sabato 16 febbraio 2013

Intervista al prof. Nicola Scafetta, Duke University. Il sole artefice principale del clima. Corrado Fronte

Intervista al prof. Nicola Scafetta, Duke Univerity. Il sole artefice principale del clima
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Scritto da Corrado Fronte
venerdì 15 febbraio 2013
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Il prof. Nicola Scafetta è uno scienziato ricercatore affiliato presso Duke University e presso l’Active Cavity Radiometer Solar Irradiance Monitor Lab, associato al Jet Propulsion Laboratory della Nasa, California (1). Afferma che almeno il 60% del riscaldamento terrestre osservato dal 1970 ad oggi è dovuto a cicli naturali presenti nel sistema solare. Per il prossimo futuro prevede una stabilizzazione del clima o addirittura un raffreddamento fino al 2030-2040. Le sue teorie si scontrano con quelle che prevedono un continuo ulteriore innalzamento della temperatura a causa del’ anidride carbonica (CO2, detta anche biossido di carbonio) generata dall’attività umana. Ne abbiamo dato una più dettagliata descrizione in un precedente articolo (2). Grazie ad Internet abbiamo raggiunto alla Duke University il prof. Nicola Scafetta e gli abbiamo posto alcune domante per i lettori de “Il Legno Storto”, anche in relazione ad articoli e studi sull’argomento precedentemente pubblicati. 1. Prof. Scafetta, c’è una preoccupazione generale sugli effetti negativi che l’attività umana può portare all’ambiente. Quali sono i comportamenti che l’umanità dovrebbe adottare per una crescita sostenibile?
Dovrebbe essere responsabile. Questo implica che deve sapere pragmaticamente distinguere tra cose che possono danneggiare per davvero l’ambiente e cose che non lo danneggiano. E dovrebbe considerare le varie opzioni che sono disponibili. Il CO2 , ad esempio, non è un veleno per l’uomo o per l’ambiente, ma è cibo per le piante che crescono respirando CO2 dall’atmosfera. Con l’acqua e l’ossigeno il CO2 è il principale ingrediente della vita. Detto in parole povere, senza CO2 nell’atmosfera il cibo non esisterebbe.
2. La posizione dalla scienza ufficiale indica nel riscaldamento globale uno dei principali pericoli per l’intero pianeta; fonti autorevoli indicano in 2 gradi il massimo aumento sopportabile. Lei cosa ne pensa?
Direi che un riscaldamento globale fino ad un massimo di 2 gradi per la fine del 2100 non dovrebbe causare grossi danni. I miei modelli prevedono un riscaldamento di circa 1 grado per 2100. L’umanità può adattarsi ai cambi climatici e un riscaldamento di 1-2 gradi è di gran lunga meno pericoloso di un raffreddamento di uguale dimensione. E ci si può adattare senza troppi problemi. Di certo è più economico adattarsi a questi cambiamenti che cercare di fermarli bloccando l’industrializzazione e lo sviluppo economico dell’umanità.
3. Cosa sta succedendo ai ghiacciai? Perché continuano a ritirarsi?
I ghiacciai si sono ritirati negli ultimi decenni perché c’è stato un riscaldamento globale. Tuttavia i ghiacciai si sono ritirati e riformati numerose volte nel passato perché il clima è anche caratterizzato dai fenomeni ciclici.
4. Si sostiene che anche il mare si stia riscaldando, compromettendo l’equilibrio della vita marina e la sopravvivenza di molte specie.
Alcuni hanno affermato ciò, tuttavia credo che i cambi climatici siano stati così modesti (meno di 1 grado in 100 anni) che è difficile credere che i danni più seri all’equilibrio della vita marina siano derivati dal riscaldamento globale. Inquinamento chimico e pesca selvaggia sono molto più pericolosi per l’equilibrio della vita marina.
5. Se il riscaldamento continuasse il mare potrebbe sommergerebbe vaste zone costiere e molte isole?
Alcuni hanno affermato ciò. Tuttavia i dati storici predirebbero un aumento del livello del mare di 20-30 cm al massimo per il 2100. Ci si può adattare senza troppi problemi.
6. Si insiste molto sulla responsabilità dell’uomo nel provocare il riscaldamento con l’emissione di anidride carbonica (CO2 ) che provocherebbe il cosiddetto “effetto serra”. In parole povere di cosa si tratta?
L’anidride carbonica è un gas serra, che, per cosi dire, trattiene parte del calore emanato dalla superfice e dovrebbe causarne un riscaldamento. Tuttavia, molti non sanno che c’è una enorme incertezza sul riscaldamento che l’anidride carbonica può causare. Ci sono degli studi basati su osservazioni dirette che suggerirebbero che il raddoppio di CO2 può causare circa 1 grado di riscaldamento, che è relativamente poco. Coloro che ritengono che l’ anidride carbonica sia particolarmente pericolosa lo dicono basandosi su modelli teorici che predicono un riscaldamento di circa 3 gradi per un raddoppio di anidride carbonica nell’atmosfera.
7. Quale peso hanno le emissioni umane di CO2 rispetto a quella già presente in natura?
È difficile saperlo con certezza perché il CO2 è continuamente in circolo e ci sono scambi con l’oceano e le piante etc. È ragionevole pensare che una parte consistente dell’aumento del CO2 atmosferico degli ultimi decenni sia stato causato dall’uomo. Tuttavia, come detto sopra, i dati suggerirebbero una sensibilità climatica di circa 1 grado per il raddoppio dell’ anidrite carbonica. Credo che il contributo umano al riscaldamento osservato durante il 20° secolo non sia trascurabile ma è di certo molto minore di quello che molti hanno reclamato.
8. Eppure sulle emissioni antropiche di CO2 si è generato un grande allarme che ha portato a drastici programmi di riduzione delle emissioni.
L’allarme è stato basato su proiezioni teoriche basate su modelli al computer che i miei studi hanno dimostrato essere inefficienti nell’interpretare correttamente i cicli naturali e quindi il clima. Ad esempio, negli ultimi 15 anni non si è osservato nessun riscaldamento globale, anzi un leggero raffreddamento nonostante il fatto che il CO2 atmosferico sia aumentato considerevolmente. I modelli non hanno predetto questo leggero raffreddamento ma un riscaldamento di circa 2 gradi per secolo. E’ evidente che i modelli hanno sovrastimato l’effetto del CO2 e stanno ignorando qualche altro meccanismo climatico.
9. Cosa pensa dei risultati della conferenza di Doha sul clima, svoltasi lo scorso dicembre?
Non potevano che essere vaghi perché questi signori, anche se non lo dicono, sanno bene che la scienza su cui si basa la teoria del riscaldamento antropogenico è vaga.
10. Quale è la storia della temperatura terrestre nelle ere geologiche passate, e quale spiegazione, o insegnamento ne viene tratto?
La temperatura terrestre nelle ere geologiche passate è caratterizzata da diverse oscillazioni causate da cambiamenti orbitali della terra.
11. Alcuni dicono che la terra continua a riscaldarsi, altri che è iniziato un periodo di raffreddamento. Quale è la verità?
Dipende dal tempo i riferimento. La temperatura ora è più alta di quanto fosse 100, 200 o 300 anni fa. Durante il Medioevo molti dati suggeriscono temperature più alte delle attuali in diverse regioni del mondo. Durante gli ultimi 10-15 anni non si è osservato nessun riscaldamento significativo. Essenzialmente ci sono numerosi cicli naturali a diverse scale temporali. Per il prossimo futuro è ragionevole prevedere una stabilizzazione del clima o addirittura un raffreddamento fino al 2030-2040. a causa di un ciclo naturale di circa 60 anni che ha iniziato la sua fase discendente intorno al 2000.
12. Quali sono le cause naturali che generano i cambiamenti climatici?
Credo che i meccanismi principali siano solari ed in forma minore lunari. Fattori astronomici modulano la formazione delle nuvole ed insieme alle maree attivano particolari circolazioni marine. Nuvole e cicli oceanici causano cambiamenti climatici alla superficie. I modelli climatici usati fino ad ora ignorano questi meccanismi e non riescono a rappresentare nessuna delle oscillazioni climatiche presenti nei dati, come ho dimostrato nei miei studi.
13. In un recente studio lei mette in relazione il clima terrestre col movimento dei pianeti. In parole semplici, di cosa si tratta?
I pianeti girano intorno al sole e causano nel sole delle oscillazioni gravitazionali che inducono l’attività solare ad oscillare. Poi il sole oscillante causa oscillazioni sincronizzate nel clima. I miei conti mi hanno portato a concludere che almeno il 60% del riscaldamento terrestre osservato dal 1970 ad oggi è dovuto a cicli naturali presenti nel sistema solare, come un grande ciclo di 60 anni causato dalle maree di Giove e Saturno sul sole.
14. Tuttavia molti argomentano che i pianeti sono troppo lontani dal Sole e dalla Terra per avere un effetto osservabile sul clima e l’accusano di astrologia. Come risponde a questa obbiezione?
E’ vero che le forze mareali dei pianeti sul sole sono estremamente deboli. Tuttavia la critica si basa sul presupposto che il sole non possa amplificare la piccola perturbazione gravitazionale. Al contrario, il sole è una sorgente di energia e come tale può funzionare come un amplificatore di deboli perturbazioni gravitazionali. Nei miei lavori propongo una teoria fisica che spiegherebbe questa amplificazione nucleare di perturbazioni gravitazionali che avverrebbe nel sole. Se la teoria è corretta, le forze mareali sono sufficientemente forti da modulare l’attività solare attraverso l’amplificazione interna. Altri meccanismi incogniti sono ovviamente possibili. Ma ci sono forti evidenze empiriche che i pianeti stanno modulando in qualche modo l’attività solare, come anche un recente commentario su Nature ha evidenziato.
15. I nostri lettori conoscono gli studi di Abibullo Abdussamatof (3) , il quale afferma che il clima dipende dalle variazioni dell’Irradiazione Solare Totale (TSI), ed individua cicli climatici di 200 anni durante i quali la temperatura terrestre oscillerebbe tra un massimo, che avremmo appena raggiunto, ed un minimo verso il quale ci staremmo incamminando e che si manifesterebbe con una prossima glaciazione . In che modo questo si collega alla sua teoria?
Secondo me, la teoria di Abdussamatof è un po’ troppo generica. Ci sono dei cicli ma sono numerosi e la sensibilità climatica a questi cicli va calcolata precisamente, cosa che Abdussamatof non fa. Personalmente non credo che ci stiamo incamminando in pochi decenni verso una nuova glaciazione come la intende Abdussamatof sul tipo della Piccola Era Glaciale del 1700. Credo che la temperatura potrebbe al massimo scendere moderatamente per 20 anni e poi risalire.
16. Secondo Ivanka Charvàtova (4) il movimento di rivoluzione dei pianeti attorno al Sole genererebbe dei campi gravitazionali variabili, collegabili ai cicli delle macchie solari ed al clima terrestre. Come si rapporta questa rappresentazione alla sua teoria?
Gli studi di Charvàtova sono interessanti. Ci sono delle somiglianze con i miei a ed alcuni miei risultati hanno confermato i risultati di Charvàtova. Una differenza è che sto cercando di fare conti con grande precisione e di trovare dei meccanismi fisici.
17. Nir Shaviv e Jean Veizer spostano l’attenzione all’intera galassia ed ai raggi cosmici che colpiscono la Terra con intensità variabile, influendo sulla formazione delle nuvole e quindi sul clima, e generano le grandi glaciazioni che si sono succedute nelle lontane ere geologiche ad oggi, in questo in sintonia con Henry Svensmark e Jasper Kirby (5) . Lei cosa ne pensa?
Sono teorie interessanti e probabilmente corrette, almeno in parte. Credo che nel prossimo futuro queste teorie si svilupperanno.
18. Secondo Richard Lindzen(6) i modelli GCM sbagliano perché postulano che l’effetto dell’aumento della CO2 venga amplificato da una maggior evaporazione di vapore acqueo (feedback positivo) il quale a sua volta amplificherebbe l’effetto serra con esiti catastrofici. Lindzen al contrario sostiene che prevale un feedback negativo che attenua l’effetto serra. Quale è il suo parere?
Credo che Lindzen abbia ragione perché i suoi studi si basano su misure di dati che contraddicono le previsioni dei modelli al computer, un po’ come i miei studi.
19. Michael Mann (7) passerà alla storia per il suo grafico a mazza da hockey, dal quale preconizzava un imminente aumento incontrollato e disastroso della temperatura terrestre a causa delle emissioni antropogeniche di CO2. Cosa ne pensa?
Hockey stick del 1999 di Mann non è più credibile, anche Mann lo ha rigettato nel 2008. Penso che abbia contribuito non poco alla confusione su questo argomento. Oggi si ritiene che il clima si caratterizzato da grandi cicli millenari con punte calde durante il periodo romano, il periodo medioevale e il periodo corrente.
20. Alcuni scienziati non allineati con le teorie del riscaldamento globale antropogenico (ad esempio Richard Lindzen e Ivanka Charvatova) dicono di incontrare ostilità e difficoltà nella pubblicazione dei loro studi. Lei ha avuto esperienze di questo tipo?
Ovviamente. C’è una forte opposizione che direi ideologica piuttosto che scientifica. Le teorie scientifiche dovrebbero essere valutate oggettivamente con rigore scientifico, non sulla base di semplici pregiudizi ideologici, politici o economici. Tuttavia, se le mie teorie sono corrette, cioè se il clima è in gran parte regolamentato da cicli astronomici prevedibili, può essere possibile prevedere i cambi climatici per i prossimi decenni con una maggiore precisione, il che è tutto a vantaggio dell’umanità. Al momento i miei modelli sono in accordo con i dati mentre i modelli dell’IPCC basati sulla teoria del riscaldamento antropogenico hanno fallito le previsione sin dal 2000 come si vede, ad esempio, nella figura esposta, che riproduce il mio modello:
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Astronomical Climate model forecast vs. IPCC (1)

La figura rappresenta la temperatura superficiale terrestre (HardCRUT3): la curva rossa rappresenta le temperature terrestri originali pubblicate nel documento JASTP2012b e la curva blu rappresenta la temperatura superficiale terrestre aggiornata con i dati mensili più recenti disponibili. La curva nera all’interno dell’area turchese, rappresenta la previsione completa del modello armonico dal 2000. Quest’ultima è chiaramente migliore della previsione dei modelli IPCC (General Circulation Models) che si collocano nell’area verde. La curva gialla rappresenta la sola componente armonica, al netto del contributo antropogenico.
Nicola Scafetta, si è laureato a Pisa in fisica e ha conseguito il PhD all’University of North Texas nel 2001 in fisica statistica e sistemi complessi. Dal 2002 lavora nel dipartimento di fisica della Duke University (U.S.A.). E’ co-investigator dell’Active Cavity Radiometer (solar) Irradiance Monitor (ACRIM) associato al Jet Propulsion Laboratory della NASA, ed e stato adjunt faculty nel dipartimento di anestesiologia alla Duke University, e visiting professor all’University of North Carolina a Chapel Hill ed altre univesita’. Ha pubblicato piu’ di 60 articoli in riviste scientifiche e due libri dedicati all’analisi dei sistemi complessi (“Disrupted Networks: from physics to climate change" e "Fractal and Diffusion Entropy Analysis of Time Series"). Ha inoltre organizzato diverse sessioni congressuali dedicate all'attività solare e agli effetti solari sul clima per l’American Geophysical Society.

L'Università Duke (Duke University) è una delle università più famose e più prestigiose degli Stati Uniti. Fondata nel 1838, è situata a Durham, nella Carolina del Nord. Il nome venne cambiato nel 1924 a seguito di un lascito della famiglia di industriali del tabacco Duke. Tra le scuole che costituiscono l'università, vi sono il Trinity College, la Edmund T. Pratt School of Engineering, il Terry Sanford Institute of Public Policy, la Fuqua School of Business, la Duke Medical School, la Duke Law School, e la Duke Divinity School. La crescita dell'università e l'entità dei fondi destinati alla ricerca hanno contribuito a confermare la reputazione in abito accademico dell'università Duke. L'università ha regolarmente inviato squadre costituite da tre membri al William Lowell Putnam Mathematical Competition, guadagnando il titolo di migliore squadra tra tutte le università americane e canadesi negli anni 1993, 1996, e 2000. Dal 1996 al 2007, la squadra di Duke si è classificata nei Top Cinque 10 volte, solo Harvard ha fatto meglio nello stesso periodo (11 volte).



giovedì 14 febbraio 2013

Minzolini assolto dall'accusa di peculato perchè il fatto "non costituisce reato"

Minzolini assolto dall'accusa di peculato perchè il fatto "non costituisce reato" Assoluzione con formula piena per l'ex direttore del TG1 Augusto Minzolini che esce così "senza macchia" dal processo che lo vedeva accusato di aver usato "con troppa leggerezza" le carte di credito della RAI durante il suo mandato alla guida del Telegiornale di Rai Uno, dal 2009 al 2011.

L'ex direttore fu rinviato a giudizio, nel 2011 con l'accusa di avere superato, in 14 mesi, il budget di oltre 65 mila euro a sua disposizione anche se Minzolini ha restituito tutta la somma alla RAI.

Il fatto, per cui l'ex direttore del TG1 è stato processato "non costituisce reato", questo il dispositivo del Tribunale si Roma che ha assolto, in primo grado, Minzolini non accogliendo le richieste formulate del pubblico ministero, Mario Dovinola, che aveva invocato per il giornalista, una condanna a due anni. Minzolini, dopo aver dichiarato che nell'ultimo anno e mezzo ha vissuto la sua "via crucis", ora ha intenzione di chiedere alla RAI il reintegro al timone del Telegiornale della rete ammiraglia della RAI.
Minzolini, nel frattempo, è salito sul carro del PdL, visto che è anche un nuovo candidato del Partito entrato nella competizione politica come capolista per il Senato in Liguria. (Teleborsa)

martedì 29 gennaio 2013

Strage & caos.  Davide Giacalone



Le vie della giustizia sono infinite. Ma non sempre lineari. Dal giugno del 1980 si attende di sapere cosa fece sparire dai cieli un volo Itavia, da Bologna a Palermo. Si sono fatte inchieste penali e processi, senza arrivare a nulla. Se ne occuparono anche inchieste parlamentari, moltiplicando le ipotesi e non agguantando le conclusioni. Anche la memorialistica vacilla, giacché chi seguì quel lavorio penale presenta ricordi e supposizioni, ma nulla di più. Il retroscenismo ha messo in campo due ipotesi: a. la bomba che sarebbe dovuta scoppiare quando l’aereo era a terra (volava in forte ritardo), magari per ragioni di affari loschi; b. il missile “alleato” destinato a colpire altri bersagli, dei Mig libici, magari con a bordo Gheddafi. Certezze, nessuna.

Ora arriva la Corte di cassazione, ma in sede civile e dovendosi occupare di risarcimenti. Dice: dato che lo Stato avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei cieli, e dato che l’ipotesi del missile è la più accreditata, che paghi il dovuto ai congiunti delle vittime. I compitatori di storia mediante copia-incolla giudiziario hanno la loro certezza da spendere. Salvo il fatto che fa a cazzotti con le sentenze penali. Abbiamo da fare, a caldo, una sola osservazione: chi sosterrà che, finalmente, abbiamo la verità, starà solo illudendo i propri lettori e ascoltatori. Preferisco osservare che allo sfregio di una strage senza colpevoli si unisce la beffa di un risarcimento a carico della collettività. Noi tutti paghiamo (perché il risarcimento statale è finanziato dai contribuenti), senza essere autorizzati a sapere di chi è la colpa.

Di “ufficiale”, a questo punto, non c’è la verità, ma il caos.

venerdì 25 gennaio 2013

Compiti non fatti. Davide Giacalone



La Bce parla di possibili fughe di capitali, ma le aste dei titoli del nostro debito pubblico vanno bene e lo spread scende. Avverte sui pericoli della confusione politica, dopo le elezioni, ma è difficile che ce ne sia più di quanta ne viviamo oggi, compreso il fatto che il governo tecnico s’è trasformato in lista elettorale. Si ripete che la ripresa sarà quest’anno, solo nella seconda parte e “graduale”, che è un modo per dire che ci terremo la recessione e le cose non cambieranno (come noi qui scrivemmo e come il governatore della Banca d’Italia ha ieri confermato), eppure continuo a leggere titoli di giornali che strillano: Milano la migliore Borsa d’Europa. C’è un senso, in queste scene, o trattasi di caos dissennato? Il senso c’è, anche se la politica fa di tutto per scantonarlo.

Il risultato di contenere la speculazione sui titoli dei debiti sovrani è stato ottenuto dalla banca centrale europea, che ha agito politicamente e con perizia. Non propriamente con prontezza, ma ciò è dipeso dalla disunità europea e dai paraocchi nazionali. I governanti che chiamano a sé quel risultato sono una via di mezzo fra mitomani e imbonitori. Il parallelo andamento degli spread italiano e spagnolo serva da guida a chi crede alle favole raccontate in dialetto. Il governo Monti non ha meriti? Ne ha uno, importante, ma che andrebbe assegnato, semmai, a Giorgio Napolitano: dato che la resistenza all’iniziativa della Bce veniva dai tedeschi, ed era motivata anche dalla convinzione che i governi nazionali, quello italiano per primo, ne avrebbero approfittato per andare avanti con i vecchi andazzi spendaccioni, ha certamente avuto un peso il fatto che si sia insediato un governo commissariale, disponibile a fare i compiti a casa. Come Monti stesso disse. Il giudizio politico può essere anche severo, ma questo è un fatto.

Per capire le preoccupazioni circa il futuro, però, dobbiamo domandarci se quei compiti sono stati fatti. E la risposta è: no. Lo ha osservato Edoardo Narduzzi: mentre altri Paesi europei, come la Grecia, la spagna, il Portogallo o l’Irlanda, hanno interpretato l’anno passato come il tempo del cambiamento profondo, l’Italia lo ha trascorso cambiando il meno possibile. La lettera inviata dalla Bce (allora presieduta da Jean-Claude Trichet) al governo italiano (allora presieduto da Silvio Berlusconi), nel 2011, indicava quattro campi in cui era necessario e urgente intervenire. Vediamoli: 1. Liberalizzazioni, niente di fatto; 2. Privatizzazioni, le une e le altre con particolare riferimento ai monopoli pubblici locali, niente di fatto; 3. Mercato del lavoro, cambiando le regole di quello pubblico, rendendo più facili i licenziamenti e più agevole l’ingresso dei giovani, il tutto spingendo verso i contratti aziendali, mentre s’è fatta una legge che stabilisce cose diverse e talora opposte; 4. Pensioni, e qui s’è fatto, portando a compimento un processo riformatore che aveva avuto tappe diverse, una battuta d’arresto (quando la sinistra fu al governo e cancellò lo “scalone”), e che il centro destra, a causa del veto leghista, fu colpevolmente incapace di concludere.

I compiti a casa, come si vede, non li abbiamo fatti. Mentre altri li hanno fatti. Il governo commissariale, che era stato insediato per dare corso a quella lettera (Mario Monti l’ha ripetuto qualche decina di volte, addossandone al predecessore la responsabilità) s’è trasformato in soggetto politico e ora conduce una campagna elettorale incenerendo il suo più accreditato patrimonio: la serietà. Oltre tutto dicendo in politichese il contrario di quel che il governo ha scritto nei documenti economici.

Sono le conseguenze di ciò a impensierire, non una presunta instabilità politica futura, che non avrebbe alcuna caratteristica di novità. Perché oltre a non fare, nell’anno passato abbiamo anche fatto quel che porta dolore e recessione: abbiamo aumentato la pressione fiscale anziché tagliare la spesa pubblica corrente. Il commissario tagliatore (Enrico Bondi) è stato messo ad occuparsi di liste, con risultati ridicoli, proporzionati alla sua competenza in materia: nessuna. La recessione, però, a dispetto delle nuove tasse, lascia prevedere che il gettito fiscale calerà, il che fa saltare i conti del pareggio strutturale. Cosa saprà fare il governo post elettorale? Se ci sarà Monti fra i componenti agirà coerentemente al passato, se così non fosse vorrà dire che sarà di sinistra-sinistra, quindi agiranno come già promettono: alzeranno le tasse, condendo l’errore con il moralismo. Come cavare sangue dagli esanimi. Ecco, dunque, il punto: un’Italia non riformata s’appresta all’ennesimo anno di recessione con i governanti che sapranno solo tassare. Ecco perché, alla faccia dello spread che scende e delle Borse che borseggiano, i timori della Bce sono più che fondati: basta che un pirla provi ad accendere una sigaretta e salta tutto in aria, perché nessuno ha messo mano all’impianto antincendio, mentre dei grulli si fanno vanto di avere spento il fiammifero su cui soffiarono altri.
Pubblicato da Libero

venerdì 18 gennaio 2013

Sadomaso elettorale. Davide Giacalone

Qualche profano può credere che a costruire le liste ci siano i professionisti dell’incastro e del successo. Illusi, il più delle volte si tratta di praticoni dello sguscio e della sopravvivenza. La cucina elettorale, in ogni democrazia del mondo, è sporca di sangue e impiastricciata di zucchero, ma punta a sfornare piatti capaci di attirare voti. Anche dalle nostre parti gli schizzi non mancano, ma l’impiattato serve a salvare i cuochi. Faccio un esempio concreto, utile a una riflessione generale: la lista montiana in Friuli Venezia Giulia.

S’era fatto avanti un candidato già forte, capace di crescere nel tempo, il professor Massimiliano Fanni Canelles: non ancora cinquantenne, primario e docente, impegnato in attività socialmente rilevanti, sia in Italia che all’estero. Uno di quei candidati, per intenderci, che potrebbero essere seguiti da un corteo di politici in ginocchio, ciascuno pregante di candidarsi sotto le proprie insegne. Invece lo hanno fatto fuori. Italia Futura lo aveva plebiscitato, con un voto unanime quale capolista della lista Monti, ma quel posto sarà preso da un dirigente dell’Udc, Gian Luigi Gigli. Anch’egli medico e docente, ma con un taglio più marcatamente religioso: presidente dell’associazione internazionale medici cattolici e membro del pontificio consiglio per la pastorale sanitaria. Già eletto per l’Udc, al Consiglio regionale. Due domande: a. ma la lista Monti non doveva essere quella della società civile, non ancora entrata in politica? b. in quella regione manca la lista dell’Udc? Ecco le due risposte: 1. Gigli si è dimesso dall’Udc ben quindici minuti prima di diventare capolista montiano (soffrendo un buon quarto d’ora di solitudine); 2. la lista Udc c’è eccome, tanto che i sondaggi segnalavano la forza di Canelles e la sottrazione di voti, cui il partito di Casini ha rimediato prendendo due capolista di due liste diverse, ma alleate. Della serie: non importa quanti voti si prendono in tutto, conta quanti ne prendo io e gli amici miei.

Sono ragionevolmente sicuro che né Mario Monti né Enrico Bondi ne sanno nulla, leggendo la notizia solo adesso. Non sono sicuro, invece, che si rendano conto del suo significato: sono degli ostaggi.

Scaricare tutta la colpa sul sistema elettorale è un errore. Il nostro è penoso, mescolando i difetti del proporzionale con il premio di maggioranza, ma il problema non è l’assenza di preferenze (molte democrazie non sanno neanche cosa siano, e, del resto, dove le preferenze ci sono, come nei Consigli regionali, i risultati non sono incoraggianti), il problema è l’assenza di politica. I voti verranno spartiti per adesione identitaria o per rifiuto dell’altro. La classe politica che ne deriverà sarà al di sotto della media dei capi che se la sono scelta. I capi sono al di sotto dell’accettabile. E, quel che è peggio, anziché avere una società che reagisce producendo idee e chiedendo politiche assistiamo a
una delirante moltiplicazione di soggetti che si autoproclamano leader e capi carismatici, facendo riprodurre le loro facce, tendenzialmente inespressive, su manifesti sempre più grossi.
L’insieme della scena suggerisce che se il sistema istituzionale ha bisogno di un lavacro di riforma costituzionale, i protagonisti che lo animano hanno bisogno di una qualificata assistenza psicanalitica.

giovedì 10 gennaio 2013

Si contenga, mi consenta

L'epica da bar della politica tv attinge oggi il suo culmine nel confronto tra il Cav. e Santoro

Non sarà la fine del mondo, ha detto Michele Santoro, citando Ligabue, nel video-editoriale di presentazione molto anticipata dell’arrivo di Silvio Berlusconi a “Servizio Pubblico” (video-editoriale in cui Santoro diceva anche che quest’anno Natale pareva Pasqua, vista la resurrezione di un Cav. che accetta il suo invito). Non sarà la fine del mondo, stasera, ma neanche “soltanto una trasmissione giornalistica”, come da settimane dice Santoro, con la modestia anche un po’ immodesta di chi chiama l’applauso con la successiva immediata esegesi dello sbarco del Cav. nello studio dei suoi cari nemici: la sola accettazione dell’invito, ha detto Santoro, è “una conferma del fatto che l’editto bulgaro fu tragico” e che c’è un “disperato bisogno” di persone che non possano essere “sospettate di connivenza”. Non sarà “duello” o “resa dei conti”, dice Santoro sapendo di mentire almeno un po’ nella sostanza (nella forma la puntata si chiamerà “Mi consenta”, e avrà la solita struttura, ma con un unico ospite, il Cav.). E però è un fatto che stasera intere comitive di amici del calcio, e anche di fan compulsivi di “X Factor”, si sono organizzate in gruppi di ascolto, anche cancellando precedenti impegni, per recarsi a casa del tizio con lo schermo più grande – tu porti la birra, io porto le pizze – a vedere quella che viene percepita come la grande “finale” di qualcosa: una telenovela, un match sportivo, una gara di recitazione, una sfida a chi alza la posta, un guardarsi allo specchio (il mio nemico ha qualcosa di me e viceversa) e anche tutte queste cose insieme. E insomma da giorni – dalle Alpi ai salotti romani – ci si chiede come si stiano preparando alla contesa i due non-contendenti, chiamiamoli così, ché Santoro continua a dire che il Cav. sarà “accolto” (manca solo un “come fosse a casa sua”) e che troverà soltanto “giornalisti” a far domande, come se Marco Travaglio non fosse colui che il Cav. chiama in ogni dove “il mio amico Travaglio”, e l’ha detto talmente tante volte che Santoro ci ha fatto il promo della puntata, quello con le vignette di Vauro su Berlusconi amletico che dice “ci vado o non ci vado”.
Qualcuno ieri su Twitter a un certo punto diceva “Marco Travaglio non ci sarà”, scatenando il panico preventivo da spettacolo guastato (c’è gente che stasera rinuncia a vedere “Masterchef”, ma lo fa con lo spirito della tricoteuse che si siede davanti alla ghigliottina). Però Travaglio, interpellato, ieri diceva che era tutto previsto “come al solito, nessuna sfida all’O. K. Corral” (ma le parti in gioco sono due). Il piano A, comunque, prevede un Travaglio nella solita forma del monologo, senza che questo impedisca interventi estemporanei, con l’apporto delle presenze abituali (Sandro Ruotolo, Luisella Costamagna, Vauro, Gianni Dragoni) e nessun altro giornalista (il Cav. ha detto no a Gianni Barbacetto ad “Iceberg”, difficile riproporlo).
Il piano B., invece, è in teoria ancora aperto, dipende dagli eventi (e dal Cav.). Fino a ieri Santoro si è interrogato, nelle conversazioni con amici e durante il brainstorming pre-puntata, sull’eventualità di invitare qualcuno che potesse punzecchiare il Berlusconi “gauchiste” (quello che cita in chiave anti Bce il premio Nobel Paul Krugman, firma liberal del New York Times).
Aveva inzialmente cercato, Santoro, un economista, magari anche giornalista, non troppo divo ma abbastanza ferrato in neo-keynesianesimo. Ma si è trovato di fronte a un dilemma: i neo-keynesiani, in questa fase, sono capaci di dare fin troppa ragione al Cav. antirigorista. Se inviti un ultra liberista, d’altronde, non schivi il rischio, era il ragionamento, ché il Cav., imprevedibile com’è, potrebbe ributtarsi come niente sull’ode allo stato minimo, in coro con l’ultraliberista. L’idea base della serata, alla fine, è di avere molte “spalle” e non un co-protagonista che tolga spazio all’attrazione principale, che ha i suoi tempi teatrali: sempre di epica si tratta, nonostante la dissimulazione del conduttore (che ha scelto di “non commentare” i preparativi). Saranno sì iniziali sorrisi e strette di mano di Travaglio, ma si sospetta possa arrivare anche “il video sulla crisi Mediaset”, come dice un globetrotter che due giorni fa ha visto “dei cronisti santoriani” appostati tra le mamme lavoratrici che protestano davanti a Mediaset, issando cartelli inferociti contro i tagli nell’azienda berlusconiana (“licenziate le mamme e assumete le mignotte”).
Non si tratta qui di scandagliare le ragioni della trasferta di Capodanno di Michele Santoro nelle insospettabili Maldive (le foto sono su “Chi”, i conti in tasca all’ignaro bagnante pure, e Libero ci ha fatto ieri la prima pagina. Ma si sa che uno va in vacanza dove gli pare, per quanto possa essere straniante la visione di Santoro nei luoghi percorsi annualmente da Gianfranco Fini abbronzato che fa snorkeling assieme a turisti più abbronzati e subacquei di lui). Nè si tratta di capire se i vari recenti soggiorni del Cav. in Kenya, nel bianco abbacinante della spiaggia di Malindi, possano essere stati lontanamente corroboranti nel preludio di un confronto stavolta non telefonico con il “Michele” che, dicono nell’entourage del Cav., stasera il Cav. vorrebbe continuare a chiamare anche in pubblico “Michele”, come faceva quanto Santoro era suo dipendente – la parola “dipendente”, comunque, si cercherà di non usarla, stasera, dice un osservatore che in questi giorni ha incontrato il Cav. tra un’apparizione tv e l’altra, ché non se ne può più di sentir rievocare la famosa telefonata in diretta del 2001 in cui Berlusconi disse a Santoro il “si contenga” universalmente noto, lamentandosi in diretta del conduttore partisan nonché “dipendente del servizio pubblico”, e in cui Santoro rispose che era “dipendente”, sì, ma “non suo” (non più). Sono del resto molto lontani – c’è stato anche un anno tecnico in mezzo – i giorni in cui Santoro, nominando in scena l’orco “Berluscòòòòni”, con “ò” aperta e occhi di bragia, catalizzava sguardi e telefonate di consiglieri Agcom e dirigenti Rai intercettati a Trani (precedute e seguite da scontri diretti e indiretta con l’ex direttore generale Rai Mauro Masi, e da risoluzione consensuale del rapporto Santoro-Rai – con buonuscita).
Si tratta piuttosto di capire, oggi, quanto le ragioni dello spettacolo prevarranno sulla voglia di veder cadere una testa (di chi?). I due, comunque, Santoro e il Cav., hanno in comune la simpatia per Flavio Briatore: l’imprenditore con gli occhiali fumé è amico e anfitrione keniota del Cav., ma è stato anche ospite molto voluto e molto difeso da Santoro in una delle ultime trasmissioni prima del riposo natalizio, quando Marco Travaglio e Luisella Costamagna sono stati sgridati dal conduttore nel loro insistere sulle passate beghe giudiziarie del boss del talent-show “The apprentice”, quello in cui Briatore faceva da maestro spiccio a schiere di aspiranti imprenditori non sveglissimi. “Non esageriamo”, diceva Santoro accigliato mentre Costamagna parlava dei processi di Briatore e Briatore chiamava Costamagna “maestrina” (“si teme che il Cav. la chiami ‘signora’, dice uno spettatore burlone di “Servizio pubblico”) e Travaglio dava ragione a Costamagna. Allora “ci dimettiamo da persone”, se quando uno esce di galera gli togliamo il saluto, diceva Santoro. E dunque oggi le opposte fazioni si interrogano: che cosa troverà, da Santoro, il Cav.? E c’è chi immagina il ripetersi del modello d’azione “Santoro che fa il conduttore liberale e Travaglio che s’incazza”, con due varianti: poliziotto buono e poliziotto cattivo che puntano allo stesso obiettivo oppure bisticcio ex post tra i due, come ai tempi dello scambio di lettere sul Fatto quotidiano (a proposito degli interventi di Nicola Porro ad “Annozero”).
Il Cav., intanto, dice chi l’ha visto in questi giorni, ha ricevuto gli “appunti” pre-Santoro dei collaboratori. Li ha letti velocemente nelle pause delle ospitate su tutte le reti, alcune delle quali singolari per argomenti della tenzone: a “Otto e Mezzo” Lilli Gruber gli ha fatto a un certo punto gli auguri per la nascita del nipotino, ma il Cav. ha fatto l’offeso (non mi ha fatto neanche gli auguri, ha detto), consigliando nel frattempo alla conduttrice un otorino (non ha sentito quello che ho detto?) tra un accenno e l’altro alle “giudichesse comuniste” che si sono occupate del suo divorzio. Chi lo conosce lo immagina intento a “concentrarsi a suo modo” in vista di uno “show anche molto a braccio da Santoro”: “Me lo immagino che si riguarda di notte, dopo ‘Porta a Porta’, e di notte fa una scaletta mentale”, dice un amico, certo che il Cav. abbia accantonato l’idea di attivare un “allenatore unico per il dibattito” (si erano fatti i nomi di Paolo Liguori, Mario Giordano e e Mauro Crippa). La scaletta, certo, ma poi chissà (il tono del Cav. sarà, dice l’amico, di “seduzione e logoramento”).
Chi ha parlato con Santoro, invece, dice che il conduttore “vuole contenere l’effetto-loop editto bulgaro-Dell’Utri-Mangano-cene eleganti, pur essendo tentato dai vecchi temi” (da Santoro pur sempre si videro l’intervista lunga a Patrizia D’Addario e quella a Ruby, oltre alle interviste brevi alle varie “olgettine”). Nel buio della vigilia, Carlo Freccero, che conosce sia l’ospite che il conduttore, dice: “Fossi io Santoro, terrei conto del fatto che questo incontro storico si svolge in un quadro favorevole al Cav. e di demolizione di Monti, e mi atterrei a una scaletta di questo tipo: recuperei lo spot che Berlusconi mandava in giro ai suoi esordi politici, quello in cui si mostravano, in un video in bianco e nero, i disastri del comunismo. C’era una landa desolata, punto. Ma cambierei il finale, mettendo un sottotitolo: ecco dove ci ha condotti il liberismo. Come mai è successo questo?, gli chiederei, quando lei che si era presentato come artefice di felicità e mago delle tv commerciali? Cattivo il mondo? O cattivo anche lei?”. Freccero dice che Berlusconi gli sembra al momento persino “sollevato” – “tanto ha già evitato la sconfitta del silenzio” – e pensa che Santoro potrebbe riconoscergli “la vittoria sull’Imu, una tassa che è come la fossa che ti scavi da solo nei film western. Se l’è saputa giocare, il Cavaliere, nel bel mezzo di un Natale povero, senza regali, senza festa, in cui l’idea dell’Imu canaglia poteva fare breccia. L’altra domanda che gli farei è sulla schizofrenia dell’essere così liberista in politica e in privato, e così contraddittorio sui temi etici e sul tema ‘libertà di espressione’”. Freccero ricorda l’incontro Santoro-Cav. che Santoro ha voluto rievocare in video nei giorni dell’appeasement apparente e preventivo, dandosi del “coglione” per non aver capito, allora, che il Cav. intendeva davvero scendere in campo, e contemporaneamente dandosi ragione per avergli detto, in quell’occasione, che sarebbe rimasto immischiato nei soliti meccanismi – ma la ragione “è dei fessi”, è stata la chiusa dell’intervento santoriano, in linea con il tono pre-puntata che voleva smentire il clima già epico in vista del non-duello di stasera (sono in corso scommesse “su quando il Cav. si alzerà” per andarsene, come stava per fare a “Domenica In” da Massimo Giletti, poi dissuaso da Giletti: Stanleybet quota a 5.00 la “possibilità dell’abbandono da parte di Silvio Berlusconi dello studio di ‘Servizio Pubblico’ prima del gong finale”, nonostante si sia dichiarato un “guerriero pronto a tutto”. Resta più probabile l’ipotesi che l’ex premier regga fino in fondo, quotata a 1.12).
Nel racconto preventivo di Santoro c’è Santoro che vent’anni fa ha “l’idea” di un dibattito con un Cav. non ancora sceso in campo, c’è il Cav. che lo invita ad Arcore e c’è Santoro che vaga per il parco con un maggiordomo che fa vedere sculture, piante e animali in libertà, comprati da uno zoo in dismissione. Poi Berlusconi arriva in tuta, molto pimpante, mentre telefona al direttore di Panorama per dire “che la copertina di questa settimana fa schifo”, a Gianni Boncompagni per dire di “cambiare la ragazza in terza fila perché ha le tette troppo piccole” e al presidente del Milan per dire che il terzino “non fluidifica”.
Uno “show incredibile”, ha detto Santoro. (E si capiva che sperava di avere in studio un Cav. del genere, non importa se messo all’angolo o meno).

mercoledì 2 gennaio 2013

Vivere non scontare. Davide Giacalone

 

Siamo entrati nel 2013 a testa china, quasi sia un anno più da scontare che da vivere. A renderlo così poco attraente è la dimensione pubblica, che, per giunta, riempirà di scontata noia i primi due mesi, per culminare in elezioni il cui esito migliore sarebbe un non esito. Eppure, a dispetto di sentimenti diffusi, è proprio la dimensione pubblica a consentire di essere ottimisti. Perché i nostri problemi sono, prima di tutto, dentro la nostra testa e nel modo in cui li concepiamo. Vorrei che l’Italia fosse, al debutto di questo anno, come Felix Baumgartner, l’austriaco che ha saputo buttarsi da un’altezza incredibile: sul ciglio di un vuoto spaventoso, ma ragionevolmente sicura che potrà ancora correre sulle proprie gambe.

E’ possibile, se solo si ragiona. Il nostro prodotto interno lordo, la ricchezza che produciamo, si divide in due parti, non uguali, ma sostanzialmente equivalenti: 50% settore pubblico e 50% settore privato. Dobbiamo essere capaci di iniettare nella prima metà dosi massicce di meritocrazia e digitalizzazione, riuscendo a diminuire il peso burocratico sulla seconda metà, al tempo stesso alleggerendone il fardello fiscale e consentendole maggiore libertà. Non solo non è impossibile, ma è anche relativamente facile, se solo si apre la mente e non s’imbratta la tuta facendosela sotto.

La meritocrazia, nel settore pubblico, non è solo il premio a chi merita. Non funziona così: una classe in cui si danno buoni voti a chi studia e si promuovono anche i somari produrrà comunque ignoranza. Serve premiare i bravi, penalizzare chi non tiene il ritmo e buttare fuori chi stacca le braccia dai remi e attacca a fischiettare. Impossibile, si dice, perché il settore pubblico è refrattario a queste ricette e i dipendenti iper protetti dal sindacato. Sbagliato, rispondo, perché così procedendo saranno comunque licenziati, comunque non assunti, restando a stipendio i fortunati che hanno il solo merito d’essere stati assunti anni addietro. Sbagliato, perché così combinata è una macchina che produce miseria, ignoranza e malattia. Basta saperlo spiegare, e basta che chi lo spiega non sia totalmente inaffidabile, perché ladro, drogato o dissipatore. Non è vero che si avranno contro tutti i dipendenti pubblici, perché quelli bravi, che sono tantissimi, avranno solo da guadagnare.

Sul fronte della digitalizzazione il governo Monti non ha brillato. Non che i predecessori brillassero. Ecco la regola cui attenersi: ogni investimento deve comportare un più consistente taglio alla spesa pubblica corrente. Altrimenti licenziamo chi dirige e governa.

Diminuire le tasse non si può, dicono. Ma non vedono che ci sono aziende italiane capaci di reggere la competizione nei mercati globali, ma incapaci di reggere la tortura burocratica e fiscale. Quindi si deve, e dovendolo si può. Non spostando i pesi, come anche dicono i rimbambiti del centro destra, meno che mai scarnificando i ricchi, come dicono gli ipocriti del centro sinistra (i ricchi, se onesti, pagano già degli spropositi). Si può usando il patrimonio pubblico, mettendolo in un veicolo capace di emettere titoli garantiti dalle vendite (nel tempo), e recuperando risorse da restituire in termini di minore pressione fiscale, possibile per la compressione del debito, e in investimenti.

La digitalizzazione di cui sopra serve anche a ridurre il mostro burocratico. L’Italia è un Paese incivile non solo perché lo Stato ci costa troppo, ma anche perché pretende che si sia noi a determinare quanto sangue dobbiamo trasfondergli. Quel sangue e quel tempo vanno rimessi in circolo.

Si può fare, eccome. E fattolo sembrerà incredibile da quanto in alto siamo precipitati e quanto forti siamo ancora, per correre e gioire. Certo, da qui alla fine di febbraio ci tocca una solfa deprimente e degradante. Viviamola per quello che è: un tributo al passato che non vuole passare. Un ritardo del passato, non certo un anticipo di futuro.

lunedì 31 dicembre 2012

Berlusconi risponde...

Giuseppe Intorre - Chiedo scusa, domando da profano: per quale motivo, visto che ha lavorato così male, fino all'altro ieri voleva Monti a capo della sua coalizione?

Silvio Berlusconi - Io non giudico la persona Mario Monti, giudico l'operato del governo dei tecnici e lo valuto a partire da tre aspetti: i dati economici oggettivi sono tutti negativi per gli italiani; l'enorme diffusione nel cuore dei cittadini di tristezza, sfiducia e pessimismo, sentimenti con i quali nessuno ha mai costruito nulla di buono; il fallimento del patto riformatore fondativo del governo: nonostante una maggioranza senza precedenti, il governo tecnico non ha saputo fare le grandi riforme - istituzioni, giustizia, costi della politica - per completare le quali avevamo appoggiato la sua nascita.
Ho chiesto a Monti di essere il federatore dei moderati italiani perché ho da sempre chiaro che i moderati sono la maggioranza in Italia e solo se si dividono fanno vincere la sinistra. 
Per questo dal 1994 ho lavorato per mettere insieme tutte le forze alternative alla sinistra. 
Per cercare di ricomporre l'unità dei moderati, nell'ultimo anno ho fatto tre passi indietro: dal governo, dal Popolo della Libertà, dalla prima linea della politica. Speravo che altri sedicenti moderati si unissero a noi. Così non è stato.
Ho voluto fare un ultimo tentativo, invitando il senatore a vita Mario Monti. L'ho fatto sapendo di fare un gesto indigesto alla maggioranza dei miei elettori: tuttavia lo reputavo necessario per aumentare le possibilità di battere la sinistra, ricomponendo l'unità completa dei moderati.
Oggi Monti ha scelto di dividere la sua strada dalla mia. Così è diventato di fatto un alleato della sinistra: ora indiretto, perché divide il fronte moderato; dopo le elezioni, nei suoi piani, prevede una esplicita alleanza con la sinistra. Moltiplicheremo il nostro impegno per evitare la vittoria di Bersani e Vendola, che renderebbe ancora più drammatica la già difficile situazione delle famiglie italiane e renderebbe permanente la recessione. (Forzasilvio.it)

venerdì 21 dicembre 2012

Tassa spazzatura. Davide Giacalone

La tassa sulla spazzatura è una tassa spazzatura. E’ la mascheratura dell’ennesima patrimoniale, un ladrocinio senza corrispettivo di servizi, un prelievo commisurato alle inefficienze comunali, un salasso per non risolvere i problemi e, come se non bastasse, un monumento all’idiozia legislativa e al sopruso incivile. Basti pensare che pagheremo ancora un’addizionale “ex Eca”, che sarebbe un di più che era dovuto agli enti comunali d’assistenza, istituiti nel 1938 e soppressi nel 1978. La Tares (fu Tarsu, fu Tia, fu TaRi), così ribattezzata dalla fantasia malata di chi cambia nome alle cose per lasciare le cose come stanno, è l’incarnazione del satanismo fiscale. Filiazione di uno Stato tanto più esigente quanto più inefficiente.


E’ una patrimoniale perché si paga in ragione dei metri quadrati e non dell’attitudine a produrre rifiuti. Una persona che vive da sola in 300 metri quadrati pagherà di più di quindici persone che vivono in un terzo dello spazio, laddove è evidente che i secondi produrranno assai più rifiuti (il pattume di ciascuno di loro varrà il 2,3% di quello del solitario). E’ giusto così, sento dire, perché è bene che paghino di più i ricchi. Ma è assurdo, perché già si paga una patrimoniale sulla casa (Imu) sicché questa è la seconda tassazione della stessa cosa. In più sono tenuti a pagare tutti quelli che possiedono, occupano o detengono, a qualsiasi titolo, qualsiasi tipo di locale, quindi ci sono cittadini che pagheranno due o tre volte per il medesimo servizio. E pagheranno cifre che non hanno nulla a che vedere con il servizio in questione.

Veniamo a quello, al servizio: peggio funziona e più si paga. Vorrà pur dire qualche cosa che la tassa più alta la pagano e la pagheranno i napoletani, periodicamente e ricorrentemente abbandonati ad annegare nella spazzatura! Più un comune è inefficiente, più gli costa gestire i rifiuti, più fa pagare ai cittadini. E andrebbe anche bene, se tutti i poteri e le responsabilità fossero del comune, perché, in quel modo, i cittadini saprebbero che c’è una cosa da fare, subito: sbarazzarsi del sindaco. Invece, posto che di molti sindaci sarebbe bene sbarazzarsi, i comuni hanno solo una parte dei poteri e delle responsabilità. Ad esempio: dare vita a un serio ciclo di smaltimento e sfruttamento dei rifiuti non è solo doveroso, ma anche economicamente conveniente, salvo il fatto che poi il termovalorizzatore non riesci ad aprirlo, complice una cittadinanza (mai dimenticarlo, perché ci sono anche colpe dei cittadini, mica solo quelle della politica) che è pronta a dire “no” a qualsiasi cosa, in questo modo avallando l’unica politica fin qui praticata: tassa e sperpera.

Poi ci sono le colpe specifiche dei comuni: non potrà mai funzionare una raccolta differenziata per la quale non vengono forniti gli strumenti e che, visibilmente, è una presa in giro. A Roma ho la casa da una parte della strada e l’ufficio dall’altra: a casa c’è la differenziata, ma non distribuiscono i sacchetti per metterci la roba, in ufficio non c’è, sicché tutto finisce assieme e marameo a chi s’affanna a dividere. Però pago due volte, per due servizi che non solo non sono uguali, ma che col piffero che hanno quel valore.

Quella dei rifiuti è un’emergenza nazionale, direttamente proporzionale al caos istituzionale delle autonomie locali. Siamo un Paese esportatore di spazzatura, arricchendo quelli che si prendono la nostra e sfruttano sia la nostra minchioneria che i nostri rifiuti. Roba da dare le craniate contro al muro. Quel che serve è un piano nazionale, con investimenti che non sono alla portata delle municipalità e che giustificherebbero un prelievo oggi ingiustificato. E’ la realtà che deve cambiare, non il nome della tassa.

Infine: con un emendamento alla legge di stabilità è stata spostata la prima rata da gennaio ad aprile. Questa sarebbe la ragione: dare respiro a contribuenti che hanno appena pagato l’Imu. Delle due l’una: o sono bugiardi o sono tutti evasori fiscali, posto che una cosa non esclude l’altra, perché ad aprile siamo alla vigilia della dichiarazione dei redditi e relativo versamento del saldo. Quindi questa è solo una miserrima trovata elettoralistica, posto che la Tares sarà più cara delle tasse che sostituisce e che, quindi, in un anno di ulteriore recessione, la pressione fiscale aumenterà. L’esatto contrario di quel che serve. Ecco perché questa è una tassa che, assieme all’intera politica fiscale, merita d’essere buttata nella spazzatura.
Pubblicato da Libero

domenica 2 dicembre 2012

La lezione Sea. Davide Giacalone

L’insuccesso della quotazione Sea non ha avuto nulla d’imprevedibile, in compenso dovrebbe servire da lezione per l’intero sistema Italia. Ove non si voglia farsi ripetutamente e costosamente del male. I giornali lo presentano come il frutto della lite fra azionisti, e segnatamente fra il comune di Milano e il fondo F2I, ma quello è un aspetto secondario, sebbene colorito. I due azionisti possono anche, se li diverte, continuare a suonarsele davanti a qualche giudice, ma noi tutti faremmo assai male a non capire il senso del giudizio espresso dal mercato. Decisivo, perché riguarda non solo quella quotazione, ma l’intero processo di vendita di parte consistente del patrimonio pubblico. Cui, meglio prima che dopo, si dovrà mettere mano.

Per conoscere i dati del problema non era necessario pagare, con generosità, uno stuolo di consulenti, noi li avevamo messi in fila su queste pagine. Erano accessibili allo strepitoso prezzo di un euro e venti centesimi. Un anno fa la società Sea (che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa, controllata dal comune, per il 54,8%, e dalla provincia di Milano, per il 14,56) era stata valutata 1,3 miliardi. Valutazione non teorica, perché sulla base di quel valore era stata venduta una quota a F2I (il 29,75%). Dopo un anno, che gli amministratori hanno descritto come di grandi successi e guadagni, è stata presentata al mercato con una forchetta che andava da 800 milioni a 1 miliardo e 75 milioni. Come anche qui anticipato, il limite più basso è stato considerato troppo alto. Già questo doveva essere più che sufficiente per sconsigliare d’avviare il processo di quotazione.

La colpa del ritiro ora si attribuisce alla condotta di F2I (partecipata da Cassa Depisti e Prestiti e da fondazioni bancarie, quindi con una natura pubblica, ma con la disciplina di un fondo privato). Non c’è dubbio che il fondo ha fatto di tutto per evitare di incassare una svalutazione della propria quota, ma c’è da chiedersi se, in questo modo, ha ostacolato o favorito una seria politica di dismissioni. Perché se si ammette che quel che il pubblico vende possa svalutarsi anche della metà del valore, in un tempo così breve, chi mai comprerà? Se l’indicatore Sea fosse stato assunto a termometro generale, allora il mercato si sarebbe preparato a chiedere di pagare subito la metà di tutto quello che lo Stato italiano vorrà vendere. Non è neanche una zappata sui piedi, sarebbe stato come darsela direttamente in fronte.
I
l Comune di Milano, oggi, sembra lamentarsi del fatto che gli è stato impedito di prendere il patrimonio dei milanesi, svalutarlo e, non contento, di piazzarlo in Borsa a danno dei risparmiatori. Che è come dire che un risparmiatore milanese sarebbe stato fregato più volte. Vale per l’intero patrimonio pubblico: procedere in questo modo è suicida.

Come si è potuti cadere in un simile abbaglio? Semplice: pretendendo di andare in Borsa non a vendere un progetto di sviluppo, ma per fare cassa, per dare soldi alla provincia, con la pretesa, comunque, che a comandare sarebbe rimasto il comune, quindi la giunta, quindi la maggioranza politica, quindi la politica. Stavano quotando la politica. Ecco l’errore. E siccome dovremo fare vendite e quotazioni, meglio prendere nota dell’errore e non ripeterlo.

Le municipalizzate sono dei mostriciattoli. Le municipalizzate quotate sono dei mostri. Per venderle, com’è saggio fare, o ne quoti la contendibilità, quindi non tieni la mano pubblica in maggioranza e al comando, oppure fai entrare soggetti finanziari in grado di valorizzare e vendere. Era il caso di F2I, che non andava sfidato a svalutare la propria quota, ma, semmai, a prendere il resto alla medesima valorizzazione. Non lo hanno fatto solo perché volevano continuare a comandare, ma con i soldi degli altri. Non poteva che finire male.

La politica di dismissioni deve accompagnarsi a quella di valorizzazione e liberalizzazione, altrimenti è una truffa: vuoi per il cittadino, vuoi per il risparmiatore, vuoi per entrambe. Nel caso degli aeroporti, inoltre, vendere va di pari passo con il preparare un serio piano nazionale degli scali, altrimenti si prendono musate come questa e come quella incassata dal comune di Torino, che volendo vendere partecipazioni Sagat (società che gestisce Caselle) non trova compratori. Il mercato, quello vero, ambisce a far profitti, non a diventare socio del sindaco.

Serve una politica nazionale delle dismissioni, servono scelte che rendano libero e prezioso quel che si vende e serve che i vari pezzi della troppo vasta e onnipresente mano pubblica non giochino a fregarsi a vicenda. Senza ciò si può solo svendere e impoverirsi, subordinando l’interesse collettivo a piccole convenienze. La lezione è chiarissima. Speriamo gli scolari non siano troppo testoni.

giovedì 15 novembre 2012

Botte di orbi. Davide Giacalone

Lo hanno chiamato “sciopero europeo”, ma non è vero. Gli scioperi ci sono stati nell’Europa che affoga, non in quella che galleggia o nuota. Ci sono stati dove i morsi della crisi hanno già strappato le carni, come in Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. Nelle lande della transnazionalità recessiva. Altrove qualche manifestazione o raduno. Se fosse stato “europeo” sarebbe stato un buon segno, tutto sommato, perché, che si condividano o meno gli slogan della protesta, avrebbe messo in luce un comune sentire e la necessità di un comune interlocutore. Invece le proteste si sono concentrate sulle conseguenze della crisi, indirizzandosi contro i governi nazionali che ne sono i gestori contabili. Con l’assurdo che si sono paralizzate le città epicentro della recessione, così amplificandone le dimensioni.


Protestare e scioperare è lecito, in democrazia, ci mancherebbe altro. Spero sia lecito anche segnalare la confusione mentale e culturale della protesta. Da una parte non si vogliono i tagli alla spesa pubblica, dall’altra si assaltano le banche che non prestano i soldi e strozzano i clienti. Ma per finanziare la spesa pubblica le banche hanno ricevuto soldi dalla Banca centrale europea, con cui comprare titoli del debito statale. Nel momento in cui scarseggia, o diventa troppo caro, il credito internazionale i soldi o li metti a finanziare la spesa pubblica o li metti nel circolo della vita civile, per imprese e famiglie. E siccome la spesa pubblica è largamente improduttiva, siccome i tagli a quella hanno effetti recessivi inferiori all’aumento della pressione fiscale, le proteste europee dovrebbero chiedere il contrario di quel che urlano: basta con la spesa pubblica, basta con le tasse troppo alte. Se i portatori d’interesse non conoscono i propri interessi diventano interpreti d’astratti furori. Che non portano a nulla, o portano a credere che si è tanto più convincenti quanti più cordoni di polizia si forzano. Così finisce male.

Meglio dirlo subito: ogni violenza deve essere punita. Nulla può giustificare lo scendere in piazza come se si andasse in guerra.

In Italia i protagonisti della protesta sono stati gli studenti. Hanno di che protestare, eccome. Ma non ho sentito chiedere una scuola più selettiva e meritocratica, nonché più vicina al mondo produttivo. Non ho sentito reclamare università capaci di osmosi con le imprese. Ho sentito la solita gnagnera de: la scuola pubblica non si tocca e no ai tagli. E’ grazie a questo genere di idee che ci troviamo con i peggiori risultati comparati, in quanto a preparazione degli studenti. E’ grazie a quel genere di diplomificio fine a sé stesso che il numero dei laureati è ridicolo. Mica scappano perché è difficile, se ne vanno perché è inutile.

Gli studenti dovrebbero chiedere tagli alla spesa pubblica corrente e cancellazione della scuola ottocentesca, fatta di libroni, quaderni, gesso e lavagne. Dovrebbero far vedere che il cellulare, e spessissimo lo smartphone, lo hanno in tasca, sicché si potrebbe utilizzarlo non solo per la socialità, ma anche per la didattica e l’interazione amministrativa. Da anni i governi rinviano la scuola digitale, cedendo alla lobby degli stampatori. Non m’è giunta notizia di proteste.

In uno striscione, retto da giovanissimi, ho letto che le ore d’insegnamento non devono essere più di 18, con evidente riferimento al (fallito) tentativo governativo di portarle a 24. Ma il loro interesse non è mica quello di avere la classe docente più affollata della media europea, salvo essere la meno pagata al mese e la più pagata a ore. Il loro interesse, semmai, è che la meritocrazia si faccia valere anche fra le cattedre, che i bravi professori siano premiati e che i tanti somari, specie all’Università, siano cacciati. Sono proprio quei lavativi cattedratici, quegli ignoranti che insegnano a gioire della difesa a spada tratta del modello pubblico, così passeranno direttamente dall’esamificio alla pensione. A spese di quelli che oggi protestano e domani reclameranno ancora spesa pubblica, per pagare la pensione degli altri.

Certo che servono una coscienza e una protesta europee. Come serve un’autorità, democratica, europea. Ma quelli visti ieri sono i brontolii di un corpo messo a troppo ridotta dieta, non assistiti dall’intelligenza che avverta il veleno dell’ingrasso precedente. Se non ci fosse l’Unione europea ciascun Paese conterebbe meno, e se non ci fosse l’euro si potrebbe sì svalutare, ma rodendo con l’inflazione i redditi familiari che mantengono i manifestanti. Non serve a nulla neanche avere ragione, se non si conoscono le proprie ragioni e si marcia difendendo i torti.

martedì 30 ottobre 2012

Un popolo odiato. Ida Magli

Sembrerebbe incredibile che si possa odiare la propria terra, la propria patria, i propri concittadini, addirittura lo Stato del quale si è il Presidente, al punto da auspicarne al più presto la consegna agli stranieri, la perdita della sovranità e dell’indipendenza. Eppure agli Italiani è successo anche questo nella loro terribile, lunghissima storia di odi e di tradimenti da parte dei loro governanti, re, imperatori, papi, parlamentari di ogni tendenza e di ogni partito. Quello che è nuovo nella situazione attuale è che i detentori del potere sembrano odiare anche se stessi, uccidono anche se stessi nel momento in cui odiano e uccidono gli italiani. Il quadro politico, infatti, dice chiaramente soltanto questo: se tutti si affaccendano per prepararsi alle prossime elezioni significa che non si rendono conto di aver ridotto a grottesca finzione il parlamento approvando in massa i dittatoriali decretoni dei “tecnici”.

È successo ancora ieri e non si può non rimanere stupiti di fronte alla perseveranza con la quale il Pdl si condanna a morte. Una cosa è certa: ogni volta che vota per il governo Monti, il centrodestra perde il diritto a esistere (per non parlare dell’odio che suscita nei suoi elettori). È in ballo infatti la sopravvivenza dell’Italia come stato, la sua sovranità come “nazione”, una sovranità che con Maastricht e con l’euro, con la Merkel e con la Bce, l’Europa ha già quasi del tutto eliminato. Dato che i temi della patria, della libertà, dell’identità, della memoria storica, della religione, della famiglia, sono (o forse bisogna dire “erano” ) precipui delle destre, è evidente che è questo il motivo fondamentale per cui il Pdl appare ormai sotto shock, in fase di disintegrazione. Si sente ripetere da ogni parte che bisogna trovare volti nuovi, gente giovane e capace di entusiasmo, ma è inutile sottolineare il fatto che si riuscirà a trovare soltanto persone ancora più affamate di potere e di benefici di quelle vecchie e più abili nell’afferrarli. Il parlamento è oggi il luogo dove chi è privo di rispetto per se stesso e per qualsiasi valore, svolge la funzione di servire i banchieri e i loro superiori incogniti.

La sinistra appare meno disastrata della destra semplicemente perché la marcia verso l’internazionalismo, verso il primato economico-finanziario nella gestione del potere, verso l’annullamento dello stato nella solidarietà con in popoli di tutto il mondo è, fino dalle origini, la sua meta ideale. Da lì scaturisce l’eccesso di baldanza e al tempo stesso le esitazioni che in questo momento esibiscono i partiti dato che probabilmente non si erano accorti di aver completato il percorso nel momento in cui, con gesto concreto ma anche altamente simbolico, è stato un presidente della repubblica comunista, chiamando l’Europa, a sventolare la bandiera del traguardo vittorioso. La sinistra è giunta impreparata, infatti, davanti a una situazione di cui le era sfuggito il significato anche se l’ha sempre desiderata e ha lavorato incessantemente per realizzarla: un’Europa marxista, dominata dall’economia, molto simile alla Russia bolscevica. Passetto dopo passetto l’arma della “uguaglianza” ha eliminato tutte le differenze, e dunque tutti i ruoli: Genitore 1, Genitore 2… Niente più padre, niente più madre, niente più famiglia, niente più religione, niente più proprietà, niente più patria, niente più nazione, niente più italianità, fino a: niente più libertà. Il sistema è soltanto più sofisticato: il controllo di tutti i movimenti nei conti correnti attraverso la denuncia delle banche sostituisce la presenza in ogni gruppo delle spie staliniane e rappresenta una forma surrettizia dei “passaporti interni” in vigore nell’Unione Sovietica. La sinistra comincia però a sentire anche molto sapore d’amaro nelle sue vittorie e si accorge all’improvviso che perfino il prediletto “gioco” della democrazia, nel quale si è esercitata ininterrottamente lungo il trascorrere degli anni, adesso non serve più. Il traguardo era, anche in Europa, il governo dei “tecnici”. Si erano dati questo nome, infatti, Lenin e i suoi compagni rivoluzionari assumendo il potere al posto dei politici. I partiti se ne convincano: hanno perso tutti. (Italiani Liberi)

lunedì 29 ottobre 2012

Potere politicosindacale. Davide Giacalone

Raffaele Bonanni non è un’eccezione, ma l’ennesimo leader sindacale che programma per sé un futuro politico. Non c’è niente di male, quel che ci si deve chiedere è come mai sono stati tutti dei fallimenti. Nella risposta si trova molto che riguarda sia la politica che il sindacato.

Al momento Bonanni s’è limitato a firmare un appello, assieme a Luca Cordero di Montezemolo, invocando la nascita di un centro moderato e ragionevole, capace di raccogliere il testimone elettorale di un centro destra che ha perso la sua guida. Non si parla di candidature, al momento, anche in omaggio al nuovo costume, secondo cui presentarsi alle elezioni è quasi uno scendere di condizione sociale e politica, laddove l’essere direttamente chiamati, o sentirsi irresistibilmente vocati, alla salvezza Patria è ritenuto di più consono livello. Un tempo si pensava l’esatto contrario, essendo più fresco il valore e la conquista della democrazia. A parte ciò, c’è un dettaglio che non vedo emergere, da tanti commenti: si crede davvero che il richiamo ai valori cattolici (?!) e il posizionamento centrista siano sufficienti a celare o trasformare il fatto che se si trovano accanto, in un comune afflato, l’ex presidente di Confindustria e l’attuale segretario di Cisl è segno che o il documento è troppo generico o il suo reale contenuto consiste nella continuità concertativa? Detto in modo più diretto: se è il riflesso delle politiche sindacali degli ultimi lustri non solo non si vede né novità né modernità, ma si sente il soffocante peso di contrattazioni a carico del contribuente. Una ricetta a me sempre dispiaciuta, ma oggi resa impossibile dalla spremitura definitiva del citato pagatore di tasse.

C’è una ragione per cui i capi sindacali sono costantemente indotti a trasferirsi in politica. Si vabbe’, lo so cosa alcuni di voi stanno pensando: tutto, pur di non andare a lavorare. Ci sto, è anche così, ma si può vedere la cosa in modo più raffinato: il sindacato è una macchina di potere, capace di mobilitare soldi e interessi, avvinghiata alla struttura pubblica. Chi la amministra, ogni volta che il mandato volge al termine, suppone di potere capitalizzare tanto potere facendone un centro politicamente aggregante. Invece capita che aggreghino poco e finiscano in un angolo buio, campando di rendita in qualche più grossa e diversa struttura politica. Perché succede? Trovo una sola risposta: perché il sindacato è veramente un grande centro di potere, ma che gli deriva dal posizionamento all’interno di un’economia non libera e largamente assistita, nonché concertativa. Quel potere non è il frutto del consenso e dell’adesione dei lavoratori. Quando leader sindacali potentissimi, come D’Antoni o Pezzotta, fanno flop e raccolgono pochi voti non c’è da stupirsi troppo, perché anche quando erano in cima al sindacato raccoglievano pochi iscritti. Ma non si vedeva, perché tutto era coperto dalla grande esposizione mediatica e dall’imponente intermediazione d’interessi.

Posto che il sindacato è una componente essenziale del mercato, è il caso di accorgersi che da noi raccoglie pochi consensi perché non è parte di quello economico, ma di quello politico. Sicché, dopo tutto, certi leader non traslocano dal sindacato alla politica, ma provano disperatamente a restare lì dove si trovano. Solo che, perso il paravento e il potere, le loro debolezze appaiono allo scoperto. Magari accanto all’ex capo della controparte, Confindustria. Non è un loro problema personale, è il nostro problema collettivo di aver dato troppo peso all’economia assistita e di avere negato la rappresentanza a lavoratori e imprenditori che vivono esposti ai rigori del mercato. Gente che, giustamente, non intende certo seguire certe avventure, cui si sentì, si sente e si sentirà estranea.

giovedì 25 ottobre 2012

Prof. Scafetta, Duke University: le variazioni del clima collegate ai movimenti del sistema solare. Corrado Fronte

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Secondo il blocco scientifico e politico dominante, che fa capo all’IPCC, la scienza del clima sarebbe ormai definita (science is settled) sulla base dei modelli sviluppati al computer che attribuiscono alla CO2 prodotta dall’uomo quasi tutto il riscaldamento globale osservato dal 1970. Ma secondo il prof. Nicola Scafetta in realtà nessuno lo pensa veramente. Le proiezioni avvalorate dall’IPCC predicono un riscaldamento catastrofico nel 21° secolo, a meno che non vengano prese misure drastiche per la riduzione delle emissioni dei gas serra. Ma questi modelli, chiamati General Circulation Climate Models (GCM) secondo il prof. Scafetta sono inattendibili in quanto non rispondono ad un requisito fondamentale: non riescono a rappresentare le variazioni della temperatura terrestre del passato. Quale valore possono allora avere le proiezioni future? Scafetta ha sviluppato un modello empirico in cui si assume che il clima è sincronizzato al movimento del sistema planetario solare, e per la maggior parte a Giove e Saturno. Questo modello dà risultati in linea con le temperature realmente misurate ed è quindi più attendibile dei modelli usati dall’IPCC (1)
Scafetta prende in considerazione il periodo dal 1850, perché da qui sono disponibili misurazioni termometriche di una certa affidabilità, e osserva che l’andamento reale si discosta significativamente da quello ottenuto con i modelli GCM. Consideriamo il grafico seguente, che riporta l’andamento delle temperature misurate sovrapposto a quello ottenuto da uno dei modelli GCM (GISS ModelE, svilupato dal Goddard Institue fo Space Sdudies della NASA).

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Si vede anche ad occhio che il tracciato delle temperature misurate presenta a distanza di circa 60 anni tre “gobbe”, nel 1880, 1940 e 2000, in una tendenza di fondo comunque ascendente. Queste gobbe, in particolare quella del 1940, non sono rappresentate dal modello GCM, e quindi esso non rappresenta un fattore di periodicità di circa 60 anni che è invece presente in natura. Questa carenza è presente in tutti i modelli GCM sviluppati. Dice Scafetta: Ho studiato tutti i modelli di simulazione riguardanti il 20° secolo raccolti dal Programma per la Diagnosi Comparativa dei Modelli Climatici (Program for Climate Model Diagnosisi and Intercomparison – PCMDI) , disponibile come allegato all’articolo). Ebbene, si può agevolmente riscontrare che la capacità di questi modelli di riprodurre il clima riscontrato è veramente scarsa.
In realtà la discrepanza non era passata inosservata. Il prof. Franco Battaglia da tempo mette in evidenza la contraddizione: le temperature reali sono diminuite nel periodo 1940 al 1975, quando in realtà c’è stato un boom della attività industriale e le emissioni antropiche di CO2 sono salite di conseguenza(2). Anche la temperatura del mare fu oggetto di contestazioni, al punto che importanti istituti coinvolti nella elaborazione dei modelli, la CRU britannica e la NOAA americana, decisero di apportare un fattore di correzione per spianare la gobba imbarazzante del 1940. A tale proposito si veda un mio precedente articolo (3). Ebbene, usando analisi di regressione e compensando per il trend di aumento del valore medio il prof. Scafetta ottiene questo grafico sorprendente:
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E’ subito evidente una periodicità di circa 60 anni, ma utilizzando tecniche di analisi più sofisticate si possono evidenziare almeno altri 3 cicli periodici di circa 9, 10 E 20 anni. Ebbene, questi cicli sono correlabili ai movimenti dei pianeti del sistema solare, i quali si trovano periodicamente in allineamento o in opposizione tra di loro e rispetto al sole. Gli attori più importanti sono Giove e Saturno. Il prof. Scafetta fa notare che oltre a questi cicli, che sono stati oggetto di questo suo studio, ce ne sono altri di periodo più lungo, pluri-centennale o pluri-millenario, i quali però per essere studiati necessitano di dati cosiddetti “proxy”. Cioè, non essendo ovviamente disponibili dati termometrici, ci si basa su osservazioni di tipo geologico e biologico collegabili alla temperatura. Questi dati peraltro presentano un certo grado di incertezza. A titolo di esempio Scafetta riporta un grafico apparso in uno studio di Hole Humlum, del Department of Geosciences, University of Oslo, Norvegia (4)

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Lo studio di Scafetta sviluppa la rappresentazione geometrica dei fenomeni, limitandosi a citare altri ricercatori che indagano sulle cause naturali, di natura fisica e astronomica, che potrebbero originarli. Ad esempio Abibullo Abdussamatof ha identificato oscillazioni bicentennali dell’ Irraggiamento Solare Totale (5); Jasper Kirkeby e Henrik Svensmark attribuiscono ai cicli solari una azione di schermo nei confronti dei raggi cosmici, i quali sarebbero responsabili della formazione delle nuvole (6); Nir Shaviv e Jean Veizer, sostengono che il sistema solare attraverserebbe zone dello spazio in cui l’intensità dei raggi cosmici varia (spiral arms della Via Lattea) e questo porterebbe a variazioni climatiche su ampia scala correlabili alle ere glaciali (7)
Un'altra importante osservazione del prof Scafetta riguarda l’influenza delle eruzioni vulcaniche. Si ritiene che queste, immettendo nell’atmosfera una grande quantità di aerosols, limitino l’irradiazione solare con conseguente raffreddamento della terra. Nel periodo esaminato ce ne sono state 3. L’ultima grande eruzione, quella del Pignatubo del 1991, avrebbe protratto i suoi effetti fino ad oggi, assorbendo alcuni decimi di grado che l’attività antropica avrebbe nel frattempo generato. Ma secondo Scafetta nei grafici delle temperature reali queste importanti deviazioni non si riscontrano, e questo, indica che gli effetti raffreddanti delle eruzioni vulcaniche sono stati esagerati nei modelli GCM. Inoltre le misure di temperatura potrebbero essere influenzate dall’ampliarsi delle isole di calore urbano.
Scafetta allora ricostruisce il grafico IPCC mantenendo le assunzioni riguardanti le emissioni antropiche, ma introducendo le oscillazioni decennali e sessantennali, e correggendo l’effetto attribuito erroneamente alle eruzioni vulcaniche.

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In pratica attorno al 2000 si sarebbe raggiunto il massimo sessantennale, e da quel momento in poi le temperature non sarebbero più aumentate. Quindi la tendenza all’aumento della temperatura riscontrato nel periodo 1970-2000 non si ripeterebbe nel trentennio successivo, ma riprenderebbe eventualmente attorno al 2030 per raggiungere un nuovo massimo nel 2060 e poi rallentare nuovamente. Al netto l’aumento di temperatura nei prossimi 100 anni si ridurrebbe a 0,3-1,2 °C; sarebbe quindi di gran lunga inferiore alle proiezioni dei GCM, tanto da non essere più preoccupante; il livello del mare, ad esempio, salirebbe di solo 5 pollici, un terzo di quanto proiettato dall’IPCC. Non è quindi giustificato il gigantesco sforzo che viene richiesto all’economia mondiale per ridurre le emissioni di CO2. E questo senza tenere conto dei cicli pluricentennali, che sovrapponendosi a quanto descritto poterebbero portare, secondo alcuni studiosi, addirittura ad un drastico raffreddamento, una nuova era glaciale.
Contrariati dal mancato riscaldamento negli ultimi 10 anni, i cervelloni dell’IPCC cercano soluzioni al problema quali un effetto sottostimato delle piccole eruzioni vulcaniche, una ipotetica emissione di aerosol da parte della Cina, un imprevisto “red noise” decennale dovuto alla fluttuazione del contenuto calorico degli oceani. Ma tutto questo, commenta Scafetta dimostrerebbe solo che il modelli GCM possono essere convalidati solo a posteriori e non darebbero alcuna garanzia di avere capacità predittiva.
Con tutte queste incertezze e contraddizioni, e con gli spunti nuovi della ricerca libera, quanto ancora potrà resistere il dogma “science is settled” ? Ci auguriamo che crolli al più presto, e con esso finiscano anche le speculazioni miliardarie che si alimentano sul teorema del riscaldamento globale antropogenico.
Il professor Nicola Scafetta, uno scienziato di 40 anni originario di Gaeta. Nel 1998, dopo essersi laureato in fisica a Pisa, è andato a continuare i suoi studi negli US dove ha conseguito il PhD. Si è poi trasferito nel ruolo di ricercatore ed insegnante al Free-electron laser laboratory della Duke University, uno dei più prestigiosi atenei degli Stati Uniti, fondato nel 1838 a Durham, nella Carolina del Nord. Scafetta è membro dell'Acrim (Active cavity radiometer irradiance monitor), centro mondiale di studio dell'irradianza solare associato alla Nasa (8).
(il Legno storto)

Nodo Finmeccanica. Davide Giacalone



Finmeccanica è uno dei gioielli della Repubblica. Si occupa di prodotti ad alto contenuto tecnologico che, per loro natura, anche con riferimento al settore militare, richiedono un procedere armonico con l’indirizzo e il sostegno politico del governo. Oltre tutto il governo ne è il proprietario di fatto, detenendone il 30% delle azioni. E, infine, ci sono diversi competitori internazionali che brinderebbero nel vederla crollare, né si risparmiano sforzi in tal senso. Queste sono le premesse da cui partire, sia per capire meglio quel che è successo, sia per valutare le responsabilità politiche (quelle penali si esaminano altrove, vale a dire nei tribunali e non nelle procure), sia per stabilire quel che dovrebbe succedere. Subito, oggi stesso.

In Brasile, tanto per restare ad un caso concreto, che riemerge in sede penale, c’era la possibilità di aggiudicarsi una commessa assai importante, relativa a fregate militari. Non ora, non con il senno di poi, ma allora, per primi e da soli scrivemmo che i francesi avevano giocato sporco: prima si erano tenuti Cesare Battisti, sostenendo che quell’assassino non doveva essere consegnato alla giustizia italiana, che lo aveva condannato, con ciò stesso mollandoci uno schiaffone che nessun governo avrebbe dovuto tollerare; poi, quando la loro stessa magistratura stava per rispedircelo, il Battisti scomparve, per riapparire in Brasile; qui la cosa fu gestita, dalle nostre autorità, come peggio non si poteva, abboccando ad uno scontro che si sarebbe dovuto fare con i francesi, non con i brasiliani. La mia è solo un’ipotesi, ma nessuno mi toglie dalla testa che i francesi lo fecero apposta. E’ un’ipotesi anche la seconda, ma ho l’impressione che i brasiliani se lo presero (e ancora se lo tengono) per facilitare l’affare fregate con i francesi. Noi ci perdemmo, sia in dignità politica, che in credibilità della nostra giustizia (già scarsa), che in quattrini.

In quel contesto non solo non avrei trovato sconveniente un passo ufficiale del governo italiano, tendente ad appoggiare l’offerta di Finmeccanica, ma mi pare sconveniente il contrario. Se qualche nostro ministro è intervenuto, ha fatto bene. Naturali sono due cose, tanto per non girarci attorno: a. nei contatti fra governi non si parla di tangenti; b. nei lavori di quel tipo si pagano intermediazioni che generano liquidità a disposizione dell’acquirente, che ne fa quel che crede. Il venditore, in questo caso la parte italiana, fa firmare un bel contratto in cui si ribadisce che il mediatore non deve corrompere nessuno, dopo di che si disinteressa e lascia che la faccenda rientri nella competenza delle autorità del Paese acquirente. Cavoli brasiliani. Aggiungo un dettaglio, rilevantissimo: se un qualche esponente della parte italiana, facente capo all’azienda o, peggio ancora, facente capo al governo o suo componente, approfitta della situazione per chiedere soldi per sé, o per suoi amici, o per chi diavolo gli salta in mente, si tratta non solo di un criminale, ma anche di un miserabile traditore degli interessi nazionali.

A questo si aggiunga che in Brasile, nella squallida vicenda di Telecom Italia, a due mandate successive, s’è assistito ad un indaffararsi degli italiani per derubare una società italiana, utilizzando sponde brasiliane. Questo (qui dettagliatamente, a suo tempo, raccontato, anche con due libri), assieme all’incapacità nazionale di far giustizia, già ci espone ad una fama triste. Che pesa sulle spalle di tantissimi nostri connazionali, ancora capaci di fare affari seri. Se ora si accertasse roba del tipo cui ho accennato, per la qual cosa serve un processo, i responsabili meriterebbero il massimo della pena. Da scontare in carcere.

Non serve un processo, invece, perché il governo prenda una decisione. Che spetta al presidente del Consiglio, Mario Monti. Faccende come questa, comunque si risolvano le inchieste, dimostrano, ove ve ne sia bisogno, l’intrecciarsi fra la diplomazia economica e quella politica. Che devono andare all’unisono. Siccome il mondo è pieno di trappole, come di opportunità, e di malfattori, come di operatori capaci, è necessario ci sia un rapporto di fiducia fra il governo-azionista e l’azienda, nella figura del suo amministratore. Non a caso dotato di poteri assai vasti. Così non è, oggi.

Sappiamo che Giuseppe Orsi ha avuto modo di dire che Finmeccanica elargì denari al ministro dell’economia, Vittorio Grilli, mediante consulenze fasulle, assegnate alla sua ex moglie. Grilli, che siede nel dicastero intestatario delle azioni Finmeccanica, nega. Se ha ragione lui (come spero) è evidente che Orsi ha tentato di ricattarlo, oppure è uno che apre la bocca e parla a vanvera. Se ha ragione Orsi, invece, è chiaro che il ministro non è nelle condizioni di esercitare il suo ruolo. Qui non si tratta di aspettare alcun esito di alcuna vicenda giudiziaria, perché è irrilevante ai fini dell’interesse nazionale. Qui si tratta di mettere l’uno o l’altro, subito, fuori dal posto in cui si trova. Tocca a Monti.