La politica ne esce piallata, ma il risultato amministrativo segna una sconfitta della collettività. Nel senso che ne esce a pezzi la nostra vita collettiva. Che altro ci si poteva aspettare? Abbiamo votato a febbraio: non solo ci sono voluti due mesi per fare il governo, ma il presidente della Repubblica fu costretto a inventare l’incarico ai saggi per non pedalare del tutto nel vuoto, nel frattempo s’è dovuto eleggere il suo successore e lungi dal confermarlo al primo o secondo scrutinio si è atteso il sesto, avendo dovuto prendere atto che non c’erano idee e la politica umiliava pubblicamente se stessa, infine il governo s’è insediato, ma è fin qui stato capace di annunci senza testi, proroghe di roba vecchia e rinvii di proroghe. Nessuno chiede miracoli, ma siamo sotto il minimo sindacale.
Roma guida la classifica della delusione e della disaffezione. Ma un’altra città contribuisce a descrivere il quadro in cui ci troviamo, Brescia: gli stessi candidati della volta scorsa, compresi quelli delle liste civiche. Come se il tempo, lungi dal correre, fosse fermo. Come se si possa giocare in eterno la rivincita della rivincita, senza che nulla di nuovo venga a disturbare un conflitto di cui i belligeranti hanno dimenticato l’origine e lo scopo. Mentre s’apprestavano le elezioni siciliane, nell’autunno dello scorso anno, osservammo che l’annaspare scomposto di schieramenti privi di contenuto descrivevano una sciasciana “linea della palma”, una disillusione, un non credere nel cambiamento che il maestro di Racalmuto aveva cucito addosso ai siciliani, e vedevamo che quella linea andava spostandosi verso nord. Ora, a dispetto della meteorologia inclemente, possiamo dire che la palma cresce per ogni dove. Al risultato delle urne di Trinacria sembrò spaventoso che un elettore su due se ne fosse stato a casa. Ora sappiamo che dappertutto le case sono più affollate dei seggi.
In Sicilia esplose la forza di Grillo, e molti scrissero che era servita anche a limitare l’astensione. Noi sostenemmo una cosa diversa: i voti di Grillo crescono assieme all’astensione, non la contrastano, perché la loro origine è diversa: chi non ci crede non vota, mentre la scheda frinente è deposta da chi si vendica verso i partiti che votò, di destra o di sinistra che fossero. Il risultato di ieri mi conforta in tal senso. Con una “evoluzione”: siccome non ci si può vendicare di continuo, anche quella calamita s’è ammosciata. Pure perché i tre mesi trascorsi dalla elezioni politiche sono stati istruttivi nel mostrare quel che produce la vendetta: un personale politico da barzelletta.
L’ulteriore schiaffone dovrebbe servire a chi fa politica per capire che non serve a nulla inseguire la protesta scimmiottandola, che gli elettori non si commuovono se sentono annunciare che i partiti non prenderanno più soldi pubblici. Anche perché non ci credono, e hanno realisticamente ragione (guardate che se fosse vero l’annuncio, e non lo è, tanto che già si pensa all’uno per mille, le banche chiederebbero ai partiti il rientro immediato, provocandone l’altrettanto immediata bancarotta). Ciò che può riportare la voglia di partecipare alla vita elettorale non è la composizione sessualmente equilibrata delle candidature, perché quella è la premessa di un’orgia, non del governare. Non è il sapere che in lista ci sono “persone come noi”, perché altrimenti non si vede il motivo di votare loro e non esserci direttamente noi. Quella voglia può essere ricostruita se si presentano idee nuove. Prima o poi i voti saranno presi da persone che non emulano gli attori, ma provano a essere serie. Voglio sperare che sia così, perché in alternativa sarà il voto stesso a essere ridotto a rito inutile. Quindi sempre più deserto.
Al ballottaggio romano andranno due sconfitti. Due perdenti. L’errore più grosso che possono commettere è pensare che uno dei due sarà vincente. Non avverrà mai. Siccome, però, uno dei due sarà sindaco, che abbia la saggezza e l’umiltà di sapere di essere un perdente temporaneamente vittorioso, quindi butti al macero le cose che ha sostenuto e provi a chiedere, a sé stesso e alla città, che razza di futuro vogliamo costruire. Vada al ballottaggio sapendo che non sarà l’inizio di una sindacatura, ma la fine di una politica priva di idee. Sarebbe un punto da cui ripartire.
Pubblicato da Il Tempo
martedì 28 maggio 2013
martedì 21 maggio 2013
Tortorate. Davide Giacalone
Sono in molti a meritare d’essere presi a tortorate. Non nel senso di bitorzolute bastonate, che già l’uso del linguaggio violento ci avvelena e non è il caso di contribuire. Nel senso di fare i conti con la memoria di Enzo Tortora. Offesa per ogni dove, anche da quelli che pretendono di difenderla a loro volta infamandola. Tortora è un eroe civile di cui i radicali seppero valorizzare la battaglia. Possiamo citarlo noi della sparuta, perdente e non rassegnata tribù dei garantisti, dei sopravvissuti che ancora conservano memoria della civiltà del diritto. Per gli altri: tortorate.
Silvio Berlusconi (nel corso di una manifestazione elettorale) ha ricordato una frase di Tortora, speranzoso che la propria innocenza fosse anche quella dei magistrati. Ha aggiunto che molti italiani entrano nelle aule di giustizia, ogni giorno, con quel sentimento. S’è paragonato? Non mi pare. Offensivo? Non trovo. L’offesa a Tortora, da parte del centro destra, consiste in qualche cosa di molto più pesante e concreto: avere reso inutile la sua battaglia e non essere stati capaci di dare all’Italia una giustizia migliore di quella che lo massacrò. Anzi, ne abbiamo una peggiore. Conosco l’obiezione dei berlusconiani: non glielo hanno fatto fare. Ma non funziona, non ha neanche molto senso. Per una questione di tale rilievo chi è impossibilitato ad agire si dimette e monta su il finimondo. Non è successo, ed è una colpa politica. Forse la più grande.
Se lo sguardo si sposta dall’altra parte, però, sulla folta schiera degli ipocriti sinistri che ora citano Tortora, dall’indignazione si passa al voltastomaco. Una squadraccia di giustizialisti ha trasformato la sinistra nell’ostello dei manettari, disposti a rinnegare la propria stessa tradizione pur di far fuori in procura (e per procura) l’avversario che non riescono a battere nelle urne. Questa masnada di vigliaccuzzi vorrebbe ora sventolare l’immagine di un uomo che ebbe il fegato di dimettersi da parlamentare pur di affrontare i propri giudici da cittadino, anche subendo una scandalosa carcerazione preventiva (e lo spiegò a Toni Negri, che invece tradì gli elettori radicali). Il suo esempio è andato sprecato, perché chi doveva trarne insegnamento non è neanche in grado di capirlo.
Pretende di usare l’immagine di Tortora chi ha difeso gli automatismi della carriera dei magistrati, alla cui sommità si trovano oggi quelli che imbastirono il vergognoso processo contro di lui. Gente che, in un sistema normale, avrebbe perso il posto e che nel nostro, invece, avanza e guadagna. Cita Tortora chi, da venti anni, specula sulle indagini e fa finta di non sapere che una cosa è la pubblicità del dibattimento, altra, non solo diversa ma opposta, è la trasmissione in diretta dell’arringa dell’accusa (provino a leggere Piero Calamandrei, sforzandosi). Apre bocca chi neanche sa del travaglio che colpì il Tortora (grande) giornalista, il quale aveva scritto parole accusatorie all’epoca dell’arresto di Walter Chiari e Lelio Luttazzi, salvo poi amaramente pentirsene. E ammetterlo, con onestà.
Lezione sprecata, la sua. Eccelsa, ma sprecata. Dicono: lui riconobbe l’autorità della giustizia, non manifestò contro un potere dello Stato. Perché credono sia sensato sostenere che non si manifesta, contro i poteri dello Stato. A no, e perché? Tortora manifestò, eccome. Manifestò finché visse. Non risparmiò nulla alla giustizia ingiusta. Ma sapeva bene che non esiste convivenza civile senza il riconoscimento della giustizia, quindi la cercò nell’unico posto dove poteva averla: in tribunale. Non nelle case di chi lo amava, quale protagonista della televisione. La ebbe, ma la sua storia non servì a cambiare l’andazzo, che peggiorò.
La colpa ricade su chi non ebbe né testa né cuore per capire quella battaglia e come venne condotta. Ricade su una destra che fu giustizialista per poi farsi selettivamente innocentista. Ricade su una sinistra che fu connivente con l’uso politico della giustizia, per poi restare prigioniera della volgarità giustizialista. Questo è il mondo che ci consegna la peggiore giustizia del mondo civile, una magistratura corporativizzata e corrotta dalla colleganza fra accusatori e giudici, un dibattito pubblico ridotto a rissa inconcludente, un’opinione pubblica allevata nel colpevolismo.
Gli esausti squadristi, di una parte e dell’altra, si contendono il santino di un uomo che ebbe senso dello Stato e rispetto del diritto. Riusciranno solo a strapparlo, meritando tortorate per l’avvenire.
Pubblicato da Libero
Silvio Berlusconi (nel corso di una manifestazione elettorale) ha ricordato una frase di Tortora, speranzoso che la propria innocenza fosse anche quella dei magistrati. Ha aggiunto che molti italiani entrano nelle aule di giustizia, ogni giorno, con quel sentimento. S’è paragonato? Non mi pare. Offensivo? Non trovo. L’offesa a Tortora, da parte del centro destra, consiste in qualche cosa di molto più pesante e concreto: avere reso inutile la sua battaglia e non essere stati capaci di dare all’Italia una giustizia migliore di quella che lo massacrò. Anzi, ne abbiamo una peggiore. Conosco l’obiezione dei berlusconiani: non glielo hanno fatto fare. Ma non funziona, non ha neanche molto senso. Per una questione di tale rilievo chi è impossibilitato ad agire si dimette e monta su il finimondo. Non è successo, ed è una colpa politica. Forse la più grande.
Se lo sguardo si sposta dall’altra parte, però, sulla folta schiera degli ipocriti sinistri che ora citano Tortora, dall’indignazione si passa al voltastomaco. Una squadraccia di giustizialisti ha trasformato la sinistra nell’ostello dei manettari, disposti a rinnegare la propria stessa tradizione pur di far fuori in procura (e per procura) l’avversario che non riescono a battere nelle urne. Questa masnada di vigliaccuzzi vorrebbe ora sventolare l’immagine di un uomo che ebbe il fegato di dimettersi da parlamentare pur di affrontare i propri giudici da cittadino, anche subendo una scandalosa carcerazione preventiva (e lo spiegò a Toni Negri, che invece tradì gli elettori radicali). Il suo esempio è andato sprecato, perché chi doveva trarne insegnamento non è neanche in grado di capirlo.
Pretende di usare l’immagine di Tortora chi ha difeso gli automatismi della carriera dei magistrati, alla cui sommità si trovano oggi quelli che imbastirono il vergognoso processo contro di lui. Gente che, in un sistema normale, avrebbe perso il posto e che nel nostro, invece, avanza e guadagna. Cita Tortora chi, da venti anni, specula sulle indagini e fa finta di non sapere che una cosa è la pubblicità del dibattimento, altra, non solo diversa ma opposta, è la trasmissione in diretta dell’arringa dell’accusa (provino a leggere Piero Calamandrei, sforzandosi). Apre bocca chi neanche sa del travaglio che colpì il Tortora (grande) giornalista, il quale aveva scritto parole accusatorie all’epoca dell’arresto di Walter Chiari e Lelio Luttazzi, salvo poi amaramente pentirsene. E ammetterlo, con onestà.
Lezione sprecata, la sua. Eccelsa, ma sprecata. Dicono: lui riconobbe l’autorità della giustizia, non manifestò contro un potere dello Stato. Perché credono sia sensato sostenere che non si manifesta, contro i poteri dello Stato. A no, e perché? Tortora manifestò, eccome. Manifestò finché visse. Non risparmiò nulla alla giustizia ingiusta. Ma sapeva bene che non esiste convivenza civile senza il riconoscimento della giustizia, quindi la cercò nell’unico posto dove poteva averla: in tribunale. Non nelle case di chi lo amava, quale protagonista della televisione. La ebbe, ma la sua storia non servì a cambiare l’andazzo, che peggiorò.
La colpa ricade su chi non ebbe né testa né cuore per capire quella battaglia e come venne condotta. Ricade su una destra che fu giustizialista per poi farsi selettivamente innocentista. Ricade su una sinistra che fu connivente con l’uso politico della giustizia, per poi restare prigioniera della volgarità giustizialista. Questo è il mondo che ci consegna la peggiore giustizia del mondo civile, una magistratura corporativizzata e corrotta dalla colleganza fra accusatori e giudici, un dibattito pubblico ridotto a rissa inconcludente, un’opinione pubblica allevata nel colpevolismo.
Gli esausti squadristi, di una parte e dell’altra, si contendono il santino di un uomo che ebbe senso dello Stato e rispetto del diritto. Riusciranno solo a strapparlo, meritando tortorate per l’avvenire.
Pubblicato da Libero
lunedì 6 maggio 2013
Renzi e McLuhan. Claudio Velardi
E’ dal 1976 che il giornale di Scalfari si è introdotto come un virus nella sinistra, prima affascinandola, poi guidandola sapientemente verso la necessaria modernizzazione, infine fagocitandola e mettendola al servizio della sua cultura pop, buonista e conservatrice. Una grande operazione editoriale, che ha consentito ad un finanziere più che spregiudicato e ad un vecchio narciso di condizionarne ogni mossa, fino alla perdita di qualunque autonomia ed alla sua completa devitalizzazione. Naturalmente accompagnando con baldanza il Pci-Pds-Ds-Pd – da Berlinguer a Bersani – in tutte le sue sconfitte.
Non c’è stato leader – in carica o aspirante – capace di evitare l’abbraccio mortale. E neppure Renzi, a quanto pare. La cui prima preoccupazione – dopo il cataclisma dei giorni scorsi – è quindi rassicurare su “Repubblica” il popolo smarrito della sinistra, e dirgli che lui non è amico di Berlusconi, non ama l’art. 18, vuole il lavoro (toh!), e che il Pd è il suo presente e il suo futuro. Con Orfini e Fassina. Senza Vendola, con cui però scambia amichevoli sms. D’accordo, nella sbrodolata c’è anche il presidenzialismo (l’aria fritta che in queste ore piace a tutti). C’è la fine del finanziamento pubblico ai partiti (e vorrei vedere, dopo le ultime prove). Ma il messaggio è uno solo, inequivoco, perfino accorato: vedete le cose che dico? Non sono un traditore, sono uno dei vostri. Accoglietemi e saprò finalmente portarvi al governo. Senza subalternità e timidezze. Sfidando Grillo, facendo l’agenda e bla bla.
Ora, è evidente che per un qualunque leader della sinistra il problema dei problemi si chiama oggi “popolo della sinistra”. Cioè quell’impasto di nostalgie, luoghi comuni e pregiudizi in cui pascola da anni e anni il vecchio (in ogni senso) militante-attivista tipo: in perenne crisi d’identità, privato di direzione politica, in balia di qualsiasi pulsione parolaia e palingenetica. Un popolo che prima veniva costantemente allevato ed educato, ed è poi diventato docile e ambita preda delle più spregiudicate operazioni di marketing, a partire da quella repubblichina.
Nessuno nega che a questo benedetto popolo si debba parlare, e che – brutalmente – vi sia bisogno dei suoi voti, “che non si possono regalare agli estremisti” (ahia, quante volte l’ho sentita, questa maledetta espressione…). Ma il punto è che a questo popolo va detta finalmente la verità. E cioè che quello che impedisce alla sinistra di governare e conquistare strutturalmente la maggioranza dei consensi non è certo Berlusconi, ma la sinistra stessa, prigioniera della sua storia, di miti svaniti e gonfia di rancoroso disamore verso la società in cui viviamo. (Anche perché, se questa verità non la dici o la nascondi, ti scordi i voti di quegli altri, ma questo è un discorso noto…).
Quindi attenzione, Renzi. E’ chiaro che parlare oggi e in questo modo a “Repubblica” tu la consideri un’operazione tattica. Ne hai sentito la necessità perché temi che lo sbandamento attuale possa essere devastante e irrecuperabile. E hai convocato sul giornale un’assemblea di militanti per rassicurare. Ma sappi che ci vuole ben altro. Lo sbandamento dura da decenni, è profondo, strisciante e continuo. Un’intervista a “Repubblica” – il più ricorrente e stanco dei rituali – ha il solo potere di confermarlo.
E ricorda che mai come in questo caso, caro Matteo, il vecchio e deformato adagio di McLuhan – il medium è il messaggio – conserva una sua attualità stringente. (the Front Page)
mercoledì 1 maggio 2013
I carabinieri sono eroi soltanto se bloccati in un letto d'ospedale. Gian Marco Chiocci
Quando sono feriti o morti, per gli uomini in divisa sgorgano lacrime di coccodrillo. Ma quando lavorano...
Il carabiniere in verticale fa un certo effetto. Orizzontale, sul letto d’ospedale o all’obitorio, ne fa un altro. C’è sempre una via di mezzo per lo stesso servitore dello Stato che da 200 anni s’immola per la sicurezza e la tranquillità dei cittadini tutti, inclusi quegli ambasciatori della violenza che in nessun altro Paese al mondo godrebbero di tali e tante immunità giudiziarie, coperture politiche, giustificazioni mediatiche.
Quando appuntati e marescialli cadono nell’adempimento del proprio dovere – si dice sempre così - puntuali sgorgano lacrime di coccodrillo, ipocrite solidarietà istituzionali, visite ai feriti e condoglianze sentite a vedove e orfani dell’Arma. Dopodiché, sempre succede che la memoria si resetti per voltare immediatamente pagina e per ricominciare, alla prima occasione, da dove si era rimasti: a sputare sull’uniforme nera bordata di rosso.
Accadrà ancora. Anche dopo i commenti stucchevolmente esaltati alle toccanti parole della dolce Martina Giangrande, figlia del carabiniere ferito a Palazzo Chigi, una delle figlie di questa grande famigliamilitare che per i soli scontri in Val di Susa ha dovuto prestare attenzione a più di 200 uomini (altrettanti sono i poliziotti) usciti dai boschi della Tav con le ossa rotte, le teste sfasciate, le divise ustionate. «Spero che quanto successo a mio padre faccia capire un po’ di cose a tutti, far riflettere e far sì che tante cose possano migliorare », ha detto Martina.
Chissà se ci si ricorderà di lei, e del suo testamento, quando un altro appuntato finirà presto ferito o bersagliato da pietre, accuse gratuite, cagnare ideologiche. Sarà curioso vedere cos’avranno da dire questi stessi politici che un tempo partecipavano ai cortei dei cattivi antagonisti al grido «10, 100, 1000 Nassirya» militando in Rifondazione comunista o nei comunisti italiani. Gente che oggi simpatizza per Sel o Cinque stelle e si dice a fianco dei giovani in divisa, figli del popolo come li intendeva Pasolini. Gente abituata a distribuire disprezzo sulle forze dell’ordine «cilene», emettere condanne preventive, invocare la piazza e il pubblico ludibrio fino a chiedere l’introduzione del reato di tortura, l’avvio di commissioni d’inchiesta, la testa delle più alte gerarchie militari.
Non è retorica spicciola o difesa acritica dei difensori in giberna e bandoliera. È quanto accade oggigiorno, ormai, al pubblico ufficiale oltraggiato senza pietà, trascinato alla gogna eppoi in tribunale per aver reagito a una sprangata, risposto al fuoco, per essere intervenuto come poteva in condizioni di emergenza. Certo, il carabiniere che sbaglia deve pagare.Quest’ovvietà nasconde però una realtà cui nessuno fa più caso: tra un black bloc e un carabiniere, tra un pentito di camorra e un carabiniere, tra un ultras e un carabiniere, tra un clandestino, un tossico o un cittadino qualsiasi e un carabiniere, si tende a credere sempre meno al carabiniere. Chiedete alle rappresentanze militari, ai marescialli di stazione, all’ufficiolegale del Comando generale.
La realtà supera l’immaginazione, l’impunità e latolleranza calpestano ogni regola di legge e di buon senso. I carabinieri, come la polizia, fanno fatica a tornare quelli di un tempo. Perché nessuno li difende, perché rischiare il processo oltre alla pelle, non conviene a nessuno. Fedeli nei secoli, ma mica fessi visti i precedenti. La politica sinistra che piange i carabinieri baluardo della democrazia, è la stessa che li ha crocifissi al G8 di Genova, mulinando la clava sul povero Placanica che per difendersi sparò a Carlo Giuliani, ergendosi a scudo della moltitudine che devastò un’intera città contrapponendosi allo Stato in assetto antisommossa.
Senza saperlo Martina ha dato voce ai figli e alle mogli dei 1.482 cristiani di servizio allo stadio o nelle piazze usciti malconci negli ultimi tre anni, di cui nessuno s’è preoccupato mai. Ha parlato alla politica, perché chi tollera intenda. S’è rivolta a chi vuol rendere riconoscibili i carabinieri in ordine pubblico ma permette alla prole fighetta degli intellettuali d’accatto di scendere in piazza, coperta in volto, armata di mazze e bombe carta. Senza volerlo ha chiesto di essere più seri, a tutti. Anche a chi pensa davvero che lo Stato debba risarcire la famiglia di un carabiniere ammazzato in servizio con soli 234mila euro quando alla mamma di un ragazzo morto per l’intervento «colposo» delle forze di polizia sono appena andati 2 milioni di euro. (il Giornale)
Il carabiniere in verticale fa un certo effetto. Orizzontale, sul letto d’ospedale o all’obitorio, ne fa un altro. C’è sempre una via di mezzo per lo stesso servitore dello Stato che da 200 anni s’immola per la sicurezza e la tranquillità dei cittadini tutti, inclusi quegli ambasciatori della violenza che in nessun altro Paese al mondo godrebbero di tali e tante immunità giudiziarie, coperture politiche, giustificazioni mediatiche.
Il brigadiere Giuseppe Giangrande, ferito davanti Palazzo Chigi da un colpo d'arma da fuoco al collo
Accadrà ancora. Anche dopo i commenti stucchevolmente esaltati alle toccanti parole della dolce Martina Giangrande, figlia del carabiniere ferito a Palazzo Chigi, una delle figlie di questa grande famigliamilitare che per i soli scontri in Val di Susa ha dovuto prestare attenzione a più di 200 uomini (altrettanti sono i poliziotti) usciti dai boschi della Tav con le ossa rotte, le teste sfasciate, le divise ustionate. «Spero che quanto successo a mio padre faccia capire un po’ di cose a tutti, far riflettere e far sì che tante cose possano migliorare », ha detto Martina.
Chissà se ci si ricorderà di lei, e del suo testamento, quando un altro appuntato finirà presto ferito o bersagliato da pietre, accuse gratuite, cagnare ideologiche. Sarà curioso vedere cos’avranno da dire questi stessi politici che un tempo partecipavano ai cortei dei cattivi antagonisti al grido «10, 100, 1000 Nassirya» militando in Rifondazione comunista o nei comunisti italiani. Gente che oggi simpatizza per Sel o Cinque stelle e si dice a fianco dei giovani in divisa, figli del popolo come li intendeva Pasolini. Gente abituata a distribuire disprezzo sulle forze dell’ordine «cilene», emettere condanne preventive, invocare la piazza e il pubblico ludibrio fino a chiedere l’introduzione del reato di tortura, l’avvio di commissioni d’inchiesta, la testa delle più alte gerarchie militari.
Non è retorica spicciola o difesa acritica dei difensori in giberna e bandoliera. È quanto accade oggigiorno, ormai, al pubblico ufficiale oltraggiato senza pietà, trascinato alla gogna eppoi in tribunale per aver reagito a una sprangata, risposto al fuoco, per essere intervenuto come poteva in condizioni di emergenza. Certo, il carabiniere che sbaglia deve pagare.Quest’ovvietà nasconde però una realtà cui nessuno fa più caso: tra un black bloc e un carabiniere, tra un pentito di camorra e un carabiniere, tra un ultras e un carabiniere, tra un clandestino, un tossico o un cittadino qualsiasi e un carabiniere, si tende a credere sempre meno al carabiniere. Chiedete alle rappresentanze militari, ai marescialli di stazione, all’ufficiolegale del Comando generale.
La realtà supera l’immaginazione, l’impunità e latolleranza calpestano ogni regola di legge e di buon senso. I carabinieri, come la polizia, fanno fatica a tornare quelli di un tempo. Perché nessuno li difende, perché rischiare il processo oltre alla pelle, non conviene a nessuno. Fedeli nei secoli, ma mica fessi visti i precedenti. La politica sinistra che piange i carabinieri baluardo della democrazia, è la stessa che li ha crocifissi al G8 di Genova, mulinando la clava sul povero Placanica che per difendersi sparò a Carlo Giuliani, ergendosi a scudo della moltitudine che devastò un’intera città contrapponendosi allo Stato in assetto antisommossa.
Senza saperlo Martina ha dato voce ai figli e alle mogli dei 1.482 cristiani di servizio allo stadio o nelle piazze usciti malconci negli ultimi tre anni, di cui nessuno s’è preoccupato mai. Ha parlato alla politica, perché chi tollera intenda. S’è rivolta a chi vuol rendere riconoscibili i carabinieri in ordine pubblico ma permette alla prole fighetta degli intellettuali d’accatto di scendere in piazza, coperta in volto, armata di mazze e bombe carta. Senza volerlo ha chiesto di essere più seri, a tutti. Anche a chi pensa davvero che lo Stato debba risarcire la famiglia di un carabiniere ammazzato in servizio con soli 234mila euro quando alla mamma di un ragazzo morto per l’intervento «colposo» delle forze di polizia sono appena andati 2 milioni di euro. (il Giornale)
giovedì 25 aprile 2013
Tempo spredato. Davide Giacalone
Non solo in autunno l’Italia non sarà in bancarotta, come dice un irresponsabile Giuseppe Grillo, ma la condizione in cui si troverà a lavorare il nuovo governo non sarà difficile come quella che abbiamo alle spalle. Il lungo rigore dei conti pubblici, dal 2011 in avanzo primario, e il migliore risultato europeo in termini di deficit, consentono alla Commissione europea di chiudere la procedura d’infrazione, aperta contro l’Italia. L’avvicinarsi del tempo delle elezioni tedesche, proprio nel prossimo autunno, accorcia i tempi oltre ai quali sarà possibile tornare a ragionare seriamente d’Europa, senza la miseria degli egoismi dialettali. I nostri problemi restano, ma l’orizzonte è meno scuro delle giornate che abbiamo attraversato. Sempre che un governo nasca e sia solido, con una maggioranza che non abbia la fregola delle urne e non dipenda da chi fomenta la piazza per espugnare il palazzo.
Lo spread, il differenziale fra i tassi d’interesse nostri e tedeschi per mantenere il debito pubblico, è molto sceso e continua a scendere. Qualcuno, ieri, ha parlato di “effetto Giorgio”, riferendosi alla rielezione di Napolitano. Una totale sciocchezza, visto che quell’indice è sceso durante tutto il corso della tragicommedia quirinalizia. Ieri, ad esempio, in piena incertezza sull’esito della crisi, gli spread sono scesi notevolmente, in tutta l’area dell’euro, ad eccezione del Portogallo (-6 da noi, -8 in Spagna, -7 in Irlanda, -4 in Francia e così via, fino al -13 della Finlandia). E’ ardito sostenere che ciò avviene per ragioni nazionali.
Il dio-spread se ne sta buono per ragioni che non riguardano la nostra politica, ma neanche i numeri della nostra economia. E’ il caso di ricordare che fino alla crisi del debito greco, nei primi mesi del 2010, lo spread se ne stava sotto i 100 punti base (con una parentesi di poco superiore, al comparire dei problemi sul mercato statunitense, fra le seconda metà 2008 e la prima 2009, comunque sotto i 200). Quando andò in crisi il governo Prodi (gennaio 2008), o quando nacque quello Berlusconi (maggio 2008), ebbe solo un trascurabile fremito. Il nostro debito pubblico era, allora, più patologico di quanto non lo sia stato successivamente, perché in tempi a noi più vicini è assai cresciuto quello degli altri. Lo spread cominciò la sua corsa nell’aprile del 2010 e divenne travolgente nella seconda metà del 2011, quando toccò i 552 punti base. Ma si trovava a 537 anche nel luglio del 2012, con il governo Monti da mesi insediato. Sono le decisioni della Bce, sugli strumenti anti-spread, che gli spezzano le gambe, non altro. Aggiungo solo che questi andamenti non riguardano solo l’Italia, ma l’insieme dei paesi europei presi di mira dalla speculazione, quelli, quindi, dove i mercati mettevano alla prova la tenuta dell’euro.
Questa storia, da noi tante volte ricostruita a vanvera, con ottusa faziosità, ha fatto dire a operatori e osservatori che il problema è l’euro e la soluzione non può che essere europea. Dalla federalizzazione del debito alla sterilizzazione della speculazione. Ne abbiamo scritto tante volte, quando gli altri di dilettavano a usare quell’indice come arma contundente. Pericolo cessato? Neanche per idea, perché la Bce non può surrogare la debolezza istituzionale e i rimedi approntati non sono poi così solidi. Si deve ancora lavorare.
Posto ciò, però, l’Italia ha fondamentali migliori di altri e una forza patrimoniale superiore a quella di altri. Abbiamo una recessione più lunga e pesante di quella degli altri a noi paragonabili, con conseguente crollo della domanda e dilagare della sfiducia. Abbiamo un drammatico ritardo nella ripresa, indotto anche dal rigore finanziario cui ci siamo sottoposti. Chi governerà nei prossimi mesi, quindi, potrà trarre vantaggio dall’allentamento di quel rigore, finalmente reso possibile. Il che non significa affatto che si potrà tornare alla spesa spensierata, ma che si potranno accompagnare le riforme strutturali con l’immissione di un po’ d’ossigeno. Perché è quella la nostra vera e grande colpa: al debito pubblico pregresso e crescente (anche non per nostra responsabilità, ma per la dinamica dei tassi d’interesse) abbiamo sommato anni d’inerzia e mancate riforme. Colpa che, tanto per evitare inutili fiammate di tifoseria, coinvolge la destra, la sinistra e il governo Monti. Accompagnando le aperture del mercato, la fine (almeno la riduzione drastica) delle rendite, e i tagli alla spesa inutile (quindi non lineari, ma strutturali) con maggiore liquidità e minore pressione fiscale possiamo propiziare una risorgenza economica nella quale molti hanno smesso di sperare.
Oggi si può. Sprecare questa finestra, o non aprirla per mancanza di peso specifico nel mercato politico europeo, non sarebbe uno spreco, ma un delitto.
Pubblicato da Libero
giovedì 18 aprile 2013
Cineserie Telecom. Davide Giacalone
La sorte di Telecom Italia scatena periodicamente un frullato misto di furbizia e irrazionalità. Ora è il fantasma cinese ad agitare le paure. La cosa grottesca è che nel mentre è necessario avviare dismissioni di patrimonio pubblico, per ridurre il debito e rilanciare gli investimenti, l’unica cosa di cui tutti parlano è l’esatto contrario: investire soldi pubblici per riprendersi la rete, che già era pubblica ed è stata colpevolmente svenduta. Si ragioni su tre punti: 1. il fallimento di chi esercita il controllo su Telecom; 2. il valore strategico della rete; 3. l’interesse nazionale (tutelato dalla golden share), in relazione all’ingresso di nuovi soci.
1. Il fallimento sta nel tandem della metà e del doppio: a. il valore di Telecom, in Borsa, è pari (12 miliardi) alla metà dell’indebitamento (23); b. la finanziaria di controllo, Telco, ha in carico le azioni a 1.2 euro, quindi al doppio di quel che valgono oggi. I protagonisti italiani di quell’avventura (Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo) hanno fallito la loro missione, consistente nel rimettere sotto controllo un debito mostruoso, creatosi sia con la scalata dei capitani coraggiosi che con il riacquisto delle azioni Tim, e far valere l’italianità della società. Il socio straniero, la spagnola Telefonica, ha fallito perché incapace sia di contare che di prendere il controllo, mancandogliene i soldi. Tale stallo non può continuare, perché la società affonda.
2. E’ opinione diffusa che il valore nazionale di Telecom risieda nella sua rete fissa. Si ritiene che se di Telecom si dovesse “perdere il controllo” sarebbe saggio ricomprarla. Tesi tanto forte quanto inconsistente. La rete è funzionale alla redditività dei servizi e all’effettività della concorrenza. E’ stata tenuta dentro Telecom per favorire la prima cosa, ma non è servito. Mentre alla seconda dovrebbero provvedere le norme e le autorità di controllo. Invece sembra che la rete sia una specie di depandance della sovranità nazionale, per la qual cosa vale quanto si trova appresso. Intanto un dettaglio, solitamente ignorato: la struttura della rete è già in gran parte straniera, e in quota significativa cinese. Perché a costruirla è una società che si chiama Huawei, cinese, appunto, che in Italia ha 700 dipendenti e un importante centro di ricerca a Milano, sulla tecnologia microwave. Gli altri che ci lavorano sono i tedeschi della Siemens. Di italiano è rimasta Sirti, con 4mila dipendenti e che esprime soddisfazione se i lavori li prende assieme a Huawei (come nel caso Wind). Ora, se la rete è fatta da stranieri mi spiegate in cosa consiste l’italianità del controllo strategico? Nella titolarità societaria? Nel corso degli ultimi lustri la rete si è molto impoverita, sicché farla tornare pubblica significherebbe averla venduta a poco quando valeva molto e ripagarla molto ora che vale poco. Epico risultato. Infine c’è l’aspetto sicurezza. Un tempo sarebbe stato decisivo, ma in quel tempo non c’era la globalizzazione e altri rimediavano alla debolezza italiana. Ora è sufficiente instaurare un controllo non operativo, in capo ai ministeri interni e difesa. La separazione societaria, avviata da Telecom, è cosa buona, ma dovrebbe preludere ad un investimento comune, con altri operatori e con fondi infrastrutturali, piuttosto che statale.
3. Telecom era una grande multinazionale italiana. I “boiardi” l’amministravano assai meglio dei corsari. Omnitel era italiana, poi passata con Vodafone, quindi inglese. Wind è stata una corbelleria dell’Enel, poi passata agli egiziani e da loro ai russi di Vimpelcom. H3G è cinese di Hutchison Whampoa, avendo acquistato Andala, che era italiana (creta da Renato Soru e … Franco Bernabè). L’italianità da chi dovrebbe essere difesa, da finanzieri perdenti dentro una finanziaria vincolata agli spagnoli, che governa una società i cui debiti doppiano il valore di Borsa? Semmai si deve usare la golden share per vincolare ogni passaggio di proprietà al rispetto di impegni relativi agli investimenti. Modernizzando la rete e senza lasciare zone scoperte. E’ quello che l’autorità brasiliana, Anatel, ha imposto a Tim Brasil, quindi un vincolo che i nuovi acquirenti, se arrivassero, si troverebbero già in pancia. Facciamo che l’Italia meriti il rispetto che il Brasile impone per sé.
Questo è l’interesse nazionale. Dispiace che i cinesi si prendano Telecom? A me dispiace che se la prenda chiunque, essendo una bandiera e un valore italiani. Fatta con i soldi degli italiani. Ma sono anni che la società viene depredata e declassata. La colpa è degli italiani, da noi descritti e denunciati per tempo. Potevamo essere colonizzatori e siamo stati colonizzati, ma solo perché nostri connazionali hanno collaborato al disastro. Arricchendosi. Se arrivano capitali dall’estero salutateli con rispetto, semmai s’impongano condizioni e si cerchi di farne un esempio per il sistema. Le telecomunicazioni non sono l’unica infrastruttura decisiva sulla quale occorrono investimenti e capitali internazionali.
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domenica 14 aprile 2013
Al Colle, oh Prodi. Davide Giacalone
Presso i bookmekers londinesi è ben quotata l’ipotesi che Romano Prodi sia il prossimo uomo del Colle. Hanno ragione. L’ipotesi è concreta e l’interessato ci lavora alacremente. Altri nomi sarebbero preferibili, ma senza un accordo chiaro, politico e alla luce del sole, fra il Pd e il Pdl, diventano poco probabili. Quello di Prodi, almeno per gli scommettitori, ha un pregio: è probabile. Siccome noi non ci giochiamo un paio di sterline, ma il futuro della Repubblica, ci permettiamo di aggiungere che è anche fra i peggiori che si possano immaginare. Forse il peggiore.
Non credo che lo sia perché inviso al centro destra (fu questo schieramento a portarlo ai vertici della Commissione europea). E’ il peggiore anche per la sinistra. Eppure è probabile, perché se la politica continua ad avere paura di sé stessa, se non opera usando la razionalità e praticando la responsabilità, rimpiattandosi sotto le coltri del propagandismo e della viltà, ecco che, dalla quarta votazione in poi, il lavoro che stanno facendo in diversi, a cominciare da Nichi Vendola, sposterà qualche parlamentare pentastelluto e, seguendo il “metodo Grasso”, avanzerà al grido di: “al Colle, miei Prodi”.
Omessa ogni considerazione su simpatie e antipatie, e tralasciate le menate nuoviste e anticastali (l’uomo dell’Iri e della sinistra democristiana non è certo il nuovo che avanza, semmai il vecchio che disavanza), ci sono due ragioni per cui quella è una prospettiva masochista. La prima: Prodi è l’unico uomo della sinistra che non solo è riuscito a battere Silvio Berlusconi, ma anche a fondare dei governi su quelle vittorie. E’ un merito, dal punto di vista della sinistra. Gliecché, però, con quel nome si strascica la storia del bipolarismo già morto, rinvigorendo la radiazione fossile di una guerra civile a bassa intensità. Questo è un punto delicatissimo: nei sistemi presidenziali, o semipresidenziali, con elezione popolare, è possibile avere presidenti espressioni di minoranze elettorali (quasi tutti i presidenti francesi lo sono stati, dopo De Gaulle); ma nel nostro sistema costituzionale no, perché radicalmente diversa è la legittimazione e il ruolo. Diventa pericolosissimo incaponirsi a non prendere atto del voto degli italiani. Vado oltre: più è frammentato il voto più il Colle dovrebbe essere sede di coabitazione. Altrimenti il sistema si sfascia.
Un sistema, aggiungo, che credo vada cambiato. Ma che sarebbe avventuroso violentare. Ci torneremo, ma lasciatemi ricordare che fra gli e-book di Libero è disponibile “La Guerra del Colle”, dove su queste cose si riflette con profondità.
La seconda ragione è interna alla sinistra: un minuto dopo avere portato Prodi al Quirinale nella sinistra esploderebbe uno scontro rabbioso e cieco. A Pierluigi Bersani verrà rimproverato di avere massacrato la storia e la memoria del fu partito comunista, consegnandolo ostaggio di alieni che ne hanno occupato la reincarnazione. L’accusa sarebbe in gran parte ingiusta, perché la colpa ricade su quella dirigenza comunista che, dal 1989 in poi, non ha trovato tempo, forza, cervello e coraggio per rimeditare e rimediare una storia di errori. Ma tant’è, il conto verrebbe presentato all’imitatore di Crozza.
Da quel momento partirebbe una delirante corsa identitaria, il cui risultato sarebbe l’esaltazione degli estremismi moralistici, che comporta la soppressione degli spazi politici. Già, perché non solo l’arte, ma la sostanza stessa della politica è il compromesso. Che ho detto?! Ma come, l’immondo compromesso? Esattamente. E faccio osservare che senza compromesso non c’è matrimonio che non finisca in omicidio, famiglia che non diventi luogo di stragi, amicizia che non porti alle coltellate. Grazie al cielo le persone normali hanno una naturale predisposizione al compromesso. Sarà per questo che le persone normali scarseggiano, nella politica che quotidianamente s’esibisce.
Tornando al Colle: Pd e Pdl si giocano la cotenna, assieme, fra il primo e il terzo scrutinio. Da lì in poi gli uni cercheranno di fare la pelle agli altri, alleandosi con il proprio scuoiatore. Se al Quirinale va Prodi, potrà aprirci una conceria.
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mercoledì 10 aprile 2013
Italia, anatomia di un delitto
L’Italia sta morendo. Lo dicono i numeri. È come la vittima di un delitto, abbandonata sul selciato in una strada secondaria e buia dove i passanti, gli altri Paesi di Eurolandia e del G8, fanno finta di non vedere. Ma tra loro si danno di gomito con aria nauseata. «Ma guarda che roba! Non si può più andare in giro! Che tempi!». Non c’è nessun buon samaritano. Anzi, fra di loro si nasconde colui che l’ha prostrata. O comunque il mandante dell’agguato a base di austerity che l’ha lasciata tramortita.
Come se fossimo in un giallo, facciamo finta di essere detective della Special Victims Unit e assieme ai medici legali (e agli psicologi) cerchiamo di capire dalle ferite chi può averle causato tanta sofferenza senza provare il minimo rimorso.
Questo è il pil italiano degli ultimi 12 anni. Praticamente una parabola. Lasciate perdere il fatto che nel 2012 sia calato del 2,4%, è solo l’ultima stilettata. Praticamente dall’inizio della crisi, cinque anni fa, siamo tornati al punto di partenza, cioè al 2000. Casualmente, dal terzo trimestre 2011 – cioè dall’avvento del governo Monti – quel pur modesto recupero di salute che c’era stato nell’anno precedente, è stato compromesso da un’overdose di tasse, licenziamenti, chiusure di aziende, spread e credit crunch.
Ma cosa ha ridotto la vittima in fin di vita? Che cosa ha compromesso il suo organismo? È stato solo un fenomeno di violenza oppure le è stato inoculato anche un virus, quello più pericoloso, quello della decrescita? Osserviamo un’altra radiografia, quella della produzione industriale. In un solo anno è stato registrato un crollo senza precedenti. Nel 2012 è arretrata del 6,7% tornando ai livelli del 1990. Nei primi due mesi del 2013 è stato perso un altro 3,7%. Dov’è che l’emorragia sta devastando le funzioni vitali? Nel comparto dei mezzi di trasporto, della metallurgia e della lavorazione dei prodotti petroliferi. Ma anche la fabbricazione di macchinari e di beni strumentali è in pericoloso arretramento. Da oltre un anno e mezzo ogni mese la produzione industriale italiana perde un pezzo. ecco, un po’ alla volta si sta smontando il tessuto connettivo di un Paese, i suoi gangli vitali.
E mentre sulla pelle senti il dolore dei pugni, gli squarci delle ferite, al tempo stesso il tuo cuore e i tuoi polmoni sembrano volersi fermare. Il sangue si coagula.
Quindi non vi deve stupire che solo lunedì abbiano portato i libri contabili in tribunale 58 aziende. I dati Cerved dicono che nel 2012 si sono arrese 12.442 imprese (più di mille al mese, circa 34 ogni giorno). Un dato in aumento del 2,3% sul 2011 e addirittura del 32% rispetto al 2009, quando il pil italiano aveva subito un brusco arretramento a causa della crisi dei mutui subprime importata dagli Stati Uniti.
Però, è troppo facile parlare di crisi. «C’è la crisi, tutti soffrono la crisi, non siamo solo noi a starci dentro». A febbraio in Francia la produzione industriale è cresciuta dello 0,7%, in Germania dello 0,5%. Non tutti i presenti sulla scena del crimine sono innocenti allo stesso modo.
Ma un’indagine non sarebbe tale se lasciasse in sospeso anche i risvolti interiori, le motivazioni psicologiche che possono aver portato la vittima a infilarsi in quella situazione di pericolo. E, soprattutto, perché non sia riuscita, non abbia potuto (o voluto) tirarsene fuori.
Quello che vedete è il dato più recente sulla disoccupazione. L’11,6% della forza lavoro non ha un impiego. Sono 3 milioni di persone. In un anno sono aumentate di 400.000 mila unità. Sono un esercito espulso dal processo produttivo. Sono l’altra faccia del calo della produzione industriale.
Ma tanto l’impiegato quanto l’imprenditore sono sulla stessa barca. Si pongono sempre le stesse domande. Che con la stessa sorda indifferenza non ricevono una risposta. «Perché son condannato a questa vita? Che cosa ho fatto di male per meritarlo? Quali colpe ho?». Ecco che cosa ha portato la nostra vittima-Italia su quella strada buia della crisi dove è stata aggredita con violenza. Quel senso di inadeguatezza e di nausea che rende più vulnerabili.
Nel 2012 i licenztiamenti hanno superato quota un milione (1.027.462), con un aumento del 13,9% rispetto al 2011 (quando sono stati 901.796). Il ministero del Lavoro non mente: nel solo ultimo trimestre del’anno scorso sono state licenziate 329.259 persone, con un aumento del 15,1% sullo stesso periodo 2011.
Ma quando sei più debole, quando le tasche sono vuote, anche l’ultimo allibratore si rifiuta di piazzare quella che potrebbe essere la tua scommessa vincente. E non lo può fare perché il banco rischia di saltare. A febbraio i prestiti al settore privato hanno registrato un calo dell’1,3% su base annua. I dati della Banca d’Italia non lasciano scampo: i prestiti alle famiglie sono scesi dello 0,7%, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 2,6%. Certo, le banche italiane sono sedute su oltre 125 miliardi di crediti andati in sofferenza perché l’imprenditore se non vende le proprietà non ce la fa a onorare gli impegni, perché con un solo stipendio in famiglia pagare il mutuo è più difficile. Forse, se le banche non si fossero riempite con 351 miliardi di titoli di Stato italiani e avessero diversificato un po’ di più, magari qualche altro finanziamento avrebbe potuto essere concesso. Ma se le nostre banche non avessero comprato i Btp in misura tripla all’intervento della Bce, che ne sarebbe stato dello spread con il Bund tedesco.
È come un cane che si morde la coda. È come la legge di Murphy: se le cose possono peggiorare, lo faranno. Il reddito disponibile per nucleo famigliare in valori correnti è diminuito nel 2012 del 2,1%. Tenendo conto dell’inflazione, il potere di acquisto delle famiglie consumatrici è calato del 4,8%. Nel solo quarto trimestre, quest’ultimo dato è precipitato del 5,4% nei confronti dello stesso periodo del 2011. Non si produce, non si lavora, non si guadagna, non si consuma E poi il circolo vizioso riprende e ogni volta sembra di essere scesi più in fondo. Perché la fine di questo inferno non esiste. La fine di questo inferno non è la coppia di suicidi che decide di farla finita perché non riuscire a pagare l’affitto è un disonore. La fine dell’inferno non sono gli imprenditori che staccano la spina perché lasciare altre famiglie oltre alla propria in mezzo a una strada è un disonore.
La fine dell’inferno è in quella strada secondaria buia nella quale l’Italia sta morendo. E dove quel mandante con uno strano accento teutonico sta cercando di confinarla…
Wall & Street
(il Giornale)
martedì 26 marzo 2013
Classe (non) dirigente. Davide Giacalone
Il capo della Marina vola a Brindisi e parla ai corpi scelti di quell’arma. Le forze armate non trattengono più lo sdegno, per il modo in cui è gestita la vicenda dei due marò. Eppure il ministro della difesa, quindi componente decisivo del governo che criticano, è un loro collega. Non solo è militare, ma già capo di stato maggiore. Sono gli uomini in divisa a essere in contraddizione? No, credo sia un problema più complicato: il crollo qualitativo della classe dirigente e la perdita di cervello politico.
Nel corso della scorsa settimana abbiamo descritto gli strafalcioni tecnici di diversi tecnici. Non sto a ripeterli, ma uomini come i ministri Vittorio Grilli, Giulio Terzi o Giampaolo Di Paola sono espressioni di vertici tecnocratici. Il meglio, dal punto di vista dei gradi e della carriera, nelle rispettive famiglie professionali. Eppure sono largamente al di sotto del minimo necessario. Ciò è dovuto a due ragioni. La prima: sono in quei posti in omaggio ad una lunga e suicida campagna contro la politica. Condotta senza ritegno e coerenza, un po’ come farne una contro i cuochi e le cucine: passi quella contro il cibo cattivo e l’incapacità ai fornelli, ma se ci metti gli idraulici puoi essere fortunato in un paio di casi, per il resto si mangeranno schifezze. La lunga stagione dell’anticastalismo ha prodotto veleni capaci di portare i più inetti nei posti più delicati. La differenza fra un politico e un tecnico sta nella visione generale, nella considerazione complessiva di interessi e limiti, di idee e forze: ovvio che anche un tecnico può avere visione, benissimo, ma allora si mette a far politica (ove ne senta la vocazione). Mentre il tecnico senza visione è solo un inutile ricettario in mano a gente inabile all’uovo sodo.
La seconda ragione è che la selezione s’è inceppata da tutte le parti. La politica ha partorito ominicchi, divenuti mostri a causa della dissoluzione dei partiti (quelli veri). In cima alla carriera diplomatica è arrivata gente che può al massimo organizzare delle cene, e a patto che non cucini. Ai vertici delle istituzioni economiche è arrivato un personale anglofono e masterizzato, ma privo di idee, irresponsabile e immerso in giganteschi conflitti d’interesse (quel che vogliono è tornare a professione e soldi). Si sono chiamati i “professori” al governo, facendo finta di non sapere che sono i protagonisti della peggiore università d’Occidente (e anche d’Oriente). Si adorano le sentenze come fossero fonte di verità, ma si tralascia d’osservare che in quelle si sfregia il diritto e si violenta la lingua italiana. Insomma, ci siamo messi a credere che l’abito faccia il monaco, sicché vanno avanti manichini sartoriali.
Non è un fenomeno solo italiano. Guardate in che mani è l’Unione europea! Jean-Paul Fitoussi, economista dalla cultura poliedrica (la cultura lo è sempre, se è vera) ed egli stesso incarnazione di ottima classe dirigente, l’ha definita “Europa stupida”. La governano gli stupidi, essendo tali quelli che credono di perseguire il proprio interesse immediato, ma non sanno vedere gli effetti successivi delle loro scelte. Ciò discende dall’adagiarsi nel benessere e dall’illudersi che la storia consenta tregue e oasi ove non entri il sangue del conflitto. Da lì deriva l’idea che la buona politica sia sinonimo di buona amministrazione, come anche la superstizione che il giudizio dei tribunali possa sovrastare quello elettorale. Sono equilibri complessi, non sviscerabili in poche battute, ma quando si pende troppo da un lato è certo che si finisce o nelle mani degli incapaci o in quelle dei criminali. Due opzioni non invidiabili, che a loro volta alimentano il settarismo diffuso e il moralismo rabbioso.
Di qualità ne abbiamo tanta, in Italia. Nelle stesse forze armate c’è una larga fascia di altissima specializzazione. Il fatto è che non tocca a loro comandare, nel senso di stabilire priorità e interessi, ma eseguire. La guida non può che essere politica. Mi rendo conto che il lungo e inconcludente rito governativo la fa apparire come un detrito, quindi la dico schietta: paghiamo il conto di avere cancellato la politica, venti anni fa. Riprenderla non è facile, ma non si può farne a meno.
Pubblicato da Libero
Nel corso della scorsa settimana abbiamo descritto gli strafalcioni tecnici di diversi tecnici. Non sto a ripeterli, ma uomini come i ministri Vittorio Grilli, Giulio Terzi o Giampaolo Di Paola sono espressioni di vertici tecnocratici. Il meglio, dal punto di vista dei gradi e della carriera, nelle rispettive famiglie professionali. Eppure sono largamente al di sotto del minimo necessario. Ciò è dovuto a due ragioni. La prima: sono in quei posti in omaggio ad una lunga e suicida campagna contro la politica. Condotta senza ritegno e coerenza, un po’ come farne una contro i cuochi e le cucine: passi quella contro il cibo cattivo e l’incapacità ai fornelli, ma se ci metti gli idraulici puoi essere fortunato in un paio di casi, per il resto si mangeranno schifezze. La lunga stagione dell’anticastalismo ha prodotto veleni capaci di portare i più inetti nei posti più delicati. La differenza fra un politico e un tecnico sta nella visione generale, nella considerazione complessiva di interessi e limiti, di idee e forze: ovvio che anche un tecnico può avere visione, benissimo, ma allora si mette a far politica (ove ne senta la vocazione). Mentre il tecnico senza visione è solo un inutile ricettario in mano a gente inabile all’uovo sodo.
La seconda ragione è che la selezione s’è inceppata da tutte le parti. La politica ha partorito ominicchi, divenuti mostri a causa della dissoluzione dei partiti (quelli veri). In cima alla carriera diplomatica è arrivata gente che può al massimo organizzare delle cene, e a patto che non cucini. Ai vertici delle istituzioni economiche è arrivato un personale anglofono e masterizzato, ma privo di idee, irresponsabile e immerso in giganteschi conflitti d’interesse (quel che vogliono è tornare a professione e soldi). Si sono chiamati i “professori” al governo, facendo finta di non sapere che sono i protagonisti della peggiore università d’Occidente (e anche d’Oriente). Si adorano le sentenze come fossero fonte di verità, ma si tralascia d’osservare che in quelle si sfregia il diritto e si violenta la lingua italiana. Insomma, ci siamo messi a credere che l’abito faccia il monaco, sicché vanno avanti manichini sartoriali.
Non è un fenomeno solo italiano. Guardate in che mani è l’Unione europea! Jean-Paul Fitoussi, economista dalla cultura poliedrica (la cultura lo è sempre, se è vera) ed egli stesso incarnazione di ottima classe dirigente, l’ha definita “Europa stupida”. La governano gli stupidi, essendo tali quelli che credono di perseguire il proprio interesse immediato, ma non sanno vedere gli effetti successivi delle loro scelte. Ciò discende dall’adagiarsi nel benessere e dall’illudersi che la storia consenta tregue e oasi ove non entri il sangue del conflitto. Da lì deriva l’idea che la buona politica sia sinonimo di buona amministrazione, come anche la superstizione che il giudizio dei tribunali possa sovrastare quello elettorale. Sono equilibri complessi, non sviscerabili in poche battute, ma quando si pende troppo da un lato è certo che si finisce o nelle mani degli incapaci o in quelle dei criminali. Due opzioni non invidiabili, che a loro volta alimentano il settarismo diffuso e il moralismo rabbioso.
Di qualità ne abbiamo tanta, in Italia. Nelle stesse forze armate c’è una larga fascia di altissima specializzazione. Il fatto è che non tocca a loro comandare, nel senso di stabilire priorità e interessi, ma eseguire. La guida non può che essere politica. Mi rendo conto che il lungo e inconcludente rito governativo la fa apparire come un detrito, quindi la dico schietta: paghiamo il conto di avere cancellato la politica, venti anni fa. Riprenderla non è facile, ma non si può farne a meno.
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sabato 23 marzo 2013
Archivio› Andrea's Version
23 marzo 2013
Con l’aria che tira, con le perplessità del Quirinale, con una parte dei suoi che tentenna da mo’, gli occhi dell’Europa addosso, la necessità di non esagerare, l’urgenza di dare un governo al paese, e senza sottovalutare il buon senso di cui l’uomo ha dato sempre segno di disporre, ma considerando in più l’esperienza, la specchiata onestà personale, la formazione ricevuta, per la quale chiudersi ogni via d’uscita sarebbe il peggiore degli errori, e valutato infine che la pur ammirevole forza della volontà poco può, al cospetto delle disumane regolette della matematica, scommetterei che entro il prossimo giovedì santo, a occhio e croce, Bersani potrebbe smettere di lavare i piedi a Grillo.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
venerdì 15 marzo 2013
Omertà di casta anche fra i giornalisti? Federico Punzi
Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa? Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato. Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato. Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione? JimMomo |
martedì 12 marzo 2013
Tornino a bordo. Davide Giacalone
Tornino a bordo, accidenti. Lo scoglio contro cui s’è schiantata la nave Italia non è mica il voto ingrillato, quella è solo acqua che entra dal buco. Lo scoglio è l’asfissia fiscale e creditizia cui è sottoposto il mondo produttivo, accompagnata dalla paura imposta a quanti vivono di trasferimenti e spesa pubblica. L’inondazione ortottera è solo un effetto, inutile perderci tempo. E’ alimentata da fluidi incompatibili, dalla confluenza di chi vuole meno tasse e di chi spera in più trasferimenti. Allocco chi ci credere, ma irresponsabile chi non capisce che la via d’uscita è nella rimessa in moto del sistema produttivo. Le premesse ci sono, serve lucidità e coraggio.
In declassamento di Fitch non comporta conseguenze immediate. E’ bene ricordare che quella era l’ultima agenzia che ci concedeva di restare nel mondo della A, visto che le altre due ci avevano già collocato a livello B (e che ora ci faranno ancora scendere). Fitch, quindi, non porta novità, semmai si osservi l’imminente risorpasso della Spagna, come nell’agosto del 2011. Tempo e sacrifici buttati via. Il dramma sta nella non reattività del sistema politico, cui s’accompagna la svagatezza mentale di tutta quanta una classe dirigente. Opinionisti compresi. Il ministro dell’economia, Vittorio Grilli, ha detto che l’Italia saprà reagire. Sì? e come? Il modo c’è, ma è quasi l’opposto di quel che Grilli e il governo hanno fatto.
Il mondo non è in recessione. I mercati internazionali crescono. Un Paese esportatore, come l’Italia, dovrebbe essere pronto a cogliere il vento e alzare le vele. Invece siamo qui che buchiamo le poche ancora attaccate a una cima. Il nostro sistema produttivo è fatto da pochi campioni di grandi dimensioni e da una miriade di api operose, di piccole dimensioni, ma di grande qualità. Vediamo quel che succede e cosa si dovrebbe fare.
Sul fronte delle grandi cito due nomi: Finmeccanica ed Eni. L’eccellenza tecnologica e la sicurezza energetica. Il governo le ha abbandonate. La politica estera le ha danneggiate. La magistratura le ha inquisite. Ci stiamo tagliando gli attributi senza neanche far dispetto alla moglie, che da tempo se ne è andata, ma solo una cortesia a quanti, concorrenti esteri, godranno di quel che noi non faremo. Si deve decidere: queste aziende, controllate dallo Stato, sono interesse strategico nazionale o no? Se lo sono, come credo, vanno difese. E se per difenderle occorre (parlo di Finmeccanica) dare vertici competenti e credibili, che lo si faccia (e, per farlo, non puoi avere ministri che piazzano amici, a loro volta amici delle loro prime mogli). Altrimenti si vendano, prima che deperiscano e perdano valore. Sarebbe un grave errore, ma sempre meglio che sopprimerle noi, nella miseria di un mondo che non capisce e ama distruggere.
Sul fronte delle piccole si sta procedendo falcidiandole in due modi: mancando il credito è escluso che possano agganciare la ripresa, mancando supporti professionalmente adeguati è escluso che occupino lo spazio necessario, sui mercati internazionali. Dal lato del credito c’è poco da sperare, perché le banche italiane non hanno patrimonio adeguato e un deterioramento dei crediti superiore a quello delle banche spagnole. Per uscirne si dovrebbe scardinare le fondazioni e aprire le proprietà. Per chi non abbia capito come funziona suggerisco un corso accelerato, a Siena. Allora si deve aprire al capitale di rischio. Il mondo è pieno d’investitori che guardano con interesse all’Italia, ma avrebbero bisogno di tre cose: a. un trattamento fiscale di favore; b. un testo unico delle regole cui attenersi (perché il costo principale non può essere un esercito di azzeccagarbugli); c. un foro di riferimento internazionale, perché nessuna persona sensata si fida, neanche lontanamente, della rottamabile giustizia italiana (civile, penale e amministrativa).
In quanto alle strutture di supporto, indispensabili se si è piccoli in un mercato globale, il governo ha distrutto l’Ice (Istituto commercio estero), che non era una pepita, ma ora implode, e ha distrutto anche pratiche virtuose e risparmiose, come “Italia degli Innovatori” (l’Agenzia che mise a punto quel prodotto, e che per due anni ho presieduto, ha consegnato conti in avanzo, con milioni non spesi, e non per incapacità di fare, ma per oculatezza nel risparmiare, il tutto portando a casa risultati e contratti). Non è il caso di far rinascere carrozzoni, ma questo vuoto dovrebbe suggerire a soggetti privati, come le banche o le organizzazioni imprenditoriali, di coprirlo. I piccoli sono i migliori ambasciatori di quel che il mondo vede nell’Italia: innovazione e qualità. Sto parlando di fare affari e soldi, mica beneficienza.
La ripresa non è nei numeri del 2013. Non prendiamoci in giro. Ma è ora che si mettono le premesse per coglierne gli effetti benefici. Tornino a bordo. Conta il futuro, non la lurida guerra degli ultimi venti anni.
Pubblicato da Libero
In declassamento di Fitch non comporta conseguenze immediate. E’ bene ricordare che quella era l’ultima agenzia che ci concedeva di restare nel mondo della A, visto che le altre due ci avevano già collocato a livello B (e che ora ci faranno ancora scendere). Fitch, quindi, non porta novità, semmai si osservi l’imminente risorpasso della Spagna, come nell’agosto del 2011. Tempo e sacrifici buttati via. Il dramma sta nella non reattività del sistema politico, cui s’accompagna la svagatezza mentale di tutta quanta una classe dirigente. Opinionisti compresi. Il ministro dell’economia, Vittorio Grilli, ha detto che l’Italia saprà reagire. Sì? e come? Il modo c’è, ma è quasi l’opposto di quel che Grilli e il governo hanno fatto.
Il mondo non è in recessione. I mercati internazionali crescono. Un Paese esportatore, come l’Italia, dovrebbe essere pronto a cogliere il vento e alzare le vele. Invece siamo qui che buchiamo le poche ancora attaccate a una cima. Il nostro sistema produttivo è fatto da pochi campioni di grandi dimensioni e da una miriade di api operose, di piccole dimensioni, ma di grande qualità. Vediamo quel che succede e cosa si dovrebbe fare.
Sul fronte delle grandi cito due nomi: Finmeccanica ed Eni. L’eccellenza tecnologica e la sicurezza energetica. Il governo le ha abbandonate. La politica estera le ha danneggiate. La magistratura le ha inquisite. Ci stiamo tagliando gli attributi senza neanche far dispetto alla moglie, che da tempo se ne è andata, ma solo una cortesia a quanti, concorrenti esteri, godranno di quel che noi non faremo. Si deve decidere: queste aziende, controllate dallo Stato, sono interesse strategico nazionale o no? Se lo sono, come credo, vanno difese. E se per difenderle occorre (parlo di Finmeccanica) dare vertici competenti e credibili, che lo si faccia (e, per farlo, non puoi avere ministri che piazzano amici, a loro volta amici delle loro prime mogli). Altrimenti si vendano, prima che deperiscano e perdano valore. Sarebbe un grave errore, ma sempre meglio che sopprimerle noi, nella miseria di un mondo che non capisce e ama distruggere.
Sul fronte delle piccole si sta procedendo falcidiandole in due modi: mancando il credito è escluso che possano agganciare la ripresa, mancando supporti professionalmente adeguati è escluso che occupino lo spazio necessario, sui mercati internazionali. Dal lato del credito c’è poco da sperare, perché le banche italiane non hanno patrimonio adeguato e un deterioramento dei crediti superiore a quello delle banche spagnole. Per uscirne si dovrebbe scardinare le fondazioni e aprire le proprietà. Per chi non abbia capito come funziona suggerisco un corso accelerato, a Siena. Allora si deve aprire al capitale di rischio. Il mondo è pieno d’investitori che guardano con interesse all’Italia, ma avrebbero bisogno di tre cose: a. un trattamento fiscale di favore; b. un testo unico delle regole cui attenersi (perché il costo principale non può essere un esercito di azzeccagarbugli); c. un foro di riferimento internazionale, perché nessuna persona sensata si fida, neanche lontanamente, della rottamabile giustizia italiana (civile, penale e amministrativa).
In quanto alle strutture di supporto, indispensabili se si è piccoli in un mercato globale, il governo ha distrutto l’Ice (Istituto commercio estero), che non era una pepita, ma ora implode, e ha distrutto anche pratiche virtuose e risparmiose, come “Italia degli Innovatori” (l’Agenzia che mise a punto quel prodotto, e che per due anni ho presieduto, ha consegnato conti in avanzo, con milioni non spesi, e non per incapacità di fare, ma per oculatezza nel risparmiare, il tutto portando a casa risultati e contratti). Non è il caso di far rinascere carrozzoni, ma questo vuoto dovrebbe suggerire a soggetti privati, come le banche o le organizzazioni imprenditoriali, di coprirlo. I piccoli sono i migliori ambasciatori di quel che il mondo vede nell’Italia: innovazione e qualità. Sto parlando di fare affari e soldi, mica beneficienza.
La ripresa non è nei numeri del 2013. Non prendiamoci in giro. Ma è ora che si mettono le premesse per coglierne gli effetti benefici. Tornino a bordo. Conta il futuro, non la lurida guerra degli ultimi venti anni.
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martedì 5 marzo 2013
I numeri e la paura. Davide Giacalone
L’Italia politica ha le gambe che tremano e la febbre che porta al delirio. Più d’uno straparla, magari provando a rincorrere i consensi persi, ma fuori tempo massimo. Mettiamo in fila qualche numero e vediamo se si riesce a ragionare: dopo le elezioni la Borsa di Milano è stata la peggiore d’Europa e ha bruciato 17 miliardi; lo spread è cresciuto, facendo aumentare il costo del debito pubblico, ma anche riflettendosi sul credito ai privati, tenuto conto che, nel corso del 2012 le imprese italiane hanno pagato 14 miliardi in più delle tedesche, per avere soldi dalle banche; che sono comunque pochi, visto che Unimpresa calcola in 38 miliardi il minor credito dell’anno scorso; e nel mentre la Cgia di Mestre rileva che la metà delle imprese ha cominciato a rateizzare il pagamento di salari e stipendi, l’Istat fissa all’11,7% i disoccupati, con una concentrazione del 38,7 fra i giovani (senza contare quelli in cassa integrazione, che sono disoccupati, ma non compaiono come tali). Ora prendete questi numeri e considerate che nelle parole della politica trovate al primo posto il taglio del finanziamento pubblico dei partiti, che ammonta a 159 milioni. Sono dei deficienti. Il terrore li ha ingrilliti. Io sono per il finanziamento privato e la cancellazione di quello pubblico, ma prima di tutto sono per la serietà e la razionalità: stanno parlando del nulla, mentre l’Italia prende una piega inquietante.
Su tutta questa storia della “casta” s’è giocato e profittato fin troppo. Credo d’essermene tenuto lontano, ma per quel che ho ceduto chiedo perdono. Il problema del mondo politico italiano non sono i privilegi, ma l’incapacità, l’inconcludenza. Certo che certi privilegi, oltre tutto stupidissimi, fanno imbestialire, certo che vitalizzi così pingui gridano vendetta, nel mentre i più giovani sono avviati verso un avvenire senza pensione e i più anziani impediti ad andarci, ma smontare quelle vergogne serve a rendere più credibile e accettabile la vita pubblica, non a risolvere neanche uno dei problemi più impellenti. I pochi numeri che ho messo in fila, cui tanti altri se ne potrebbero aggiungere, dimostrano che l’urgenza è tutta economica e per niente moralistica.
La nuova ondata d’incapaci al potere vuole fare un referendum (on line?!) sull’euro. Ma a parte la strampalatezza di una simile ipotesi si deve considerare che ove una tale forza politica fosse determinante per la nascita di un governo l’Italia sarebbe già fuori dall’euro. E, con la nostra uscita, finirebbe anche l’euro. Tale esito è implicito nel fatto che nessuno potrebbe credere alla nostra capacità di tenere saldo il rispetto del fiscal compact (che criticai), né, del resto, potremmo negoziare alcun cambiamento dei trattati, visto che il Paese più interessato a maggiore integrazione si ritrova con al governo un partito che ne vuole di meno. No, è una strada impercorribile.
Quindi resta solo il bivio: governo retto da Pd e Pdl o nuove elezioni. Farle subito non sarebbe una rivincita, né per il Pd né per il Pdl, ma una riperdita. Ammesso e non concesso che sappiano prendere qualche voto in più, comunque si ritroverebbero, come accadde in Grecia, a dovere fare una coalizione fra loro. Mentre è più probabile che i voti in più li prenda chi punta allo sfascio e usa il moralismo plebeo per attribuire agli avversari le responsabilità e i costi della crisi. Il che, purtroppo, è in parte anche vero. Il Pdl ha manifestato la disponibilità. Tocca al Pd, con la direzione convocata domani, mandare a riposo chi ha perso la testa.
Ripercorrete i numeri che ho citato e preparatevi, in caso di riconvocazione delle urne, a vederli tutti peggiorare. Magari potrà capitare che presi dalla paura taglino i 159 milioni. Ma non sarà un atto preveggente, semplicemente una scelta che segue al suicidio politico.
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Su tutta questa storia della “casta” s’è giocato e profittato fin troppo. Credo d’essermene tenuto lontano, ma per quel che ho ceduto chiedo perdono. Il problema del mondo politico italiano non sono i privilegi, ma l’incapacità, l’inconcludenza. Certo che certi privilegi, oltre tutto stupidissimi, fanno imbestialire, certo che vitalizzi così pingui gridano vendetta, nel mentre i più giovani sono avviati verso un avvenire senza pensione e i più anziani impediti ad andarci, ma smontare quelle vergogne serve a rendere più credibile e accettabile la vita pubblica, non a risolvere neanche uno dei problemi più impellenti. I pochi numeri che ho messo in fila, cui tanti altri se ne potrebbero aggiungere, dimostrano che l’urgenza è tutta economica e per niente moralistica.
La nuova ondata d’incapaci al potere vuole fare un referendum (on line?!) sull’euro. Ma a parte la strampalatezza di una simile ipotesi si deve considerare che ove una tale forza politica fosse determinante per la nascita di un governo l’Italia sarebbe già fuori dall’euro. E, con la nostra uscita, finirebbe anche l’euro. Tale esito è implicito nel fatto che nessuno potrebbe credere alla nostra capacità di tenere saldo il rispetto del fiscal compact (che criticai), né, del resto, potremmo negoziare alcun cambiamento dei trattati, visto che il Paese più interessato a maggiore integrazione si ritrova con al governo un partito che ne vuole di meno. No, è una strada impercorribile.
Quindi resta solo il bivio: governo retto da Pd e Pdl o nuove elezioni. Farle subito non sarebbe una rivincita, né per il Pd né per il Pdl, ma una riperdita. Ammesso e non concesso che sappiano prendere qualche voto in più, comunque si ritroverebbero, come accadde in Grecia, a dovere fare una coalizione fra loro. Mentre è più probabile che i voti in più li prenda chi punta allo sfascio e usa il moralismo plebeo per attribuire agli avversari le responsabilità e i costi della crisi. Il che, purtroppo, è in parte anche vero. Il Pdl ha manifestato la disponibilità. Tocca al Pd, con la direzione convocata domani, mandare a riposo chi ha perso la testa.
Ripercorrete i numeri che ho citato e preparatevi, in caso di riconvocazione delle urne, a vederli tutti peggiorare. Magari potrà capitare che presi dalla paura taglino i 159 milioni. Ma non sarà un atto preveggente, semplicemente una scelta che segue al suicidio politico.
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giovedì 28 febbraio 2013
Capitale & Lavoro. Davide Giacalone
Finita la stagione delle promesse elettorali si apre quella dei lenti passaggi istituzionali. Con ogni probabilità farà prima il conclave a eleggere un nuovo papa che l’Italia ad avere un nuovo governo. Ora che le urne sono state svuotate si devono fare i conti con il sistema produttivo, che si sta svuotando. Ora che non serve più propagandare la cancellazione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quella già pagata, possiamo permetterci di dire una cosa banale: è stata trattata come una tesi demagogica ed eccessiva, in realtà è assai meno di quel che serve. Chi non ci crede rifletta sui dati che seguono.
Unimpresa, associazione di piccole e medie imprese, non divise fra terziario, manifatturiero o agricolo e comprendente anche società cooperative (81.900 iscritti, 60 sedi territoriali), ha svolto una ricerca presso i propri associati e ne ha ricavato che il 63% delle aziende si sono indebitate per pagare le tasse. Fra queste l’Imu, che ha sottratto alle aziende 6,3 miliardi, di cui circa 4 presi in prestito. Un dato impressionante, che resterebbe tale anche se fosse pari alla metà. Le conseguenze sono drammatiche, perché le imprese che s’indebitano per onorare il fisco o rinunciano a investire in innovazione e sviluppo, quindi a scommettere sul futuro, oppure sono costrette a ulteriore indebitamente che però, a quel punto, diminuendo gli attivi patrimoniali e l’affidabilità, sarà concesso (ammesso che venga concesso) a tassi più alti. Il fisco, insomma, è divenuto arma di distruzione di cassa. Preludio alla distruzione del sistema produttivo.
Altro che Imu sulla prima casa! Qui si devono cancellare anche le patrimoniali sull’attività produttiva, perché fin quando si fa coesistere la crisi dei mercati con il prelievo sul patrimonio immobiliare (Imu) e sul patrimonio del lavoro (Irap) non solo si spingono le aziende al fallimento, ma si suggerisce all’imprenditore d’essere saggio e chiudere i battenti prima di arrivare alla canna del gas. E’ vero che in questo modo aumenta la disoccupazione e precipita ancor di più il pil, ma se a questi problemi non pone attenzione lo Stato perché mai dovrebbe sentirsene responsabile l’impresa, che in un sistema sano punta al profitto, mica a finanziare la spesa pubblica dissennata.
Lo Stato, del resto, non si limita a osservare lo scempio, ma vi partecipa con sadico entusiasmo: se un’azienda vanta crediti nei confronti della mano pubblica, in una qualsiasi delle sue infinite articolazioni, se ha fatture inevase, sulle quali già pagò l’iva (quella per cassa è arrivata dopo), e, per disgrazia, non dovesse avere liquidi per pagare l’Inps, o l’Imu, o l’Irap, o la tassa sulla spazzatura, o una qualsiasi di queste sottrazioni di ricchezza, automaticamente le viene contestata evasione e, da quel momento, lo Stato cessa di pagare i propri debiti. E siccome sei evasore proprio perché lo Stato non ti paga, quindi non hai i soldi per pagarlo a tua volta, è evidente che tale meccanismo serve a mettere i genitali nel frullatore e azionarlo con voluttà.
Un sistema fiscale che tassa le imprese a prescindere dal profitto, togliendo risorse agli investimenti, ha deciso di suicidarsi. La forza del nostro sistema produttivo, che ancora ci tiene fra le grandi potenze economiche, non illuda circa la possibilità di continuare con questo andazzo. Molti si convinsero che il conflitto fosse tra capitale e lavoro, sbagliando. S’avvedano, che il conflitto è fra produzione e tassazione. Capitale (sano) e lavoro (vero) sono alleati.
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Unimpresa, associazione di piccole e medie imprese, non divise fra terziario, manifatturiero o agricolo e comprendente anche società cooperative (81.900 iscritti, 60 sedi territoriali), ha svolto una ricerca presso i propri associati e ne ha ricavato che il 63% delle aziende si sono indebitate per pagare le tasse. Fra queste l’Imu, che ha sottratto alle aziende 6,3 miliardi, di cui circa 4 presi in prestito. Un dato impressionante, che resterebbe tale anche se fosse pari alla metà. Le conseguenze sono drammatiche, perché le imprese che s’indebitano per onorare il fisco o rinunciano a investire in innovazione e sviluppo, quindi a scommettere sul futuro, oppure sono costrette a ulteriore indebitamente che però, a quel punto, diminuendo gli attivi patrimoniali e l’affidabilità, sarà concesso (ammesso che venga concesso) a tassi più alti. Il fisco, insomma, è divenuto arma di distruzione di cassa. Preludio alla distruzione del sistema produttivo.
Altro che Imu sulla prima casa! Qui si devono cancellare anche le patrimoniali sull’attività produttiva, perché fin quando si fa coesistere la crisi dei mercati con il prelievo sul patrimonio immobiliare (Imu) e sul patrimonio del lavoro (Irap) non solo si spingono le aziende al fallimento, ma si suggerisce all’imprenditore d’essere saggio e chiudere i battenti prima di arrivare alla canna del gas. E’ vero che in questo modo aumenta la disoccupazione e precipita ancor di più il pil, ma se a questi problemi non pone attenzione lo Stato perché mai dovrebbe sentirsene responsabile l’impresa, che in un sistema sano punta al profitto, mica a finanziare la spesa pubblica dissennata.
Lo Stato, del resto, non si limita a osservare lo scempio, ma vi partecipa con sadico entusiasmo: se un’azienda vanta crediti nei confronti della mano pubblica, in una qualsiasi delle sue infinite articolazioni, se ha fatture inevase, sulle quali già pagò l’iva (quella per cassa è arrivata dopo), e, per disgrazia, non dovesse avere liquidi per pagare l’Inps, o l’Imu, o l’Irap, o la tassa sulla spazzatura, o una qualsiasi di queste sottrazioni di ricchezza, automaticamente le viene contestata evasione e, da quel momento, lo Stato cessa di pagare i propri debiti. E siccome sei evasore proprio perché lo Stato non ti paga, quindi non hai i soldi per pagarlo a tua volta, è evidente che tale meccanismo serve a mettere i genitali nel frullatore e azionarlo con voluttà.
Un sistema fiscale che tassa le imprese a prescindere dal profitto, togliendo risorse agli investimenti, ha deciso di suicidarsi. La forza del nostro sistema produttivo, che ancora ci tiene fra le grandi potenze economiche, non illuda circa la possibilità di continuare con questo andazzo. Molti si convinsero che il conflitto fosse tra capitale e lavoro, sbagliando. S’avvedano, che il conflitto è fra produzione e tassazione. Capitale (sano) e lavoro (vero) sono alleati.
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sabato 23 febbraio 2013
Il fallimento del neo-centrismo. Arturo Diaconale
| sabato 23 febbraio 2013 | |
L'ipotesi di dare stabilità al paese attraverso un nuovo governo di centro sinistra che è stata la stella polare seguita con testarda tenacia da Giorgio Napolitano, da Mario Monti e da Pierluigi Bersani fin dal momento della caduta dell'esecutivo di Silvio Berlusconi e della nascita del governo tecnico, si è dissolta come neve al sole. Può essere che il Pd e Sel conquistino la maggioranza alla Camera ma è sicuro che non riusciranno ad ottenere un analogo successo al Senato. Ed è sempre più probabile che la lista civica dell'attuale presidente del Consiglio non riuscirà ad ottenere il numero di seggi a Palazzo Madama necessario ad assicurare una maggioranza non precaria all'alleanza tra la Smacchiatore di giaguari ed il Professore imbalsamato. Colpa di Monti e della sua dilettantesca campagna elettorale? Colpa di Napolitano e della sua pretesta di imporre il ritorno allo schema politico della Prima Repubblica? Colpa di Casini e di D'Alema, che su questa pretesa del Quirinale hanno impostato la loro unica strategia politica? È troppo presto per la ricerca delle responsabilità. Per il momento basta prendere atto del fallimento del disegno teso a far saltare il bipolarismo della Prima Repubblica per realizzare il ritorno alle tradizionali alleanze della Prima Repubblica. E registrare, prima ancora della certificazione definitiva dei dati elettorali, che tutto il complesso lavoro fatto per mandare al macero il bipolarismo ha prodotto la nascita del fenomeno dell'antipolitica come primo fattore innovativo di una Terza Repubblica tutta ancora da inventare. Chi ragiona sempre sulla base dei vecchi schemi prevede ora che, svanita l'ipotesi del centro sinistra Monti-Bersani, le uniche possibilità di dare un governo al paese passino attraverso la formula della grande coalizione o quella dell'alleanza di sinistra tra Bersani, Ingroia e Grillo. Ma, a parte le difficoltà fin troppo evidenti di dare vita alla prima come alla seconda formula, chi ragiona con questo schema non tiene conto che il nuovo Parlamento sarà caratterizzato da un lato dalla massima concentrazione dei tradizionali professionisti della politica (i beneficati del Porcellum) e dall'altro dalla più incredibile ed inaspettata rappresentanza dei dilettanti della vita pubblica. Il nuovo Parlamento, in altri termini, sarà segnato da una spaccatura di natura antropologica mai registrata nella storia repubblicana. Da una parte figureranno tutti quelli che fanno politica per professione da sempre e dall'altra quelli che come unica esperienza politica hanno alle spalle i comitati No-Tav , i centri sociali o qualche altra esperienza di sola e semplice protesta. Bersani ed i suoi dirigenti sono convinti di aver facile gioco nel dividere, frantumare ed in definitiva gestire questa massa di dilettanti allo sbaraglio mandati in Parlamento da Grillo e dalla rabbia popolare. Ma s'illudono se pensano che un paese in crisi profonda possa essere governato in maniera continua e stabile con qualche Scilipoti alla rovescia. Per cui è bene incominciare a pensare fin da ora alle prossime elezioni. Ed alla necessità di una grande riforma. Non solo della legge elettorale ma soprattutto dei partiti tradizionali. |
sabato 16 febbraio 2013
Intervista al prof. Nicola Scafetta, Duke University. Il sole artefice principale del clima. Corrado Fronte
| Intervista al prof. Nicola Scafetta, Duke Univerity. Il sole artefice principale del clima |
| Scritto da Corrado Fronte | |
| venerdì 15 febbraio 2013 | |
Dovrebbe essere responsabile. Questo implica che deve sapere pragmaticamente distinguere tra cose che possono danneggiare per davvero l’ambiente e cose che non lo danneggiano. E dovrebbe considerare le varie opzioni che sono disponibili. Il CO2 , ad esempio, non è un veleno per l’uomo o per l’ambiente, ma è cibo per le piante che crescono respirando CO2 dall’atmosfera. Con l’acqua e l’ossigeno il CO2 è il principale ingrediente della vita. Detto in parole povere, senza CO2 nell’atmosfera il cibo non esisterebbe.
2. La posizione dalla scienza ufficiale indica nel riscaldamento globale uno dei principali pericoli per l’intero pianeta; fonti autorevoli indicano in 2 gradi il massimo aumento sopportabile. Lei cosa ne pensa?
Direi che un riscaldamento globale fino ad un massimo di 2 gradi per la fine del 2100 non dovrebbe causare grossi danni. I miei modelli prevedono un riscaldamento di circa 1 grado per 2100. L’umanità può adattarsi ai cambi climatici e un riscaldamento di 1-2 gradi è di gran lunga meno pericoloso di un raffreddamento di uguale dimensione. E ci si può adattare senza troppi problemi. Di certo è più economico adattarsi a questi cambiamenti che cercare di fermarli bloccando l’industrializzazione e lo sviluppo economico dell’umanità.
3. Cosa sta succedendo ai ghiacciai? Perché continuano a ritirarsi?
I ghiacciai si sono ritirati negli ultimi decenni perché c’è stato un riscaldamento globale. Tuttavia i ghiacciai si sono ritirati e riformati numerose volte nel passato perché il clima è anche caratterizzato dai fenomeni ciclici.
4. Si sostiene che anche il mare si stia riscaldando, compromettendo l’equilibrio della vita marina e la sopravvivenza di molte specie.
Alcuni hanno affermato ciò, tuttavia credo che i cambi climatici siano stati così modesti (meno di 1 grado in 100 anni) che è difficile credere che i danni più seri all’equilibrio della vita marina siano derivati dal riscaldamento globale. Inquinamento chimico e pesca selvaggia sono molto più pericolosi per l’equilibrio della vita marina.
5. Se il riscaldamento continuasse il mare potrebbe sommergerebbe vaste zone costiere e molte isole?
Alcuni hanno affermato ciò. Tuttavia i dati storici predirebbero un aumento del livello del mare di 20-30 cm al massimo per il 2100. Ci si può adattare senza troppi problemi.
6. Si insiste molto sulla responsabilità dell’uomo nel provocare il riscaldamento con l’emissione di anidride carbonica (CO2 ) che provocherebbe il cosiddetto “effetto serra”. In parole povere di cosa si tratta?
L’anidride carbonica è un gas serra, che, per cosi dire, trattiene parte del calore emanato dalla superfice e dovrebbe causarne un riscaldamento. Tuttavia, molti non sanno che c’è una enorme incertezza sul riscaldamento che l’anidride carbonica può causare. Ci sono degli studi basati su osservazioni dirette che suggerirebbero che il raddoppio di CO2 può causare circa 1 grado di riscaldamento, che è relativamente poco. Coloro che ritengono che l’ anidride carbonica sia particolarmente pericolosa lo dicono basandosi su modelli teorici che predicono un riscaldamento di circa 3 gradi per un raddoppio di anidride carbonica nell’atmosfera.
7. Quale peso hanno le emissioni umane di CO2 rispetto a quella già presente in natura?
È difficile saperlo con certezza perché il CO2 è continuamente in circolo e ci sono scambi con l’oceano e le piante etc. È ragionevole pensare che una parte consistente dell’aumento del CO2 atmosferico degli ultimi decenni sia stato causato dall’uomo. Tuttavia, come detto sopra, i dati suggerirebbero una sensibilità climatica di circa 1 grado per il raddoppio dell’ anidrite carbonica. Credo che il contributo umano al riscaldamento osservato durante il 20° secolo non sia trascurabile ma è di certo molto minore di quello che molti hanno reclamato.
8. Eppure sulle emissioni antropiche di CO2 si è generato un grande allarme che ha portato a drastici programmi di riduzione delle emissioni.
L’allarme è stato basato su proiezioni teoriche basate su modelli al computer che i miei studi hanno dimostrato essere inefficienti nell’interpretare correttamente i cicli naturali e quindi il clima. Ad esempio, negli ultimi 15 anni non si è osservato nessun riscaldamento globale, anzi un leggero raffreddamento nonostante il fatto che il CO2 atmosferico sia aumentato considerevolmente. I modelli non hanno predetto questo leggero raffreddamento ma un riscaldamento di circa 2 gradi per secolo. E’ evidente che i modelli hanno sovrastimato l’effetto del CO2 e stanno ignorando qualche altro meccanismo climatico.
Non potevano che essere vaghi perché questi signori, anche se non lo dicono, sanno bene che la scienza su cui si basa la teoria del riscaldamento antropogenico è vaga.
10. Quale è la storia della temperatura terrestre nelle ere geologiche passate, e quale spiegazione, o insegnamento ne viene tratto?
La temperatura terrestre nelle ere geologiche passate è caratterizzata da diverse oscillazioni causate da cambiamenti orbitali della terra.
11. Alcuni dicono che la terra continua a riscaldarsi, altri che è iniziato un periodo di raffreddamento. Quale è la verità?
Dipende dal tempo i riferimento. La temperatura ora è più alta di quanto fosse 100, 200 o 300 anni fa. Durante il Medioevo molti dati suggeriscono temperature più alte delle attuali in diverse regioni del mondo. Durante gli ultimi 10-15 anni non si è osservato nessun riscaldamento significativo. Essenzialmente ci sono numerosi cicli naturali a diverse scale temporali. Per il prossimo futuro è ragionevole prevedere una stabilizzazione del clima o addirittura un raffreddamento fino al 2030-2040. a causa di un ciclo naturale di circa 60 anni che ha iniziato la sua fase discendente intorno al 2000.
12. Quali sono le cause naturali che generano i cambiamenti climatici?
Credo che i meccanismi principali siano solari ed in forma minore lunari. Fattori astronomici modulano la formazione delle nuvole ed insieme alle maree attivano particolari circolazioni marine. Nuvole e cicli oceanici causano cambiamenti climatici alla superficie. I modelli climatici usati fino ad ora ignorano questi meccanismi e non riescono a rappresentare nessuna delle oscillazioni climatiche presenti nei dati, come ho dimostrato nei miei studi.
13. In un recente studio lei mette in relazione il clima terrestre col movimento dei pianeti. In parole semplici, di cosa si tratta?
I pianeti girano intorno al sole e causano nel sole delle oscillazioni gravitazionali che inducono l’attività solare ad oscillare. Poi il sole oscillante causa oscillazioni sincronizzate nel clima. I miei conti mi hanno portato a concludere che almeno il 60% del riscaldamento terrestre osservato dal 1970 ad oggi è dovuto a cicli naturali presenti nel sistema solare, come un grande ciclo di 60 anni causato dalle maree di Giove e Saturno sul sole.
14. Tuttavia molti argomentano che i pianeti sono troppo lontani dal Sole e dalla Terra per avere un effetto osservabile sul clima e l’accusano di astrologia. Come risponde a questa obbiezione?
E’ vero che le forze mareali dei pianeti sul sole sono estremamente deboli. Tuttavia la critica si basa sul presupposto che il sole non possa amplificare la piccola perturbazione gravitazionale. Al contrario, il sole è una sorgente di energia e come tale può funzionare come un amplificatore di deboli perturbazioni gravitazionali. Nei miei lavori propongo una teoria fisica che spiegherebbe questa amplificazione nucleare di perturbazioni gravitazionali che avverrebbe nel sole. Se la teoria è corretta, le forze mareali sono sufficientemente forti da modulare l’attività solare attraverso l’amplificazione interna. Altri meccanismi incogniti sono ovviamente possibili. Ma ci sono forti evidenze empiriche che i pianeti stanno modulando in qualche modo l’attività solare, come anche un recente commentario su Nature ha evidenziato.
15. I nostri lettori conoscono gli studi di Abibullo Abdussamatof (3) , il quale afferma che il clima dipende dalle variazioni dell’Irradiazione Solare Totale (TSI), ed individua cicli climatici di 200 anni durante i quali la temperatura terrestre oscillerebbe tra un massimo, che avremmo appena raggiunto, ed un minimo verso il quale ci staremmo incamminando e che si manifesterebbe con una prossima glaciazione . In che modo questo si collega alla sua teoria?
Secondo me, la teoria di Abdussamatof è un po’ troppo generica. Ci sono dei cicli ma sono numerosi e la sensibilità climatica a questi cicli va calcolata precisamente, cosa che Abdussamatof non fa. Personalmente non credo che ci stiamo incamminando in pochi decenni verso una nuova glaciazione come la intende Abdussamatof sul tipo della Piccola Era Glaciale del 1700. Credo che la temperatura potrebbe al massimo scendere moderatamente per 20 anni e poi risalire.
16. Secondo Ivanka Charvàtova (4) il movimento di rivoluzione dei pianeti attorno al Sole genererebbe dei campi gravitazionali variabili, collegabili ai cicli delle macchie solari ed al clima terrestre. Come si rapporta questa rappresentazione alla sua teoria?
Gli studi di Charvàtova sono interessanti. Ci sono delle somiglianze con i miei a ed alcuni miei risultati hanno confermato i risultati di Charvàtova. Una differenza è che sto cercando di fare conti con grande precisione e di trovare dei meccanismi fisici.
17. Nir Shaviv e Jean Veizer spostano l’attenzione all’intera galassia ed ai raggi cosmici che colpiscono la Terra con intensità variabile, influendo sulla formazione delle nuvole e quindi sul clima, e generano le grandi glaciazioni che si sono succedute nelle lontane ere geologiche ad oggi, in questo in sintonia con Henry Svensmark e Jasper Kirby (5) . Lei cosa ne pensa?
Sono teorie interessanti e probabilmente corrette, almeno in parte. Credo che nel prossimo futuro queste teorie si svilupperanno.
18. Secondo Richard Lindzen(6) i modelli GCM sbagliano perché postulano che l’effetto dell’aumento della CO2 venga amplificato da una maggior evaporazione di vapore acqueo (feedback positivo) il quale a sua volta amplificherebbe l’effetto serra con esiti catastrofici. Lindzen al contrario sostiene che prevale un feedback negativo che attenua l’effetto serra. Quale è il suo parere?
Credo che Lindzen abbia ragione perché i suoi studi si basano su misure di dati che contraddicono le previsioni dei modelli al computer, un po’ come i miei studi.
19. Michael Mann (7) passerà alla storia per il suo grafico a mazza da hockey, dal quale preconizzava un imminente aumento incontrollato e disastroso della temperatura terrestre a causa delle emissioni antropogeniche di CO2. Cosa ne pensa?
Hockey stick del 1999 di Mann non è più credibile, anche Mann lo ha rigettato nel 2008. Penso che abbia contribuito non poco alla confusione su questo argomento. Oggi si ritiene che il clima si caratterizzato da grandi cicli millenari con punte calde durante il periodo romano, il periodo medioevale e il periodo corrente.
20. Alcuni scienziati non allineati con le teorie del riscaldamento globale antropogenico (ad esempio Richard Lindzen e Ivanka Charvatova) dicono di incontrare ostilità e difficoltà nella pubblicazione dei loro studi. Lei ha avuto esperienze di questo tipo?
Ovviamente. C’è una forte opposizione che direi ideologica piuttosto che scientifica. Le teorie scientifiche dovrebbero essere valutate oggettivamente con rigore scientifico, non sulla base di semplici pregiudizi ideologici, politici o economici. Tuttavia, se le mie teorie sono corrette, cioè se il clima è in gran parte regolamentato da cicli astronomici prevedibili, può essere possibile prevedere i cambi climatici per i prossimi decenni con una maggiore precisione, il che è tutto a vantaggio dell’umanità. Al momento i miei modelli sono in accordo con i dati mentre i modelli dell’IPCC basati sulla teoria del riscaldamento antropogenico hanno fallito le previsione sin dal 2000 come si vede, ad esempio, nella figura esposta, che riproduce il mio modello:
Astronomical Climate model forecast vs. IPCC (1)
La figura rappresenta la temperatura superficiale terrestre (HardCRUT3): la curva rossa rappresenta le temperature terrestri originali pubblicate nel documento JASTP2012b e la curva blu rappresenta la temperatura superficiale terrestre aggiornata con i dati mensili più recenti disponibili. La curva nera all’interno dell’area turchese, rappresenta la previsione completa del modello armonico dal 2000. Quest’ultima è chiaramente migliore della previsione dei modelli IPCC (General Circulation Models) che si collocano nell’area verde. La curva gialla rappresenta la sola componente armonica, al netto del contributo antropogenico.
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giovedì 14 febbraio 2013
Minzolini assolto dall'accusa di peculato perchè il fatto "non costituisce reato"
L'ex direttore fu rinviato a giudizio, nel 2011 con l'accusa di avere superato, in 14 mesi, il budget di oltre 65 mila euro a sua disposizione anche se Minzolini ha restituito tutta la somma alla RAI.
Il fatto, per cui l'ex direttore del TG1 è stato processato "non costituisce reato", questo il dispositivo del Tribunale si Roma che ha assolto, in primo grado, Minzolini non accogliendo le richieste formulate del pubblico ministero, Mario Dovinola, che aveva invocato per il giornalista, una condanna a due anni. Minzolini, dopo aver dichiarato che nell'ultimo anno e mezzo ha vissuto la sua "via crucis", ora ha intenzione di chiedere alla RAI il reintegro al timone del Telegiornale della rete ammiraglia della RAI.
Minzolini, nel frattempo, è salito sul carro del PdL, visto che è anche un nuovo candidato del Partito entrato nella competizione politica come capolista per il Senato in Liguria. (Teleborsa)
martedì 29 gennaio 2013
Strage & caos. Davide Giacalone
Le vie della giustizia sono infinite. Ma non sempre lineari. Dal giugno del 1980 si attende di sapere cosa fece sparire dai cieli un volo Itavia, da Bologna a Palermo. Si sono fatte inchieste penali e processi, senza arrivare a nulla. Se ne occuparono anche inchieste parlamentari, moltiplicando le ipotesi e non agguantando le conclusioni. Anche la memorialistica vacilla, giacché chi seguì quel lavorio penale presenta ricordi e supposizioni, ma nulla di più. Il retroscenismo ha messo in campo due ipotesi: a. la bomba che sarebbe dovuta scoppiare quando l’aereo era a terra (volava in forte ritardo), magari per ragioni di affari loschi; b. il missile “alleato” destinato a colpire altri bersagli, dei Mig libici, magari con a bordo Gheddafi. Certezze, nessuna.
Ora arriva la Corte di cassazione, ma in sede civile e dovendosi occupare di risarcimenti. Dice: dato che lo Stato avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei cieli, e dato che l’ipotesi del missile è la più accreditata, che paghi il dovuto ai congiunti delle vittime. I compitatori di storia mediante copia-incolla giudiziario hanno la loro certezza da spendere. Salvo il fatto che fa a cazzotti con le sentenze penali. Abbiamo da fare, a caldo, una sola osservazione: chi sosterrà che, finalmente, abbiamo la verità, starà solo illudendo i propri lettori e ascoltatori. Preferisco osservare che allo sfregio di una strage senza colpevoli si unisce la beffa di un risarcimento a carico della collettività. Noi tutti paghiamo (perché il risarcimento statale è finanziato dai contribuenti), senza essere autorizzati a sapere di chi è la colpa.
Di “ufficiale”, a questo punto, non c’è la verità, ma il caos.
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