Le puntate di «Annozero» sul terremoto non sono piaciute neppure allo scrittore Francesco Piccolo che ieri, sull’Unità, ha spiegato i motivi del suo non-gradimento: «C’era una forma evidente di violenza, di arroganza, tipiche delle persone che si sentono dalla parte giusta (e qualche volta lo sono) ma che per questo motivo sono convinte di poter esercitare una violenza, adottare una volgarità, un sarcasmo che io non solo non riesco a condividere, ma di solito, da queste serate, ne esco sempre con un sentimento di compassione per i maltrattati, anche se i maltrattati sono persone di cui non condivido una sola parola». Parole da sottoscrivere, e direi anche coraggiose.
Ci fanno piacere, ovviamente. Ma l’articolo uscito ieri sull’Unità è importante soprattutto per un altro motivo. Piccolo spiega - e in questo è ancor più coraggioso - il motivo per cui molti, a sinistra, non hanno avuto l’onestà di esprimere il proprio dissenso nei confronti di Santoro e dei suoi collaboratori. «Quindici anni di berlusconismo hanno prodotto un pensiero pericoloso e piatto, che è il seguente: tutti coloro che sono antiberlusconiani stanno dalla stessa parte. Un pensiero semplice, a cui ognuno di noi ormai si è abituato». Anche se si fa risalire il peccato originale al «berlusconismo», c’è comunque l’ammissione dell’esistenza di quel riflesso pavloviano che negli ultimi quindici anni ha falsato, e spesso avvelenato, ogni dibattito politico, e non solo politico: tutto ciò che viene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto.
La verità non conta; l’analisi dei fatti non serve. Il Paese è spaccato in due e spaccato in due deve restare. Chi non è con noi è contro di noi. L’Italia del bipolarismo non ha ancora smaltito questo vizio profondo che consiste nel considerare chi la pensa diversamente non come, al massimo, un rivale, ma come un nemico. E «nemico», infatti, è il termine che usa Piccolo nel suo articolo sull’Unità: «Queste cose (e cioè la critica ad Annozero, ndr), però, sono difficili da dire. Perché stai dicendo la stessa cosa che dice il tuo nemico. (...) Se Santoro fa una puntata violenta e poco condivisibile sul terremoto, se Vauro disegna vignette volgari, non importa, poiché sono sotto attacco del nemico, bisogna per forza stare dalla parte loro. E quello che ti piace per davvero, non conta più».
Quante volte questo pregiudizio ha impedito la ricerca non solo della verità, ma anche del bene comune? Quante volte ci si è schierati - in parlamento e sui media - contro scelte che magari si ritenevano, sotto sotto, ragionevoli e utili, ma che andavano comunque bocciate perché venivano «dall’altra parte»?
L’articolo di Piccolo fa doppiamente piacere perché uscito su un giornale che a lungo ha adottato questa «logica del nemico» di cui la sinistra italiana si è nutrita per decenni. La tecnica della demonizzazione dell’avversario ha forse toccato il suo apice con Berlusconi (c’è perfino chi ha smesso di tifare per il Milan, da quando Berlusconi è entrato in politica) ma ha sicuramente origini più antiche. Prima del Cavaliere il demonio è stato incarnato via via da De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi e ovviamente da Almirante e gli ex fascisti in genere. Andate a rileggere che cosa si scriveva, anni fa, di questi personaggi che oggi la stampa di sinistra contrappone nostalgicamente a Berlusconi.
Tuttavia, anche questa nostra analisi peccherebbe di faziosità e pregiudizio se non riconoscessimo che pure dall’altra parte, quella del centrodestra, scatta spesso una scomunica preventiva che impedisce di riconoscere le ragioni e i valori altrui. Siamo, purtroppo, nel Paese dei nemici. E lo resteremo fino a quando non ci arrenderemo all’evidenza di quella vecchia massima secondo la quale una cosa è giusta o sbagliata, ed è vera o falsa, a prescindere da chi la dica. (il Giornale)
martedì 21 aprile 2009
domenica 19 aprile 2009
Leggete e vergognamoci. Davide Giacalone
C’è un’Italia che viene nascosta, inguardabile. E’ doveroso violare il silenzio. Leggete, e vergogniamoci tutti. Carmelo Canale è un tenente dei Carabinieri. Fu strettissimo collaboratore di Paolo Borsellino, che lo chiamava “fratello”. Quasi tutti ne hanno sentito parlare, ma arrivate in fondo per toccare la vergogna.
Canale era anche il cognato di Antonino Lombardo, altro Carabiniere, suicidatosi il 4 marzo del 1995. Il 23 febbraio precedente Leoluca Orlando lo aveva accusato, televisivamente ospite di Michele Santoro (è sempre lì, sempre), d’essere connivente con la mafia. Il 26 Lombardo sarebbe dovuto partire per gli Usa, incaricato di prelevare Tano Badalamenti, mafioso temuto dalle procure, capace di smentire qualche teorema, che chiedeva fosse quel Carabiniere a garantire per la sua sicurezza. Il viaggio è annullato.Prima di spararsi, Lombardo scrive: “Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita (…) la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Due giorni dopo, Canale, dichiara: “A quanti pensano che mio cognato Antonio sia morto suicida, rispondo: sbagliate. Questo è un assassinio calcolato da tempo”. Succede qualche cosa? Sì, che dodici “pentiti” di mafia, dei mantenuti a spese dei cittadini, che escono di galera dopo avere squagliato i bambini nell’acido, accusano Canale d’essere al servizio della mafia. Indagato subito, rinviato a giudizio nel 1998 e poi sospeso dal servizio.
E’ stato assolto due volte, in primo e secondo grado. Manca la cassazione. In tredici anni la malagiustizia italiana non è riuscita a condannare un colpevole o liberare un innocente. La sospensione, però, ha influito sulla carriera di Canale, che non essendo diventato maggiore ora viene messo in pensione, forzatamente. Per opporsi dovrà attendere che la giustizia si svegli. I “pentiti” sono in gran parte a spasso. Nessun magistrato ha pagato per gli errori. Le parole di Lombardo restano lettera morta. Le accuse ingiuste non sono state punite. Nessuno è responsabile di un accidente, ma Canale se ne deve andare, perché sul fratello di Borsellino, sul cognato di Lombardo, pesa ancora il sospetto. Vergogniamoci.
Canale era anche il cognato di Antonino Lombardo, altro Carabiniere, suicidatosi il 4 marzo del 1995. Il 23 febbraio precedente Leoluca Orlando lo aveva accusato, televisivamente ospite di Michele Santoro (è sempre lì, sempre), d’essere connivente con la mafia. Il 26 Lombardo sarebbe dovuto partire per gli Usa, incaricato di prelevare Tano Badalamenti, mafioso temuto dalle procure, capace di smentire qualche teorema, che chiedeva fosse quel Carabiniere a garantire per la sua sicurezza. Il viaggio è annullato.Prima di spararsi, Lombardo scrive: “Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita (…) la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Due giorni dopo, Canale, dichiara: “A quanti pensano che mio cognato Antonio sia morto suicida, rispondo: sbagliate. Questo è un assassinio calcolato da tempo”. Succede qualche cosa? Sì, che dodici “pentiti” di mafia, dei mantenuti a spese dei cittadini, che escono di galera dopo avere squagliato i bambini nell’acido, accusano Canale d’essere al servizio della mafia. Indagato subito, rinviato a giudizio nel 1998 e poi sospeso dal servizio.
E’ stato assolto due volte, in primo e secondo grado. Manca la cassazione. In tredici anni la malagiustizia italiana non è riuscita a condannare un colpevole o liberare un innocente. La sospensione, però, ha influito sulla carriera di Canale, che non essendo diventato maggiore ora viene messo in pensione, forzatamente. Per opporsi dovrà attendere che la giustizia si svegli. I “pentiti” sono in gran parte a spasso. Nessun magistrato ha pagato per gli errori. Le parole di Lombardo restano lettera morta. Le accuse ingiuste non sono state punite. Nessuno è responsabile di un accidente, ma Canale se ne deve andare, perché sul fratello di Borsellino, sul cognato di Lombardo, pesa ancora il sospetto. Vergogniamoci.
venerdì 17 aprile 2009
Mafia aquilana, giustizia italiana. Davide Giacalone
Il primo scandalo, a terremoto ancora in corso, sono le parole del capo della procura aquilana. Teme che arrivi “un fiume di soldi” e che, pertanto, mafia e camorra s’infiltrino. Temo, invece, che la giustizia non sappia essere tale e che cerchi di nascondere le proprie colpe con denunce tanto rituali quanto inutili.
Fa sapere, il procuratore capo, di avere acquisito gli atti della commissione parlamentare che già esaminò e descrisse lo scandalo dell’ospedale. Crollato. Perché il signor capo si muove solo oggi, non gli avevano detto prima, della commissione? La notizia di reato non è il crollo, ma l’edificazione! Perché non si è mossa la corte dei conti, contestando il danno erariale di lavori avviati nel 1960 e conclusi quaranta anni dopo? L’impunità dei responsabili, procurata, nel migliore dei casi, dall’incapacità degli inquirenti, è una delle cause dei disastri. Edilizi e morali.
E veniamo alle mafie. Esistono, lo so. Ma se l’affluire di finanziamenti, il partire delle opere pubbliche, fa temere che i delinquenti facciano affari vuol dire che a governare la spesa ci sono o dei loro colleghi o dei deficienti, e che, in ogni caso, la giustizia è una barzelletta. Che dovremmo fare: tenerci le macerie per salvare la virtù? I criminali sfruttano le opere pubbliche quando queste consentono di moltiplicare i guadagni, grazie alle pressioni politiche ed amministrative. Basterebbe fissare tre paletti: a. esatta data dell’inizio dei lavori; b. data entro cui devono finire; c. natura e valore dell’appalto. Nessuno dei tre può essere spostato. Si utilizzino tre strumenti: 1. trasparenza su ogni singolo sub appalto; 2. così anche nelle transazioni e nei flussi di denaro; 3. accesso delle autorità ai cantieri per verificare il rispetto delle tecniche e dei materiali pattuiti.
Se a queste cose s’aggiungesse un’autorità giudiziaria capace di leggere le carte, e le denunce, prima e non dopo i disastri, non guasterebbe. Se poi ci fosse una classe politica interessata ad accreditarsi come capace e non a ritirarsi da sistemata, ancora meglio. Pensare che, con gli sfollati nelle tende, il rischio sia nella ricostruzione, è una follia. I denuncianti in servizio permanente effettivo facciano il loro dovere, che non consiste nel proporre alle telecamere quel che si dice al bar.
Fa sapere, il procuratore capo, di avere acquisito gli atti della commissione parlamentare che già esaminò e descrisse lo scandalo dell’ospedale. Crollato. Perché il signor capo si muove solo oggi, non gli avevano detto prima, della commissione? La notizia di reato non è il crollo, ma l’edificazione! Perché non si è mossa la corte dei conti, contestando il danno erariale di lavori avviati nel 1960 e conclusi quaranta anni dopo? L’impunità dei responsabili, procurata, nel migliore dei casi, dall’incapacità degli inquirenti, è una delle cause dei disastri. Edilizi e morali.
E veniamo alle mafie. Esistono, lo so. Ma se l’affluire di finanziamenti, il partire delle opere pubbliche, fa temere che i delinquenti facciano affari vuol dire che a governare la spesa ci sono o dei loro colleghi o dei deficienti, e che, in ogni caso, la giustizia è una barzelletta. Che dovremmo fare: tenerci le macerie per salvare la virtù? I criminali sfruttano le opere pubbliche quando queste consentono di moltiplicare i guadagni, grazie alle pressioni politiche ed amministrative. Basterebbe fissare tre paletti: a. esatta data dell’inizio dei lavori; b. data entro cui devono finire; c. natura e valore dell’appalto. Nessuno dei tre può essere spostato. Si utilizzino tre strumenti: 1. trasparenza su ogni singolo sub appalto; 2. così anche nelle transazioni e nei flussi di denaro; 3. accesso delle autorità ai cantieri per verificare il rispetto delle tecniche e dei materiali pattuiti.
Se a queste cose s’aggiungesse un’autorità giudiziaria capace di leggere le carte, e le denunce, prima e non dopo i disastri, non guasterebbe. Se poi ci fosse una classe politica interessata ad accreditarsi come capace e non a ritirarsi da sistemata, ancora meglio. Pensare che, con gli sfollati nelle tende, il rischio sia nella ricostruzione, è una follia. I denuncianti in servizio permanente effettivo facciano il loro dovere, che non consiste nel proporre alle telecamere quel che si dice al bar.
martedì 14 aprile 2009
Islam, il terrorismo delle querele. Maria Giovanna Maglie
Siamo un gruppetto di tutto rispetto, giornalisti, politici, studiosi che provano a raccontare, denunciare, attività e scopi veri dell’Ucoii in Italia, ovvero dell’Unione delle comunità islamiche in Italia. Quando ho ricevuto la prima e la seconda querela, l’ho ritenuta motivo di orgoglio. Sapevo di non essere né la prima né la più esposta. Ma negli ultimi tempi il passaparola dei querelati e minacciati ha rivelato che è una strategia, ora attuata in Italia, ma già sperimentata dagli integralisti in molti altri Paesi. La formula della querela è sempre la stessa e recita: «Nell’articolo, il cui contenuto è integralmente diffamatorio, vengono propalate notizie false e giudizi denigratori nei confronti della mia assistita (Ucoii). È evidente la lesione ingiustificata e gratuita all’onore, all’immagine e alla reputazione dell’Ucoii arrecata dalla pubblicazione del citato articolo, il cui contenuto si contesta integralmente». Segue l’invito a risarcire immediatamente tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali. Cito qualcuno dei nomi, ma la lista andrà certamente aggiornata: Magdi Cristiano Allam, il primo e il più perseguitato, Valentina Colombo, Souad Sbai, Andrea Ronchi, Andrea Nardi, Antonello Palazzi, Giancarlo Loquenzi, Carlo Panella, Dimitri Buffa, Massimo Introvigne, Alberto Giannoni, Massimiliano Lussana, Andrea Morigi, Ahmad Giampiero Vincenzo, Daniela Santanchè, Yassim Belkazei. Cito qualche giornale: il Giornale, Libero, La Stampa, il Corriere della Sera, Tempi, l’Opinione, l’Occidentale, la Padania. L’elenco, ripeto, è approssimativo e minimo. Ogni articolo, questo è sicuro, nel quale sia citata l’Ucoii, è oggetto di richiesta di risarcimento.
Ai metodi terroristici tradizionali ora l’islam vicino al movimento dei Fratelli musulmani, ha progettato di aggiungere un altro tipo di jihad, quello che si svolge nei tribunali e che ottiene lo scopo di spaventare personalmente ed anche economicamente. Chiunque, giornalista, politico o studioso che sia, si occupi di islam, rischia di venire citato in tribunale per «oltraggio nei confronti di un gruppo di persone in ragione della loro religione». Gruppi minoritari e perfino isolati nella popolazione musulmana si spacciano per suoi rappresentanti unici.
Uno degli ultimi esempi è stato il processo intentato in Francia dall’Unione delle Organizzazioni islamiche di Francia e dalla Grande moschea di Parigi contro la rivista Charlie Hebdo per avere ripubblicato le vignette satiriche di un giornale danese su Maometto. Nel marzo 2008 la corte d’appello di Parigi ha per fortuna respinto ogni capo d’accusa perché le caricature «si riferiscono chiaramente a una frazione e non all’insieme della comunità islamica, non costituiscono un oltraggio, né un attacco personale e diretto contro un gruppo di persone in virtù della loro appartenenza religiosa e non valicano il limite ammesso della libertà di espressione». Ma altre querele sono arrivate. Negli Stati Uniti il Cair (Consiglio per le relazioni americano-islamiche) ha portato in tribunale il responsabile del sito Anti-Cair per avere diffuso false notizie a danno della reputazione dell’Associazione, ma ha dovuto ritirare l’accusa; la Islamic Society di Boston ha accusato di diffamazione diciassette persone nel maggio 2005 anche in questo caso per ritirare l’accusa due anni dopo.
La risposta è stata possibile anche grazie all’azione del Middle East Legal Project Forum, che spiega: «Queste cause sono spesso capziose, avviate senza una seria aspettativa di successo, ma intraprese per causare la bancarotta, per distrarre, intimidire e demoralizzare gli accusati. Non si cerca tanto di vincere in tribunale, quanto di portare allo sfinimento giornalisti e analisti». Pensate che il solo Cair americano ha annunciato nell’ottobre 2005 di avere raccolto in un mese un milione di dollari, per «difendere gli attacchi diffamatori ai musulmani e all’islam». Possiamo provare a fare un Legal Project anche in Italia, per rispondere ai metodi dell’Ucoii?
Due parole per ricordare che cos’è. L’Ucoii è l’estensione in Italia dei Fratelli Musulmani egiziani. I rapporti di polizia e dei servizi, le documentazioni dei tribunali italiani, provano i suoi chiari propositi eversivi per instaurare in Occidente una società dominata dal diritto coranico. Una recente sentenza avvisa come «sia opportuno compiere attente indagini prima di individuare l’Ucoii quale principale interlocutore per quanto riguarda i rapporti con i musulmani evidenziando inoltre che le moschee in Italia possano essere un serbatoio di kamikaze e terroristi». In Italia controllate dall’Ucoii ci sono settecentocinquanta moschee illegali. L’Ucoii non ha firmato la Carta dei Valori preparata dalla Consulta istituita dal ministero degli Interni perché rifiuta qualsiasi forma di concordato con il nostro Paese e le sue Istituzioni. Nel 2006 l’Ucoii ha fatto pubblicare a pagamento sui quotidiani italiani un manifesto con il titolo «Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane» che si chiudeva con «Marzabotto = Gaza = Fosse Ardeatine = Libano».
Purtroppo la preghiera islamica per i nostri morti nel sisma che ha colpito l’Abruzzo è stata guidata proprio dal presidente dell’Ucoii, Nour Dachan. Noi querelati e minacciati siamo certi che si sia trattato di un clamoroso equivoco, che rischia però di dare legittimità a un’organizzazione fondamentalista. Aspettiamo chiarimenti e ci organizziamo per resistere. (il Giornale)
Ai metodi terroristici tradizionali ora l’islam vicino al movimento dei Fratelli musulmani, ha progettato di aggiungere un altro tipo di jihad, quello che si svolge nei tribunali e che ottiene lo scopo di spaventare personalmente ed anche economicamente. Chiunque, giornalista, politico o studioso che sia, si occupi di islam, rischia di venire citato in tribunale per «oltraggio nei confronti di un gruppo di persone in ragione della loro religione». Gruppi minoritari e perfino isolati nella popolazione musulmana si spacciano per suoi rappresentanti unici.
Uno degli ultimi esempi è stato il processo intentato in Francia dall’Unione delle Organizzazioni islamiche di Francia e dalla Grande moschea di Parigi contro la rivista Charlie Hebdo per avere ripubblicato le vignette satiriche di un giornale danese su Maometto. Nel marzo 2008 la corte d’appello di Parigi ha per fortuna respinto ogni capo d’accusa perché le caricature «si riferiscono chiaramente a una frazione e non all’insieme della comunità islamica, non costituiscono un oltraggio, né un attacco personale e diretto contro un gruppo di persone in virtù della loro appartenenza religiosa e non valicano il limite ammesso della libertà di espressione». Ma altre querele sono arrivate. Negli Stati Uniti il Cair (Consiglio per le relazioni americano-islamiche) ha portato in tribunale il responsabile del sito Anti-Cair per avere diffuso false notizie a danno della reputazione dell’Associazione, ma ha dovuto ritirare l’accusa; la Islamic Society di Boston ha accusato di diffamazione diciassette persone nel maggio 2005 anche in questo caso per ritirare l’accusa due anni dopo.
La risposta è stata possibile anche grazie all’azione del Middle East Legal Project Forum, che spiega: «Queste cause sono spesso capziose, avviate senza una seria aspettativa di successo, ma intraprese per causare la bancarotta, per distrarre, intimidire e demoralizzare gli accusati. Non si cerca tanto di vincere in tribunale, quanto di portare allo sfinimento giornalisti e analisti». Pensate che il solo Cair americano ha annunciato nell’ottobre 2005 di avere raccolto in un mese un milione di dollari, per «difendere gli attacchi diffamatori ai musulmani e all’islam». Possiamo provare a fare un Legal Project anche in Italia, per rispondere ai metodi dell’Ucoii?
Due parole per ricordare che cos’è. L’Ucoii è l’estensione in Italia dei Fratelli Musulmani egiziani. I rapporti di polizia e dei servizi, le documentazioni dei tribunali italiani, provano i suoi chiari propositi eversivi per instaurare in Occidente una società dominata dal diritto coranico. Una recente sentenza avvisa come «sia opportuno compiere attente indagini prima di individuare l’Ucoii quale principale interlocutore per quanto riguarda i rapporti con i musulmani evidenziando inoltre che le moschee in Italia possano essere un serbatoio di kamikaze e terroristi». In Italia controllate dall’Ucoii ci sono settecentocinquanta moschee illegali. L’Ucoii non ha firmato la Carta dei Valori preparata dalla Consulta istituita dal ministero degli Interni perché rifiuta qualsiasi forma di concordato con il nostro Paese e le sue Istituzioni. Nel 2006 l’Ucoii ha fatto pubblicare a pagamento sui quotidiani italiani un manifesto con il titolo «Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane» che si chiudeva con «Marzabotto = Gaza = Fosse Ardeatine = Libano».
Purtroppo la preghiera islamica per i nostri morti nel sisma che ha colpito l’Abruzzo è stata guidata proprio dal presidente dell’Ucoii, Nour Dachan. Noi querelati e minacciati siamo certi che si sia trattato di un clamoroso equivoco, che rischia però di dare legittimità a un’organizzazione fondamentalista. Aspettiamo chiarimenti e ci organizziamo per resistere. (il Giornale)
giovedì 9 aprile 2009
Terremoto, eccellenze e scandali. Davide Giacalone
Le disgrazie esistono, ma anche i disgraziati. Non si ferma la forza della natura, ma si può arrestare quella d’incapaci e malfattori. Quattro problemi accompagnano il terremoto: 1. la prevedibilità; 2. l’emergenza; 3. la ricostruzione; 4. la normalità. Riguardano le vite di molti ed i soldi di tutti.
Non sono un geologo, ho cani e gatti e vedo anch’io che se ne accorgono. Leggo che nessuno, nel mondo, prevede luogo ed ora di un terremoto, ma solo il rischio potenziale. Osservo, però, che sia per l’eventuale allarme nell’immediatezza dell’evento, sia per la gestione del panico successivo, manca una rete di comunicazione. Quella notte radio e tv sono rimaste in sonno. Internet non forniva informazioni ufficiali. Creare una rete, utilizzando le comunicazioni mobili, non presenta complicazioni tecniche, e costa molto poco.
Non c’è.
Nella gestione dell’emergenza siamo bravi. Dobbiamo esserne orgogliosi. Non tutto può essere fatto subito, e lo capiscono meglio le vittime di chi parla a vanvera, ma, nella disgrazia, la generosità italiana si sposa con l’organizzazione, ed i risultati si vedono. Merito di molti, ma vorrei ricordare il lavoro di Giuseppe Zamberletti, che creò la protezione civile.
Le cose si mettono male, invece, nel periodo successivo, con la ricostruzione. Ci sono zone dove i nipoti dei terremotati vivono ancora da terremotati. Qui si sposano due difetti italiani: fatalismo privato ed inefficienza pubblica. Con i tempi si dilatano anche i costi, e la disgrazia diventa prima ruberia e poi scandalo. Chi edificherà ci guadagnerà, ed è lecito. Di più: è giusto. Ma sarebbe meglio affidare i lavori a progetto: si fissano i costi, i tempi e le caratteristiche del lavoro. Chi non rispetta i termini paga, di tasca propria.
Si edificherà in zona sismica. E’ così in gran parte d’Italia. L’importante è che si edifichi in modo antisismico. A L’Aquila il vecchio ospedale è in piedi, quello nuovo al suolo. Che crolli un campanile fa male al cuore, ma se crolla il cemento armato vien voglia di fare del male. Siamo pieni di leggi, in materia, per non dire di regolamenti e circolari. Carte quasi tutte redatte all’indomani di disastri, per poi restare lettera morta. Tumulata in tribunale. Questo è scandaloso. Lo scrivo sottovoce, perché siamo ad un funerale, ma con rabbia.
Non sono un geologo, ho cani e gatti e vedo anch’io che se ne accorgono. Leggo che nessuno, nel mondo, prevede luogo ed ora di un terremoto, ma solo il rischio potenziale. Osservo, però, che sia per l’eventuale allarme nell’immediatezza dell’evento, sia per la gestione del panico successivo, manca una rete di comunicazione. Quella notte radio e tv sono rimaste in sonno. Internet non forniva informazioni ufficiali. Creare una rete, utilizzando le comunicazioni mobili, non presenta complicazioni tecniche, e costa molto poco.
Non c’è.
Nella gestione dell’emergenza siamo bravi. Dobbiamo esserne orgogliosi. Non tutto può essere fatto subito, e lo capiscono meglio le vittime di chi parla a vanvera, ma, nella disgrazia, la generosità italiana si sposa con l’organizzazione, ed i risultati si vedono. Merito di molti, ma vorrei ricordare il lavoro di Giuseppe Zamberletti, che creò la protezione civile.
Le cose si mettono male, invece, nel periodo successivo, con la ricostruzione. Ci sono zone dove i nipoti dei terremotati vivono ancora da terremotati. Qui si sposano due difetti italiani: fatalismo privato ed inefficienza pubblica. Con i tempi si dilatano anche i costi, e la disgrazia diventa prima ruberia e poi scandalo. Chi edificherà ci guadagnerà, ed è lecito. Di più: è giusto. Ma sarebbe meglio affidare i lavori a progetto: si fissano i costi, i tempi e le caratteristiche del lavoro. Chi non rispetta i termini paga, di tasca propria.
Si edificherà in zona sismica. E’ così in gran parte d’Italia. L’importante è che si edifichi in modo antisismico. A L’Aquila il vecchio ospedale è in piedi, quello nuovo al suolo. Che crolli un campanile fa male al cuore, ma se crolla il cemento armato vien voglia di fare del male. Siamo pieni di leggi, in materia, per non dire di regolamenti e circolari. Carte quasi tutte redatte all’indomani di disastri, per poi restare lettera morta. Tumulata in tribunale. Questo è scandaloso. Lo scrivo sottovoce, perché siamo ad un funerale, ma con rabbia.
mercoledì 8 aprile 2009
Finalmente orgogliosi dello Stato dopo tante tragedie gestite male. Peppino Caldarola
Questa volta abbiamo visto lo Stato. Non era mai accaduto prima. In Irpinia qualcosa cominciò a muoversi dopo le aspre parole di Pertini e la sua requisitoria contro gli uomini di governo. Napolitano non ha avuto bisogno di fare discorsi a tv unificate. La Protezione civile di Bertolaso si è confermata una delle macchine più efficienti della Repubblica. Le forze di polizia sono state mobilitate in poche ore. I nostri pompieri hanno mostrato lo stesso coraggio di quelli di New York l’11 settembre. I soccorritori non hanno avuto il tempo di chiedersi cosa fare e dove andare. Ricordo l’angoscia dei volontari dell’Irpinia quando la generosità di tanti si smarriva di fronte all’inefficienza dell’intervento pubblico.Berlusconi si è immediatamente assunto la responsabilità di dirigere in prima persona l’intera macchina dei soccorsi. Come ha fatto per Napoli, anche per L’Aquila il premier non ha delegato nulla, ma è sceso in campo direttamente. L’impresa era ed è difficile. Il terremoto ha distrutto un’intera città e paesini appollaiati sulla montagna. Quello che colpisce è stata la chiarezza del comando. Penso solo alla scelta di aver bloccato l’autostrada per impedire l’afflusso disordinato di persone che avrebbero ostacolato il flusso dei soccorsi. Penso alla notte fra lunedì e martedì quando, raccontano le agenzie di stampa, grazie alla presenza dello Stato non un solo atto di sciacallaggio è stato compiuto ai danni della popolazione indifesa.
Lo Stato presenta all’Aquila ha mostrato tutti i suoi volti. È stato amichevole verso chi ha perso tutto, ha cercato d’impedire che si diffondesse il panico, ha mobilitato risorse e le ha coordinate, è stato severo verso i malintenzionati. Il volto dell’Italia che viene fuori dai primi giorni post-terremoto è quello di un Paese ferito ma non piegato. C’è anche l’immagine di un Paese orgoglioso. Il rifiuto degli aiuti stranieri reso possibile dalla nostra capacità di fronteggiare la crisi sicuramente accrescerà il prestigio dell’Italia. All’emergenza pensiamo noi, aiutateci nella ricostruzione investendo su di noi. Questo è stato il messaggio forte che in queste ore l’Italia sta dando a tanti governi, a cominciare da quello americano, che generosamente si sono offerti di inviare denaro e medicinali.
Diciamo la verità: la reazione dello Stato questa volta è sembrata sorprendente. Eravamo abituati a popolazioni abbandonate a se stesse, a sindaci costretti a implorare interventi immediati, alla confusione di interventi senza coordinamento. Si dice: nei momenti eccezionali l’Italia mostra il meglio di sé. Questa volta è stato il governo a mostrare il meglio di sé. Non ho alcuna reticenza a scrivere che tutto questo è merito di Silvio Berlusconi. Si era appena spenta la ridicola «querelle» su inesistenti gaffe internazionali che il premier ha mostrato una capacità di intervento nella crisi che non ha eguali nel passato. Ha fatto bene Franceschini a proporre la mano tesa. Ha fatto bene anche perché poche ore prima il leader Pd e il suo staff si erano prodotti in una nuova manifestazione di antiberlusconismo di maniera che lasciava temere il peggio.
Berlusconi ha mostrato in queste ore capacità di leadership generali. Dopo il successo di Napoli, l’intervento su L’Aquila e le zone terremotate accresceranno il suo indice di popolarità. È un bene solo per lui e per la sua parte? No, da uomo di sinistra penso che sia un bene per tutti. Abbiamo bisogno di voltare pagina, di chiudere quindici anni di «guerra civile parlata» che hanno logorato il Paese. Ora si può entrare in un’altra fase. L’Italia ha un capo di governo che dà garanzie di guida, che ha una propria visione del mondo, che sa parlare e sa fare. Chi è contrario lo dica, chi ha un’altra proposta la faccia. Ma è ora di farla finita con le vecchie demonizzazioni. Berlusconi ha rimesso in moto lo Stato due volte: a Napoli e ora in Abruzzo. Questo si chiede a un uomo politico di governo e questo è accaduto.
So che scrivendo queste cose attirerò sulla mia testa gli improperi e gli insulti di tanti miei compagni di schieramento. Un tempo si diceva che la verità è rivoluzionaria. Ne sono convinto tuttora. Riconoscere al «principale esponente dello schieramento a noi avverso» di aver dato una prova di capacità di governo è il minimo che si può fare oggi. Non bisogna aver paura di criticare il governo, ma neppure di apprezzarlo quando lo merita. (il Giornale)
Lo Stato presenta all’Aquila ha mostrato tutti i suoi volti. È stato amichevole verso chi ha perso tutto, ha cercato d’impedire che si diffondesse il panico, ha mobilitato risorse e le ha coordinate, è stato severo verso i malintenzionati. Il volto dell’Italia che viene fuori dai primi giorni post-terremoto è quello di un Paese ferito ma non piegato. C’è anche l’immagine di un Paese orgoglioso. Il rifiuto degli aiuti stranieri reso possibile dalla nostra capacità di fronteggiare la crisi sicuramente accrescerà il prestigio dell’Italia. All’emergenza pensiamo noi, aiutateci nella ricostruzione investendo su di noi. Questo è stato il messaggio forte che in queste ore l’Italia sta dando a tanti governi, a cominciare da quello americano, che generosamente si sono offerti di inviare denaro e medicinali.
Diciamo la verità: la reazione dello Stato questa volta è sembrata sorprendente. Eravamo abituati a popolazioni abbandonate a se stesse, a sindaci costretti a implorare interventi immediati, alla confusione di interventi senza coordinamento. Si dice: nei momenti eccezionali l’Italia mostra il meglio di sé. Questa volta è stato il governo a mostrare il meglio di sé. Non ho alcuna reticenza a scrivere che tutto questo è merito di Silvio Berlusconi. Si era appena spenta la ridicola «querelle» su inesistenti gaffe internazionali che il premier ha mostrato una capacità di intervento nella crisi che non ha eguali nel passato. Ha fatto bene Franceschini a proporre la mano tesa. Ha fatto bene anche perché poche ore prima il leader Pd e il suo staff si erano prodotti in una nuova manifestazione di antiberlusconismo di maniera che lasciava temere il peggio.
Berlusconi ha mostrato in queste ore capacità di leadership generali. Dopo il successo di Napoli, l’intervento su L’Aquila e le zone terremotate accresceranno il suo indice di popolarità. È un bene solo per lui e per la sua parte? No, da uomo di sinistra penso che sia un bene per tutti. Abbiamo bisogno di voltare pagina, di chiudere quindici anni di «guerra civile parlata» che hanno logorato il Paese. Ora si può entrare in un’altra fase. L’Italia ha un capo di governo che dà garanzie di guida, che ha una propria visione del mondo, che sa parlare e sa fare. Chi è contrario lo dica, chi ha un’altra proposta la faccia. Ma è ora di farla finita con le vecchie demonizzazioni. Berlusconi ha rimesso in moto lo Stato due volte: a Napoli e ora in Abruzzo. Questo si chiede a un uomo politico di governo e questo è accaduto.
So che scrivendo queste cose attirerò sulla mia testa gli improperi e gli insulti di tanti miei compagni di schieramento. Un tempo si diceva che la verità è rivoluzionaria. Ne sono convinto tuttora. Riconoscere al «principale esponente dello schieramento a noi avverso» di aver dato una prova di capacità di governo è il minimo che si può fare oggi. Non bisogna aver paura di criticare il governo, ma neppure di apprezzarlo quando lo merita. (il Giornale)
martedì 7 aprile 2009
Cilecca Cgil. Davide Giacalone
Il raduno romano della Cgil ha fatto cilecca. Non certo per una questione di partecipazione. Anzi, sulla contabilità dico subito e passo oltre: le piazze italiane sono diventate come i vasi di fagioli della Carrà, con una capienza immaginaria. Taluni sfidano la fisica dei solidi, i più direttamente il ridicolo. Le spara grosse la Cgil (2 milioni e 700 mila sono gli abitanti di Roma, non i manifestanti, distribuiti su 1.285 chilometri quadrati, non concentrati al Circo Massimo), ma le sparano colorate tutti quelli che organizzano le trasferte di truppe sfilanti. Erano tanti. Punto.
Il guaio è che erano tanti, organizzati dal centro, ma ascoltando Epifani non hanno colto lo scopo del viaggio. Giornata di sole e gita a parte. Il capo di un altro sindacato, Raffaele Bonanni, della Cisl, ha detto che gli scopi dell’adunanza non erano sindacali. Epifani gli ha risposto che non c’è “nulla di più sindacale che chiedere un tavolo di confronto”. Su questo ha ragione, è proprio sindacalese allo stato puro, difatti non significa un accidente. Ha sborsato i soldi, grazie alle banche finanziatrici, ha scomodato tutta quella gente, ha massacrato il sabato dei romani, solo per farsi ricevere a Palazzo Chigi e poggiare i gomiti su un tavolo? Ma dategli una stanza! No, osserva Epifani, il fatto è che adesso “faremo pesare” la manifestazione. E’ già pesata, ma per il futuro non si faccia illusioni, è già dimenticata. Per due ragioni.
La prima è di ordine sindacale, visto che la Cgil ha preferito il protagonismo solitario, anche per ricucire le divisioni interne, le altre confederazioni preferiranno che continui a coltivare l’isolamento, mentre loro trattano. Visto che non c’è un solo sindacalista di vertice che non sia passato alla politica, che nessuno è tornato (tornato? vabbe’) a lavorare, è normale che ciascuno si regoli secondo convenienza politica. Il guaio dei sindacati, però, non è il non avere piattaforme comuni, bensì il difettare di lavoratori iscritti. Rappresentano una minoranza dei lavoratori, più che altro nel settore pubblico, ed i tesserati sono in maggioranza pensionati. Sapete quanto gliene importa, agli altri sindacati, che la Cgil abbia scarrozzato una piazzata di gente? Appunto.
La seconda ragione d’insuccesso è che, come i suoi predecessori e come i sui successori (accetto scommesse), Epifani sbarcherà, se non si spappola, nel partitone della sinistra. Quindi convoca la manifestazione, come a dicembre convocò lo sciopero generale, per far la conta di chi c’è e chi manca e per far vedere chi ha ancora quattrini da spendere e gente da mobilitare. Questa volta, però, lo hanno gabbato, perché ci sono andati tutti. Giulivi, indossando i soliti costosi casual da marcia, dichiarando adesione. Zero a zero e palla al centro.E veniamo alla sostanza, tanto si fa presto. Chiedono “una verifica attenta degli ammortizzatori sociali”. Formula gemella e significativa tanto quanto la richiesta del tavolo. In pratica chiedono più soldi per finanziare la cassa integrazione ed evitare i licenziamenti. Non dicono chi debba metterceli, ma questo è un dettaglio: la controriforma pensionistica la misero in conto ai precari. Resta sbagliato l’obiettivo. Quegli “ammortizzatori” sono, in realtà, degli incollatori, utili a non cambiare nulla e costituiscono una gran fregatura per i giovani. Epifani la spunterà, su questo, perché avrà dalla sua il governo, che preferisce evitare tensioni, la Confindustria, che detesta i fallimenti e contiene l’impresa assistita, gli altri sindacati, intenti ad amministrare il loro potere contrattuale. Quello che li regge non è la forza delle manifestazioni, che sono l’inutile esercizio di un diritto, ma quella della conservazione e della stagnante continuazione nel sempre uguale. La crisi poteva essere l’occasione per rompere e cambiare. Questo avrebbe dovuto chiedere un vero sindacato, rappresentativo degli interessi dei lavoratori. La burocrazia conservatrice, invece, chiede un tavolo. Per dare un senso alla poltrona.
Il guaio è che erano tanti, organizzati dal centro, ma ascoltando Epifani non hanno colto lo scopo del viaggio. Giornata di sole e gita a parte. Il capo di un altro sindacato, Raffaele Bonanni, della Cisl, ha detto che gli scopi dell’adunanza non erano sindacali. Epifani gli ha risposto che non c’è “nulla di più sindacale che chiedere un tavolo di confronto”. Su questo ha ragione, è proprio sindacalese allo stato puro, difatti non significa un accidente. Ha sborsato i soldi, grazie alle banche finanziatrici, ha scomodato tutta quella gente, ha massacrato il sabato dei romani, solo per farsi ricevere a Palazzo Chigi e poggiare i gomiti su un tavolo? Ma dategli una stanza! No, osserva Epifani, il fatto è che adesso “faremo pesare” la manifestazione. E’ già pesata, ma per il futuro non si faccia illusioni, è già dimenticata. Per due ragioni.
La prima è di ordine sindacale, visto che la Cgil ha preferito il protagonismo solitario, anche per ricucire le divisioni interne, le altre confederazioni preferiranno che continui a coltivare l’isolamento, mentre loro trattano. Visto che non c’è un solo sindacalista di vertice che non sia passato alla politica, che nessuno è tornato (tornato? vabbe’) a lavorare, è normale che ciascuno si regoli secondo convenienza politica. Il guaio dei sindacati, però, non è il non avere piattaforme comuni, bensì il difettare di lavoratori iscritti. Rappresentano una minoranza dei lavoratori, più che altro nel settore pubblico, ed i tesserati sono in maggioranza pensionati. Sapete quanto gliene importa, agli altri sindacati, che la Cgil abbia scarrozzato una piazzata di gente? Appunto.
La seconda ragione d’insuccesso è che, come i suoi predecessori e come i sui successori (accetto scommesse), Epifani sbarcherà, se non si spappola, nel partitone della sinistra. Quindi convoca la manifestazione, come a dicembre convocò lo sciopero generale, per far la conta di chi c’è e chi manca e per far vedere chi ha ancora quattrini da spendere e gente da mobilitare. Questa volta, però, lo hanno gabbato, perché ci sono andati tutti. Giulivi, indossando i soliti costosi casual da marcia, dichiarando adesione. Zero a zero e palla al centro.E veniamo alla sostanza, tanto si fa presto. Chiedono “una verifica attenta degli ammortizzatori sociali”. Formula gemella e significativa tanto quanto la richiesta del tavolo. In pratica chiedono più soldi per finanziare la cassa integrazione ed evitare i licenziamenti. Non dicono chi debba metterceli, ma questo è un dettaglio: la controriforma pensionistica la misero in conto ai precari. Resta sbagliato l’obiettivo. Quegli “ammortizzatori” sono, in realtà, degli incollatori, utili a non cambiare nulla e costituiscono una gran fregatura per i giovani. Epifani la spunterà, su questo, perché avrà dalla sua il governo, che preferisce evitare tensioni, la Confindustria, che detesta i fallimenti e contiene l’impresa assistita, gli altri sindacati, intenti ad amministrare il loro potere contrattuale. Quello che li regge non è la forza delle manifestazioni, che sono l’inutile esercizio di un diritto, ma quella della conservazione e della stagnante continuazione nel sempre uguale. La crisi poteva essere l’occasione per rompere e cambiare. Questo avrebbe dovuto chiedere un vero sindacato, rappresentativo degli interessi dei lavoratori. La burocrazia conservatrice, invece, chiede un tavolo. Per dare un senso alla poltrona.
sabato 4 aprile 2009
Se il razzismo è politicamente corretto. Maria Giovanna Maglie
Ma quanti armoniosi minuetti, quali sofisticati distinguo, che sfoggi di fantasia letteraria, abbiamo letto ieri sui quotidiani italiani di solito scatenati e furiosi come Erinni quando un minimo rischio di comportamento o anche solo intenzione razzista sfiora il Bel Paese. Stavolta no, stavolta la mascalzonata l’hanno fatta i compagni, una bella giunta di centro sinistra e un sindaco eletto nelle liste del Partito Democratico, Orazio Ciliberti, a Foggia; stavolta non è successo nel bieco nord leghista, in specie nell’infame triangolo nordestino dove vivono e affamano amministratori come Tosi e Gentilini, ma nel sud, nella Puglia di Nichi Vendola, che in ritardo e flebilmente si dissocia. Allora sui giornali partono le esercitazioni di fioretto, le situazioni si fanno ingestibili, gli immigrati sono troppi, soprattutto «non è razzismo», perché «si fa presto a dire razzismo», per dirla con il manifesto. Il tutto, invece del consueto titolone di prima pagina grondante sangue e ritorno al fascismo, è stato ben occultato nelle cronache e con trucco di impaginazione avanzata.
Il fatto. Da lunedì viaggeranno separati - gli immigrati su un pullman, i residenti su un altro - sulla linea 24 dell’Ataf, l’azienda di trasporti locale, che da Borgo Mezzanone porta a Foggia. «Nessuna segregazione», ha detto il sindaco Ciliberti. Nessuno infatti, stando alle spiegazioni ufficiali, impedirà al migliaio d’immigrati del centro di accoglienza «Cara» di Borgo Mezzanone di salire sullo stesso autobus dei cittadini della borgata. Solo che non ne avranno più bisogno. È stata creata una linea «dedicata» ai rifugiati che li trasporterà dal centro d’accoglienza al centro della città e ritorno. Gli abitanti del borgo invece potranno viaggiare su un’altra linea, sempre per lo stesso tragitto, ma partendo da un luogo diverso. Ancora Ciliberti precisa che si tratta di una decisione presa per ragioni di sicurezza, una misura di prevenzione, studiata d’intesa con la prefettura, per eliminare gli attriti tra la popolazione e gli immigrati. Perciò da lunedì la linea 24 diventa anche 24/1.Il centro d’accoglienza, realizzato per ospitare cinquecento persone, è arrivato un mese fa ad accoglierne milleduecento, e in questi giorni è a quota ottocento. Sono clandestini che dopo lo sbarco in Italia hanno chiesto lo status di rifugiati politici, e sono in attesa di una risposta. A quanto pare il comportamento pubblico non era dei più decorosi, al capolinea volavano schiaffoni, gli autisti sono stati malmenati, di pagare il biglietto non se ne parlava, le vetture arrivavano a fine corsa cariche di rifiuti e residui sgradevoli. Dopo numerosi interventi della forza pubblica, chiamata a presidiare il capolinea della tremenda linea 24, è stata presa la decisione di raddoppiare per separare, al costo di 120mila euro l’anno.
La morale, ammesso che ce ne sia una, e che ci consoli. Se gli immigrati in attesa di status di rifugiati sono così numerosi, a Foggia come in altre città, evidentemente non siamo così intransigenti e chiusi al mondo, come volentieri invece veniamo dipinti, noi italiani e il governo attuale. Piuttosto siamo generosi e accoglienti, e se ci vuole qualche tempo per vagliare il diritto allo stato di rifugiato, è perché un minimo di rigore e di verifiche sono la garanzia che non ci mettiamo dei delinquenti o dei millantatori in casa, considerazione che dovrebbe rassicurare tutti. Invece no, perché sempre per citarne uno solo, il manifesto, è pur vero che «il messaggio che passa è di separazione fra italiani e immigrati», ma è sacrosanto che «va sempre a finire così quando si costruiscono situazioni ingestibili». Capito? Ascoltate la descrizione, che è da manuale del politically correct, servito un tanto al chilo. «Esasperazione terreno fertile per il razzismo: gli abitanti del borgo che protestano, e che cominciano a lamentarsi anche per la sicurezza, se ci sono dei ragazzi del centro che si fermano al bar a bere una birra, o per l’igiene, perché hanno visto qualcuno urinare per la strada». I termini sicurezza e igiene sono rigorosamente virgolettati, ad evocarne la pretestuosità. È giusto, solo l’effetto nefasto che promana dal governo di Silvio Berlusconi può indurre gli abitanti del paese foggiano a non gradire che si vada al bar per provocare risse al momento del passaggio alla cassa, o che si dia libero e pubblico sfogo a impellenti necessità di minzione. Gli scontrini e i gabinetti sono un dovere richiesto agli italiani, ma sconveniente da esigere con gli immigrati. Che può fare a questo punto un povero sindaco sinceramente Democratico? Può, anzi deve, prendere una decisione che appare di separazione, che odora di razzismo, ma che è invece dettata dal bisogno e dalle responsabilità altrui.
Sia chiaro, la misura non desta in me il minimo scandalo, non mi viene in mente il Sudafrica, l’apartheid, o sciocchezze del genere. Immagino che si sia fatta la scelta meno dolorosa per la popolazione, già provata dalla convivenza forzata, anche se controversa. Quel che non va bene, anzi va malissimo, è l’esercizio dell’antirazzismo eroico e del mito dell’accoglienza a tutti i costi solo quando serve a fare propaganda politica e a disorientare l’opinione pubblica. Da oggi sappiamo che esistono sempre eccezioni, la doppia morale e il doppio peso, vizi capitali della sinistra italiana e dei suoi giornalisti, funzionano anche per l’immigrato. (il Giornale)
Il fatto. Da lunedì viaggeranno separati - gli immigrati su un pullman, i residenti su un altro - sulla linea 24 dell’Ataf, l’azienda di trasporti locale, che da Borgo Mezzanone porta a Foggia. «Nessuna segregazione», ha detto il sindaco Ciliberti. Nessuno infatti, stando alle spiegazioni ufficiali, impedirà al migliaio d’immigrati del centro di accoglienza «Cara» di Borgo Mezzanone di salire sullo stesso autobus dei cittadini della borgata. Solo che non ne avranno più bisogno. È stata creata una linea «dedicata» ai rifugiati che li trasporterà dal centro d’accoglienza al centro della città e ritorno. Gli abitanti del borgo invece potranno viaggiare su un’altra linea, sempre per lo stesso tragitto, ma partendo da un luogo diverso. Ancora Ciliberti precisa che si tratta di una decisione presa per ragioni di sicurezza, una misura di prevenzione, studiata d’intesa con la prefettura, per eliminare gli attriti tra la popolazione e gli immigrati. Perciò da lunedì la linea 24 diventa anche 24/1.Il centro d’accoglienza, realizzato per ospitare cinquecento persone, è arrivato un mese fa ad accoglierne milleduecento, e in questi giorni è a quota ottocento. Sono clandestini che dopo lo sbarco in Italia hanno chiesto lo status di rifugiati politici, e sono in attesa di una risposta. A quanto pare il comportamento pubblico non era dei più decorosi, al capolinea volavano schiaffoni, gli autisti sono stati malmenati, di pagare il biglietto non se ne parlava, le vetture arrivavano a fine corsa cariche di rifiuti e residui sgradevoli. Dopo numerosi interventi della forza pubblica, chiamata a presidiare il capolinea della tremenda linea 24, è stata presa la decisione di raddoppiare per separare, al costo di 120mila euro l’anno.
La morale, ammesso che ce ne sia una, e che ci consoli. Se gli immigrati in attesa di status di rifugiati sono così numerosi, a Foggia come in altre città, evidentemente non siamo così intransigenti e chiusi al mondo, come volentieri invece veniamo dipinti, noi italiani e il governo attuale. Piuttosto siamo generosi e accoglienti, e se ci vuole qualche tempo per vagliare il diritto allo stato di rifugiato, è perché un minimo di rigore e di verifiche sono la garanzia che non ci mettiamo dei delinquenti o dei millantatori in casa, considerazione che dovrebbe rassicurare tutti. Invece no, perché sempre per citarne uno solo, il manifesto, è pur vero che «il messaggio che passa è di separazione fra italiani e immigrati», ma è sacrosanto che «va sempre a finire così quando si costruiscono situazioni ingestibili». Capito? Ascoltate la descrizione, che è da manuale del politically correct, servito un tanto al chilo. «Esasperazione terreno fertile per il razzismo: gli abitanti del borgo che protestano, e che cominciano a lamentarsi anche per la sicurezza, se ci sono dei ragazzi del centro che si fermano al bar a bere una birra, o per l’igiene, perché hanno visto qualcuno urinare per la strada». I termini sicurezza e igiene sono rigorosamente virgolettati, ad evocarne la pretestuosità. È giusto, solo l’effetto nefasto che promana dal governo di Silvio Berlusconi può indurre gli abitanti del paese foggiano a non gradire che si vada al bar per provocare risse al momento del passaggio alla cassa, o che si dia libero e pubblico sfogo a impellenti necessità di minzione. Gli scontrini e i gabinetti sono un dovere richiesto agli italiani, ma sconveniente da esigere con gli immigrati. Che può fare a questo punto un povero sindaco sinceramente Democratico? Può, anzi deve, prendere una decisione che appare di separazione, che odora di razzismo, ma che è invece dettata dal bisogno e dalle responsabilità altrui.
Sia chiaro, la misura non desta in me il minimo scandalo, non mi viene in mente il Sudafrica, l’apartheid, o sciocchezze del genere. Immagino che si sia fatta la scelta meno dolorosa per la popolazione, già provata dalla convivenza forzata, anche se controversa. Quel che non va bene, anzi va malissimo, è l’esercizio dell’antirazzismo eroico e del mito dell’accoglienza a tutti i costi solo quando serve a fare propaganda politica e a disorientare l’opinione pubblica. Da oggi sappiamo che esistono sempre eccezioni, la doppia morale e il doppio peso, vizi capitali della sinistra italiana e dei suoi giornalisti, funzionano anche per l’immigrato. (il Giornale)
mercoledì 1 aprile 2009
Avanti! alla riscossione. Davide Giacalone
Gas, luce e colf. Tre modi per mettere le mani nelle tasche delle famiglie, per prendere troppo e male, facendo anche fare la figura dei delinquenti alle persone per bene. Tre esempi d’ipocrisia e mancate riforme, che rendono difficile la vita di cittadini ed imprese. Su luce e gas la notizia dovrebbe essere positiva: oggi ribassano le tariffe. Peccato che sia una mezza presa in giro.
I prezzi del gas e dell’energia elettrica hanno seguito, con scostamenti vari e non decisivi, quello del petrolio. Il greggio ha ripreso a crescere nel 2004, raggiungendo vette impetuose nel 2007-2008. Le nostre bollette hanno seguito l’andazzo, adeguandosi progressivamente (e dolorosamente). Già nel corso della seconda metà dell’anno scorso il prezzo del petrolio, però, non è diminuito, è crollato, riducendosi ad un quarto di quello di partenza. Le nostre bollette, invece, hanno continuato ad essere sempre più care nel corso del 2008, anche nella seconda metà, mentre oggi diminuiscono di circa l’8% per l’energia ed il 7% per il gas. Sommate due cose: la sproporzione fra la crescita di ieri e la diminuzione di oggi, specie in riferimento al prezzo della materia prima, più il ritardo nell’adeguamento al (minimo) ribasso. Risultato: ci stanno pelando. Dopo di che i gestori di società statali e municipali ci diranno quanto sono bravi e si pavoneggeranno degli splendidi bilanci.
La tariffa, non dimentichiamolo, è composta in modo tale che la parte del leone la fa il fisco. Quindi, a tutelare il consumatore dovrebbero essere autorità che rappresentano uno Stato intento a guadagnare dalle alte tariffe. Non aggiungo altro.
Anche per le colf, la notizia dovrebbe essere positiva: l’Inps dichiara guerra agli evasori. Ma, e ci risiamo, ci rimetteranno le famiglie e non ci guadagneranno i lavoratori. Le cifre dell’Inps sono consapevolmente fasulle: a loro risultano 562mila lavoratori domestici. Le più numerose sono le lavoratrici italiane, seguono le rumene, le ucraine e via andando. Ci credono talmente poco anche loro, che sono in partenza 700mila lettere di richiamo. Più dei lavoratori.La realtà è che di italiane ce ne sono pochissime, mentre si tratta di lavori massicciamente affidati agli immigrati. Spesso in evasione, totale o parziale, perché al lavoratore interessano i soldi, per poi tornare a casa, ed alla famiglia pagare il meno possibile. I loro interessi convergono, quelli dell’Inps no. Il mercato reale ha reso possibile, anche per il ceto medio, il ricorso agli aiuti domestici, che siano per badanti (dato che non ci sono strutture per anziani), per bambinaie (dato che, dopo una certa ora, mancano anche per i bambini), o per le pulizie (dato che si cerca di lavorare in due). Le lettere dell’Inps sono una tassa su questi bisogni familiari, destinata a finanziare un sistema pensionistico che si ostinano a non riformare, pur essendo in strutturale squilibrio.
Formalmente è tutto a posto, tanto per il gas, che per l’energia elettrica, che per i collaboratori domestici. Nella sostanza, però, ci tocca pagare l’incapacità di cambiare, continuando ad avere l’energia più cara d’Europa, ed a considerare le famiglie come fossero aziende. Prendiamo una famiglia borghese e la trattiamo come una sfruttatrice latifondista: sciur padrun da li beli braghi bianchi …. Devono sentirsi in colpa e tirare fuori “li palanchi”, perché, che cavolo, mica è normale avere l’aria condizionata e la cameriera! Che paghino, il prezzo dell’ipocrisia nazionale. Con quei soldi dobbiamo mantenere le rendite di posizione, gli ostacoli alla competitività, l’arretratezza del mercato del lavoro e tante belle postazioni, assegnate per nomina politica. Avanti, oh popolo, alla riscossione.
I prezzi del gas e dell’energia elettrica hanno seguito, con scostamenti vari e non decisivi, quello del petrolio. Il greggio ha ripreso a crescere nel 2004, raggiungendo vette impetuose nel 2007-2008. Le nostre bollette hanno seguito l’andazzo, adeguandosi progressivamente (e dolorosamente). Già nel corso della seconda metà dell’anno scorso il prezzo del petrolio, però, non è diminuito, è crollato, riducendosi ad un quarto di quello di partenza. Le nostre bollette, invece, hanno continuato ad essere sempre più care nel corso del 2008, anche nella seconda metà, mentre oggi diminuiscono di circa l’8% per l’energia ed il 7% per il gas. Sommate due cose: la sproporzione fra la crescita di ieri e la diminuzione di oggi, specie in riferimento al prezzo della materia prima, più il ritardo nell’adeguamento al (minimo) ribasso. Risultato: ci stanno pelando. Dopo di che i gestori di società statali e municipali ci diranno quanto sono bravi e si pavoneggeranno degli splendidi bilanci.
La tariffa, non dimentichiamolo, è composta in modo tale che la parte del leone la fa il fisco. Quindi, a tutelare il consumatore dovrebbero essere autorità che rappresentano uno Stato intento a guadagnare dalle alte tariffe. Non aggiungo altro.
Anche per le colf, la notizia dovrebbe essere positiva: l’Inps dichiara guerra agli evasori. Ma, e ci risiamo, ci rimetteranno le famiglie e non ci guadagneranno i lavoratori. Le cifre dell’Inps sono consapevolmente fasulle: a loro risultano 562mila lavoratori domestici. Le più numerose sono le lavoratrici italiane, seguono le rumene, le ucraine e via andando. Ci credono talmente poco anche loro, che sono in partenza 700mila lettere di richiamo. Più dei lavoratori.La realtà è che di italiane ce ne sono pochissime, mentre si tratta di lavori massicciamente affidati agli immigrati. Spesso in evasione, totale o parziale, perché al lavoratore interessano i soldi, per poi tornare a casa, ed alla famiglia pagare il meno possibile. I loro interessi convergono, quelli dell’Inps no. Il mercato reale ha reso possibile, anche per il ceto medio, il ricorso agli aiuti domestici, che siano per badanti (dato che non ci sono strutture per anziani), per bambinaie (dato che, dopo una certa ora, mancano anche per i bambini), o per le pulizie (dato che si cerca di lavorare in due). Le lettere dell’Inps sono una tassa su questi bisogni familiari, destinata a finanziare un sistema pensionistico che si ostinano a non riformare, pur essendo in strutturale squilibrio.
Formalmente è tutto a posto, tanto per il gas, che per l’energia elettrica, che per i collaboratori domestici. Nella sostanza, però, ci tocca pagare l’incapacità di cambiare, continuando ad avere l’energia più cara d’Europa, ed a considerare le famiglie come fossero aziende. Prendiamo una famiglia borghese e la trattiamo come una sfruttatrice latifondista: sciur padrun da li beli braghi bianchi …. Devono sentirsi in colpa e tirare fuori “li palanchi”, perché, che cavolo, mica è normale avere l’aria condizionata e la cameriera! Che paghino, il prezzo dell’ipocrisia nazionale. Con quei soldi dobbiamo mantenere le rendite di posizione, gli ostacoli alla competitività, l’arretratezza del mercato del lavoro e tante belle postazioni, assegnate per nomina politica. Avanti, oh popolo, alla riscossione.
lunedì 23 marzo 2009
La riforma delle pensioni serve anche se l'Inps è in attivo. Giuliano Cazzola
Il 18 marzo è stato il giorno di Antonio Mastrapasqua, il presidente-commissario dell’Inps, nuovo astro nascente nel firmamento degli enti previdenziali, che ha presentato il rapporto annuale del suo Istituto, alla Camera, nella Sala della Lupa, alla presenza del presidente Fini, del ministro Sacconi e del sottosegretario Gianni Letta che ha tessuto un elogio senza riserve (e con un’evidente esagerazione) di Mastrapasqua e della sua azione all’Inps.
Il succo politico della relazione ha finito per portare acqua al mulino del Governo: l’Inps ha 11 miliardi di attivo e pertanto non c’è bisogno di fare una nuova riforma delle pensioni perché i conti sono in equilibrio.
Il ragionamento è un po’ forzato; dalle conclusioni – sicuramente corrette – manca qualche passaggio indispensabile per esprimere un giudizio pertinente e compiuto. Anche in materia di previdenza, è opportuno tentare qualche puntualizzazione. Innanzi tutto, un conto è l’andamento della spesa pensionistica, un altro quello dei saldi dell’Inps, il cui bilancio mette insieme almeno una trentina di gestioni pensionistiche, previdenziali, assistenziali, attinenti alla famiglia, al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali, agli sgravi contributivi al sistema delle imprese e a quant’altro.
Per svolgere i suoi compiti l’Inps incassa più o meno 130 miliardi di contributi sociali e 75 miliardi di trasferimenti dello Stato (per finanziare le prestazioni che la legge mette a carico della fiscalità generale). In tale contesto è la spesa pensionistica da tenere sotto controllo per la sua incidenza sul Pil e per gli squilibri che essa determina – in forza dei trend demografici – sull’insieme della spesa sociale. Ed è la spesa pensionistica che deve essere attentamente monitorata nelle sue tendenze di lunga durata dal momento che gli effetti delle riforme – per loro natura – si muovono in una prospettiva di medio-lungo periodo.
Come viene prodotto, poi, questo colossale avanzo dell’Inps? Vi sono sicuramente delle cause principali e delle concause. Cominciamo da queste ultime. Vanno annoverate questioni come la lotta all’evasione e l’aumento ininterrotto (negli ultimi 8 anni) degli occupati. Ma le cause principali sono altre. L’aumento delle aliquote contributive su tutta la platea degli occupati disposto dal Governo Prodi nella legge finanziaria del 2007 ha determinato maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro. Ci sono poi i "grandi elemosinieri": la Gestione delle prestazioni temporanee (quella che, all’interno del Comparto dei lavoratori dipendenti, eroga le seguenti prestazioni: assegno al nucleo familiare, cigo, disoccupazione ordinaria, indennità economica di malattia e maternità, tbc) e la Gestione del lavoro parasubordinato. Queste due gestioni assommano complessivamente saldi attivi d’esercizio tra i 12 e i 13 miliardi. Che bellezza! Dirà il lettore. Possiamo risolvere tanti problemi visto che le risorse ci sono e abbondanti: migliorare i trattamenti destinati alla famiglia, fare la riforma degli ammortizzatori sociali, tutelare meglio i precari prosaicamente definiti parasubordinati. Niente di tutto questo, perché non è consentito destinare neppure un euro per migliorare le prestazioni per le quali si incassa strutturalmente di più di quanto si spende.
Quegli avanzi sono rivolti – nella logica del bilancio unitario dell’Inps – a "tappare i buchi" delle gestioni pensionistiche. Proprio così: nell’attuale fase storica le famiglie, i cassintegrati, i disoccupati, i precari sono forzatamente solidali con i lavoratori autonomi e con alcune categorie di lavoratori dipendenti non certo tra i più sfortunati, le cui gestioni pensionistiche sono in rosso sfavillante. (l'Occidentale)
Il succo politico della relazione ha finito per portare acqua al mulino del Governo: l’Inps ha 11 miliardi di attivo e pertanto non c’è bisogno di fare una nuova riforma delle pensioni perché i conti sono in equilibrio.
Il ragionamento è un po’ forzato; dalle conclusioni – sicuramente corrette – manca qualche passaggio indispensabile per esprimere un giudizio pertinente e compiuto. Anche in materia di previdenza, è opportuno tentare qualche puntualizzazione. Innanzi tutto, un conto è l’andamento della spesa pensionistica, un altro quello dei saldi dell’Inps, il cui bilancio mette insieme almeno una trentina di gestioni pensionistiche, previdenziali, assistenziali, attinenti alla famiglia, al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali, agli sgravi contributivi al sistema delle imprese e a quant’altro.
Per svolgere i suoi compiti l’Inps incassa più o meno 130 miliardi di contributi sociali e 75 miliardi di trasferimenti dello Stato (per finanziare le prestazioni che la legge mette a carico della fiscalità generale). In tale contesto è la spesa pensionistica da tenere sotto controllo per la sua incidenza sul Pil e per gli squilibri che essa determina – in forza dei trend demografici – sull’insieme della spesa sociale. Ed è la spesa pensionistica che deve essere attentamente monitorata nelle sue tendenze di lunga durata dal momento che gli effetti delle riforme – per loro natura – si muovono in una prospettiva di medio-lungo periodo.
Come viene prodotto, poi, questo colossale avanzo dell’Inps? Vi sono sicuramente delle cause principali e delle concause. Cominciamo da queste ultime. Vanno annoverate questioni come la lotta all’evasione e l’aumento ininterrotto (negli ultimi 8 anni) degli occupati. Ma le cause principali sono altre. L’aumento delle aliquote contributive su tutta la platea degli occupati disposto dal Governo Prodi nella legge finanziaria del 2007 ha determinato maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro. Ci sono poi i "grandi elemosinieri": la Gestione delle prestazioni temporanee (quella che, all’interno del Comparto dei lavoratori dipendenti, eroga le seguenti prestazioni: assegno al nucleo familiare, cigo, disoccupazione ordinaria, indennità economica di malattia e maternità, tbc) e la Gestione del lavoro parasubordinato. Queste due gestioni assommano complessivamente saldi attivi d’esercizio tra i 12 e i 13 miliardi. Che bellezza! Dirà il lettore. Possiamo risolvere tanti problemi visto che le risorse ci sono e abbondanti: migliorare i trattamenti destinati alla famiglia, fare la riforma degli ammortizzatori sociali, tutelare meglio i precari prosaicamente definiti parasubordinati. Niente di tutto questo, perché non è consentito destinare neppure un euro per migliorare le prestazioni per le quali si incassa strutturalmente di più di quanto si spende.
Quegli avanzi sono rivolti – nella logica del bilancio unitario dell’Inps – a "tappare i buchi" delle gestioni pensionistiche. Proprio così: nell’attuale fase storica le famiglie, i cassintegrati, i disoccupati, i precari sono forzatamente solidali con i lavoratori autonomi e con alcune categorie di lavoratori dipendenti non certo tra i più sfortunati, le cui gestioni pensionistiche sono in rosso sfavillante. (l'Occidentale)
domenica 22 marzo 2009
Ma i figli dei politicamente corretti leggono Biancaneve e i sette bassetti? Paola Vitali
Chissà che non vi sia un legame: da un lato una garbata presentatrice televisiva del canale britannico CBeebies, che si occupa con competenza di programmi per i più piccoli, ma che essendo visibilmente priva di un braccio, solleva indignazione e proteste da parte di molti spettatori adulti, preoccupati che i bimbi nel vederla sullo schermo ne siano spaventati. Dall’altro quei genitori (uno su quattro, secondo il sondaggio realizzato sempre in Inghilterra da TheBabyWebsite.com, che ha intervistato un campione di tremila mamme e papà) che alla sera evitano di leggere ai bambini le fiabe tradizionali (Hansel e Gretel, Cappuccetto Rosso, Bianvaneve) perché potrebbero impressionarsi troppo, e poi anche perché molte di queste sono proprio politicamente scorrette. Troppe cattiverie, troppe idee chiare e forti. Persino quei sette nani a seminare imbarazzo, mentre magari potrebbero essere definiti “individui di statura differente dalla media”. Pare infatti che un genitore su dieci si sia espresso in favore della proposta di cambiare titolo alla fiaba di Biancaneve perché la parola nano non sarebbe un termine sufficientemente rispettoso.
Per fortuna tre persone su quattro ancora ritengono che le favole tradizionali possano contenere messaggi educativi e veicolare principi morali, ben più delle storie per bambini di nuova generazione. Quei genitori che hanno pian piano abbandonato La Bella e la Bestia o Raperonzolo si sono buttati sulla zuccherosa banda di Winnie the Pooh o sul rassicurante mondo Disney. Eppure le fiabe classiche, con i buoni che trionfano sui cattivi anche dopo eventi tragici e violenti come un lupo che mangia una nonna e una bambina, o una vecchina che cerca di mettere nel forno due fratellini mollati dal padre per debolezza nei confronti di una perfida matrigna, lasciano spazio alla fantasia, alla gestione della paura, e alle infinite congetture dei piccoli nello sforzo di elaborare codici morali. Non presentano uno stucchevole mondo di armonia dove tutti si vogliono bene, non ci sono mai difficoltà reali, e il buonismo è una valanga incontrastabile.
Disabituati a sentir parlare normalmente dell’abbandono, della malattia, della morte, della naturale perfidia degli esseri umani, i bambini finiscono per trovarsi in difficoltà nell’incontro con questi aspetti della vita. Così di fronte a una signora con un braccio solo, quando rivolgono agli adulti che hanno accanto una spontanea e niente affatto imbarazzata domanda, chiedendo spiegazioni per quella evidente diversità, trovano genitori terrorizzati in primis per il possibile spavento dei figli. Tutti tesi a evitare loro turbamenti, incapaci di dare risposte serene e di abituare i piccoli a convivere con le cose che non sempre e non per tutti vanno per il verso giusto.
Se si osservano i bambini a contatto con la disabilità o con i devianti dalla media, la loro naturalezza è spettacolare, priva di sovrastrutture e soprattutto dei cretinismi del pensare da buoni a tutti i costi.
E se alle loro domande sugli individui differenti dai “normodotati” si risponde parlando con tranquillità di incidenti che possono anche capitare, di maggiore fatica a fare le cose che paiono così scontate a chi ha un meraviglioso funzionamento senza intoppi, si vedrà che reagiscono con una pacata accettazione della differenza.
Saranno i figli dei figli del politicamente corretto a spaventarsi per una persona menomata o per una storia serale dove ci sono i brutti e i cattivi, perché nessuno vuol crescerli nel quotidiano confronto con l’imperfezione o la sfortuna, e soprattutto nella sua accettazione. (l'Occidentale)
Per fortuna tre persone su quattro ancora ritengono che le favole tradizionali possano contenere messaggi educativi e veicolare principi morali, ben più delle storie per bambini di nuova generazione. Quei genitori che hanno pian piano abbandonato La Bella e la Bestia o Raperonzolo si sono buttati sulla zuccherosa banda di Winnie the Pooh o sul rassicurante mondo Disney. Eppure le fiabe classiche, con i buoni che trionfano sui cattivi anche dopo eventi tragici e violenti come un lupo che mangia una nonna e una bambina, o una vecchina che cerca di mettere nel forno due fratellini mollati dal padre per debolezza nei confronti di una perfida matrigna, lasciano spazio alla fantasia, alla gestione della paura, e alle infinite congetture dei piccoli nello sforzo di elaborare codici morali. Non presentano uno stucchevole mondo di armonia dove tutti si vogliono bene, non ci sono mai difficoltà reali, e il buonismo è una valanga incontrastabile.
Disabituati a sentir parlare normalmente dell’abbandono, della malattia, della morte, della naturale perfidia degli esseri umani, i bambini finiscono per trovarsi in difficoltà nell’incontro con questi aspetti della vita. Così di fronte a una signora con un braccio solo, quando rivolgono agli adulti che hanno accanto una spontanea e niente affatto imbarazzata domanda, chiedendo spiegazioni per quella evidente diversità, trovano genitori terrorizzati in primis per il possibile spavento dei figli. Tutti tesi a evitare loro turbamenti, incapaci di dare risposte serene e di abituare i piccoli a convivere con le cose che non sempre e non per tutti vanno per il verso giusto.
Se si osservano i bambini a contatto con la disabilità o con i devianti dalla media, la loro naturalezza è spettacolare, priva di sovrastrutture e soprattutto dei cretinismi del pensare da buoni a tutti i costi.
E se alle loro domande sugli individui differenti dai “normodotati” si risponde parlando con tranquillità di incidenti che possono anche capitare, di maggiore fatica a fare le cose che paiono così scontate a chi ha un meraviglioso funzionamento senza intoppi, si vedrà che reagiscono con una pacata accettazione della differenza.
Saranno i figli dei figli del politicamente corretto a spaventarsi per una persona menomata o per una storia serale dove ci sono i brutti e i cattivi, perché nessuno vuol crescerli nel quotidiano confronto con l’imperfezione o la sfortuna, e soprattutto nella sua accettazione. (l'Occidentale)
giovedì 19 marzo 2009
Una rete Rai senza pubblicità. Davide Giacalone
La proposta di togliere la pubblicità da una rete Rai, in modo da affrancarla dalla schiavitù dell’audience e restituirle l’occasione della qualità, è stata formulata da un ministro. Sandro Bondi, lo sanno tutti. Ma la notizia è imprecisa, perché fu Oscar Mammì, nel 1987. La contropartita immaginata consisteva nell’obbligo, per Fininvest (il nome originario di Mediaset) di cedere una delle sue tre reti. La proposta fu bocciata dai comunisti, per bocca di Veltroni (Natta avrebbe voluto ragionarci). Berlusconi, allora solo imprenditore, non vestì di certo a lutto.
Le cose presero una piega diversa, al governo arrivò il segretario della Dc, capo della sua sinistra, De Mita, e, con il contributo attivo del Pci, si stabilì che ciascuno si sarebbe tenuto le reti che aveva, con la pubblicità, mentre chi aveva giornali non poteva entrare in televisione. Il “nemico”, allora, era Agnelli. La storia è diabolica, per questo alcuni la falsificano e molti non la studiano.Ora la cosa riciccia a babbo morto, in un mercato post-duopolistico, tale anche perché quella legge non è mai stata applicata. Sottoposta, semmai, ad un calvario giudiziario dal quale emerse immacolata, ma oramai demolita. Ha un senso, nel mercato attuale e nel corso della digitalizzazione, parlare ancora di una rete senza pubblicità? Posto che si tratta di cosa ben diversa da quella di allora, la riposta richiede di mettere meglio a fuoco la domanda. Se ci si ostina a non cambiare la Rai, si deve trovarle delle specificità, qualcosa che giustifichi il fiume di denaro pubblico che da quelle parti viene quotidianamente incenerito. Diminuire la pubblicità, interrompere meno o per niente le veltroniane emozioni, può essere una strada. Limitata, però, perché nel mondo del digitale, prossimo venturo, è lo spettatore che sceglie i contenuti e, quindi, rivoluziona anche il mercato della pubblicità. Del resto, se ad un canale si toglie la pubblicità, delle due l’una: o la si aumenta sugli altri o (il cielo non voglia) si danno più soldi. Concordo con chi vuole toglierli ai baracconi falso-culturali, elargitori di serate per razza cafona e non pagante, ma non per darli al principe dei baracconi.Detto in breve: da molti anni, e per il futuro, non si sente il bisogno della Rai. Più che toglierle la pubblicità, va venduta.
Le cose presero una piega diversa, al governo arrivò il segretario della Dc, capo della sua sinistra, De Mita, e, con il contributo attivo del Pci, si stabilì che ciascuno si sarebbe tenuto le reti che aveva, con la pubblicità, mentre chi aveva giornali non poteva entrare in televisione. Il “nemico”, allora, era Agnelli. La storia è diabolica, per questo alcuni la falsificano e molti non la studiano.Ora la cosa riciccia a babbo morto, in un mercato post-duopolistico, tale anche perché quella legge non è mai stata applicata. Sottoposta, semmai, ad un calvario giudiziario dal quale emerse immacolata, ma oramai demolita. Ha un senso, nel mercato attuale e nel corso della digitalizzazione, parlare ancora di una rete senza pubblicità? Posto che si tratta di cosa ben diversa da quella di allora, la riposta richiede di mettere meglio a fuoco la domanda. Se ci si ostina a non cambiare la Rai, si deve trovarle delle specificità, qualcosa che giustifichi il fiume di denaro pubblico che da quelle parti viene quotidianamente incenerito. Diminuire la pubblicità, interrompere meno o per niente le veltroniane emozioni, può essere una strada. Limitata, però, perché nel mondo del digitale, prossimo venturo, è lo spettatore che sceglie i contenuti e, quindi, rivoluziona anche il mercato della pubblicità. Del resto, se ad un canale si toglie la pubblicità, delle due l’una: o la si aumenta sugli altri o (il cielo non voglia) si danno più soldi. Concordo con chi vuole toglierli ai baracconi falso-culturali, elargitori di serate per razza cafona e non pagante, ma non per darli al principe dei baracconi.Detto in breve: da molti anni, e per il futuro, non si sente il bisogno della Rai. Più che toglierle la pubblicità, va venduta.
lunedì 16 marzo 2009
Madoff, Cirio e Parmalat. Davide Giacalone
Tutti hanno pubblicato la notizia, ma senza commentarla, senza cercare di capirne il significato: Bernard Madoff, finanziere statunitense, entra in un’aula di giustizia, ammette di essere colpevole, di avere truffato e mentito al mercato, da lì si trasferisce in un carcere da dove rischia di non uscire più. E’ matto? Da noi non sarebbe mai successo, e la ragione va cercata nell’italica, scassatissima giustizia.
Madoff sapeva che l’accusa avrebbe dimostrato la sua colpevolezza. A quel punto poteva fare tre cose: a. spararsi; b. tentare di scappare, senza riuscirci (era già sorvegliato) o per essere ripreso; c. trattare. In un sistema accusatorio, come sono gli Usa e vorrebbe essere l’Italia, nel processo non si cerca la “verità”, ma c’è chi accusa e chi si difende, tanto da rendere ovvio che il giudice non può essere collega di nessuna delle parti. Se l’accusato ammette la colpevolezza il processo è inutile, lo Stato risparmia, gli riconosce la collaborazione e lo premia. Madoff, in attesa della sentenza, che sarà letta il 16 giugno, ha potuto scegliere in quale carcere andare. La pena sarà severa, ma meno che al processo. Da noi si nega sempre, perché conviene: a processarti ci mettono lustri, nel frattempo arrivano indulti e cambi di legge. Pensate a processi come Cirio e Parmalat.
Neanche confessando, si accelera. Da noi la confessione non chiude la partita: ha ucciso lei suo marito? Sì, l’ho fatto a pezzi e messo nel congelatore. Bene, facciamo il processo. E che lo facciamo a fare? Il reo confesso potrebbe mentire. A parte che mentendo commette un reato, anche nel caso Madoff le indagini continuano, solo che si libera il tribunale.
Al termine dell’udienza le parti lese gioivano. In Italia è già tanto se sopravvivono fino alla fine. Anche su di loro, però, si rifletta: Madoff non era una banca o un fondo pensioni, gestiva un sistema speculativo che assicurava (si fa per dire) rendite favolose. Gli investitori lo avevano scelto per avidità. Nel caso delle banche che avevano creduto in lui, l’avidità si è sommata all’incapacità. Le leggi tutelano dai criminali, e difatti il finanziere è e resterà in galera, ma il mercato punisce chi crede di potersi arricchire senza lavorare e senza rischiare. Madoff è colpevole, i suoi clienti, le sue “vittime”, non sono innocenti.
Madoff sapeva che l’accusa avrebbe dimostrato la sua colpevolezza. A quel punto poteva fare tre cose: a. spararsi; b. tentare di scappare, senza riuscirci (era già sorvegliato) o per essere ripreso; c. trattare. In un sistema accusatorio, come sono gli Usa e vorrebbe essere l’Italia, nel processo non si cerca la “verità”, ma c’è chi accusa e chi si difende, tanto da rendere ovvio che il giudice non può essere collega di nessuna delle parti. Se l’accusato ammette la colpevolezza il processo è inutile, lo Stato risparmia, gli riconosce la collaborazione e lo premia. Madoff, in attesa della sentenza, che sarà letta il 16 giugno, ha potuto scegliere in quale carcere andare. La pena sarà severa, ma meno che al processo. Da noi si nega sempre, perché conviene: a processarti ci mettono lustri, nel frattempo arrivano indulti e cambi di legge. Pensate a processi come Cirio e Parmalat.
Neanche confessando, si accelera. Da noi la confessione non chiude la partita: ha ucciso lei suo marito? Sì, l’ho fatto a pezzi e messo nel congelatore. Bene, facciamo il processo. E che lo facciamo a fare? Il reo confesso potrebbe mentire. A parte che mentendo commette un reato, anche nel caso Madoff le indagini continuano, solo che si libera il tribunale.
Al termine dell’udienza le parti lese gioivano. In Italia è già tanto se sopravvivono fino alla fine. Anche su di loro, però, si rifletta: Madoff non era una banca o un fondo pensioni, gestiva un sistema speculativo che assicurava (si fa per dire) rendite favolose. Gli investitori lo avevano scelto per avidità. Nel caso delle banche che avevano creduto in lui, l’avidità si è sommata all’incapacità. Le leggi tutelano dai criminali, e difatti il finanziere è e resterà in galera, ma il mercato punisce chi crede di potersi arricchire senza lavorare e senza rischiare. Madoff è colpevole, i suoi clienti, le sue “vittime”, non sono innocenti.
martedì 10 marzo 2009
"Capelli più grigi, per Obama i segni dello stress". Christian Rocca
Pensate che con questo titolo, Camillo abbia perso il lume della ragione e si sia messo a fare pezzi sui capelli grigi di Obama, come tutte le prime pagine dei giornali italiani di oggi? Sbagliate. La frase tra virgolette è un titolo del Corriere, ma uscì anche su tutti gli altri giornali, del 5 luglio 2008. Sì, avete capito bene. A Obama sono venuti i capelli bianchi già un anno fa e un anno fa tutti lo notarono e fecero pezzi sullo stress, sul potere eccetera eccetera. Ora di nuovo. Si potrà continuare così ogni anno, tutti gli anni, fino alla celebrazione del centesimo compleanno. (il Foglio)
Cemento e cervelli, cantieri e tribunali. Davide Giacalone
Attenti a non cementificare i cervelli ed aprire i cantieri in tribunale. L’opposizione è un disco rotto, Franceschini un verboso capo sezione a corto d’aggiornamenti. Ma al governo dovrebbero evitare d’annunciare un venerdì quel che vareranno il successivo, per giunta discutendone fra di loro, come capita con le pensioni delle statali.
I capitoli sembrano essere tre. Il primo riguarda l’edilizia popolare, prevedendo la costruzione di 5000 alloggi e la spesa di 550 milioni. Non è molto, ma è bene. Il secondo si riferisce alla possibilità di abbattere e ricostruire i vecchi edifici, non vincolati, con un premio del 30% sulla cubatura. Non solo è bene, ma la sinistra ha subito pensato alle ville dove vacanzeggiano i propri dirigenti, mentre la cosa è interessante per riparare gli sfregi inferti alle periferie, dove italiani normali abitano edifici fatiscenti. Ogni ipotesi di scempio paesaggistico è esclusa. Sarebbe “de sinistra” applaudire, non atteggiarsi a nemici dei “palazzinavi”, ovvero dei costruttori non concretamente amici. Il terzo capitolo non l’ho capito: si potranno ampliare gli appartamenti del 20%. Immagino soppalchi e verande, ma trattandosi di un provvedimento governativo e non di un concorso d’architettura creativa, sarà meglio che spieghino.
Osservo, però, che è un gran bene semplificare la burocrazia, salvo ricordare che non esiste solo il conflitto fra cittadino e Stato, ma anche quello fra cittadini. Se quelli del piano di sotto tirano via un muro maestro, o quelli accanto trasformano in bunker la terrazza, mi tocca rivolgermi al giudice. E lì ci rivediamo fra dieci anni, quando avranno condonato l’abuso ed indultato l’assassinio condominiale. Ove, al governo, abbiano un modo per evitarlo, lo dicano.
Il detonatore della crisi è stata l’esplosione della bolla immobiliare. I cittadini italiani sono poco indebitati, quindi è saggio chiamarli ad investire nell’abitazione, anche accendendo mutui. Siccome si sente il rumore delle stamperie americane ed inglesi, intente a sfornare banconote, è ragionevole prevedere che la ripresa porterà inflazione. Se i mutui saranno indicizzati, quelle famiglie soccomberanno. Se non lo saranno le banche finanzierebbero la stanza degli ospiti, o lesinerebbero quattrini. Una parola di chiarimento, non guasterebbe.
I capitoli sembrano essere tre. Il primo riguarda l’edilizia popolare, prevedendo la costruzione di 5000 alloggi e la spesa di 550 milioni. Non è molto, ma è bene. Il secondo si riferisce alla possibilità di abbattere e ricostruire i vecchi edifici, non vincolati, con un premio del 30% sulla cubatura. Non solo è bene, ma la sinistra ha subito pensato alle ville dove vacanzeggiano i propri dirigenti, mentre la cosa è interessante per riparare gli sfregi inferti alle periferie, dove italiani normali abitano edifici fatiscenti. Ogni ipotesi di scempio paesaggistico è esclusa. Sarebbe “de sinistra” applaudire, non atteggiarsi a nemici dei “palazzinavi”, ovvero dei costruttori non concretamente amici. Il terzo capitolo non l’ho capito: si potranno ampliare gli appartamenti del 20%. Immagino soppalchi e verande, ma trattandosi di un provvedimento governativo e non di un concorso d’architettura creativa, sarà meglio che spieghino.
Osservo, però, che è un gran bene semplificare la burocrazia, salvo ricordare che non esiste solo il conflitto fra cittadino e Stato, ma anche quello fra cittadini. Se quelli del piano di sotto tirano via un muro maestro, o quelli accanto trasformano in bunker la terrazza, mi tocca rivolgermi al giudice. E lì ci rivediamo fra dieci anni, quando avranno condonato l’abuso ed indultato l’assassinio condominiale. Ove, al governo, abbiano un modo per evitarlo, lo dicano.
Il detonatore della crisi è stata l’esplosione della bolla immobiliare. I cittadini italiani sono poco indebitati, quindi è saggio chiamarli ad investire nell’abitazione, anche accendendo mutui. Siccome si sente il rumore delle stamperie americane ed inglesi, intente a sfornare banconote, è ragionevole prevedere che la ripresa porterà inflazione. Se i mutui saranno indicizzati, quelle famiglie soccomberanno. Se non lo saranno le banche finanzierebbero la stanza degli ospiti, o lesinerebbero quattrini. Una parola di chiarimento, non guasterebbe.
lunedì 9 marzo 2009
8 marzo. Davide Giacalone
Mimosa per tutte, auguri. C’è poco da festeggiare, però, perché le donne sono la misura di quanto sia arretrato il nostro mercato del lavoro e umiliato il merito. Per metterla in positivo: sul lavoro femminile potrebbe misurarsi la volontà e la capacità di cambiare l’Italia, rendendola più giusta e più ricca. Quel che segue non ha nulla di politicamente corretto.
Le lavoratrici italiane godono di molte protezioni, con il risultato che sono poche. In Europa solo Malta ha una percentuale inferiore di donne al lavoro. Dal punto di vista culturale battiamo i Paesi islamici, ma già perdiamo con l’Africa sub sahariana. Restano forti sperequazioni interne: il nord sarebbe sopra la Spagna, il sud sprofonda. In Francia, per citare un esempio, le lavoratrici hanno meno garanzie, anche per la maternità, ma sono più numerose. Il loro interesse e quello del mercato coincidono: non si deve proteggere “quel” posto di lavoro, ma offrire a chi lo desidera la possibilità di lavorare. Le protezioni che abbiamo adottato si ritorcono contro le donne, ma prima di tutto ne sanciscono la sconfitta culturale, perché presuppongono che la figliolanza sia faccenda loro. Una specie di angelo del focolare in salsa welfare state. Invece si deve investire nel sostegno alle famiglie, con più attenzione ai figli, cui offrire scuole selettive, non depositi.
Poche sono le lavoratrici in posti di comando. Perché, fra l’altro, da noi la relazionecrazia soffoca la meritocrazia, ed i maschi sono, fra loro, più solidali delle femmine, e perché molte lavoratrici si trovano nel settore pubblico, pensando al reddito ed al momento d’uscire. Fra qualche anno avremo, nelle aule di giustizia, i tribunali al femminile e l’avvocatura a tradizionale prevalenza maschile. Non vocazioni contrapposte, ma lavoro protetto contro libera professione. Nelle scuole è già accaduto. Posto che, mediamente, le ragazze escono dagli studi meglio preparate dei ragazzi, dovrebbero essere in prima fila a chiedere di premiare chi sa e sa fare, a parità di diritti e doveri, quindi anche di protezioni.
E’ stupido, invece, difendere il pensionamento anticipato delle statali, perché conferma il peggio di quanto detto, facendo coincidere femminilizzazione con statalizzazione. Prospettiva orrida, che costa a tutti e penalizza le donne.
Le lavoratrici italiane godono di molte protezioni, con il risultato che sono poche. In Europa solo Malta ha una percentuale inferiore di donne al lavoro. Dal punto di vista culturale battiamo i Paesi islamici, ma già perdiamo con l’Africa sub sahariana. Restano forti sperequazioni interne: il nord sarebbe sopra la Spagna, il sud sprofonda. In Francia, per citare un esempio, le lavoratrici hanno meno garanzie, anche per la maternità, ma sono più numerose. Il loro interesse e quello del mercato coincidono: non si deve proteggere “quel” posto di lavoro, ma offrire a chi lo desidera la possibilità di lavorare. Le protezioni che abbiamo adottato si ritorcono contro le donne, ma prima di tutto ne sanciscono la sconfitta culturale, perché presuppongono che la figliolanza sia faccenda loro. Una specie di angelo del focolare in salsa welfare state. Invece si deve investire nel sostegno alle famiglie, con più attenzione ai figli, cui offrire scuole selettive, non depositi.
Poche sono le lavoratrici in posti di comando. Perché, fra l’altro, da noi la relazionecrazia soffoca la meritocrazia, ed i maschi sono, fra loro, più solidali delle femmine, e perché molte lavoratrici si trovano nel settore pubblico, pensando al reddito ed al momento d’uscire. Fra qualche anno avremo, nelle aule di giustizia, i tribunali al femminile e l’avvocatura a tradizionale prevalenza maschile. Non vocazioni contrapposte, ma lavoro protetto contro libera professione. Nelle scuole è già accaduto. Posto che, mediamente, le ragazze escono dagli studi meglio preparate dei ragazzi, dovrebbero essere in prima fila a chiedere di premiare chi sa e sa fare, a parità di diritti e doveri, quindi anche di protezioni.
E’ stupido, invece, difendere il pensionamento anticipato delle statali, perché conferma il peggio di quanto detto, facendo coincidere femminilizzazione con statalizzazione. Prospettiva orrida, che costa a tutti e penalizza le donne.
sabato 7 marzo 2009
Le indagini e la stampa carente. Valerio Fioravanti
Ci risiamo, la polizia scientifica non riesce a trovare prove risolutive, e la stampa, invece di prenderne semplicemente atto, si sente in dovere di supplire alla scienza con la fantasia, con i pareri personali dei giornalisti, o più spesso, semplicemente, con la superficialità. Hanno arrestato due rumeni con l’accusa di stupro, e una volta fatte le prime analisi si scopre che il Dna non corrisponde. Cosa ci dicono i media? Che il test Dna dovrà essere ripetuto. E nessuno trova che ci sia qualcosa di strano. Che vuol dire ripetere un test che si presume essere scientifico? Che era fatto male la prima volta? Una ipotesi del genere è terrificante: se i nostri specialisti sbagliano due test su due, che razza di specialisti sono? E soprattutto, se la percentuale di errore è così alta, con che criterio usiamo i loro risultati in altri procedimenti penali come “prove inoppugnabili”? Era già successo a Cogne, a Garlasco, a Perugia, a Trieste con il presunto Una Bomber. In questi casi la stampa avrebbe dovuto spiegare al pubblico che ci sono dei limiti a quello che la scienza può scoprire, e soprattutto che ci sono dei limiti a quello che i nostri tecnici possono scoprire se non vengono fatti massicci investimenti economici in attrezzature e formazione. Invece no, si riprende l’antica passione italiana, e ognuno si schiera tra innocentisti o colpevolisti, e lo si fa più che altro basandosi sulle impressioni, sulle simpatie o antipatie, sul pressappoco. Adesso, nel caso dei due stupratori, come a supplire al fallimento del test del Dna si dice che un’altra donna avrebbe riconosciuto in foto uno dei due. Aberrazione nell’aberrazione. Come si può prendere sul serio il riconoscimento fotografico fatto su una persona che nel frattempo è stato mostrato su tutti i giornali e tutte le televisioni centinaia di volte? Il riconoscimento fotografico andava fatto prima, non adesso. Se le forze dell’ordine avessero resistito alla tentazione, umanissima ma sbagliata, di esibire davanti alle telecamere i loro trofei, oggi non correremmo il rischio di veder invalidate le indagini. E se non le invalidano sarà anche peggio, almeno per quella cosa astratta ma fondamentale che è il “Diritto”. Ma è di questo che dovrebbe parlare la stampa, del fatto ad esempio che tutti i politici preferiscono stanziare semplici aumenti a pioggia per tutti i poliziotti, che portano più voti, piuttosto che fare investimenti massicci sulle nuove tecnologie, che portano magari più risultati, ma pochi voti. Di queste ed altre cose si dovrebbe parlare, non dare la stura alle congetture. (l'Opinione)
giovedì 5 marzo 2009
Così la sinistra crea le scuole ghetto. Mario Giordano
Adesso le classi ghetto ci sono davvero. Colpa dei rozzi leghisti? Degli insensibili lumbard? Colpa del cuore celtico di qualche amministratore cresciuto a pane, gorgonzola e Padania? Macché. Al contrario. Le classi ghetto nascono grazie al buonismo della sinistra, al politicamente corretto in salsa rossa, alle nenie ipocrite in stile Livia lacrimans Turco e Rula Jebreal. E mi piacerebbe vedere che cosa dicono adesso questi esemplari del falso in rilancio, dietro quale bugia andranno a nascondersi per spiegare il loro clamoroso autogol: dicevano di no alle classi ponte? Perfetto: adesso abbiamo le classi speciali. Dicevano di no alle quote per stranieri? Perfetto: adesso abbiamo la fuga degli italiani. E chissà se questo piccolo choc, questo ennesimo risultato opposto rispetto ai principi sbandierati e dichiarati, non porti un po’ di luce dentro il buio della loro retorica. E non dia finalmente la sveglia alle belle addormentate nel bosco dei finti sentimenti.
La notizia del giorno la trovate a pagina 3 ed è facile da riassumere: a Milano, elementare Paravia, il prossimo anno ci sarà una prima classe composta solo da alunni stranieri. Un caso isolato? Macché: succede anche a Torino (elementare Fiocchetti), mentre alla Pisacane di Roma c’è una classe che il prossimo anno prevede tutti scolaretti stranieri tranne uno italiano. Siamo pronti a scommettere il collo, cui pure siamo piuttosto affezionati, che nel giro di qualche settimana anche l’ultimo mohicano tricolore della Pisacane annuncerà il suo ritiro. E siamo pure pronti a scommettere che situazioni del genere si ripeteranno altrove.
Il problema degli stranieri nelle scuole, in effetti, non solo è reale ma diventerà sempre più serio. Nel 1982 gli studenti non italiani erano seimila in tutto il Paese, dieci anni fa erano poco più di 50mila. Oggi sono oltre 600mila, cioè il 7 per cento del totale. La crescita è esponenziale: nel 2011 saranno oltre un milione. Già oggi in molte zone d’Italia la percentuale di stranieri iscritti a scuola è molto superiore alla media: nelle grandi città si supera facilmente il 50 per cento (alla scuola Di Donato di Roma per esempio: 52 per cento, con il record di 56 nazionalità diverse). Ma non è raro trovare classi che sfondano il tetto del 70 per cento, e anche dell’80 per cento. Fino, appunto, ad arrivare al caso limite: 100 per cento stranieri.
È inevitabile: anche perché se in un istituto aumentano i compagni romeni, albanesi o marocchini, gli italiani ritirano i loro figli e li iscrivono altrove. Magari non è bello da dirsi, però è così. Accade. Del resto, se una classe si riempie di stranieri che non sanno nemmeno una parola d’italiano, come fanno gli insegnanti a svolgere il programma? Tirare diritto non si può. Andare avanti e bocciare chi non ce la fa? Non si deve, non si usa. E così tutti fermi. Tutti in coda dietro l’ultimo banco. E se gli alunni (tutti gli alunni) arrivano in seconda elementare senza sapere la differenza fra l’acca e un soprammobile? E se arrivano in terza elementare convinti che la q sia un segno grafico da tenere sul quore? Non è un piccolo disastro? Non sono carriere scolastiche compromesse fin dall’inizio? E i genitori non hanno forse diritto di preoccuparsi di tutto ciò e di cercare soluzioni alternative?Le buoniste con o senza testa, le lacrimanti dei salotti radical chic, magari non se ne accorgono perché i salotti radical chic stanno in centro e non in periferia, e loro magari non accompagnano i figli alla scuola Paravia o alla Pisacane. Ma se almeno avessero la bontà di leggere le ricerche del ministero scoprirebbero che il 42 per cento degli studenti stranieri è in ritardo con gli studi. E alle superiori la percentuale sale al 71 per cento. La commissione istituita per combattere il bullismo scrive inoltre che, negli episodi di violenza in classe, «il ruolo di vittima o di carnefice è quasi sempre assunto da ragazzini stranieri, ovvero quelli maggiormente esposti al senso di emarginazione che genera questi comportamenti». Non è legittimo che un genitore voglia togliere i propri figli da queste situazioni? Non è legittimo che speri per i suoi bambini una preparazione migliore?
A Mestre, qualche mese fa, i genitori della scuola Giulio Cesare hanno inscenato una protesta, poi hanno ritirato i bimbi da scuola. All’istituto Gabelli di Torino è successo lo stesso. Si tratta di un fenomeno carsico, costante, quotidiano, che solo a volte finisce sui giornali. Come porre rimedio? Quando sono state proposte «classi ponte» per permettere agli scolari stranieri di mettersi al passo con gli italiani, come accade in tutto il mondo, le anime belle hanno scatenato la polemica: «Così si creano ghetti». Quando viene proposto un tetto di stranieri per classe (del 20 per cento a Como, del 30 per cento a Bolzano...) le anime belle scatenano la polemica: «Così si creano ghetti». Risultato: non si fa nulla. E così si creano davvero ghetti. Nelle scuole senza ponti e senza tetti restano solo i muri, quelli sì invalicabili, eretti dall’ipocrisia e dalla stupidità. (il Giornale)
La notizia del giorno la trovate a pagina 3 ed è facile da riassumere: a Milano, elementare Paravia, il prossimo anno ci sarà una prima classe composta solo da alunni stranieri. Un caso isolato? Macché: succede anche a Torino (elementare Fiocchetti), mentre alla Pisacane di Roma c’è una classe che il prossimo anno prevede tutti scolaretti stranieri tranne uno italiano. Siamo pronti a scommettere il collo, cui pure siamo piuttosto affezionati, che nel giro di qualche settimana anche l’ultimo mohicano tricolore della Pisacane annuncerà il suo ritiro. E siamo pure pronti a scommettere che situazioni del genere si ripeteranno altrove.
Il problema degli stranieri nelle scuole, in effetti, non solo è reale ma diventerà sempre più serio. Nel 1982 gli studenti non italiani erano seimila in tutto il Paese, dieci anni fa erano poco più di 50mila. Oggi sono oltre 600mila, cioè il 7 per cento del totale. La crescita è esponenziale: nel 2011 saranno oltre un milione. Già oggi in molte zone d’Italia la percentuale di stranieri iscritti a scuola è molto superiore alla media: nelle grandi città si supera facilmente il 50 per cento (alla scuola Di Donato di Roma per esempio: 52 per cento, con il record di 56 nazionalità diverse). Ma non è raro trovare classi che sfondano il tetto del 70 per cento, e anche dell’80 per cento. Fino, appunto, ad arrivare al caso limite: 100 per cento stranieri.
È inevitabile: anche perché se in un istituto aumentano i compagni romeni, albanesi o marocchini, gli italiani ritirano i loro figli e li iscrivono altrove. Magari non è bello da dirsi, però è così. Accade. Del resto, se una classe si riempie di stranieri che non sanno nemmeno una parola d’italiano, come fanno gli insegnanti a svolgere il programma? Tirare diritto non si può. Andare avanti e bocciare chi non ce la fa? Non si deve, non si usa. E così tutti fermi. Tutti in coda dietro l’ultimo banco. E se gli alunni (tutti gli alunni) arrivano in seconda elementare senza sapere la differenza fra l’acca e un soprammobile? E se arrivano in terza elementare convinti che la q sia un segno grafico da tenere sul quore? Non è un piccolo disastro? Non sono carriere scolastiche compromesse fin dall’inizio? E i genitori non hanno forse diritto di preoccuparsi di tutto ciò e di cercare soluzioni alternative?Le buoniste con o senza testa, le lacrimanti dei salotti radical chic, magari non se ne accorgono perché i salotti radical chic stanno in centro e non in periferia, e loro magari non accompagnano i figli alla scuola Paravia o alla Pisacane. Ma se almeno avessero la bontà di leggere le ricerche del ministero scoprirebbero che il 42 per cento degli studenti stranieri è in ritardo con gli studi. E alle superiori la percentuale sale al 71 per cento. La commissione istituita per combattere il bullismo scrive inoltre che, negli episodi di violenza in classe, «il ruolo di vittima o di carnefice è quasi sempre assunto da ragazzini stranieri, ovvero quelli maggiormente esposti al senso di emarginazione che genera questi comportamenti». Non è legittimo che un genitore voglia togliere i propri figli da queste situazioni? Non è legittimo che speri per i suoi bambini una preparazione migliore?
A Mestre, qualche mese fa, i genitori della scuola Giulio Cesare hanno inscenato una protesta, poi hanno ritirato i bimbi da scuola. All’istituto Gabelli di Torino è successo lo stesso. Si tratta di un fenomeno carsico, costante, quotidiano, che solo a volte finisce sui giornali. Come porre rimedio? Quando sono state proposte «classi ponte» per permettere agli scolari stranieri di mettersi al passo con gli italiani, come accade in tutto il mondo, le anime belle hanno scatenato la polemica: «Così si creano ghetti». Quando viene proposto un tetto di stranieri per classe (del 20 per cento a Como, del 30 per cento a Bolzano...) le anime belle scatenano la polemica: «Così si creano ghetti». Risultato: non si fa nulla. E così si creano davvero ghetti. Nelle scuole senza ponti e senza tetti restano solo i muri, quelli sì invalicabili, eretti dall’ipocrisia e dalla stupidità. (il Giornale)
lunedì 2 marzo 2009
Cacicchi sindacali e diritto di sciopero. Davide Giacalone
Prima di assistere all’ennesimo scontro, forsennato ma sul nulla, è bene, a proposito di scioperi, fissare tre paletti: a. i sindacati non rappresentano i lavoratori, visto che gli iscritti sono in maggioranza pensionati e presso la popolazione attiva si aggirano attorno al 25%, presi prevalentemente nel settore pubblico (se ragionassimo in termini di Pil, ci sarebbe da ridere), b. i lavoratori iscritti sono pochi, ma i sindacati sono tantissimi, e si fanno concorrenza fra di loro proclamando scioperi e proteste varie, non a caso demenzialmente contabilizzate per migliaia annue; c. i cittadini non sanno mai perché si proclamano gli scioperi, né gliene importa granché, subiscono il rito e ne pagano i danni.
Per capire se il governo ha imboccato la strada giusta si devono tenere fermi due principi costituzionali: 1. l’organizzazione sindacale è libera (articolo 39); 2. i lavoratori hanno diritto di scioperare (40). Siccome tale diritto deve essere regolato dalla legge, l’intervento governativo è legittimo, oltre che doveroso. Ma non chiarissimo. Per esempio: gli scioperi devono essere proclamati da chi ha almeno il 50% della rappresentanza. Letta così, è come dire: nessuno. Per “rappresentanza”, però, s’intende non i lavoratori iscritti, ma una quota fra questi. Insomma: chi ha la metà di una minoranza. Non è bello, anche perché sembra studiato per dare una mano ai grossi, anzi, li si spinge a star fra loro appiccicati.
Il problema vero è che i lavoratori non sono rappresentati. Pertanto, ho una proposta, che non si limita ai soli trasporti: applichiamo la Costituzione. Così voglio vedere la sinistra cosa s’inventa. Applichiamola dove dice (39) che i sindacati devono essere registrati e che per esserlo devono avere un ordinamento democratico e trasparente. Da noi sono monarchie burocratiche, finanziate in assenza di bilanci leggibili, con iscritti non verificabili, governate da autocrati che terminano la carriera prendendo la pensione da parlamentari. E marameo a tutti gli altri. Si fece anche un referendum sul loro finanziamento, poi aggirato con la complicità di Confindustria.
Vedrete che, una volta affrontato, seriamente, il problema della rappresentanza, anche la conflittualità diminuirà e gli scioperi serviranno a protestare, non a dimostrare d’esistere.
Per capire se il governo ha imboccato la strada giusta si devono tenere fermi due principi costituzionali: 1. l’organizzazione sindacale è libera (articolo 39); 2. i lavoratori hanno diritto di scioperare (40). Siccome tale diritto deve essere regolato dalla legge, l’intervento governativo è legittimo, oltre che doveroso. Ma non chiarissimo. Per esempio: gli scioperi devono essere proclamati da chi ha almeno il 50% della rappresentanza. Letta così, è come dire: nessuno. Per “rappresentanza”, però, s’intende non i lavoratori iscritti, ma una quota fra questi. Insomma: chi ha la metà di una minoranza. Non è bello, anche perché sembra studiato per dare una mano ai grossi, anzi, li si spinge a star fra loro appiccicati.
Il problema vero è che i lavoratori non sono rappresentati. Pertanto, ho una proposta, che non si limita ai soli trasporti: applichiamo la Costituzione. Così voglio vedere la sinistra cosa s’inventa. Applichiamola dove dice (39) che i sindacati devono essere registrati e che per esserlo devono avere un ordinamento democratico e trasparente. Da noi sono monarchie burocratiche, finanziate in assenza di bilanci leggibili, con iscritti non verificabili, governate da autocrati che terminano la carriera prendendo la pensione da parlamentari. E marameo a tutti gli altri. Si fece anche un referendum sul loro finanziamento, poi aggirato con la complicità di Confindustria.
Vedrete che, una volta affrontato, seriamente, il problema della rappresentanza, anche la conflittualità diminuirà e gli scioperi serviranno a protestare, non a dimostrare d’esistere.
mercoledì 18 febbraio 2009
Ci ha lasciato col Tonino acceso. Vittorio Macioce
Viene quasi da ridere, in questo ventunesimo secolo dove la realtà è una macedonia di frammenti, la sinistra porta il nome e il cognome di un ex poliziotto: Tonino Di Pietro. Basta poco per raccontare il miracolo veltroniano. Basta questo. Il resto è la biografia di un fallimento. Walter Veltroni, raccontano i suoi amici, non è mai stato un lottatore. È il suo punto debole. È un uomo che deve sentirsi amato, come la versione italiana di certi poster globali. Veltroni soffre le personalità dure, decise, i cinici e i contadini. Quest’uomo era la speranza della sinistra raffinata, con una mano sul cuore e i mercatini vintage dietro piazza San Giovanni, un po’ equa, un po’ solidale, disgustata, sofferente, che mangia Sacher Torte e non va da McDonald’s, spesso ricca, come i figli di architetti, assessori e giornalisti fotografati, e scarnificati, nella Torino di Culicchia. Veltroni era il simbolo di ciò che resta di una certa cultura del Novecento, quella che si racconta moderna, ma vive di nostalgia: elitaria, oligarchica, lontana dai precari e dagli operai, velleitaria, senza carisma, con un retrogusto di muffa e di retorica. Quella con i libri giusti, in biblioteche tutte uguali, dove non spunta mai uno scrittore a sorpresa, un romanzo fuori posto. Veltroni, per questi figli del Novecento perduto, era come un vecchio amico, qualcuno che magari non ti affascina più, ma di cui ti puoi fidare.
Il fallimento di Veltroni è il segno che questa sinistra è ormai fuori dalla storia. È una finzione letteraria. È una madeleine, un club di statue di cera, che si porta dietro qualcosa di patetico, come una partita di calcio in bianco e nero, con la retorica delle magliette di lana senza sponsor e i numeri dall’uno all’undici. Tutto questo condito con una certa dose di masochismo, che ricorda l’Inter delle tante sconfitte, con i tifosi che si crogiolavano nell’etica del pessimismo. Questo è stato il Pd di Veltroni, la sua creatura. Ci aveva messo dentro tutte le parole che si possono trovare su Google alla categoria “frasi celebri”, una sorta di baci perugina della politica. Tutto spazzato via. Inutile, fragile, retorico, banale. Dannoso. Forse alla fine lo stesso Walter si è ribellato al suo masochismo e ha scelto di lasciare con una frase, questa volta, sincera: «Basta farsi del male». Il guaio è quello che resta. È il suo fallimento.
Il guaio è che questa sinistra moribonda si è lasciata succhiare il sangue, giorno dopo giorno, da un vampiro giacobino. Quello che resta, a sinistra, è Di Pietro, le sue manette, le sue piazze di comici e saltimbanchi, l’astio, il livore, le parole sempre più grezze e grosse, l’astuzia contadina, il giustizialismo. È lui l’opposizione. È la sua voglia di guerra civile. È l’antiberlusconismo come religione. Lo dice anche Di Pietro: «Noi siamo l’unica opposizione rimasta nel Paese. Quando uno non decide se essere maschio o femmina finisce per non essere nessuno». Questa è la filosofia dell’uomo di Montenero di Bisaccia (con buona pace dell’identità gay). Ecco, alla fine Veltroni è rimasto nudo, orfano delle sue maschere. Sono caduti uno alla volta tutti i suoi vestiti, come foglie d’autunno: via Obama, via Kennedy, via Clinton, Blair, Martin Luther King, Gandhi, via anche Madre Teresa di Calcutta, via il missionario, via l’Africa, via tutto. È rimasto solo lui, la maschera non voluta, l’uomo che ha cannibalizzato i suoi voti, le sue tante identità, la sua visione del mondo. È rimasto il poliziotto, il pubblico ministero, quello con l’indice alzato e la forca all’orizzonte. Veltroni è riuscito a cancellare anche l’odore della sinistra. È questo il suo più grande, paradossale, assoluto fallimento. Sognava Obama e ha partorito Di Pietro. Qui finisce l’avventura di Walter Veltroni. Lui magari andrà in Africa e lascia l’Italia con un Tonino acceso tra le mani. (il Giornale)
Il fallimento di Veltroni è il segno che questa sinistra è ormai fuori dalla storia. È una finzione letteraria. È una madeleine, un club di statue di cera, che si porta dietro qualcosa di patetico, come una partita di calcio in bianco e nero, con la retorica delle magliette di lana senza sponsor e i numeri dall’uno all’undici. Tutto questo condito con una certa dose di masochismo, che ricorda l’Inter delle tante sconfitte, con i tifosi che si crogiolavano nell’etica del pessimismo. Questo è stato il Pd di Veltroni, la sua creatura. Ci aveva messo dentro tutte le parole che si possono trovare su Google alla categoria “frasi celebri”, una sorta di baci perugina della politica. Tutto spazzato via. Inutile, fragile, retorico, banale. Dannoso. Forse alla fine lo stesso Walter si è ribellato al suo masochismo e ha scelto di lasciare con una frase, questa volta, sincera: «Basta farsi del male». Il guaio è quello che resta. È il suo fallimento.
Il guaio è che questa sinistra moribonda si è lasciata succhiare il sangue, giorno dopo giorno, da un vampiro giacobino. Quello che resta, a sinistra, è Di Pietro, le sue manette, le sue piazze di comici e saltimbanchi, l’astio, il livore, le parole sempre più grezze e grosse, l’astuzia contadina, il giustizialismo. È lui l’opposizione. È la sua voglia di guerra civile. È l’antiberlusconismo come religione. Lo dice anche Di Pietro: «Noi siamo l’unica opposizione rimasta nel Paese. Quando uno non decide se essere maschio o femmina finisce per non essere nessuno». Questa è la filosofia dell’uomo di Montenero di Bisaccia (con buona pace dell’identità gay). Ecco, alla fine Veltroni è rimasto nudo, orfano delle sue maschere. Sono caduti uno alla volta tutti i suoi vestiti, come foglie d’autunno: via Obama, via Kennedy, via Clinton, Blair, Martin Luther King, Gandhi, via anche Madre Teresa di Calcutta, via il missionario, via l’Africa, via tutto. È rimasto solo lui, la maschera non voluta, l’uomo che ha cannibalizzato i suoi voti, le sue tante identità, la sua visione del mondo. È rimasto il poliziotto, il pubblico ministero, quello con l’indice alzato e la forca all’orizzonte. Veltroni è riuscito a cancellare anche l’odore della sinistra. È questo il suo più grande, paradossale, assoluto fallimento. Sognava Obama e ha partorito Di Pietro. Qui finisce l’avventura di Walter Veltroni. Lui magari andrà in Africa e lascia l’Italia con un Tonino acceso tra le mani. (il Giornale)
martedì 17 febbraio 2009
Stupri e fisco. Davide Giacalone
C’è un filo rosso che lega gli stupri al fisco, quello dell’impotenza e dell’incattivimento sociale. Meno si è capaci di rimediare, più si sollecitano esagerazioni. Circa gli stupri le si spara sempre più grosse: ma sì, lasciamo che la gente metta le mani addosso a questi animali, castriamoli, così volendo tener duro rispetto al dilagare dell’immigrazione clandestina, volendo preservare le nostre specificità culturali, accediamo direttamente alle punizioni corporali, di marca islamica. Alziamo il tiro, lo dice anche il governo: niente arresti domiciliari per gli stupratori. Giusto, bene, in galera, e buttiamo la chiave. Già, ma chi sono, gli stupratori? Di norma, nel mondo civilizzato, sono quelli di cui è stata riconosciuta la colpevolezza, a seguito di un regolare processo. E quelli, anche da noi ed a legislazione vigente, non stanno a casa, ma in carcere. Solo che, piccolo particolare, noi il processo non sappiamo farglielo.
Le condanne, se arrivano, raggiungono persone libere, che magari hanno stuprato altre volte. E non importa un fico secco se la custodia cautelare l’hanno fatta in carcere od a casa, tanto saranno poi liberati. Far funzionare la giustizia, però, richiede riforme serie, risposte dure alle corporazioni, che hanno strarotto l’anima. Non se ne è capaci? Allora si fa credere al popolo irato che inasprendo le pene si otterrà qualche cosa. Falso.
La Cgil vuol aumentare le tasse ai redditi alti. Non sono sindacalisti, piuttosto cimeli della lotta di classe. I redditi alti, oggi, non sono tassati, sono espropriati. I cittadini onesti lasciano al fisco più della metà di quel che guadagnano. Ma che ne sanno, i papaveri sindacali? Campano a spese della collettività, facendo i nababbi scarrozzati, con redditi falsamente bassi. La progressività della tassazione è un principio giusto, oltre che costituzionalizzato, ma le aliquote sono da rapina. Se avessero sale in zucca, questi burocrati della rendita, dovrebbero chiedere meno tasse per tutti, a cominciare dai più disagiati. Il che comporta meno spesa pubblica e riforme serie. Siccome non sanno neanche pensarle, ecco che soffiano sul fuoco dell’invidia sociale.
La congrega degli incapaci sollecita la rabbia collettiva, per indirizzarla contro fantocci ideali. Allevano un mostro, che non sapranno gestire.
Le condanne, se arrivano, raggiungono persone libere, che magari hanno stuprato altre volte. E non importa un fico secco se la custodia cautelare l’hanno fatta in carcere od a casa, tanto saranno poi liberati. Far funzionare la giustizia, però, richiede riforme serie, risposte dure alle corporazioni, che hanno strarotto l’anima. Non se ne è capaci? Allora si fa credere al popolo irato che inasprendo le pene si otterrà qualche cosa. Falso.
La Cgil vuol aumentare le tasse ai redditi alti. Non sono sindacalisti, piuttosto cimeli della lotta di classe. I redditi alti, oggi, non sono tassati, sono espropriati. I cittadini onesti lasciano al fisco più della metà di quel che guadagnano. Ma che ne sanno, i papaveri sindacali? Campano a spese della collettività, facendo i nababbi scarrozzati, con redditi falsamente bassi. La progressività della tassazione è un principio giusto, oltre che costituzionalizzato, ma le aliquote sono da rapina. Se avessero sale in zucca, questi burocrati della rendita, dovrebbero chiedere meno tasse per tutti, a cominciare dai più disagiati. Il che comporta meno spesa pubblica e riforme serie. Siccome non sanno neanche pensarle, ecco che soffiano sul fuoco dell’invidia sociale.
La congrega degli incapaci sollecita la rabbia collettiva, per indirizzarla contro fantocci ideali. Allevano un mostro, che non sapranno gestire.
venerdì 13 febbraio 2009
Contro le forze dell'oscurità. Carlo Stagnaro
Alle 18 accendete la luce. Alle 18 non ascoltate la voce di chi, porgendovi il miele sulla lingua biforcuta, spaccia per battaglia ecologica la scelta, anche simbolici, di ingranare la retromarcia della storia. La trasmissione di Radio 2 Caterpillar si è inventata - facendo grave torto a Ungaretti - la campagna "M'illumino di meno", con la quale chiede agli italiani di spegnere la luce, per sensibilizzare l'opinione pubblica ai temi del risparmio energetico. Cazzate. Cioè, loro ci credono sul serio, ma sono cazzate. Cazzate pericolose. Perché insinuano sottotraccia il dubbio che si stava meglio quando si stava peggio. Che per salvare il mondo, bisogna sacrificare la civiltà. In fondo, se il mondo è in pericolo a causa dei consumi energetici, due e due soli sono i responsabili: troppa gente consuma troppo o, se preferite, troppa gente sta troppo bene. Quindi, l'ideale a cui tendere è che meno gente stia meno bene. E' questo che voleve, è questo che vogliamo? No. Il progresso - come nota un editorialino sul Foglio di oggi - "consiste proprio nella lotta contro le tenebre, in tutti i sensi, concreti e figurati del termine". Ed è significativo che, per convincere la popolazione a sacrificare una quota simbolica del suo benessere oggi, allo scopo di attuare politiche che sacrificherebbero una quota ben maggiore del nostro benessere domani, si faccia leva sulla più ancestrale delle paure: la fine del mondo. La paura è la via per il lato oscuro. (Realismo Energetico)
sabato 7 febbraio 2009
Delitto Fortugno, la sentenza senza teoremi. Lino Jannuzzi
La Corte d’assise di Locri, dopo un processo durato 21 mesi con 112 udienze e 300 testimoni, ha condannato all’ergastolo i mandanti e gli esecutori dell’omicidio di Domenico Fortugno, medico e vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, ucciso la sera del 16 ottobre del 2005 mentre votava per le primarie dell’Unione. I giudici hanno confermato la tesi dell’accusa: i mandanti dell’omicidio sono stati Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale di Locri, e suo figlio Giuseppe, e il movente del delitto sarebbe stato tutt’altro che politico-mafioso, tanto che la Corte non li ha condannati per associazione mafiosa, né ha tenuto gran conto che Marcianò era anche il galoppino elettorale di un candidato della Margherita, Domenico Crea, che era stato superato nelle preferenze da Fortugno ed è entrato nel Consiglio regionale solo in virtù dell’assassinio di quest’ultimo. In sostanza Marcianò ha organizzato l’omicidio soltanto perché il potere che Fortugno aveva assunto entrando in Consiglio regionale e diventandone presidente metteva in crisi gli equilibri interni all’ospedale di Locri.
Questo livello “minimalistico” del mandante, dei killer e del movente ha deluso e ha lasciato insoddisfatti la vedova di Fortugno, Maria Grazia Laganà, diventata dopo il delitto parlamentare del Pd, e i ragazzi di Locri, quelli dell’associazione “Ammazzateci tutti”, che hanno disertato l’aula del processo al momento della lettura della sentenza, come del resto tutti i politici (c’era un solo parlamentare, l’onnipresente Beppe Lumia). Intervistata subito dopo, la vedova Laganà ha dichiarato di non aver mai considerato Marcianò un mandante, “semmai un organizzatore”, e che “i mandanti vanno cercati più in alto”, e che “il movente è politico” e che “va al di là della politica locale”.
Verrebbe fatto di rimpiangere che gli inquirenti di Locri non si siano avvalsi, come i loro colleghi di Catanzaro, della consulenza di Gioacchino Genchi: questi sarebbe stato certamente in grado, attraverso gli incroci di migliaia di tabulati delle telefonate intercorse tra i Marcianò e i killer e tutti coloro che, a partire da sette anni prima del delitto, avevano parlato al telefono con loro e tra di loro, di risalire molto “in alto”: come ha fatto nell’inchiesta “Why not”, dove partendo dall’unico indagato, quel Saladino della Compagnia delle Opere, è risalito, oltre che a molti parlamentari e magistrati e agenti segreti, fino al ministro della Giustizia Clemente Mastella e al presidente del Consiglio Romano Prodi e al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino, e sarebbe potuto risalire fino al Papa.
Perché questa è stata in tutti questi anni la forza di Genchi, quella che lo ha fatto preferire da tanti magistrati, e soprattutto da quelli di Palermo, pur trattandosi non di un poliziotto in servizio (che intercetta gratis), ma di un privato cittadino che è costato fior di milioni di euro: il “sistema Genchi” è quello che si presta perfettamente a sostenere i teoremi di quei professionisti dell’Antimafia che sono sempre a caccia dei “mandanti esterni” e dei “mandanti occulti” e dei “complotti” e dei “comitati d’affari” e della “rete massonica-politico mafiosa”. Se gli inquirenti di Locri si fossero avvalsi della consulenza (e dei “consigli”) di Genchi, dal capo sala dell’ospedale di Locri sarebbero potuti risalire fino al Consiglio superiore della Sanità e al ministro della Salute e delle Politiche sociali e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che lo sente continuamente al telefono, e, perché no?, al presidente della Repubblica: oggi sui giornali avremmo letto che nell’assassinio di Fortugno è, in qualche modo, implicato il Quirinale. (il Velino)
Questo livello “minimalistico” del mandante, dei killer e del movente ha deluso e ha lasciato insoddisfatti la vedova di Fortugno, Maria Grazia Laganà, diventata dopo il delitto parlamentare del Pd, e i ragazzi di Locri, quelli dell’associazione “Ammazzateci tutti”, che hanno disertato l’aula del processo al momento della lettura della sentenza, come del resto tutti i politici (c’era un solo parlamentare, l’onnipresente Beppe Lumia). Intervistata subito dopo, la vedova Laganà ha dichiarato di non aver mai considerato Marcianò un mandante, “semmai un organizzatore”, e che “i mandanti vanno cercati più in alto”, e che “il movente è politico” e che “va al di là della politica locale”.
Verrebbe fatto di rimpiangere che gli inquirenti di Locri non si siano avvalsi, come i loro colleghi di Catanzaro, della consulenza di Gioacchino Genchi: questi sarebbe stato certamente in grado, attraverso gli incroci di migliaia di tabulati delle telefonate intercorse tra i Marcianò e i killer e tutti coloro che, a partire da sette anni prima del delitto, avevano parlato al telefono con loro e tra di loro, di risalire molto “in alto”: come ha fatto nell’inchiesta “Why not”, dove partendo dall’unico indagato, quel Saladino della Compagnia delle Opere, è risalito, oltre che a molti parlamentari e magistrati e agenti segreti, fino al ministro della Giustizia Clemente Mastella e al presidente del Consiglio Romano Prodi e al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino, e sarebbe potuto risalire fino al Papa.
Perché questa è stata in tutti questi anni la forza di Genchi, quella che lo ha fatto preferire da tanti magistrati, e soprattutto da quelli di Palermo, pur trattandosi non di un poliziotto in servizio (che intercetta gratis), ma di un privato cittadino che è costato fior di milioni di euro: il “sistema Genchi” è quello che si presta perfettamente a sostenere i teoremi di quei professionisti dell’Antimafia che sono sempre a caccia dei “mandanti esterni” e dei “mandanti occulti” e dei “complotti” e dei “comitati d’affari” e della “rete massonica-politico mafiosa”. Se gli inquirenti di Locri si fossero avvalsi della consulenza (e dei “consigli”) di Genchi, dal capo sala dell’ospedale di Locri sarebbero potuti risalire fino al Consiglio superiore della Sanità e al ministro della Salute e delle Politiche sociali e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che lo sente continuamente al telefono, e, perché no?, al presidente della Repubblica: oggi sui giornali avremmo letto che nell’assassinio di Fortugno è, in qualche modo, implicato il Quirinale. (il Velino)
giovedì 29 gennaio 2009
Non si può solo piangere. Vittorio Macioce
È facile fare l’imprenditore con i soldi degli altri. A Milano c’è una libreria un po’ anarchica. Il proprietario è un ragazzo piuttosto scettico sulle sorti del mondo, che in questi giorni di incentivi pubblici e auto da rottamare si è messo in testa di rileggere La rivolta di Atlante di Ayn Rand. Ogni pagina che sfoglia è una mezza bestemmia, contro gli imprenditori italiani che non sono come quelli del romanzo. Non rischiano. Non hanno senso del dovere. Non si prendono responsabilità. Dice: «Qui i profitti sono privati e le perdite sono di tutti». E poi cita una di quelle massime che piacciono ai romantici del liberalismo: «Il capitalismo senza perdite è come la religione senza inferno». Il libraio dice che non è questione di destra o di sinistra. Ma di etica. E ti cita il caso dell’olandese Philips: «Fa un solo trimestre in rosso, dopo anni di vacche grasse, e subito spedisce a casa seimila persone. Ti pare giusto?».
In questi giorni c’è tanta voglia di Stato. Forse un po’ troppa. Gli imprenditori ogni tanto dovrebbero, invece, metterci la faccia. Non si può sempre piangere con la scusa che è arrivata la bufera. Qualche segnale in controtendenza arriva da due poli opposti. La Coop, per esempio, sta facendo una campagna per dire: la crisi la paghiamo noi. E ha abbassato del 20 per cento il prezzo dei 100 prodotti più necessari. Mediaset Premium ha scelto di non scaricare sui clienti l’aumento dell’Iva. Tutto questo basta per superare la crisi? No, è chiaro. Ma almeno sottolinea una filosofia alternativa al piagnisteo.
È chiaro che questa crisi sta mandando in soffitta tutte le vecchie certezze. Basta guardare il terremoto che ha colpito il settore auto. È come se fosse crollato il simbolo del capitalismo novecentesco. L’auto era una sicurezza. L’auto era il progresso. Ora è in ginocchio. Le grandi case chiedono aiuto, disperate. Solo che si sono dimenticate anni di salari bassi, con la scusa dell’inflazione, della competitività, dei cinesi, dell’euro e dei conti pubblici. Tanta pazienza e poi ti sbatte in faccia la crisi dei mutui. Neppure Giobbe.
La Marcegaglia ora fa sapere che in Italia, nei primi tre mesi del 2009, è previsto un calo degli ordini del 60 per cento. E subito scatta la questione sociale: 300mila disoccupati in più. Quindi, via con il valzer degli aiutini di Stato. Anche l’edilizia soffre e gli elettrodomestici, e via via tutti gli altri. Ecco la vecchia equazione che ritorna. Il tutto condito con un po’ di retorica ambientalista: incentivi solo alle macchine che non inquinano. È questa patina etica che infastidisce. Gli imprenditori dell’auto non chiedono soldi perché non riescono a vendere i loro prodotti, ma per salvare il mondo. È molto comodo questo ragionamento. Lo sappiamo tutti. Gli incentivi ci saranno. Il costo sociale sarebbe troppo alto. Ma almeno non prendiamoci in giro. Qui a rischiare sono sempre gli stessi: artigiani, commercianti, piccole imprese e lavoratori flessibili. Quelli che quando c’è crisi pagano in prima persona e sulle spalle hanno solo paracaduti stracciati. (il Giornale)
In questi giorni c’è tanta voglia di Stato. Forse un po’ troppa. Gli imprenditori ogni tanto dovrebbero, invece, metterci la faccia. Non si può sempre piangere con la scusa che è arrivata la bufera. Qualche segnale in controtendenza arriva da due poli opposti. La Coop, per esempio, sta facendo una campagna per dire: la crisi la paghiamo noi. E ha abbassato del 20 per cento il prezzo dei 100 prodotti più necessari. Mediaset Premium ha scelto di non scaricare sui clienti l’aumento dell’Iva. Tutto questo basta per superare la crisi? No, è chiaro. Ma almeno sottolinea una filosofia alternativa al piagnisteo.
È chiaro che questa crisi sta mandando in soffitta tutte le vecchie certezze. Basta guardare il terremoto che ha colpito il settore auto. È come se fosse crollato il simbolo del capitalismo novecentesco. L’auto era una sicurezza. L’auto era il progresso. Ora è in ginocchio. Le grandi case chiedono aiuto, disperate. Solo che si sono dimenticate anni di salari bassi, con la scusa dell’inflazione, della competitività, dei cinesi, dell’euro e dei conti pubblici. Tanta pazienza e poi ti sbatte in faccia la crisi dei mutui. Neppure Giobbe.
La Marcegaglia ora fa sapere che in Italia, nei primi tre mesi del 2009, è previsto un calo degli ordini del 60 per cento. E subito scatta la questione sociale: 300mila disoccupati in più. Quindi, via con il valzer degli aiutini di Stato. Anche l’edilizia soffre e gli elettrodomestici, e via via tutti gli altri. Ecco la vecchia equazione che ritorna. Il tutto condito con un po’ di retorica ambientalista: incentivi solo alle macchine che non inquinano. È questa patina etica che infastidisce. Gli imprenditori dell’auto non chiedono soldi perché non riescono a vendere i loro prodotti, ma per salvare il mondo. È molto comodo questo ragionamento. Lo sappiamo tutti. Gli incentivi ci saranno. Il costo sociale sarebbe troppo alto. Ma almeno non prendiamoci in giro. Qui a rischiare sono sempre gli stessi: artigiani, commercianti, piccole imprese e lavoratori flessibili. Quelli che quando c’è crisi pagano in prima persona e sulle spalle hanno solo paracaduti stracciati. (il Giornale)
lunedì 26 gennaio 2009
Siamo tutti segnati sulla rubrica del Grande Fratello. Carlo Panella
Gioacchino Genchi, ha accumulato una quantità esplosiva di intercettazioni, tabulati, numeri telefonici: chi dice 350.000, chi 578.000. Forse non sono registrazioni, ma solo elenco di contatti. Anche di parlamentari, di Pollari, di De Gennaro. Di chiunque. Genchi, per incarico di De Magistris, sa chi ha telefonato a chi. Insomma, ha compilato la rubrica del Grande Fratello! In Italia, infatti, un Pm può intrufolarsi ovunque, non per sanzionare reati compiuti, ma per “ipotizzarli”, anche per inventarseli –come ha fatto De Magistris- collegando logicamente, numeri di telefono tra “sospetti”. La rete dei controlli telefonici intrappola la vita di chiunque e questo permette a certi Pm di sfornare a ritmo continuo teoremi accusatori. Lo schema De Magistris-Genchi è semplice: l’inquisito Tizio, telefona a Caio, quindi… tutti quelli che telefonano a Tizio e poi a Caio, sono inquisibili. Poi, si inventa l’ennesima Cupola, si conquista così la prima pagina e magari –se altri magistrati, o anche il Csm, smontano tutto- ci si dichiara vittime e –Di Pietro tronituante- l’effetto politico è acquisito. Il tutto, contro ogni principio di diritto. Ci si chiederà: come è possibile? Semplice: dal 1994 la sinistra impedisce che si metta riparo a questo orrore. E perché? Beh, chi ha letto Orwell lo sa: il Grande Fratello che lui denuncia, non è affatto il mega computer. E’ Stalin, è la sua concezione della società e dello Stato. Triste doverlo constatare dopo tanti decenni, ma altra spiegazione sulla follia del compromesso storico tra sinistra e Pm, non c’è. (il Tempo)
venerdì 16 gennaio 2009
Jan Palach come il "Che". Valerio Fioravanti
Avevamo letto distrattamente di Mario Capanna che proponeva di rendere omaggio a Jan Palach, sembrava solo l’ennesimo caso di improntitudine della sinistra che tutto sussume a se. Invece no, c’è di più. Dopo essersela cavata dicendo semplicemente che “non avevamo compreso il gesto di Palach”, così Capanna conclude il suo articolo su Libero: “Il sacrificio di Jan Palach è emblematico come quello di Che Guevara. Tutti e due non si limitano a parlare di ciò in cui credono: ci impegnano la vita. Onore, per sempre”. Accidenti, il povero Palach suicidatosi per protesta contro l’invasione sovietica, accomunato a colui che invece quell’invasione andava in giro ad espandere! Un ragazzo anticomunista che ha esercitato violenza solo contro se stesso, accomunato ad un guerrigliero che ha sparato in mezzo continente. Proprio la stessa cosa. Per noi può anche andar bene, ma allora Capanna vigili che quando qualcuno dice che c’erano persone per bene e in buona fede sia a Salò che nella Resistenza, non si gridi più allo scandalo. Mica solo quelli di sinistra possono sempre aggiustarsi tutto. (l'Opinione)
giovedì 15 gennaio 2009
"Ebrei? Scimmie". Ecco il rifiuto arabo. Antonio Donno
Qualsiasi conciliazione fra palestinesi e israeliani è impossibile per esplicito disegno dei primi. Che nutrono un odio assoluto per i secondi. Ed è tutta questione di religione, non di terre irredente. Lo dice Benny Morris
Chi si ricorda più di Yasser Arafat? Il “padre del popolo palestinese” è caduto completamente nell’oblio. Negli uffici dell’ANP o di Hamas c’è la foto sui muri, ma è difficile credere che quell’immagine rappresenti oggi per i palestinesi, popolo e dirigenti, una fonte d’ispirazione reale. D’altro canto, i sostenitori occidentali del raìs sembrano voler cancellare dai propri proclami qualsiasi riferimento a lui: un’eredità pesante, un simbolo di sconfitta, ma soprattutto un emblema di autosconfitta.Si tratta di un caso veramente unico nella storia dei movimenti di liberazione nazionale. Il leader, infatti, è sempre il leader, nella vittoria e nella sconfitta, il suo esempio è comunque sempre un riferimento inestinguibile, un incitamento alla lotta, la speranza vera. Ma Arafat ha fatto eccezione. Già nella corposa biografia dedicatagli da Barry Rubin e da Judith Colp Rubin, Arafat. L’uomo che non volle la pace (trad. it., Mondadori, Milano 2005), apparivano tutti gli elementi di un declino autodistruttivo, i caratteri di una doppiezza foriera di esiti negativi, una sorta di cupio dissolvi paradossale per il capo di un movimento teso a un obiettivo storico quale quello di dar vita a una patria palestinese. È quindi importante, oggi, alla luce della storia e degli esiti attuali di quella vicenda, ripercorrere la storia di Arafat e del suo rifiuto.
Antisemitismo come piovesse
Perché questo è il punto cruciale: il rifiuto. Il concetto apparve per la prima volta all’inizio degli anni Sessanta, quando il marxista Maxime Rodinson pubblicò in Francia un libro che in Italia arrivò, solo nel 1969, con il titolo Israele e il rifiuto arabo. La tesi di Rodinson era che il rifiuto arabo era ben giustificato dalla prepotenza perpetrata dai sionisti sulla comunità palestinese, una prepotenza alimentata dall’imperialismo statunitense e, nel complesso, dall’indulgenza internazionale verso l’impresa ebraica. La questione religiosa – che sarebbe diventata cruciale nei decenni successivi – era allora quasi del tutto assente dal testo di Rodinson.E invece il trascorrere dei decenni e il fallimento degl’innumerevoli tentativi di giungere a una pace definitiva hanno dimostrato che lo scontro tra il mondo arabo e quello ebraico aveva radici essenzialmente religiose, nel rifiuto da parte islamica di accettare la presenza dell’elemento giudaico all’interno del proprio mondo. Così, l’esodo dei palestinesi, dopo la guerra del 1948-49, dai territori assegnati dalle Nazioni Unite al futuro Stato ebraico non fece che acuire sino alla spasimo l’umiliazione araba per una perdita considerata inaccettabile dal punto di vista della coerenza della tradizione religiosa nel contesto mediorientale. Né il rimpallo delle responsabilità di questo esodo poteva cancellare la questione di fondo: il rifiuto era di carattere religioso, e l’antisemitismo islamico si alimentava del disprezzo e dell’odio verso i giudei.
Lo shock di Camp David
Perciò, l’ammissione dello stesso Abu Mazen, braccio destro di Arafat, fatta nel 1975 sull’organo ufficiale dell’OLP Falastin al-Thawra, non poteva avere alcun significato pratico: «Gli eserciti arabi entrarono in Palestina per proteggere i palestinesi dalla tirannia sionista, ma al contrario li abbandonarono, li costrinsero a emigrare e a lasciare la propria terra, imposero loro un blocco politico e ideologico e li gettarono in prigioni simili ai ghetti in cui gli ebrei usavano vivere nell’Europa Orientale». Il problema della terra, dunque, era soltanto un mascheramento della vera questione di fondo: il rifiuto arabo di accettare in terra islamica i giudei, “figli di porci e scimmie”, sottouomini. Ed è per questo stesso motivo che la proposta israeliana, dopo la guerra dei Sei Giorni, di “pace in cambio dei territori” rimase per gli arabi lettera morta.Benny Morris, nel suo ultimo libro, Due popoli, una terra (tard. it. Rizzoli, Milano 2008, pp.230, E 12,00), riesamina il problema da questo punto di vista. Interessante è peraltro la parabola dello storico israeliano. Morris è stato il capofila dei “nuovi” storici israeliani, avviando una revisione profonda della storia dello Stato ebraico, a partire dal “peccato originale” del movimento sionista, quello di avere cioè creato uno Stato ai danni del popolo palestinese, per poi proseguire con una sistematica demolizione della tradizionale narrazione della storia di Israele, giudicata falsa e deformante.
Ma il fallimento di Camp David del 2000 è stato per Morris uno shock che gli ha aperto gli occhi e fatto comprendere che il rifiuto irragionevole di Arafat di dare vita a uno Stato palestinese non riguardava un chilometro quadrato di terra in più o in meno, ma l’accettazione stessa di vivere accanto agli ebrei. Arafat voleva una sola cosa: creare uno Stato palestinese al posto di Israele, non accanto a Israele. Non questione di terra, ma di fedi. Il climax del libro di Morris è questo.
Lo storico israeliano ripercorre così tutte le soluzioni che dalla fine dell’Ottocento a oggi sono state elaborate per giungere alla coesistenza tra i due popoli, concludendo che il fallimento fu ed è dovuto non alla questione territoriale , ma alla xenofobia di matrice religiosa. Per questo motivo, lo strumento che gli arabi adottano per risolvere il contenzioso è sempre stato il jihad, benché spesso mascherato per ragioni di mero opportunismo.
Slogan e ideologia
Prima ancora della Seconda guerra mondiale, nel 1936-37, la Commissione Peel, voluta da Londra come potenza mandataria sulla Palestina, propose la prima soluzione spartitoria che assegnava ai sionisti una piccola enclave di 6mila km2 completamente circondata da un più ampio Stato arabo e quindi facilmente eliminabile. Ebbene, i sionisti accettarono, per quanto consapevoli dei rischi mortali cui andavano incontro, e gli arabi rifiutarono. Questa è insomma la cifra costante della risposta araba, basata sull’assunto che gli ebrei siano estranei alla Palestina: «Questo annullamento della “ebraicità” della Palestina ha sempre caratterizzato il movimento nazionalista arabo-palestinese», scrive Morris, riferendosi chiaramente alle ragioni religiose.
Di conseguenza, sia la soluzione monostatuale sia quella bistatuale rappresentarono, nel corso della lunga crisi, soltanto proposte che hanno impegnato le due parti in infinite quanto inutili discussioni, poiché il pregiudizio religioso arabo nei confronti degli ebrei è stato insormontabile, anche se sottaciuto.
Morris analizza dettagliatamente il lungo, defatigante iter di queste due soluzioni, compreso lo slogan, che eccitava gli occidentali, di una Palestina come “Stato laico e democratico” accanto a Israele, slogan che Morris tratta giustamente alla stregua di una barzelletta.
Quanto poi alla soluzione monostatuale con la compresenza di due popoli con eguali diritti, lo storico israeliano è chiarissimo: «[...] L’idea della duplice nazionalità non aveva mai avuto la minima presa in alcun settore della società arabo-palestinese». In definitiva, gli arabi hanno sempre rifiutato sia la soluzione bistatuale sia, «per principio», quella monostatuale. Ma, alla luce della ricostruzione di Morris e degli eventi degli ultimi anni, il rifiuto arabo ha riguardato la presenza degli ebrei in Palestina in qualsiasi modo fosse proposta. In sostanza, così sintetizza la questione lo storico israeliano: «Il costante rifiuto, da parte della leadership dell’OLP, di accettare l’ebraicità di Israele è indice di un rifiuto di base dell’approccio bistatuale». La strada era aperta per i terroristi islamici di Hamas e delle altre formazioni radicali.
Il libro di Morris squarcia insomma il velo della falsità e delle deformazioni che hanno caratterizzato l’interpretazione del conflitto tra ebrei e arabi in Palestina, un’interpretazione che ha tenuto banco in Occidente per lunghi decenni, nonostante i fatti parlassero chiaro. Ma è difficile pensare che il pregiudizio ideologico nei confronti di Israele possa venire meno solo per opera di un libro. (il Domenicale)
Chi si ricorda più di Yasser Arafat? Il “padre del popolo palestinese” è caduto completamente nell’oblio. Negli uffici dell’ANP o di Hamas c’è la foto sui muri, ma è difficile credere che quell’immagine rappresenti oggi per i palestinesi, popolo e dirigenti, una fonte d’ispirazione reale. D’altro canto, i sostenitori occidentali del raìs sembrano voler cancellare dai propri proclami qualsiasi riferimento a lui: un’eredità pesante, un simbolo di sconfitta, ma soprattutto un emblema di autosconfitta.Si tratta di un caso veramente unico nella storia dei movimenti di liberazione nazionale. Il leader, infatti, è sempre il leader, nella vittoria e nella sconfitta, il suo esempio è comunque sempre un riferimento inestinguibile, un incitamento alla lotta, la speranza vera. Ma Arafat ha fatto eccezione. Già nella corposa biografia dedicatagli da Barry Rubin e da Judith Colp Rubin, Arafat. L’uomo che non volle la pace (trad. it., Mondadori, Milano 2005), apparivano tutti gli elementi di un declino autodistruttivo, i caratteri di una doppiezza foriera di esiti negativi, una sorta di cupio dissolvi paradossale per il capo di un movimento teso a un obiettivo storico quale quello di dar vita a una patria palestinese. È quindi importante, oggi, alla luce della storia e degli esiti attuali di quella vicenda, ripercorrere la storia di Arafat e del suo rifiuto.
Antisemitismo come piovesse
Perché questo è il punto cruciale: il rifiuto. Il concetto apparve per la prima volta all’inizio degli anni Sessanta, quando il marxista Maxime Rodinson pubblicò in Francia un libro che in Italia arrivò, solo nel 1969, con il titolo Israele e il rifiuto arabo. La tesi di Rodinson era che il rifiuto arabo era ben giustificato dalla prepotenza perpetrata dai sionisti sulla comunità palestinese, una prepotenza alimentata dall’imperialismo statunitense e, nel complesso, dall’indulgenza internazionale verso l’impresa ebraica. La questione religiosa – che sarebbe diventata cruciale nei decenni successivi – era allora quasi del tutto assente dal testo di Rodinson.E invece il trascorrere dei decenni e il fallimento degl’innumerevoli tentativi di giungere a una pace definitiva hanno dimostrato che lo scontro tra il mondo arabo e quello ebraico aveva radici essenzialmente religiose, nel rifiuto da parte islamica di accettare la presenza dell’elemento giudaico all’interno del proprio mondo. Così, l’esodo dei palestinesi, dopo la guerra del 1948-49, dai territori assegnati dalle Nazioni Unite al futuro Stato ebraico non fece che acuire sino alla spasimo l’umiliazione araba per una perdita considerata inaccettabile dal punto di vista della coerenza della tradizione religiosa nel contesto mediorientale. Né il rimpallo delle responsabilità di questo esodo poteva cancellare la questione di fondo: il rifiuto era di carattere religioso, e l’antisemitismo islamico si alimentava del disprezzo e dell’odio verso i giudei.
Lo shock di Camp David
Perciò, l’ammissione dello stesso Abu Mazen, braccio destro di Arafat, fatta nel 1975 sull’organo ufficiale dell’OLP Falastin al-Thawra, non poteva avere alcun significato pratico: «Gli eserciti arabi entrarono in Palestina per proteggere i palestinesi dalla tirannia sionista, ma al contrario li abbandonarono, li costrinsero a emigrare e a lasciare la propria terra, imposero loro un blocco politico e ideologico e li gettarono in prigioni simili ai ghetti in cui gli ebrei usavano vivere nell’Europa Orientale». Il problema della terra, dunque, era soltanto un mascheramento della vera questione di fondo: il rifiuto arabo di accettare in terra islamica i giudei, “figli di porci e scimmie”, sottouomini. Ed è per questo stesso motivo che la proposta israeliana, dopo la guerra dei Sei Giorni, di “pace in cambio dei territori” rimase per gli arabi lettera morta.Benny Morris, nel suo ultimo libro, Due popoli, una terra (tard. it. Rizzoli, Milano 2008, pp.230, E 12,00), riesamina il problema da questo punto di vista. Interessante è peraltro la parabola dello storico israeliano. Morris è stato il capofila dei “nuovi” storici israeliani, avviando una revisione profonda della storia dello Stato ebraico, a partire dal “peccato originale” del movimento sionista, quello di avere cioè creato uno Stato ai danni del popolo palestinese, per poi proseguire con una sistematica demolizione della tradizionale narrazione della storia di Israele, giudicata falsa e deformante.
Ma il fallimento di Camp David del 2000 è stato per Morris uno shock che gli ha aperto gli occhi e fatto comprendere che il rifiuto irragionevole di Arafat di dare vita a uno Stato palestinese non riguardava un chilometro quadrato di terra in più o in meno, ma l’accettazione stessa di vivere accanto agli ebrei. Arafat voleva una sola cosa: creare uno Stato palestinese al posto di Israele, non accanto a Israele. Non questione di terra, ma di fedi. Il climax del libro di Morris è questo.
Lo storico israeliano ripercorre così tutte le soluzioni che dalla fine dell’Ottocento a oggi sono state elaborate per giungere alla coesistenza tra i due popoli, concludendo che il fallimento fu ed è dovuto non alla questione territoriale , ma alla xenofobia di matrice religiosa. Per questo motivo, lo strumento che gli arabi adottano per risolvere il contenzioso è sempre stato il jihad, benché spesso mascherato per ragioni di mero opportunismo.
Slogan e ideologia
Prima ancora della Seconda guerra mondiale, nel 1936-37, la Commissione Peel, voluta da Londra come potenza mandataria sulla Palestina, propose la prima soluzione spartitoria che assegnava ai sionisti una piccola enclave di 6mila km2 completamente circondata da un più ampio Stato arabo e quindi facilmente eliminabile. Ebbene, i sionisti accettarono, per quanto consapevoli dei rischi mortali cui andavano incontro, e gli arabi rifiutarono. Questa è insomma la cifra costante della risposta araba, basata sull’assunto che gli ebrei siano estranei alla Palestina: «Questo annullamento della “ebraicità” della Palestina ha sempre caratterizzato il movimento nazionalista arabo-palestinese», scrive Morris, riferendosi chiaramente alle ragioni religiose.
Di conseguenza, sia la soluzione monostatuale sia quella bistatuale rappresentarono, nel corso della lunga crisi, soltanto proposte che hanno impegnato le due parti in infinite quanto inutili discussioni, poiché il pregiudizio religioso arabo nei confronti degli ebrei è stato insormontabile, anche se sottaciuto.
Morris analizza dettagliatamente il lungo, defatigante iter di queste due soluzioni, compreso lo slogan, che eccitava gli occidentali, di una Palestina come “Stato laico e democratico” accanto a Israele, slogan che Morris tratta giustamente alla stregua di una barzelletta.
Quanto poi alla soluzione monostatuale con la compresenza di due popoli con eguali diritti, lo storico israeliano è chiarissimo: «[...] L’idea della duplice nazionalità non aveva mai avuto la minima presa in alcun settore della società arabo-palestinese». In definitiva, gli arabi hanno sempre rifiutato sia la soluzione bistatuale sia, «per principio», quella monostatuale. Ma, alla luce della ricostruzione di Morris e degli eventi degli ultimi anni, il rifiuto arabo ha riguardato la presenza degli ebrei in Palestina in qualsiasi modo fosse proposta. In sostanza, così sintetizza la questione lo storico israeliano: «Il costante rifiuto, da parte della leadership dell’OLP, di accettare l’ebraicità di Israele è indice di un rifiuto di base dell’approccio bistatuale». La strada era aperta per i terroristi islamici di Hamas e delle altre formazioni radicali.
Il libro di Morris squarcia insomma il velo della falsità e delle deformazioni che hanno caratterizzato l’interpretazione del conflitto tra ebrei e arabi in Palestina, un’interpretazione che ha tenuto banco in Occidente per lunghi decenni, nonostante i fatti parlassero chiaro. Ma è difficile pensare che il pregiudizio ideologico nei confronti di Israele possa venire meno solo per opera di un libro. (il Domenicale)
mercoledì 14 gennaio 2009
Stabile al 50% la fiducia in Berlusconi. Affari italiani
E' stabile al 50% la fiducia dei cittadini nel presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e nel governo di Centrodestra. Mentre, rispetto al 22 dicembre scorso, perde terreno il leader del Partito Democratico Walter Veltroni, che scende a quota 30%. E' quanto emerge dal primo sondaggio politico-elettorale del 2009, realizzato dall'istituto Consortium in esclusiva per Affaritaliani.it.
"Le informazioni sui provvedimenti per fronteggiare la crisi economica sono piaciute agli italiani", spiega ad Affaritaliani.it Nicola Piepoli, presidente dell'istituto demoscopico. "Il piano anti-crisi ha convinto una grande fetta dei cittadini-elettori, tanto che il consenso sui singoli punti raggiunge livelli altissimi".
Il ministro più amato dagli italiani rimane Franco Frattini (Esteri), con un consenso superiore al 50%. A seguire ci sono Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), poi, al quarto posto, il leghista Roberto Maroni (Interno). "Dopo i primi quattro segue un gruppuscolo a pari merito".
Tra i singoli partiti nel giro di tre settimane il Popolo della Libertà ha perso mezzo punto, scendendo al 41% dal precedente 41,5. La Lega Nord, invece, si rafforza e sale al 9,5 dal 9%. L'Mpa vale un punto percentuale. In ribasso le quotazioni del Partito Democratico. Per la prima volta, in base alle rilevazioni Consortium, il Pd cala sotto la soglia del 30% e vale il 29,5 rispetto al 30,5% del 22 dicembre 2008. In rialzo, al contrario, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: al 6,5% dal precedente 6. Bene anche l'Udc di Pierferdinando Casini, salito al 5,5 dal 5%. Resta pessima la situazione della sinistra radicale. Un punto percentuale per Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi. La Destra ottiene l'1,5% nelle intenzioni di voto. Altri partiti al 2%.
Il sondaggio Consortium è stato realizzato martedì 12 gennaio: campione di 2.000 casi. Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.
"Le informazioni sui provvedimenti per fronteggiare la crisi economica sono piaciute agli italiani", spiega ad Affaritaliani.it Nicola Piepoli, presidente dell'istituto demoscopico. "Il piano anti-crisi ha convinto una grande fetta dei cittadini-elettori, tanto che il consenso sui singoli punti raggiunge livelli altissimi".
Il ministro più amato dagli italiani rimane Franco Frattini (Esteri), con un consenso superiore al 50%. A seguire ci sono Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), poi, al quarto posto, il leghista Roberto Maroni (Interno). "Dopo i primi quattro segue un gruppuscolo a pari merito".
Tra i singoli partiti nel giro di tre settimane il Popolo della Libertà ha perso mezzo punto, scendendo al 41% dal precedente 41,5. La Lega Nord, invece, si rafforza e sale al 9,5 dal 9%. L'Mpa vale un punto percentuale. In ribasso le quotazioni del Partito Democratico. Per la prima volta, in base alle rilevazioni Consortium, il Pd cala sotto la soglia del 30% e vale il 29,5 rispetto al 30,5% del 22 dicembre 2008. In rialzo, al contrario, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: al 6,5% dal precedente 6. Bene anche l'Udc di Pierferdinando Casini, salito al 5,5 dal 5%. Resta pessima la situazione della sinistra radicale. Un punto percentuale per Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi. La Destra ottiene l'1,5% nelle intenzioni di voto. Altri partiti al 2%.
Il sondaggio Consortium è stato realizzato martedì 12 gennaio: campione di 2.000 casi. Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.
mercoledì 7 gennaio 2009
Tregua e retorica. Pierluigi Battista
I numerosi appelli alla «tregua» non possono lasciare indifferente chi sostiene il buon diritto delle operazioni militari condotte da Israele. Di fronte allo scenario straziante di Gaza, dei civili e dei bambini uccisi, delle case sventrate, degli ospedali sovraffollati e drammaticamente a corto di medicinali, l’invocazione di una tregua parla a chiunque abbia a cuore le ragioni dell’umanità e disvela la natura essenzialmente, irrimediabilmente atroce della guerra, persino di quella più «giusta». Anche i civili massacrati nelle guerre di Bagdad e di Beirut, di Kabul e di Belgrado richiamavano l’urgenza di una «tregua». Per fortuna è passato il tempo in cui (basta compulsare le antologie letterarie per sincerarsene) anche gli intellettuali più sensibili cantavano l’ebbrezza bellica, l’estetica della guerra, la mistica della morte, la poesia del combattimento. La morte e la devastazione provocate dalla guerra, oggi, rendono invece improrogabile l’esigenza di una «tregua».
Sono le autorità morali e religiose che chiedono la tregua. La chiede il presidente francese Sarkozy. Chiede il «cessate il fuoco » Tony Blair sebbene, come ha maliziosamente notato il suo successore Gordon Brown, in diciotto mesi da che è rappresentante del «Quartetto» in Medio Oriente non abbia mai messo piede nella striscia di Gaza. In Italia si spendono Massimo D’Alema per chiedere la «trattativa» con Hamas, Emma Bonino per la «tregua duratura», Lamberto Dini per il «negoziato». Tutti interventi animati da argomenti che non attengono solo alla sfera «morale», ma anche a quella del realismo politico. Non è dettata dal candore delle «anime belle» la preoccupazione (peraltro, non proprio inedita) che tra i giovani palestinesi l’irruzione a Gaza possa acuire un distruttivo furore anti-israeliano. E non è un argomento capzioso quello di chi invita a non sottovalutare il radicamento di Hamas, partito dedito alla lotta armata terroristica che però è sostenuto dalla maggioranza della popolazione di Gaza. Il fronte della «tregua » non è privo di basi politiche, oltreché morali. Ma è la «retorica della tregua» che rischia di renderle fragili e destinate all’inconcludenza.
Tutte le espressioni che modulano con ripetitiva monotonia l’esigenza della tregua, dal «cessate il fuoco» al «tacciano le armi», dai «tavoli della pace» alle «conferenze internazionali per il dialogo » ai «corridoi umanitari », presuppongono una condizione fondamentale che è proprio quella assente nell’inferno di Gaza: la tregua, perché sia tale, si fa sempre in due. E’ ragionevole, è realistico, è possibile che Hamas voglia essere una delle due parti a rispettare una tregua? Non l’ha già violata lanciando razzi Qassam sulle città israeliane per fare espressamente vittime civili? E poi, su quali basi è possibile per Israele trattare con chi non nasconde un’ostilità assoluta e non negoziabile verso la sua stessa esistenza?
Una condizione asimmetrica talmente evidente che anche i più convinti partigiani della «tregua», e persino i commentatori più critici con le scelte di Israele, non possono fare a meno di notare. Rossana Rossanda, sul «manifesto », è durissima con «gli aerei e i blindati di Tsahal», ma non regala ad Hamas, tragicamente ispirata alla logica del «periscano Sansone e tutti i filistei», l’attenuante del «giustificato risentimento». Chi, a cominciare da Sarkozy, insiste sulla «sproporzione» della reazione israeliana non nega la legittimità di una reazione a un evidente torto di Hamas. Dovrebbe piuttosto indicare con passabile approssimazione quale sarebbe la reazione «proporzionata». Dovrebbe definire quale sanzione sarebbe considerata legittima per chi violasse in futuro una tregua già compromessa con il lancio dei razzi su Ashkelon e Sderot. Dovrebbe spiegare come colmare la latitanza degli organismi internazionali e come ovviare alla tragica mancanza di credibilità dell’Onu che, come ha scritto Angelo Panebianco sul «Corriere», parla senza pudore, attraverso il Richard Falk che rappresenta il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, di «aggressione israeliana». Dovrebbe spiegare se la condanna morale di chi uccide i civili palestinesi è applicabile con la stessa severità ad Hamas, che in uno dei suoi lanci di razzi sulle città israeliane ha colpito per sbaglio proprio due bambini di Gaza. Dovrebbe descrivere con parole moralmente adeguate chi fa delle sue donne e dei suoi bambini altrettanti scudi umani dietro cui mimetizzare bunker e depositi di armi. Dovrebbe indicare in cosa consista esattamente l’alternativa alla guerra e all’intervento militare. Per rendere la parola «tregua» credibile e convincente e salvare Israele come i civili palestinesi. (Corriere della Sera)
Sono le autorità morali e religiose che chiedono la tregua. La chiede il presidente francese Sarkozy. Chiede il «cessate il fuoco » Tony Blair sebbene, come ha maliziosamente notato il suo successore Gordon Brown, in diciotto mesi da che è rappresentante del «Quartetto» in Medio Oriente non abbia mai messo piede nella striscia di Gaza. In Italia si spendono Massimo D’Alema per chiedere la «trattativa» con Hamas, Emma Bonino per la «tregua duratura», Lamberto Dini per il «negoziato». Tutti interventi animati da argomenti che non attengono solo alla sfera «morale», ma anche a quella del realismo politico. Non è dettata dal candore delle «anime belle» la preoccupazione (peraltro, non proprio inedita) che tra i giovani palestinesi l’irruzione a Gaza possa acuire un distruttivo furore anti-israeliano. E non è un argomento capzioso quello di chi invita a non sottovalutare il radicamento di Hamas, partito dedito alla lotta armata terroristica che però è sostenuto dalla maggioranza della popolazione di Gaza. Il fronte della «tregua » non è privo di basi politiche, oltreché morali. Ma è la «retorica della tregua» che rischia di renderle fragili e destinate all’inconcludenza.
Tutte le espressioni che modulano con ripetitiva monotonia l’esigenza della tregua, dal «cessate il fuoco» al «tacciano le armi», dai «tavoli della pace» alle «conferenze internazionali per il dialogo » ai «corridoi umanitari », presuppongono una condizione fondamentale che è proprio quella assente nell’inferno di Gaza: la tregua, perché sia tale, si fa sempre in due. E’ ragionevole, è realistico, è possibile che Hamas voglia essere una delle due parti a rispettare una tregua? Non l’ha già violata lanciando razzi Qassam sulle città israeliane per fare espressamente vittime civili? E poi, su quali basi è possibile per Israele trattare con chi non nasconde un’ostilità assoluta e non negoziabile verso la sua stessa esistenza?
Una condizione asimmetrica talmente evidente che anche i più convinti partigiani della «tregua», e persino i commentatori più critici con le scelte di Israele, non possono fare a meno di notare. Rossana Rossanda, sul «manifesto », è durissima con «gli aerei e i blindati di Tsahal», ma non regala ad Hamas, tragicamente ispirata alla logica del «periscano Sansone e tutti i filistei», l’attenuante del «giustificato risentimento». Chi, a cominciare da Sarkozy, insiste sulla «sproporzione» della reazione israeliana non nega la legittimità di una reazione a un evidente torto di Hamas. Dovrebbe piuttosto indicare con passabile approssimazione quale sarebbe la reazione «proporzionata». Dovrebbe definire quale sanzione sarebbe considerata legittima per chi violasse in futuro una tregua già compromessa con il lancio dei razzi su Ashkelon e Sderot. Dovrebbe spiegare come colmare la latitanza degli organismi internazionali e come ovviare alla tragica mancanza di credibilità dell’Onu che, come ha scritto Angelo Panebianco sul «Corriere», parla senza pudore, attraverso il Richard Falk che rappresenta il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, di «aggressione israeliana». Dovrebbe spiegare se la condanna morale di chi uccide i civili palestinesi è applicabile con la stessa severità ad Hamas, che in uno dei suoi lanci di razzi sulle città israeliane ha colpito per sbaglio proprio due bambini di Gaza. Dovrebbe descrivere con parole moralmente adeguate chi fa delle sue donne e dei suoi bambini altrettanti scudi umani dietro cui mimetizzare bunker e depositi di armi. Dovrebbe indicare in cosa consista esattamente l’alternativa alla guerra e all’intervento militare. Per rendere la parola «tregua» credibile e convincente e salvare Israele come i civili palestinesi. (Corriere della Sera)
martedì 6 gennaio 2009
Addio lusso, lussuria e genio: l'Italia s'è moscia. Marcello Veneziani
Non è la crisi economica che più spaventa nel nostro futuro. E nemmeno le fosche previsioni che da Napolitano in giù si ripetono magari come forme di scaramanzia. Ma è la netta percezione di vivere in un Paese ammosciato, che non sa reagire, che al più fugge o si barrica in casa di fronte al pericolo, o si lascia disfare con spirito di abbandono. Vedo il mesto rientro dalle lunghe ferie invernali che si completa alla Befana, salvo strascichi minoritari. E non riesco a definire diversamente lo stato d’animo degli italiani, se non attraverso l’espressione di Paese ammosciato. Un Paese in ritirata, consumismo triste, apatia rispetto all’avvenire, creatività scarsa e spirito d’avventura zero, se non quello applicato alla ricreazione.
L’energia del premier
Possiamo ridere finché vogliamo del finto ottimismo del premier, del suo esercizio forzato di sorrisi e coraggio; ma lui ci prova a tirar su il morale delle truppe, e non è certo colpa sua se il Paese sta così; penso anzi cosa sarebbe senza la guida di un incrollabile energetico come Berlusconi. E mi spaventa guardare intorno e immaginare la scena senza di lui; i suoi possibili eredi, da ogni parte, rispecchiano la mosceria del Paese, la stessa melanconia nazionale che contraddice uno dei tratti tipici degli italiani.
Di quella melanconia e forse di quella mosceria, partecipo anch’io, seppure nella versione ironica e distaccata. Vi scrivo da una capanna in un’isola dove siamo solo in sei ad abitarla nel Mar dei Caraibi ed è inutile nasconderci che nonostante la vita spartana e scalza che conduco da giorni, sono qui per piacere e non certo per penitenza. Avverto la percezione dell’isolamento e la trasformo in versione positiva, godibile per il corpo e per la mente. Sul mare, al sole, in compagnia del vento, della scrittura e della lettura. Ma mi accorgo di rappresentare il versante felice, o se volete privilegiato, di un Paese moscio e melanconico, che ha perso la prospettiva del futuro e della comunità, non fa più sogni pubblici e civili, politici figuriamoci, e reputa che la salvezza sia solo non pensarci, vivere nel presente e isolarsi. Ho incontrato diversi italiani in viaggio, ed ho colto la medesima idea di fuga e la stessa mosceria, l’affanno di evadere e di divertirsi, e due patologie opposte ma pervasive: la paura di spendere, il timore della crisi, l’affanno di risparmiare e tirar sul prezzo di ogni cosa e all’opposto la baldoria di fine stagione, l’idea di spendere perché del doman non v’è certezza, l’allegria dei naufragi. Ma ancora più istruttivo è stato parlare dell’Italia con gli stranieri, tedeschi e russi, sudamericani e nordamericani. Tutti ci vedono come un Paese in picchiata, stanco e non più felice come la fama di una volta, che consuma poco ma produce meno, poco creativo e procreativo, abitato da marocchini che non sono poi statisticamente tanti ma sono quelli che più si vedono, che popolano le stazioni, le vie e le piazze mentre gli italiani si sono addomesticati. Ci vedono insomma un Paese stanco. I veri ricchi sono altrove, e tutti mi dicono la stessa cosa: i ricchi russi, brasiliani, venezuelani, oltreché americani, indiani per non dire di arabi e nordeuropei, sono molto più ricchi dei vostri. Il lusso non abita più da voi, e nemmeno la lussuria. Ma un consumismo triste e un erotismo triste, da cassaintegrati nell’anima e nel corpo. Il mito italiano sta franando.
Dopo questa sconsolante iniezione di sfiducia, mi direte che l’unico rimedio conseguente, oltre il suicidio nazionale, sarebbe quello di fuggire in massa nelle capanne o nei rifugi e vivere spartanamente e da isolati. No, l’unico rimedio può sorgere proprio dalla fine dei balocchi di un Paese viziato. Cioè dalla percezione non solo della crisi, ma di più, del pericolo. Il torpore del benessere non ci aiuta, quando finisce la forza d’inerzia bisogna trovare le energie per vivere e reagire. Napolitano invitava a far della crisi un’occasione per ripartire. Aveva ragione ma limitava il suo discorso al piano economico, alla crisi finanziaria americana. E invece, il discorso da fare è più esteso, più radicale: si tratta di reagire alla decadenza. Non solo dei Pil o dei livelli di benessere e di occupazione; ma di popolo, di civiltà, di creatività.
Reagire al declino
Reagire al declino di un Paese che sembra abitato da marocchini e invalidi, reagire a un Paese che vive la sua imprenditoria religiosa solo nelle moschee, reagire a un paese a cui sembra che gli unici valori da difendere siano i diritti dei gay, degli zingari, degli immigrati clandestini, più scempiaggini salutiste. Reagire ad un Paese che accoglie con scetticismo ogni opera, non crede più alla durata; un Paese che ha condannato il familismo amorale e poi ha reinventato il familismo culturale per cui si è accolti solo se si appartiene alla stessa famiglia accademica, ideologica e intellettuale. Reagire a un Paese che non fa figli, che non osa più, che non ama più l’avventura. Occorre una nuova ondata nel nostro futuro, un nuovo spirito di fondazione. Finora abbiamo rimediato alla carenza tramite l’invocazione del Capo, sia come causa di tutti i mali (1 Capo espiatorio), sia come rimedio (Capo, pensaci tu). Si tratta ora di entrare in una nuova fase non più legata alla leadership personale ma a una corrente di vita e di pensiero, un movimento. Qualcosa che somigli alla follia di cent’anni fa del futurismo... Magari in senso inverso, un ritorno alle origini ma con la tecnologia e le conoscenze del presente; una nuova versione, essenziale, spartana di eco-futurismo, di pensiero verde elettrico... Antico e ipermoderno; due cuori e una capanna. (Libero)
L’energia del premier
Possiamo ridere finché vogliamo del finto ottimismo del premier, del suo esercizio forzato di sorrisi e coraggio; ma lui ci prova a tirar su il morale delle truppe, e non è certo colpa sua se il Paese sta così; penso anzi cosa sarebbe senza la guida di un incrollabile energetico come Berlusconi. E mi spaventa guardare intorno e immaginare la scena senza di lui; i suoi possibili eredi, da ogni parte, rispecchiano la mosceria del Paese, la stessa melanconia nazionale che contraddice uno dei tratti tipici degli italiani.
Di quella melanconia e forse di quella mosceria, partecipo anch’io, seppure nella versione ironica e distaccata. Vi scrivo da una capanna in un’isola dove siamo solo in sei ad abitarla nel Mar dei Caraibi ed è inutile nasconderci che nonostante la vita spartana e scalza che conduco da giorni, sono qui per piacere e non certo per penitenza. Avverto la percezione dell’isolamento e la trasformo in versione positiva, godibile per il corpo e per la mente. Sul mare, al sole, in compagnia del vento, della scrittura e della lettura. Ma mi accorgo di rappresentare il versante felice, o se volete privilegiato, di un Paese moscio e melanconico, che ha perso la prospettiva del futuro e della comunità, non fa più sogni pubblici e civili, politici figuriamoci, e reputa che la salvezza sia solo non pensarci, vivere nel presente e isolarsi. Ho incontrato diversi italiani in viaggio, ed ho colto la medesima idea di fuga e la stessa mosceria, l’affanno di evadere e di divertirsi, e due patologie opposte ma pervasive: la paura di spendere, il timore della crisi, l’affanno di risparmiare e tirar sul prezzo di ogni cosa e all’opposto la baldoria di fine stagione, l’idea di spendere perché del doman non v’è certezza, l’allegria dei naufragi. Ma ancora più istruttivo è stato parlare dell’Italia con gli stranieri, tedeschi e russi, sudamericani e nordamericani. Tutti ci vedono come un Paese in picchiata, stanco e non più felice come la fama di una volta, che consuma poco ma produce meno, poco creativo e procreativo, abitato da marocchini che non sono poi statisticamente tanti ma sono quelli che più si vedono, che popolano le stazioni, le vie e le piazze mentre gli italiani si sono addomesticati. Ci vedono insomma un Paese stanco. I veri ricchi sono altrove, e tutti mi dicono la stessa cosa: i ricchi russi, brasiliani, venezuelani, oltreché americani, indiani per non dire di arabi e nordeuropei, sono molto più ricchi dei vostri. Il lusso non abita più da voi, e nemmeno la lussuria. Ma un consumismo triste e un erotismo triste, da cassaintegrati nell’anima e nel corpo. Il mito italiano sta franando.
Dopo questa sconsolante iniezione di sfiducia, mi direte che l’unico rimedio conseguente, oltre il suicidio nazionale, sarebbe quello di fuggire in massa nelle capanne o nei rifugi e vivere spartanamente e da isolati. No, l’unico rimedio può sorgere proprio dalla fine dei balocchi di un Paese viziato. Cioè dalla percezione non solo della crisi, ma di più, del pericolo. Il torpore del benessere non ci aiuta, quando finisce la forza d’inerzia bisogna trovare le energie per vivere e reagire. Napolitano invitava a far della crisi un’occasione per ripartire. Aveva ragione ma limitava il suo discorso al piano economico, alla crisi finanziaria americana. E invece, il discorso da fare è più esteso, più radicale: si tratta di reagire alla decadenza. Non solo dei Pil o dei livelli di benessere e di occupazione; ma di popolo, di civiltà, di creatività.
Reagire al declino
Reagire al declino di un Paese che sembra abitato da marocchini e invalidi, reagire a un Paese che vive la sua imprenditoria religiosa solo nelle moschee, reagire a un paese a cui sembra che gli unici valori da difendere siano i diritti dei gay, degli zingari, degli immigrati clandestini, più scempiaggini salutiste. Reagire ad un Paese che accoglie con scetticismo ogni opera, non crede più alla durata; un Paese che ha condannato il familismo amorale e poi ha reinventato il familismo culturale per cui si è accolti solo se si appartiene alla stessa famiglia accademica, ideologica e intellettuale. Reagire a un Paese che non fa figli, che non osa più, che non ama più l’avventura. Occorre una nuova ondata nel nostro futuro, un nuovo spirito di fondazione. Finora abbiamo rimediato alla carenza tramite l’invocazione del Capo, sia come causa di tutti i mali (1 Capo espiatorio), sia come rimedio (Capo, pensaci tu). Si tratta ora di entrare in una nuova fase non più legata alla leadership personale ma a una corrente di vita e di pensiero, un movimento. Qualcosa che somigli alla follia di cent’anni fa del futurismo... Magari in senso inverso, un ritorno alle origini ma con la tecnologia e le conoscenze del presente; una nuova versione, essenziale, spartana di eco-futurismo, di pensiero verde elettrico... Antico e ipermoderno; due cuori e una capanna. (Libero)
mercoledì 31 dicembre 2008
Mezzanotte, fra l'Avana e Gaza. Davide Giacalone
In un attimo si consuma un anno, ma la storia rimane talora inchiodata, ignara del tempo. Alla mezzanotte di oggi Fidel Castro conquisterà un record inespugnabile: cinquanta anni di dispotismo personale. Divenne comunista solo per cinico calcolo e per convenienza, in compenso i comunisti del mondo libero e ricco lo hanno osannato, ed ancora si sdilinquiscono, fregandosene del popolo condannato alla fame, degli intellettuali costretti all’esilio, degli omosessuali portati nei campi di concentramento. Il primo gennaio 1959 Castro entrò all’Avana, da quel giorno i cubani liberi ne sono fuggiti, per cinquanta anni.
A fare il percorso inverso, ad approdare a Cuba, sono aerei pieni di ammiratori e profittatori. Militanti di una sinistra cieca ed invecchiata, cui basta riconoscere un anti statunitense per farne un compagno, così trovandosi sempre a tifare per la feccia della storia. Nel sedile accanto ci sono vecchi maiali e stolide babbione, alla ricerca di miserabili con cui sollazzarsi. Accoppiata coerente, per metterla in quel posto al popolo cubano.
Sulla striscia di Gaza i botti son sempre gli stessi. Barak annuncia la voglia di cancellare Hamas. Magari! Lo sperano, per primi, i palestinesi di Abu Mazen. Lo spera Bush, come Obama, l’uno per chiudere e l’altro per aprire. Ma ad impedirlo ci sono i soldi e le armi degli iraniani, e c’è un’Europa che biascica di tregue, incapace di affermare che la sicurezza d’Israele è la condizione senza la quale non ci sarà, mai e poi mai, uno Stato palestinese. Farla finita, con i terroristi al soldo degli stranieri, è interesse del popolo palestinese. Mentre da noi ancora circolano gli imbecilli con la kefiah, alla moda dell’intifada, e la voglia di parteggiare per gli assassini pur di manifestare contro israeliani ed americani.
Per l’ideologia comunista il ventesimo secolo, quello delle grandi dittature, si è chiuso con dieci anni d’anticipo. Grazie al cielo, a Reagan, agli euromissili ed a Wojtyla. Per l’avversità alla democrazia ed alle libertà individuali, alla laicità dello Stato ed alla vitalità del capitalismo, invece, ancora dura. E cerca sponde e forza fra i nemici dell’occidente. Nella giornata degli auguri, me ne preme uno: che la civiltà trionfi ed i fondamentalismi anneghino, portando nell’abisso gli stupidi seguaci.
A fare il percorso inverso, ad approdare a Cuba, sono aerei pieni di ammiratori e profittatori. Militanti di una sinistra cieca ed invecchiata, cui basta riconoscere un anti statunitense per farne un compagno, così trovandosi sempre a tifare per la feccia della storia. Nel sedile accanto ci sono vecchi maiali e stolide babbione, alla ricerca di miserabili con cui sollazzarsi. Accoppiata coerente, per metterla in quel posto al popolo cubano.
Sulla striscia di Gaza i botti son sempre gli stessi. Barak annuncia la voglia di cancellare Hamas. Magari! Lo sperano, per primi, i palestinesi di Abu Mazen. Lo spera Bush, come Obama, l’uno per chiudere e l’altro per aprire. Ma ad impedirlo ci sono i soldi e le armi degli iraniani, e c’è un’Europa che biascica di tregue, incapace di affermare che la sicurezza d’Israele è la condizione senza la quale non ci sarà, mai e poi mai, uno Stato palestinese. Farla finita, con i terroristi al soldo degli stranieri, è interesse del popolo palestinese. Mentre da noi ancora circolano gli imbecilli con la kefiah, alla moda dell’intifada, e la voglia di parteggiare per gli assassini pur di manifestare contro israeliani ed americani.
Per l’ideologia comunista il ventesimo secolo, quello delle grandi dittature, si è chiuso con dieci anni d’anticipo. Grazie al cielo, a Reagan, agli euromissili ed a Wojtyla. Per l’avversità alla democrazia ed alle libertà individuali, alla laicità dello Stato ed alla vitalità del capitalismo, invece, ancora dura. E cerca sponde e forza fra i nemici dell’occidente. Nella giornata degli auguri, me ne preme uno: che la civiltà trionfi ed i fondamentalismi anneghino, portando nell’abisso gli stupidi seguaci.
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