Il capo della Marina vola a Brindisi e parla ai corpi scelti di quell’arma. Le forze armate non trattengono più lo sdegno, per il modo in cui è gestita la vicenda dei due marò. Eppure il ministro della difesa, quindi componente decisivo del governo che criticano, è un loro collega. Non solo è militare, ma già capo di stato maggiore. Sono gli uomini in divisa a essere in contraddizione? No, credo sia un problema più complicato: il crollo qualitativo della classe dirigente e la perdita di cervello politico.
Nel corso della scorsa settimana abbiamo descritto gli strafalcioni tecnici di diversi tecnici. Non sto a ripeterli, ma uomini come i ministri Vittorio Grilli, Giulio Terzi o Giampaolo Di Paola sono espressioni di vertici tecnocratici. Il meglio, dal punto di vista dei gradi e della carriera, nelle rispettive famiglie professionali. Eppure sono largamente al di sotto del minimo necessario. Ciò è dovuto a due ragioni. La prima: sono in quei posti in omaggio ad una lunga e suicida campagna contro la politica. Condotta senza ritegno e coerenza, un po’ come farne una contro i cuochi e le cucine: passi quella contro il cibo cattivo e l’incapacità ai fornelli, ma se ci metti gli idraulici puoi essere fortunato in un paio di casi, per il resto si mangeranno schifezze. La lunga stagione dell’anticastalismo ha prodotto veleni capaci di portare i più inetti nei posti più delicati. La differenza fra un politico e un tecnico sta nella visione generale, nella considerazione complessiva di interessi e limiti, di idee e forze: ovvio che anche un tecnico può avere visione, benissimo, ma allora si mette a far politica (ove ne senta la vocazione). Mentre il tecnico senza visione è solo un inutile ricettario in mano a gente inabile all’uovo sodo.
La seconda ragione è che la selezione s’è inceppata da tutte le parti. La politica ha partorito ominicchi, divenuti mostri a causa della dissoluzione dei partiti (quelli veri). In cima alla carriera diplomatica è arrivata gente che può al massimo organizzare delle cene, e a patto che non cucini. Ai vertici delle istituzioni economiche è arrivato un personale anglofono e masterizzato, ma privo di idee, irresponsabile e immerso in giganteschi conflitti d’interesse (quel che vogliono è tornare a professione e soldi). Si sono chiamati i “professori” al governo, facendo finta di non sapere che sono i protagonisti della peggiore università d’Occidente (e anche d’Oriente). Si adorano le sentenze come fossero fonte di verità, ma si tralascia d’osservare che in quelle si sfregia il diritto e si violenta la lingua italiana. Insomma, ci siamo messi a credere che l’abito faccia il monaco, sicché vanno avanti manichini sartoriali.
Non è un fenomeno solo italiano. Guardate in che mani è l’Unione europea! Jean-Paul Fitoussi, economista dalla cultura poliedrica (la cultura lo è sempre, se è vera) ed egli stesso incarnazione di ottima classe dirigente, l’ha definita “Europa stupida”. La governano gli stupidi, essendo tali quelli che credono di perseguire il proprio interesse immediato, ma non sanno vedere gli effetti successivi delle loro scelte. Ciò discende dall’adagiarsi nel benessere e dall’illudersi che la storia consenta tregue e oasi ove non entri il sangue del conflitto. Da lì deriva l’idea che la buona politica sia sinonimo di buona amministrazione, come anche la superstizione che il giudizio dei tribunali possa sovrastare quello elettorale. Sono equilibri complessi, non sviscerabili in poche battute, ma quando si pende troppo da un lato è certo che si finisce o nelle mani degli incapaci o in quelle dei criminali. Due opzioni non invidiabili, che a loro volta alimentano il settarismo diffuso e il moralismo rabbioso.
Di qualità ne abbiamo tanta, in Italia. Nelle stesse forze armate c’è una larga fascia di altissima specializzazione. Il fatto è che non tocca a loro comandare, nel senso di stabilire priorità e interessi, ma eseguire. La guida non può che essere politica. Mi rendo conto che il lungo e inconcludente rito governativo la fa apparire come un detrito, quindi la dico schietta: paghiamo il conto di avere cancellato la politica, venti anni fa. Riprenderla non è facile, ma non si può farne a meno.
Pubblicato da Libero
martedì 26 marzo 2013
sabato 23 marzo 2013
Archivio› Andrea's Version
23 marzo 2013
Con l’aria che tira, con le perplessità del Quirinale, con una parte dei suoi che tentenna da mo’, gli occhi dell’Europa addosso, la necessità di non esagerare, l’urgenza di dare un governo al paese, e senza sottovalutare il buon senso di cui l’uomo ha dato sempre segno di disporre, ma considerando in più l’esperienza, la specchiata onestà personale, la formazione ricevuta, per la quale chiudersi ogni via d’uscita sarebbe il peggiore degli errori, e valutato infine che la pur ammirevole forza della volontà poco può, al cospetto delle disumane regolette della matematica, scommetterei che entro il prossimo giovedì santo, a occhio e croce, Bersani potrebbe smettere di lavare i piedi a Grillo.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
venerdì 15 marzo 2013
Omertà di casta anche fra i giornalisti? Federico Punzi
Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa? Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato. Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato. Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione? JimMomo |
martedì 12 marzo 2013
Tornino a bordo. Davide Giacalone
Tornino a bordo, accidenti. Lo scoglio contro cui s’è schiantata la nave Italia non è mica il voto ingrillato, quella è solo acqua che entra dal buco. Lo scoglio è l’asfissia fiscale e creditizia cui è sottoposto il mondo produttivo, accompagnata dalla paura imposta a quanti vivono di trasferimenti e spesa pubblica. L’inondazione ortottera è solo un effetto, inutile perderci tempo. E’ alimentata da fluidi incompatibili, dalla confluenza di chi vuole meno tasse e di chi spera in più trasferimenti. Allocco chi ci credere, ma irresponsabile chi non capisce che la via d’uscita è nella rimessa in moto del sistema produttivo. Le premesse ci sono, serve lucidità e coraggio.
In declassamento di Fitch non comporta conseguenze immediate. E’ bene ricordare che quella era l’ultima agenzia che ci concedeva di restare nel mondo della A, visto che le altre due ci avevano già collocato a livello B (e che ora ci faranno ancora scendere). Fitch, quindi, non porta novità, semmai si osservi l’imminente risorpasso della Spagna, come nell’agosto del 2011. Tempo e sacrifici buttati via. Il dramma sta nella non reattività del sistema politico, cui s’accompagna la svagatezza mentale di tutta quanta una classe dirigente. Opinionisti compresi. Il ministro dell’economia, Vittorio Grilli, ha detto che l’Italia saprà reagire. Sì? e come? Il modo c’è, ma è quasi l’opposto di quel che Grilli e il governo hanno fatto.
Il mondo non è in recessione. I mercati internazionali crescono. Un Paese esportatore, come l’Italia, dovrebbe essere pronto a cogliere il vento e alzare le vele. Invece siamo qui che buchiamo le poche ancora attaccate a una cima. Il nostro sistema produttivo è fatto da pochi campioni di grandi dimensioni e da una miriade di api operose, di piccole dimensioni, ma di grande qualità. Vediamo quel che succede e cosa si dovrebbe fare.
Sul fronte delle grandi cito due nomi: Finmeccanica ed Eni. L’eccellenza tecnologica e la sicurezza energetica. Il governo le ha abbandonate. La politica estera le ha danneggiate. La magistratura le ha inquisite. Ci stiamo tagliando gli attributi senza neanche far dispetto alla moglie, che da tempo se ne è andata, ma solo una cortesia a quanti, concorrenti esteri, godranno di quel che noi non faremo. Si deve decidere: queste aziende, controllate dallo Stato, sono interesse strategico nazionale o no? Se lo sono, come credo, vanno difese. E se per difenderle occorre (parlo di Finmeccanica) dare vertici competenti e credibili, che lo si faccia (e, per farlo, non puoi avere ministri che piazzano amici, a loro volta amici delle loro prime mogli). Altrimenti si vendano, prima che deperiscano e perdano valore. Sarebbe un grave errore, ma sempre meglio che sopprimerle noi, nella miseria di un mondo che non capisce e ama distruggere.
Sul fronte delle piccole si sta procedendo falcidiandole in due modi: mancando il credito è escluso che possano agganciare la ripresa, mancando supporti professionalmente adeguati è escluso che occupino lo spazio necessario, sui mercati internazionali. Dal lato del credito c’è poco da sperare, perché le banche italiane non hanno patrimonio adeguato e un deterioramento dei crediti superiore a quello delle banche spagnole. Per uscirne si dovrebbe scardinare le fondazioni e aprire le proprietà. Per chi non abbia capito come funziona suggerisco un corso accelerato, a Siena. Allora si deve aprire al capitale di rischio. Il mondo è pieno d’investitori che guardano con interesse all’Italia, ma avrebbero bisogno di tre cose: a. un trattamento fiscale di favore; b. un testo unico delle regole cui attenersi (perché il costo principale non può essere un esercito di azzeccagarbugli); c. un foro di riferimento internazionale, perché nessuna persona sensata si fida, neanche lontanamente, della rottamabile giustizia italiana (civile, penale e amministrativa).
In quanto alle strutture di supporto, indispensabili se si è piccoli in un mercato globale, il governo ha distrutto l’Ice (Istituto commercio estero), che non era una pepita, ma ora implode, e ha distrutto anche pratiche virtuose e risparmiose, come “Italia degli Innovatori” (l’Agenzia che mise a punto quel prodotto, e che per due anni ho presieduto, ha consegnato conti in avanzo, con milioni non spesi, e non per incapacità di fare, ma per oculatezza nel risparmiare, il tutto portando a casa risultati e contratti). Non è il caso di far rinascere carrozzoni, ma questo vuoto dovrebbe suggerire a soggetti privati, come le banche o le organizzazioni imprenditoriali, di coprirlo. I piccoli sono i migliori ambasciatori di quel che il mondo vede nell’Italia: innovazione e qualità. Sto parlando di fare affari e soldi, mica beneficienza.
La ripresa non è nei numeri del 2013. Non prendiamoci in giro. Ma è ora che si mettono le premesse per coglierne gli effetti benefici. Tornino a bordo. Conta il futuro, non la lurida guerra degli ultimi venti anni.
Pubblicato da Libero
In declassamento di Fitch non comporta conseguenze immediate. E’ bene ricordare che quella era l’ultima agenzia che ci concedeva di restare nel mondo della A, visto che le altre due ci avevano già collocato a livello B (e che ora ci faranno ancora scendere). Fitch, quindi, non porta novità, semmai si osservi l’imminente risorpasso della Spagna, come nell’agosto del 2011. Tempo e sacrifici buttati via. Il dramma sta nella non reattività del sistema politico, cui s’accompagna la svagatezza mentale di tutta quanta una classe dirigente. Opinionisti compresi. Il ministro dell’economia, Vittorio Grilli, ha detto che l’Italia saprà reagire. Sì? e come? Il modo c’è, ma è quasi l’opposto di quel che Grilli e il governo hanno fatto.
Il mondo non è in recessione. I mercati internazionali crescono. Un Paese esportatore, come l’Italia, dovrebbe essere pronto a cogliere il vento e alzare le vele. Invece siamo qui che buchiamo le poche ancora attaccate a una cima. Il nostro sistema produttivo è fatto da pochi campioni di grandi dimensioni e da una miriade di api operose, di piccole dimensioni, ma di grande qualità. Vediamo quel che succede e cosa si dovrebbe fare.
Sul fronte delle grandi cito due nomi: Finmeccanica ed Eni. L’eccellenza tecnologica e la sicurezza energetica. Il governo le ha abbandonate. La politica estera le ha danneggiate. La magistratura le ha inquisite. Ci stiamo tagliando gli attributi senza neanche far dispetto alla moglie, che da tempo se ne è andata, ma solo una cortesia a quanti, concorrenti esteri, godranno di quel che noi non faremo. Si deve decidere: queste aziende, controllate dallo Stato, sono interesse strategico nazionale o no? Se lo sono, come credo, vanno difese. E se per difenderle occorre (parlo di Finmeccanica) dare vertici competenti e credibili, che lo si faccia (e, per farlo, non puoi avere ministri che piazzano amici, a loro volta amici delle loro prime mogli). Altrimenti si vendano, prima che deperiscano e perdano valore. Sarebbe un grave errore, ma sempre meglio che sopprimerle noi, nella miseria di un mondo che non capisce e ama distruggere.
Sul fronte delle piccole si sta procedendo falcidiandole in due modi: mancando il credito è escluso che possano agganciare la ripresa, mancando supporti professionalmente adeguati è escluso che occupino lo spazio necessario, sui mercati internazionali. Dal lato del credito c’è poco da sperare, perché le banche italiane non hanno patrimonio adeguato e un deterioramento dei crediti superiore a quello delle banche spagnole. Per uscirne si dovrebbe scardinare le fondazioni e aprire le proprietà. Per chi non abbia capito come funziona suggerisco un corso accelerato, a Siena. Allora si deve aprire al capitale di rischio. Il mondo è pieno d’investitori che guardano con interesse all’Italia, ma avrebbero bisogno di tre cose: a. un trattamento fiscale di favore; b. un testo unico delle regole cui attenersi (perché il costo principale non può essere un esercito di azzeccagarbugli); c. un foro di riferimento internazionale, perché nessuna persona sensata si fida, neanche lontanamente, della rottamabile giustizia italiana (civile, penale e amministrativa).
In quanto alle strutture di supporto, indispensabili se si è piccoli in un mercato globale, il governo ha distrutto l’Ice (Istituto commercio estero), che non era una pepita, ma ora implode, e ha distrutto anche pratiche virtuose e risparmiose, come “Italia degli Innovatori” (l’Agenzia che mise a punto quel prodotto, e che per due anni ho presieduto, ha consegnato conti in avanzo, con milioni non spesi, e non per incapacità di fare, ma per oculatezza nel risparmiare, il tutto portando a casa risultati e contratti). Non è il caso di far rinascere carrozzoni, ma questo vuoto dovrebbe suggerire a soggetti privati, come le banche o le organizzazioni imprenditoriali, di coprirlo. I piccoli sono i migliori ambasciatori di quel che il mondo vede nell’Italia: innovazione e qualità. Sto parlando di fare affari e soldi, mica beneficienza.
La ripresa non è nei numeri del 2013. Non prendiamoci in giro. Ma è ora che si mettono le premesse per coglierne gli effetti benefici. Tornino a bordo. Conta il futuro, non la lurida guerra degli ultimi venti anni.
Pubblicato da Libero
martedì 5 marzo 2013
I numeri e la paura. Davide Giacalone
L’Italia politica ha le gambe che tremano e la febbre che porta al delirio. Più d’uno straparla, magari provando a rincorrere i consensi persi, ma fuori tempo massimo. Mettiamo in fila qualche numero e vediamo se si riesce a ragionare: dopo le elezioni la Borsa di Milano è stata la peggiore d’Europa e ha bruciato 17 miliardi; lo spread è cresciuto, facendo aumentare il costo del debito pubblico, ma anche riflettendosi sul credito ai privati, tenuto conto che, nel corso del 2012 le imprese italiane hanno pagato 14 miliardi in più delle tedesche, per avere soldi dalle banche; che sono comunque pochi, visto che Unimpresa calcola in 38 miliardi il minor credito dell’anno scorso; e nel mentre la Cgia di Mestre rileva che la metà delle imprese ha cominciato a rateizzare il pagamento di salari e stipendi, l’Istat fissa all’11,7% i disoccupati, con una concentrazione del 38,7 fra i giovani (senza contare quelli in cassa integrazione, che sono disoccupati, ma non compaiono come tali). Ora prendete questi numeri e considerate che nelle parole della politica trovate al primo posto il taglio del finanziamento pubblico dei partiti, che ammonta a 159 milioni. Sono dei deficienti. Il terrore li ha ingrilliti. Io sono per il finanziamento privato e la cancellazione di quello pubblico, ma prima di tutto sono per la serietà e la razionalità: stanno parlando del nulla, mentre l’Italia prende una piega inquietante.
Su tutta questa storia della “casta” s’è giocato e profittato fin troppo. Credo d’essermene tenuto lontano, ma per quel che ho ceduto chiedo perdono. Il problema del mondo politico italiano non sono i privilegi, ma l’incapacità, l’inconcludenza. Certo che certi privilegi, oltre tutto stupidissimi, fanno imbestialire, certo che vitalizzi così pingui gridano vendetta, nel mentre i più giovani sono avviati verso un avvenire senza pensione e i più anziani impediti ad andarci, ma smontare quelle vergogne serve a rendere più credibile e accettabile la vita pubblica, non a risolvere neanche uno dei problemi più impellenti. I pochi numeri che ho messo in fila, cui tanti altri se ne potrebbero aggiungere, dimostrano che l’urgenza è tutta economica e per niente moralistica.
La nuova ondata d’incapaci al potere vuole fare un referendum (on line?!) sull’euro. Ma a parte la strampalatezza di una simile ipotesi si deve considerare che ove una tale forza politica fosse determinante per la nascita di un governo l’Italia sarebbe già fuori dall’euro. E, con la nostra uscita, finirebbe anche l’euro. Tale esito è implicito nel fatto che nessuno potrebbe credere alla nostra capacità di tenere saldo il rispetto del fiscal compact (che criticai), né, del resto, potremmo negoziare alcun cambiamento dei trattati, visto che il Paese più interessato a maggiore integrazione si ritrova con al governo un partito che ne vuole di meno. No, è una strada impercorribile.
Quindi resta solo il bivio: governo retto da Pd e Pdl o nuove elezioni. Farle subito non sarebbe una rivincita, né per il Pd né per il Pdl, ma una riperdita. Ammesso e non concesso che sappiano prendere qualche voto in più, comunque si ritroverebbero, come accadde in Grecia, a dovere fare una coalizione fra loro. Mentre è più probabile che i voti in più li prenda chi punta allo sfascio e usa il moralismo plebeo per attribuire agli avversari le responsabilità e i costi della crisi. Il che, purtroppo, è in parte anche vero. Il Pdl ha manifestato la disponibilità. Tocca al Pd, con la direzione convocata domani, mandare a riposo chi ha perso la testa.
Ripercorrete i numeri che ho citato e preparatevi, in caso di riconvocazione delle urne, a vederli tutti peggiorare. Magari potrà capitare che presi dalla paura taglino i 159 milioni. Ma non sarà un atto preveggente, semplicemente una scelta che segue al suicidio politico.
Pubblicato da Libero
Su tutta questa storia della “casta” s’è giocato e profittato fin troppo. Credo d’essermene tenuto lontano, ma per quel che ho ceduto chiedo perdono. Il problema del mondo politico italiano non sono i privilegi, ma l’incapacità, l’inconcludenza. Certo che certi privilegi, oltre tutto stupidissimi, fanno imbestialire, certo che vitalizzi così pingui gridano vendetta, nel mentre i più giovani sono avviati verso un avvenire senza pensione e i più anziani impediti ad andarci, ma smontare quelle vergogne serve a rendere più credibile e accettabile la vita pubblica, non a risolvere neanche uno dei problemi più impellenti. I pochi numeri che ho messo in fila, cui tanti altri se ne potrebbero aggiungere, dimostrano che l’urgenza è tutta economica e per niente moralistica.
La nuova ondata d’incapaci al potere vuole fare un referendum (on line?!) sull’euro. Ma a parte la strampalatezza di una simile ipotesi si deve considerare che ove una tale forza politica fosse determinante per la nascita di un governo l’Italia sarebbe già fuori dall’euro. E, con la nostra uscita, finirebbe anche l’euro. Tale esito è implicito nel fatto che nessuno potrebbe credere alla nostra capacità di tenere saldo il rispetto del fiscal compact (che criticai), né, del resto, potremmo negoziare alcun cambiamento dei trattati, visto che il Paese più interessato a maggiore integrazione si ritrova con al governo un partito che ne vuole di meno. No, è una strada impercorribile.
Quindi resta solo il bivio: governo retto da Pd e Pdl o nuove elezioni. Farle subito non sarebbe una rivincita, né per il Pd né per il Pdl, ma una riperdita. Ammesso e non concesso che sappiano prendere qualche voto in più, comunque si ritroverebbero, come accadde in Grecia, a dovere fare una coalizione fra loro. Mentre è più probabile che i voti in più li prenda chi punta allo sfascio e usa il moralismo plebeo per attribuire agli avversari le responsabilità e i costi della crisi. Il che, purtroppo, è in parte anche vero. Il Pdl ha manifestato la disponibilità. Tocca al Pd, con la direzione convocata domani, mandare a riposo chi ha perso la testa.
Ripercorrete i numeri che ho citato e preparatevi, in caso di riconvocazione delle urne, a vederli tutti peggiorare. Magari potrà capitare che presi dalla paura taglino i 159 milioni. Ma non sarà un atto preveggente, semplicemente una scelta che segue al suicidio politico.
Pubblicato da Libero
giovedì 28 febbraio 2013
Capitale & Lavoro. Davide Giacalone
Finita la stagione delle promesse elettorali si apre quella dei lenti passaggi istituzionali. Con ogni probabilità farà prima il conclave a eleggere un nuovo papa che l’Italia ad avere un nuovo governo. Ora che le urne sono state svuotate si devono fare i conti con il sistema produttivo, che si sta svuotando. Ora che non serve più propagandare la cancellazione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quella già pagata, possiamo permetterci di dire una cosa banale: è stata trattata come una tesi demagogica ed eccessiva, in realtà è assai meno di quel che serve. Chi non ci crede rifletta sui dati che seguono.
Unimpresa, associazione di piccole e medie imprese, non divise fra terziario, manifatturiero o agricolo e comprendente anche società cooperative (81.900 iscritti, 60 sedi territoriali), ha svolto una ricerca presso i propri associati e ne ha ricavato che il 63% delle aziende si sono indebitate per pagare le tasse. Fra queste l’Imu, che ha sottratto alle aziende 6,3 miliardi, di cui circa 4 presi in prestito. Un dato impressionante, che resterebbe tale anche se fosse pari alla metà. Le conseguenze sono drammatiche, perché le imprese che s’indebitano per onorare il fisco o rinunciano a investire in innovazione e sviluppo, quindi a scommettere sul futuro, oppure sono costrette a ulteriore indebitamente che però, a quel punto, diminuendo gli attivi patrimoniali e l’affidabilità, sarà concesso (ammesso che venga concesso) a tassi più alti. Il fisco, insomma, è divenuto arma di distruzione di cassa. Preludio alla distruzione del sistema produttivo.
Altro che Imu sulla prima casa! Qui si devono cancellare anche le patrimoniali sull’attività produttiva, perché fin quando si fa coesistere la crisi dei mercati con il prelievo sul patrimonio immobiliare (Imu) e sul patrimonio del lavoro (Irap) non solo si spingono le aziende al fallimento, ma si suggerisce all’imprenditore d’essere saggio e chiudere i battenti prima di arrivare alla canna del gas. E’ vero che in questo modo aumenta la disoccupazione e precipita ancor di più il pil, ma se a questi problemi non pone attenzione lo Stato perché mai dovrebbe sentirsene responsabile l’impresa, che in un sistema sano punta al profitto, mica a finanziare la spesa pubblica dissennata.
Lo Stato, del resto, non si limita a osservare lo scempio, ma vi partecipa con sadico entusiasmo: se un’azienda vanta crediti nei confronti della mano pubblica, in una qualsiasi delle sue infinite articolazioni, se ha fatture inevase, sulle quali già pagò l’iva (quella per cassa è arrivata dopo), e, per disgrazia, non dovesse avere liquidi per pagare l’Inps, o l’Imu, o l’Irap, o la tassa sulla spazzatura, o una qualsiasi di queste sottrazioni di ricchezza, automaticamente le viene contestata evasione e, da quel momento, lo Stato cessa di pagare i propri debiti. E siccome sei evasore proprio perché lo Stato non ti paga, quindi non hai i soldi per pagarlo a tua volta, è evidente che tale meccanismo serve a mettere i genitali nel frullatore e azionarlo con voluttà.
Un sistema fiscale che tassa le imprese a prescindere dal profitto, togliendo risorse agli investimenti, ha deciso di suicidarsi. La forza del nostro sistema produttivo, che ancora ci tiene fra le grandi potenze economiche, non illuda circa la possibilità di continuare con questo andazzo. Molti si convinsero che il conflitto fosse tra capitale e lavoro, sbagliando. S’avvedano, che il conflitto è fra produzione e tassazione. Capitale (sano) e lavoro (vero) sono alleati.
Pubblicato da Libero
Unimpresa, associazione di piccole e medie imprese, non divise fra terziario, manifatturiero o agricolo e comprendente anche società cooperative (81.900 iscritti, 60 sedi territoriali), ha svolto una ricerca presso i propri associati e ne ha ricavato che il 63% delle aziende si sono indebitate per pagare le tasse. Fra queste l’Imu, che ha sottratto alle aziende 6,3 miliardi, di cui circa 4 presi in prestito. Un dato impressionante, che resterebbe tale anche se fosse pari alla metà. Le conseguenze sono drammatiche, perché le imprese che s’indebitano per onorare il fisco o rinunciano a investire in innovazione e sviluppo, quindi a scommettere sul futuro, oppure sono costrette a ulteriore indebitamente che però, a quel punto, diminuendo gli attivi patrimoniali e l’affidabilità, sarà concesso (ammesso che venga concesso) a tassi più alti. Il fisco, insomma, è divenuto arma di distruzione di cassa. Preludio alla distruzione del sistema produttivo.
Altro che Imu sulla prima casa! Qui si devono cancellare anche le patrimoniali sull’attività produttiva, perché fin quando si fa coesistere la crisi dei mercati con il prelievo sul patrimonio immobiliare (Imu) e sul patrimonio del lavoro (Irap) non solo si spingono le aziende al fallimento, ma si suggerisce all’imprenditore d’essere saggio e chiudere i battenti prima di arrivare alla canna del gas. E’ vero che in questo modo aumenta la disoccupazione e precipita ancor di più il pil, ma se a questi problemi non pone attenzione lo Stato perché mai dovrebbe sentirsene responsabile l’impresa, che in un sistema sano punta al profitto, mica a finanziare la spesa pubblica dissennata.
Lo Stato, del resto, non si limita a osservare lo scempio, ma vi partecipa con sadico entusiasmo: se un’azienda vanta crediti nei confronti della mano pubblica, in una qualsiasi delle sue infinite articolazioni, se ha fatture inevase, sulle quali già pagò l’iva (quella per cassa è arrivata dopo), e, per disgrazia, non dovesse avere liquidi per pagare l’Inps, o l’Imu, o l’Irap, o la tassa sulla spazzatura, o una qualsiasi di queste sottrazioni di ricchezza, automaticamente le viene contestata evasione e, da quel momento, lo Stato cessa di pagare i propri debiti. E siccome sei evasore proprio perché lo Stato non ti paga, quindi non hai i soldi per pagarlo a tua volta, è evidente che tale meccanismo serve a mettere i genitali nel frullatore e azionarlo con voluttà.
Un sistema fiscale che tassa le imprese a prescindere dal profitto, togliendo risorse agli investimenti, ha deciso di suicidarsi. La forza del nostro sistema produttivo, che ancora ci tiene fra le grandi potenze economiche, non illuda circa la possibilità di continuare con questo andazzo. Molti si convinsero che il conflitto fosse tra capitale e lavoro, sbagliando. S’avvedano, che il conflitto è fra produzione e tassazione. Capitale (sano) e lavoro (vero) sono alleati.
Pubblicato da Libero
sabato 23 febbraio 2013
Il fallimento del neo-centrismo. Arturo Diaconale
| sabato 23 febbraio 2013 | |
L'ipotesi di dare stabilità al paese attraverso un nuovo governo di centro sinistra che è stata la stella polare seguita con testarda tenacia da Giorgio Napolitano, da Mario Monti e da Pierluigi Bersani fin dal momento della caduta dell'esecutivo di Silvio Berlusconi e della nascita del governo tecnico, si è dissolta come neve al sole. Può essere che il Pd e Sel conquistino la maggioranza alla Camera ma è sicuro che non riusciranno ad ottenere un analogo successo al Senato. Ed è sempre più probabile che la lista civica dell'attuale presidente del Consiglio non riuscirà ad ottenere il numero di seggi a Palazzo Madama necessario ad assicurare una maggioranza non precaria all'alleanza tra la Smacchiatore di giaguari ed il Professore imbalsamato. Colpa di Monti e della sua dilettantesca campagna elettorale? Colpa di Napolitano e della sua pretesta di imporre il ritorno allo schema politico della Prima Repubblica? Colpa di Casini e di D'Alema, che su questa pretesa del Quirinale hanno impostato la loro unica strategia politica? È troppo presto per la ricerca delle responsabilità. Per il momento basta prendere atto del fallimento del disegno teso a far saltare il bipolarismo della Prima Repubblica per realizzare il ritorno alle tradizionali alleanze della Prima Repubblica. E registrare, prima ancora della certificazione definitiva dei dati elettorali, che tutto il complesso lavoro fatto per mandare al macero il bipolarismo ha prodotto la nascita del fenomeno dell'antipolitica come primo fattore innovativo di una Terza Repubblica tutta ancora da inventare. Chi ragiona sempre sulla base dei vecchi schemi prevede ora che, svanita l'ipotesi del centro sinistra Monti-Bersani, le uniche possibilità di dare un governo al paese passino attraverso la formula della grande coalizione o quella dell'alleanza di sinistra tra Bersani, Ingroia e Grillo. Ma, a parte le difficoltà fin troppo evidenti di dare vita alla prima come alla seconda formula, chi ragiona con questo schema non tiene conto che il nuovo Parlamento sarà caratterizzato da un lato dalla massima concentrazione dei tradizionali professionisti della politica (i beneficati del Porcellum) e dall'altro dalla più incredibile ed inaspettata rappresentanza dei dilettanti della vita pubblica. Il nuovo Parlamento, in altri termini, sarà segnato da una spaccatura di natura antropologica mai registrata nella storia repubblicana. Da una parte figureranno tutti quelli che fanno politica per professione da sempre e dall'altra quelli che come unica esperienza politica hanno alle spalle i comitati No-Tav , i centri sociali o qualche altra esperienza di sola e semplice protesta. Bersani ed i suoi dirigenti sono convinti di aver facile gioco nel dividere, frantumare ed in definitiva gestire questa massa di dilettanti allo sbaraglio mandati in Parlamento da Grillo e dalla rabbia popolare. Ma s'illudono se pensano che un paese in crisi profonda possa essere governato in maniera continua e stabile con qualche Scilipoti alla rovescia. Per cui è bene incominciare a pensare fin da ora alle prossime elezioni. Ed alla necessità di una grande riforma. Non solo della legge elettorale ma soprattutto dei partiti tradizionali. |
sabato 16 febbraio 2013
Intervista al prof. Nicola Scafetta, Duke University. Il sole artefice principale del clima. Corrado Fronte
| Intervista al prof. Nicola Scafetta, Duke Univerity. Il sole artefice principale del clima |
| Scritto da Corrado Fronte | |
| venerdì 15 febbraio 2013 | |
Dovrebbe essere responsabile. Questo implica che deve sapere pragmaticamente distinguere tra cose che possono danneggiare per davvero l’ambiente e cose che non lo danneggiano. E dovrebbe considerare le varie opzioni che sono disponibili. Il CO2 , ad esempio, non è un veleno per l’uomo o per l’ambiente, ma è cibo per le piante che crescono respirando CO2 dall’atmosfera. Con l’acqua e l’ossigeno il CO2 è il principale ingrediente della vita. Detto in parole povere, senza CO2 nell’atmosfera il cibo non esisterebbe.
2. La posizione dalla scienza ufficiale indica nel riscaldamento globale uno dei principali pericoli per l’intero pianeta; fonti autorevoli indicano in 2 gradi il massimo aumento sopportabile. Lei cosa ne pensa?
Direi che un riscaldamento globale fino ad un massimo di 2 gradi per la fine del 2100 non dovrebbe causare grossi danni. I miei modelli prevedono un riscaldamento di circa 1 grado per 2100. L’umanità può adattarsi ai cambi climatici e un riscaldamento di 1-2 gradi è di gran lunga meno pericoloso di un raffreddamento di uguale dimensione. E ci si può adattare senza troppi problemi. Di certo è più economico adattarsi a questi cambiamenti che cercare di fermarli bloccando l’industrializzazione e lo sviluppo economico dell’umanità.
3. Cosa sta succedendo ai ghiacciai? Perché continuano a ritirarsi?
I ghiacciai si sono ritirati negli ultimi decenni perché c’è stato un riscaldamento globale. Tuttavia i ghiacciai si sono ritirati e riformati numerose volte nel passato perché il clima è anche caratterizzato dai fenomeni ciclici.
4. Si sostiene che anche il mare si stia riscaldando, compromettendo l’equilibrio della vita marina e la sopravvivenza di molte specie.
Alcuni hanno affermato ciò, tuttavia credo che i cambi climatici siano stati così modesti (meno di 1 grado in 100 anni) che è difficile credere che i danni più seri all’equilibrio della vita marina siano derivati dal riscaldamento globale. Inquinamento chimico e pesca selvaggia sono molto più pericolosi per l’equilibrio della vita marina.
5. Se il riscaldamento continuasse il mare potrebbe sommergerebbe vaste zone costiere e molte isole?
Alcuni hanno affermato ciò. Tuttavia i dati storici predirebbero un aumento del livello del mare di 20-30 cm al massimo per il 2100. Ci si può adattare senza troppi problemi.
6. Si insiste molto sulla responsabilità dell’uomo nel provocare il riscaldamento con l’emissione di anidride carbonica (CO2 ) che provocherebbe il cosiddetto “effetto serra”. In parole povere di cosa si tratta?
L’anidride carbonica è un gas serra, che, per cosi dire, trattiene parte del calore emanato dalla superfice e dovrebbe causarne un riscaldamento. Tuttavia, molti non sanno che c’è una enorme incertezza sul riscaldamento che l’anidride carbonica può causare. Ci sono degli studi basati su osservazioni dirette che suggerirebbero che il raddoppio di CO2 può causare circa 1 grado di riscaldamento, che è relativamente poco. Coloro che ritengono che l’ anidride carbonica sia particolarmente pericolosa lo dicono basandosi su modelli teorici che predicono un riscaldamento di circa 3 gradi per un raddoppio di anidride carbonica nell’atmosfera.
7. Quale peso hanno le emissioni umane di CO2 rispetto a quella già presente in natura?
È difficile saperlo con certezza perché il CO2 è continuamente in circolo e ci sono scambi con l’oceano e le piante etc. È ragionevole pensare che una parte consistente dell’aumento del CO2 atmosferico degli ultimi decenni sia stato causato dall’uomo. Tuttavia, come detto sopra, i dati suggerirebbero una sensibilità climatica di circa 1 grado per il raddoppio dell’ anidrite carbonica. Credo che il contributo umano al riscaldamento osservato durante il 20° secolo non sia trascurabile ma è di certo molto minore di quello che molti hanno reclamato.
8. Eppure sulle emissioni antropiche di CO2 si è generato un grande allarme che ha portato a drastici programmi di riduzione delle emissioni.
L’allarme è stato basato su proiezioni teoriche basate su modelli al computer che i miei studi hanno dimostrato essere inefficienti nell’interpretare correttamente i cicli naturali e quindi il clima. Ad esempio, negli ultimi 15 anni non si è osservato nessun riscaldamento globale, anzi un leggero raffreddamento nonostante il fatto che il CO2 atmosferico sia aumentato considerevolmente. I modelli non hanno predetto questo leggero raffreddamento ma un riscaldamento di circa 2 gradi per secolo. E’ evidente che i modelli hanno sovrastimato l’effetto del CO2 e stanno ignorando qualche altro meccanismo climatico.
Non potevano che essere vaghi perché questi signori, anche se non lo dicono, sanno bene che la scienza su cui si basa la teoria del riscaldamento antropogenico è vaga.
10. Quale è la storia della temperatura terrestre nelle ere geologiche passate, e quale spiegazione, o insegnamento ne viene tratto?
La temperatura terrestre nelle ere geologiche passate è caratterizzata da diverse oscillazioni causate da cambiamenti orbitali della terra.
11. Alcuni dicono che la terra continua a riscaldarsi, altri che è iniziato un periodo di raffreddamento. Quale è la verità?
Dipende dal tempo i riferimento. La temperatura ora è più alta di quanto fosse 100, 200 o 300 anni fa. Durante il Medioevo molti dati suggeriscono temperature più alte delle attuali in diverse regioni del mondo. Durante gli ultimi 10-15 anni non si è osservato nessun riscaldamento significativo. Essenzialmente ci sono numerosi cicli naturali a diverse scale temporali. Per il prossimo futuro è ragionevole prevedere una stabilizzazione del clima o addirittura un raffreddamento fino al 2030-2040. a causa di un ciclo naturale di circa 60 anni che ha iniziato la sua fase discendente intorno al 2000.
12. Quali sono le cause naturali che generano i cambiamenti climatici?
Credo che i meccanismi principali siano solari ed in forma minore lunari. Fattori astronomici modulano la formazione delle nuvole ed insieme alle maree attivano particolari circolazioni marine. Nuvole e cicli oceanici causano cambiamenti climatici alla superficie. I modelli climatici usati fino ad ora ignorano questi meccanismi e non riescono a rappresentare nessuna delle oscillazioni climatiche presenti nei dati, come ho dimostrato nei miei studi.
13. In un recente studio lei mette in relazione il clima terrestre col movimento dei pianeti. In parole semplici, di cosa si tratta?
I pianeti girano intorno al sole e causano nel sole delle oscillazioni gravitazionali che inducono l’attività solare ad oscillare. Poi il sole oscillante causa oscillazioni sincronizzate nel clima. I miei conti mi hanno portato a concludere che almeno il 60% del riscaldamento terrestre osservato dal 1970 ad oggi è dovuto a cicli naturali presenti nel sistema solare, come un grande ciclo di 60 anni causato dalle maree di Giove e Saturno sul sole.
14. Tuttavia molti argomentano che i pianeti sono troppo lontani dal Sole e dalla Terra per avere un effetto osservabile sul clima e l’accusano di astrologia. Come risponde a questa obbiezione?
E’ vero che le forze mareali dei pianeti sul sole sono estremamente deboli. Tuttavia la critica si basa sul presupposto che il sole non possa amplificare la piccola perturbazione gravitazionale. Al contrario, il sole è una sorgente di energia e come tale può funzionare come un amplificatore di deboli perturbazioni gravitazionali. Nei miei lavori propongo una teoria fisica che spiegherebbe questa amplificazione nucleare di perturbazioni gravitazionali che avverrebbe nel sole. Se la teoria è corretta, le forze mareali sono sufficientemente forti da modulare l’attività solare attraverso l’amplificazione interna. Altri meccanismi incogniti sono ovviamente possibili. Ma ci sono forti evidenze empiriche che i pianeti stanno modulando in qualche modo l’attività solare, come anche un recente commentario su Nature ha evidenziato.
15. I nostri lettori conoscono gli studi di Abibullo Abdussamatof (3) , il quale afferma che il clima dipende dalle variazioni dell’Irradiazione Solare Totale (TSI), ed individua cicli climatici di 200 anni durante i quali la temperatura terrestre oscillerebbe tra un massimo, che avremmo appena raggiunto, ed un minimo verso il quale ci staremmo incamminando e che si manifesterebbe con una prossima glaciazione . In che modo questo si collega alla sua teoria?
Secondo me, la teoria di Abdussamatof è un po’ troppo generica. Ci sono dei cicli ma sono numerosi e la sensibilità climatica a questi cicli va calcolata precisamente, cosa che Abdussamatof non fa. Personalmente non credo che ci stiamo incamminando in pochi decenni verso una nuova glaciazione come la intende Abdussamatof sul tipo della Piccola Era Glaciale del 1700. Credo che la temperatura potrebbe al massimo scendere moderatamente per 20 anni e poi risalire.
16. Secondo Ivanka Charvàtova (4) il movimento di rivoluzione dei pianeti attorno al Sole genererebbe dei campi gravitazionali variabili, collegabili ai cicli delle macchie solari ed al clima terrestre. Come si rapporta questa rappresentazione alla sua teoria?
Gli studi di Charvàtova sono interessanti. Ci sono delle somiglianze con i miei a ed alcuni miei risultati hanno confermato i risultati di Charvàtova. Una differenza è che sto cercando di fare conti con grande precisione e di trovare dei meccanismi fisici.
17. Nir Shaviv e Jean Veizer spostano l’attenzione all’intera galassia ed ai raggi cosmici che colpiscono la Terra con intensità variabile, influendo sulla formazione delle nuvole e quindi sul clima, e generano le grandi glaciazioni che si sono succedute nelle lontane ere geologiche ad oggi, in questo in sintonia con Henry Svensmark e Jasper Kirby (5) . Lei cosa ne pensa?
Sono teorie interessanti e probabilmente corrette, almeno in parte. Credo che nel prossimo futuro queste teorie si svilupperanno.
18. Secondo Richard Lindzen(6) i modelli GCM sbagliano perché postulano che l’effetto dell’aumento della CO2 venga amplificato da una maggior evaporazione di vapore acqueo (feedback positivo) il quale a sua volta amplificherebbe l’effetto serra con esiti catastrofici. Lindzen al contrario sostiene che prevale un feedback negativo che attenua l’effetto serra. Quale è il suo parere?
Credo che Lindzen abbia ragione perché i suoi studi si basano su misure di dati che contraddicono le previsioni dei modelli al computer, un po’ come i miei studi.
19. Michael Mann (7) passerà alla storia per il suo grafico a mazza da hockey, dal quale preconizzava un imminente aumento incontrollato e disastroso della temperatura terrestre a causa delle emissioni antropogeniche di CO2. Cosa ne pensa?
Hockey stick del 1999 di Mann non è più credibile, anche Mann lo ha rigettato nel 2008. Penso che abbia contribuito non poco alla confusione su questo argomento. Oggi si ritiene che il clima si caratterizzato da grandi cicli millenari con punte calde durante il periodo romano, il periodo medioevale e il periodo corrente.
20. Alcuni scienziati non allineati con le teorie del riscaldamento globale antropogenico (ad esempio Richard Lindzen e Ivanka Charvatova) dicono di incontrare ostilità e difficoltà nella pubblicazione dei loro studi. Lei ha avuto esperienze di questo tipo?
Ovviamente. C’è una forte opposizione che direi ideologica piuttosto che scientifica. Le teorie scientifiche dovrebbero essere valutate oggettivamente con rigore scientifico, non sulla base di semplici pregiudizi ideologici, politici o economici. Tuttavia, se le mie teorie sono corrette, cioè se il clima è in gran parte regolamentato da cicli astronomici prevedibili, può essere possibile prevedere i cambi climatici per i prossimi decenni con una maggiore precisione, il che è tutto a vantaggio dell’umanità. Al momento i miei modelli sono in accordo con i dati mentre i modelli dell’IPCC basati sulla teoria del riscaldamento antropogenico hanno fallito le previsione sin dal 2000 come si vede, ad esempio, nella figura esposta, che riproduce il mio modello:
Astronomical Climate model forecast vs. IPCC (1)
La figura rappresenta la temperatura superficiale terrestre (HardCRUT3): la curva rossa rappresenta le temperature terrestri originali pubblicate nel documento JASTP2012b e la curva blu rappresenta la temperatura superficiale terrestre aggiornata con i dati mensili più recenti disponibili. La curva nera all’interno dell’area turchese, rappresenta la previsione completa del modello armonico dal 2000. Quest’ultima è chiaramente migliore della previsione dei modelli IPCC (General Circulation Models) che si collocano nell’area verde. La curva gialla rappresenta la sola componente armonica, al netto del contributo antropogenico.
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giovedì 14 febbraio 2013
Minzolini assolto dall'accusa di peculato perchè il fatto "non costituisce reato"
L'ex direttore fu rinviato a giudizio, nel 2011 con l'accusa di avere superato, in 14 mesi, il budget di oltre 65 mila euro a sua disposizione anche se Minzolini ha restituito tutta la somma alla RAI.
Il fatto, per cui l'ex direttore del TG1 è stato processato "non costituisce reato", questo il dispositivo del Tribunale si Roma che ha assolto, in primo grado, Minzolini non accogliendo le richieste formulate del pubblico ministero, Mario Dovinola, che aveva invocato per il giornalista, una condanna a due anni. Minzolini, dopo aver dichiarato che nell'ultimo anno e mezzo ha vissuto la sua "via crucis", ora ha intenzione di chiedere alla RAI il reintegro al timone del Telegiornale della rete ammiraglia della RAI.
Minzolini, nel frattempo, è salito sul carro del PdL, visto che è anche un nuovo candidato del Partito entrato nella competizione politica come capolista per il Senato in Liguria. (Teleborsa)
martedì 29 gennaio 2013
Strage & caos. Davide Giacalone
Le vie della giustizia sono infinite. Ma non sempre lineari. Dal giugno del 1980 si attende di sapere cosa fece sparire dai cieli un volo Itavia, da Bologna a Palermo. Si sono fatte inchieste penali e processi, senza arrivare a nulla. Se ne occuparono anche inchieste parlamentari, moltiplicando le ipotesi e non agguantando le conclusioni. Anche la memorialistica vacilla, giacché chi seguì quel lavorio penale presenta ricordi e supposizioni, ma nulla di più. Il retroscenismo ha messo in campo due ipotesi: a. la bomba che sarebbe dovuta scoppiare quando l’aereo era a terra (volava in forte ritardo), magari per ragioni di affari loschi; b. il missile “alleato” destinato a colpire altri bersagli, dei Mig libici, magari con a bordo Gheddafi. Certezze, nessuna.
Ora arriva la Corte di cassazione, ma in sede civile e dovendosi occupare di risarcimenti. Dice: dato che lo Stato avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei cieli, e dato che l’ipotesi del missile è la più accreditata, che paghi il dovuto ai congiunti delle vittime. I compitatori di storia mediante copia-incolla giudiziario hanno la loro certezza da spendere. Salvo il fatto che fa a cazzotti con le sentenze penali. Abbiamo da fare, a caldo, una sola osservazione: chi sosterrà che, finalmente, abbiamo la verità, starà solo illudendo i propri lettori e ascoltatori. Preferisco osservare che allo sfregio di una strage senza colpevoli si unisce la beffa di un risarcimento a carico della collettività. Noi tutti paghiamo (perché il risarcimento statale è finanziato dai contribuenti), senza essere autorizzati a sapere di chi è la colpa.
Di “ufficiale”, a questo punto, non c’è la verità, ma il caos.
venerdì 25 gennaio 2013
Compiti non fatti. Davide Giacalone
La Bce parla di possibili fughe di capitali, ma le aste dei titoli del nostro debito pubblico vanno bene e lo spread scende. Avverte sui pericoli della confusione politica, dopo le elezioni, ma è difficile che ce ne sia più di quanta ne viviamo oggi, compreso il fatto che il governo tecnico s’è trasformato in lista elettorale. Si ripete che la ripresa sarà quest’anno, solo nella seconda parte e “graduale”, che è un modo per dire che ci terremo la recessione e le cose non cambieranno (come noi qui scrivemmo e come il governatore della Banca d’Italia ha ieri confermato), eppure continuo a leggere titoli di giornali che strillano: Milano la migliore Borsa d’Europa. C’è un senso, in queste scene, o trattasi di caos dissennato? Il senso c’è, anche se la politica fa di tutto per scantonarlo.
Il risultato di contenere la speculazione sui titoli dei debiti sovrani è stato ottenuto dalla banca centrale europea, che ha agito politicamente e con perizia. Non propriamente con prontezza, ma ciò è dipeso dalla disunità europea e dai paraocchi nazionali. I governanti che chiamano a sé quel risultato sono una via di mezzo fra mitomani e imbonitori. Il parallelo andamento degli spread italiano e spagnolo serva da guida a chi crede alle favole raccontate in dialetto. Il governo Monti non ha meriti? Ne ha uno, importante, ma che andrebbe assegnato, semmai, a Giorgio Napolitano: dato che la resistenza all’iniziativa della Bce veniva dai tedeschi, ed era motivata anche dalla convinzione che i governi nazionali, quello italiano per primo, ne avrebbero approfittato per andare avanti con i vecchi andazzi spendaccioni, ha certamente avuto un peso il fatto che si sia insediato un governo commissariale, disponibile a fare i compiti a casa. Come Monti stesso disse. Il giudizio politico può essere anche severo, ma questo è un fatto.
Per capire le preoccupazioni circa il futuro, però, dobbiamo domandarci se quei compiti sono stati fatti. E la risposta è: no. Lo ha osservato Edoardo Narduzzi: mentre altri Paesi europei, come la Grecia, la spagna, il Portogallo o l’Irlanda, hanno interpretato l’anno passato come il tempo del cambiamento profondo, l’Italia lo ha trascorso cambiando il meno possibile. La lettera inviata dalla Bce (allora presieduta da Jean-Claude Trichet) al governo italiano (allora presieduto da Silvio Berlusconi), nel 2011, indicava quattro campi in cui era necessario e urgente intervenire. Vediamoli: 1. Liberalizzazioni, niente di fatto; 2. Privatizzazioni, le une e le altre con particolare riferimento ai monopoli pubblici locali, niente di fatto; 3. Mercato del lavoro, cambiando le regole di quello pubblico, rendendo più facili i licenziamenti e più agevole l’ingresso dei giovani, il tutto spingendo verso i contratti aziendali, mentre s’è fatta una legge che stabilisce cose diverse e talora opposte; 4. Pensioni, e qui s’è fatto, portando a compimento un processo riformatore che aveva avuto tappe diverse, una battuta d’arresto (quando la sinistra fu al governo e cancellò lo “scalone”), e che il centro destra, a causa del veto leghista, fu colpevolmente incapace di concludere.
I compiti a casa, come si vede, non li abbiamo fatti. Mentre altri li hanno fatti. Il governo commissariale, che era stato insediato per dare corso a quella lettera (Mario Monti l’ha ripetuto qualche decina di volte, addossandone al predecessore la responsabilità) s’è trasformato in soggetto politico e ora conduce una campagna elettorale incenerendo il suo più accreditato patrimonio: la serietà. Oltre tutto dicendo in politichese il contrario di quel che il governo ha scritto nei documenti economici.
Sono le conseguenze di ciò a impensierire, non una presunta instabilità politica futura, che non avrebbe alcuna caratteristica di novità. Perché oltre a non fare, nell’anno passato abbiamo anche fatto quel che porta dolore e recessione: abbiamo aumentato la pressione fiscale anziché tagliare la spesa pubblica corrente. Il commissario tagliatore (Enrico Bondi) è stato messo ad occuparsi di liste, con risultati ridicoli, proporzionati alla sua competenza in materia: nessuna. La recessione, però, a dispetto delle nuove tasse, lascia prevedere che il gettito fiscale calerà, il che fa saltare i conti del pareggio strutturale. Cosa saprà fare il governo post elettorale? Se ci sarà Monti fra i componenti agirà coerentemente al passato, se così non fosse vorrà dire che sarà di sinistra-sinistra, quindi agiranno come già promettono: alzeranno le tasse, condendo l’errore con il moralismo. Come cavare sangue dagli esanimi. Ecco, dunque, il punto: un’Italia non riformata s’appresta all’ennesimo anno di recessione con i governanti che sapranno solo tassare. Ecco perché, alla faccia dello spread che scende e delle Borse che borseggiano, i timori della Bce sono più che fondati: basta che un pirla provi ad accendere una sigaretta e salta tutto in aria, perché nessuno ha messo mano all’impianto antincendio, mentre dei grulli si fanno vanto di avere spento il fiammifero su cui soffiarono altri.
Pubblicato da Libero
venerdì 18 gennaio 2013
Sadomaso elettorale. Davide Giacalone
Qualche profano può credere che a costruire le liste ci siano i professionisti dell’incastro e del successo. Illusi, il più delle volte si tratta di praticoni dello sguscio e della sopravvivenza. La cucina elettorale, in ogni democrazia del mondo, è sporca di sangue e impiastricciata di zucchero, ma punta a sfornare piatti capaci di attirare voti. Anche dalle nostre parti gli schizzi non mancano, ma l’impiattato serve a salvare i cuochi. Faccio un esempio concreto, utile a una riflessione generale: la lista montiana in Friuli Venezia Giulia.
S’era fatto avanti un candidato già forte, capace di crescere nel tempo, il professor Massimiliano Fanni Canelles: non ancora cinquantenne, primario e docente, impegnato in attività socialmente rilevanti, sia in Italia che all’estero. Uno di quei candidati, per intenderci, che potrebbero essere seguiti da un corteo di politici in ginocchio, ciascuno pregante di candidarsi sotto le proprie insegne. Invece lo hanno fatto fuori. Italia Futura lo aveva plebiscitato, con un voto unanime quale capolista della lista Monti, ma quel posto sarà preso da un dirigente dell’Udc, Gian Luigi Gigli. Anch’egli medico e docente, ma con un taglio più marcatamente religioso: presidente dell’associazione internazionale medici cattolici e membro del pontificio consiglio per la pastorale sanitaria. Già eletto per l’Udc, al Consiglio regionale. Due domande: a. ma la lista Monti non doveva essere quella della società civile, non ancora entrata in politica? b. in quella regione manca la lista dell’Udc? Ecco le due risposte: 1. Gigli si è dimesso dall’Udc ben quindici minuti prima di diventare capolista montiano (soffrendo un buon quarto d’ora di solitudine); 2. la lista Udc c’è eccome, tanto che i sondaggi segnalavano la forza di Canelles e la sottrazione di voti, cui il partito di Casini ha rimediato prendendo due capolista di due liste diverse, ma alleate. Della serie: non importa quanti voti si prendono in tutto, conta quanti ne prendo io e gli amici miei.
Sono ragionevolmente sicuro che né Mario Monti né Enrico Bondi ne sanno nulla, leggendo la notizia solo adesso. Non sono sicuro, invece, che si rendano conto del suo significato: sono degli ostaggi.
Scaricare tutta la colpa sul sistema elettorale è un errore. Il nostro è penoso, mescolando i difetti del proporzionale con il premio di maggioranza, ma il problema non è l’assenza di preferenze (molte democrazie non sanno neanche cosa siano, e, del resto, dove le preferenze ci sono, come nei Consigli regionali, i risultati non sono incoraggianti), il problema è l’assenza di politica. I voti verranno spartiti per adesione identitaria o per rifiuto dell’altro. La classe politica che ne deriverà sarà al di sotto della media dei capi che se la sono scelta. I capi sono al di sotto dell’accettabile. E, quel che è peggio, anziché avere una società che reagisce producendo idee e chiedendo politiche assistiamo a
una delirante moltiplicazione di soggetti che si autoproclamano leader e capi carismatici, facendo riprodurre le loro facce, tendenzialmente inespressive, su manifesti sempre più grossi.
L’insieme della scena suggerisce che se il sistema istituzionale ha bisogno di un lavacro di riforma costituzionale, i protagonisti che lo animano hanno bisogno di una qualificata assistenza psicanalitica.
S’era fatto avanti un candidato già forte, capace di crescere nel tempo, il professor Massimiliano Fanni Canelles: non ancora cinquantenne, primario e docente, impegnato in attività socialmente rilevanti, sia in Italia che all’estero. Uno di quei candidati, per intenderci, che potrebbero essere seguiti da un corteo di politici in ginocchio, ciascuno pregante di candidarsi sotto le proprie insegne. Invece lo hanno fatto fuori. Italia Futura lo aveva plebiscitato, con un voto unanime quale capolista della lista Monti, ma quel posto sarà preso da un dirigente dell’Udc, Gian Luigi Gigli. Anch’egli medico e docente, ma con un taglio più marcatamente religioso: presidente dell’associazione internazionale medici cattolici e membro del pontificio consiglio per la pastorale sanitaria. Già eletto per l’Udc, al Consiglio regionale. Due domande: a. ma la lista Monti non doveva essere quella della società civile, non ancora entrata in politica? b. in quella regione manca la lista dell’Udc? Ecco le due risposte: 1. Gigli si è dimesso dall’Udc ben quindici minuti prima di diventare capolista montiano (soffrendo un buon quarto d’ora di solitudine); 2. la lista Udc c’è eccome, tanto che i sondaggi segnalavano la forza di Canelles e la sottrazione di voti, cui il partito di Casini ha rimediato prendendo due capolista di due liste diverse, ma alleate. Della serie: non importa quanti voti si prendono in tutto, conta quanti ne prendo io e gli amici miei.
Sono ragionevolmente sicuro che né Mario Monti né Enrico Bondi ne sanno nulla, leggendo la notizia solo adesso. Non sono sicuro, invece, che si rendano conto del suo significato: sono degli ostaggi.
Scaricare tutta la colpa sul sistema elettorale è un errore. Il nostro è penoso, mescolando i difetti del proporzionale con il premio di maggioranza, ma il problema non è l’assenza di preferenze (molte democrazie non sanno neanche cosa siano, e, del resto, dove le preferenze ci sono, come nei Consigli regionali, i risultati non sono incoraggianti), il problema è l’assenza di politica. I voti verranno spartiti per adesione identitaria o per rifiuto dell’altro. La classe politica che ne deriverà sarà al di sotto della media dei capi che se la sono scelta. I capi sono al di sotto dell’accettabile. E, quel che è peggio, anziché avere una società che reagisce producendo idee e chiedendo politiche assistiamo a
una delirante moltiplicazione di soggetti che si autoproclamano leader e capi carismatici, facendo riprodurre le loro facce, tendenzialmente inespressive, su manifesti sempre più grossi.
L’insieme della scena suggerisce che se il sistema istituzionale ha bisogno di un lavacro di riforma costituzionale, i protagonisti che lo animano hanno bisogno di una qualificata assistenza psicanalitica.
giovedì 10 gennaio 2013
Si contenga, mi consenta
Non sarà la fine del mondo, ha detto Michele Santoro, citando Ligabue, nel video-editoriale di presentazione molto anticipata dell’arrivo di Silvio Berlusconi a “Servizio Pubblico” (video-editoriale in cui Santoro diceva anche che quest’anno Natale pareva Pasqua, vista la resurrezione di un Cav. che accetta il suo invito). Non sarà la fine del mondo, stasera, ma neanche “soltanto una trasmissione giornalistica”, come da settimane dice Santoro, con la modestia anche un po’ immodesta di chi chiama l’applauso con la successiva immediata esegesi dello sbarco del Cav. nello studio dei suoi cari nemici: la sola accettazione dell’invito, ha detto Santoro, è “una conferma del fatto che l’editto bulgaro fu tragico” e che c’è un “disperato bisogno” di persone che non possano essere “sospettate di connivenza”. Non sarà “duello” o “resa dei conti”, dice Santoro sapendo di mentire almeno un po’ nella sostanza (nella forma la puntata si chiamerà “Mi consenta”, e avrà la solita struttura, ma con un unico ospite, il Cav.). E però è un fatto che stasera intere comitive di amici del calcio, e anche di fan compulsivi di “X Factor”, si sono organizzate in gruppi di ascolto, anche cancellando precedenti impegni, per recarsi a casa del tizio con lo schermo più grande – tu porti la birra, io porto le pizze – a vedere quella che viene percepita come la grande “finale” di qualcosa: una telenovela, un match sportivo, una gara di recitazione, una sfida a chi alza la posta, un guardarsi allo specchio (il mio nemico ha qualcosa di me e viceversa) e anche tutte queste cose insieme. E insomma da giorni – dalle Alpi ai salotti romani – ci si chiede come si stiano preparando alla contesa i due non-contendenti, chiamiamoli così, ché Santoro continua a dire che il Cav. sarà “accolto” (manca solo un “come fosse a casa sua”) e che troverà soltanto “giornalisti” a far domande, come se Marco Travaglio non fosse colui che il Cav. chiama in ogni dove “il mio amico Travaglio”, e l’ha detto talmente tante volte che Santoro ci ha fatto il promo della puntata, quello con le vignette di Vauro su Berlusconi amletico che dice “ci vado o non ci vado”.
Qualcuno ieri su Twitter a un certo punto diceva “Marco Travaglio non ci sarà”, scatenando il panico preventivo da spettacolo guastato (c’è gente che stasera rinuncia a vedere “Masterchef”, ma lo fa con lo spirito della tricoteuse che si siede davanti alla ghigliottina). Però Travaglio, interpellato, ieri diceva che era tutto previsto “come al solito, nessuna sfida all’O. K. Corral” (ma le parti in gioco sono due). Il piano A, comunque, prevede un Travaglio nella solita forma del monologo, senza che questo impedisca interventi estemporanei, con l’apporto delle presenze abituali (Sandro Ruotolo, Luisella Costamagna, Vauro, Gianni Dragoni) e nessun altro giornalista (il Cav. ha detto no a Gianni Barbacetto ad “Iceberg”, difficile riproporlo).
Il piano B., invece, è in teoria ancora aperto, dipende dagli eventi (e dal Cav.). Fino a ieri Santoro si è interrogato, nelle conversazioni con amici e durante il brainstorming pre-puntata, sull’eventualità di invitare qualcuno che potesse punzecchiare il Berlusconi “gauchiste” (quello che cita in chiave anti Bce il premio Nobel Paul Krugman, firma liberal del New York Times).
Aveva inzialmente cercato, Santoro, un economista, magari anche giornalista, non troppo divo ma abbastanza ferrato in neo-keynesianesimo. Ma si è trovato di fronte a un dilemma: i neo-keynesiani, in questa fase, sono capaci di dare fin troppa ragione al Cav. antirigorista. Se inviti un ultra liberista, d’altronde, non schivi il rischio, era il ragionamento, ché il Cav., imprevedibile com’è, potrebbe ributtarsi come niente sull’ode allo stato minimo, in coro con l’ultraliberista. L’idea base della serata, alla fine, è di avere molte “spalle” e non un co-protagonista che tolga spazio all’attrazione principale, che ha i suoi tempi teatrali: sempre di epica si tratta, nonostante la dissimulazione del conduttore (che ha scelto di “non commentare” i preparativi). Saranno sì iniziali sorrisi e strette di mano di Travaglio, ma si sospetta possa arrivare anche “il video sulla crisi Mediaset”, come dice un globetrotter che due giorni fa ha visto “dei cronisti santoriani” appostati tra le mamme lavoratrici che protestano davanti a Mediaset, issando cartelli inferociti contro i tagli nell’azienda berlusconiana (“licenziate le mamme e assumete le mignotte”).
Non si tratta qui di scandagliare le ragioni della trasferta di Capodanno di Michele Santoro nelle insospettabili Maldive (le foto sono su “Chi”, i conti in tasca all’ignaro bagnante pure, e Libero ci ha fatto ieri la prima pagina. Ma si sa che uno va in vacanza dove gli pare, per quanto possa essere straniante la visione di Santoro nei luoghi percorsi annualmente da Gianfranco Fini abbronzato che fa snorkeling assieme a turisti più abbronzati e subacquei di lui). Nè si tratta di capire se i vari recenti soggiorni del Cav. in Kenya, nel bianco abbacinante della spiaggia di Malindi, possano essere stati lontanamente corroboranti nel preludio di un confronto stavolta non telefonico con il “Michele” che, dicono nell’entourage del Cav., stasera il Cav. vorrebbe continuare a chiamare anche in pubblico “Michele”, come faceva quanto Santoro era suo dipendente – la parola “dipendente”, comunque, si cercherà di non usarla, stasera, dice un osservatore che in questi giorni ha incontrato il Cav. tra un’apparizione tv e l’altra, ché non se ne può più di sentir rievocare la famosa telefonata in diretta del 2001 in cui Berlusconi disse a Santoro il “si contenga” universalmente noto, lamentandosi in diretta del conduttore partisan nonché “dipendente del servizio pubblico”, e in cui Santoro rispose che era “dipendente”, sì, ma “non suo” (non più). Sono del resto molto lontani – c’è stato anche un anno tecnico in mezzo – i giorni in cui Santoro, nominando in scena l’orco “Berluscòòòòni”, con “ò” aperta e occhi di bragia, catalizzava sguardi e telefonate di consiglieri Agcom e dirigenti Rai intercettati a Trani (precedute e seguite da scontri diretti e indiretta con l’ex direttore generale Rai Mauro Masi, e da risoluzione consensuale del rapporto Santoro-Rai – con buonuscita).
Si tratta piuttosto di capire, oggi, quanto le ragioni dello spettacolo prevarranno sulla voglia di veder cadere una testa (di chi?). I due, comunque, Santoro e il Cav., hanno in comune la simpatia per Flavio Briatore: l’imprenditore con gli occhiali fumé è amico e anfitrione keniota del Cav., ma è stato anche ospite molto voluto e molto difeso da Santoro in una delle ultime trasmissioni prima del riposo natalizio, quando Marco Travaglio e Luisella Costamagna sono stati sgridati dal conduttore nel loro insistere sulle passate beghe giudiziarie del boss del talent-show “The apprentice”, quello in cui Briatore faceva da maestro spiccio a schiere di aspiranti imprenditori non sveglissimi. “Non esageriamo”, diceva Santoro accigliato mentre Costamagna parlava dei processi di Briatore e Briatore chiamava Costamagna “maestrina” (“si teme che il Cav. la chiami ‘signora’, dice uno spettatore burlone di “Servizio pubblico”) e Travaglio dava ragione a Costamagna. Allora “ci dimettiamo da persone”, se quando uno esce di galera gli togliamo il saluto, diceva Santoro. E dunque oggi le opposte fazioni si interrogano: che cosa troverà, da Santoro, il Cav.? E c’è chi immagina il ripetersi del modello d’azione “Santoro che fa il conduttore liberale e Travaglio che s’incazza”, con due varianti: poliziotto buono e poliziotto cattivo che puntano allo stesso obiettivo oppure bisticcio ex post tra i due, come ai tempi dello scambio di lettere sul Fatto quotidiano (a proposito degli interventi di Nicola Porro ad “Annozero”).
Il Cav., intanto, dice chi l’ha visto in questi giorni, ha ricevuto gli “appunti” pre-Santoro dei collaboratori. Li ha letti velocemente nelle pause delle ospitate su tutte le reti, alcune delle quali singolari per argomenti della tenzone: a “Otto e Mezzo” Lilli Gruber gli ha fatto a un certo punto gli auguri per la nascita del nipotino, ma il Cav. ha fatto l’offeso (non mi ha fatto neanche gli auguri, ha detto), consigliando nel frattempo alla conduttrice un otorino (non ha sentito quello che ho detto?) tra un accenno e l’altro alle “giudichesse comuniste” che si sono occupate del suo divorzio. Chi lo conosce lo immagina intento a “concentrarsi a suo modo” in vista di uno “show anche molto a braccio da Santoro”: “Me lo immagino che si riguarda di notte, dopo ‘Porta a Porta’, e di notte fa una scaletta mentale”, dice un amico, certo che il Cav. abbia accantonato l’idea di attivare un “allenatore unico per il dibattito” (si erano fatti i nomi di Paolo Liguori, Mario Giordano e e Mauro Crippa). La scaletta, certo, ma poi chissà (il tono del Cav. sarà, dice l’amico, di “seduzione e logoramento”).
Chi ha parlato con Santoro, invece, dice che il conduttore “vuole contenere l’effetto-loop editto bulgaro-Dell’Utri-Mangano-cene eleganti, pur essendo tentato dai vecchi temi” (da Santoro pur sempre si videro l’intervista lunga a Patrizia D’Addario e quella a Ruby, oltre alle interviste brevi alle varie “olgettine”). Nel buio della vigilia, Carlo Freccero, che conosce sia l’ospite che il conduttore, dice: “Fossi io Santoro, terrei conto del fatto che questo incontro storico si svolge in un quadro favorevole al Cav. e di demolizione di Monti, e mi atterrei a una scaletta di questo tipo: recuperei lo spot che Berlusconi mandava in giro ai suoi esordi politici, quello in cui si mostravano, in un video in bianco e nero, i disastri del comunismo. C’era una landa desolata, punto. Ma cambierei il finale, mettendo un sottotitolo: ecco dove ci ha condotti il liberismo. Come mai è successo questo?, gli chiederei, quando lei che si era presentato come artefice di felicità e mago delle tv commerciali? Cattivo il mondo? O cattivo anche lei?”. Freccero dice che Berlusconi gli sembra al momento persino “sollevato” – “tanto ha già evitato la sconfitta del silenzio” – e pensa che Santoro potrebbe riconoscergli “la vittoria sull’Imu, una tassa che è come la fossa che ti scavi da solo nei film western. Se l’è saputa giocare, il Cavaliere, nel bel mezzo di un Natale povero, senza regali, senza festa, in cui l’idea dell’Imu canaglia poteva fare breccia. L’altra domanda che gli farei è sulla schizofrenia dell’essere così liberista in politica e in privato, e così contraddittorio sui temi etici e sul tema ‘libertà di espressione’”. Freccero ricorda l’incontro Santoro-Cav. che Santoro ha voluto rievocare in video nei giorni dell’appeasement apparente e preventivo, dandosi del “coglione” per non aver capito, allora, che il Cav. intendeva davvero scendere in campo, e contemporaneamente dandosi ragione per avergli detto, in quell’occasione, che sarebbe rimasto immischiato nei soliti meccanismi – ma la ragione “è dei fessi”, è stata la chiusa dell’intervento santoriano, in linea con il tono pre-puntata che voleva smentire il clima già epico in vista del non-duello di stasera (sono in corso scommesse “su quando il Cav. si alzerà” per andarsene, come stava per fare a “Domenica In” da Massimo Giletti, poi dissuaso da Giletti: Stanleybet quota a 5.00 la “possibilità dell’abbandono da parte di Silvio Berlusconi dello studio di ‘Servizio Pubblico’ prima del gong finale”, nonostante si sia dichiarato un “guerriero pronto a tutto”. Resta più probabile l’ipotesi che l’ex premier regga fino in fondo, quotata a 1.12).
Nel racconto preventivo di Santoro c’è Santoro che vent’anni fa ha “l’idea” di un dibattito con un Cav. non ancora sceso in campo, c’è il Cav. che lo invita ad Arcore e c’è Santoro che vaga per il parco con un maggiordomo che fa vedere sculture, piante e animali in libertà, comprati da uno zoo in dismissione. Poi Berlusconi arriva in tuta, molto pimpante, mentre telefona al direttore di Panorama per dire “che la copertina di questa settimana fa schifo”, a Gianni Boncompagni per dire di “cambiare la ragazza in terza fila perché ha le tette troppo piccole” e al presidente del Milan per dire che il terzino “non fluidifica”.
Uno “show incredibile”, ha detto Santoro. (E si capiva che sperava di avere in studio un Cav. del genere, non importa se messo all’angolo o meno).
L'epica da bar della politica tv attinge oggi il suo culmine nel confronto tra il Cav. e Santoro
Qualcuno ieri su Twitter a un certo punto diceva “Marco Travaglio non ci sarà”, scatenando il panico preventivo da spettacolo guastato (c’è gente che stasera rinuncia a vedere “Masterchef”, ma lo fa con lo spirito della tricoteuse che si siede davanti alla ghigliottina). Però Travaglio, interpellato, ieri diceva che era tutto previsto “come al solito, nessuna sfida all’O. K. Corral” (ma le parti in gioco sono due). Il piano A, comunque, prevede un Travaglio nella solita forma del monologo, senza che questo impedisca interventi estemporanei, con l’apporto delle presenze abituali (Sandro Ruotolo, Luisella Costamagna, Vauro, Gianni Dragoni) e nessun altro giornalista (il Cav. ha detto no a Gianni Barbacetto ad “Iceberg”, difficile riproporlo).
Il piano B., invece, è in teoria ancora aperto, dipende dagli eventi (e dal Cav.). Fino a ieri Santoro si è interrogato, nelle conversazioni con amici e durante il brainstorming pre-puntata, sull’eventualità di invitare qualcuno che potesse punzecchiare il Berlusconi “gauchiste” (quello che cita in chiave anti Bce il premio Nobel Paul Krugman, firma liberal del New York Times).
Aveva inzialmente cercato, Santoro, un economista, magari anche giornalista, non troppo divo ma abbastanza ferrato in neo-keynesianesimo. Ma si è trovato di fronte a un dilemma: i neo-keynesiani, in questa fase, sono capaci di dare fin troppa ragione al Cav. antirigorista. Se inviti un ultra liberista, d’altronde, non schivi il rischio, era il ragionamento, ché il Cav., imprevedibile com’è, potrebbe ributtarsi come niente sull’ode allo stato minimo, in coro con l’ultraliberista. L’idea base della serata, alla fine, è di avere molte “spalle” e non un co-protagonista che tolga spazio all’attrazione principale, che ha i suoi tempi teatrali: sempre di epica si tratta, nonostante la dissimulazione del conduttore (che ha scelto di “non commentare” i preparativi). Saranno sì iniziali sorrisi e strette di mano di Travaglio, ma si sospetta possa arrivare anche “il video sulla crisi Mediaset”, come dice un globetrotter che due giorni fa ha visto “dei cronisti santoriani” appostati tra le mamme lavoratrici che protestano davanti a Mediaset, issando cartelli inferociti contro i tagli nell’azienda berlusconiana (“licenziate le mamme e assumete le mignotte”).
Non si tratta qui di scandagliare le ragioni della trasferta di Capodanno di Michele Santoro nelle insospettabili Maldive (le foto sono su “Chi”, i conti in tasca all’ignaro bagnante pure, e Libero ci ha fatto ieri la prima pagina. Ma si sa che uno va in vacanza dove gli pare, per quanto possa essere straniante la visione di Santoro nei luoghi percorsi annualmente da Gianfranco Fini abbronzato che fa snorkeling assieme a turisti più abbronzati e subacquei di lui). Nè si tratta di capire se i vari recenti soggiorni del Cav. in Kenya, nel bianco abbacinante della spiaggia di Malindi, possano essere stati lontanamente corroboranti nel preludio di un confronto stavolta non telefonico con il “Michele” che, dicono nell’entourage del Cav., stasera il Cav. vorrebbe continuare a chiamare anche in pubblico “Michele”, come faceva quanto Santoro era suo dipendente – la parola “dipendente”, comunque, si cercherà di non usarla, stasera, dice un osservatore che in questi giorni ha incontrato il Cav. tra un’apparizione tv e l’altra, ché non se ne può più di sentir rievocare la famosa telefonata in diretta del 2001 in cui Berlusconi disse a Santoro il “si contenga” universalmente noto, lamentandosi in diretta del conduttore partisan nonché “dipendente del servizio pubblico”, e in cui Santoro rispose che era “dipendente”, sì, ma “non suo” (non più). Sono del resto molto lontani – c’è stato anche un anno tecnico in mezzo – i giorni in cui Santoro, nominando in scena l’orco “Berluscòòòòni”, con “ò” aperta e occhi di bragia, catalizzava sguardi e telefonate di consiglieri Agcom e dirigenti Rai intercettati a Trani (precedute e seguite da scontri diretti e indiretta con l’ex direttore generale Rai Mauro Masi, e da risoluzione consensuale del rapporto Santoro-Rai – con buonuscita).
Si tratta piuttosto di capire, oggi, quanto le ragioni dello spettacolo prevarranno sulla voglia di veder cadere una testa (di chi?). I due, comunque, Santoro e il Cav., hanno in comune la simpatia per Flavio Briatore: l’imprenditore con gli occhiali fumé è amico e anfitrione keniota del Cav., ma è stato anche ospite molto voluto e molto difeso da Santoro in una delle ultime trasmissioni prima del riposo natalizio, quando Marco Travaglio e Luisella Costamagna sono stati sgridati dal conduttore nel loro insistere sulle passate beghe giudiziarie del boss del talent-show “The apprentice”, quello in cui Briatore faceva da maestro spiccio a schiere di aspiranti imprenditori non sveglissimi. “Non esageriamo”, diceva Santoro accigliato mentre Costamagna parlava dei processi di Briatore e Briatore chiamava Costamagna “maestrina” (“si teme che il Cav. la chiami ‘signora’, dice uno spettatore burlone di “Servizio pubblico”) e Travaglio dava ragione a Costamagna. Allora “ci dimettiamo da persone”, se quando uno esce di galera gli togliamo il saluto, diceva Santoro. E dunque oggi le opposte fazioni si interrogano: che cosa troverà, da Santoro, il Cav.? E c’è chi immagina il ripetersi del modello d’azione “Santoro che fa il conduttore liberale e Travaglio che s’incazza”, con due varianti: poliziotto buono e poliziotto cattivo che puntano allo stesso obiettivo oppure bisticcio ex post tra i due, come ai tempi dello scambio di lettere sul Fatto quotidiano (a proposito degli interventi di Nicola Porro ad “Annozero”).
Il Cav., intanto, dice chi l’ha visto in questi giorni, ha ricevuto gli “appunti” pre-Santoro dei collaboratori. Li ha letti velocemente nelle pause delle ospitate su tutte le reti, alcune delle quali singolari per argomenti della tenzone: a “Otto e Mezzo” Lilli Gruber gli ha fatto a un certo punto gli auguri per la nascita del nipotino, ma il Cav. ha fatto l’offeso (non mi ha fatto neanche gli auguri, ha detto), consigliando nel frattempo alla conduttrice un otorino (non ha sentito quello che ho detto?) tra un accenno e l’altro alle “giudichesse comuniste” che si sono occupate del suo divorzio. Chi lo conosce lo immagina intento a “concentrarsi a suo modo” in vista di uno “show anche molto a braccio da Santoro”: “Me lo immagino che si riguarda di notte, dopo ‘Porta a Porta’, e di notte fa una scaletta mentale”, dice un amico, certo che il Cav. abbia accantonato l’idea di attivare un “allenatore unico per il dibattito” (si erano fatti i nomi di Paolo Liguori, Mario Giordano e e Mauro Crippa). La scaletta, certo, ma poi chissà (il tono del Cav. sarà, dice l’amico, di “seduzione e logoramento”).
Chi ha parlato con Santoro, invece, dice che il conduttore “vuole contenere l’effetto-loop editto bulgaro-Dell’Utri-Mangano-cene eleganti, pur essendo tentato dai vecchi temi” (da Santoro pur sempre si videro l’intervista lunga a Patrizia D’Addario e quella a Ruby, oltre alle interviste brevi alle varie “olgettine”). Nel buio della vigilia, Carlo Freccero, che conosce sia l’ospite che il conduttore, dice: “Fossi io Santoro, terrei conto del fatto che questo incontro storico si svolge in un quadro favorevole al Cav. e di demolizione di Monti, e mi atterrei a una scaletta di questo tipo: recuperei lo spot che Berlusconi mandava in giro ai suoi esordi politici, quello in cui si mostravano, in un video in bianco e nero, i disastri del comunismo. C’era una landa desolata, punto. Ma cambierei il finale, mettendo un sottotitolo: ecco dove ci ha condotti il liberismo. Come mai è successo questo?, gli chiederei, quando lei che si era presentato come artefice di felicità e mago delle tv commerciali? Cattivo il mondo? O cattivo anche lei?”. Freccero dice che Berlusconi gli sembra al momento persino “sollevato” – “tanto ha già evitato la sconfitta del silenzio” – e pensa che Santoro potrebbe riconoscergli “la vittoria sull’Imu, una tassa che è come la fossa che ti scavi da solo nei film western. Se l’è saputa giocare, il Cavaliere, nel bel mezzo di un Natale povero, senza regali, senza festa, in cui l’idea dell’Imu canaglia poteva fare breccia. L’altra domanda che gli farei è sulla schizofrenia dell’essere così liberista in politica e in privato, e così contraddittorio sui temi etici e sul tema ‘libertà di espressione’”. Freccero ricorda l’incontro Santoro-Cav. che Santoro ha voluto rievocare in video nei giorni dell’appeasement apparente e preventivo, dandosi del “coglione” per non aver capito, allora, che il Cav. intendeva davvero scendere in campo, e contemporaneamente dandosi ragione per avergli detto, in quell’occasione, che sarebbe rimasto immischiato nei soliti meccanismi – ma la ragione “è dei fessi”, è stata la chiusa dell’intervento santoriano, in linea con il tono pre-puntata che voleva smentire il clima già epico in vista del non-duello di stasera (sono in corso scommesse “su quando il Cav. si alzerà” per andarsene, come stava per fare a “Domenica In” da Massimo Giletti, poi dissuaso da Giletti: Stanleybet quota a 5.00 la “possibilità dell’abbandono da parte di Silvio Berlusconi dello studio di ‘Servizio Pubblico’ prima del gong finale”, nonostante si sia dichiarato un “guerriero pronto a tutto”. Resta più probabile l’ipotesi che l’ex premier regga fino in fondo, quotata a 1.12).
Nel racconto preventivo di Santoro c’è Santoro che vent’anni fa ha “l’idea” di un dibattito con un Cav. non ancora sceso in campo, c’è il Cav. che lo invita ad Arcore e c’è Santoro che vaga per il parco con un maggiordomo che fa vedere sculture, piante e animali in libertà, comprati da uno zoo in dismissione. Poi Berlusconi arriva in tuta, molto pimpante, mentre telefona al direttore di Panorama per dire “che la copertina di questa settimana fa schifo”, a Gianni Boncompagni per dire di “cambiare la ragazza in terza fila perché ha le tette troppo piccole” e al presidente del Milan per dire che il terzino “non fluidifica”.
Uno “show incredibile”, ha detto Santoro. (E si capiva che sperava di avere in studio un Cav. del genere, non importa se messo all’angolo o meno).
© - FOGLIO QUOTIDIANO
mercoledì 2 gennaio 2013
Vivere non scontare. Davide Giacalone
Siamo entrati nel 2013 a testa china, quasi sia un anno più da scontare che da vivere. A renderlo così poco attraente è la dimensione pubblica, che, per giunta, riempirà di scontata noia i primi due mesi, per culminare in elezioni il cui esito migliore sarebbe un non esito. Eppure, a dispetto di sentimenti diffusi, è proprio la dimensione pubblica a consentire di essere ottimisti. Perché i nostri problemi sono, prima di tutto, dentro la nostra testa e nel modo in cui li concepiamo. Vorrei che l’Italia fosse, al debutto di questo anno, come Felix Baumgartner, l’austriaco che ha saputo buttarsi da un’altezza incredibile: sul ciglio di un vuoto spaventoso, ma ragionevolmente sicura che potrà ancora correre sulle proprie gambe.
E’ possibile, se solo si ragiona. Il nostro prodotto interno lordo, la ricchezza che produciamo, si divide in due parti, non uguali, ma sostanzialmente equivalenti: 50% settore pubblico e 50% settore privato. Dobbiamo essere capaci di iniettare nella prima metà dosi massicce di meritocrazia e digitalizzazione, riuscendo a diminuire il peso burocratico sulla seconda metà, al tempo stesso alleggerendone il fardello fiscale e consentendole maggiore libertà. Non solo non è impossibile, ma è anche relativamente facile, se solo si apre la mente e non s’imbratta la tuta facendosela sotto.
La meritocrazia, nel settore pubblico, non è solo il premio a chi merita. Non funziona così: una classe in cui si danno buoni voti a chi studia e si promuovono anche i somari produrrà comunque ignoranza. Serve premiare i bravi, penalizzare chi non tiene il ritmo e buttare fuori chi stacca le braccia dai remi e attacca a fischiettare. Impossibile, si dice, perché il settore pubblico è refrattario a queste ricette e i dipendenti iper protetti dal sindacato. Sbagliato, rispondo, perché così procedendo saranno comunque licenziati, comunque non assunti, restando a stipendio i fortunati che hanno il solo merito d’essere stati assunti anni addietro. Sbagliato, perché così combinata è una macchina che produce miseria, ignoranza e malattia. Basta saperlo spiegare, e basta che chi lo spiega non sia totalmente inaffidabile, perché ladro, drogato o dissipatore. Non è vero che si avranno contro tutti i dipendenti pubblici, perché quelli bravi, che sono tantissimi, avranno solo da guadagnare.
Sul fronte della digitalizzazione il governo Monti non ha brillato. Non che i predecessori brillassero. Ecco la regola cui attenersi: ogni investimento deve comportare un più consistente taglio alla spesa pubblica corrente. Altrimenti licenziamo chi dirige e governa.
Diminuire le tasse non si può, dicono. Ma non vedono che ci sono aziende italiane capaci di reggere la competizione nei mercati globali, ma incapaci di reggere la tortura burocratica e fiscale. Quindi si deve, e dovendolo si può. Non spostando i pesi, come anche dicono i rimbambiti del centro destra, meno che mai scarnificando i ricchi, come dicono gli ipocriti del centro sinistra (i ricchi, se onesti, pagano già degli spropositi). Si può usando il patrimonio pubblico, mettendolo in un veicolo capace di emettere titoli garantiti dalle vendite (nel tempo), e recuperando risorse da restituire in termini di minore pressione fiscale, possibile per la compressione del debito, e in investimenti.
La digitalizzazione di cui sopra serve anche a ridurre il mostro burocratico. L’Italia è un Paese incivile non solo perché lo Stato ci costa troppo, ma anche perché pretende che si sia noi a determinare quanto sangue dobbiamo trasfondergli. Quel sangue e quel tempo vanno rimessi in circolo.
Si può fare, eccome. E fattolo sembrerà incredibile da quanto in alto siamo precipitati e quanto forti siamo ancora, per correre e gioire. Certo, da qui alla fine di febbraio ci tocca una solfa deprimente e degradante. Viviamola per quello che è: un tributo al passato che non vuole passare. Un ritardo del passato, non certo un anticipo di futuro.
lunedì 31 dicembre 2012
Berlusconi risponde...
Giuseppe Intorre - Chiedo scusa, domando da profano: per quale motivo, visto che ha lavorato così male, fino all'altro ieri voleva Monti a capo della sua coalizione?
Silvio Berlusconi - Io non giudico la persona Mario Monti, giudico l'operato del governo dei tecnici e lo valuto a partire da tre aspetti: i dati economici oggettivi sono tutti negativi per gli italiani; l'enorme diffusione nel cuore dei cittadini di tristezza, sfiducia e pessimismo, sentimenti con i quali nessuno ha mai costruito nulla di buono; il fallimento del patto riformatore fondativo del governo: nonostante una maggioranza senza precedenti, il governo tecnico non ha saputo fare le grandi riforme - istituzioni, giustizia, costi della politica - per completare le quali avevamo appoggiato la sua nascita.
Silvio Berlusconi - Io non giudico la persona Mario Monti, giudico l'operato del governo dei tecnici e lo valuto a partire da tre aspetti: i dati economici oggettivi sono tutti negativi per gli italiani; l'enorme diffusione nel cuore dei cittadini di tristezza, sfiducia e pessimismo, sentimenti con i quali nessuno ha mai costruito nulla di buono; il fallimento del patto riformatore fondativo del governo: nonostante una maggioranza senza precedenti, il governo tecnico non ha saputo fare le grandi riforme - istituzioni, giustizia, costi della politica - per completare le quali avevamo appoggiato la sua nascita.
Ho chiesto a Monti di essere il federatore dei moderati italiani perché ho da sempre chiaro che i moderati sono la maggioranza in Italia e solo se si dividono fanno vincere la sinistra.
Per questo dal 1994 ho lavorato per mettere insieme tutte le forze alternative alla sinistra.
Per cercare di ricomporre l'unità dei moderati, nell'ultimo anno ho fatto tre passi indietro: dal governo, dal Popolo della Libertà, dalla prima linea della politica. Speravo che altri sedicenti moderati si unissero a noi. Così non è stato.
Ho voluto fare un ultimo tentativo, invitando il senatore a vita Mario Monti. L'ho fatto sapendo di fare un gesto indigesto alla maggioranza dei miei elettori: tuttavia lo reputavo necessario per aumentare le possibilità di battere la sinistra, ricomponendo l'unità completa dei moderati.
Oggi Monti ha scelto di dividere la sua strada dalla mia. Così è diventato di fatto un alleato della sinistra: ora indiretto, perché divide il fronte moderato; dopo le elezioni, nei suoi piani, prevede una esplicita alleanza con la sinistra. Moltiplicheremo il nostro impegno per evitare la vittoria di Bersani e Vendola, che renderebbe ancora più drammatica la già difficile situazione delle famiglie italiane e renderebbe permanente la recessione. (Forzasilvio.it)
venerdì 21 dicembre 2012
Tassa spazzatura. Davide Giacalone
La tassa sulla spazzatura è una tassa spazzatura. E’ la mascheratura dell’ennesima patrimoniale, un ladrocinio senza corrispettivo di servizi, un prelievo commisurato alle inefficienze comunali, un salasso per non risolvere i problemi e, come se non bastasse, un monumento all’idiozia legislativa e al sopruso incivile. Basti pensare che pagheremo ancora un’addizionale “ex Eca”, che sarebbe un di più che era dovuto agli enti comunali d’assistenza, istituiti nel 1938 e soppressi nel 1978. La Tares (fu Tarsu, fu Tia, fu TaRi), così ribattezzata dalla fantasia malata di chi cambia nome alle cose per lasciare le cose come stanno, è l’incarnazione del satanismo fiscale. Filiazione di uno Stato tanto più esigente quanto più inefficiente.
E’ una patrimoniale perché si paga in ragione dei metri quadrati e non dell’attitudine a produrre rifiuti. Una persona che vive da sola in 300 metri quadrati pagherà di più di quindici persone che vivono in un terzo dello spazio, laddove è evidente che i secondi produrranno assai più rifiuti (il pattume di ciascuno di loro varrà il 2,3% di quello del solitario). E’ giusto così, sento dire, perché è bene che paghino di più i ricchi. Ma è assurdo, perché già si paga una patrimoniale sulla casa (Imu) sicché questa è la seconda tassazione della stessa cosa. In più sono tenuti a pagare tutti quelli che possiedono, occupano o detengono, a qualsiasi titolo, qualsiasi tipo di locale, quindi ci sono cittadini che pagheranno due o tre volte per il medesimo servizio. E pagheranno cifre che non hanno nulla a che vedere con il servizio in questione.
Veniamo a quello, al servizio: peggio funziona e più si paga. Vorrà pur dire qualche cosa che la tassa più alta la pagano e la pagheranno i napoletani, periodicamente e ricorrentemente abbandonati ad annegare nella spazzatura! Più un comune è inefficiente, più gli costa gestire i rifiuti, più fa pagare ai cittadini. E andrebbe anche bene, se tutti i poteri e le responsabilità fossero del comune, perché, in quel modo, i cittadini saprebbero che c’è una cosa da fare, subito: sbarazzarsi del sindaco. Invece, posto che di molti sindaci sarebbe bene sbarazzarsi, i comuni hanno solo una parte dei poteri e delle responsabilità. Ad esempio: dare vita a un serio ciclo di smaltimento e sfruttamento dei rifiuti non è solo doveroso, ma anche economicamente conveniente, salvo il fatto che poi il termovalorizzatore non riesci ad aprirlo, complice una cittadinanza (mai dimenticarlo, perché ci sono anche colpe dei cittadini, mica solo quelle della politica) che è pronta a dire “no” a qualsiasi cosa, in questo modo avallando l’unica politica fin qui praticata: tassa e sperpera.
Poi ci sono le colpe specifiche dei comuni: non potrà mai funzionare una raccolta differenziata per la quale non vengono forniti gli strumenti e che, visibilmente, è una presa in giro. A Roma ho la casa da una parte della strada e l’ufficio dall’altra: a casa c’è la differenziata, ma non distribuiscono i sacchetti per metterci la roba, in ufficio non c’è, sicché tutto finisce assieme e marameo a chi s’affanna a dividere. Però pago due volte, per due servizi che non solo non sono uguali, ma che col piffero che hanno quel valore.
Quella dei rifiuti è un’emergenza nazionale, direttamente proporzionale al caos istituzionale delle autonomie locali. Siamo un Paese esportatore di spazzatura, arricchendo quelli che si prendono la nostra e sfruttano sia la nostra minchioneria che i nostri rifiuti. Roba da dare le craniate contro al muro. Quel che serve è un piano nazionale, con investimenti che non sono alla portata delle municipalità e che giustificherebbero un prelievo oggi ingiustificato. E’ la realtà che deve cambiare, non il nome della tassa.
Infine: con un emendamento alla legge di stabilità è stata spostata la prima rata da gennaio ad aprile. Questa sarebbe la ragione: dare respiro a contribuenti che hanno appena pagato l’Imu. Delle due l’una: o sono bugiardi o sono tutti evasori fiscali, posto che una cosa non esclude l’altra, perché ad aprile siamo alla vigilia della dichiarazione dei redditi e relativo versamento del saldo. Quindi questa è solo una miserrima trovata elettoralistica, posto che la Tares sarà più cara delle tasse che sostituisce e che, quindi, in un anno di ulteriore recessione, la pressione fiscale aumenterà. L’esatto contrario di quel che serve. Ecco perché questa è una tassa che, assieme all’intera politica fiscale, merita d’essere buttata nella spazzatura.
Pubblicato da Libero
domenica 2 dicembre 2012
La lezione Sea. Davide Giacalone
L’insuccesso della quotazione Sea non ha avuto nulla d’imprevedibile, in compenso dovrebbe servire da lezione per l’intero sistema Italia. Ove non si voglia farsi ripetutamente e costosamente del male. I giornali lo presentano come il frutto della lite fra azionisti, e segnatamente fra il comune di Milano e il fondo F2I, ma quello è un aspetto secondario, sebbene colorito. I due azionisti possono anche, se li diverte, continuare a suonarsele davanti a qualche giudice, ma noi tutti faremmo assai male a non capire il senso del giudizio espresso dal mercato. Decisivo, perché riguarda non solo quella quotazione, ma l’intero processo di vendita di parte consistente del patrimonio pubblico. Cui, meglio prima che dopo, si dovrà mettere mano.
Per conoscere i dati del problema non era necessario pagare, con generosità, uno stuolo di consulenti, noi li avevamo messi in fila su queste pagine. Erano accessibili allo strepitoso prezzo di un euro e venti centesimi. Un anno fa la società Sea (che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa, controllata dal comune, per il 54,8%, e dalla provincia di Milano, per il 14,56) era stata valutata 1,3 miliardi. Valutazione non teorica, perché sulla base di quel valore era stata venduta una quota a F2I (il 29,75%). Dopo un anno, che gli amministratori hanno descritto come di grandi successi e guadagni, è stata presentata al mercato con una forchetta che andava da 800 milioni a 1 miliardo e 75 milioni. Come anche qui anticipato, il limite più basso è stato considerato troppo alto. Già questo doveva essere più che sufficiente per sconsigliare d’avviare il processo di quotazione.
La colpa del ritiro ora si attribuisce alla condotta di F2I (partecipata da Cassa Depisti e Prestiti e da fondazioni bancarie, quindi con una natura pubblica, ma con la disciplina di un fondo privato). Non c’è dubbio che il fondo ha fatto di tutto per evitare di incassare una svalutazione della propria quota, ma c’è da chiedersi se, in questo modo, ha ostacolato o favorito una seria politica di dismissioni. Perché se si ammette che quel che il pubblico vende possa svalutarsi anche della metà del valore, in un tempo così breve, chi mai comprerà? Se l’indicatore Sea fosse stato assunto a termometro generale, allora il mercato si sarebbe preparato a chiedere di pagare subito la metà di tutto quello che lo Stato italiano vorrà vendere. Non è neanche una zappata sui piedi, sarebbe stato come darsela direttamente in fronte.
I
l Comune di Milano, oggi, sembra lamentarsi del fatto che gli è stato impedito di prendere il patrimonio dei milanesi, svalutarlo e, non contento, di piazzarlo in Borsa a danno dei risparmiatori. Che è come dire che un risparmiatore milanese sarebbe stato fregato più volte. Vale per l’intero patrimonio pubblico: procedere in questo modo è suicida.
Come si è potuti cadere in un simile abbaglio? Semplice: pretendendo di andare in Borsa non a vendere un progetto di sviluppo, ma per fare cassa, per dare soldi alla provincia, con la pretesa, comunque, che a comandare sarebbe rimasto il comune, quindi la giunta, quindi la maggioranza politica, quindi la politica. Stavano quotando la politica. Ecco l’errore. E siccome dovremo fare vendite e quotazioni, meglio prendere nota dell’errore e non ripeterlo.
Le municipalizzate sono dei mostriciattoli. Le municipalizzate quotate sono dei mostri. Per venderle, com’è saggio fare, o ne quoti la contendibilità, quindi non tieni la mano pubblica in maggioranza e al comando, oppure fai entrare soggetti finanziari in grado di valorizzare e vendere. Era il caso di F2I, che non andava sfidato a svalutare la propria quota, ma, semmai, a prendere il resto alla medesima valorizzazione. Non lo hanno fatto solo perché volevano continuare a comandare, ma con i soldi degli altri. Non poteva che finire male.
La politica di dismissioni deve accompagnarsi a quella di valorizzazione e liberalizzazione, altrimenti è una truffa: vuoi per il cittadino, vuoi per il risparmiatore, vuoi per entrambe. Nel caso degli aeroporti, inoltre, vendere va di pari passo con il preparare un serio piano nazionale degli scali, altrimenti si prendono musate come questa e come quella incassata dal comune di Torino, che volendo vendere partecipazioni Sagat (società che gestisce Caselle) non trova compratori. Il mercato, quello vero, ambisce a far profitti, non a diventare socio del sindaco.
Serve una politica nazionale delle dismissioni, servono scelte che rendano libero e prezioso quel che si vende e serve che i vari pezzi della troppo vasta e onnipresente mano pubblica non giochino a fregarsi a vicenda. Senza ciò si può solo svendere e impoverirsi, subordinando l’interesse collettivo a piccole convenienze. La lezione è chiarissima. Speriamo gli scolari non siano troppo testoni.
Per conoscere i dati del problema non era necessario pagare, con generosità, uno stuolo di consulenti, noi li avevamo messi in fila su queste pagine. Erano accessibili allo strepitoso prezzo di un euro e venti centesimi. Un anno fa la società Sea (che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa, controllata dal comune, per il 54,8%, e dalla provincia di Milano, per il 14,56) era stata valutata 1,3 miliardi. Valutazione non teorica, perché sulla base di quel valore era stata venduta una quota a F2I (il 29,75%). Dopo un anno, che gli amministratori hanno descritto come di grandi successi e guadagni, è stata presentata al mercato con una forchetta che andava da 800 milioni a 1 miliardo e 75 milioni. Come anche qui anticipato, il limite più basso è stato considerato troppo alto. Già questo doveva essere più che sufficiente per sconsigliare d’avviare il processo di quotazione.
La colpa del ritiro ora si attribuisce alla condotta di F2I (partecipata da Cassa Depisti e Prestiti e da fondazioni bancarie, quindi con una natura pubblica, ma con la disciplina di un fondo privato). Non c’è dubbio che il fondo ha fatto di tutto per evitare di incassare una svalutazione della propria quota, ma c’è da chiedersi se, in questo modo, ha ostacolato o favorito una seria politica di dismissioni. Perché se si ammette che quel che il pubblico vende possa svalutarsi anche della metà del valore, in un tempo così breve, chi mai comprerà? Se l’indicatore Sea fosse stato assunto a termometro generale, allora il mercato si sarebbe preparato a chiedere di pagare subito la metà di tutto quello che lo Stato italiano vorrà vendere. Non è neanche una zappata sui piedi, sarebbe stato come darsela direttamente in fronte.
I
l Comune di Milano, oggi, sembra lamentarsi del fatto che gli è stato impedito di prendere il patrimonio dei milanesi, svalutarlo e, non contento, di piazzarlo in Borsa a danno dei risparmiatori. Che è come dire che un risparmiatore milanese sarebbe stato fregato più volte. Vale per l’intero patrimonio pubblico: procedere in questo modo è suicida.
Come si è potuti cadere in un simile abbaglio? Semplice: pretendendo di andare in Borsa non a vendere un progetto di sviluppo, ma per fare cassa, per dare soldi alla provincia, con la pretesa, comunque, che a comandare sarebbe rimasto il comune, quindi la giunta, quindi la maggioranza politica, quindi la politica. Stavano quotando la politica. Ecco l’errore. E siccome dovremo fare vendite e quotazioni, meglio prendere nota dell’errore e non ripeterlo.
Le municipalizzate sono dei mostriciattoli. Le municipalizzate quotate sono dei mostri. Per venderle, com’è saggio fare, o ne quoti la contendibilità, quindi non tieni la mano pubblica in maggioranza e al comando, oppure fai entrare soggetti finanziari in grado di valorizzare e vendere. Era il caso di F2I, che non andava sfidato a svalutare la propria quota, ma, semmai, a prendere il resto alla medesima valorizzazione. Non lo hanno fatto solo perché volevano continuare a comandare, ma con i soldi degli altri. Non poteva che finire male.
La politica di dismissioni deve accompagnarsi a quella di valorizzazione e liberalizzazione, altrimenti è una truffa: vuoi per il cittadino, vuoi per il risparmiatore, vuoi per entrambe. Nel caso degli aeroporti, inoltre, vendere va di pari passo con il preparare un serio piano nazionale degli scali, altrimenti si prendono musate come questa e come quella incassata dal comune di Torino, che volendo vendere partecipazioni Sagat (società che gestisce Caselle) non trova compratori. Il mercato, quello vero, ambisce a far profitti, non a diventare socio del sindaco.
Serve una politica nazionale delle dismissioni, servono scelte che rendano libero e prezioso quel che si vende e serve che i vari pezzi della troppo vasta e onnipresente mano pubblica non giochino a fregarsi a vicenda. Senza ciò si può solo svendere e impoverirsi, subordinando l’interesse collettivo a piccole convenienze. La lezione è chiarissima. Speriamo gli scolari non siano troppo testoni.
giovedì 15 novembre 2012
Botte di orbi. Davide Giacalone
Lo hanno chiamato “sciopero europeo”, ma non è vero. Gli scioperi ci sono stati nell’Europa che affoga, non in quella che galleggia o nuota. Ci sono stati dove i morsi della crisi hanno già strappato le carni, come in Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. Nelle lande della transnazionalità recessiva. Altrove qualche manifestazione o raduno. Se fosse stato “europeo” sarebbe stato un buon segno, tutto sommato, perché, che si condividano o meno gli slogan della protesta, avrebbe messo in luce un comune sentire e la necessità di un comune interlocutore. Invece le proteste si sono concentrate sulle conseguenze della crisi, indirizzandosi contro i governi nazionali che ne sono i gestori contabili. Con l’assurdo che si sono paralizzate le città epicentro della recessione, così amplificandone le dimensioni.
Protestare e scioperare è lecito, in democrazia, ci mancherebbe altro. Spero sia lecito anche segnalare la confusione mentale e culturale della protesta. Da una parte non si vogliono i tagli alla spesa pubblica, dall’altra si assaltano le banche che non prestano i soldi e strozzano i clienti. Ma per finanziare la spesa pubblica le banche hanno ricevuto soldi dalla Banca centrale europea, con cui comprare titoli del debito statale. Nel momento in cui scarseggia, o diventa troppo caro, il credito internazionale i soldi o li metti a finanziare la spesa pubblica o li metti nel circolo della vita civile, per imprese e famiglie. E siccome la spesa pubblica è largamente improduttiva, siccome i tagli a quella hanno effetti recessivi inferiori all’aumento della pressione fiscale, le proteste europee dovrebbero chiedere il contrario di quel che urlano: basta con la spesa pubblica, basta con le tasse troppo alte. Se i portatori d’interesse non conoscono i propri interessi diventano interpreti d’astratti furori. Che non portano a nulla, o portano a credere che si è tanto più convincenti quanti più cordoni di polizia si forzano. Così finisce male.
Meglio dirlo subito: ogni violenza deve essere punita. Nulla può giustificare lo scendere in piazza come se si andasse in guerra.
In Italia i protagonisti della protesta sono stati gli studenti. Hanno di che protestare, eccome. Ma non ho sentito chiedere una scuola più selettiva e meritocratica, nonché più vicina al mondo produttivo. Non ho sentito reclamare università capaci di osmosi con le imprese. Ho sentito la solita gnagnera de: la scuola pubblica non si tocca e no ai tagli. E’ grazie a questo genere di idee che ci troviamo con i peggiori risultati comparati, in quanto a preparazione degli studenti. E’ grazie a quel genere di diplomificio fine a sé stesso che il numero dei laureati è ridicolo. Mica scappano perché è difficile, se ne vanno perché è inutile.
Gli studenti dovrebbero chiedere tagli alla spesa pubblica corrente e cancellazione della scuola ottocentesca, fatta di libroni, quaderni, gesso e lavagne. Dovrebbero far vedere che il cellulare, e spessissimo lo smartphone, lo hanno in tasca, sicché si potrebbe utilizzarlo non solo per la socialità, ma anche per la didattica e l’interazione amministrativa. Da anni i governi rinviano la scuola digitale, cedendo alla lobby degli stampatori. Non m’è giunta notizia di proteste.
In uno striscione, retto da giovanissimi, ho letto che le ore d’insegnamento non devono essere più di 18, con evidente riferimento al (fallito) tentativo governativo di portarle a 24. Ma il loro interesse non è mica quello di avere la classe docente più affollata della media europea, salvo essere la meno pagata al mese e la più pagata a ore. Il loro interesse, semmai, è che la meritocrazia si faccia valere anche fra le cattedre, che i bravi professori siano premiati e che i tanti somari, specie all’Università, siano cacciati. Sono proprio quei lavativi cattedratici, quegli ignoranti che insegnano a gioire della difesa a spada tratta del modello pubblico, così passeranno direttamente dall’esamificio alla pensione. A spese di quelli che oggi protestano e domani reclameranno ancora spesa pubblica, per pagare la pensione degli altri.
Certo che servono una coscienza e una protesta europee. Come serve un’autorità, democratica, europea. Ma quelli visti ieri sono i brontolii di un corpo messo a troppo ridotta dieta, non assistiti dall’intelligenza che avverta il veleno dell’ingrasso precedente. Se non ci fosse l’Unione europea ciascun Paese conterebbe meno, e se non ci fosse l’euro si potrebbe sì svalutare, ma rodendo con l’inflazione i redditi familiari che mantengono i manifestanti. Non serve a nulla neanche avere ragione, se non si conoscono le proprie ragioni e si marcia difendendo i torti.
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