Viaggiamo dritti verso la sottomissione alla tutela della Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale. Sarebbe stato saggio negoziare lo scudo e avrebbe dovuto farlo il governo Monti. Adesso ci arriviamo, ma nel modo meno opportuno. Ancora una volta sarà utilizzato il vincolo esterno come unica arma capace di smuovere l’ebete immobilismo interno. E ciò, prima ancora che sconveniente, è umiliante.
Sarà bene non sottovalutare la sceneggiata dell’Iva, anche perché l’hanno vista in mondovisione. La destra chiede che sia cancellato il punto in più, previsto a partire dal primo luglio. La sinistra afferma che quell’aumento sarebbe un suicidio dei consumi, già declinanti. Le opposizioni si oppongono all’aumento, quindi convergono con la maggioranza nel reclamarne il blocco. Insomma: non se ne trova uno che sostenga l’opportunità di quell’aumento. Eppure non ci si riesce. Al massimo, e solo per evitare crisi politiche, ci s’approssima a un rinvio di tre mesi, il cui solo significato è: siamo già in coma, già inerti, già incapaci di agire.
Dovendo coprire tre mesi di mancato gettito aggiuntivo Iva, che poi non sarebbe stato né gettito né aggiuntivo, perché se la gente compra e fattura meno l’Iva cala comunque, ma dovendo onorare un’ipotetica iscrizione a bilancio, la fantasia governativa si rivolge verso la sollecitazione di altro gettito. Vuoi da accise (alcool) o altri balzelli. Far calare le tasse alzando le tasse, questa la ricetta miracolosa. Ricorda Sigmund Freud quando sosteneva che la cocaina è ottima per disintossicare i dipendenti da morfina o eroina. Poi s’accorse che si diventava dipendenti da cocaina. Curare la droga con la droga e le tasse con le tasse.
Perché andiamo dritti verso lo scudo, senza più forza per negoziarlo decentemente? Perché basiamo i conti su numeri che già sappiamo essere fasulli. Sia il calcolo del deficit 2013 che quello relativo al 2014 si riferiscono a ipotesi di pil decisamente più rosee della realtà. Questo significa che forse sforiamo già quest’anno, mentre per il prossimo non sarà disponibile il tesoretto su cui il governo contava. Recessione chiama recessione, dunque, con il debito che cresce in valore assoluto e relativo, cresce anche il suo costo che, spinto anche dal rinculo di liquidità previsto sui mercati globali, a sua volta, pesa sul deficit. Siamo una famiglia che spende più di quel che guadagna, ma non acquista nulla di nuovo. Una famiglia con costi fissi troppo alti e una banda di strozzini da foraggiare. Che fa una famiglia saggia? Taglia i costi razionalizzando i consumi e taglia il debito vendendo parte di quel che ha. Ma la famiglia Italia ha stabilito che non si può tagliare nulla, perché manco sappiamo come cavolo sono composti i costi fissi (spesa corrente), né si può vendere nulla. E allora? Allora si tassa, cioè si prende a chi produce per dare a chi distrugge.
In tutto questo, però, organizziamo sollazzevoli scontri fra gladiatori che si scannano, inzaccherando il pubblico con straordinari schizzi di sangue, zampillante da squarci inferti con il gladio giudiziario. Ma non muore mai nessuno, da diciannove anni sono sempre gli stessi e il giorno dopo li ritrovi belli freschi, ancora nell’arena. E tutto a spese nostre. Mentre, nel frattempo, sono state effettivamente macellate legioni di cittadini incappati nella malagiustizia, siano essi imputati o parti civili, cui i costi dell’inferno giudiziario e la violenza dei provvedimenti cautelari stroncano la vita. Che per loro è una sola, mica plurima come quella dei gladiatori. E se osano lamentare la follia del sistema li si mette prontamente a tacere: incivile, negatore del diritto, nemico della collettività. O, peggio: berlusconiano. Sono gli stessi chiamati a pagare il conto dell’immobilismo, giacché i veri democratici, la gente con coscienza e istruzione, i dotati di sensibilità etica, sono i primi a sostenere che i governi cascano o durano solo in ragione delle vicende giudiziarie di uno solo, mica a seconda che sappiano governare o meno.
giovedì 27 giugno 2013
venerdì 21 giugno 2013
Il volto della nostra giustizia
di Valter Vecellio
21 giugno 2013
Milioni di euro, e ovviamente chi paga è il contribuente. A causa delle sentenze inapplicate il nostro paese è inoltre nel gruppo di testa dei "sorvegliati speciali" dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa. I 120 milioni di euro di indennizzo che l’Italia è condannata a pagare sono la cifra più alta mai pagata da uno dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa. L'Italia resta anche nel 2012 lo Stato membro del Consiglio d'Europa con il più alto numero di sentenze emesse dalla Corte di Strasburgo ancora da eseguire: ben 2.569. Dietro il nostro paese ci sono la Turchia con 1.780 sentenze non eseguite, e la Russia con 1.087. «Le nazioni hanno il volto della propria giustizia…». Il “piano” risale al giugno del 2010; poi è stato rivisto e attualizzato nel 2011, dal Comitato di indirizzo e controllo. Si prevedeva la programmazione di risorse per 675 milioni di euro e la conseguente realizzazione di 11 nuovi istituti (secondi padiglioni per complessivi 9.150 posti detentivi).
“Piano”, a quanto pare, abortito, comunque mai partito. Il CIPE ha tagliato i fondi e rimodulato il piano senza valutare l’urgenza che attiene al trattamento penitenziario. Inoltre sono stati eliminati i finanziamenti per la sopravvivenza degli istituti esistenti. Emblematico quanto denuncia la UIL Penitenziari Sicilia: “Nel 2012 la polizia penitenziaria siciliana ha effettuato 18.230 servizi di traduzione per un totale di 45.064 detenuti tradotti per un costo complessivo che si può prefigurare tra i 4 e i 4,5 milioni di euro”. Una movimentazione di carcerati enorme: più di quattro al giorno, domeniche e feste comprese. “Detenuti tradotti per motivi sanitari 7.566, per permessi con scorta 4.595. Le traduzioni con autoveicoli 17.374, quelle per via aerea 606, per via mare 171, pedonali 87.
I detenuti tradotti classificati comuni o a media sicurezza sono stati 30.398, quelli classificati ad Alta Sicurezza 13.739, i detenuti tradotti e sottoposti al 41-bis, 17, i collaboratori di giustizia o loro familiari 117, gli internati 810”. A fronte di questo colossale via-vai, le unità di polizia penitenziaria impiegate in servizi di scorta sono state 77.168: una media di 1,2 unità di polizia penitenziaria per detenuto tradotto. Non solo: circa l’60 per cento degli automezzi destinati alle traduzioni sono fuori uso, un altro 30 per cento è da considerarsi illegale perché privo dei collaudi di affidabilità o perché quei collaudi non sono stati superati: insomma in tutta la regione su 140 mezzi destinati, ne funzionano solo 50. Appunto: «Le nazioni hanno il volto della propria giustizia…». (l'Opinione)
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21 giugno 2013
I giovani d’oggi che te la menano sul futuro incerto. Con tutti i privilegi che hanno. Cristo santo. Nati troppo tardi per ricordarsi la battaglia di Valle Giulia, i boat people, Giovanna Ralli che vendeva i carciofi con la scollatura fin qui, le serpentine di Lennart Skoglund dopo aver tracannato il suo paio di bourbon, la crisi dei missili a Cuba, le sviolinate a Vittorio Gregotti quando ideò quel cesso di Zen, mentre fischi a Gualtiero Jacopetti, perché non lisciava il pelo per il verso dovuto, e insomma, sono immemori di tutto questi giovani d’oggi, poi chiedi loro se s’interessino a qualcosa, se esista mai un argomento che li appassioni, e scopri che non stanno attenti nemmeno all’evoluzione del pensiero politico di Pippo Civati.
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mercoledì 12 giugno 2013
La privacy del (te)Soro. Davide Giacalone
Dubito che dalle parti di Google, Facebook, Amazon, o Apple abbiano perso il sonno alla notizia che il garante della privacy italiano, Antonello Soro, ha deciso di limitare il loro potere. Si saranno domandati: who is iSoro? Non è escluso che convenga domandarcelo anche noi, facendo due conti su quel che costa e a cosa serve l’Autorità che presiede.
In poche parole Soro ha annunciato al Parlamento italiano che non si può andare avanti con i giganti del web che accumulano nostri dati personali, senza neanche consultare lui su come utilizzarli. Peccato, però, che i servizi offerti da quei soggetti non sono solo molto appetiti dal pubblico, ma comportino proprio una volontaria cessione di privacy. Non che la cosa non abbia profili delicati, naturalmente, ma vale la stessa inquietudine, ad esempio, per le carte di credito e le compagnie telefoniche, tutti operatori in possesso di dati rilevantissimi circa la nostra privacy. Eppure, fin qui, le varie Autorità non sono riuscite a fare altro che produrre montagne di moduli che ci tocca firmare, naturalmente senza mai averne letto il contenuto e senza nulla aspettarci dai loro effetti.
Per non farsi mancare nulla Soro ha anche detto che nei prossimi giorni arriverà un bel provvedimento sulle intercettazioni telefoniche, perché non è bello che siano così abbondantemente riprodotte dai media. Ha veramente ragione, ma dov’erano, lui e la sua Autorità, nel mentre venivano diffuse a pienissime mani? C’è notizia di un solo provvedimento che abbia impedito qualche cosa? Nulla. Sicché giungiamo alla prima conclusione: la relazione annuale, che l’Autorità per la riservatezza dei dati personali rende al Parlamento, è un obbligo di legge, una pura formalità, un atto dovuto. Nonché totalmente inutile.
Il primo garante della privacy fu Stefano Rodotà, già parlamentare, già presidente del Pds. Certo, anche professore di diritto. Il secondo fu Francesco Pizzetti, anch’egli professore di diritto, nonché consulente di Romano Prodi e vice sindaco di Torino. Una carriera politica di minore visibilità, ma eguale ricollocazione protetta e sicura, nonché un’efficacia altrettanto trascurabile. Il terzo è l’attuale, Soro, appunto, la cui specialità è la dermatologia e la cui carriera è quella di parlamentare dell’Ulivo. La seconda cosa è ammirevole, benché sia singolare che tutti i garanti vengano dalla stessa area politica, ma la prima porta ad una reazione epidermica. Accentuata da alcuni numeri.
Eccoli: le sanzioni comminate dall’Autorità ammontano a 3 milioni 800 mila euro; il costo (annuo) di presidente e collegio supera 1 milione; quello del personale si aggira sui 12; spese, coperte pressoché esclusivamente con soldi dell’erario, 30. Diciamo che ha una resa del 10%. So già che contesteranno tutto, ma spero non mi rimproverino di avere violato la loro privacy.
Porto il mio piccolo contributo scientifico: una cosa è controllare, altra spiare. Le telecamere per strada sono utilissime, come anche il sistema Tutor in autostrada. Monitorare quel che accade sul web aiuta a prevenire. La localizzazione dei telefoni cellulari può risultare preziosa. Tutto questo è controllo. Occuparsi dei fatti miei e usarli per sputtanarmi o ricattarmi è spiare. Dice Soro che non condivide il sistema Usa, dove si controlla molto e spia poco. In Italia si spia tanto e controlla poco. Così, a pelle, mi pare che quell’Autorità sia un costo inutile.
Pubblicato da Il Tempo
In poche parole Soro ha annunciato al Parlamento italiano che non si può andare avanti con i giganti del web che accumulano nostri dati personali, senza neanche consultare lui su come utilizzarli. Peccato, però, che i servizi offerti da quei soggetti non sono solo molto appetiti dal pubblico, ma comportino proprio una volontaria cessione di privacy. Non che la cosa non abbia profili delicati, naturalmente, ma vale la stessa inquietudine, ad esempio, per le carte di credito e le compagnie telefoniche, tutti operatori in possesso di dati rilevantissimi circa la nostra privacy. Eppure, fin qui, le varie Autorità non sono riuscite a fare altro che produrre montagne di moduli che ci tocca firmare, naturalmente senza mai averne letto il contenuto e senza nulla aspettarci dai loro effetti.
Per non farsi mancare nulla Soro ha anche detto che nei prossimi giorni arriverà un bel provvedimento sulle intercettazioni telefoniche, perché non è bello che siano così abbondantemente riprodotte dai media. Ha veramente ragione, ma dov’erano, lui e la sua Autorità, nel mentre venivano diffuse a pienissime mani? C’è notizia di un solo provvedimento che abbia impedito qualche cosa? Nulla. Sicché giungiamo alla prima conclusione: la relazione annuale, che l’Autorità per la riservatezza dei dati personali rende al Parlamento, è un obbligo di legge, una pura formalità, un atto dovuto. Nonché totalmente inutile.
Il primo garante della privacy fu Stefano Rodotà, già parlamentare, già presidente del Pds. Certo, anche professore di diritto. Il secondo fu Francesco Pizzetti, anch’egli professore di diritto, nonché consulente di Romano Prodi e vice sindaco di Torino. Una carriera politica di minore visibilità, ma eguale ricollocazione protetta e sicura, nonché un’efficacia altrettanto trascurabile. Il terzo è l’attuale, Soro, appunto, la cui specialità è la dermatologia e la cui carriera è quella di parlamentare dell’Ulivo. La seconda cosa è ammirevole, benché sia singolare che tutti i garanti vengano dalla stessa area politica, ma la prima porta ad una reazione epidermica. Accentuata da alcuni numeri.
Eccoli: le sanzioni comminate dall’Autorità ammontano a 3 milioni 800 mila euro; il costo (annuo) di presidente e collegio supera 1 milione; quello del personale si aggira sui 12; spese, coperte pressoché esclusivamente con soldi dell’erario, 30. Diciamo che ha una resa del 10%. So già che contesteranno tutto, ma spero non mi rimproverino di avere violato la loro privacy.
Porto il mio piccolo contributo scientifico: una cosa è controllare, altra spiare. Le telecamere per strada sono utilissime, come anche il sistema Tutor in autostrada. Monitorare quel che accade sul web aiuta a prevenire. La localizzazione dei telefoni cellulari può risultare preziosa. Tutto questo è controllo. Occuparsi dei fatti miei e usarli per sputtanarmi o ricattarmi è spiare. Dice Soro che non condivide il sistema Usa, dove si controlla molto e spia poco. In Italia si spia tanto e controlla poco. Così, a pelle, mi pare che quell’Autorità sia un costo inutile.
Pubblicato da Il Tempo
domenica 9 giugno 2013
Battiam battiam le mani. Aldo Reggiani
la nostra maestrina
con la più gran disciplina
tutti faceva filar
lei ci metteva in riga
gridando “fate attenzion
adesso marcerete
cantando questa canzon”
Battiam battiam le mani
arriva il direttor
battiam battiam le mani
all’uomo di valor
gettiamo tulipani
e mazzolin di fior
cantiamo tutti in coro
evviva, evviva
ed una coppa d’oro
doniamo al direttor.
E finalmente a vent’anni
dicemmo è finita
ora ci porta la vita
giorni di felicità
ma presto tutti quanti
dovemmo constatar
che per andare avanti
sempre si deve cantar
Battiam battiam le mani
arriva il direttor…..”
Così recitava il testo della canzoncina Arriva il Direttore negli anni Cinquanta, portata al successo da Carla Boni e Gino Latilla, dal Quartetto Cetra e da Natalino Otto.
Ed ora è tutto un battiam battiam le mani a quel terrificante Direttorio Europeo – vedi La Grecia affamata e distrutta dalla Troika – che ci ha graziosamente tolto dalla procedura di infrazione, alzando però il ditino per raccomandarci di continuare il cosiddetto risanamento, sconsigliando l’abolizione dell’Imu e altri provvedimenti e di proseguire sulle riforme.
Non a caso il Draghi, prima delle ultime elezioni politiche, disse che poco importava chi le avrebbe vinte, poiché era stato inserito il “pilota automatico”.
Come, senza possibilità di fraintendimenti, denunciava a Ballarò l’economista Jean-Paul Fitoussi .
Lo stesso Draghi – uno della nidiata, per interderci, insieme al Prodi, al Monti, al Ricuccio Letta e ad altri, del Premiato Kinderheim “Bilderberg-Trilateral-Goldman Sachs” - che nel 1992 durante una riunione sul Panfilo Reale Britannia dava il via ad una prima svendita del Belpaese.
Previo sputtanamento dell’Italia da parte del combinato disposto delle Agenzie di Rating.
(Ricorda qualcosa?)
Operazione perfettamente riuscita, come da Lo strano caso di Mister Drake e da La privatizzazione dell‘Iri negli anni Novanta e le sale bingo di D’Alema, durante quei Governi della Sinistra tra il 1996 e il 2001 del Prodi e del D’Alema dei quali pur si disse che a Palazzo Chigi si era installata l’unica Merchant Bank al mondo in cui non si parlava inglese.
Quel Prodi, dunque, che, come documenta Riccardo Ghezzi in De Benedetti e la sinistra, storia di un’alleanza che ha svenduto l’Italia, nel 2006, tornando a Palazzo Chigi, ci beneficiò per sovrammercato, anticipando l’arrivo di Monti, del primo Governo Goldman Sachs.
Completando lo sterminio del Sistema Italia, come impietosamente fotografava fin dal 2007, Marco Della Luna in La privatizzazione finale dello Stato .
E dire che il Mortadella – il miglior Presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, come disse, all’epoca della sua nomination, aOmnibus, su La7, quel pur logorroico mostro d’intelligenza della Senatrice Pd Laura Puppato, senza che nessuno la prendesse a pernacchie – volevano mandarlo al Quirinale….
Ma tutta la sordida operazione che portò alla forzata defenestrazione del Cav nel 2011, che cercava di opporsi, pur tra cori di fischi, pernacchie e lancio di gatti morti in Italia e in Europa, ad un’altra rapina, la spiattelava Franco Bechis ne Il passo indietro di Berlusconi? Costretto da un ricatto per cui ad imporre il Monti piovve addirittura a Roma la marionetta dei Poteri Forti Van Rompuy: “«Non esiste alcuna possibilità di elezioni». Alfano è rimasto di sasso. Chi ha accompagnato Van Rompuy all’uscita si è sentito dire: «Il vostro tempo è fino a lunedì. All’apertura dei mercati se non avete risolto con Monti, ci sono grandi banche internazionali pronte ad offrire quantità impressionanti di titoli di Stato italiani. Sembra che lo faccia la China investment banking, la Goldman Sachs e altri… Gli spread schizzerebbero e l’Italia si avvierebbe alla situazione greca»”.
Come confermava, prendendo le parti al Parlamento europeo del Popolo italiano, l’orgoglioso suddito della Perfida Albione Nigel Farage: Governi fantoccio per Grecia e Italia, il piano di dominio Germanico , circa la “democrazicida”, ignobile operazione che non si era resa necessaria per imporre all’Italia quelle Riforme delle quali starnazzano a Bruxelles, bensì per motivi mooooooolto più prosaici.
Quelli che infatti Giuliano Ferrara spiegava in Fondamentali buoni, il resto merda laddove il 5 novembre 2011 scriveva “Giusto ieri un banchiere mi raccontava per filo e per segno come hanno fatto francesi e tedeschi a trasferire sul groppone del sistema bancario italiano il peso, insostenibile per le loro banche, del debito greco insolvente. Il G20 ha seguito. Con quella specie di amministrazione controllata che non ferisce l’orgoglio, peraltro scarseggiante, ma dà una indicazione che il paese si appresta a seguire con una probabile mascherata, malgrado un capo dello Stato indisponibile alle manovre di Palazzo troppo spinte. Giochi di alta finanza, un gioco da ragazzi. Siamo un paese solidissimo, ma ci siamo privati di un dettaglio: la guida politica”
E nel quale anticipava ciò che con il Monti, quello dei “compiti a casa”- do you remember? - dettati dalla Merkel, sarebbe accaduto: “Con un’Italia normalizzata, alla quale arriveranno le briciole impettite e tecniche di tutta questa merda, i tedeschi potranno riprendere a fare shopping in giro per il mondo e i francesi cureranno con i resti dei cugini la loro disoccupazione e il loro deficit, più alti del nostro, per non parlare, come dicevamo all’inizio, del risanamento finanziario e bancario a spese del patrimonio immobiliare degli italiani.”
Insomma, per la serie “Cavallo vincente non si cambia”, perché, hanno pensato gli Einstein delle Lobby europee e mondialiste, non ripetere l’operazione degli anni Novanta?
Tant’è che lo stesso Magdi Cristiano Allam, uno di quelli svegli che fin dall’inizio ha mangiato la foglia, in L’ombra della dittatura informatica rincarava la dose scrivendo: “La presenza di Monti ai vertici di Goldman Sachs, Moody’s, Gruppo Bilderberg, Commissione Trilaterale e Centro studi Bruegel attesta senza ombra di dubbio la sua identità di uomo dei poteri finanziari forti che hanno creato il cancro dei titoli tossici e che controllano i governi e le banche. Monti, nonostante la più alta imposizione fiscale al mondo ha fatto salire il debito pubblico e fatto calare il Pil, sta condannando a morte le imprese, sta riducendo gli italiani in povertà e sta negando ai giovani certezza nel presente e speranza nel futuro.
Non accade perché Monti è un incompetente ma perché sta attuando rigorosamente la missione: salvare le banche e riciclare i titoli tossici, in una dittatura finanziaria in cui la persona viene ridotta a semplice strumento di produzione e consumo della materialità.”
T’è capì?
Per cui fino a quando non si prenderanno seri, duri e coraggiosi provvedimenti per riformare e democratizzare profondamente – come da sempre, per buona memoria, predica, inascoltato, il Cav – questa Europa dei Poteri Forti egemonizzata da una Germania che per prima trucca le carte, non se ne verrà fuori.
Come finalmente informava senza mezzi termini a Piazza pulita il 20-05-2013 Claudio Borghi .
Perché quelle indicate dal Borghi e dal Fitoussi, care le mie Bambole di Pannolenci, sono la vere cause delle miserande condizioni in cui ci ritroviamo.
Non solo noi, ma mezza Europa.
Il tutto - è intrigante notare – mentre i centosessanta e più adepti della sgrillettata “conventicola rivoluzionaria dove germina la rispettabilità dell’avvenire” (Niente di nuovo sotto il sole), dopo esser approdati al Parlamento forniti dell’ultimo modello, ancorché magari elettrico, di apriscatole, si stanno accapigliando in perfetto stile “all’italiana” (per spiegazioni sul doppio significato del termine vedi Una Boldrini all’italiana), sugli stipendi, sulle trasferte, sugli scontrini e sulle “spie” interne alla loro conventicola.
Laddove il loro Capataz, per la serie “Il Grillo è mobile, qual piuma al vento; muta d’accento e di pensiero“ scopre improvvisamente che due suoi candidati alla Presidenza della Repubblica, la Gabanelli e il Rodotà, sono indegni figuri.
Ma sbaglia chi pensa che il Grillo sia matto: come dice Polonio osservando lo strambo comportamento di Amleto: “C’è del metodo nella sua follia”.
Subdolamente, infatti, intanto che andava predicando che la sua conventicola non avrebbe governato con nessuno, dopo le elezioni si mise a vellicare, da “cortigiano vil razza dannata” quale in effetti è – vedi cosa dice il trattato indù sull’arte di governare “Kautalija Arthashastra” circa saltimbanchi, comicaroli, nani da circo e menestrelli quando si immischiano,vedi anche il Benigni e il Fo, di Politica - il vetero comunista Bersani, proponendogli di realizzare subito il sogno da sempre, pur in segreto, accarezzato da tutti i vetero comunisti - ancorché quelli, come hanno dimostrato gli esiti delle famose, eccitanti Primarie, che ancor copiosi abbondano tra gli elettori del Pd – di eliminare per ineleggibilità e rilettura del dispositivo sul conflitto d’interessi, come primo ed urgente atto di Governo, colui che aveva preso la gioiosa macchina da guerra occhettiana e l’aveva fracassata con un calcio.
Fidando sul fatto che il comunista, ancorché vetero, cova la vendetta a lungo.
“Lap lap lap”: che megagalattico leccaggio di culo, ragazzi miei…..
Ed il vetero comunista di Bettola aveva pure abboccato come un gonzo.
Quando invece il Don Abbondio di Genova, pur avendo dichiarato più e più volte di aver una paura barbina degli italici Magistrati – conoscendo evidentemente molto bene come funzionano le cose nelle Procure italiane, vedi Un’italica Clockwork Orange - si è guardato dall’inserire nel programma dalla sua moralistica, rivoluzionaria conventicola uno straccio di Riforma della Giustizia – e Dio solo sa se il Belpaese ne ha di bisogno, con cinque milioni di processi penali inevasi, tranne naturalmente quelli del “Propenso a Delinquere di Arcore” - vedimai gli piovesserio sul groppone Avvisi di Garanzia a go-go. Ma si può capire: il suo antenato manzoniano soleva dire “ Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.
Nel frattempo - udite udite - milioni di italiani che hanno votato per protesta per la sgrillettata “conventicola rivoluzionaria dove germina la rispettabilità dell’avvenire“, sono oggi rappresentati in Parlamento da gente che ha magari ottenuto una quarantina di ”Like” di parenti e amici su Internet – roba che il Porcellum è uno scherzo - del calibro di una certa Senatrice, pardon, “Cittadina” Senatrice, della quale narra l’eroiche denuncie antilobbiste Filippo Facci in “Ci hanno scoperto”, su Libero del 31 maggio.
“I grillini. Puoi prendertela con chi viva almeno in questo sistema solare: ma, a questi, tu gli indichi una mela e loro vedono un cammello. Non servono neppure il sarcasmo, l’ironia, la pazienza: non capiscono, punto, non hanno le basi di niente, sono bambini. L’altro giorno una senatrice, Paola Nugnes, è intervenuta in aula e si è scagliata contro «una precisa lobby che è salita al potere»; ha additato l’associazione «Vedrò», fondata nel 2005 da Enrico Letta, e ha denunciato che vi aderiscono «ben sette personalità trasversali del governo», più altri come Passera, Carfagna, Giorgetti, Serracchiani, Renzi, Tosi, De Magistris ed Emiliano, «con l’illustre partecipazione del figlio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e tanti giornalisti illustri come Curto (sic) Maltese, Filippo Facci, Davide (sic) Parenzo e Giuseppe Cruciani, tutti impegnati in un disegno politico comune che ci inquieta». Quale? «Privilegiare gas e idrocarburi». Ecco, ci hanno scoperti. Ora: «Vedrò» è un’associazione che organizza incontri e convegni. Nell’inquietante elenco, che è in rete, la Nugnes avrebbe potuto aggiungere altri lobbisti, cioè semplici partecipanti: Enrico Bertolino, Andrea Camilleri, Cristiana Capotondi, Luca Carboni, Lirio Abbate dell’Espresso, Stefano Feltri del Fatto, Cesare Prandelli e Jury Chechi. Ma è inutile spiegare. Sul profilo Facebook della senatrice, sotto il video dell’intervento su «Vedrò», si commenta: «Ecco il motivo delle sofferenze degli italiani».
Perché questo, siòre e siòri, è lo spessore neuronale di quel tanto agognato “nuovo che avanza”.
Perché questo, siòre e siòri, è lo spessore neuronale di quel tanto agognato “nuovo che avanza”.
Ragion per cui vien alla mente il titolo di un film del grande Giancarlo Cobelli con Lando Buzzanca, Paola Pitagora e Barbara Steel: “Fermate il mondo…voglio scendere!”.Altro che “Battiam battiam le mani”. (the Front Page)
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9 giugno 2013
Aveva cominciato col dire “non ho nulla da eccepire, hanno semplicemente applicato la legge”. Poco dopo Antonio Ingroia, in base a un singolarissimo concetto di coerenza noto fino in Guatemala, si appellava al Csm e al Tar contro la sua assegnazione al tribunale di Aosta. Il Csm, pur di acquietarlo in qualche modo, veniva meno a un criterio generale applicato in altri casi consentendogli di restare nei ranghi della pubblica accusa invece di spostarlo in quelli della magistratura giudicante. Ma sempre ad Aosta. Il Tar deve ancora rendere nota la sua sentenza, ma ovviamente nel frattempo il trasferimento non è bloccato. Che sia così lo può far intendere ai suoi lettori giusto il Fatto, che peraltro ieri aggiungeva che Ingroia non ha ancora nemmeno messo piede nel suo ufficio aostano. Non è proprio così perché nel nuovo posto di lavoro almeno un giorno si è dovuto far vedere. E’ stato ricevuto in pompa magna, gli è stato mostrato l’ufficio che era stato approntato con tanto di targa col suo nome e poi è stato portato a pranzo. Il nostro eroe ha ringraziato annunciando che intendeva mettersi in vacanza da subito. Da allora ad Aosta non l’hanno più visto ma ne hanno letto le gesta. Consistite in varie interviste, nella partecipazione a un convegno in Brasile, e in riunioni di costituzione del movimento politico da lui fondato. In tutto ciò quello che stupisce è che abbia dovuto segnalare la situazione il capo della procura di Aosta. Csm, procuratore della Cassazione e ministro della Giustizia evidentemente non se ne erano accorti.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Massimo Bordin – @MassimoBordin
venerdì 7 giugno 2013
Perché Grillo attacca il PD (non è per quello che pensate voi). Christian Rocca
C'è gente convinta che Grillo abbia iniziato ad attaccare in modo apparentemente insensato il PD, la sinistra, Rodotá, Gabanelli, Formigli, Floris perché terrorizzato dall'Opa di Pippo Civati, di Left e di non so chi altro su un pugno di suoi parlamentari. Grillo, secondo me, ne è spaventato più o meno quanto Mauro German Camoranesi quando si trovava di fronte Gresko o Georgatos. A me pare evidente invece che la strategia di Casaleggio sia opposta: vuole distanziare il movimento il più possibile dal PD, dalla sinistra e dai suoi punti di riferimento giornalistici e politici che in questi mesi hanno provato, riuscendoci, in funzione antiberlusconiana a descrivere il M5S come una costola della sinistra.
Il risultato è stato un crollo del voto ai 5 stelle, prima in Friuli e poi alle amministrative, perché sappiamo tutti che i voti ai 5 stelle sono in maggioranza voti ex leghisti, ex berlusconiani, populisti e qualunquisti delusi che tendono a votare più il fronte berlusconiano che l'area Zagrebelski (con l'eccezione di Di Pietro: ma è sinistra o destra Di Pietro?). Scusate: se non sei di sinistra, sei deluso dagli anni di Berlusconi e quindi hai votato Grillo, nel momento in cui lo vedi flirtare suo malgrado non col PD ma con l'ala estrema della sinistra ti viene l'orticaria e quindi non lo voti più. È successo questo e Grillo sta provando a far capire che lui non c'entra niente con la sinistra e non ha alcun interesse a partecipare al processo di rinascita della sinistra.-sinistra. Questo ragionamento vuol dire due cose: uno che la sinistra, come al solito, non sta capendo niente e, due, che la strategia di Grillo sta funzionando e potrebbe presto far recuperare i voti di centrodestra che, attenzione, alle amministrative non sono tornati a casa, ma si sono astenuti. La situazione è quindi peggiore di quanto sembri e invece di guardare alle cose interne al PD bisognerebbe dare uno sguardo alla totale assenza del centrodestra. (Camillo blog)
Il risultato è stato un crollo del voto ai 5 stelle, prima in Friuli e poi alle amministrative, perché sappiamo tutti che i voti ai 5 stelle sono in maggioranza voti ex leghisti, ex berlusconiani, populisti e qualunquisti delusi che tendono a votare più il fronte berlusconiano che l'area Zagrebelski (con l'eccezione di Di Pietro: ma è sinistra o destra Di Pietro?). Scusate: se non sei di sinistra, sei deluso dagli anni di Berlusconi e quindi hai votato Grillo, nel momento in cui lo vedi flirtare suo malgrado non col PD ma con l'ala estrema della sinistra ti viene l'orticaria e quindi non lo voti più. È successo questo e Grillo sta provando a far capire che lui non c'entra niente con la sinistra e non ha alcun interesse a partecipare al processo di rinascita della sinistra.-sinistra. Questo ragionamento vuol dire due cose: uno che la sinistra, come al solito, non sta capendo niente e, due, che la strategia di Grillo sta funzionando e potrebbe presto far recuperare i voti di centrodestra che, attenzione, alle amministrative non sono tornati a casa, ma si sono astenuti. La situazione è quindi peggiore di quanto sembri e invece di guardare alle cose interne al PD bisognerebbe dare uno sguardo alla totale assenza del centrodestra. (Camillo blog)
domenica 2 giugno 2013
Il Paese è un bordello ma è reato fornicare. Vittorio Feltri
Non ci addentriamo nei grovigli della legge che punisce l'induzione e lo sfruttamento della prostituzione. Non ci intendiamo né di mignotte né degli affari che girano intorno ad esse. Però non possiamo non dirci impressionati dalle pene richieste dai pm per Emilio Fede, eccellente giornalista televisivo che non ha mai nascosto di essere ferocemente berlusconiano, Lele Mora, agente dello spettacolo, e Nicole Minetti, avvenente igienista dentale ed ex consigliera regionale: sette anni di prigione.
Sono accusati di avere procacciato fanciulle più o meno in fiore destinate a rallegrare le feste eleganti nella villa di Arcore, proprietario e anfitrione Silvio Berlusconi. Condanne così pesanti sono insolite. Vengono rifilate di norma ad assassini, rapinatori, violentatori. Ci è difficile credere che i tre imputati in questione si siano macchiati di reati talmente gravi da meritare castighi di simile pesantezza. Ma, ripetiamo, desideriamo astenerci da giudizi di carattere tecnico. Osserviamo piuttosto i fatti dal punto di vista del costume.
Prima annotazione. Le strade, dopo il tramonto, ma anche prima, sono piene di ragazze - molte delle quali palesemente minorenni - che si offrono a pagamento. Le contrattazioni e gli adescamenti avvengono sotto gli occhi di tutti, e le consumazioni (passateci il termine), pure. Le auto in cui si svolgono gli esercizi carnali sostano a pochi metri dalla postazione della escort. Questi commerci non sono quindi segreti. Chi, titolato a farlo, volesse stroncarli ci metterebbe cinque minuti. In realtà, nessuno interviene. Le signorine (poco più che bambine) sono in prevalenza reclutate all'estero da farabutti dediti all'inganno, alla intimidazione e perfino alla tortura. I quali persuadono le vittime a lasciare il loro Paese e a trasferirsi da queste parti con la promessa di un lavoro nobile e redditizio. Poi invece le costringono a battere. Come? Con le minacce e le percosse. L'incasso della giornata e della serata è requisito dai magnaccia.
Qualunque cronista anche alle prime armi sa che la prostituzione è questo schifo. Per combatterla e porvi fine basterebbe arrestare quelli che dirigono il traffico e persuadere le loro «schiave» a ribellarsi in cambio di protezione. Ma ciò non succede che rare volte. Nel settore zoccole non si ficca il naso nella convinzione che non serva: il mondo non si redime. Da millenni in effetti parecchie donne vendono il corpo. Lo fanno per necessità, per arricchirsi, per tirare a campare, perché obbligate da canaglie. E da millenni c'è chi, pagando, si toglie lo sfizio di possederle. L'offerta di professioniste del ramo è commisurata alla domanda.
Le forze dell'ordine si muovono solo se comandate. Evidentemente manca chi comanda e, quand'anche ci fosse, l'indagine si esaurirebbe in una bolla di sapone. Non penso che la magistratura abbia l'interesse ad agire se non mossa da un forte allarme sociale. Nel caso di Berlusconi e delle sue feste eleganti, viceversa, si è mobilitato l'universo con l'esito che conosciamo. Ruby nega di aver avuto rapporti con l'ex premier. Nega altresì di aver preso quattrini per tacere. Non risultano movimenti di denaro sui conti della ragazza.
Poi ci sono le olgettine. Non ne ricordo il numero. Erano ingaggiate, e foraggiate, per partecipare agli intrattenimenti di Villa San Martino. Scopavano con il padrone di casa o no? Chi può dirlo? Supponiamo che lo facessero. È forse vietato scopare? Chi non scopa? Chi non ha omaggiato di una cena una signora o di un gioiello o di un mazzo di fiori o di mille euro? Dov'è il reato? Si dice che Fede, Mora e la Minetti si prestassero a organizzare le orge. Nel senso che rastrellavano le aspiranti ospiti del Cavaliere. Però non le retribuivano. Le invitavano per conto del Principe. Invitare non significa indurre alla prostituzione. Ipotizziamo che il Principe suddetto, soddisfatto della compagnia, provvedesse a regalare banconote alle estemporanee compagne. E allora? Un regalo non è una marchetta. Comunque che c'entrano Fede, Mora e la Minetti? Chi è in grado di provare che fossero al corrente del ruscello di quattrini?
Seconda annotazione. In tribunale è stato ribadito dalla pubblica accusa che le signorine erano attratte ad Arcore dalla prospettiva di facili guadagni, agevolazioni per entrare nel baraccone dello spettacolo e della tv. Da Adamo ed Eva ai nostri giorni varie persone di genere femminile e genere maschile usano darsi nella speranza di un adeguato compenso.
Terza annotazione. Leggendo i resoconti dei processi piccanti si ha la sensazione che si voglia colpire il libertinaggio (cugino della libertà) e chi vi si abbandona infischiandosene di nascondere i propri peccati. Peccati, non reati. In tutto ciò emerge chiaramente un rimpianto dell'ipocrisia che in altri tempi era di rigore per celare le scostumatezze: un richiamo alla castigatezza, la voglia di reprimere gli impulsi sessuali o almeno di impegnare le persone dissolute a fornicare di nascosto, possibilmente al buio e gratis.
Strano che i giudici invadano un campo di pertinenza dei preti, i quali per altro misero al rogo streghe ed eretici, poi però hanno sempre tollerato chi commette atti impuri, forse perché ne commettono anche loro. Un pm che fa discorsi da parroco e da parruccone manda segnali inquietanti: stiamo tornando al puritanesimo? Probabilmente sì. Difatti, anche la politica ha innestato la retromarcia. Una volta la sinistra libertaria predicava addirittura l'amore di gruppo, adesso mostra di prediligere l'amore solitario, capirai che progresso. I sessantottini sono diventati pudichi, considerano l'erotismo una squallida pratica tipica dei reazionari, dei sessisti e dei maschilisti. Il sesso è concesso ai gay, ma se un eterosessuale si sfoga a modo suo è da perseguire in via giudiziaria. Ultima annotazione. Siamo tutti edotti che l'Italia stia andando a puttane, ma siamo stupiti che a puttane ci vadano gli italiani. Ci pare una contraddizione. Non avremmo mai immaginato che in assenza di valori, la sinistra rivalutasse la masturbazione e si facesse paladina della castità. Non c'è più religione. (il Giornale)
Sono accusati di avere procacciato fanciulle più o meno in fiore destinate a rallegrare le feste eleganti nella villa di Arcore, proprietario e anfitrione Silvio Berlusconi. Condanne così pesanti sono insolite. Vengono rifilate di norma ad assassini, rapinatori, violentatori. Ci è difficile credere che i tre imputati in questione si siano macchiati di reati talmente gravi da meritare castighi di simile pesantezza. Ma, ripetiamo, desideriamo astenerci da giudizi di carattere tecnico. Osserviamo piuttosto i fatti dal punto di vista del costume.
Prima annotazione. Le strade, dopo il tramonto, ma anche prima, sono piene di ragazze - molte delle quali palesemente minorenni - che si offrono a pagamento. Le contrattazioni e gli adescamenti avvengono sotto gli occhi di tutti, e le consumazioni (passateci il termine), pure. Le auto in cui si svolgono gli esercizi carnali sostano a pochi metri dalla postazione della escort. Questi commerci non sono quindi segreti. Chi, titolato a farlo, volesse stroncarli ci metterebbe cinque minuti. In realtà, nessuno interviene. Le signorine (poco più che bambine) sono in prevalenza reclutate all'estero da farabutti dediti all'inganno, alla intimidazione e perfino alla tortura. I quali persuadono le vittime a lasciare il loro Paese e a trasferirsi da queste parti con la promessa di un lavoro nobile e redditizio. Poi invece le costringono a battere. Come? Con le minacce e le percosse. L'incasso della giornata e della serata è requisito dai magnaccia.
Qualunque cronista anche alle prime armi sa che la prostituzione è questo schifo. Per combatterla e porvi fine basterebbe arrestare quelli che dirigono il traffico e persuadere le loro «schiave» a ribellarsi in cambio di protezione. Ma ciò non succede che rare volte. Nel settore zoccole non si ficca il naso nella convinzione che non serva: il mondo non si redime. Da millenni in effetti parecchie donne vendono il corpo. Lo fanno per necessità, per arricchirsi, per tirare a campare, perché obbligate da canaglie. E da millenni c'è chi, pagando, si toglie lo sfizio di possederle. L'offerta di professioniste del ramo è commisurata alla domanda.
Le forze dell'ordine si muovono solo se comandate. Evidentemente manca chi comanda e, quand'anche ci fosse, l'indagine si esaurirebbe in una bolla di sapone. Non penso che la magistratura abbia l'interesse ad agire se non mossa da un forte allarme sociale. Nel caso di Berlusconi e delle sue feste eleganti, viceversa, si è mobilitato l'universo con l'esito che conosciamo. Ruby nega di aver avuto rapporti con l'ex premier. Nega altresì di aver preso quattrini per tacere. Non risultano movimenti di denaro sui conti della ragazza.
Poi ci sono le olgettine. Non ne ricordo il numero. Erano ingaggiate, e foraggiate, per partecipare agli intrattenimenti di Villa San Martino. Scopavano con il padrone di casa o no? Chi può dirlo? Supponiamo che lo facessero. È forse vietato scopare? Chi non scopa? Chi non ha omaggiato di una cena una signora o di un gioiello o di un mazzo di fiori o di mille euro? Dov'è il reato? Si dice che Fede, Mora e la Minetti si prestassero a organizzare le orge. Nel senso che rastrellavano le aspiranti ospiti del Cavaliere. Però non le retribuivano. Le invitavano per conto del Principe. Invitare non significa indurre alla prostituzione. Ipotizziamo che il Principe suddetto, soddisfatto della compagnia, provvedesse a regalare banconote alle estemporanee compagne. E allora? Un regalo non è una marchetta. Comunque che c'entrano Fede, Mora e la Minetti? Chi è in grado di provare che fossero al corrente del ruscello di quattrini?
Seconda annotazione. In tribunale è stato ribadito dalla pubblica accusa che le signorine erano attratte ad Arcore dalla prospettiva di facili guadagni, agevolazioni per entrare nel baraccone dello spettacolo e della tv. Da Adamo ed Eva ai nostri giorni varie persone di genere femminile e genere maschile usano darsi nella speranza di un adeguato compenso.
Terza annotazione. Leggendo i resoconti dei processi piccanti si ha la sensazione che si voglia colpire il libertinaggio (cugino della libertà) e chi vi si abbandona infischiandosene di nascondere i propri peccati. Peccati, non reati. In tutto ciò emerge chiaramente un rimpianto dell'ipocrisia che in altri tempi era di rigore per celare le scostumatezze: un richiamo alla castigatezza, la voglia di reprimere gli impulsi sessuali o almeno di impegnare le persone dissolute a fornicare di nascosto, possibilmente al buio e gratis.
Strano che i giudici invadano un campo di pertinenza dei preti, i quali per altro misero al rogo streghe ed eretici, poi però hanno sempre tollerato chi commette atti impuri, forse perché ne commettono anche loro. Un pm che fa discorsi da parroco e da parruccone manda segnali inquietanti: stiamo tornando al puritanesimo? Probabilmente sì. Difatti, anche la politica ha innestato la retromarcia. Una volta la sinistra libertaria predicava addirittura l'amore di gruppo, adesso mostra di prediligere l'amore solitario, capirai che progresso. I sessantottini sono diventati pudichi, considerano l'erotismo una squallida pratica tipica dei reazionari, dei sessisti e dei maschilisti. Il sesso è concesso ai gay, ma se un eterosessuale si sfoga a modo suo è da perseguire in via giudiziaria. Ultima annotazione. Siamo tutti edotti che l'Italia stia andando a puttane, ma siamo stupiti che a puttane ci vadano gli italiani. Ci pare una contraddizione. Non avremmo mai immaginato che in assenza di valori, la sinistra rivalutasse la masturbazione e si facesse paladina della castità. Non c'è più religione. (il Giornale)
Lele Mora in Aula
martedì 28 maggio 2013
Sconfitta collettiva. Davide Giacalone
La politica ne esce piallata, ma il risultato amministrativo segna una sconfitta della collettività. Nel senso che ne esce a pezzi la nostra vita collettiva. Che altro ci si poteva aspettare? Abbiamo votato a febbraio: non solo ci sono voluti due mesi per fare il governo, ma il presidente della Repubblica fu costretto a inventare l’incarico ai saggi per non pedalare del tutto nel vuoto, nel frattempo s’è dovuto eleggere il suo successore e lungi dal confermarlo al primo o secondo scrutinio si è atteso il sesto, avendo dovuto prendere atto che non c’erano idee e la politica umiliava pubblicamente se stessa, infine il governo s’è insediato, ma è fin qui stato capace di annunci senza testi, proroghe di roba vecchia e rinvii di proroghe. Nessuno chiede miracoli, ma siamo sotto il minimo sindacale.
Roma guida la classifica della delusione e della disaffezione. Ma un’altra città contribuisce a descrivere il quadro in cui ci troviamo, Brescia: gli stessi candidati della volta scorsa, compresi quelli delle liste civiche. Come se il tempo, lungi dal correre, fosse fermo. Come se si possa giocare in eterno la rivincita della rivincita, senza che nulla di nuovo venga a disturbare un conflitto di cui i belligeranti hanno dimenticato l’origine e lo scopo. Mentre s’apprestavano le elezioni siciliane, nell’autunno dello scorso anno, osservammo che l’annaspare scomposto di schieramenti privi di contenuto descrivevano una sciasciana “linea della palma”, una disillusione, un non credere nel cambiamento che il maestro di Racalmuto aveva cucito addosso ai siciliani, e vedevamo che quella linea andava spostandosi verso nord. Ora, a dispetto della meteorologia inclemente, possiamo dire che la palma cresce per ogni dove. Al risultato delle urne di Trinacria sembrò spaventoso che un elettore su due se ne fosse stato a casa. Ora sappiamo che dappertutto le case sono più affollate dei seggi.
In Sicilia esplose la forza di Grillo, e molti scrissero che era servita anche a limitare l’astensione. Noi sostenemmo una cosa diversa: i voti di Grillo crescono assieme all’astensione, non la contrastano, perché la loro origine è diversa: chi non ci crede non vota, mentre la scheda frinente è deposta da chi si vendica verso i partiti che votò, di destra o di sinistra che fossero. Il risultato di ieri mi conforta in tal senso. Con una “evoluzione”: siccome non ci si può vendicare di continuo, anche quella calamita s’è ammosciata. Pure perché i tre mesi trascorsi dalla elezioni politiche sono stati istruttivi nel mostrare quel che produce la vendetta: un personale politico da barzelletta.
L’ulteriore schiaffone dovrebbe servire a chi fa politica per capire che non serve a nulla inseguire la protesta scimmiottandola, che gli elettori non si commuovono se sentono annunciare che i partiti non prenderanno più soldi pubblici. Anche perché non ci credono, e hanno realisticamente ragione (guardate che se fosse vero l’annuncio, e non lo è, tanto che già si pensa all’uno per mille, le banche chiederebbero ai partiti il rientro immediato, provocandone l’altrettanto immediata bancarotta). Ciò che può riportare la voglia di partecipare alla vita elettorale non è la composizione sessualmente equilibrata delle candidature, perché quella è la premessa di un’orgia, non del governare. Non è il sapere che in lista ci sono “persone come noi”, perché altrimenti non si vede il motivo di votare loro e non esserci direttamente noi. Quella voglia può essere ricostruita se si presentano idee nuove. Prima o poi i voti saranno presi da persone che non emulano gli attori, ma provano a essere serie. Voglio sperare che sia così, perché in alternativa sarà il voto stesso a essere ridotto a rito inutile. Quindi sempre più deserto.
Al ballottaggio romano andranno due sconfitti. Due perdenti. L’errore più grosso che possono commettere è pensare che uno dei due sarà vincente. Non avverrà mai. Siccome, però, uno dei due sarà sindaco, che abbia la saggezza e l’umiltà di sapere di essere un perdente temporaneamente vittorioso, quindi butti al macero le cose che ha sostenuto e provi a chiedere, a sé stesso e alla città, che razza di futuro vogliamo costruire. Vada al ballottaggio sapendo che non sarà l’inizio di una sindacatura, ma la fine di una politica priva di idee. Sarebbe un punto da cui ripartire.
Pubblicato da Il Tempo
Roma guida la classifica della delusione e della disaffezione. Ma un’altra città contribuisce a descrivere il quadro in cui ci troviamo, Brescia: gli stessi candidati della volta scorsa, compresi quelli delle liste civiche. Come se il tempo, lungi dal correre, fosse fermo. Come se si possa giocare in eterno la rivincita della rivincita, senza che nulla di nuovo venga a disturbare un conflitto di cui i belligeranti hanno dimenticato l’origine e lo scopo. Mentre s’apprestavano le elezioni siciliane, nell’autunno dello scorso anno, osservammo che l’annaspare scomposto di schieramenti privi di contenuto descrivevano una sciasciana “linea della palma”, una disillusione, un non credere nel cambiamento che il maestro di Racalmuto aveva cucito addosso ai siciliani, e vedevamo che quella linea andava spostandosi verso nord. Ora, a dispetto della meteorologia inclemente, possiamo dire che la palma cresce per ogni dove. Al risultato delle urne di Trinacria sembrò spaventoso che un elettore su due se ne fosse stato a casa. Ora sappiamo che dappertutto le case sono più affollate dei seggi.
In Sicilia esplose la forza di Grillo, e molti scrissero che era servita anche a limitare l’astensione. Noi sostenemmo una cosa diversa: i voti di Grillo crescono assieme all’astensione, non la contrastano, perché la loro origine è diversa: chi non ci crede non vota, mentre la scheda frinente è deposta da chi si vendica verso i partiti che votò, di destra o di sinistra che fossero. Il risultato di ieri mi conforta in tal senso. Con una “evoluzione”: siccome non ci si può vendicare di continuo, anche quella calamita s’è ammosciata. Pure perché i tre mesi trascorsi dalla elezioni politiche sono stati istruttivi nel mostrare quel che produce la vendetta: un personale politico da barzelletta.
L’ulteriore schiaffone dovrebbe servire a chi fa politica per capire che non serve a nulla inseguire la protesta scimmiottandola, che gli elettori non si commuovono se sentono annunciare che i partiti non prenderanno più soldi pubblici. Anche perché non ci credono, e hanno realisticamente ragione (guardate che se fosse vero l’annuncio, e non lo è, tanto che già si pensa all’uno per mille, le banche chiederebbero ai partiti il rientro immediato, provocandone l’altrettanto immediata bancarotta). Ciò che può riportare la voglia di partecipare alla vita elettorale non è la composizione sessualmente equilibrata delle candidature, perché quella è la premessa di un’orgia, non del governare. Non è il sapere che in lista ci sono “persone come noi”, perché altrimenti non si vede il motivo di votare loro e non esserci direttamente noi. Quella voglia può essere ricostruita se si presentano idee nuove. Prima o poi i voti saranno presi da persone che non emulano gli attori, ma provano a essere serie. Voglio sperare che sia così, perché in alternativa sarà il voto stesso a essere ridotto a rito inutile. Quindi sempre più deserto.
Al ballottaggio romano andranno due sconfitti. Due perdenti. L’errore più grosso che possono commettere è pensare che uno dei due sarà vincente. Non avverrà mai. Siccome, però, uno dei due sarà sindaco, che abbia la saggezza e l’umiltà di sapere di essere un perdente temporaneamente vittorioso, quindi butti al macero le cose che ha sostenuto e provi a chiedere, a sé stesso e alla città, che razza di futuro vogliamo costruire. Vada al ballottaggio sapendo che non sarà l’inizio di una sindacatura, ma la fine di una politica priva di idee. Sarebbe un punto da cui ripartire.
Pubblicato da Il Tempo
martedì 21 maggio 2013
Tortorate. Davide Giacalone
Sono in molti a meritare d’essere presi a tortorate. Non nel senso di bitorzolute bastonate, che già l’uso del linguaggio violento ci avvelena e non è il caso di contribuire. Nel senso di fare i conti con la memoria di Enzo Tortora. Offesa per ogni dove, anche da quelli che pretendono di difenderla a loro volta infamandola. Tortora è un eroe civile di cui i radicali seppero valorizzare la battaglia. Possiamo citarlo noi della sparuta, perdente e non rassegnata tribù dei garantisti, dei sopravvissuti che ancora conservano memoria della civiltà del diritto. Per gli altri: tortorate.
Silvio Berlusconi (nel corso di una manifestazione elettorale) ha ricordato una frase di Tortora, speranzoso che la propria innocenza fosse anche quella dei magistrati. Ha aggiunto che molti italiani entrano nelle aule di giustizia, ogni giorno, con quel sentimento. S’è paragonato? Non mi pare. Offensivo? Non trovo. L’offesa a Tortora, da parte del centro destra, consiste in qualche cosa di molto più pesante e concreto: avere reso inutile la sua battaglia e non essere stati capaci di dare all’Italia una giustizia migliore di quella che lo massacrò. Anzi, ne abbiamo una peggiore. Conosco l’obiezione dei berlusconiani: non glielo hanno fatto fare. Ma non funziona, non ha neanche molto senso. Per una questione di tale rilievo chi è impossibilitato ad agire si dimette e monta su il finimondo. Non è successo, ed è una colpa politica. Forse la più grande.
Se lo sguardo si sposta dall’altra parte, però, sulla folta schiera degli ipocriti sinistri che ora citano Tortora, dall’indignazione si passa al voltastomaco. Una squadraccia di giustizialisti ha trasformato la sinistra nell’ostello dei manettari, disposti a rinnegare la propria stessa tradizione pur di far fuori in procura (e per procura) l’avversario che non riescono a battere nelle urne. Questa masnada di vigliaccuzzi vorrebbe ora sventolare l’immagine di un uomo che ebbe il fegato di dimettersi da parlamentare pur di affrontare i propri giudici da cittadino, anche subendo una scandalosa carcerazione preventiva (e lo spiegò a Toni Negri, che invece tradì gli elettori radicali). Il suo esempio è andato sprecato, perché chi doveva trarne insegnamento non è neanche in grado di capirlo.
Pretende di usare l’immagine di Tortora chi ha difeso gli automatismi della carriera dei magistrati, alla cui sommità si trovano oggi quelli che imbastirono il vergognoso processo contro di lui. Gente che, in un sistema normale, avrebbe perso il posto e che nel nostro, invece, avanza e guadagna. Cita Tortora chi, da venti anni, specula sulle indagini e fa finta di non sapere che una cosa è la pubblicità del dibattimento, altra, non solo diversa ma opposta, è la trasmissione in diretta dell’arringa dell’accusa (provino a leggere Piero Calamandrei, sforzandosi). Apre bocca chi neanche sa del travaglio che colpì il Tortora (grande) giornalista, il quale aveva scritto parole accusatorie all’epoca dell’arresto di Walter Chiari e Lelio Luttazzi, salvo poi amaramente pentirsene. E ammetterlo, con onestà.
Lezione sprecata, la sua. Eccelsa, ma sprecata. Dicono: lui riconobbe l’autorità della giustizia, non manifestò contro un potere dello Stato. Perché credono sia sensato sostenere che non si manifesta, contro i poteri dello Stato. A no, e perché? Tortora manifestò, eccome. Manifestò finché visse. Non risparmiò nulla alla giustizia ingiusta. Ma sapeva bene che non esiste convivenza civile senza il riconoscimento della giustizia, quindi la cercò nell’unico posto dove poteva averla: in tribunale. Non nelle case di chi lo amava, quale protagonista della televisione. La ebbe, ma la sua storia non servì a cambiare l’andazzo, che peggiorò.
La colpa ricade su chi non ebbe né testa né cuore per capire quella battaglia e come venne condotta. Ricade su una destra che fu giustizialista per poi farsi selettivamente innocentista. Ricade su una sinistra che fu connivente con l’uso politico della giustizia, per poi restare prigioniera della volgarità giustizialista. Questo è il mondo che ci consegna la peggiore giustizia del mondo civile, una magistratura corporativizzata e corrotta dalla colleganza fra accusatori e giudici, un dibattito pubblico ridotto a rissa inconcludente, un’opinione pubblica allevata nel colpevolismo.
Gli esausti squadristi, di una parte e dell’altra, si contendono il santino di un uomo che ebbe senso dello Stato e rispetto del diritto. Riusciranno solo a strapparlo, meritando tortorate per l’avvenire.
Pubblicato da Libero
Silvio Berlusconi (nel corso di una manifestazione elettorale) ha ricordato una frase di Tortora, speranzoso che la propria innocenza fosse anche quella dei magistrati. Ha aggiunto che molti italiani entrano nelle aule di giustizia, ogni giorno, con quel sentimento. S’è paragonato? Non mi pare. Offensivo? Non trovo. L’offesa a Tortora, da parte del centro destra, consiste in qualche cosa di molto più pesante e concreto: avere reso inutile la sua battaglia e non essere stati capaci di dare all’Italia una giustizia migliore di quella che lo massacrò. Anzi, ne abbiamo una peggiore. Conosco l’obiezione dei berlusconiani: non glielo hanno fatto fare. Ma non funziona, non ha neanche molto senso. Per una questione di tale rilievo chi è impossibilitato ad agire si dimette e monta su il finimondo. Non è successo, ed è una colpa politica. Forse la più grande.
Se lo sguardo si sposta dall’altra parte, però, sulla folta schiera degli ipocriti sinistri che ora citano Tortora, dall’indignazione si passa al voltastomaco. Una squadraccia di giustizialisti ha trasformato la sinistra nell’ostello dei manettari, disposti a rinnegare la propria stessa tradizione pur di far fuori in procura (e per procura) l’avversario che non riescono a battere nelle urne. Questa masnada di vigliaccuzzi vorrebbe ora sventolare l’immagine di un uomo che ebbe il fegato di dimettersi da parlamentare pur di affrontare i propri giudici da cittadino, anche subendo una scandalosa carcerazione preventiva (e lo spiegò a Toni Negri, che invece tradì gli elettori radicali). Il suo esempio è andato sprecato, perché chi doveva trarne insegnamento non è neanche in grado di capirlo.
Pretende di usare l’immagine di Tortora chi ha difeso gli automatismi della carriera dei magistrati, alla cui sommità si trovano oggi quelli che imbastirono il vergognoso processo contro di lui. Gente che, in un sistema normale, avrebbe perso il posto e che nel nostro, invece, avanza e guadagna. Cita Tortora chi, da venti anni, specula sulle indagini e fa finta di non sapere che una cosa è la pubblicità del dibattimento, altra, non solo diversa ma opposta, è la trasmissione in diretta dell’arringa dell’accusa (provino a leggere Piero Calamandrei, sforzandosi). Apre bocca chi neanche sa del travaglio che colpì il Tortora (grande) giornalista, il quale aveva scritto parole accusatorie all’epoca dell’arresto di Walter Chiari e Lelio Luttazzi, salvo poi amaramente pentirsene. E ammetterlo, con onestà.
Lezione sprecata, la sua. Eccelsa, ma sprecata. Dicono: lui riconobbe l’autorità della giustizia, non manifestò contro un potere dello Stato. Perché credono sia sensato sostenere che non si manifesta, contro i poteri dello Stato. A no, e perché? Tortora manifestò, eccome. Manifestò finché visse. Non risparmiò nulla alla giustizia ingiusta. Ma sapeva bene che non esiste convivenza civile senza il riconoscimento della giustizia, quindi la cercò nell’unico posto dove poteva averla: in tribunale. Non nelle case di chi lo amava, quale protagonista della televisione. La ebbe, ma la sua storia non servì a cambiare l’andazzo, che peggiorò.
La colpa ricade su chi non ebbe né testa né cuore per capire quella battaglia e come venne condotta. Ricade su una destra che fu giustizialista per poi farsi selettivamente innocentista. Ricade su una sinistra che fu connivente con l’uso politico della giustizia, per poi restare prigioniera della volgarità giustizialista. Questo è il mondo che ci consegna la peggiore giustizia del mondo civile, una magistratura corporativizzata e corrotta dalla colleganza fra accusatori e giudici, un dibattito pubblico ridotto a rissa inconcludente, un’opinione pubblica allevata nel colpevolismo.
Gli esausti squadristi, di una parte e dell’altra, si contendono il santino di un uomo che ebbe senso dello Stato e rispetto del diritto. Riusciranno solo a strapparlo, meritando tortorate per l’avvenire.
Pubblicato da Libero
lunedì 6 maggio 2013
Renzi e McLuhan. Claudio Velardi
E’ dal 1976 che il giornale di Scalfari si è introdotto come un virus nella sinistra, prima affascinandola, poi guidandola sapientemente verso la necessaria modernizzazione, infine fagocitandola e mettendola al servizio della sua cultura pop, buonista e conservatrice. Una grande operazione editoriale, che ha consentito ad un finanziere più che spregiudicato e ad un vecchio narciso di condizionarne ogni mossa, fino alla perdita di qualunque autonomia ed alla sua completa devitalizzazione. Naturalmente accompagnando con baldanza il Pci-Pds-Ds-Pd – da Berlinguer a Bersani – in tutte le sue sconfitte.
Non c’è stato leader – in carica o aspirante – capace di evitare l’abbraccio mortale. E neppure Renzi, a quanto pare. La cui prima preoccupazione – dopo il cataclisma dei giorni scorsi – è quindi rassicurare su “Repubblica” il popolo smarrito della sinistra, e dirgli che lui non è amico di Berlusconi, non ama l’art. 18, vuole il lavoro (toh!), e che il Pd è il suo presente e il suo futuro. Con Orfini e Fassina. Senza Vendola, con cui però scambia amichevoli sms. D’accordo, nella sbrodolata c’è anche il presidenzialismo (l’aria fritta che in queste ore piace a tutti). C’è la fine del finanziamento pubblico ai partiti (e vorrei vedere, dopo le ultime prove). Ma il messaggio è uno solo, inequivoco, perfino accorato: vedete le cose che dico? Non sono un traditore, sono uno dei vostri. Accoglietemi e saprò finalmente portarvi al governo. Senza subalternità e timidezze. Sfidando Grillo, facendo l’agenda e bla bla.
Ora, è evidente che per un qualunque leader della sinistra il problema dei problemi si chiama oggi “popolo della sinistra”. Cioè quell’impasto di nostalgie, luoghi comuni e pregiudizi in cui pascola da anni e anni il vecchio (in ogni senso) militante-attivista tipo: in perenne crisi d’identità, privato di direzione politica, in balia di qualsiasi pulsione parolaia e palingenetica. Un popolo che prima veniva costantemente allevato ed educato, ed è poi diventato docile e ambita preda delle più spregiudicate operazioni di marketing, a partire da quella repubblichina.
Nessuno nega che a questo benedetto popolo si debba parlare, e che – brutalmente – vi sia bisogno dei suoi voti, “che non si possono regalare agli estremisti” (ahia, quante volte l’ho sentita, questa maledetta espressione…). Ma il punto è che a questo popolo va detta finalmente la verità. E cioè che quello che impedisce alla sinistra di governare e conquistare strutturalmente la maggioranza dei consensi non è certo Berlusconi, ma la sinistra stessa, prigioniera della sua storia, di miti svaniti e gonfia di rancoroso disamore verso la società in cui viviamo. (Anche perché, se questa verità non la dici o la nascondi, ti scordi i voti di quegli altri, ma questo è un discorso noto…).
Quindi attenzione, Renzi. E’ chiaro che parlare oggi e in questo modo a “Repubblica” tu la consideri un’operazione tattica. Ne hai sentito la necessità perché temi che lo sbandamento attuale possa essere devastante e irrecuperabile. E hai convocato sul giornale un’assemblea di militanti per rassicurare. Ma sappi che ci vuole ben altro. Lo sbandamento dura da decenni, è profondo, strisciante e continuo. Un’intervista a “Repubblica” – il più ricorrente e stanco dei rituali – ha il solo potere di confermarlo.
E ricorda che mai come in questo caso, caro Matteo, il vecchio e deformato adagio di McLuhan – il medium è il messaggio – conserva una sua attualità stringente. (the Front Page)
mercoledì 1 maggio 2013
I carabinieri sono eroi soltanto se bloccati in un letto d'ospedale. Gian Marco Chiocci
Quando sono feriti o morti, per gli uomini in divisa sgorgano lacrime di coccodrillo. Ma quando lavorano...
Il carabiniere in verticale fa un certo effetto. Orizzontale, sul letto d’ospedale o all’obitorio, ne fa un altro. C’è sempre una via di mezzo per lo stesso servitore dello Stato che da 200 anni s’immola per la sicurezza e la tranquillità dei cittadini tutti, inclusi quegli ambasciatori della violenza che in nessun altro Paese al mondo godrebbero di tali e tante immunità giudiziarie, coperture politiche, giustificazioni mediatiche.
Quando appuntati e marescialli cadono nell’adempimento del proprio dovere – si dice sempre così - puntuali sgorgano lacrime di coccodrillo, ipocrite solidarietà istituzionali, visite ai feriti e condoglianze sentite a vedove e orfani dell’Arma. Dopodiché, sempre succede che la memoria si resetti per voltare immediatamente pagina e per ricominciare, alla prima occasione, da dove si era rimasti: a sputare sull’uniforme nera bordata di rosso.
Accadrà ancora. Anche dopo i commenti stucchevolmente esaltati alle toccanti parole della dolce Martina Giangrande, figlia del carabiniere ferito a Palazzo Chigi, una delle figlie di questa grande famigliamilitare che per i soli scontri in Val di Susa ha dovuto prestare attenzione a più di 200 uomini (altrettanti sono i poliziotti) usciti dai boschi della Tav con le ossa rotte, le teste sfasciate, le divise ustionate. «Spero che quanto successo a mio padre faccia capire un po’ di cose a tutti, far riflettere e far sì che tante cose possano migliorare », ha detto Martina.
Chissà se ci si ricorderà di lei, e del suo testamento, quando un altro appuntato finirà presto ferito o bersagliato da pietre, accuse gratuite, cagnare ideologiche. Sarà curioso vedere cos’avranno da dire questi stessi politici che un tempo partecipavano ai cortei dei cattivi antagonisti al grido «10, 100, 1000 Nassirya» militando in Rifondazione comunista o nei comunisti italiani. Gente che oggi simpatizza per Sel o Cinque stelle e si dice a fianco dei giovani in divisa, figli del popolo come li intendeva Pasolini. Gente abituata a distribuire disprezzo sulle forze dell’ordine «cilene», emettere condanne preventive, invocare la piazza e il pubblico ludibrio fino a chiedere l’introduzione del reato di tortura, l’avvio di commissioni d’inchiesta, la testa delle più alte gerarchie militari.
Non è retorica spicciola o difesa acritica dei difensori in giberna e bandoliera. È quanto accade oggigiorno, ormai, al pubblico ufficiale oltraggiato senza pietà, trascinato alla gogna eppoi in tribunale per aver reagito a una sprangata, risposto al fuoco, per essere intervenuto come poteva in condizioni di emergenza. Certo, il carabiniere che sbaglia deve pagare.Quest’ovvietà nasconde però una realtà cui nessuno fa più caso: tra un black bloc e un carabiniere, tra un pentito di camorra e un carabiniere, tra un ultras e un carabiniere, tra un clandestino, un tossico o un cittadino qualsiasi e un carabiniere, si tende a credere sempre meno al carabiniere. Chiedete alle rappresentanze militari, ai marescialli di stazione, all’ufficiolegale del Comando generale.
La realtà supera l’immaginazione, l’impunità e latolleranza calpestano ogni regola di legge e di buon senso. I carabinieri, come la polizia, fanno fatica a tornare quelli di un tempo. Perché nessuno li difende, perché rischiare il processo oltre alla pelle, non conviene a nessuno. Fedeli nei secoli, ma mica fessi visti i precedenti. La politica sinistra che piange i carabinieri baluardo della democrazia, è la stessa che li ha crocifissi al G8 di Genova, mulinando la clava sul povero Placanica che per difendersi sparò a Carlo Giuliani, ergendosi a scudo della moltitudine che devastò un’intera città contrapponendosi allo Stato in assetto antisommossa.
Senza saperlo Martina ha dato voce ai figli e alle mogli dei 1.482 cristiani di servizio allo stadio o nelle piazze usciti malconci negli ultimi tre anni, di cui nessuno s’è preoccupato mai. Ha parlato alla politica, perché chi tollera intenda. S’è rivolta a chi vuol rendere riconoscibili i carabinieri in ordine pubblico ma permette alla prole fighetta degli intellettuali d’accatto di scendere in piazza, coperta in volto, armata di mazze e bombe carta. Senza volerlo ha chiesto di essere più seri, a tutti. Anche a chi pensa davvero che lo Stato debba risarcire la famiglia di un carabiniere ammazzato in servizio con soli 234mila euro quando alla mamma di un ragazzo morto per l’intervento «colposo» delle forze di polizia sono appena andati 2 milioni di euro. (il Giornale)
Il carabiniere in verticale fa un certo effetto. Orizzontale, sul letto d’ospedale o all’obitorio, ne fa un altro. C’è sempre una via di mezzo per lo stesso servitore dello Stato che da 200 anni s’immola per la sicurezza e la tranquillità dei cittadini tutti, inclusi quegli ambasciatori della violenza che in nessun altro Paese al mondo godrebbero di tali e tante immunità giudiziarie, coperture politiche, giustificazioni mediatiche.
Il brigadiere Giuseppe Giangrande, ferito davanti Palazzo Chigi da un colpo d'arma da fuoco al collo
Accadrà ancora. Anche dopo i commenti stucchevolmente esaltati alle toccanti parole della dolce Martina Giangrande, figlia del carabiniere ferito a Palazzo Chigi, una delle figlie di questa grande famigliamilitare che per i soli scontri in Val di Susa ha dovuto prestare attenzione a più di 200 uomini (altrettanti sono i poliziotti) usciti dai boschi della Tav con le ossa rotte, le teste sfasciate, le divise ustionate. «Spero che quanto successo a mio padre faccia capire un po’ di cose a tutti, far riflettere e far sì che tante cose possano migliorare », ha detto Martina.
Chissà se ci si ricorderà di lei, e del suo testamento, quando un altro appuntato finirà presto ferito o bersagliato da pietre, accuse gratuite, cagnare ideologiche. Sarà curioso vedere cos’avranno da dire questi stessi politici che un tempo partecipavano ai cortei dei cattivi antagonisti al grido «10, 100, 1000 Nassirya» militando in Rifondazione comunista o nei comunisti italiani. Gente che oggi simpatizza per Sel o Cinque stelle e si dice a fianco dei giovani in divisa, figli del popolo come li intendeva Pasolini. Gente abituata a distribuire disprezzo sulle forze dell’ordine «cilene», emettere condanne preventive, invocare la piazza e il pubblico ludibrio fino a chiedere l’introduzione del reato di tortura, l’avvio di commissioni d’inchiesta, la testa delle più alte gerarchie militari.
Non è retorica spicciola o difesa acritica dei difensori in giberna e bandoliera. È quanto accade oggigiorno, ormai, al pubblico ufficiale oltraggiato senza pietà, trascinato alla gogna eppoi in tribunale per aver reagito a una sprangata, risposto al fuoco, per essere intervenuto come poteva in condizioni di emergenza. Certo, il carabiniere che sbaglia deve pagare.Quest’ovvietà nasconde però una realtà cui nessuno fa più caso: tra un black bloc e un carabiniere, tra un pentito di camorra e un carabiniere, tra un ultras e un carabiniere, tra un clandestino, un tossico o un cittadino qualsiasi e un carabiniere, si tende a credere sempre meno al carabiniere. Chiedete alle rappresentanze militari, ai marescialli di stazione, all’ufficiolegale del Comando generale.
La realtà supera l’immaginazione, l’impunità e latolleranza calpestano ogni regola di legge e di buon senso. I carabinieri, come la polizia, fanno fatica a tornare quelli di un tempo. Perché nessuno li difende, perché rischiare il processo oltre alla pelle, non conviene a nessuno. Fedeli nei secoli, ma mica fessi visti i precedenti. La politica sinistra che piange i carabinieri baluardo della democrazia, è la stessa che li ha crocifissi al G8 di Genova, mulinando la clava sul povero Placanica che per difendersi sparò a Carlo Giuliani, ergendosi a scudo della moltitudine che devastò un’intera città contrapponendosi allo Stato in assetto antisommossa.
Senza saperlo Martina ha dato voce ai figli e alle mogli dei 1.482 cristiani di servizio allo stadio o nelle piazze usciti malconci negli ultimi tre anni, di cui nessuno s’è preoccupato mai. Ha parlato alla politica, perché chi tollera intenda. S’è rivolta a chi vuol rendere riconoscibili i carabinieri in ordine pubblico ma permette alla prole fighetta degli intellettuali d’accatto di scendere in piazza, coperta in volto, armata di mazze e bombe carta. Senza volerlo ha chiesto di essere più seri, a tutti. Anche a chi pensa davvero che lo Stato debba risarcire la famiglia di un carabiniere ammazzato in servizio con soli 234mila euro quando alla mamma di un ragazzo morto per l’intervento «colposo» delle forze di polizia sono appena andati 2 milioni di euro. (il Giornale)
giovedì 25 aprile 2013
Tempo spredato. Davide Giacalone
Non solo in autunno l’Italia non sarà in bancarotta, come dice un irresponsabile Giuseppe Grillo, ma la condizione in cui si troverà a lavorare il nuovo governo non sarà difficile come quella che abbiamo alle spalle. Il lungo rigore dei conti pubblici, dal 2011 in avanzo primario, e il migliore risultato europeo in termini di deficit, consentono alla Commissione europea di chiudere la procedura d’infrazione, aperta contro l’Italia. L’avvicinarsi del tempo delle elezioni tedesche, proprio nel prossimo autunno, accorcia i tempi oltre ai quali sarà possibile tornare a ragionare seriamente d’Europa, senza la miseria degli egoismi dialettali. I nostri problemi restano, ma l’orizzonte è meno scuro delle giornate che abbiamo attraversato. Sempre che un governo nasca e sia solido, con una maggioranza che non abbia la fregola delle urne e non dipenda da chi fomenta la piazza per espugnare il palazzo.
Lo spread, il differenziale fra i tassi d’interesse nostri e tedeschi per mantenere il debito pubblico, è molto sceso e continua a scendere. Qualcuno, ieri, ha parlato di “effetto Giorgio”, riferendosi alla rielezione di Napolitano. Una totale sciocchezza, visto che quell’indice è sceso durante tutto il corso della tragicommedia quirinalizia. Ieri, ad esempio, in piena incertezza sull’esito della crisi, gli spread sono scesi notevolmente, in tutta l’area dell’euro, ad eccezione del Portogallo (-6 da noi, -8 in Spagna, -7 in Irlanda, -4 in Francia e così via, fino al -13 della Finlandia). E’ ardito sostenere che ciò avviene per ragioni nazionali.
Il dio-spread se ne sta buono per ragioni che non riguardano la nostra politica, ma neanche i numeri della nostra economia. E’ il caso di ricordare che fino alla crisi del debito greco, nei primi mesi del 2010, lo spread se ne stava sotto i 100 punti base (con una parentesi di poco superiore, al comparire dei problemi sul mercato statunitense, fra le seconda metà 2008 e la prima 2009, comunque sotto i 200). Quando andò in crisi il governo Prodi (gennaio 2008), o quando nacque quello Berlusconi (maggio 2008), ebbe solo un trascurabile fremito. Il nostro debito pubblico era, allora, più patologico di quanto non lo sia stato successivamente, perché in tempi a noi più vicini è assai cresciuto quello degli altri. Lo spread cominciò la sua corsa nell’aprile del 2010 e divenne travolgente nella seconda metà del 2011, quando toccò i 552 punti base. Ma si trovava a 537 anche nel luglio del 2012, con il governo Monti da mesi insediato. Sono le decisioni della Bce, sugli strumenti anti-spread, che gli spezzano le gambe, non altro. Aggiungo solo che questi andamenti non riguardano solo l’Italia, ma l’insieme dei paesi europei presi di mira dalla speculazione, quelli, quindi, dove i mercati mettevano alla prova la tenuta dell’euro.
Questa storia, da noi tante volte ricostruita a vanvera, con ottusa faziosità, ha fatto dire a operatori e osservatori che il problema è l’euro e la soluzione non può che essere europea. Dalla federalizzazione del debito alla sterilizzazione della speculazione. Ne abbiamo scritto tante volte, quando gli altri di dilettavano a usare quell’indice come arma contundente. Pericolo cessato? Neanche per idea, perché la Bce non può surrogare la debolezza istituzionale e i rimedi approntati non sono poi così solidi. Si deve ancora lavorare.
Posto ciò, però, l’Italia ha fondamentali migliori di altri e una forza patrimoniale superiore a quella di altri. Abbiamo una recessione più lunga e pesante di quella degli altri a noi paragonabili, con conseguente crollo della domanda e dilagare della sfiducia. Abbiamo un drammatico ritardo nella ripresa, indotto anche dal rigore finanziario cui ci siamo sottoposti. Chi governerà nei prossimi mesi, quindi, potrà trarre vantaggio dall’allentamento di quel rigore, finalmente reso possibile. Il che non significa affatto che si potrà tornare alla spesa spensierata, ma che si potranno accompagnare le riforme strutturali con l’immissione di un po’ d’ossigeno. Perché è quella la nostra vera e grande colpa: al debito pubblico pregresso e crescente (anche non per nostra responsabilità, ma per la dinamica dei tassi d’interesse) abbiamo sommato anni d’inerzia e mancate riforme. Colpa che, tanto per evitare inutili fiammate di tifoseria, coinvolge la destra, la sinistra e il governo Monti. Accompagnando le aperture del mercato, la fine (almeno la riduzione drastica) delle rendite, e i tagli alla spesa inutile (quindi non lineari, ma strutturali) con maggiore liquidità e minore pressione fiscale possiamo propiziare una risorgenza economica nella quale molti hanno smesso di sperare.
Oggi si può. Sprecare questa finestra, o non aprirla per mancanza di peso specifico nel mercato politico europeo, non sarebbe uno spreco, ma un delitto.
Pubblicato da Libero
giovedì 18 aprile 2013
Cineserie Telecom. Davide Giacalone
La sorte di Telecom Italia scatena periodicamente un frullato misto di furbizia e irrazionalità. Ora è il fantasma cinese ad agitare le paure. La cosa grottesca è che nel mentre è necessario avviare dismissioni di patrimonio pubblico, per ridurre il debito e rilanciare gli investimenti, l’unica cosa di cui tutti parlano è l’esatto contrario: investire soldi pubblici per riprendersi la rete, che già era pubblica ed è stata colpevolmente svenduta. Si ragioni su tre punti: 1. il fallimento di chi esercita il controllo su Telecom; 2. il valore strategico della rete; 3. l’interesse nazionale (tutelato dalla golden share), in relazione all’ingresso di nuovi soci.
1. Il fallimento sta nel tandem della metà e del doppio: a. il valore di Telecom, in Borsa, è pari (12 miliardi) alla metà dell’indebitamento (23); b. la finanziaria di controllo, Telco, ha in carico le azioni a 1.2 euro, quindi al doppio di quel che valgono oggi. I protagonisti italiani di quell’avventura (Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo) hanno fallito la loro missione, consistente nel rimettere sotto controllo un debito mostruoso, creatosi sia con la scalata dei capitani coraggiosi che con il riacquisto delle azioni Tim, e far valere l’italianità della società. Il socio straniero, la spagnola Telefonica, ha fallito perché incapace sia di contare che di prendere il controllo, mancandogliene i soldi. Tale stallo non può continuare, perché la società affonda.
2. E’ opinione diffusa che il valore nazionale di Telecom risieda nella sua rete fissa. Si ritiene che se di Telecom si dovesse “perdere il controllo” sarebbe saggio ricomprarla. Tesi tanto forte quanto inconsistente. La rete è funzionale alla redditività dei servizi e all’effettività della concorrenza. E’ stata tenuta dentro Telecom per favorire la prima cosa, ma non è servito. Mentre alla seconda dovrebbero provvedere le norme e le autorità di controllo. Invece sembra che la rete sia una specie di depandance della sovranità nazionale, per la qual cosa vale quanto si trova appresso. Intanto un dettaglio, solitamente ignorato: la struttura della rete è già in gran parte straniera, e in quota significativa cinese. Perché a costruirla è una società che si chiama Huawei, cinese, appunto, che in Italia ha 700 dipendenti e un importante centro di ricerca a Milano, sulla tecnologia microwave. Gli altri che ci lavorano sono i tedeschi della Siemens. Di italiano è rimasta Sirti, con 4mila dipendenti e che esprime soddisfazione se i lavori li prende assieme a Huawei (come nel caso Wind). Ora, se la rete è fatta da stranieri mi spiegate in cosa consiste l’italianità del controllo strategico? Nella titolarità societaria? Nel corso degli ultimi lustri la rete si è molto impoverita, sicché farla tornare pubblica significherebbe averla venduta a poco quando valeva molto e ripagarla molto ora che vale poco. Epico risultato. Infine c’è l’aspetto sicurezza. Un tempo sarebbe stato decisivo, ma in quel tempo non c’era la globalizzazione e altri rimediavano alla debolezza italiana. Ora è sufficiente instaurare un controllo non operativo, in capo ai ministeri interni e difesa. La separazione societaria, avviata da Telecom, è cosa buona, ma dovrebbe preludere ad un investimento comune, con altri operatori e con fondi infrastrutturali, piuttosto che statale.
3. Telecom era una grande multinazionale italiana. I “boiardi” l’amministravano assai meglio dei corsari. Omnitel era italiana, poi passata con Vodafone, quindi inglese. Wind è stata una corbelleria dell’Enel, poi passata agli egiziani e da loro ai russi di Vimpelcom. H3G è cinese di Hutchison Whampoa, avendo acquistato Andala, che era italiana (creta da Renato Soru e … Franco Bernabè). L’italianità da chi dovrebbe essere difesa, da finanzieri perdenti dentro una finanziaria vincolata agli spagnoli, che governa una società i cui debiti doppiano il valore di Borsa? Semmai si deve usare la golden share per vincolare ogni passaggio di proprietà al rispetto di impegni relativi agli investimenti. Modernizzando la rete e senza lasciare zone scoperte. E’ quello che l’autorità brasiliana, Anatel, ha imposto a Tim Brasil, quindi un vincolo che i nuovi acquirenti, se arrivassero, si troverebbero già in pancia. Facciamo che l’Italia meriti il rispetto che il Brasile impone per sé.
Questo è l’interesse nazionale. Dispiace che i cinesi si prendano Telecom? A me dispiace che se la prenda chiunque, essendo una bandiera e un valore italiani. Fatta con i soldi degli italiani. Ma sono anni che la società viene depredata e declassata. La colpa è degli italiani, da noi descritti e denunciati per tempo. Potevamo essere colonizzatori e siamo stati colonizzati, ma solo perché nostri connazionali hanno collaborato al disastro. Arricchendosi. Se arrivano capitali dall’estero salutateli con rispetto, semmai s’impongano condizioni e si cerchi di farne un esempio per il sistema. Le telecomunicazioni non sono l’unica infrastruttura decisiva sulla quale occorrono investimenti e capitali internazionali.
Pubblicato da Libero
domenica 14 aprile 2013
Al Colle, oh Prodi. Davide Giacalone
Presso i bookmekers londinesi è ben quotata l’ipotesi che Romano Prodi sia il prossimo uomo del Colle. Hanno ragione. L’ipotesi è concreta e l’interessato ci lavora alacremente. Altri nomi sarebbero preferibili, ma senza un accordo chiaro, politico e alla luce del sole, fra il Pd e il Pdl, diventano poco probabili. Quello di Prodi, almeno per gli scommettitori, ha un pregio: è probabile. Siccome noi non ci giochiamo un paio di sterline, ma il futuro della Repubblica, ci permettiamo di aggiungere che è anche fra i peggiori che si possano immaginare. Forse il peggiore.
Non credo che lo sia perché inviso al centro destra (fu questo schieramento a portarlo ai vertici della Commissione europea). E’ il peggiore anche per la sinistra. Eppure è probabile, perché se la politica continua ad avere paura di sé stessa, se non opera usando la razionalità e praticando la responsabilità, rimpiattandosi sotto le coltri del propagandismo e della viltà, ecco che, dalla quarta votazione in poi, il lavoro che stanno facendo in diversi, a cominciare da Nichi Vendola, sposterà qualche parlamentare pentastelluto e, seguendo il “metodo Grasso”, avanzerà al grido di: “al Colle, miei Prodi”.
Omessa ogni considerazione su simpatie e antipatie, e tralasciate le menate nuoviste e anticastali (l’uomo dell’Iri e della sinistra democristiana non è certo il nuovo che avanza, semmai il vecchio che disavanza), ci sono due ragioni per cui quella è una prospettiva masochista. La prima: Prodi è l’unico uomo della sinistra che non solo è riuscito a battere Silvio Berlusconi, ma anche a fondare dei governi su quelle vittorie. E’ un merito, dal punto di vista della sinistra. Gliecché, però, con quel nome si strascica la storia del bipolarismo già morto, rinvigorendo la radiazione fossile di una guerra civile a bassa intensità. Questo è un punto delicatissimo: nei sistemi presidenziali, o semipresidenziali, con elezione popolare, è possibile avere presidenti espressioni di minoranze elettorali (quasi tutti i presidenti francesi lo sono stati, dopo De Gaulle); ma nel nostro sistema costituzionale no, perché radicalmente diversa è la legittimazione e il ruolo. Diventa pericolosissimo incaponirsi a non prendere atto del voto degli italiani. Vado oltre: più è frammentato il voto più il Colle dovrebbe essere sede di coabitazione. Altrimenti il sistema si sfascia.
Un sistema, aggiungo, che credo vada cambiato. Ma che sarebbe avventuroso violentare. Ci torneremo, ma lasciatemi ricordare che fra gli e-book di Libero è disponibile “La Guerra del Colle”, dove su queste cose si riflette con profondità.
La seconda ragione è interna alla sinistra: un minuto dopo avere portato Prodi al Quirinale nella sinistra esploderebbe uno scontro rabbioso e cieco. A Pierluigi Bersani verrà rimproverato di avere massacrato la storia e la memoria del fu partito comunista, consegnandolo ostaggio di alieni che ne hanno occupato la reincarnazione. L’accusa sarebbe in gran parte ingiusta, perché la colpa ricade su quella dirigenza comunista che, dal 1989 in poi, non ha trovato tempo, forza, cervello e coraggio per rimeditare e rimediare una storia di errori. Ma tant’è, il conto verrebbe presentato all’imitatore di Crozza.
Da quel momento partirebbe una delirante corsa identitaria, il cui risultato sarebbe l’esaltazione degli estremismi moralistici, che comporta la soppressione degli spazi politici. Già, perché non solo l’arte, ma la sostanza stessa della politica è il compromesso. Che ho detto?! Ma come, l’immondo compromesso? Esattamente. E faccio osservare che senza compromesso non c’è matrimonio che non finisca in omicidio, famiglia che non diventi luogo di stragi, amicizia che non porti alle coltellate. Grazie al cielo le persone normali hanno una naturale predisposizione al compromesso. Sarà per questo che le persone normali scarseggiano, nella politica che quotidianamente s’esibisce.
Tornando al Colle: Pd e Pdl si giocano la cotenna, assieme, fra il primo e il terzo scrutinio. Da lì in poi gli uni cercheranno di fare la pelle agli altri, alleandosi con il proprio scuoiatore. Se al Quirinale va Prodi, potrà aprirci una conceria.
Pubblicato da Libero
mercoledì 10 aprile 2013
Italia, anatomia di un delitto
L’Italia sta morendo. Lo dicono i numeri. È come la vittima di un delitto, abbandonata sul selciato in una strada secondaria e buia dove i passanti, gli altri Paesi di Eurolandia e del G8, fanno finta di non vedere. Ma tra loro si danno di gomito con aria nauseata. «Ma guarda che roba! Non si può più andare in giro! Che tempi!». Non c’è nessun buon samaritano. Anzi, fra di loro si nasconde colui che l’ha prostrata. O comunque il mandante dell’agguato a base di austerity che l’ha lasciata tramortita.
Come se fossimo in un giallo, facciamo finta di essere detective della Special Victims Unit e assieme ai medici legali (e agli psicologi) cerchiamo di capire dalle ferite chi può averle causato tanta sofferenza senza provare il minimo rimorso.
Questo è il pil italiano degli ultimi 12 anni. Praticamente una parabola. Lasciate perdere il fatto che nel 2012 sia calato del 2,4%, è solo l’ultima stilettata. Praticamente dall’inizio della crisi, cinque anni fa, siamo tornati al punto di partenza, cioè al 2000. Casualmente, dal terzo trimestre 2011 – cioè dall’avvento del governo Monti – quel pur modesto recupero di salute che c’era stato nell’anno precedente, è stato compromesso da un’overdose di tasse, licenziamenti, chiusure di aziende, spread e credit crunch.
Ma cosa ha ridotto la vittima in fin di vita? Che cosa ha compromesso il suo organismo? È stato solo un fenomeno di violenza oppure le è stato inoculato anche un virus, quello più pericoloso, quello della decrescita? Osserviamo un’altra radiografia, quella della produzione industriale. In un solo anno è stato registrato un crollo senza precedenti. Nel 2012 è arretrata del 6,7% tornando ai livelli del 1990. Nei primi due mesi del 2013 è stato perso un altro 3,7%. Dov’è che l’emorragia sta devastando le funzioni vitali? Nel comparto dei mezzi di trasporto, della metallurgia e della lavorazione dei prodotti petroliferi. Ma anche la fabbricazione di macchinari e di beni strumentali è in pericoloso arretramento. Da oltre un anno e mezzo ogni mese la produzione industriale italiana perde un pezzo. ecco, un po’ alla volta si sta smontando il tessuto connettivo di un Paese, i suoi gangli vitali.
E mentre sulla pelle senti il dolore dei pugni, gli squarci delle ferite, al tempo stesso il tuo cuore e i tuoi polmoni sembrano volersi fermare. Il sangue si coagula.
Quindi non vi deve stupire che solo lunedì abbiano portato i libri contabili in tribunale 58 aziende. I dati Cerved dicono che nel 2012 si sono arrese 12.442 imprese (più di mille al mese, circa 34 ogni giorno). Un dato in aumento del 2,3% sul 2011 e addirittura del 32% rispetto al 2009, quando il pil italiano aveva subito un brusco arretramento a causa della crisi dei mutui subprime importata dagli Stati Uniti.
Però, è troppo facile parlare di crisi. «C’è la crisi, tutti soffrono la crisi, non siamo solo noi a starci dentro». A febbraio in Francia la produzione industriale è cresciuta dello 0,7%, in Germania dello 0,5%. Non tutti i presenti sulla scena del crimine sono innocenti allo stesso modo.
Ma un’indagine non sarebbe tale se lasciasse in sospeso anche i risvolti interiori, le motivazioni psicologiche che possono aver portato la vittima a infilarsi in quella situazione di pericolo. E, soprattutto, perché non sia riuscita, non abbia potuto (o voluto) tirarsene fuori.
Quello che vedete è il dato più recente sulla disoccupazione. L’11,6% della forza lavoro non ha un impiego. Sono 3 milioni di persone. In un anno sono aumentate di 400.000 mila unità. Sono un esercito espulso dal processo produttivo. Sono l’altra faccia del calo della produzione industriale.
Ma tanto l’impiegato quanto l’imprenditore sono sulla stessa barca. Si pongono sempre le stesse domande. Che con la stessa sorda indifferenza non ricevono una risposta. «Perché son condannato a questa vita? Che cosa ho fatto di male per meritarlo? Quali colpe ho?». Ecco che cosa ha portato la nostra vittima-Italia su quella strada buia della crisi dove è stata aggredita con violenza. Quel senso di inadeguatezza e di nausea che rende più vulnerabili.
Nel 2012 i licenztiamenti hanno superato quota un milione (1.027.462), con un aumento del 13,9% rispetto al 2011 (quando sono stati 901.796). Il ministero del Lavoro non mente: nel solo ultimo trimestre del’anno scorso sono state licenziate 329.259 persone, con un aumento del 15,1% sullo stesso periodo 2011.
Ma quando sei più debole, quando le tasche sono vuote, anche l’ultimo allibratore si rifiuta di piazzare quella che potrebbe essere la tua scommessa vincente. E non lo può fare perché il banco rischia di saltare. A febbraio i prestiti al settore privato hanno registrato un calo dell’1,3% su base annua. I dati della Banca d’Italia non lasciano scampo: i prestiti alle famiglie sono scesi dello 0,7%, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 2,6%. Certo, le banche italiane sono sedute su oltre 125 miliardi di crediti andati in sofferenza perché l’imprenditore se non vende le proprietà non ce la fa a onorare gli impegni, perché con un solo stipendio in famiglia pagare il mutuo è più difficile. Forse, se le banche non si fossero riempite con 351 miliardi di titoli di Stato italiani e avessero diversificato un po’ di più, magari qualche altro finanziamento avrebbe potuto essere concesso. Ma se le nostre banche non avessero comprato i Btp in misura tripla all’intervento della Bce, che ne sarebbe stato dello spread con il Bund tedesco.
È come un cane che si morde la coda. È come la legge di Murphy: se le cose possono peggiorare, lo faranno. Il reddito disponibile per nucleo famigliare in valori correnti è diminuito nel 2012 del 2,1%. Tenendo conto dell’inflazione, il potere di acquisto delle famiglie consumatrici è calato del 4,8%. Nel solo quarto trimestre, quest’ultimo dato è precipitato del 5,4% nei confronti dello stesso periodo del 2011. Non si produce, non si lavora, non si guadagna, non si consuma E poi il circolo vizioso riprende e ogni volta sembra di essere scesi più in fondo. Perché la fine di questo inferno non esiste. La fine di questo inferno non è la coppia di suicidi che decide di farla finita perché non riuscire a pagare l’affitto è un disonore. La fine dell’inferno non sono gli imprenditori che staccano la spina perché lasciare altre famiglie oltre alla propria in mezzo a una strada è un disonore.
La fine dell’inferno è in quella strada secondaria buia nella quale l’Italia sta morendo. E dove quel mandante con uno strano accento teutonico sta cercando di confinarla…
Wall & Street
(il Giornale)
martedì 26 marzo 2013
Classe (non) dirigente. Davide Giacalone
Il capo della Marina vola a Brindisi e parla ai corpi scelti di quell’arma. Le forze armate non trattengono più lo sdegno, per il modo in cui è gestita la vicenda dei due marò. Eppure il ministro della difesa, quindi componente decisivo del governo che criticano, è un loro collega. Non solo è militare, ma già capo di stato maggiore. Sono gli uomini in divisa a essere in contraddizione? No, credo sia un problema più complicato: il crollo qualitativo della classe dirigente e la perdita di cervello politico.
Nel corso della scorsa settimana abbiamo descritto gli strafalcioni tecnici di diversi tecnici. Non sto a ripeterli, ma uomini come i ministri Vittorio Grilli, Giulio Terzi o Giampaolo Di Paola sono espressioni di vertici tecnocratici. Il meglio, dal punto di vista dei gradi e della carriera, nelle rispettive famiglie professionali. Eppure sono largamente al di sotto del minimo necessario. Ciò è dovuto a due ragioni. La prima: sono in quei posti in omaggio ad una lunga e suicida campagna contro la politica. Condotta senza ritegno e coerenza, un po’ come farne una contro i cuochi e le cucine: passi quella contro il cibo cattivo e l’incapacità ai fornelli, ma se ci metti gli idraulici puoi essere fortunato in un paio di casi, per il resto si mangeranno schifezze. La lunga stagione dell’anticastalismo ha prodotto veleni capaci di portare i più inetti nei posti più delicati. La differenza fra un politico e un tecnico sta nella visione generale, nella considerazione complessiva di interessi e limiti, di idee e forze: ovvio che anche un tecnico può avere visione, benissimo, ma allora si mette a far politica (ove ne senta la vocazione). Mentre il tecnico senza visione è solo un inutile ricettario in mano a gente inabile all’uovo sodo.
La seconda ragione è che la selezione s’è inceppata da tutte le parti. La politica ha partorito ominicchi, divenuti mostri a causa della dissoluzione dei partiti (quelli veri). In cima alla carriera diplomatica è arrivata gente che può al massimo organizzare delle cene, e a patto che non cucini. Ai vertici delle istituzioni economiche è arrivato un personale anglofono e masterizzato, ma privo di idee, irresponsabile e immerso in giganteschi conflitti d’interesse (quel che vogliono è tornare a professione e soldi). Si sono chiamati i “professori” al governo, facendo finta di non sapere che sono i protagonisti della peggiore università d’Occidente (e anche d’Oriente). Si adorano le sentenze come fossero fonte di verità, ma si tralascia d’osservare che in quelle si sfregia il diritto e si violenta la lingua italiana. Insomma, ci siamo messi a credere che l’abito faccia il monaco, sicché vanno avanti manichini sartoriali.
Non è un fenomeno solo italiano. Guardate in che mani è l’Unione europea! Jean-Paul Fitoussi, economista dalla cultura poliedrica (la cultura lo è sempre, se è vera) ed egli stesso incarnazione di ottima classe dirigente, l’ha definita “Europa stupida”. La governano gli stupidi, essendo tali quelli che credono di perseguire il proprio interesse immediato, ma non sanno vedere gli effetti successivi delle loro scelte. Ciò discende dall’adagiarsi nel benessere e dall’illudersi che la storia consenta tregue e oasi ove non entri il sangue del conflitto. Da lì deriva l’idea che la buona politica sia sinonimo di buona amministrazione, come anche la superstizione che il giudizio dei tribunali possa sovrastare quello elettorale. Sono equilibri complessi, non sviscerabili in poche battute, ma quando si pende troppo da un lato è certo che si finisce o nelle mani degli incapaci o in quelle dei criminali. Due opzioni non invidiabili, che a loro volta alimentano il settarismo diffuso e il moralismo rabbioso.
Di qualità ne abbiamo tanta, in Italia. Nelle stesse forze armate c’è una larga fascia di altissima specializzazione. Il fatto è che non tocca a loro comandare, nel senso di stabilire priorità e interessi, ma eseguire. La guida non può che essere politica. Mi rendo conto che il lungo e inconcludente rito governativo la fa apparire come un detrito, quindi la dico schietta: paghiamo il conto di avere cancellato la politica, venti anni fa. Riprenderla non è facile, ma non si può farne a meno.
Pubblicato da Libero
Nel corso della scorsa settimana abbiamo descritto gli strafalcioni tecnici di diversi tecnici. Non sto a ripeterli, ma uomini come i ministri Vittorio Grilli, Giulio Terzi o Giampaolo Di Paola sono espressioni di vertici tecnocratici. Il meglio, dal punto di vista dei gradi e della carriera, nelle rispettive famiglie professionali. Eppure sono largamente al di sotto del minimo necessario. Ciò è dovuto a due ragioni. La prima: sono in quei posti in omaggio ad una lunga e suicida campagna contro la politica. Condotta senza ritegno e coerenza, un po’ come farne una contro i cuochi e le cucine: passi quella contro il cibo cattivo e l’incapacità ai fornelli, ma se ci metti gli idraulici puoi essere fortunato in un paio di casi, per il resto si mangeranno schifezze. La lunga stagione dell’anticastalismo ha prodotto veleni capaci di portare i più inetti nei posti più delicati. La differenza fra un politico e un tecnico sta nella visione generale, nella considerazione complessiva di interessi e limiti, di idee e forze: ovvio che anche un tecnico può avere visione, benissimo, ma allora si mette a far politica (ove ne senta la vocazione). Mentre il tecnico senza visione è solo un inutile ricettario in mano a gente inabile all’uovo sodo.
La seconda ragione è che la selezione s’è inceppata da tutte le parti. La politica ha partorito ominicchi, divenuti mostri a causa della dissoluzione dei partiti (quelli veri). In cima alla carriera diplomatica è arrivata gente che può al massimo organizzare delle cene, e a patto che non cucini. Ai vertici delle istituzioni economiche è arrivato un personale anglofono e masterizzato, ma privo di idee, irresponsabile e immerso in giganteschi conflitti d’interesse (quel che vogliono è tornare a professione e soldi). Si sono chiamati i “professori” al governo, facendo finta di non sapere che sono i protagonisti della peggiore università d’Occidente (e anche d’Oriente). Si adorano le sentenze come fossero fonte di verità, ma si tralascia d’osservare che in quelle si sfregia il diritto e si violenta la lingua italiana. Insomma, ci siamo messi a credere che l’abito faccia il monaco, sicché vanno avanti manichini sartoriali.
Non è un fenomeno solo italiano. Guardate in che mani è l’Unione europea! Jean-Paul Fitoussi, economista dalla cultura poliedrica (la cultura lo è sempre, se è vera) ed egli stesso incarnazione di ottima classe dirigente, l’ha definita “Europa stupida”. La governano gli stupidi, essendo tali quelli che credono di perseguire il proprio interesse immediato, ma non sanno vedere gli effetti successivi delle loro scelte. Ciò discende dall’adagiarsi nel benessere e dall’illudersi che la storia consenta tregue e oasi ove non entri il sangue del conflitto. Da lì deriva l’idea che la buona politica sia sinonimo di buona amministrazione, come anche la superstizione che il giudizio dei tribunali possa sovrastare quello elettorale. Sono equilibri complessi, non sviscerabili in poche battute, ma quando si pende troppo da un lato è certo che si finisce o nelle mani degli incapaci o in quelle dei criminali. Due opzioni non invidiabili, che a loro volta alimentano il settarismo diffuso e il moralismo rabbioso.
Di qualità ne abbiamo tanta, in Italia. Nelle stesse forze armate c’è una larga fascia di altissima specializzazione. Il fatto è che non tocca a loro comandare, nel senso di stabilire priorità e interessi, ma eseguire. La guida non può che essere politica. Mi rendo conto che il lungo e inconcludente rito governativo la fa apparire come un detrito, quindi la dico schietta: paghiamo il conto di avere cancellato la politica, venti anni fa. Riprenderla non è facile, ma non si può farne a meno.
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sabato 23 marzo 2013
Archivio› Andrea's Version
23 marzo 2013
Con l’aria che tira, con le perplessità del Quirinale, con una parte dei suoi che tentenna da mo’, gli occhi dell’Europa addosso, la necessità di non esagerare, l’urgenza di dare un governo al paese, e senza sottovalutare il buon senso di cui l’uomo ha dato sempre segno di disporre, ma considerando in più l’esperienza, la specchiata onestà personale, la formazione ricevuta, per la quale chiudersi ogni via d’uscita sarebbe il peggiore degli errori, e valutato infine che la pur ammirevole forza della volontà poco può, al cospetto delle disumane regolette della matematica, scommetterei che entro il prossimo giovedì santo, a occhio e croce, Bersani potrebbe smettere di lavare i piedi a Grillo.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
venerdì 15 marzo 2013
Omertà di casta anche fra i giornalisti? Federico Punzi
Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa? Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato. Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato. Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione? JimMomo |
martedì 12 marzo 2013
Tornino a bordo. Davide Giacalone
Tornino a bordo, accidenti. Lo scoglio contro cui s’è schiantata la nave Italia non è mica il voto ingrillato, quella è solo acqua che entra dal buco. Lo scoglio è l’asfissia fiscale e creditizia cui è sottoposto il mondo produttivo, accompagnata dalla paura imposta a quanti vivono di trasferimenti e spesa pubblica. L’inondazione ortottera è solo un effetto, inutile perderci tempo. E’ alimentata da fluidi incompatibili, dalla confluenza di chi vuole meno tasse e di chi spera in più trasferimenti. Allocco chi ci credere, ma irresponsabile chi non capisce che la via d’uscita è nella rimessa in moto del sistema produttivo. Le premesse ci sono, serve lucidità e coraggio.
In declassamento di Fitch non comporta conseguenze immediate. E’ bene ricordare che quella era l’ultima agenzia che ci concedeva di restare nel mondo della A, visto che le altre due ci avevano già collocato a livello B (e che ora ci faranno ancora scendere). Fitch, quindi, non porta novità, semmai si osservi l’imminente risorpasso della Spagna, come nell’agosto del 2011. Tempo e sacrifici buttati via. Il dramma sta nella non reattività del sistema politico, cui s’accompagna la svagatezza mentale di tutta quanta una classe dirigente. Opinionisti compresi. Il ministro dell’economia, Vittorio Grilli, ha detto che l’Italia saprà reagire. Sì? e come? Il modo c’è, ma è quasi l’opposto di quel che Grilli e il governo hanno fatto.
Il mondo non è in recessione. I mercati internazionali crescono. Un Paese esportatore, come l’Italia, dovrebbe essere pronto a cogliere il vento e alzare le vele. Invece siamo qui che buchiamo le poche ancora attaccate a una cima. Il nostro sistema produttivo è fatto da pochi campioni di grandi dimensioni e da una miriade di api operose, di piccole dimensioni, ma di grande qualità. Vediamo quel che succede e cosa si dovrebbe fare.
Sul fronte delle grandi cito due nomi: Finmeccanica ed Eni. L’eccellenza tecnologica e la sicurezza energetica. Il governo le ha abbandonate. La politica estera le ha danneggiate. La magistratura le ha inquisite. Ci stiamo tagliando gli attributi senza neanche far dispetto alla moglie, che da tempo se ne è andata, ma solo una cortesia a quanti, concorrenti esteri, godranno di quel che noi non faremo. Si deve decidere: queste aziende, controllate dallo Stato, sono interesse strategico nazionale o no? Se lo sono, come credo, vanno difese. E se per difenderle occorre (parlo di Finmeccanica) dare vertici competenti e credibili, che lo si faccia (e, per farlo, non puoi avere ministri che piazzano amici, a loro volta amici delle loro prime mogli). Altrimenti si vendano, prima che deperiscano e perdano valore. Sarebbe un grave errore, ma sempre meglio che sopprimerle noi, nella miseria di un mondo che non capisce e ama distruggere.
Sul fronte delle piccole si sta procedendo falcidiandole in due modi: mancando il credito è escluso che possano agganciare la ripresa, mancando supporti professionalmente adeguati è escluso che occupino lo spazio necessario, sui mercati internazionali. Dal lato del credito c’è poco da sperare, perché le banche italiane non hanno patrimonio adeguato e un deterioramento dei crediti superiore a quello delle banche spagnole. Per uscirne si dovrebbe scardinare le fondazioni e aprire le proprietà. Per chi non abbia capito come funziona suggerisco un corso accelerato, a Siena. Allora si deve aprire al capitale di rischio. Il mondo è pieno d’investitori che guardano con interesse all’Italia, ma avrebbero bisogno di tre cose: a. un trattamento fiscale di favore; b. un testo unico delle regole cui attenersi (perché il costo principale non può essere un esercito di azzeccagarbugli); c. un foro di riferimento internazionale, perché nessuna persona sensata si fida, neanche lontanamente, della rottamabile giustizia italiana (civile, penale e amministrativa).
In quanto alle strutture di supporto, indispensabili se si è piccoli in un mercato globale, il governo ha distrutto l’Ice (Istituto commercio estero), che non era una pepita, ma ora implode, e ha distrutto anche pratiche virtuose e risparmiose, come “Italia degli Innovatori” (l’Agenzia che mise a punto quel prodotto, e che per due anni ho presieduto, ha consegnato conti in avanzo, con milioni non spesi, e non per incapacità di fare, ma per oculatezza nel risparmiare, il tutto portando a casa risultati e contratti). Non è il caso di far rinascere carrozzoni, ma questo vuoto dovrebbe suggerire a soggetti privati, come le banche o le organizzazioni imprenditoriali, di coprirlo. I piccoli sono i migliori ambasciatori di quel che il mondo vede nell’Italia: innovazione e qualità. Sto parlando di fare affari e soldi, mica beneficienza.
La ripresa non è nei numeri del 2013. Non prendiamoci in giro. Ma è ora che si mettono le premesse per coglierne gli effetti benefici. Tornino a bordo. Conta il futuro, non la lurida guerra degli ultimi venti anni.
Pubblicato da Libero
In declassamento di Fitch non comporta conseguenze immediate. E’ bene ricordare che quella era l’ultima agenzia che ci concedeva di restare nel mondo della A, visto che le altre due ci avevano già collocato a livello B (e che ora ci faranno ancora scendere). Fitch, quindi, non porta novità, semmai si osservi l’imminente risorpasso della Spagna, come nell’agosto del 2011. Tempo e sacrifici buttati via. Il dramma sta nella non reattività del sistema politico, cui s’accompagna la svagatezza mentale di tutta quanta una classe dirigente. Opinionisti compresi. Il ministro dell’economia, Vittorio Grilli, ha detto che l’Italia saprà reagire. Sì? e come? Il modo c’è, ma è quasi l’opposto di quel che Grilli e il governo hanno fatto.
Il mondo non è in recessione. I mercati internazionali crescono. Un Paese esportatore, come l’Italia, dovrebbe essere pronto a cogliere il vento e alzare le vele. Invece siamo qui che buchiamo le poche ancora attaccate a una cima. Il nostro sistema produttivo è fatto da pochi campioni di grandi dimensioni e da una miriade di api operose, di piccole dimensioni, ma di grande qualità. Vediamo quel che succede e cosa si dovrebbe fare.
Sul fronte delle grandi cito due nomi: Finmeccanica ed Eni. L’eccellenza tecnologica e la sicurezza energetica. Il governo le ha abbandonate. La politica estera le ha danneggiate. La magistratura le ha inquisite. Ci stiamo tagliando gli attributi senza neanche far dispetto alla moglie, che da tempo se ne è andata, ma solo una cortesia a quanti, concorrenti esteri, godranno di quel che noi non faremo. Si deve decidere: queste aziende, controllate dallo Stato, sono interesse strategico nazionale o no? Se lo sono, come credo, vanno difese. E se per difenderle occorre (parlo di Finmeccanica) dare vertici competenti e credibili, che lo si faccia (e, per farlo, non puoi avere ministri che piazzano amici, a loro volta amici delle loro prime mogli). Altrimenti si vendano, prima che deperiscano e perdano valore. Sarebbe un grave errore, ma sempre meglio che sopprimerle noi, nella miseria di un mondo che non capisce e ama distruggere.
Sul fronte delle piccole si sta procedendo falcidiandole in due modi: mancando il credito è escluso che possano agganciare la ripresa, mancando supporti professionalmente adeguati è escluso che occupino lo spazio necessario, sui mercati internazionali. Dal lato del credito c’è poco da sperare, perché le banche italiane non hanno patrimonio adeguato e un deterioramento dei crediti superiore a quello delle banche spagnole. Per uscirne si dovrebbe scardinare le fondazioni e aprire le proprietà. Per chi non abbia capito come funziona suggerisco un corso accelerato, a Siena. Allora si deve aprire al capitale di rischio. Il mondo è pieno d’investitori che guardano con interesse all’Italia, ma avrebbero bisogno di tre cose: a. un trattamento fiscale di favore; b. un testo unico delle regole cui attenersi (perché il costo principale non può essere un esercito di azzeccagarbugli); c. un foro di riferimento internazionale, perché nessuna persona sensata si fida, neanche lontanamente, della rottamabile giustizia italiana (civile, penale e amministrativa).
In quanto alle strutture di supporto, indispensabili se si è piccoli in un mercato globale, il governo ha distrutto l’Ice (Istituto commercio estero), che non era una pepita, ma ora implode, e ha distrutto anche pratiche virtuose e risparmiose, come “Italia degli Innovatori” (l’Agenzia che mise a punto quel prodotto, e che per due anni ho presieduto, ha consegnato conti in avanzo, con milioni non spesi, e non per incapacità di fare, ma per oculatezza nel risparmiare, il tutto portando a casa risultati e contratti). Non è il caso di far rinascere carrozzoni, ma questo vuoto dovrebbe suggerire a soggetti privati, come le banche o le organizzazioni imprenditoriali, di coprirlo. I piccoli sono i migliori ambasciatori di quel che il mondo vede nell’Italia: innovazione e qualità. Sto parlando di fare affari e soldi, mica beneficienza.
La ripresa non è nei numeri del 2013. Non prendiamoci in giro. Ma è ora che si mettono le premesse per coglierne gli effetti benefici. Tornino a bordo. Conta il futuro, non la lurida guerra degli ultimi venti anni.
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