il fatto è che l'ingegnere è sempre stato in grado di essere al centro dell'attenzione non solo per le sue incursioni nel mondo finanziario e industriale, ma soprattutto per il suo rapporto contrastato con alcune maggioranze di governo, particolarmente con quella di Bettino Craxi e oggi con quella di Silvio Berlusconi, In realtà, Carlo De Benedetti, che si dichiara alfiere della libertà di stampa, e censore dell'intreccio tra affari e politica, nel momento in cui non vede andare bene i suoi affari scatena i suoi giornalisti contro gli ostacoli che si pongono sulla sua strada.
In questo momento, l'ingegnere non riesce più a far quagliare i suoi affari. Si dice che sia persino contestato in famiglia per il suo eccessivo attaccamento al gruppo editoriale che presiede. Ma in tutto il resto sembra ai margini, naviga con un profilo di piccolo cabotaggio. Si guarda intorno, punta a un affare, ma poi non riesce a concluderlo come ai tempi d'oro Non è di certo un “disperato”, ma si sente come “tradito” da uomini politici su cui aveva puntato. Non aveva dichiarato, un tempo, di voler essere la “tessera numero uno” del costituendo Partito democratico ? Oggi, in un momento di temporanea marginalità nel mondo degli affari, De Benedetti sembra quasi aver rotto ogni sodalizio con quei “perdenti” e si è quindi lanciato, in una sorta di campagna furibonda, contro il premier Berlusconi, attaccandolo sul piano personale, per aprirsi varchi non tanto in campo politico, quanto per favorire una destabilizzazione dove, in genere, gli uomini della finanza e dei media, intrecciati insieme, riescono sempre a trarre ottimi risultati.
Il problema è che, questa volta, l'avventuroso destabilizzatore, l'amante dei colpi di scena, non arriva che a mettere in campo escort e “mutanda pazza”. Troppo poco per ritornare ai vertici di quei capitani che imperversavano nel mondo del sempiterno intreccio affari-politica italiano. Se si mette in campo la signora D'Addario, significa che “le armi sono proprio spuntate”. (il Velino)
giovedì 23 luglio 2009
I rossi Kim. Davide Giacalone
Kim Il Sung, il Presidente Eterno. Kim Jong Il, il Caro Leader. Kim Jong Un, l’Intelligente Leader. E’ quel che resta di un osannato regime comunista, trasformato in monarchia militarista e psicopatica, dove al fondatore segue il figlio, che ancor prima di morire (non è mai troppo presto) designa successore il pargolo di secondo letto, mentre il primogenito continua indisturbato la sua vita fra casinò e gozzoviglie varie. Intanto, in attesa di trovare un barbiere degno di questo nome, il dittatore in carica prosegue la sua corsa verso la conquista dell’arma atomica.
Doveva essere, quello di questa famiglia rossa, il governo della parte buona, sana e progressista della Corea, la Repubblica Democratica Popolare, mentre l’altra, il sud, era consegnata alla corruzione della democrazia amerikana ed allo sfruttamento connaturato al capitalismo. Peccato che, oggi, i coreani del sud sono ricchi e felici, mentre quelli del nord trasformati in un gregge dolente e sterminato, soggetto alle mattane di una dinastia senza altra legittimità che l’uso della forza repressiva.
E’ andata meglio al Vietnam, che rimane una Repubblica Socialista ma s’è convertito alla globalizzazione ed è entrato a far parte dell’organizzazione che regola gli scambi internazionali, ristabilendo le relazioni con il mondo libero. Anche il Laos è rimasta una Repubblica Democratica Popolare, ma si è aperto al commercio ed al turismo (che in tutta l’area imperversa anche nella versione sessuale). La Cambogia, invece, è tornata ad essere, nel 1993, una monarchia parlamentare, dopo essersi liberata dalla dittatura dei Kmer Rossi.
Chi non è ancora sbarbato ricorda il nome di questi Paesi, e dei rispettivi capi militari e politici, regolarmente comunisti, quali bandiere agitate contro il militarismo occidentale, per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Alla faccia! Perché non tornano, inflacciditi e sdrucidi, o arrampicati, integrati ed arricchiti, i giovani comunisti di allora e non ci spiegano come mai il loro sogno asiatico è un incubo a cielo aperto? Cos’è: non hanno applicato a dovere la ricetta comunista, o l’hanno presa troppo alla lettera?
Guardate i Kim coreani. Per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, nonché per la nostra sicurezza, si dovrebbe farli fuori. Oggi, come ieri.
Doveva essere, quello di questa famiglia rossa, il governo della parte buona, sana e progressista della Corea, la Repubblica Democratica Popolare, mentre l’altra, il sud, era consegnata alla corruzione della democrazia amerikana ed allo sfruttamento connaturato al capitalismo. Peccato che, oggi, i coreani del sud sono ricchi e felici, mentre quelli del nord trasformati in un gregge dolente e sterminato, soggetto alle mattane di una dinastia senza altra legittimità che l’uso della forza repressiva.
E’ andata meglio al Vietnam, che rimane una Repubblica Socialista ma s’è convertito alla globalizzazione ed è entrato a far parte dell’organizzazione che regola gli scambi internazionali, ristabilendo le relazioni con il mondo libero. Anche il Laos è rimasta una Repubblica Democratica Popolare, ma si è aperto al commercio ed al turismo (che in tutta l’area imperversa anche nella versione sessuale). La Cambogia, invece, è tornata ad essere, nel 1993, una monarchia parlamentare, dopo essersi liberata dalla dittatura dei Kmer Rossi.
Chi non è ancora sbarbato ricorda il nome di questi Paesi, e dei rispettivi capi militari e politici, regolarmente comunisti, quali bandiere agitate contro il militarismo occidentale, per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Alla faccia! Perché non tornano, inflacciditi e sdrucidi, o arrampicati, integrati ed arricchiti, i giovani comunisti di allora e non ci spiegano come mai il loro sogno asiatico è un incubo a cielo aperto? Cos’è: non hanno applicato a dovere la ricetta comunista, o l’hanno presa troppo alla lettera?
Guardate i Kim coreani. Per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, nonché per la nostra sicurezza, si dovrebbe farli fuori. Oggi, come ieri.
mercoledì 22 luglio 2009
C'è da fare nel mondo. Christian Rocca
L'Amministrazione Obama ha deciso di aumentare di 22 mila unità il numero dei soldati in forza all'esercito americano per affrontare le guerre in Iraq, Afghanistan e le missioni nel resto del mondo. (Camillo)
Troppi appartamenti sfitti. *Stefano Boeri
Immaginatevi di creare dal nulla in cinque anni una città di circa duecentocinquantamila abitanti, estesa su quindici chilometri quadrati. Come Mestre, o Messina, o Prato.
E di realizzare questa città grazie a una importante quota di finanziamenti statali (200 milioni di euro di partenza) e al supporto di fondi privati; cioè di costruttori, proprietari, banche interessate a investire per realizzare dell’edilizia residenziale destinata ai ceti meno abbienti.
Ecco visualizzato in un’immagine il Piano Casa varato ieri dal Governo. È tanto? È poco? È sufficiente a rispondere al disagio abitativo di migliaia di cittadini italiani (famiglie a basso reddito, studenti fuori-sede, giovani coppie, sfrattati, immigrati)? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare tre considerazioni.
La prima è che si tratta di un atto politico opportuno e utile, che riprende una promessa di stanziamento del governo Prodi e ne attua una prima cospicua parte. Ma resta un atto parziale e limitato, se pensiamo che una sola Regione italiana, la Campania, avrebbe, da sola, bisogno di tutte le 100.000 nuove abitazioni previste nel prossimo quinquennio dal Piano Casa per dare risposta alla drammatica domanda di case a prezzi contenuti che proviene dai suoi abitanti. In altre parole, è come se una nuova Mestre o una nuova Messina servissero per ospitare i cittadini bisognosi di una sola, seppur grande, regione italiana. Lasciando insoddisfatto per i prossimi cinque anni il resto del Paese.
La seconda considerazione è che questo Piano Casa è un intervento salutare e però anche monco. Gli manca quel pezzo importantissimo, anzi fondamentale, che riguarda tutti gli interventi di recupero, ristrutturazione e ampliamento che - grazie a facilitazioni e incentivi legati alla possibilità di rottamare edifici fatiscenti e di sostituirli con architetture sostenibili dal punto di vista energetico - il governo prevede di concordare con le Regioni italiane.
È come se dopo aver discusso per mesi del Piano Casa vero, che potrà sul serio cambiare - nel bene e nel male - la situazione dell’edilizia residenziale dei territori del nostro Paese, ieri se ne fosse rubato il nome per metterlo sul cappello di un progetto molto più limitato, anche se importante. Se è dunque un bene che si sia partiti con l’intenzione di rispondere alle situazioni più drammatiche, va anche detto che proprio perché il disagio abitativo è oggi un fenomeno trasversale, che riguarda fasce diverse della popolazione urbana, è necessario che al più presto i due strumenti legislativi vengano riaccorpati e portati a coerenza.
La terza considerazione, la più importante, è piuttosto un appello. Siamo ancora in tempo - anche per le ragioni appena esposte - a convincere il governo a varare un Piano integrato di politiche sulla casa che non eviti di affrontare il primo grande paradosso delle città italiane: sono città che continuano a crescere, a divorare annualmente in misura maggiore di ogni altro Paese europeo terreni verdi e campi agricoli, nonostante siano per gran parte degli immensi gusci vuoti, dei deserti di cemento.
Siamo ancora in tempo a capire che senza una politica che si occupi con forza e ostinazione di recuperare alla vita quotidiana le migliaia e migliaia di vani oggi disabitati, ogni previsione di nuova edilizia residenziale assume dei toni caricaturali e addirittura minacciosi.
Come abbiamo già scritto su queste pagine, per rendersi conto di questo paradosso basterebbe guardarsi attorno; memorizzare le offerte di affitto e vendita sui portoni delle case e soprattutto quelle infinite persiane chiuse delle abitazioni e quei serramenti senza vita degli uffici che - come le palpebre di occhi che non vedono più - ci guardano con una sospetta fissità nei nostri percorsi quotidiani in centro, in periferia, nella città diffusa. A Roma, su 1.715.000 abitazioni, 245.000 - una su sette - sono oggi vuote. A Milano su 1.640.000 appartamenti, più di 80.000 non sono abitati, e quasi 900.000 metri cubi di uffici sono deserti (l’equivalente di 30 grattacieli Pirelli vuoti). Muri, pavimenti, soffitti, arredi che aspettano da anni che qualcuno entri, li abiti, vi riporti le pulsazioni della vita quotidiana.
Una seria politica di rivitalizzazione di questo immenso patrimonio sfitto o abbandonato muoverebbe le energie molecolari di migliaia di piccole imprese edili, l’intelligenza delle innumerevoli associazioni che si occupano di instaurare (ecco la vera sussidiarietà) uno scambio fiduciario tra proprietari e inquilini, aumenterebbe il reddito di migliaia di famiglie impaurite da un sistema dell’affitto sregolato e darebbe casa a prezzi calmierati a altrettante migliaia di cittadini bisognosi ma esclusi dai requisiti a volte rigidi delle politiche centralizzate. Qualcosa che sta accadendo, per fare un esempio vicino, in Spagna, a Barcellona, dove un’Agenzia di immobiliare sociale in pochi anni ha reimmesso sul mercato più di 20.000 abitazioni ad affitti calmierati.
Altro che una nuova Mestre o una nuova Messina... Le case di cui abbiamo bisogno stanno già, costruite e vuote, dentro le città del nostro Paese. Recuperarle, ridar loro una linfa vitale è il primo modo di rispondere al fabbisogno abitativo; ed è il miglior modo per difendere da un’inutile - ripeto inutile - cementificazione le campagne che, ancora per poco, circondano le nostre bulimiche città.
*Architetto, docente di Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano. Dirige la rivista Abitare
(la Stampa)
E di realizzare questa città grazie a una importante quota di finanziamenti statali (200 milioni di euro di partenza) e al supporto di fondi privati; cioè di costruttori, proprietari, banche interessate a investire per realizzare dell’edilizia residenziale destinata ai ceti meno abbienti.
Ecco visualizzato in un’immagine il Piano Casa varato ieri dal Governo. È tanto? È poco? È sufficiente a rispondere al disagio abitativo di migliaia di cittadini italiani (famiglie a basso reddito, studenti fuori-sede, giovani coppie, sfrattati, immigrati)? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare tre considerazioni.
La prima è che si tratta di un atto politico opportuno e utile, che riprende una promessa di stanziamento del governo Prodi e ne attua una prima cospicua parte. Ma resta un atto parziale e limitato, se pensiamo che una sola Regione italiana, la Campania, avrebbe, da sola, bisogno di tutte le 100.000 nuove abitazioni previste nel prossimo quinquennio dal Piano Casa per dare risposta alla drammatica domanda di case a prezzi contenuti che proviene dai suoi abitanti. In altre parole, è come se una nuova Mestre o una nuova Messina servissero per ospitare i cittadini bisognosi di una sola, seppur grande, regione italiana. Lasciando insoddisfatto per i prossimi cinque anni il resto del Paese.
La seconda considerazione è che questo Piano Casa è un intervento salutare e però anche monco. Gli manca quel pezzo importantissimo, anzi fondamentale, che riguarda tutti gli interventi di recupero, ristrutturazione e ampliamento che - grazie a facilitazioni e incentivi legati alla possibilità di rottamare edifici fatiscenti e di sostituirli con architetture sostenibili dal punto di vista energetico - il governo prevede di concordare con le Regioni italiane.
È come se dopo aver discusso per mesi del Piano Casa vero, che potrà sul serio cambiare - nel bene e nel male - la situazione dell’edilizia residenziale dei territori del nostro Paese, ieri se ne fosse rubato il nome per metterlo sul cappello di un progetto molto più limitato, anche se importante. Se è dunque un bene che si sia partiti con l’intenzione di rispondere alle situazioni più drammatiche, va anche detto che proprio perché il disagio abitativo è oggi un fenomeno trasversale, che riguarda fasce diverse della popolazione urbana, è necessario che al più presto i due strumenti legislativi vengano riaccorpati e portati a coerenza.
La terza considerazione, la più importante, è piuttosto un appello. Siamo ancora in tempo - anche per le ragioni appena esposte - a convincere il governo a varare un Piano integrato di politiche sulla casa che non eviti di affrontare il primo grande paradosso delle città italiane: sono città che continuano a crescere, a divorare annualmente in misura maggiore di ogni altro Paese europeo terreni verdi e campi agricoli, nonostante siano per gran parte degli immensi gusci vuoti, dei deserti di cemento.
Siamo ancora in tempo a capire che senza una politica che si occupi con forza e ostinazione di recuperare alla vita quotidiana le migliaia e migliaia di vani oggi disabitati, ogni previsione di nuova edilizia residenziale assume dei toni caricaturali e addirittura minacciosi.
Come abbiamo già scritto su queste pagine, per rendersi conto di questo paradosso basterebbe guardarsi attorno; memorizzare le offerte di affitto e vendita sui portoni delle case e soprattutto quelle infinite persiane chiuse delle abitazioni e quei serramenti senza vita degli uffici che - come le palpebre di occhi che non vedono più - ci guardano con una sospetta fissità nei nostri percorsi quotidiani in centro, in periferia, nella città diffusa. A Roma, su 1.715.000 abitazioni, 245.000 - una su sette - sono oggi vuote. A Milano su 1.640.000 appartamenti, più di 80.000 non sono abitati, e quasi 900.000 metri cubi di uffici sono deserti (l’equivalente di 30 grattacieli Pirelli vuoti). Muri, pavimenti, soffitti, arredi che aspettano da anni che qualcuno entri, li abiti, vi riporti le pulsazioni della vita quotidiana.
Una seria politica di rivitalizzazione di questo immenso patrimonio sfitto o abbandonato muoverebbe le energie molecolari di migliaia di piccole imprese edili, l’intelligenza delle innumerevoli associazioni che si occupano di instaurare (ecco la vera sussidiarietà) uno scambio fiduciario tra proprietari e inquilini, aumenterebbe il reddito di migliaia di famiglie impaurite da un sistema dell’affitto sregolato e darebbe casa a prezzi calmierati a altrettante migliaia di cittadini bisognosi ma esclusi dai requisiti a volte rigidi delle politiche centralizzate. Qualcosa che sta accadendo, per fare un esempio vicino, in Spagna, a Barcellona, dove un’Agenzia di immobiliare sociale in pochi anni ha reimmesso sul mercato più di 20.000 abitazioni ad affitti calmierati.
Altro che una nuova Mestre o una nuova Messina... Le case di cui abbiamo bisogno stanno già, costruite e vuote, dentro le città del nostro Paese. Recuperarle, ridar loro una linfa vitale è il primo modo di rispondere al fabbisogno abitativo; ed è il miglior modo per difendere da un’inutile - ripeto inutile - cementificazione le campagne che, ancora per poco, circondano le nostre bulimiche città.
*Architetto, docente di Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano. Dirige la rivista Abitare
(la Stampa)
giovedì 16 luglio 2009
Quelle domande ai giudici usa. Angelo Panebianco
Come è nella tradizione della democrazia americana, l'audizione di fronte alla Commissione giustizia del Senato di Sonia Sotomayor, designata come giudice della Corte Suprema dal Presidente Obama, è stata, per lei, una prova assai dura. Ha dovuto difendere il proprio passato come giudice della Corte d'Appello federale di fronte alle domande incalzanti dei senatori. La Sotomayor è di origine ispanica. La sua affermazione secondo cui una «saggia donna ispanica» sarebbe un giudice migliore di un «uomo bianco», l'ha esposta alla accusa di alcuni senatori repubblicani di praticare una sorta di razzismo alla rovescia. La Sotomayor ha dovuto spiegare che quel discorso era solo volto a interessare alla carriera giuridica un pubblico latino giovane che, per lo più, se ne tiene lontano. Ha dovuto poi replicare all’obiezione di essere una «attivista liberal », più interessata a modificare la legge che ad applicarla. E ha dovuto render conto delle posizioni assunte in cause riguardanti dispute razziali. La Sotomayor non è il primo giudice designato alla Corte Suprema che viene messo in graticola dai senatori e non sarà l'ultimo. L'audizione è un interrogatorio ove abbondano le domande scomode, che serve al Senato per confermare o rifiutare la designazione presidenziale del candidato (e all'opinione pubblica per valutare le qualità del giudice designato e l'operato del Senato) ed è un'istituzione cruciale della democrazia americana. Dà trasparenza al processo decisionale mediante il quale un’assemblea rappresentativa avalla o respinge la nomina di un giudice della Corte. Per la sensibilità europeo- continentale ciò può apparire strano ma questo modo di procedere non toglie affatto prestigio alla Corte Suprema. Al contrario, lo rafforza. Le istituzioni americane sono diversissime dalle nostre. Figlie di un'altra storia e di un'altra cultura politica. Però in quelle istituzioni c'è un insegnamento che vale anche per noi. La nostra (europea, e italiana in particolare) è una tradizione di chiusure corporative e di mancanza di trasparenza. Basti pensare al fatto che in Italia le critiche al modus operandi della magistratura vengono spesso trattate dai suoi rappresentanti come delitti di lesa maestà, subdoli tentativi di «delegittimazione ». Oppure, si pensi a come vengono designati i giudici della Corte Costituzionale. Siamo sicuri che il prestigio della Corte verrebbe indebolito se i candidati designati dovessero affrontare pubblicamente una batteria di domande, sul modello americano, da parte del Senato? L'America è una democrazia che combina la gelosa difesa dell'indipendenza dei giudici (a tutti i livelli) con il rifiuto dell'esistenza di caste burocratiche chiuse, impermeabili al controllo democratico. Nella tradizione europeo-continentale, invece, le magistrature sono tecno- burocrazie separate dal processo democratico. In considerazione dell'accresciuto peso che queste tecno- burocrazie svolgono nella nostra vita associata, avvicinare un poco, su questi aspetti, le due sponde dell’Atlantico, non sarebbe forse sbagliato. (Corriere della Sera)
martedì 14 luglio 2009
Se Anm e Csm sentissero la Sotomayor... Daniele Capezzone
Non sappiamo se Sonia Sotomayor, designata dal presidente Obama, supererà indenne il fuoco di fila parlamentare dei repubblicani, e riuscirà effettivamente a divenire la prima giudice ispanoamericana della Corte Suprema Usa.
Ma quel che importa, qui, è altro, e cioè le sue parole d’esordio pronunciate dinanzi alla commissione Giustizia del Senato americano: “Il compito di un giudice non è fare le leggi, ma applicarle”.
La cosa è a maggior ragione significativa se si considera che, in un sistema di common law, la latitudine dell’intervento interpretativo - e dunque in qualche modo “creativo” - del giudice è infinitamente più ampia rispetto a quanto dovrebbe accadere nei sistemi di civil law, fondati molto di più sul diritto scritto, come il nostro. Eppure, la Sotomayor non ha avuto esitazioni nell’esordire così, e nel presentare questo biglietto da visita ai parlamentari americani.
Verrebbe voglia di prendere l’audiovideo di quelle parole, farne un dvd (opportunamente sottotitolato a scanso di equivoci nella traduzione...), e inviarlo ai membri del Csm, sempre così lesti nell’invadere il terreno delle Assemblee legislative, e anche ai vertici dell’Anm, ormai compulsivamente lanciati a promuovere “campagne politiche” contro l’una o l’altra riforma della giustizia, contendendo competenze proprie del governo e del Parlamento.
Ormai, in Italia, quando si parla di giustizia, anche i princìpi più semplici, da abbecedario liberale, devono essere ricordati, riproposti, e soprattutto difesi dalle insidie del travaglismo diffuso. Il piccolo ma combattivo Velino non cesserà di farlo. (il Velino OreSedici)
Ma quel che importa, qui, è altro, e cioè le sue parole d’esordio pronunciate dinanzi alla commissione Giustizia del Senato americano: “Il compito di un giudice non è fare le leggi, ma applicarle”.
La cosa è a maggior ragione significativa se si considera che, in un sistema di common law, la latitudine dell’intervento interpretativo - e dunque in qualche modo “creativo” - del giudice è infinitamente più ampia rispetto a quanto dovrebbe accadere nei sistemi di civil law, fondati molto di più sul diritto scritto, come il nostro. Eppure, la Sotomayor non ha avuto esitazioni nell’esordire così, e nel presentare questo biglietto da visita ai parlamentari americani.
Verrebbe voglia di prendere l’audiovideo di quelle parole, farne un dvd (opportunamente sottotitolato a scanso di equivoci nella traduzione...), e inviarlo ai membri del Csm, sempre così lesti nell’invadere il terreno delle Assemblee legislative, e anche ai vertici dell’Anm, ormai compulsivamente lanciati a promuovere “campagne politiche” contro l’una o l’altra riforma della giustizia, contendendo competenze proprie del governo e del Parlamento.
Ormai, in Italia, quando si parla di giustizia, anche i princìpi più semplici, da abbecedario liberale, devono essere ricordati, riproposti, e soprattutto difesi dalle insidie del travaglismo diffuso. Il piccolo ma combattivo Velino non cesserà di farlo. (il Velino OreSedici)
giovedì 9 luglio 2009
A scuola di giornalismo da Buscetta. Perla Scandinava
La campagna di stampa ridicola, esasperata e disperata, lanciata contro la persona del presidente del consiglio e che gli italiani stanno pagando a caro prezzo in termini non soltanto di immagine, di sicurezza interna ma anche di pazienza ormai alla fine, non si è ancora arenata. Per settimane il ping pong “gruppo De Benedetti-referenti stampa estera” si è svolto come descritto da Luca Sofri:
“C’è un intero fenomeno giornalistico che sta prosperando in queste settimane, e che ricade nella categoria “notizie che non lo erano”. Il meccanismo è questo, e riguarda le accuse e le analisi contro il Presidente del Consiglio di queste settimane: i giornali italiani pubblicano delle ricostruzioni ipotetiche e delle dietrologie quotidiane, che i lettori italiani sono ormai abituati a dimenticare il giorno dopo (le dimenticano gli stessi giornali, peraltro). Quelle ipotesi vengono però riprese dai giornali stranieri, che le hanno lette sui giornali italiani e le sintetizzano per i loro meno attenti lettori. E il giorno dopo i giornali italiani riprendono gli articoli stranieri, a sostegno delle stesse ipotesi che loro stessi avevano azzardati.”.
Il torneo del rimpallo si sarebbe dovuto concludere in pochi set, grazie ai colpi ben assestati con foto shock e scandalose testimonianze di una donna che si è meritata il titolo di portabandiera del prostituta-pride. Ma le foto senza contenuto shockante, le testimonianze piccanti in libertà senza nessun riscontro di autenticità hanno fallito l’obiettivo e Silvio Berlusconi non si è dimesso.
Tanto battage sulla vita privata del premier ha finito con l’evocare scene di noia mortale, tra documentari con Bush e foto di famiglia affatto sexy. Ma se tutta l’operazione sa di uso criminale dell’informazione, a cominciare dalla figura del fotografo, più simile a un cecchino appostato sulle colline intorno a Pristina che a un free lance, per tacere del modo suggestivo di raccontare il nulla arricchendolo di fantasiose descrizioni, la piega che la vicenda ha preso negli ultimi giorni sa di giornalismo di stampo mafioso.
Dalle pagine dei giornali impegnati nel ping pong di cui sopra sono partiti avvertimenti minatori: pronte altre foto mortali, trascrizioni di intercettazioni micidiali, come pallettoni in canna. Un picciotto di Buscetta lascerebbe la testa mozzata di un capretto davanti alla porta del nemico Berlusconi, ma un repubblicones prova a intimidirlo con l’effetto preannuncio di foto saffiche. Insomma o Silvio Berlusconi se ne va o la bomba, come la chiama mafiosamente Repubblica, lo farà saltare!
Fuori le foto, direte voi, no, le foto sono blindate, quindi fidatevi!
“C’è un intero fenomeno giornalistico che sta prosperando in queste settimane, e che ricade nella categoria “notizie che non lo erano”. Il meccanismo è questo, e riguarda le accuse e le analisi contro il Presidente del Consiglio di queste settimane: i giornali italiani pubblicano delle ricostruzioni ipotetiche e delle dietrologie quotidiane, che i lettori italiani sono ormai abituati a dimenticare il giorno dopo (le dimenticano gli stessi giornali, peraltro). Quelle ipotesi vengono però riprese dai giornali stranieri, che le hanno lette sui giornali italiani e le sintetizzano per i loro meno attenti lettori. E il giorno dopo i giornali italiani riprendono gli articoli stranieri, a sostegno delle stesse ipotesi che loro stessi avevano azzardati.”.
Il torneo del rimpallo si sarebbe dovuto concludere in pochi set, grazie ai colpi ben assestati con foto shock e scandalose testimonianze di una donna che si è meritata il titolo di portabandiera del prostituta-pride. Ma le foto senza contenuto shockante, le testimonianze piccanti in libertà senza nessun riscontro di autenticità hanno fallito l’obiettivo e Silvio Berlusconi non si è dimesso.
Tanto battage sulla vita privata del premier ha finito con l’evocare scene di noia mortale, tra documentari con Bush e foto di famiglia affatto sexy. Ma se tutta l’operazione sa di uso criminale dell’informazione, a cominciare dalla figura del fotografo, più simile a un cecchino appostato sulle colline intorno a Pristina che a un free lance, per tacere del modo suggestivo di raccontare il nulla arricchendolo di fantasiose descrizioni, la piega che la vicenda ha preso negli ultimi giorni sa di giornalismo di stampo mafioso.
Dalle pagine dei giornali impegnati nel ping pong di cui sopra sono partiti avvertimenti minatori: pronte altre foto mortali, trascrizioni di intercettazioni micidiali, come pallettoni in canna. Un picciotto di Buscetta lascerebbe la testa mozzata di un capretto davanti alla porta del nemico Berlusconi, ma un repubblicones prova a intimidirlo con l’effetto preannuncio di foto saffiche. Insomma o Silvio Berlusconi se ne va o la bomba, come la chiama mafiosamente Repubblica, lo farà saltare!
Fuori le foto, direte voi, no, le foto sono blindate, quindi fidatevi!
mercoledì 8 luglio 2009
Indovina chi giudica la cena. Davide Giacalone
Un mondo alla frutta è facile s’impicchi ad una cena. Il desco altolocato ha suscitato polemiche accese e meravigliate, sebbene di stupefacente vi sia, prima di tutto, l’assoluta assenza di riservatezza. Il potere snudato può esser gaglioffo, ma più che la trasparenza va prendendo piede lo spionaggio. A condannare, poi, è chi dovrebbe tacere. Intanto s’apprende che il Consiglio Superiore della Magistratura, incline al perdono dei magistrati pedofili ed alla solidale comprensione verso gli analfabeti, ha trovato un sussulto di rigore, rivolgendolo alla toga che utilizzò internet per far vedere quanto i colleghi fossero incapaci e balordi.
Il tema vero, pertanto, è quello della giustizia italiana, la cui credibilità pareggia l’efficienza. Al discredito concorre la Corte Costituzionale, e ricordo che noi, qui, con precisione e dettagli, ne raccontammo la triste decadenza, denunciandone apertamente i costumi, tendenti al debosciato. Ma, allora, le odierne fiere ruggenti erano micioni sonnacchiosi, intenti a far le fusa sul grembo dei sentenzianti. Castrati erano, e tali rimangono.
I magistrati dovrebbero starsene lontani dalla vita politica, ivi comprese le frequentazioni sociali. I giudici costituzionali, per giunta, sono gli unici non di carriera, meglio piazzati per dare il buon esempio, ove mai il carrierismo non l’avessero nel sangue. Certo, può capitare che si sia stati compagni di banco o commilitoni, che ci s’incontri periodicamente. Ma c’è modo e modo. La cosa pazzescamente ridicola è che a pretendere di denunciare il cadere in tentazione sia gente che incassava soldi e favori da quelli che sarebbero stati i loro indagati, e che poi, per riscuotere il premio del populismo togato, si buttano in politica. E’ immorale che si passi dalla procura alla candidatura, propiziata dall’esibizionismo giudiziario. Si tratta di un malcostume talmente diffuso che non se ne vede più il contrasto con l’indipendenza.
E che dire della magistratura che continua a pretendere i propri uomini in ministeri, enti, società e centri di spesa? Questa è commistione bella e buona, anzi, brutta e cattiva. Ci sono magistrati contabili che giudicano le spese disposte dai colleghi. Consiglieri di Stato che amministrano la cosa pubblica e danno pareri su come sarebbe meglio farlo. Poi capita che capi di gabinetto (la vera ossatura del potere ministeriale) di lungo corso, passati per molti ministeri e molti ministri, finiscano a giudicar le leggi. Che volete chiedergli, di rinnegare se stessi? E chi glielo chiede, dei presidenti che stanno lì solo sei mesi, violando la Costituzione che dovrebbero difendere? Chi lo reclama, quelli che alla Corte volevano mandare il proprio capo della corrente giudiziaria, quello che aveva isolato e neutralizzato Falcone? Se raccontassimo la storia delle contaminazioni, in Italia vorrebbero restare solo i clandestini.
Siamo arrivati al punto, oramai più ridicolo che drammatico, di avere un magistrato che tiene un blog per segnalare gli sfondoni dei colleghi (da quello che legge la verità negli occhi dei testimoni a quello che obbliga al mantenimento dei morti). Ha un nome, Gaetano Dragotto, ma quando fu accusato per quella sua attività si difese sostenendo che la svolgeva in modo anonimo e senza fare i nomi dei colleghi. Come se la viltà e l’omertà fossero attenuanti, laddove, al contrario, si sarebbe dovuto accusarlo di non averlo fatto con esposti da lui firmati, ed indicando il nome dei mentecatti. Insomma, al Csm restano convinti sia bene il cane non morda il cane, sicché, dopo avere assolto ogni devianza e promosso ogni ignoranza, hanno stabilito che no, Dragotto la deve pagare. Quello fa marameo e se ne va in pensione. Altra bocca da sfamare, a cura di quelli cui tocca lavorare.
Ho una visione quasi sacrale della magistratura, credendo nella giustizia più di quelli che vestono la toga. Hanno soldi e carriera assicurati, per essere indipendenti e separati. Ma non s’accontentano e s’arrampicano. Basta con l’ipocrisia: o li si considera, anche nel più alto consesso, portatori d’interessi, nominandoli od eleggendoli in modo coerente, oppure taccia l’appiccicosa e disonesta doppiezza di chi si scandalizza a corrente alternata.
Il tema vero, pertanto, è quello della giustizia italiana, la cui credibilità pareggia l’efficienza. Al discredito concorre la Corte Costituzionale, e ricordo che noi, qui, con precisione e dettagli, ne raccontammo la triste decadenza, denunciandone apertamente i costumi, tendenti al debosciato. Ma, allora, le odierne fiere ruggenti erano micioni sonnacchiosi, intenti a far le fusa sul grembo dei sentenzianti. Castrati erano, e tali rimangono.
I magistrati dovrebbero starsene lontani dalla vita politica, ivi comprese le frequentazioni sociali. I giudici costituzionali, per giunta, sono gli unici non di carriera, meglio piazzati per dare il buon esempio, ove mai il carrierismo non l’avessero nel sangue. Certo, può capitare che si sia stati compagni di banco o commilitoni, che ci s’incontri periodicamente. Ma c’è modo e modo. La cosa pazzescamente ridicola è che a pretendere di denunciare il cadere in tentazione sia gente che incassava soldi e favori da quelli che sarebbero stati i loro indagati, e che poi, per riscuotere il premio del populismo togato, si buttano in politica. E’ immorale che si passi dalla procura alla candidatura, propiziata dall’esibizionismo giudiziario. Si tratta di un malcostume talmente diffuso che non se ne vede più il contrasto con l’indipendenza.
E che dire della magistratura che continua a pretendere i propri uomini in ministeri, enti, società e centri di spesa? Questa è commistione bella e buona, anzi, brutta e cattiva. Ci sono magistrati contabili che giudicano le spese disposte dai colleghi. Consiglieri di Stato che amministrano la cosa pubblica e danno pareri su come sarebbe meglio farlo. Poi capita che capi di gabinetto (la vera ossatura del potere ministeriale) di lungo corso, passati per molti ministeri e molti ministri, finiscano a giudicar le leggi. Che volete chiedergli, di rinnegare se stessi? E chi glielo chiede, dei presidenti che stanno lì solo sei mesi, violando la Costituzione che dovrebbero difendere? Chi lo reclama, quelli che alla Corte volevano mandare il proprio capo della corrente giudiziaria, quello che aveva isolato e neutralizzato Falcone? Se raccontassimo la storia delle contaminazioni, in Italia vorrebbero restare solo i clandestini.
Siamo arrivati al punto, oramai più ridicolo che drammatico, di avere un magistrato che tiene un blog per segnalare gli sfondoni dei colleghi (da quello che legge la verità negli occhi dei testimoni a quello che obbliga al mantenimento dei morti). Ha un nome, Gaetano Dragotto, ma quando fu accusato per quella sua attività si difese sostenendo che la svolgeva in modo anonimo e senza fare i nomi dei colleghi. Come se la viltà e l’omertà fossero attenuanti, laddove, al contrario, si sarebbe dovuto accusarlo di non averlo fatto con esposti da lui firmati, ed indicando il nome dei mentecatti. Insomma, al Csm restano convinti sia bene il cane non morda il cane, sicché, dopo avere assolto ogni devianza e promosso ogni ignoranza, hanno stabilito che no, Dragotto la deve pagare. Quello fa marameo e se ne va in pensione. Altra bocca da sfamare, a cura di quelli cui tocca lavorare.
Ho una visione quasi sacrale della magistratura, credendo nella giustizia più di quelli che vestono la toga. Hanno soldi e carriera assicurati, per essere indipendenti e separati. Ma non s’accontentano e s’arrampicano. Basta con l’ipocrisia: o li si considera, anche nel più alto consesso, portatori d’interessi, nominandoli od eleggendoli in modo coerente, oppure taccia l’appiccicosa e disonesta doppiezza di chi si scandalizza a corrente alternata.
Seguendo la stampa. Lodovico Festa
“Bersani sta costruendo una proposta politica veramente innovativa” Dice Filippo Penati al Riformista (8 luglio) E Penati è il vero vincitore delle elezioni per la Provincia di Milano, i rossoneri stanno facendo una squadra più forte di quella dei nerazzurri. E, naturalmente, se mio nonno avesse avuto le ruote, sarebbe stato un tram
“Berlusconi è ‘malato’ come con cognizione di causa ha autorevolmente detto Veronica Lario” Dice Valentino Parlato sul Manifesto (8 luglio) Il sangue non è acqua, i bei comunisti di una volta, quelli che mandavano gli avversari in manicomio, qualche eredità l’hanno lasciata
“E’ vero che alle volte i direttori del ‘Times’ lanciano campagne finalizzate a fare contento il loro direttore” Dice Bill Emott alla Stampa (8 luglio) Ormai gli ultimi giornalisti all’inglese, che notoriamente se ne fregano del loro editore, sono alla Repubblica
“No a interferenze della politica” Dice Corrado Faissola alla Stampa (8 luglio) Bei tempi quando i banchieri tutti in fila andavano a votare per le primarie dell’Ulivo o del Pd. Allora sì che si interferiva per bene. (l'Occidentale)
“Berlusconi è ‘malato’ come con cognizione di causa ha autorevolmente detto Veronica Lario” Dice Valentino Parlato sul Manifesto (8 luglio) Il sangue non è acqua, i bei comunisti di una volta, quelli che mandavano gli avversari in manicomio, qualche eredità l’hanno lasciata
“E’ vero che alle volte i direttori del ‘Times’ lanciano campagne finalizzate a fare contento il loro direttore” Dice Bill Emott alla Stampa (8 luglio) Ormai gli ultimi giornalisti all’inglese, che notoriamente se ne fregano del loro editore, sono alla Repubblica
“No a interferenze della politica” Dice Corrado Faissola alla Stampa (8 luglio) Bei tempi quando i banchieri tutti in fila andavano a votare per le primarie dell’Ulivo o del Pd. Allora sì che si interferiva per bene. (l'Occidentale)
giovedì 2 luglio 2009
Se Viareggio in lutto si spacca su Berlusconi. l'Occidentale
Il breve viaggio di Berlusconi nella Viareggio colpita dalla terribile sciagura ferroviaria dell'altra notte si è trasformato in una piccola, ma non per questo meno preoccupante, rappresentazione di guerra civile. Da un lato gli odiatori imbestialiti, con le urla e con i fischi; dall'altro i sostenitori con i viva e gli applausi. In mezzo una tensione che si tagliava col coltello.
Al solo apparire di Berlusconi, il lutto, il dolore per le vittime, l'impegno per il soccorso e per la compassione, tutto questo è stato spazzato via da una gelida ventata d'odio. A cui ha fatto da contraltare una improvvisata manifestazione di sostegno. Nel complesso non è stato un bello spettacolo.
Erano settimane, se non mesi, che Berlusconi non si faceva vedere in piazza, tra la gente. Persino in campagna elettorale aveva evitato apparizioni all'aperto. Così ieri Viareggio è stato l'incolpevole scenario di un'altra esplosione. La rabbia della gente non era quella tipica delle vittime di un disastro insensato e ancora tutto da spiegare. No, le urla e gli insulti erano piuttosto il frutto diretto e avvelenato della campagna di stampa contro Berlusconi da Casoria in poi. "Puttaniere", "pedofilo", "vergognati!", questo era il tenore della protesta. Era la voglia matta di togliersi la soddisfazione di cantaglierla al mostro di Berlusconi di cui tanto si è letto, mormorato e discusso in queste ultime settimane. E poco importa se dietro sullo sfondo c'era ancora la città ferita e fumante.
Se il frutto delle campagne della libera stampa contro il presidente del consiglio si ripercuote così ciecamente e violentemente sulla gente, se il giudizio sulla persona di Berlusconi apre fossati così profondi tra i cittadini, se la seminagione di odio ha così rapidamente attecchito, c'è davvero poco da scherzare. Paradossalmente anzi, la tregua invocata da Napolitano che nella sfera politica ha avuto ascolto e forse anche qualche effetto, davanti alle immagini della contestazione di piazza suona come un flatus vocis.
Si dirà che la colpa è di Berlusconi medesimo, della sua intemperanza, della sua mancanza di sobrietà , dei suoi vizi privati. E che la libera stampa non ha fatto altro che far trionfare i fatti. La Repubblica ne sarà certamente convinta. Anche quando cita (pag.8) l'opinione di una manifestante viareggina che dice: "Non è vero che Berlusconi ha risolto il problema della spazzatura a Napoli, lo ha solo spostato in campagna, gli ha dato fuoco e poi chissenefrega della diossina!". Anche lei certamente una lettrice di Repubblica e dei suoi "fatti".
Al solo apparire di Berlusconi, il lutto, il dolore per le vittime, l'impegno per il soccorso e per la compassione, tutto questo è stato spazzato via da una gelida ventata d'odio. A cui ha fatto da contraltare una improvvisata manifestazione di sostegno. Nel complesso non è stato un bello spettacolo.
Erano settimane, se non mesi, che Berlusconi non si faceva vedere in piazza, tra la gente. Persino in campagna elettorale aveva evitato apparizioni all'aperto. Così ieri Viareggio è stato l'incolpevole scenario di un'altra esplosione. La rabbia della gente non era quella tipica delle vittime di un disastro insensato e ancora tutto da spiegare. No, le urla e gli insulti erano piuttosto il frutto diretto e avvelenato della campagna di stampa contro Berlusconi da Casoria in poi. "Puttaniere", "pedofilo", "vergognati!", questo era il tenore della protesta. Era la voglia matta di togliersi la soddisfazione di cantaglierla al mostro di Berlusconi di cui tanto si è letto, mormorato e discusso in queste ultime settimane. E poco importa se dietro sullo sfondo c'era ancora la città ferita e fumante.
Se il frutto delle campagne della libera stampa contro il presidente del consiglio si ripercuote così ciecamente e violentemente sulla gente, se il giudizio sulla persona di Berlusconi apre fossati così profondi tra i cittadini, se la seminagione di odio ha così rapidamente attecchito, c'è davvero poco da scherzare. Paradossalmente anzi, la tregua invocata da Napolitano che nella sfera politica ha avuto ascolto e forse anche qualche effetto, davanti alle immagini della contestazione di piazza suona come un flatus vocis.
Si dirà che la colpa è di Berlusconi medesimo, della sua intemperanza, della sua mancanza di sobrietà , dei suoi vizi privati. E che la libera stampa non ha fatto altro che far trionfare i fatti. La Repubblica ne sarà certamente convinta. Anche quando cita (pag.8) l'opinione di una manifestante viareggina che dice: "Non è vero che Berlusconi ha risolto il problema della spazzatura a Napoli, lo ha solo spostato in campagna, gli ha dato fuoco e poi chissenefrega della diossina!". Anche lei certamente una lettrice di Repubblica e dei suoi "fatti".
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