giovedì 26 aprile 2012

Casa (senza) famiglia. Davide Giacalone

Le vie del fisco sono infinite, ma infide. Si discute da anni, in un Paese che ama i problemi per poterne discettare, escludendo di risolverli prima che cessino d’essere di moda, se riconoscere o meno le coppie di fatto, siano esse mono o multisessuali. Dibattito acceso e ozioso. Alla fine, però, si tassano le famiglie e si agevolano le coppie di non sposati. Accade con l’Imu, ove l’agevolazione prima casa, in una famiglia di moglie, marito e figli, è riconosciuta per una sola abitazione, quindi non solo sale la tassazione, ma si restringe l’esenzione. Se quei due non avessero avuto l’infelice idea di sposarsi potrebbero contare su due detrazioni. Una situazione illogica, che ribalta non solo il dettato costituzionale, ma anche il buon senso.

Da laico, non ho una visione sacrale del matrimonio. Da persona ragionevole so che è socialmente utile agevolare la vita di quanti mettono su famiglia e figli al mondo. Capisco il fascino di far lavorare solo gli extracomunitari e la libidine di prendere all’estero anche i governanti, ma avverto che questa specie di decadenza nobiliare equivale alla cancellazione dell’Italia. Da essere umano inadatto all’odio verso gli altri rispetto le scelte di ciascuno, né trovo alcunché da ridire per quanti, quali che siano il loro gusti sessuali, intendano convivere. Da cittadino che vive in uno stato di diritto, però, pretendo per i loro eventuali figli le stesse tutele che hanno quelli nati da un matrimonio, ma mi rifiuto di assegnare ai conviventi gli stessi privilegi che sono specifici dei coniugi, ove, si badi bene, questi comportino costi per terzi. Quindi: i conviventi si rechino pure in visita in ospedali e carceri (che idea disgraziata della vita!); si dia libertà al morituro di stabilire a chi vuole lasciare i propri beni; ma niente pensioni di reversibilità, tanto per fare un esempio. In sintesi: ciascuno faccia quel che vuole, ma a spese proprie, con tutela per i bambini e con agevolazioni per chi li fa nascere. Ecco, con l’Imu s’è fatto l’esatto contrario, sicché, dopo chiacchiere interminabili, s’è buscato ponente per i levante. Non per scoprire nuove terre, ma per mettere nuove tasse sulla famiglia, da cui le non famiglie sono esentate.

Vorrei sapere cosa ne pensano quegli ipocriti perdigiorno che da decenni ci fanno una capa tanta per spiegare che la famiglia viene prima di tutto e che la famiglia legittima è solo quella del matrimonio, meglio se santificato e, quindi unico, poi, però, collezionano famiglie (ho visto che anche quelli di Comunione e Liberazione si separano, e se non fossi estraneo al ramo direi: non c’è più religione) e, all’occorrenza, votano a favore di chi discrimina negativamente le famiglie. Vorrei proprio sentirli.

Due osservazioni ulteriori. La prima: quei coniugi disgraziati potrebbero avere comprato la seconda casa, in attesa di lasciarla ai figli, proprio mettendo in conto l’agevolazione che la legge consentiva, ove si cambi regime, forse, sarebbe bene far salvo il passato. Lo abbiamo già visto a proposito dello scandaloso tema dell’“abuso di diritto”: pensare di punire chi s’è attenuto alla legge, ma lo ha fatto traendone un vantaggio, è abominevole. La seconda: a me sta bene spostare la pressione fiscale dai redditi ai patrimoni e ai consumi, ma “spostare” non è sinonimo di “sommare”, e se le tasse sulla casa crescono quelle sul reddito devono scendere. E senza fare i furbi, perché questa roba è stata promessa da anni (soprattutto dal centro destra, che ne porta la responsabilità), nel mentre crescevano tutti gli altri tributi.

Infine, è noto che i valori catastali sono spesso irreali, nel senso di troppo bassi, ma è anche vero che noi assistiamo al loro crescere, all’appesantirsi dell’aliquota e del conteggio, al diminuire delle agevolazioni, nel mentre scendono i valori commerciali degli immobili. Il tutto senza che calino neanche le tasse sulla compravendita, per cui è costoso tenere gli immobili, ma anche venderli (male). C’è un’espressione che sintetizza il concentrarsi sulle cifre smarrendo la razionalità: dare i numeri.

lunedì 23 aprile 2012

Caramelle. Gianluca Perricone

 
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Come noto ai più, Crema è in provincia di Cremona, in quella Lombardia che ci ha fin troppo abituato ad azioni giudiziarie alquanto controverse. Meno noto, forse, è il fatto che in quel di Crema gli ambienti giudiziari siano impegnati a seguire un caso che davvero potrebbe finire su tutti i testi di diritto penale delle università italiane, anzi europee: il furto – datato agosto 2010, quasi due anni fa – di un pacchetto di caramelle dal valore (tenetevi forte!!!) ammontante a ben 1euro e 19centesimi. Roba da mettere in ginocchio la già malridotta economia nazionale. 
E – almeno a leggere la cronaca milanese di Repubblica – ad occuparsi della rilevante vicenda sono stati due giudici: insomma “roba grossa”, come scriverebbe Marco Travaglio.
La 24enne romena accusata di cotanto misfatto ha intanto fatto perdere le proprie tracce; insomma si è resa irreperibile ma, come è noto, la nostra giustizia è testarda (dimostrandosi, spesso, sprezzante anche del senso del ridicolo) e va avanti nel proprio corso.
Sempre la cronaca milanese del quotidiano diretto da Ezio Mauro ci ricorda che «la prima udienza risale al gennaio scorso. La successiva è stata celebrata con l'audizione dei due soli testimoni: la commessa del market e l'agente di pubblica sicurezza che formalizzò la denuncia a piede libero». Ad autunno prossimo si svolgerà anche la terza udienza dedicata alla discussione in aula. Alla quale dovrà partecipare anche il difensore d’ufficio della 24enne (il quale, candidamente, ha fatto sapere di non aver mai incontrato la sua cliente né di essere mai riuscito neppure a contattarla) ma non di certo la sua cliente che chissà da dove starà assistendo a questo “processo”. L’avvocato, del resto ha giustamente precisato che «il problema non è tanto il furto in sé, ma se valga la pena di spendere tante energie processuali per un danno da un euro e 19 centesimi. Trattandosi di un reato aggravato e quindi procedibile d'ufficio, però, non è neppure percorribile la via della remissione della querela, magari a seguito del risarcimento».
Verrebbe da chiedersi – e da domandare, soprattutto al Guardasigilli in carica – se sia mai possibile che un Paese possa andare avanti con questo tipo di sistema-giustizia, inteso sia come normative vigenti che come magistrati operanti.
Verrebbe (anzi, viene) spontaneo altresì chiedersi a quanto ammonti il costo di due giudici (che, forse, potevano essere impiegati a giudicare su casi più rilevanti) e quanto possa essere il denaro speso mettere in piedi tre udienze giudiziarie: di certo più di 1,19 euro. (Legno Storto)

giovedì 19 aprile 2012

Ultima chiamata per il Professore. Marcello Veneziani

Italiani, proviamo a metterci nei panni di Monti, anche se lui non si mette nei nostri. Lui ci colpisce selvaggiamente con rozze tasse e accise perché gli invocati tagli,dismissioni e liberalizzazioni non gli sono permessi dal Parlamento e dai partiti, ma anche dalle banche e dalle lobbies.
Mario Monti 
Capisco, però dico: ha un bel cervello, un bell'eloquio e un bel curriculum, se non ha le manopole e le valvole al posto del cuore e del fegato, perché non parla al Paese a reti unificate per dire chiaro e tondo: io vorrei fare questi tagli, abbattere questi costi politici, liberalizzare questi settori e dismettere questi comparti, e domani presento un progetto organico. Se me lo approvano in tempi rapidi e in modo integrale, vado avanti; altrimenti mi ritiro, ma sappiate a questo punto che non è colpa mia quel che succederà. Lo apprezzeremmo tutti, lo sosterremmo in tanti, anche se è tecnico. Una buona democrazia, a mio parere, funziona se un governo è legittimato dal popolo sovrano ma poi decide in piena autonomia e governa senza ricatti. Oggi invece, siamo al contrario: abbiamo un governo non legittimato dal voto ma non in grado di decidere nulla di sostanziale, perché i partiti e le altre caste hanno potere senza avere responsabilità. Col risultato che può accanirsi col popolo sovrano, tassando casa, lavoro e trasporti, ma non con i principali responsabili dello sfascio. Perciò dico: occorre un atto di forza, una svolta netta che metta tutti davanti alle proprie responsabilità: dentro o fuori, salvezza o baratro. Coraggio, Presidente, alle armi. (il Giornale)

mercoledì 11 aprile 2012

Il boss, il Cavaliere e la vajassa. Angelo Libranti

E’ di ieri mattina la notizia raccolta da Dagospia sull’“accordo” fra Bossi e Berlusconi, circa il passaggio del simbolo leghista a quest’ultimo per ottenere la remissione di risarcimenti dovuti dopo una serie di sentenze in sede civile.
La vicenda nasce nel 1995, quando Bossi dopo aver tolto la fiducia al governo Berlusconi, cominciò ad inveire ed offendere l’ex sodale, citandolo pubblicamente come mafioso e malavitoso. Naturalmente il Cavaliere dette querela e dopo udienze e sentenze ottenne la condanna di Bossi, alla quale seguì il pagamento di ingenti somme che Bossi e la Lega non erano in grado di pagare.
Quando nel 2001 si presentarono le elezioni politiche, Berlusconi apprese dai sondaggi che non avrebbe vinto senza l’adesione della Lega; allora propose l’accordo politico e per garanzia di futura fedeltà pretese la cessione del simbolo del partito, come pegno.
La notizia, ripresa dal Corriere della Sera, ovviamente non è sicurissima e va accertata, ma diventa possibile se riandiamo all’aria che tirava alla vigilia di quelle elezioni. Non è mai stati spiegato come mai, repentinamente, due nemici politici improvvisamente trovarono l’accordo e come mai Berlusconi rinunciò a risarcimenti milionari da un giorno all’altro.
Qualcosa ci fu, e dimostra la spregiudicatezza di Bossi nel condurre un partito affermato, sproloquiando sulla moralità altrui e gestendolo nel peggiore dei modi. Questo personaggio si è fatto la fama di avere fiuto politico, quando non riesce a fiutare neanche in casa sua se è vero, come è vero, che moglie e figlio facevano di tutto per metterlo in difficoltà, per non citare i suoi più stretti collaboratori, dimostratisi inaffidabili e cialtroni.
La malattia c’entra poco, ci sono cose che uno vede e percepisce, come il voler imporre in politica un figlio non adatto ed affidare la cassa ad un personaggio già chiacchierato e squalificato. Per candidare un leghista ad una carica pubblica, lo statuto prevede diversi passaggi di attività e di anzianità che Bossi ha volutamente ignorato. Non poteva non conoscere lo statuto che egli stesso aveva contribuito a formare.
Sarà vero che guarda al denaro con noncuranza e conduce vita parca, ciò non toglie che non ha fatto nulla per verificare, per esempio, come vivevano i figli disoccupati. Quando si spende e spande uno si chiede da dove vengano tanti soldi e quando la base mormora si ha il dovere di capire dove è il problema.
Ha voglia Giuliano Ferrara di imprecare che nessuno infanghi “la canottiera che cambiò il paese”; la canottiera si è infangata da sola con una condotta autoritaria e spregiudicata. Il Nord, incanalato nella sua protesta in un partito compatto, avrebbe potuto benissimo guardare a Forza Italia prima e al Pdl poi, senza bisogno di infiocchettarsi con orpelli barbarici e riti pagani.
Ferrara non “azzecca” cosa poteva diventare l’Italia senza la defezione di Bossi nel 1994 in una legislatura formata sì da ministri improvvisati, ma gravida di proposte epocali, come la riforma del lavoro, che ancora oggi è sul tappeto, e come altre riforme e propositi che, interrotti dall’inconcludente Prodi, non sono stati più fatti per mutato quadro politico e per insensibilità della Lega, troppo attaccata agli interessi di bottega.
La furbata di dimettersi, poi, è la classica ciliegina; esce dalla porta ed entra dalla finestra con la presidenza, tra l’altro non prevista nello statuto leghista. Sarà presente in tutte le riunioni e in tutti gli organi di partito ed è stato anticipato che potrebbe persino tornare segretario della Lega.
Se non è un boss a tutto tondo, pochissimo ci manca.
Per concludere, cosa dire di un personaggio come Rosy Mauro? La conoscevo poco e solo di nome, attraverso i filmati di questi ultimi giorni ho scoperto la vajassa della Lega in servizio permanente effettivo, anzi, vicepresidente del Senato. Ma per piacere… (the FrontPage)

Questo è lo scenario politico per l'Italia: a volte la fantascienza è più prevedibile della realtà. Jester Feed





Noi pensavamo che l’Italia della Prima Repubblica, quella per intenderci del pentapartito, degli inciuci di palazzo e della connivenza tra maggioranza e opposizione fosse scomparsa. Pensavamo che con l’avvento di Berlusconi, il bipolarismo in Italia fosse diventato una realtà. Pensavamo che tra antiberlusconiani e berlusconiani si fosse creata una logica bipolare che vede da una parte il progressismo (per modo dire) della sinistra e il moderatismo della destra.

Nella foto: Corrado Passera

Sognate… Sognate perché il sogno durerà ancora per chissà quanto tempo. Non a caso, l’idea che va per la maggiore nel palazzo del potere è un ritorno al caro consociativismo, agli inciuci, al grande centro e dunque ai governi non espressi dalla volontà popolare ma dagli accordi di segreteria, dopo le elezioni of course. Perché è questo l’obiettivo di lor signori.

Mi spiego meglio. Il Governo attuale — a mio modesto parere — non dovrebbe andare oltre ottobre. Non ci sono più i presupposti politici ed economici per farlo durare. Ormai la sua missione è compiuta: recuperare il denaro per gli speculatori dei titoli pubblici, riassettare il debito italiano nei limiti del trattato europeo, decisi — chissà perché — dagli stessi speculatori e dalle oligarchie che governano la BCE, e riformare il sistema previdenziale e lavoristico in modo da far gravare sui ceti medio-bassi il peso della crisi. Avete visto riforme che tendono a ridurre la spesa e a eliminare gli sprechi (del tipo stipendi e rimborsi elettorali)? Neanche per idea. Le uniche “riforme” che si sono viste sono quelle che hanno introdotto nuove tasse o aumentato quelle già in vigore. Questo dimostra che quanto dico è molto vicino al vero.

Ma andiamo oltre. Tolta di mezzo la Lega, prima di ottobre ci sarà probabilmente una riforma della legge elettorale. In che direzione? Semplice: verrà eliminato il meccanismo del premio di maggioranza. In altre parole, si andrà a elezioni in autunno senza questo premio. Ciò significherà — detto papale papale — che nessun partito o coalizione di Governo potrà governare in autonomia. La conseguenza? Un nuovo governo tecnico. Guidato da chi? Beh, i nomi possono essere tanti, ma è quello di Passera il più quotato. Mentre al Quirinale salirà ancora una volta un esponente di sinistra, perché la maggioranza relativa nella prossima legislatura sarà del PD. Chi? Magari Prodi.

A questo punto ci si trascinerà ancora per un po’ finché i partiti non faranno dimenticare alla gente il bipolarismo, la Lega, il berlusconismo e così via. Dopo di che lo scenario politico italiano (parlo dei prossimi dieci anni) vedrà la rinascita di un grosso partito centrista che — come la vecchia DC — farà e disferà i Governi, con il suggello e il sigillo delle elezioni, che torneranno a essere quelle che erano in passato: un banale proforma costituzionale senza alcuna sostanza e valenza politica.

Intanto ci saranno sicuramente delle “riforme”, ma non quelle che ci si aspetta e quelle realmente utili al paese. Probabilmente verranno introdotti i matrimoni gay, l’immigrazione verrà incentivata con la cittadinanza breve e avremo frotte di islamici e moschee in tutto il paese in nome del multiculturalismo, l’Italia perderà ancor più velocemente la propria sovranità economica e politica in favore della burocrazia europea. Verremo invasi dall’economia cinese (più di quanto lo siamo ora) e l’integrazione europea sarà la nostra morte identitaria, se mai abbiamo avuto una identità nazionale. E mi fermo qui.

Voi credete che questa sia fantascienza? Bene, è probabile. Ma a volte la fantascienza è più prevedibile della realtà. Abbiamo visto le modalità con le quali il Potere, quello con la P maiuscola, quando ha deciso che un Governo legittimamente eletto non dovesse più governare, ha decretato la fine del Governo Berlusconi, piazzandoci Monti al suo posto (roba che negli USA avrebbe comportato una marea di arresti per alto tradimento). Dunque, fantascienza o no, aspettiamoci il peggio del peggio per il futuro del nostro paese: un ritorno al passato più becero e antidemocratico di sempre. Quello che i sinistri antiberlusconiani magari non sognavano ma che con il loro livore decennale hanno contribuito a resuscitare. (rischiocalcolato)

martedì 10 aprile 2012

La fine di Fini. G.L.

Gli ultimi finiani asserragliati nel futurista commentano con vivace intelligenza le dimissioni di Bossi; "fuori due!". L'altro essendo Berlusconi. La cosa piu fastidiosa nella caduta dei protagonisti è il giubilo dei comprimari. Forse è vero che Bossi e Berlusconi sono usciti di scena. Il guaio di Fini però è di non esserci mai entrato. Il suo declino si consuma senza fragore e senza lasciare traccia. (l'Occidentale)

giovedì 5 aprile 2012

Il trionfo del re ferito. Annalena Benini

Dopo il buio nel corpo, Bossi è tornato padrone di sé (tranne i capelli) e del nord. Ritratto

“Diciamo pure che ho avuto culo”
   
(Umberto Bossi)
Lo si riconosceva dalla voce, molto prima di vederlo. Grugnito lombardo che copriva tutto, molti da salutare e qualcuno da mandare affanculo. “Arriva il capo”, “Ecco il Bossi”. A via Bellerio, in ufficio, nei comizi, per strada, a Pontida, sui barconi. Camicia a quadretti, giacca a quadretti, cravatta a caso, fazzoletto verde. Arrivava e travolgeva: chi aveva fatto cazzate o aveva alzato la cresta sapeva che a Bossi bastava un grugnito più feroce del solito.

Prima di accasciarsi. “Manuela, sto male, aiutami”. La voce non c’era più: tagliata via. Tracheotomia e tutto il resto, la morte accarezzata (anche desiderata, “ma ho continuato a combattare, perché sono un lottatore vero”) nel letto di ospedale, quando non si poteva raccontare nulla, quando Roberto Maroni, Roberto Castelli, Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli dovevano fingere ottimismo sulle condizioni di Bossi, ma non erano bravi a raccontare balle sul capo. Salva la vita e perduta la voce. Bossi non sarà più Bossi. Nel primo messaggio registrato per Radio Padania, nel 2004, non si capisce niente tranne: “Non sono morto”. Un anno dopo, non riusciva a parlare per più di cinque minuti. Grugnito affievolito e tremante. Adesso si è ripreso anche la voce. Di nuovo lo si sente arrivare: grugnito soffocato, ma grosso grugnito leghista. Al microfono rende peggio, bisogna amplificarlo, ma da vicino è quasi come prima, dicono i suoi, “fa paura come prima, anche se è diventato più buono”. Si commuove, adesso, parla sempre della moglie e dei figli, regala dolcezze al suo popolo: “Lo so che mi volete bene”.

La prima volta che rimandò Pontida perché era ancora quasi morto, disse: “Mi mancate tanto”. Adesso Bossi ha ricominciato a fare pernacchie, dita medie, adesso aspetta i definitivi risultati elettorali, vuole fare il botto: “Siamo dei geni”, ha bofonchiato nel microfono ieri sera, e quando sorride è di nuovo Bossi. E’ diventato saggio, però, lo innervosiscono le scappatelle erotiche, dice che bisogna essere seri, lo innervosisce quel che esce dalle intercettazioni: “Se intercettano me, mi sentono al telefono con mia moglie, o che rido con mio figlio”. Come in “Bocca di Rosa” di De Andrè: “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. A proposito del divorzio di Veronica Lario e Silvio Berlusconi, Umberto Bossi parlò di sé e della sua nuova vita morigerata: “Io non ho le veline. Se avessi le veline non potrei più tornare a casa.

Ho tanti figli maschi e sono tutti dalla parte della madre. Per di più ho anche la sfortuna che c’è la Rosy che viene sempre a casa mia e dà sempre ragione a mia moglie”. La Rosy è Rosy Mauro, vicepresidente del Senato e braccio destro di Umberto Bossi, signora molto mora su cui in passato si favoleggiava, ma che ha resistito al fianco del capo anche dopo la malattia (durante la quale la moglie Manuela Marrone, donna padana e siciliana insieme, ha fatto alcune utili pulizie politiche e amicali nella vita del marito, pulizie che lui ha accettato con gratitudine e obbedienza). Rosy Mauro è rimasta, fa da sfondo a tutte le foto di Bossi comiziante, e durante il primo discorso pubblico, a Lugano nel 2005 (trecento arrivati in battello e gli altri in pullman e in auto, un migliaio di leghisti privilegiati ammessi in Svizzera a salutare il re malato), Rosy si lasciò travolgere dall’euforia e urlò: “Lo vedete, abbiamo la prova che Bossi è immortale, che è un Highlander! E dopo Bossi, c’è ancora Bossi!”.

“Prima ero una belva, ora sono cambiato” (Umberto Bossi, maggio 2007)

Bossi era un immortale quando non dormiva la notte per una settimana di fila, si faceva la barba in ufficio, la mattina, mentre riceveva “i ragazzi” e non smetteva di parlare. Canottiera di lana estate e inverno (la canottiera preserva dai malanni di stagione, per molte signore è il massimo del sexy, gli stilisti l’hanno rilanciata, i maschi soprattutto omosessuali la considerano un feticcio della virilità perduta). Scrivere tutto il giornale da solo in due giorni, girare il nord in macchina, autista o non autista: si parte da Milano alle sedici, c’è un comizio a Verona alle diciotto, un altro a Udine alle ventuno, si comincia in ritardo e si va per le lunghe. Soprattutto perché Bossi adora fermarsi coi militanti e va pazzo per la firma sulle bandiere col guerriero. Anche adesso, che è meno Highlander e si affatica, non c’è verso di impedirgli, dopo un comizio, di mettersi a firmare bandiere, di stare lì ancora mezz’ora col segretario di sezione, magari soltanto in giacca. “Uè copriti almeno, capo, fa un freddo bestia”. “Ma va’ a dà vià el cù”.
“La Lega è il suo Gerovital, la Lega l’ha fatto rinascere”, dice la Lega, che non è per niente una cosa sola ma ha un capo solo ed è Bossi (“Nessuno, dal primo dei ministri all’ultimo dei militanti, potrebbe mai mettere in discussione quel che dice Bossi”).

Dopo l’incubo e la lentissima ripresa, dopo il periodo in Svizzera a sudarsi la riabilitazione e ascoltare i dischi di Celentano, i medici avevano consigliato di fargli un ufficio sul lago, un luogo tranquillo, vicino al posto della fisioterapia. “Non fate i pirla, il mio ufficio ce l’ho già”. Quello di via Bellerio, con la branda e il bagnetto sul retro, dove ieri attendeva lo spoglio dei voti con Calderoli, Giancarlo Giorgetti e il figlio Renzo. Quello con lo spadone appeso al muro, dove a volte tornava intorno all’alba per un pisolino e dove adesso questo Highlander acciaccato deve riposare spesso, per riprendere le forze, per non restare senza fiato. “Mai molà. Tegn dur” (sottotitolo imprescindibile: “Contro Roma ladrona”), gliel’avevano scritto su uno striscione contornato da fiaccole a Ponte Di Legno, il primo Capodanno dopo il buio nel corpo. In quell’occasione Bossi prese un aperitivo pubblico all’Hotel Mirella, un’aranciata amara, ed era talmente contento di essere festeggiato dai leghisti della Valcamonica che convinse la moglie e il medico che non lo mollava mai a invitare qualche militante a casa a chiacchierare, per sentirsi ancora il Senatùr. Per tornare a essere il Senatùr però bisognava anche ricominciare a fumare: niente sigarette, allora Bossi ha preso ad annusare e a fumare il sigaro. “Ci vuole continuità anche nei vizi”, ha detto, “e comunque grazie al fumo non mi si sono irrigiditi i muscoli”.

Gli si sono irrigiditi soltanto i capelli, in effetti: da quando ha avuto l’ictus non è mai più riuscito a pettinarli. Stanno dritti sulla testa, poi prendono qualche curva strana, a volte è l’impronta del cuscino, a volte il poggiatesta della macchina, altre è l’incazzatura che li innalza. “Ma va à laorà, barbùn”, non è leggenda folcloristica, è vita quotidiana alla Lega nord, quando Bossi decide che qualcuno ha esagerato. Prima dell’ictus era più spietato. Raimondo Fassa, avvocato, fu il primo sindaco leghista a Varese, negli anni Novanta, ma non marciava sul Po e non gli piaceva la secessione. “Ma cosa vogliono?”, sbottava Bossi quando qualcuno rompeva le scatole, “non capiscono che loro sono solo dei soldati? Devono obbedire e basta”. Insomma, Fassa finì a fare l’europarlamentare, prima di lasciare per sempre la Lega. A fine mandato andò a parlare con Bossi e Bossi lo tenne lì un’ora con il sottofondo (ma a volume alto) di tutti i suoi discorsi registrati a Pontida. L’egocentrismo è rimasto, ma adesso se uno dei suoi gli dice: “Uè ma fallo fuori sto pirla”, Bossi grugnisce: “Ha due figli, come si fa, mettiamolo da qualche parte dove non può nuocere”. Il tenero Bossi si commuove per le malattie degli altri, adesso, per gli amici che non credeva di avere e che ha ritrovato nella malattia (“compagni delle elementari che volevano sapere come stavo, che sono venuti ai comizi ad abbracciarmi, significa che qualcosa di buono ce l’ho anch’io”) e per la propria famiglia. “Io ho avuto mia moglie”, ripete sempre quando deve ripercorrere i mesi in cui non riusciva a muovere nulla, “e i miei figli, grazie a loro puoi vivere tre o quattro vite”.

Quattro figli, tutti maschi: Riccardo, avuto dalla prima moglie Gigliola (proprietaria di discoteche: ha raccontato di quando Bossi le aveva fatto credere di essersi laureato in medicina, di quando le regalò un orrendo pellicciotto lungo e dritto di pelo di lupo, di quando dipingeva e faceva il militante di sinistra, appassionato e contorto) e gli altri tre: Renzo, Eridano Sirio e Roberto Libertà. Per Renzo, la sua “trota” (delfino è troppo chic, roba da femminucce), Bossi sfiora il ridicolo: il ragazzo è stato bocciato tre volte all’esame di maturità e il padre amorevole ha accusato di discriminazione i professori “teròni”. Classico genitore giustificante (anzi teròne), a cui adesso brillano gli occhi perché la sua piccola trota ha preso due “trenta” a Economia e commercio (a casa Bossi dev’essere un evento per cui stappare bottiglie di Coca Cola, visto che il Senatùr è astemio e non beve nemmeno quando va a cena ad Arcore). Ora che la trota è in politica (e sta prendendo un sacco di voti, pena l’ideale decapitazione dei leghisti bresciani), dopo quella mattina di premonizione in cui, ancora adolescente, Bossi gli fece urlare dalla finestra: “Padania libera”, il primogenito è geloso, si sente messo da parte (“Io ho fatto ragioneria e ho finito in cinque anni senza mai finire sotto i riflettori bocciato o rimandato”). Voleva andare all’Isola dei Famosi e Bossi ha detto: “Gli tiro un calcio nel sedere” e ha vietato ad Antonio Marano, allora direttore di rete, di farlo ingaggiare. Riccardo Bossi si è vendicato rinfacciando al padre di non essere andato al battesimo di sua figlia Lavinia (anche la scelta del nome è un chiaro atto di insubordinazione, però), ma da ogni parola ingenua e impacciata esce l’amore assoluto per il padre “supereroe” che lavorava in continuazione, non andava a vederlo giocare a calcio e di notte si metteva alla scrivania, fumando una Camel dietro l’altra, per disegnare i primi poster della Lega. “Io avrò avuto cinque anni e mi sono svegliato, mio padre me l’ha mostrato tutto contento: c’era l’Italia con al nord una gallina che scodellava uova d’oro in un canestro messo all’altezza di Roma. Bellissimo”.

“Ci davano per morti, ci volevano morti” (Umberto Bossi, maggio 1996)

Prima di arrivare alla casa di Gemonio c’è una curva strettissima (che Bossi faceva spesso all’alba, dopo aver passato la notte in qualche pizzeria dopo un comizio). “Abbiamo girato e l’ho vista. Mi sono messo a piangere abbracciato alla casa”, ha detto Bossi, raccontando di quando ha potuto lasciare la clinica svizzera. Casa è dove arrivava e voleva subito appendere, alle pareti del salotto già tappezzato di souvenir e targhe ricordo, il solito quadro che gli avevano regalato al comizio, dono dei leghisti al loro valoroso condottiero, e allora alle cinque del mattino si metteva a confabulare con l’autista per scegliere l’angolo migliore: chiodo, martello, matita, livella, prendeva le misure e segnava il punto con la matita, l’altro stava lì con l’indice. Svegliavano a martellate tutta la famiglia. Poi Bossi andava a dormire soddisfatto. Adesso niente più martellate all’alba, anche perché non c’è un centimetro di muro libero, ma telefonate a mezzanotte o all’una per cambiare una frase, ribadire che Giancarlo Galan “è più bravo a pescare” che a governare, confrontare i sondaggi, inventarsi: “Mettiamo le ali alla Lombardia”. Bossi finge di apprezzare questa sua nuova “tranquillità”, la necessità fisica di non arrabbiarsi troppo, di non lanciarsi sulle cose e sulle persone, di trasformarsi in politico riflessivo (“Prima ero un po’ matto”). Ma si vede che scalpita, vorrebbe ancora andare forte in moto, e a chi maliziosamente gli chiede cosa c’è che non può più concretamente fare risponde muovendo il pugno destro (il sinistro non funziona): “Tutto, posso fare tutto”, con il grugnito soffocato che esce fuori soffiando, ansimando. “Non ero stato mai malato in tutta la vita”, e si è ritrovato senza più il corpo per troppo tempo. Se l’è ripreso con la fatica del guerriero e si è ripreso tutti i voti, anche di più. (il Foglio)

venerdì 9 marzo 2012

Depistaggi della memoria. Davide Giacalone

Venti anni dopo l’inquinamento della memoria regna sovrano. Si parla d’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino, si dice che il movente sarebbe nella volontà di rimuovere l’ostacolo alla trattativa fra Stato e mafia, si evoca la “strategia delle tensione”, la voglia di “evitare mutamenti politici non graditi” (due frasi di Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, che sembrano concepite apposta per confondere le idee). E noi qui, ancora una volta costretti alla fatica e al dolore della memoria, non disposti a farci portare via dal fiume dei depistaggi, fermi nel non cedere per stanchezza, ma stanchi di richiamare l’attenzione su cose ovvie. Perché questo è quel che succede: le ricostruzioni più fantasiose e contorte vengono vendute come disegni affascinanti, apparentemente complicate ma in realtà banali, mentre i dati di fatto, le date, le cose certe vengono accantonate come cose astruse, invece granitiche nella loro evidenza. E mentre ne scrivo ho addosso la sensazione che la gran parte dei lettori non ne possano più, non ci capiscano nulla, sono presi fra la noia e il disgusto, pronti a bere qualsiasi cosa, purché sia l’ultima.

Invece no. Si deve cominciare da capo. Dunque: il giudice dell’indagine preliminare di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari (cautelari? venti anni dopo?) per quattro persone, accusate di avere ordinato ed eseguito la strage di via D’Amelio. Il disegno è quello già mille volte propagandato, e mai dimostrato: Borsellino muore perché si oppone alla trattativa fra Stato e mafia. Per quella strage esistono già delle sentenze in giudicato, che definitivamente stabilirono il falso. Siccome noi lo scrivevamo quando gli attuali strilloni della nuova tesi c’intimavano di rispettare le sentenze, continuando a scrivere la storia con quelle, anziché usando la testa, mi permetto di girare la faccenda e cominciare dalla fine, anche per rispetto del lettore frastornato: io non faccio indagini e non istruisco processi, ma resto convinto che Borsellino muore, dopo che era stato ammazzato Falcone, perché era un ostacolo all’insabbiamento e archiviazione dell’inchiesta mafia appalti, immediatamente distrutta dopo la sua morte, a cura della procura della Repubblica di Palermo. Quello è il movente, quello l’anello d’unione fra i disonorati della mafia e i traditori dello Stato. Quanti lavorarono a quell’inchiesta hanno tutti passato dei guai. L’uomo più vicino a Borsellino è stato processato per mafia. Quelli che insabbiarono hanno fatto carriera. Il resto sono minchionerie, come vado a ridocumentare.

Anche i sassi sanno (credono di sapere) che la presunta trattativa sarebbe stata incentrata sul “papello” di Riina e sulla richiesta di ammorbidimento del carcere duro, disposto ex articolo 41 bis. La tesi è stata avvalorata dal più grande depistatore comparso sulla scena, pubblicamente sbugiardato, ma da taluni altamente valutato: Massimo Ciancimino. Tutti ripetono che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano amici e colleghi e che la morte del secondo è legata alla morte del primo. Cosa li univa, la difesa del 41 bis? Ma per la miseria, quella norma venne introdotta dopo la morte di Falcone. Ripetiamo: Falcone muore il 23 maggio 1992; Borsellino il 19 luglio; nel mezzo, l’8 giugno, viene emendato e allargato il 41 bis. Volete mettervi nella testa che il legame fra le due stragi è la negazione del teorema? Semmai li univa il lavoro contro la mafia e li univa l’inchiesta sugli appalti, condotta secondo i dettami della scuola falconiana. Quei due credevano in quel che è stato archiviato.

Ma mettiamo che io sia totalmente in errore, che il vero oggetto fosse il 41 bis: Falcone muore per vendetta e gli altri per cancellare il carcere duro. E va bene: chi decise di non applicarlo per evitare che continuassero le stragi? Lo teorizzò Alberto Capriotti, voluto da Oscar Luigi Scalfaro, su indicazione del Vaticano, a capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), quel Capriotti che fu nominato dal governo Ciampi e che vide avallare le sue tesi da Giovanni Conso, allora ministro della giustizia, nel novembre del 1993 (le bombe di mafia, alcune contro siti ecclesiastici, vanno da maggio a luglio 1993, con una non esplosa a ottobre). Cosa se ne deve dedurre, che Borsellino fu ammazzato per rimuovere l’ostacolo che impediva alla mafia di mettersi d’accordo con Scalfaro-Ciampi-Conso? La svolta politica che la mafia non gradiva, gentile procuratore Grasso, sarebbe la caduta di quel governo? Io non lo credo, mi pare una boiata, ma neanche si può bere la fesseria che le bombe venivano messe per propiziare l’arrivo di chi ripristinò il 41 bis. E che diamine.

Venti anni dopo i professionisti dell’antimafia fanno fiorire le inchieste, si buttano sulle frasi fatte, elaborano architetture improbabili, il tutto per nascondere quel che le date raccontano in modo inequivocabile: quella spiegazione è una cretinata, mentre si continua a nascondere l’archiviazione dell’inchiesta mafia appalti.

Amici lettori, non ne posso più neanche io. Ma non ci sarà mai verso di allinearci a quella lettura mendace della nostra storia, non piegheremo la memoria al falso, non subiremo la violenza di spiegazioni che non spiegano un accidente. Non ho nessuna verità da vendere, ma neanche sono disposto ad accettare che si continui a vendere il falso. Dentro e fuori le aule di giustizia.

venerdì 2 marzo 2012

Un logo per l'Italia

Questa è la ricostruzione che il Foglio ha fatto del possibile simbolo del nuovo cartello elettorale pensato dal Cav. A quanto ci risulta, però, non è stato ancora scelto un logo definitivo. Vi invitiamo quindi a mandare le vostre proposte grafiche all'indirizzo mail lettere@ilfoglio.it

martedì 28 febbraio 2012

Note sul proscioglimento di Berlusconi. Gianni Pardo

26 febbraio 2012
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Ieri si è concluso per prescrizione il processo Berlusconi-Mills, e sulla base dei commenti si sperava di poter farsi un’idea, se non dal punto di vista giudiziario, almeno da quello politico. Purtroppo oggi non ci sono le Rassegne Stampa della Camera dei Deputati e del Governo, ma il clima tuttavia lo forniscono sufficientemente alcuni titoli e un articolo di Repubblica.
Su questo quotidiano Massimo Giannini dimostra di non avere conoscenze in diritto penale. Scrive infatti che la prescrizione “ha permesso all'ex presidente del Consiglio di sottrarsi al suo giudice naturale”. Dunque egli ignora che il giudice “naturale” è quello la cui competenza è prestabilita dal codice. Se non avesse voluto fare cattiva figura, bastava si limitasse a scrivere “al suo giudice”, senza “naturale”. Diversamente è come se sostenesse che Berlusconi, il cui giudice naturale era a Catanzaro o a Lecce, è stato giudicato da un collegio incompetente, quello di Milano.
Egli scrive poi: “Come la sentenza della Corte di Cassazione ha già certificato nell'aprile 2010, confermando sul punto le due precedenti pronunce di primo e secondo grado, è scritto nero su bianco: Berlusconi fu il ‘corruttore’ dell'avvocato inglese, che ricevette 600 mila dollari per testimoniare il falso”. Una serie di stupidaggini. Se la sentenza riguarda l’applicazione della prescrizione a Mills, scrivendo quelle cose, la Cassazione si è comportata in modo scorretto. Applicando la prescrizione il giudice ha un’unica alternativa: se è certo dell’innocenza dell’imputato, lo assolve nel merito. Se invece è incerto riguardo alla sua colpevolezza o alla sua innocenza, applica la prescrizione. Si ripete, non se è certo della sua colpevolezza, solo se non è certo della sua innocenza. Non può certo affermare né la colpevolezza dell’imputato, né, a più forte ragione, quella di un terzo. Dovrà magari occuparsi del fatto, ma solo per stabilire il momento da cui decorre la prescrizione. Una sentenza di proscioglimento per prescrizione non può essere utilizzata per dichiarare (moralmente) colpevole l’imputato, se non da incompetenti faziosi.
Ma di tutte queste cose non sembra sapere molto, Giannini. Inesatto è pure che Mills abbia testimoniato il falso. Tutte le persone informate della vicenda – di cui il nostro giornalista non fa parte – sanno che Mills ha cercato di proteggere Berlusconi schivando o aggirando certe domande, ma nessuno l’ha mai accusato di falso. Reticenza non è uguale a falsità.
Inoltre, ma questo va detto di passaggio, non è vero che esista la prova di quel versamento. Giannini ha dimenticato che Gabriella Chersicla, consulente della Procura di Milano e del Pm Fabio de Pasquale, ha dichiarato – non nero su bianco, ma con voce audibile per orecchie sturate - che di quel versamento che avrebbe dovuto inchiodare Berlusconi non esiste traccia nelle carte contabili, da lei esaminate. E questo l’ha riconosciuto persino Peter Gomez, il socio di Travaglio. Un berlusconiano?  
Lo stravolgimento della natura della prescrizione si nota anche nelle parole di Di Pietro, che in un sottotitolo del Sole24Ore ha dichiarato: “I giudici non l’hanno assolto perché, evidentemente, il fatto l‘ha commesso”. Lui il codice deve averlo intravisto, ma anni di politica gliel’hanno fatto dimenticare.
Bersani invece fa solo tenerezza (titolo del Corriere): “Assoluzione? Rinunci alla prescrizione”. Bersani, come si sa, è laureato in filosofia. E si vede.
 Mills – in viva voce e in italiano – si dichiara contento per Berlusconi. Quando gli viene rinfacciato che comunque lui è stato condannato in primo e in secondo grado (dimenticando il proscioglimento finale per prescrizione) nega la propria responsabilità e definisce la propria condanna ingiusta “soprattutto perché si trattava di aver fatto un accordo in ’99 di essere corrotto in ’97. Quindi era completamente illogico, il tutto”. Come si sa, gli inglesi sono pragmatici. Cioè quasi stupidi.
In un articolo di Ferrarella, sul “Corriere” (secondo quanto udito nella rassegna stampa di Radioradicale) il Pm De Pasquale, tempo fa, avrebbe dichiarato che: “Sarebbe un disastro se questo processo si dovesse concludere senza una sentenza”. Parole interessantissime.
Considerando i tempi normali della giustizia italiana, l’unico dubbio che abbia mai riguardato Silvio Berlusconi, riguardo a questo processo, non è stato se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza definitiva, cioè di Cassazione, ma se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza di primo grado. E i fatti hanno dimostrato che non c’era tempo sufficiente neppure per essa. E allora si può chiedere: che differenza fa, per l’amministrazione della giustizia, che un imputato sia prosciolto per prescrizione in istruttoria, dopo la prima o la seconda sentenza? Nessuna, ovviamente. E se è arcisicuro che alla condanna definitiva non si arriverà mai, non sarebbe più utile che i magistrati si affrettassero a perseguire altri reati, più gravi e più recenti?
Se si considera un disastro il non pervenire alla condanna in primo grado – una condanna che si sa comunque destinata ad essere trasformata in proscioglimento in secondo grado – è dunque perché si tiene alla condanna in primo grado in sé e per sé: cioè per motivi politici. Né altra spiegazione si è stati tentati di dare al rifiuto di tanti testi a difesa. La differenza che non esiste in diritto, come si diceva, esiste eccome in politica. Intanto facciamo scrivere su Repubblica che Berlusconi è un corruttore, con tanto di bollo del Tribunale, poi si faccia pure prosciogliere per prescrizione.
Ecco a che servono i soldi dei contribuenti. (il Legno Storto)

venerdì 24 febbraio 2012

24 febbraio 2012

100 giorni

O cittadino se di Monti l’attracco
T’è sembrato alquanto stracco
Non lo prendere a dileggio
Datti pace e sta’ sicuro
Che l’anno venturo
Farà di peggio.

lunedì 13 febbraio 2012

Sarà una coincidenza, ma da quan­do c’è Monti i tg sono dei bolletti­ni sul maltempo. Con i tecnici al go­verno la politica cede il posto al me­teo. Marcello Veneziani


Come nei tg sovietici non ci sono più conflitti o notizie ma solo neve e soccorsi, mucche assiderate e impianti a gas, più marchettoni a Monti e al sistema montuoso (30 e loden).
Prima della neve, c’erano solo navi e terremoti. Mezzo tg ogni giorno fa terrorismo atmosferico sulla tormenta che verrà e poi mostra paesini innevati e soccorsi anche banali: vedi perfino uno che porta la carta igienica alla casa innevata, il nonno al cellulare che rassicura i parenti, i giornalisti sanbernardo col collare audio.
Col Frigor Montis scende un’onda di gelo sul Paese, divenuto nel frattempo con lui a nostra insaputa superpotenza mondiale. Il colorito paesaggio italiano sparisce e tutto assume la monotona uniformità del bianco governo dei tecnici. Ci siamo allineati agli standard nordeuropei sin nel barometro: si è ridotto lo spread tra il clima tedesco e il nostro.
Chi muore per il gelo se lo merita, è uno sfigato. Ti congeli se stai fisso in un posto, senza mobilità. Ibernata la politica, il conflitto si sposta sulle previsioni del tempo e i partiti si dividono in moderati che sconsigliano di uscire ed estremisti che istigano all’uso di catene. I sindaci sono giudicati su base atmosferica, se sono da neve o da spiaggia, se sono insipidi o hanno sale in strada e si dividono in fattivi, piangenti, teatranti e dispersi, come nella ritirata di Russia. L’estate berlusconiana dista un’era geologica. (il Giornale)

sabato 11 febbraio 2012

San Valentino

– La festa degli innamorati è un’invenzione della lobby dei fiorai. Tuonare contro.

– Per i single il 14 febbraio è il giorno più doloroso dell’anno, dopo il Natale.

– La sera di San Valentino è impossibile trovare un ristorante in centro. E se lo trovi e ci vai con un amico vi guardano e vi sorridono complici. Deprecarlo.

– La cosa più dura da sopportare sono i servizi dei tg sulla festa degli innamorati. Trovarli persino più scarnanti di quelli sulla canicola estiva e sulla morsa del gelo. Convenirne.

– Dopo aver ricordato che San Valentino è il patrono di Terni, invitare provocatoriamente a immaginare una dichiarazione d’amore con spiccato accento umbro. In Umbria: evitare.

– Avere dato un nuovo significato all’espressione “Il massacro di San Valentino” il giorno che si è lasciata la fidanzata dimenticando fosse il 14 febbraio.

– Dire di usare da anni un servizio di sms con frasi d'amore già pronte suggerisce una scorza ruvida e irriverente sotto cui si cela un cuore tenero.

– L'amore è sopravvalutato. Sostenere di averlo trovato scritto in un cioccolatino underground.

– Attendere con ansia ogni anno il nuovo spot dei Baci Perugina. Insuperato quello per la nuova confezione con lo slogan dada “Tubiamo?”

– Non appena possibile citare “Innamoramento e amore” di Alberoni e parlarne male. Replicare stroncando anche “L’arte di amare” di Erich Fromm. Non è necessario averli letti.

– Nelle serie tv americane si capisce al primo episodio che i protagonisti si innamoreranno, ma raramente si baciano prima della terza stagione.

– Con tutto il rispetto per i Peanuts, l’uso di spedire Valentine stimola un'esagerata attitudine alla competizione negli adolescenti. Concionare contro la crudezza della società statunitense.

– Ho capito di essere innamorato il giorno in cui, in un bar, sentendo suonare il telefono, ho gridato: “E’ per me!” (Dino Risi)

– Detestare tutte le feste comandate. Dire di fare regali al partner in qualunque giorno dell’anno, tranne che a San Valentino. (Vedi seguente)

– Dimostra vigore speculativo sostenere che fare a tutti i costi gli originali, ignorando la festa degli innamorati, sia una forma di conformismo survoltata. Replicare che adottare questa logica è come fare un salto mortale da seduti e ritrovarsi nella posizione iniziale. Eventualmente arabescare varianti metaforiche.

– Plaudire al sindaco di Verona che già anni fa ha concesso di scrivere messaggi d’amore sul muro sotto il balcone di Giulietta, in omaggio a una tradizione quasi secolare. Contestualmente scagliarsi contro quella stronzata dei lucchetti di Ponte Milvio.

– Chiedersi se qualcuno sia mai riuscito a fare colpo su una ragazza scrivendo sul muro a caratteri cubitali: “Cucciola 6 mia per sempre”.

– L'amore è da reinventare, si sa. (Arthur Rimbaud)

martedì 7 febbraio 2012

Sulle coppie di fatto Bologna dimostra che l'ideologia non muore mai. Giovanni Mulazzini

7 Febbraio 2012
Nel 1999 a Bologna fu istituito il registro comunale delle coppie di fatto, che avrebbe dovuto riconoscere un nuovo modello di famiglia alternativo a quella tradizionale, la "famiglia affettiva", all'interno della quale sarebbero stati compresi anche coppie di fatto dello stesso sesso.
L'opposizione allora segnalò il totale disappunto e l'assoluta perplessità per questa decisione del Sindaco, Walter Vitali (oggi Senatore PD) e della Giunta comunale di allora. Fu detto che il registro rappresentava una scelta di libertà, rispetto e di civiltà che risponde alle esigenze di una parte significativa della cittadinanza bolognese, mentre chi osava dichiararsi contrario all'istituzione del registro delle coppie di fatto esprimeva una concezione medievale propria dell'integralismo cattolico oscurantista.
A distanza di oltre dieci anni, un giovane Consigliere comunale Pdl, Valentina Castaldini si è presa la briga di verificare quali siano stati effettivamente i risultati e quale sia stato realmente l'utilizzo di questo strumento giuridico, il registro delle coppie di fatto. Il risultato è stato infatti drammaticamente eloquente e rivelativo del tasso di ideologia che domina in questa città che da oltre cinquant'anni è stata amministrata dal Pci, Pds, Ds e quindi Pd. Dal 1999, anno in cui fu istituito il registro delle coppie di fatto, nessuno ha presentato richiesta di iscrizione, quindi zero richieste.
Infatti, sebbene, come recita il sito web del Comune di Bologna "l’attestato serva a dimostrare che persone non legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione o tutela, co-abitanti nella stessa unità immobiliare del Comune di Bologna, costituiscano un unico nucleo familiare in ragione dell’esistenza di vincoli affettivi", nella realtà, nessuno è arrivato a presentare domanda per accedere al registro. L'esito di tale decisione risulta pertanto ascrivibile ad un approccio ideologico, che non risponde in alcun modo alle esigenze non solo dei comuni cittadini, ma nemmeno ai destinatari del provvedimento, le coppie di fatto così come risulta dalla totale assenza di richieste.
Rimane pertanto oltre all'aspetto ideologico dell'operazione, soltanto la volonta' di accattivarsi il consenso di alcune parti della cittadinanza bolognese in chiave di consenso elettorale, perdendo di vista il concetto di bene comune della città nel suo complesso e di politica in onda con le richieste dei cittadini. Il capogruppo Pd in Comune, Lo Giudice, ha rivendicato comunque il valore simbolico del registro delle coppie di fatto in assenza di una legge nazionale che disciplina la materia, segnalando la condizione di svantaggio fiscale cui sono sottoposte le coppie di fatto rispetto alle famiglie.
Qualche giorno fa in una conferenza stampa il Sindaco Virginio Merola e gli assessori competenti hanno manifestato di rivedere il sistema ISEE per l'accesso ai servizi pubblici, in quanto l'attuale sistema risulterebbe fortemente iniquo verso la famiglia fondata sul matrimonio a vantaggio delle coppie di fatto, le quali legalmente assumendo una residenza differente dal convivente non sono tenuti a sommare i rispettivi redditi e quindi vengono di fatto privilegiati alla famiglia, che invece è tenuta a sommare i redditi nell'accesso ai servizi. Attendiamo soluzioni efficaci in tempi rapidi su questo tema che rappresenta una reale esigenza per i cittadini bolognesi, a differenza del registro delle coppie di fatto. Il tempo, come si è visto, alla lunga penalizza chi intraprende battaglie ideologiche per lucrare consenso elettorale.(L'Occidentale)

sabato 4 febbraio 2012

Abbasso l'operaio, viva Castelli! Pietro Maggi

Non ho l’abitudine di guardare Santoro, in qualsiasi programma o palinsesto o media si trovi. Ma, purtroppo, delle volte quello che succede nei suoi programmi diventa la “notizia” e quindi ho guardato l’immondo filmato in cui un operaio sardo, protetto dal suo essere “giusto” a prescindere in quanto vittima autonominata, ha pensato bene che fosse normale, civile, maturo mandare a quel paese un altro cristiano (leghista, ex-ministro, non certo da me stimato, ma non fa differenza).
Non solo: lo stesso figuro l’ho rivisto da Lucia Annunziata. In uno studio televisivo, quindi, e non in Sardegna fuori da una fabbrica o miniera. E di domenica nel primo pomeriggio. Il simpatico era travestito da OperaioIncazzato. Travestito, con tanto di tuta, elmetto e bandiera sarda sotto l’elmetto. Immagino sia arrivato in studio vestito come una persona normale e  avesse gli abiti di scena in valigia. E lo stesso figuro ha detto di essere incazzato perchè è da tre anni in cassa integrazione. Ah! Lui è incazzato? In pratica lo Stato (i contribuenti, quindi anche io) paghiamo una somma mensile perchè possa mantenere un posto di lavoro che non esiste più. Non c’è! Sarà colpa delle multinazionali, di Monti, di Berlusconi, dell’Atalanta, di Pippo Baudo, ma non c’è più.
Questo figuro è l’emblema dell’Italia da lasciarci alle spalle: pauperista, invidiosa e livorosa verso chi sta meglio ma senza fare nulla per migliorarsi (chessò: in tre anni di nullafacenza parzialmente retribuita, fare un corso di perfezionamento? cercare altro lavoro altrove?), vittimista, sempre pronta a dipingere l’altro come il cattivo e se stesso come l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Castelli non è un mio idolo, ma questo figuro è la mia nemesi. (The FrontPage)

Quelle sul riscaldamento globale erano solo "great balls of fire" . Ronin

1 Febbraio 2012
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Un fotomontaggio che irride Al Gore
Nel 2009, prima del Vertice di Copenaghen, un hacker pubblica informazioni riservate in un server russo: si tratta di uno scambio di email tra scienziati inglesi e americani che lavorano per l'IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change), l'ente delle Nazioni Unite che studia il cambiamento climatico. I guru del "riscaldamento globale" vengono smascherati: dati opinabili, pressioni e ostracismo esercitati contro gli scienziati che non si piegano al pensiero unico, un atteggiamento che scredita gravemente l'immagine del panel e degli istituti collegati, tra cui la Climatic Research Unit della Università della East Anglia.
Nello stesso anno, una ricerca apparsa su Nature Geoscience evidenzia che il "global warming" non è legato solo alle emissioni inquinanti antropiche ma anche ad altri fattori, come la radianza solare e le maree degli oceani. Il Met Office's Hadley Centre respinge al mittente ogni dubbio spiegando che i modelli previsionali usati nelle ricerche sul clima tengono in considerazione la radianza e le maree, ma che la colpa del fenomeno è prevalentemente legata all'inquinamento terrestre (tesi sostenuta ancora oggi).
Ma la scorsa settimana, senza le fanfare mediatiche del passato, il Met e la Climatic Research Unit hanno fatto sapere che il Pianeta Terra NON si è riscaldato negli ultimi 15 anni, sulla base dei dati raccolti da 30.000 stazioni di rilevamento climatico. Al contrario, rischiamo di avviarci verso una "mini ice age", un raffreddamento globale paragonabile (in difetto) a quello che nel 1648 provocò la gelata del Tamigi e dei canali di Amsterdam. Il futuro (prossimo) sarà più freddo. Ancora nel 2008, gli esperti del Met sostenevano che il periodo compreso tra il 2009 e il 2014 avrebbe raggiunto temperature calde da record.
Nonostante queste contraddizioni, i difensori del global warming continuano ad accreditarsi spiegando che il global warming è un fenomeno di lunghissimo periodo (l'inquinamento frutto del progresso umano in realtà non è poi così antico), e che cicli di raffreddamento nel contesto di un più generale riscaldamento del pianeta sono già stati registrati in passato. I ghiacciai himalayani però dovevano sciogliersi, mentre sono ancora al loro posto. Negli ultimi due anni la temperatura è scesa da 14,40 gradi celsius a 14,30.
Sul clima servirebbero più laicità e meno guerre di religione (la ritrita polemica fra pro-global warming e presunti "negazionisti"). I modelli di previsione sono semplici proiezioni, utili ma non un vangelo. Per approcciarsi a tematiche del genere occorre al contrario una certa dose di incertezza, quel grado di "oscurità" senza la quale, secondo Thomas Kuhn, non si può comprendere la scienza. Purtroppo il blocco che va dall'ICCP alle Nazioni Unite, da Al Gore al WWF, passando per l'Unione Europea (e i suoi fantasiosi obiettivi come il "20-20-20"), di dubbi non ne ha. Viene da chiedersi allora in base a quali interessi, che di scientifico hanno davvero poco, sia lecito legittimare ancora il paradigma scientifico vigente. (L'Occidentale)

martedì 24 gennaio 2012

Il battesimo del vescovo Monti. Arturo Diaconale

Ego te baptizo piscem. Gli antichi vescovi usavano questa formula per trasformare la carne in pesce e consentire ai propri fedeli di rispettare la regola di mangiare di magro di venerdì anche quando non c'era pescato da consumare. I buoni cristiani sapevano bene che la carne battezzata pesce rimaneva carne.
Ma si fidavano dell'autorità dei vescovi che trasformava una bugia in verità incontestabile. Il governo di Mario Monti si comporta come i vescovi medioevali. Usa la sua autorità per spacciare un atto di puro e semplice dirigismo per un atto di liberalizzazione. E sfrutta la circostanza che le forze politiche della propria maggioranza non hanno alcuna intenzione e possibilità di interrompere la sua esperienza alla guida del paese, per spacciare come salvifici e soprattutto liberali atti che non sono né l'uno né, tanto meno, l'altro.
Perché Monti faccia il vescovo d'altri tempi è fin troppo comprensibile. Il governo tecnico non ha grandi margini di manovra. Essendo d'emergenza e destinato ad avere vita breve per la sua stessa natura, non è in grado di rassicurare i mercati. Pur avendo come presidente del Consiglio un personaggio autorevole come Monti, ha alle spalle un paese privo di peso nel contesto europeo dove si gioca la sorte dell'euro e la speranza di uscire dalla crisi.
Sul piano interno, poi, sa bene di camminare su un terreno scivoloso ed in discesa. Il massimo del consenso popolare l'ha raggiunto al momento del suo insediamento. E d'ora in avanti ogni sua decisione destinata ad incidere in qualche modo sugli interessi reali delle singole forze politiche e sociali non può che provocare la progressiva riduzione della quota di consenso.
Per il governo, dunque, il battesimo che trasforma il dirigismo in liberalizzazione è una sorta di scelta obbligata. Che serve a poco ed a nulla sul piano pratico e concreto. Non sarà qualche centinaio di taxi, farmacie ed edicole in più a rivoluzionare la società italiana.
Ma che consente ad un esecutivo di burocrati privilegiati di nobilitare i propri atti e comportamenti con una qualche copertura culturale di vaga ed apparente forma liberale. Si può emettere un decreto legge di liberalizzazione pretendendo che il Parlamento lo accolga senza modifiche e discussione di sorta? Che liberalizzazione può essere quella che fissa quote di mercato, rigidità di comportamenti, obblighi e doveri per i cittadini senza riconoscere loro la libertà di non avere dall'alto imposizioni frutto di criteri oscuri e scelti in maniera autoritaria ? Ma, soprattutto, che razza di liberalizzazioni sono quelli che per diventare operative hanno bisogno non di smantellare strutture burocratiche pesanti e costose ma di mettere in piedi nuovi e più giganteschi organismi fatti di pletore di burocrati che aumentano il carico ed i costi della burocrazia pubblica? Per capire come il governo Monti stia spacciando per pesce liberalizzato della carne rigorosamente dirigista basta riflettere sul fatto che mentre si chiede a tassisti, farmacisti, edicolanti, professionisti di rinunciare a qualche privilegio di categoria, si crea una super-authority delle reti che dovrà inglobare quella dell'energia e darà vita ad un ennesimo carrozzone a beneficio della casta di burocrati privilegiati che la dovranno occupare e gestire.
Ma si può con la mano destra "liberare" i cittadini dal peso della ridotta concorrenza esistente all'interno di alcune categorie ed appesantire gli stessi cittadini dell'ennesima escrescenza burocratica destinata ad avere, come tutte le altre del suo genere, costi eccessivi e totalmente ingiustificati? Si dirà che non è una Authority in più o una in meno a risolvere i problemi del paese.
Il ché è vero così come non è imponendo sacrifici particolari a categorie marginali che si ottiene lo stesso risultato. Ma spacciare per liberalizzazione il più evidente dirigismo è un atto particolarmente inquietante. Dimostra che il governo tecnico non è solo modesto e limitato ma è solo la riedizione in peggio dei tanti governi dirigisti che si sono succeduti in Italia per tanti decenni.
Con i risultati disastrosi sotto gli occhi di tutti! (l'Opinione)

lunedì 16 gennaio 2012

Se il governo dei prof si fa illudere dalle idee di sinistra. Claudio Romiti

Molti liberali di questo disgraziato Paese devono essere letteralmente rimasti scioccati dalle continue perorazioni dell'attuale premier in favore di un sistema fiscale che oramai estorce ben oltre metà della ricchezza nazionale. Personalmente, pur avendo in passato nutrito una certa diffidenza per alcune posizioni, a mio avviso, eccessivamente astratte del professor Monti, non credevo che costui in termini di tasse avrebbe fatto proprie, una volta entrato nella stanza dei bottoni tutte quelle pericolose illusioni ottiche della sinistra più retriva.
In particolare, il capo del governo ha rispolverato l'esortazione dalemiana a pagare tutti per pagare meno, il falso sillogismo secondo il quale più si versa nelle casse dell'erario e più migliorano i servizi offerti dalla mano pubblica e l'idea sballata, forse l'aberrazione più grave per un liberale, secondo la quale se si colpisce a tappeto l'evasione, nell'ambito di un sistema connotato da una fiscalità elevatissima, il gettito aumenta in modo proporzionale al maggior imponibile fatto emergere.
In realtà, al di là della mera propaganda politica, l'esperienza ci dice che nessuna di queste tre proposizioni possiede un briciolo di verità, soprattutto se confrontata con gli andamenti storici della nostra finanza pubblica. In primis, negli ultimi decenni le entrate fiscali sono cresciute regolarmente senza soluzione di continuità -pensiamo che negli anni sessanta, in pieno boom economico, lo Stato esercitava un prelievo percentalmente dimezzato rispetto ad oggi - eppure ciò non ha prodotto un alleggerimento dei ceti maggiormente gravati dalla pressione fiscale.
L'unico effetto che l'aumento del prelievo medesimo ha prodotto è stato quello di aver fatto lievitare in modo incontrollato la spesa pubblica. Per quanto riguarda, invece, il secondo punto, come giustamente ha sottolineato Oscar Giannino in una recente puntata di "Matrix", i cittadini italiani non si bevono più la panzana di una correlazione perfetta tra somme versate e benefici pubblici ricevuti.
Quest'ultimi capiscono fin troppo bene che buona parte dei quattrini rastrellati dall'erario finiscono per alimentare una serie infinita di greppie burocratiche e di carrozzoni improduttivi i quali, soprattutto da noi, rappresentano un ambito posto al sole per molti parassiti protetti da una politica compiacente.
Infine, in merito alla lotta all'evasione, questione più etica che economica, appare piuttosto grave per un illustre accademico non capire che i suoi eventuali effetti sul gettito complessivo non possono basarsi sui classici conti della serva, come si suol dire. Infatti, quando i vari teorici dello Stato massimo, nelle cui file si è arruolato anche il buon Monti, calcolano le eventuali somme derivanti dalle teorica possibilità di colpire l'intero imponibile sommerso, sommano poi le stesse a quanto la mano pubblica già preleva.
Ma le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, anche se ciò viene spesso sottaciuto, anche i cosiddetti evasori pagano il loro carico di tributi, magari sotto forma di imposte indirette e di altri balzelli più o meno occulti. E le pagano eventualmente ultilizzando proprio quelle somme che in qualche modo sono riuscite ad occultare al fisco rapace in prima battuta.
Questo avviene perchè nel nostro sistema la mano pubblica possiede una vasta gamma di griglie di lettura per colpire innumerevoli volte ogni aumento e/o passaggio di ricchezza. Ciò comporta però, ed in questo sta l'idiozia di chi vorrebbe sommare i proventi della lotta all'evasione al gettito ufficiale, il fatto che se colpisce la medesima ricchezza a monte con aliquote eccessive si perde l'effetto moltiplicatore che la medesima evasione determina restando nel ciclo economico.
In altre parole, abbattere del tutto la cassa di compensazione del sommerso non può che produrre una ulteriore diminuzione dell'attività economica in generale, con le inevitabile conseguenze sul piano delle entrate pubbliche. Insomma, per concludere, l'unica strada per aiutare il sistema a crescere, migliorando il bilancio pubblico, è quella che conduce ad una sostanziale taglio della spesa pubblica corrente e, di conseguenza, ad un pari abbattimento della pressione fiscale.
Una strada, occorre dolorosamente ammetterlo, assolutamente sconosciuta agli accademici al potere. Per questi celebrati professori l'idea di pagare meno per convincere tutti a pagare somme ragionevoli non sembra passare nemmeno per l'anticamera del cervello.(l'Occidentale)

martedì 10 gennaio 2012

Se il pericolo è l'arroganza. Arturo Diaconale

Mario Monti è convinto che in due mesi di attività il suo governo sia riuscito a riparare i guasti provocati da trent'anni di errori compiuti da tutti i governi che lo hanno preceduto. E, soprattutto, abbia saputo far recuperare all'Italia quella credibilità europea ed internazionale che aveva perso fin dai tempi della Prima Repubblica.
Purtroppo non è proprio così. L'unico recupero tangibile effettuato da Monti è l'arroganza professorale che aveva prima di entrare a Palazzo Chigi e che nelle prime settimane di attività da Capo del Governo era stata comprensibilmente soffocata e nascosta dalla umana titubanza nel ritrovarsi alla guida del paese per grazia presidenziale ricevuta.
Per il resto lo spread alto indica che la strada verso il pieno ritorno della credibilità internazionale è ancora molto lunga. Che l'azione di risanamento è appena agli inizi. E, soprattutto, che l'arroganza professorale recuperata da Monti e dall'intero suo governo grazie alla delega in bianco data loro da forze politiche delegittimate da anni di campagne mediatiche squalificanti, rischia di diventare il principale ostacolo all'azione dell'esecutivo tecnico.
In attesa che i partiti tornino ad avere un minimo di iniziativa politica, in sostanza, il vero pericolo per Monti viene da Monti stesso. Cioè viene da quella singolare presunzione di infallibilità manifestata quotidianamente dal Presidente del Consiglio - professore e dai suoi ministri che porta il governo a sopravvalutare sempre e comunque il valore ed il significato tecnico immediato dei propri atti senza minimamente considerare le consegue politiche e sociali che tali atti possono produrre sulla società italiana.
Il blitz dell'Agenzia delle Entrate di Cortina è un classico esempio di questo errore di presunzione. Monti ha difeso a spada tratta il rastrellamento di presunti evasori effettuato durante le vacanze natalizie nella valle ampezzana all'insegna della sacralità della lotta all'evasione.
Il ché è formalmente e tecnicamente giusto. Ma non ha calcolato gli effetti a breve ed a medio termine di una operazione che non puntava a scoprire cinquanta o cento evasori ma a lanciare all'intero ceto medio italiano l'ammonimento che la musica è cambiata e che è arrivata l'era della severità fiscale.
Il blitz cortinese ha prodotto il sostanziale fallimento dei saldi d'inizio d'anno. Il suo messaggio didattico è stato interpretato come una minaccia non nei confronti degli evasori ma di tutti i cittadini. Chi osa più, se non i ricchi stranieri, entrare nei negozi di qualità e ad alto prezzo? Chi mette piede senza un briciolo di timore negli alberghi a cinque od a quattro stelle? Chi si azzarda ad entrare in una agenzia di viaggi per programmare una settimana o più di vacanza oltre il perimetro cittadino? E chi si avvicina a cuor leggero ad un qualche autosalone per ammirare una qualche vettura di grande cilindrata divenuta ormai, grazie alla solerte azione di tecnici in preda alla sindrome dell'infallibilità, il simbolo del male e del vizio italici? Un conto, allora, è fare la lotta all'evasione.
Un conto è invece fare la stessa lotta in maniera arrogante, sbagliata e controproducente. Lo stesso vale per le tanto strombazzate liberalizzazione. Che se venissero effettuate con la solita presunzione di infallibilità potrebbero tradursi in un nuovo messaggio terroristico nei confronti di alcune categorie di cittadini.
L'idea di moltiplicare i posti di lavoro aumentando il numero delle licenze dei taxi, consentendo ai parafarmacisti di aprire i loro negozi, eliminando la tariffe professionali degli avvocati o allargando agli impiegati comunali le prerogative dei notai è, in se, sacrosanta. Ma va realizzata con accortezza.
Evitando che le liberalizzazioni smantellino le sicurezze di alcune categorie moltiplicando non il lavoro e la ricchezza ma la precarietà e la povertà. Monti, in sostanza, deve guardarsi dalla propria arroganza. E le forze politiche dovrebbero aiutarlo ad essere più umile ed attento.
Per il suo ed il loro bene! (L'Opinione)

10 gennaio 2012

Consapevole come sono di indulgere troppo sul personale, vi racconto lo stesso questa perché Franca sta attraversando un periodo di forma smagliante. E’ superattiva, organizza la casa, ha organizzato il Natale, i regali, disfatto l’albero, sta già programmando la Pasqua, paga le bollette, telefona a tutti e ieri mi fa: finite le feste, adesso dobbiamo razionalizzare i conticini in banca, chiamare il geometra per i lavoretti in campagna, prendere anche noi un iPad, perché basta con questa caterva di soldi per i quotidiani, trovare un bravo dentista convenzionato, dal momento che l’Inpgi non rimborsa più un accidente, bisogna cambiare il contratto con Tim, ricontrattare il mutuo, eliminare un paio di carte di credito completamente inutili e varare finalmente quel contratto di lungo noleggio per la macchina di cui tu parli sempre senza farlo mai. “Ma tu sei la mia Passera!”, le ho detto. Si è offesa.

venerdì 6 gennaio 2012

Equitalia, un problema economico e politico. Raimondo Cubeddu


Che la doverosa necessità della lotta all'evasione potesse dar vita ad una legislazione vessatoria nei confronti di chi al fisco ed alle sue scadenze non può sfuggire era un pericolo al quale era possibile sottrarsi. Tuttavia, per quanto non fosse difficile da prevedere, che la miscela tra il pagare subito quanto richiesto da Equitalia, l'attesa di rimborsi da parte dello stato e le lungaggini che ormai caratterizzano ogni rapporto con l'amministrazione pubblica, avrebbe potuto avere effetti 'esplosivi', lo si è trascurato. E ad allarmare non dovrebbero essere soltanto quei pacchi bomba inviati a dipendenti di Equitalia (che purtroppo fanno tornare alla mente i tempi in cui quello di riscuotere le tasse era un mestiere pericoloso), ma anche il numero di imprenditori che si son tolti la vita e che sono falliti perché lo stato pretende subito i crediti ma trascura di pagare i debiti.

L'ulteriore errore, in questo difficile momento, sarebbe di ridurre quello che è un problema politico-economico ad un problema di criminalità. Di fatto ci si trova di fronte ad una situazione di crisi politica, sociale ed economica in cui l'aumento della già alta fiscalità si sta aggiungendo a quelle altre tasse che sono l'inefficienza della burocrazia e la lentezza della giustizia amministrativa e civile. Le responsabilità non sono ovviamente del governo Monti, ma il rapporto di reciproca fiducia tra individui e stato, fondamento di uno stato di diritto e di ogni progresso economico e sociale, deve essere ristabilito quanto prima. Con misure politiche.

Questi problemi di politica interna si aggiungono al delicato rapporto coi sindacati, coi partiti che sostengono il Governo e al fatto che per smentire definitivamente la voce di essere stato voluto dalla Merkel, Monti dovrebbe avere un atteggiamento politicamente più trasparente riguardo alle trattative sulla progettazione e realizzazione della riforma dell'Ue con le quali si gioca il futuro dell'Italia. L'errore maggiore potrebbe così rivelarsi quello di sottovalutare le motivazioni del disagio sociale, l'influenza su di esso dell'inefficienza della macchina pubblica e di pensare che sia i problemi interni sia quelli internazionali possano essere affrontati anche senza un ampio dibattito che deve aver sede anzitutto in Parlamento.

Si tratta di ridisegnare, in fretta ma bene, tanto il rapporto tra individuo e stato, quanto quello tra Italia ed Ue. E bisogna iniziare a farlo tenendo presente che sono due problemi che non possono essere separati e che occorre evitare che la sfiducia nei confronti dei politici si trasformi in sfiducia nei confronti dello stato. (Unione Sarda)

martedì 3 gennaio 2012

Una voce fuori dal coro Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Matteoli   
lunedì 02 gennaio 2012
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Luca Ricolfi
Nella corale agiografia montiana che appesantisce la stampa italiana La Stampa di Torino, in una curiosa e significativa antitesi, pubblica un fondo di Luca Ricolfi dal titolo Come ragiona la mente dei mercati che pone tre domande alle quali l’autore dice di non saper rispondere, ma alle quali poi risponde con molta chiarezza.
In effetti le domande sono dieci e le implicazioni sono durissime: il rigore analitico di questo professore è cristallino. Il messaggio per Monti è un richiamo severo al rigore effettivo e non solo parlato. Ecco le domande:
Domanda numero 1:
Perché la sostituzione di Berlusconi con Monti, nonostante la indubbia maggiore credibilità internazionale di quest’ultimo,  si è accompagnata ad un aumento dello spread anziché a una sua diminuzione?
Domanda numero 2:
Se la ragione per cui il nostro spread non scende è davvero la riluttanza delle autorità europee a irrobustire il fondo salva-Stati perché lo spread della Spagna oscilla senza una netta tendenza all’aumento o alla diminuzione, mentre il nostro mostra una chiara tendenza all’aumento?
Domanda numero 3:
Perché la situazione relativa di Italia e Spagna si è deteriorata drammaticamente nelle ultime quattro settimane, che hanno visto il nostro spread rispetto alla Spagna passare da 66 punti base a 174?
Ricolfi disaggrega le tre domande in altre dieci domande e fornisce una serie di ipotetiche risposte delle quali l’ultima è una sintesi molto franca, per non dire impietosa:
Forse, scrive Ricolfi,  se i mercati hanno punito l’Italia non è nonostante la manovra di Monti, ma – in un certo senso – a causa di essa. La credibilità di Monti, la sua serietà, il suo coraggio non sono bastati per la semplice ragione che i mercati hanno colto l’impianto recessivo della manovra, nonché il carattere tuttora evanescente della cosiddetta “fase 2” quella che dovrebbe rilanciare la crescita
In termini di grande pacatezza e moderazione e sulla base del suo solido profilo di competenza, come nel suo stile, Ricolfi denuncia con molta franchezza le contraddizioni del decreto dovuto che a fronte di alleggerimenti fiscali sulle imprese per 2,5 miliardi comporta anche aumenti dei costi di produzione per i lavoratori autonomi e le imprese, come la maggiorazione delle quote contributive, le nuove imposte sugli immobili, e gli aumenti del costo dell’energia.
Il governo del prof. Monti deve uscire dal compiacimento accademico e deve smettere di camminare sulle uova per paura di rompere qualche radicato privilegio e di disturbare la resistenza corporativa della casta sindacale e degli altri negativi poteri del sistema Italia. Ha un mandato ampio: fare uscire il paese dall’emergenza. Ha una maggioranza parlamentare granitica. Gode di corale appoggio della stampa. Faccia. Non possiamo rischiare il fallimento per eccesso di credibilità. (Legno Storto)

sabato 31 dicembre 2011

Superciuk.  Davide Giacalone


Il ministro ministro della sanità, Renato Balduzzi, dice: tassiamo le schifezze alimentari e l’alcool per finanziare la costruzione degli ospedali. Tasse su quel che fa male per dar soldi a quel che fa bene. Nulla di più sano. Invece è una trovata alla Superciuk. Un obbrobrio concettuale. Questa pessima idea buonista è una specie di bomba a grappolo, capace di scatenare errori a catena. Ragione per cui, sapendo in partenza di ometterne parecchi, guadagno sintesi procedendo per punti.
1. Se ogni volta che serve un soldo si mette una tassa da due soldi potevamo risparmiarci di allontanare tante menti dagli studi e affidare il governo a Cetto Laqualunque. La spesa sanitaria va tagliata, non alimentata. L’imposizione fiscale in ragione della spesa pubblica fuori controllo è la corda che ci strangola, non la cima cui aggrapparsi.
2. Il ministro Balduzzi dovrebbe saperlo, visto che tiene corsi universitari sulla spesa sanitaria e, tanto per approfondire il tema sul campo, è anche presidente dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Speriamo non ci siano anche agenzie regionali per i servizi sanitari nazionali, da consultare assieme alle agenzie provinciali per la sanità municipale, da riunire con le agenzie comunali per la salute provinciale). Chiamare un conoscitore di quell’immane dilapidazione, uno che dovrebbe sapere che i farmaci cambiano prezzo a seconda della provincia e della regione, dovrebbe preservare dal sentirsi chiedere soldi da aggiungersi a tanto dissennata spesa.
3. Gli ospedali, comunque, si deve chiuderli, non costruirli. Ci servono grandi ospedali, con molte specializzazioni e dimensioni che li rendano economicamente sostenibili. Ci serve una rete di pronto soccorso cui ci si possa rivolgere per l’emergenza. Certo, sia il popolo che i politici si oppongono, lo so. Un tecnico potrebbe spiegare che è meglio prendere il treno per rendere visita al ricoverato che il tram per portare fiori al morto. Segnalando, comunque, che la sanità è un affare nel mondo e un debito in Italia, segno che il sistema va cambiato, non alimentato.
4. Essendo ministro del governo Monti, ovvero di un esecutivo che si ripromette di liberalizzare le professioni, potrebbe far tornare i medici a essere dei professionisti, anziché dei burocrati del servizio sanitario. Vuole un modello di riferimento? Le vecchie mutue: a. i medici venivano a casa; b. guadagnavano in ragione delle prestazioni (e non ti proponevano il nero senza iva); c. le mutue erano ricche. Bello, no?
5. Veniamo alla tassazione del junk food, del cibo spazzatura, delle schifezze. Una vera superciuccata (lo scrivo per i colpevolmente ignoranti: Superciuk viveva nel fumetto Alan Ford, di Max Bunker e Magnus, tutto made in Italy, era uno spazzino e prediligeva i ricchi, perché non sporcano, dopo l’esplosione di una distilleria aveva acquisito superpoteri). Dunque, signor ministro: mangio quello che mi pare. Se una roba è velenosa, proibitela. In caso contrario eviti di fare il moralista su quel che mastico. La tassa come sistema educativo è la premessa della frusta come mezzo espiativo e del rogo quale strumento redentivo. No, grazie.
6. In ogni caso, le assicuro che chiunque (tranne, forse, Bill Clinton) è in grado di capire che un bel filetto al barolo è migliore di una polpetta fritta, ma si dà il caso che il primo costi dalle dieci alle cento volte di più. Se vuol mettere tasse sui consumi poveri metta in conto la reazione dei poveri consumatori.
7. Vorrei sapere: pane e panelle (palermitano sono) è junk food? e le frittelle zuccherate fatte in piazza? e la frittura di paranza stradaiola? Farete una circolare esplicativa o un menù illustrativo? Mi chiami, la prego, ci voglio essere quando sosterrà che questa nostra memoria collettiva, questa proustiana reminiscenza è da considerarsi spazzatura tassabile.
8. E l’alcool (Superciuk aveva già avuto la sua dose etilica), non vorrò difendere anche quello! Certo che sì: Barbera e Champagne è il nostro brindar, e davanti a un fisco de vin quel fiol d’un can fa le feste, perché l’è un can de Trieste. Ma l’alticcio non sono io che difendo il bicchiere, l’ubriaco fradicio è chi non si ricorda che si tratta di una grande impresa nazionale, della quale dovremmo difendere e diffondere la qualità, oltre che l’educazione all’uso e l’orrore per l’abuso. In Cina se dici “vino” pensano alla Francia, e mi fa una rabbia incontenibile. Dovremmo aiutarla senza finanziarla, la nostra industria vitivinicola, non tassarla.
9. A proposito, signor ministro, la pizza è italiana, ma Pizza Hut è statunitense. Il gelato è italiano, ma nel mondo c’è Häagen-Dazs, a stelle e strisce pure quella. Lo spaghetto è solo italiano, e non ha catene mondiali. Non le punge vaghezza che punire e tassare è una pratica masochista?
Mi fermo prima del decimo rilievo. La moda dei decaloghi mi fa orrore. Non sono fra quanti sognano che i tecnici risolvano i nostri mali, né fra quanti li considerano un male in sé (sono lì per colpa della politica, che ha fallito). Mi accontenterei del non sopraggiungere di nuove castronerie.

sabato 17 dicembre 2011

Caro prof. Monti, una proposta sui taxi

Qualche tempo fa l'Istituto Bruno Leoni fece una proposta geniale per raddoppiare d'incanto le licenze dei taxi, senza che i tassisti ne avessero un danno economico (la diminuzione del valore della propria licenza per effetto delle nuove messe sul mercato). La proposta era questa: diamo a tutti i tassisti dotati di licenza una seconda licenza, liberamente alienabile. Il tassista deciderà se venderla, ricavandoci un bel po' di soldi a compensazione del valore diminuito della sua, affittarla o assumere una persona per guidare una sua seconda vettura. La proposta diventò anche una proposta di legge, a prima firma Daniele Capezzone (state buoni, quando Daniele era deputato del centrosinistra). Caro professor Monti, perché non la riprende? (Camillo blog)

mercoledì 14 dicembre 2011

The Protester

L'uomo dell'anno di Time

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(Camillo blog)

venerdì 2 dicembre 2011

Indecente Pd. Kuliscioff


Il Pd chiede di trattare. Non gli basta l’errore – l’orrore – della contro-riforma della riforma Maroni. Non gli bastano i numeri – le prove cioè – della mostruosa iniquità di un sistema che ai pagatori di contributi dell’ultimo quindicennio nega persino la restituzione di quanto loro coattamente tolto. Non gli basta neanche l’unanime allarme dei tecnici – una parte autorevole dei quali di sinistra – sulla necessità di intervenire, e con urgenza, per ricreare condizioni di equità, cioè restituire universalità ad un sistema invece così abusivamente selettivo, così generazionalmente discriminatorio da risultare stupido perché evidentemente suicida. Un sistema kamikaze, questo il Pd ritiene doveroso impegnarsi a tutelare.
Si copre di ridicolo, il Pd, sconfessando il piano pro-giovani del ‘suo’ giuslavorista, Pietro Ichino. Trova più opportuno seguire a ruota le aberrazioni propagandistiche dei sindacati – che macinano iscritti tra quei pensionati a cui in realtà nessuna riforma toccherà mai niente – e quei pensionandi a cui nessuna riforma potrà chiedere nulla più che il ‘sacrificio’ di rinunciare ad una parte degli interessi folli opzionati a spese dei figli per i quali oggi spendono assai più – in valore materiale ed emotivo – di quanto potrebbe mai costare loro mantenersi produttivi.
Il Pd – coi sindacati di cui sopra – pretende ora di sedersi al tavolo con quei tecnici investiti del certo non invidiabile compito di sanare le devastazioni compiute da una ‘classe politica’ che, unica in Europa, anzi no, insieme solo a quella greca, ha saputo fare solo male. Così tanto male che anche a mettersi d’impegno, sarebbe difficile fare di peggio. Siamo al default per via di un debito scientemente pasciuto. Siamo al default per via di una crescita scientemente boicottata. Siamo al default per via di quell’ottusa ostinazione – condivisa da tutti, teorizzata a sinistra – di tutelare interessi acquisiti che altro non sono se non privilegi estorti.
Ma questi qui, questi del Pd dico, vogliono parlare al governo in nome di chi, a titolo di cosa, e con quale razza di autorità? Questi qui non sono sinistra, non sono politica: sono una cricca di rentier che si fa portavoce dei confratelli.
Che restino pure a fare l’unica cosa di cui sono capaci: chiudersi nel soviet dei cooptati, collettivizzare l’irresponsabilità, coltivare parassitismo ed inerzia democratica. Sono i soli, loro, quelli che, mentre l’Italia implode, riescono a farsi le seghe per un comunicato-stampa ripreso dalle agenzie. Ma questi qui, perché il governo Monti dovrebbe starli ad ascoltare? (the FrontPage)