Gentile direttore,
sono avvocato ed ho letto il pensiero del dott. Gian Carlo Caselli su La Stampa di domenica 27 luglio alla pagina 35. Spero sia lecito, pur di fronte alla sacralità del personaggio, esprimere il più profondo dissenso. Trasuda dalle quattro colonne di piombo offerte da La Stampa al Procuratore Generale di Torino non solo l’ansia doverosa per il buon funzionamento della giustizia, ma anche la critica aperta, inaccettabile, nei confronti del governo; affiora nettamente l’impegno politico che dovrebbe essere distante, secondo la mia personale opinione, anni luce dalla figura del magistrato.
Confesso allora di essere uno di quegli «ipocriti che bollano l’indipendenza della magistratura come privilegio di una casta irresponsabile» (come Caselli, con grande rispetto per le altrui opinioni, descrive coloro che la pensano diversamente da lui). Da trentatré anni faccio l’avvocato e, caro dottore, se vogliamo eliminare «l’inefficienza efficiente» (come Lei suggestivamente scrive), cominciamo a far sì che i magistrati in servizio girino meno le scuole della Repubblica per insegnare la retorica della giustizia, e cominciamo a timbrare, tutti quanti, la cartolina all’ingresso ed all’uscita dai Tribunali.
Ho a mie mani, per combinazione, una edizione del 1880 dell’allora vigente codice di procedura civile (non esiste, dr. Caselli, soltanto il processo penale, ma esiste anche il processo civile!). L’art. 147 (Del termine per comparire) prevedeva il termine di giorni dieci (!!) se il luogo in cui si eseguiva la citazione coincideva con quello in cui si doveva comparire; di giorni dodici (!!) se i luoghi erano diversi ma nello stesso mandamento; di giorni quindici (!!) se i luoghi erano nella giurisdizione della corte d’appello. Erano, storicamente, i tempi in cui i magistrati non potevano ancora comparire in televisione (non essendo ancora stata inventata), non facevano conferenze e non si facevano fotografare.
Il povero avvocato Fulvio Croce, barbaramente assassinato, a me giovanissimo praticante, parlando dei magistrati, diceva che i problemi erano cominciati quando i giornali avevano iniziato a pubblicare il nome ed il cognome dei giudici e non più ad indicare anonimamente l’ufficio. E non erano, quelli, i tempi in cui le toghe facevano le rivoluzioni per ipotesi di provvedimenti del governo - come di recente accaduto - ricalcanti, fra l’altro, una «circolare Maddalena». È legittimo ed anzi positivo che il dott. Caselli faccia conoscere il suo pensiero: se, peraltro, è legittimo, in questa Repubblica ... "magistratocratica", che anch’io possa esprimere il mio, spero, a maggior ragione dopo aver letto il Caselli-pensiero, che venga presto il mese di settembre per quella riforma della giustizia che restituisca il purtroppo violato principio della divisione dei poteri e che sancisca finalmente tutto ciò che al dr. Caselli non piace. Questa è la mia personale opinione, condivisa da moltissimi avvocati che peraltro preferiscono, spesso (anche se, per fortuna, non sempre), tenerla per sé. (la Stampa)
mercoledì 30 luglio 2008
lunedì 21 luglio 2008
Scandaloso silenzio sulla vittoria di Berlusconi a Napoli. Carlo Panella
Ha quasi dell'incredibile l'atteggiamento della quasi totalità della stampa nazionale a fronte della clamorosa capacità dimostrata da Berlusconi di risolvere in 58 giorni il problema dei rifiuti a Napoli.Notizia in prima per un giorno, poi basta. Pure, quei rifiuti erano il frutto di 14 anni di amministrazioni di sinistra. Pure, Prodi non ce l'aveva fatta. Pure, l'impresa pareva a tutti impossibile.
Ma Berlusconi ce l'ha fatta, ha fatto l'impossibile. Il grave, il drammatico è che era indispensabile non certo che tutta la stampa nazionale rendesse omaggio al vincitore -figurarsi!- ma che scatenasse le sue firme migliori per capire, scavare, analizzare il modo in cui una spaventosa emergenza sociale dalle dimensioni ciclopiche è stata domata in un batter d'occhio. Su questo, silenzio. Silenzio anche dal mondo intelettuale, dai professoroni, dai politologi che ogni giorno pure ci spiegano da questi giornali come radrizzare l'Italia e il mondo.
La spiegazione di questi colpevoli e vili silenzi è semplice: Berlusconi ha domato i rifiuti a Napoli eliminando ogni influenza della magistratura -con la Superprocura- e obbligando così i magistrati -che avevano contribuito al debordare dei rifiuti- a essere subordinati alle scelte politiche; poi Berlusconi ha costretto i sindaci, dichiarando le discariche ''di interesse strategico nazionale'' a smettere con le loro manfrine localistiche e a sedersi a serii tavoli delle trattative (il bello del miracolo è che è stato pienamente partecipato) e infine Berlusconi ha fato capire con le cattive alla Camorra che non doveva azzardarsi a muoversi più, perché l'avrebbe stesa.
Decisionismo, dunque, ma ben mirato, proprio contro quei protagonisti della società meridionale che avevano creato l'esplosione dello scandalo.
Nessuno ne parla, dunque, ed è l'ennesima occasione persa dalla stampa e dall'intellighentjia italiane per dare un segno di intelligenza e vitalità.
Si meritano solo Bassolino, loro vero modello di vita.
Ma Berlusconi ce l'ha fatta, ha fatto l'impossibile. Il grave, il drammatico è che era indispensabile non certo che tutta la stampa nazionale rendesse omaggio al vincitore -figurarsi!- ma che scatenasse le sue firme migliori per capire, scavare, analizzare il modo in cui una spaventosa emergenza sociale dalle dimensioni ciclopiche è stata domata in un batter d'occhio. Su questo, silenzio. Silenzio anche dal mondo intelettuale, dai professoroni, dai politologi che ogni giorno pure ci spiegano da questi giornali come radrizzare l'Italia e il mondo.
La spiegazione di questi colpevoli e vili silenzi è semplice: Berlusconi ha domato i rifiuti a Napoli eliminando ogni influenza della magistratura -con la Superprocura- e obbligando così i magistrati -che avevano contribuito al debordare dei rifiuti- a essere subordinati alle scelte politiche; poi Berlusconi ha costretto i sindaci, dichiarando le discariche ''di interesse strategico nazionale'' a smettere con le loro manfrine localistiche e a sedersi a serii tavoli delle trattative (il bello del miracolo è che è stato pienamente partecipato) e infine Berlusconi ha fato capire con le cattive alla Camorra che non doveva azzardarsi a muoversi più, perché l'avrebbe stesa.
Decisionismo, dunque, ma ben mirato, proprio contro quei protagonisti della società meridionale che avevano creato l'esplosione dello scandalo.
Nessuno ne parla, dunque, ed è l'ennesima occasione persa dalla stampa e dall'intellighentjia italiane per dare un segno di intelligenza e vitalità.
Si meritano solo Bassolino, loro vero modello di vita.
lunedì 14 luglio 2008
A Roma tramonta il mito palestinese. Dimitri Buffa
Abu Mazen è di nuovo a Roma. A battere cassa all’Italia. Altri 20 milioni di euro dal fondo della cooperazione allo sviluppo, praticamente a fondo perduto, che si aggiungono ai 220 stanziati solo da questo capitolo di spesa negli ultimi dieci anni.
Poi ci sono gli altri capitoli di spesa che portano a quasi un miliardo di euro i soldi versati dall’Italia nelle casse voraci (e custodite da persone molto poco fidate) dell’Anp nell’ultimo decennio. Ieri Abu Mazen (benché sia un negazionista dell’Olocausto, non conti praticamente più nulla per il processo di pace con Israele e sia stato in passato tra gli organizzatori dell’attentato di Monaco del 1972) è stato ricevuto in sequenza dalle più alte cariche dello Stato e della città di Roma. Prima una visita in Campidoglio da Alemanno, per la solita “foto opportunity”, poi, di fila, si è fatto la tripla passerella istituzionale con Napolitano, Berlusconi e Frattini. Oggi probabilmente tocca al Papa e alla diplomazia vaticana. Rispetto ad altre occasioni del genere, questa volta la caratteristica che salta agli occhi è il basso profilo: quasi nessuno fino a giovedì sera si era ricordato di questa visita di “quasi Stato” ed è assente la retorica filo palestinese nelle piazze e nel Parlamento. Finita l’epoca dell’equivicinanza della Farnesina, finita anche l’era della rappresentanza parlamentare di verdi, sinistra esterema e no global, quasi a nessuno in Italia importa un granché del fatto che Abu Mazen si faccia una due giorni romana in cerca di soldi e di improbabili appoggi politici.
Era proprio dell’altro giorno la notizia che uno dei dirottatori dell’Achille Lauro (evento accaduto il 7 ottobre 1985 e conclusosi con la morte dell’ebreo americano paraplegico Leon Klinghoffer) era stato liberato dopo avere scontato la pena in Italia e adesso si ritrovava nella condizione di clandestino da espellere, mentre in realtà aveva chiesto di potere restare qui da noi per motivi politici. Si ignora se tra Abbas e Frattini si sia affrontata anche questa grottesca situazione. Di certo ormai Abu Mazen non incanta più nessuno, né in patria, dove non è mai stato “profeta”, né fuori. A consuntivo di una carriera politica passata nell’ombra del grande terrorista internazionale Yasser Arafat, Abu Mazen può ben dire di avere raccolto solo un pugno di mosche. Anzi un po’ meno. Almeno Arafat riusciva a tenere a bada Hamas e a mantenere l’unità dei territori palestinesi. Con il suo successore invece quel popolo che voleva uno stato si è frantumato in due pezzi, creando a Gaza un’ulteriore enclave di terrorismo islamico nel Medio Oriente. E se anche Israele è costretta a trattare con Hamas per il cessate il fuoco da Gaza, per le città di confine e per liberare Shalit, fra poco saranno in molti, in Cisgiordania e nel resto del mondo, a chiedersi a cosa diamine serva Abu Mazen e soprattutto a chi giovi continuare a finanziarlo a fondo perduto. (l'Opinione)
Poi ci sono gli altri capitoli di spesa che portano a quasi un miliardo di euro i soldi versati dall’Italia nelle casse voraci (e custodite da persone molto poco fidate) dell’Anp nell’ultimo decennio. Ieri Abu Mazen (benché sia un negazionista dell’Olocausto, non conti praticamente più nulla per il processo di pace con Israele e sia stato in passato tra gli organizzatori dell’attentato di Monaco del 1972) è stato ricevuto in sequenza dalle più alte cariche dello Stato e della città di Roma. Prima una visita in Campidoglio da Alemanno, per la solita “foto opportunity”, poi, di fila, si è fatto la tripla passerella istituzionale con Napolitano, Berlusconi e Frattini. Oggi probabilmente tocca al Papa e alla diplomazia vaticana. Rispetto ad altre occasioni del genere, questa volta la caratteristica che salta agli occhi è il basso profilo: quasi nessuno fino a giovedì sera si era ricordato di questa visita di “quasi Stato” ed è assente la retorica filo palestinese nelle piazze e nel Parlamento. Finita l’epoca dell’equivicinanza della Farnesina, finita anche l’era della rappresentanza parlamentare di verdi, sinistra esterema e no global, quasi a nessuno in Italia importa un granché del fatto che Abu Mazen si faccia una due giorni romana in cerca di soldi e di improbabili appoggi politici.
Era proprio dell’altro giorno la notizia che uno dei dirottatori dell’Achille Lauro (evento accaduto il 7 ottobre 1985 e conclusosi con la morte dell’ebreo americano paraplegico Leon Klinghoffer) era stato liberato dopo avere scontato la pena in Italia e adesso si ritrovava nella condizione di clandestino da espellere, mentre in realtà aveva chiesto di potere restare qui da noi per motivi politici. Si ignora se tra Abbas e Frattini si sia affrontata anche questa grottesca situazione. Di certo ormai Abu Mazen non incanta più nessuno, né in patria, dove non è mai stato “profeta”, né fuori. A consuntivo di una carriera politica passata nell’ombra del grande terrorista internazionale Yasser Arafat, Abu Mazen può ben dire di avere raccolto solo un pugno di mosche. Anzi un po’ meno. Almeno Arafat riusciva a tenere a bada Hamas e a mantenere l’unità dei territori palestinesi. Con il suo successore invece quel popolo che voleva uno stato si è frantumato in due pezzi, creando a Gaza un’ulteriore enclave di terrorismo islamico nel Medio Oriente. E se anche Israele è costretta a trattare con Hamas per il cessate il fuoco da Gaza, per le città di confine e per liberare Shalit, fra poco saranno in molti, in Cisgiordania e nel resto del mondo, a chiedersi a cosa diamine serva Abu Mazen e soprattutto a chi giovi continuare a finanziarlo a fondo perduto. (l'Opinione)
venerdì 20 giugno 2008
Opportunismo elettorale, la balla. Valerio Fioravanti
L’europarlamentare siciliano Claudio Fava, da poco nominato segretario della Sinistra Democratica in successione di Fabio Mussi, ha così commentato le recenti elezioni nella sua regione: “Due mesi fa abbiamo fatto il funerale della sinistra, non è che si può ricostruirla così in gratta… è ovvio che gli elettori salgano sul carro dei vincitori”. Insomma, sembra di capire, sono gli elettori che si adeguano al flusso elettorale, e il flusso elettorale è solo una delle tante variabili della democrazia, mica la principale come credevamo noi. Magari quello di Fava è un lapsus (ma il giorno dopo non c’era smentita sui giornali), ma è una concezione ben strana della democrazia quella in cui si accusano gli elettori di opportunismo. Più la sinistra subisce batoste elettorali, più aumenta la lista di insulti contro gli elettori. Questa di “opportunismo” poi è proprio il colmo. Ma c’è da scommettere che non sarà l’ultima, altre cose inventeranno. Sarà difficile battere in originalità questa di Fava, ma è solo questione di tempo: ci riusciranno.
lunedì 9 giugno 2008
Petrolio: riserve sarebbero il doppio di quelle stimate. l'Occidentale
Le riserve petrolifere mondiali sono più del doppio di quanto venga dichiarato oggi dai principali produttori. A sostenerlo è l'attuale Direttore generale della Royal Society of Chemistry britannica, Richard Pike, ex consulente dell'industria petrolifera.
Le stime correnti indicano che nel mondo ci sono 1.200 miliardi di barili, ma i dati in possesso dell'industria petrolifera suggeriscono invece che tale cifra ammonta a meno della metà delle riserve realmente esistenti. Lo scienziato sottolinea inoltre che i dati reali non tengono conto dei giacimenti ancora non esplorati, nè di quelli ancora da scoprire nè di quelli ritenuti troppo costosi da sfruttare. Lo scienziato spiega al quotidiano britannico Independent che la sottostima dipende dal calcolo aritmetico usato dall'industria per valutare l'entità delle riserve, mentre sarebbe più accurato adottare il calcolo delle probabilità, basato sulla curva a campana, usata per valutare le riserve già accertate, probabili e possibili di ciascun giacimento. "Lo stesso avviene per il gas naturale - sottolinea - perchè le stime vengono condotte nella stessa maniera".
L'industria petrolifera che è a conoscenza dei dati reali sulle riserve globali preferisce tacerli, sostiene Pike, per poter mantenere alto il prezzo del greggio.
Le stime statistiche potrebbero indebolire la campagna degli ambientalisti a favore di fonti energetiche alternative al greggio, ammonisce lo studioso. "La cattiva notizia è che la sottostima delle riserve petrolifere accertate ha generato un falso senso di sicurezza dal punto di vista ambientale - afferma - perchè ci costringeva a cercare alternative ai combustibili fossili entro i prossimi decenni. Non dovremmo invece sorprenderci se il petrolio dominerà tutto il XXII secolo. Questo evidenzia un grande errore nella programmazione energetica e ambientale, per cui stiamo drammaticamente sottostimando le sfide che siamo chiamati ad affrontare". (fonte: APCOM)
Le stime correnti indicano che nel mondo ci sono 1.200 miliardi di barili, ma i dati in possesso dell'industria petrolifera suggeriscono invece che tale cifra ammonta a meno della metà delle riserve realmente esistenti. Lo scienziato sottolinea inoltre che i dati reali non tengono conto dei giacimenti ancora non esplorati, nè di quelli ancora da scoprire nè di quelli ritenuti troppo costosi da sfruttare. Lo scienziato spiega al quotidiano britannico Independent che la sottostima dipende dal calcolo aritmetico usato dall'industria per valutare l'entità delle riserve, mentre sarebbe più accurato adottare il calcolo delle probabilità, basato sulla curva a campana, usata per valutare le riserve già accertate, probabili e possibili di ciascun giacimento. "Lo stesso avviene per il gas naturale - sottolinea - perchè le stime vengono condotte nella stessa maniera".
L'industria petrolifera che è a conoscenza dei dati reali sulle riserve globali preferisce tacerli, sostiene Pike, per poter mantenere alto il prezzo del greggio.
Le stime statistiche potrebbero indebolire la campagna degli ambientalisti a favore di fonti energetiche alternative al greggio, ammonisce lo studioso. "La cattiva notizia è che la sottostima delle riserve petrolifere accertate ha generato un falso senso di sicurezza dal punto di vista ambientale - afferma - perchè ci costringeva a cercare alternative ai combustibili fossili entro i prossimi decenni. Non dovremmo invece sorprenderci se il petrolio dominerà tutto il XXII secolo. Questo evidenzia un grande errore nella programmazione energetica e ambientale, per cui stiamo drammaticamente sottostimando le sfide che siamo chiamati ad affrontare". (fonte: APCOM)
sabato 7 giugno 2008
Tesoro: nel 2007 persi 600 milioni su swap debito pubblico.
Nel 2007 il Tesoro ha perso 600 milioni di euro su operazioni di swap sui titoli del debito pubblico, interrompendo una tendenza positiva che, tra il 2003 e il 2006, aveva fatto risparmiare 4,2 miliardi di euro. Lo scrive oggi Il Sole 24 Ore citando dati della Commissione europea e della Banca d'Italia. E sottolineando come il "mistero circonda le operazioni in derivati a livello centrale".
Il quotidiano milanese sottolinea che, attualmente, "il Tesoro non diffonde informazioni sul numero, le dimensioni e la tipologia dei contratti di swap firmati con le banche". Un aspetto tutt'altro che irrilevante viste le dimensioni delle operazioni in gioco.
"E' vero - sottolinea l'editorialista Orazio Carabini - che 600 milioni di effetto swap (negativo) nel 2007 sono meno dell'1% della spesa per interessi di quell'anno. Ma i 2,39 miliardi (positivi) del 2005 sono il 3,7%. Un importo paragonabile, nel bilancio pubblico, all'Ici sulla prima casa. E poi bisogna ricordare che in quella voce si contabilizza solo l'eccedenza che deriva dallo scambio di flussi. Per arrivare a quegli importi o le operazioni sono strutturate in modo da dare dei vantaggi soprattutto nel breve periodo, oppure il capitale sottostante è molto elevato, nell'ordine di qualche centinaio di miliardi. Di qui - conclude - l'urgenza di fare chiarezza sulla politica del Tesoro nel settore dei derivati". (Apcom)
Il quotidiano milanese sottolinea che, attualmente, "il Tesoro non diffonde informazioni sul numero, le dimensioni e la tipologia dei contratti di swap firmati con le banche". Un aspetto tutt'altro che irrilevante viste le dimensioni delle operazioni in gioco.
"E' vero - sottolinea l'editorialista Orazio Carabini - che 600 milioni di effetto swap (negativo) nel 2007 sono meno dell'1% della spesa per interessi di quell'anno. Ma i 2,39 miliardi (positivi) del 2005 sono il 3,7%. Un importo paragonabile, nel bilancio pubblico, all'Ici sulla prima casa. E poi bisogna ricordare che in quella voce si contabilizza solo l'eccedenza che deriva dallo scambio di flussi. Per arrivare a quegli importi o le operazioni sono strutturate in modo da dare dei vantaggi soprattutto nel breve periodo, oppure il capitale sottostante è molto elevato, nell'ordine di qualche centinaio di miliardi. Di qui - conclude - l'urgenza di fare chiarezza sulla politica del Tesoro nel settore dei derivati". (Apcom)
martedì 3 giugno 2008
Non eco-scettici ma eco-realisti. Stefania Prestigiacomo
Non sono «eco-scettica», ma nemmeno «eco-illusa». Lo dico perché da queste colonne nei giorni scorsi sono stata arruolata nella pattuglia di quanti sono insofferenti dei vincoli di Kyoto.
La posizione assunta in sede di «G8 Ambiente» a Kobe credo vada spiegata, cominciando col ricordare che il Protocollo di Kyoto, che punta a limitare le emissioni di gas ad effetto, non è stato recepito dal maggiore produttore di gas-serra al mondo: gli Usa. Inoltre Cina e altri paesi, in via di tumultuosa crescita come India e Brasile, che consumano e chiedono sempre più energia, hanno ratificato il Protocollo, che però per essi non prevede impegni di limitazione delle emissioni.
Noi riteniamo che gli accordi internazionali in materia di cambiamenti climatici del tipo «Kyoto» abbiano un senso se riusciremo a farne un impegno di tutti. Perché è ovvio che la validità di una tale intesa ha un valore quasi simbolico se lasciamo fuori chi «inquina» di più. Ed è altrettanto ovvio che caricare le imprese europee di costi aggiuntivi per adeguarsi a Kyoto mentre i concorrenti cinesi e americani non sostengono quei costi rappresenta un gap grave per la nostra competitività.
L’Italia comunque si è impegnata, ratificando il protocollo, a contribuire per la sua parte, assieme ai paesi Ue, a ridurre le emissioni. Il problema è il modo in cui l’Europa nel ‘98 ha ripartito tagli ai gas-serra da parte dei singoli Paesi. Il negoziato per la definizione di tale ripartizione, inizialmente guidato da una metodologia che contemplava una combinazione di diversi criteri, si è concluso con un accordo «politico». Pertanto la ripartizione degli impegni di riduzione non hanno riflesso adeguatamente le «circostanze nazionali» e quindi il potenziale di riduzione dei diversi Paesi. Ad esempio l’Italia, che nel 1990 era caratterizzata da emissioni pro capite pari a 7,8 Mt di CO2 ha avuto un impegno di riduzione del -6,5%, mentre la Francia con emissioni pro capite pari a 7,0 Mt di CO2, non ha avuto impegni di riduzione, ma solo un obbligo di stabilizzazione (impegno dello 0%).
A Paesi come la Germania e il Regno Unito, che avevano una struttura produttiva a bassa efficienza energetica con alto impiego di carbone, tale ripartizione ha permesso di «combinare» la riduzione delle emissioni con l’ammodernamento del sistema produttivo, e quindi ha rappresentato uno stimolo alla crescita.
Il raggiungimento dell’obbligo di riduzione comporterà invece per il nostro Paese costi superiori a quelli che mediamente dovranno sostenere altri Paesi europei con significative conseguenze in termini di competitività intra-Ue ed un impegno di abbattimento delle emissioni circa doppio rispetto alla media europea. Su tale scenario ha influito anche il portafoglio energetico dell'Italia che è privo del nucleare, fonte energetica a zero emissioni serra, al contrario dei principali paesi Ue che possono contare quindi su una elevata sicurezza/autonomia energetica.
Così l’Italia, negli ultimi anni non solo non ha ridotto le emissioni ma le ha aumentate del 12%. Siamo quindi, anche a causa del meccanismo di riparto penalizzante a livello europeo, oltre il 18% al di sopra della quota assegnata e corriamo il rischio di pesantissime sanzioni. Oggi si discute del «dopo Kyoto» i cui parametri per gli anni 2013-2020 saranno decisi a Copenhagen alla fine del 2009. Nel marzo del 2007 l’Europa a 27 ha deciso di anticipare i tempi e fissare per il nostro continente i famosi impegni »20-20-20», che significa ridurre le emissioni del 20%, raggiungere il 20% di quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. Questo piano, definito l’anno scorso, non è stato ancora assunto formalmente dall’Ue ed io credo che, responsabilmente, l’Italia debba esprimere in sede europea le proprie valutazioni sui criteri di assegnazione delle quote-paese per evitare scelte ulteriormente penalizzanti per l’economia italiana.
Non si tratta di essere eco-scettici quindi, semmai eco-realisti e di riaffermare il principio secondo cui deve ridurre di più le proprie emissioni chi più inquina.
Ciò non toglie che dobbiamo muoverci puntando con risolutezza sulle rinnovabili. Il governo ha intenzione di affrontare il problema della risorsa ambiente e quello, connesso, del fabbisogno energetico seriamente, il che significa in primo luogo non assumere impegni che non si potranno mantenere. Significa anche progettare un modello di medio-lungo periodo in cui l’Italia possa affrancarsi progressivamente dalla dipendenza dai combustibili fossili, causa prima dell’effetto serra, ma che è anche una fonte di energia sempre più costosa, forse presto insostenibile economicamente oltre che ecologicamente. In questa strategia si inserisce anche l’opzione nucleare, che non vediamo come la panacea dei problemi, ma come una componente importante di quel mix di fonti di cui l’Italia ha bisogno se vuole ridurre la sua dipendenza dall’estero (e dai combustibili fossili) ed attenuare il peso della bolletta energetica.
Vorrei discutere serenamente di questi temi. Senza ideologismi, senza ipocrisie, tenendo i piedi per terra. Perché anche la demagogia è una grave forma d’inquinamento. E non ci sono leggi per contrastarla. (la Stampa)
La posizione assunta in sede di «G8 Ambiente» a Kobe credo vada spiegata, cominciando col ricordare che il Protocollo di Kyoto, che punta a limitare le emissioni di gas ad effetto, non è stato recepito dal maggiore produttore di gas-serra al mondo: gli Usa. Inoltre Cina e altri paesi, in via di tumultuosa crescita come India e Brasile, che consumano e chiedono sempre più energia, hanno ratificato il Protocollo, che però per essi non prevede impegni di limitazione delle emissioni.
Noi riteniamo che gli accordi internazionali in materia di cambiamenti climatici del tipo «Kyoto» abbiano un senso se riusciremo a farne un impegno di tutti. Perché è ovvio che la validità di una tale intesa ha un valore quasi simbolico se lasciamo fuori chi «inquina» di più. Ed è altrettanto ovvio che caricare le imprese europee di costi aggiuntivi per adeguarsi a Kyoto mentre i concorrenti cinesi e americani non sostengono quei costi rappresenta un gap grave per la nostra competitività.
L’Italia comunque si è impegnata, ratificando il protocollo, a contribuire per la sua parte, assieme ai paesi Ue, a ridurre le emissioni. Il problema è il modo in cui l’Europa nel ‘98 ha ripartito tagli ai gas-serra da parte dei singoli Paesi. Il negoziato per la definizione di tale ripartizione, inizialmente guidato da una metodologia che contemplava una combinazione di diversi criteri, si è concluso con un accordo «politico». Pertanto la ripartizione degli impegni di riduzione non hanno riflesso adeguatamente le «circostanze nazionali» e quindi il potenziale di riduzione dei diversi Paesi. Ad esempio l’Italia, che nel 1990 era caratterizzata da emissioni pro capite pari a 7,8 Mt di CO2 ha avuto un impegno di riduzione del -6,5%, mentre la Francia con emissioni pro capite pari a 7,0 Mt di CO2, non ha avuto impegni di riduzione, ma solo un obbligo di stabilizzazione (impegno dello 0%).
A Paesi come la Germania e il Regno Unito, che avevano una struttura produttiva a bassa efficienza energetica con alto impiego di carbone, tale ripartizione ha permesso di «combinare» la riduzione delle emissioni con l’ammodernamento del sistema produttivo, e quindi ha rappresentato uno stimolo alla crescita.
Il raggiungimento dell’obbligo di riduzione comporterà invece per il nostro Paese costi superiori a quelli che mediamente dovranno sostenere altri Paesi europei con significative conseguenze in termini di competitività intra-Ue ed un impegno di abbattimento delle emissioni circa doppio rispetto alla media europea. Su tale scenario ha influito anche il portafoglio energetico dell'Italia che è privo del nucleare, fonte energetica a zero emissioni serra, al contrario dei principali paesi Ue che possono contare quindi su una elevata sicurezza/autonomia energetica.
Così l’Italia, negli ultimi anni non solo non ha ridotto le emissioni ma le ha aumentate del 12%. Siamo quindi, anche a causa del meccanismo di riparto penalizzante a livello europeo, oltre il 18% al di sopra della quota assegnata e corriamo il rischio di pesantissime sanzioni. Oggi si discute del «dopo Kyoto» i cui parametri per gli anni 2013-2020 saranno decisi a Copenhagen alla fine del 2009. Nel marzo del 2007 l’Europa a 27 ha deciso di anticipare i tempi e fissare per il nostro continente i famosi impegni »20-20-20», che significa ridurre le emissioni del 20%, raggiungere il 20% di quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. Questo piano, definito l’anno scorso, non è stato ancora assunto formalmente dall’Ue ed io credo che, responsabilmente, l’Italia debba esprimere in sede europea le proprie valutazioni sui criteri di assegnazione delle quote-paese per evitare scelte ulteriormente penalizzanti per l’economia italiana.
Non si tratta di essere eco-scettici quindi, semmai eco-realisti e di riaffermare il principio secondo cui deve ridurre di più le proprie emissioni chi più inquina.
Ciò non toglie che dobbiamo muoverci puntando con risolutezza sulle rinnovabili. Il governo ha intenzione di affrontare il problema della risorsa ambiente e quello, connesso, del fabbisogno energetico seriamente, il che significa in primo luogo non assumere impegni che non si potranno mantenere. Significa anche progettare un modello di medio-lungo periodo in cui l’Italia possa affrancarsi progressivamente dalla dipendenza dai combustibili fossili, causa prima dell’effetto serra, ma che è anche una fonte di energia sempre più costosa, forse presto insostenibile economicamente oltre che ecologicamente. In questa strategia si inserisce anche l’opzione nucleare, che non vediamo come la panacea dei problemi, ma come una componente importante di quel mix di fonti di cui l’Italia ha bisogno se vuole ridurre la sua dipendenza dall’estero (e dai combustibili fossili) ed attenuare il peso della bolletta energetica.
Vorrei discutere serenamente di questi temi. Senza ideologismi, senza ipocrisie, tenendo i piedi per terra. Perché anche la demagogia è una grave forma d’inquinamento. E non ci sono leggi per contrastarla. (la Stampa)
giovedì 29 maggio 2008
La puzza che arriva da Napoli. Davide Giacalone
L’inchiesta napoletana puzza, e non solo perché s’occupa di rifiuti. Emana tanfo di decomposizione statale. Prepotentemente ribadisce che il problema non è trovare un’intesa con la magistratura associata e le sue tentacolari diramazioni, ma dare un senso al termine “giustizia”. Mentre Napoli affoga nella spazzatura e nella camorra, dunque, si mandano in galera i funzionari dello Stato e si contesta loro l’associazione a delinquere. Naturalmente, è possibile che le accuse siano fondate e che non siano l’ingigantimento di qualche intrallazzo minore. In questo caso si chieda scusa ai manifestanti e li si faccia costituire parte civile, assieme alla camorra, evidentemente l’unica entità in grado di garantire l’ordine e mantenere la parola.
Lo vedremo, ma quando? Per esempio: quand’è che sapremo se Bassolino e l’Impregilo sono colpevoli di qualche cosa? Magari c’è anche qualcuno interessato a conoscere chi sono i proprietari dei terreni sui quali le ecoballe venivano impilate, ed a conoscere con quale tempismo straordinario gli uomini della camorra provvedevano ad impadronirsene. Altri, curiosoni, vorranno sapere se si sta contestando un qualche reato ai camorristi, per avere commerciato i rifiuti tossici ed averli versati nelle discariche con un via vai di camion che si poteva non vederli, ma era impossibile non sentirli. Taluni, sofisticati, vorrebbero scandagliare l’intero mondo delle aziende addette a questo miracoloso business della mondezza, magari supponendo qualche legame con amministratori fin qui mai sospettati. Nisba, il convento, pardon, la procura, oggi passa l’arresto degli statali.
Alcuni fatti, però, intensificano l’olezzo. Gli arresti sono stati chiesti all’inizio di gennaio, e, per come la vedo io, dopo cinque mesi la custodia cautelare è già di suo un obbrobrio. L’ordinanza d’arresto è di 643 pagine, dovranno tenerli un mese per consentirgli di leggerla. I gip sono la copisteria delle procure e questi romanzi criminali servono solo a far uscire quel che dovrebbe essere riservato. Cosa? Hanno poca fantasia: le intercettazioni telefoniche che non configurano reati ma sputtanano gli interessati.
Morale: se le accuse sono fondate, lo Stato è occupato da bande. Se non lo sono, c’è una banda, alleata della camorra, che lo colpisce. Puzza, di putrefazione.
Lo vedremo, ma quando? Per esempio: quand’è che sapremo se Bassolino e l’Impregilo sono colpevoli di qualche cosa? Magari c’è anche qualcuno interessato a conoscere chi sono i proprietari dei terreni sui quali le ecoballe venivano impilate, ed a conoscere con quale tempismo straordinario gli uomini della camorra provvedevano ad impadronirsene. Altri, curiosoni, vorranno sapere se si sta contestando un qualche reato ai camorristi, per avere commerciato i rifiuti tossici ed averli versati nelle discariche con un via vai di camion che si poteva non vederli, ma era impossibile non sentirli. Taluni, sofisticati, vorrebbero scandagliare l’intero mondo delle aziende addette a questo miracoloso business della mondezza, magari supponendo qualche legame con amministratori fin qui mai sospettati. Nisba, il convento, pardon, la procura, oggi passa l’arresto degli statali.
Alcuni fatti, però, intensificano l’olezzo. Gli arresti sono stati chiesti all’inizio di gennaio, e, per come la vedo io, dopo cinque mesi la custodia cautelare è già di suo un obbrobrio. L’ordinanza d’arresto è di 643 pagine, dovranno tenerli un mese per consentirgli di leggerla. I gip sono la copisteria delle procure e questi romanzi criminali servono solo a far uscire quel che dovrebbe essere riservato. Cosa? Hanno poca fantasia: le intercettazioni telefoniche che non configurano reati ma sputtanano gli interessati.
Morale: se le accuse sono fondate, lo Stato è occupato da bande. Se non lo sono, c’è una banda, alleata della camorra, che lo colpisce. Puzza, di putrefazione.
mercoledì 28 maggio 2008
La Sapienza, le mazzate e la storia. Davide Giacalone
E’ grave, quel che è successo alla Sapienza. Non solo, e neanche tanto, perché gruppi d’estremisti si sono presi a mazzate, piuttosto perché le loro mani si muovono non coadiuvate dal cervello, in un’università che il rettorato non governa. Cominciamo dalla testa, quella universitaria: non è un errore, è una tragica dimostrazione d’insipienza l’autorizzare prima un convegno sulle Foibe ed il proibirlo poi “per ragioni di ordine pubblico”. Per quelle ragioni si chiama la polizia, non si cancellano gli appuntamenti. Alla Sapienza dovrebbero saperlo, dopo la figura meschina di un rettore che prima invita Ratzingher e poi si rimangia l’invito perché dei colleghi avevano da ridire sul processo a Galileo Galilei (1632!). La demenza si trovava in cattedra, perché nessun processo come quello consegna la certezza che il torto stesse dalla parte degli accusatori e del tribunale pontificio.
I giovani della destra vogliono parlare delle Foibe? Benissimo, l’università ne parli. Furono un crimine contro l’umanità e contro degli innocenti, gettati vivi in fosse naturali dalle milizie rosse di Tito. Ma anziché contribuire a che le ossa di quei poveri morti siano ancora utilizzate come oggetti contundenti, il compito dell’università dovrebbe essere quello di aiutare a capire. Che non è mai giustificare, ma capire. Gli italiani, fascisti, si comportarono da sterminatori della popolazione slava (il libro di Alessandra Kersevan potrebbe anche essere letto, commentato, criticato, come se fosse un’università, insomma), ed i partigiani titini approfittarono del clima bellico per una vendetta altrettanto etnica. Se ne parli, affinché la storia sia diversa dalla mitologia e la cultura aiuti a conoscere la realtà senza trasfigurarla secondo le tifoserie troglodite.
I giovani della destra vogliono parlarne solo per dire che i comunisti di Tito furono dei carnefici proprio in quanto comunisti? Si dia loro l’aula, si garantisca la loro sicurezza, ma s’insegni la storia per quella che è, senza dare la sensazione che quella pagina debba solo essere nascosta e taciuta. Se i professori della Sapienza non sono in grado di reggere questo confronto culturale vuol dire che la cattedra è l’ultimo posto dove dovrebbero stare.Vale per le Foibe e vale per tutto, anche per il lavoro condotto da Giampaolo Pansa sulle vendette personali e gli eccidi perpetrati dai partigiani nel corso della guerra civile italiana. Non si tratta di sminuire il contributo che i partigiani diedero alla Liberazione ed alla cacciata tanto del regime fascista quanto dell’occupazione nazista, ma di chiarire che quella fu una guerra civile, appunto, e che la vittoria della democrazia e della libertà fu assicurato dalle truppe anglo americane, il che, dopo Yalta, ci consentì di trovarci dalla parte buona del mondo. La stessa fortuna non ebbero a Praga o a Budapest, e pagarono con il sangue. (A proposito, da uno dei libri di Pansa, “Il sangue dei vinti”, è stato tratto un film. Pare ci siano molti problemi a distribuirlo nelle sale, segno che quel che è accaduto alla Sapienza ha un’eco profonda in un Paese ancora incapace di guardare se stesso e la propria storia).
Sta di fatto che, dopo essersi sentiti negare la possibilità di tenere il convegno, i giovani di destra abbiano affisso dei manifesti di protesta. E qui la demenza si eleva al quadrato, perché entrano in scena quelli della sinistra, che avevano protestato ed ottenuto il diniego, e vanno a strappare e coprire quei manifesti. Tali antifascisti immaginari forse non lo sanno, ma il negare la parola a chi la pensa diversamente fu uno dei tratti caratterizzanti del fascismo, come di ogni dittatura. Si sono comportati da fasciti, insomma.
E mentre le loro mani s’affannavano a far scomparire la manifestazione di un pensiero, la loro mente neanche prevedeva l’ipotesi di potere pensare. Perché se lo avessero fatto si sarebbero accorti che il capo politico della destra, un signore che militò nel Movimento Sociale Italiano e fu seguace di Almirante, Fini, non solo è andato davanti alla fiamma che ricorda le vittime dell’Olocausto, ma si è spinto a dire una cosa incontrovertibilmente giusta: le leggi razziali, fasciste, furono il male assoluto. Ed ancora in queste ore definisce “vergognose” le parole di quello che fu il suo maestro. Se avessero pensato avrebbero tenuto in conto che il nuovo sindaco di Roma, Alemanno, anche lui con un passato da fascista, è andato subito a rendere omaggio alle Fosse Ardeatine, dove giacciono eroi dell’antifascismo e poveri disgraziati decimati per rappresaglia, il tutto con l’allora entusiastico consenso del fascismo ridotto a Salò, dove si trovava il futuro capo di Fini ed Alemanno. Se avessero pensato, insomma, si sarebbero accorti che non hanno vinto loro, incapaci di capire, ma ha vinto la Repubblica, la Costituzione, le scuole di libertà. Vinsero allora, grazie all’aiuto delle truppe alleate, ed hanno continuato a vincere, facendo tornare nell’ambito della libertà quegli avversari che per tanto tempo furono nostalgici degli sconfitti.
Quelle teste di rapa, insomma, si sono mostrati identici ai loro docenti: fermamente determinati a danneggiare la parte migliore del nostro mondo. Il fatto che s’incontrino alla Sapienza è più che sufficiente per chiedere che l’insegnamento universitario ritrovi la via della qualità, della competizione e della meritocrazia, in modo che tali docenti e tali discenti occupino permanentemente le aule di un’istituzione che non vale una cicca.
Da qui il discorso ci porterebbe altrove e lontano. Per adesso serve esprimere il più vivo rammarico. Non per le mazzate che si sono date, ma per il fatto che tutti gli altri studenti siano costretti a frequentare quegli stessi corsi.
I giovani della destra vogliono parlare delle Foibe? Benissimo, l’università ne parli. Furono un crimine contro l’umanità e contro degli innocenti, gettati vivi in fosse naturali dalle milizie rosse di Tito. Ma anziché contribuire a che le ossa di quei poveri morti siano ancora utilizzate come oggetti contundenti, il compito dell’università dovrebbe essere quello di aiutare a capire. Che non è mai giustificare, ma capire. Gli italiani, fascisti, si comportarono da sterminatori della popolazione slava (il libro di Alessandra Kersevan potrebbe anche essere letto, commentato, criticato, come se fosse un’università, insomma), ed i partigiani titini approfittarono del clima bellico per una vendetta altrettanto etnica. Se ne parli, affinché la storia sia diversa dalla mitologia e la cultura aiuti a conoscere la realtà senza trasfigurarla secondo le tifoserie troglodite.
I giovani della destra vogliono parlarne solo per dire che i comunisti di Tito furono dei carnefici proprio in quanto comunisti? Si dia loro l’aula, si garantisca la loro sicurezza, ma s’insegni la storia per quella che è, senza dare la sensazione che quella pagina debba solo essere nascosta e taciuta. Se i professori della Sapienza non sono in grado di reggere questo confronto culturale vuol dire che la cattedra è l’ultimo posto dove dovrebbero stare.Vale per le Foibe e vale per tutto, anche per il lavoro condotto da Giampaolo Pansa sulle vendette personali e gli eccidi perpetrati dai partigiani nel corso della guerra civile italiana. Non si tratta di sminuire il contributo che i partigiani diedero alla Liberazione ed alla cacciata tanto del regime fascista quanto dell’occupazione nazista, ma di chiarire che quella fu una guerra civile, appunto, e che la vittoria della democrazia e della libertà fu assicurato dalle truppe anglo americane, il che, dopo Yalta, ci consentì di trovarci dalla parte buona del mondo. La stessa fortuna non ebbero a Praga o a Budapest, e pagarono con il sangue. (A proposito, da uno dei libri di Pansa, “Il sangue dei vinti”, è stato tratto un film. Pare ci siano molti problemi a distribuirlo nelle sale, segno che quel che è accaduto alla Sapienza ha un’eco profonda in un Paese ancora incapace di guardare se stesso e la propria storia).
Sta di fatto che, dopo essersi sentiti negare la possibilità di tenere il convegno, i giovani di destra abbiano affisso dei manifesti di protesta. E qui la demenza si eleva al quadrato, perché entrano in scena quelli della sinistra, che avevano protestato ed ottenuto il diniego, e vanno a strappare e coprire quei manifesti. Tali antifascisti immaginari forse non lo sanno, ma il negare la parola a chi la pensa diversamente fu uno dei tratti caratterizzanti del fascismo, come di ogni dittatura. Si sono comportati da fasciti, insomma.
E mentre le loro mani s’affannavano a far scomparire la manifestazione di un pensiero, la loro mente neanche prevedeva l’ipotesi di potere pensare. Perché se lo avessero fatto si sarebbero accorti che il capo politico della destra, un signore che militò nel Movimento Sociale Italiano e fu seguace di Almirante, Fini, non solo è andato davanti alla fiamma che ricorda le vittime dell’Olocausto, ma si è spinto a dire una cosa incontrovertibilmente giusta: le leggi razziali, fasciste, furono il male assoluto. Ed ancora in queste ore definisce “vergognose” le parole di quello che fu il suo maestro. Se avessero pensato avrebbero tenuto in conto che il nuovo sindaco di Roma, Alemanno, anche lui con un passato da fascista, è andato subito a rendere omaggio alle Fosse Ardeatine, dove giacciono eroi dell’antifascismo e poveri disgraziati decimati per rappresaglia, il tutto con l’allora entusiastico consenso del fascismo ridotto a Salò, dove si trovava il futuro capo di Fini ed Alemanno. Se avessero pensato, insomma, si sarebbero accorti che non hanno vinto loro, incapaci di capire, ma ha vinto la Repubblica, la Costituzione, le scuole di libertà. Vinsero allora, grazie all’aiuto delle truppe alleate, ed hanno continuato a vincere, facendo tornare nell’ambito della libertà quegli avversari che per tanto tempo furono nostalgici degli sconfitti.
Quelle teste di rapa, insomma, si sono mostrati identici ai loro docenti: fermamente determinati a danneggiare la parte migliore del nostro mondo. Il fatto che s’incontrino alla Sapienza è più che sufficiente per chiedere che l’insegnamento universitario ritrovi la via della qualità, della competizione e della meritocrazia, in modo che tali docenti e tali discenti occupino permanentemente le aule di un’istituzione che non vale una cicca.
Da qui il discorso ci porterebbe altrove e lontano. Per adesso serve esprimere il più vivo rammarico. Non per le mazzate che si sono date, ma per il fatto che tutti gli altri studenti siano costretti a frequentare quegli stessi corsi.
martedì 20 maggio 2008
Dopo 60 anni è ora di voltare pagina. Angelo Crespi
Vale la pena riscrivere la storia? La risposta più ovvia è sì. Meno ovvi i motivi che ci inducono a dare risposta positiva. Nessuno, sul principiare del nuovo governo di Centrodestra, è così sprovveduto da proporre che si debba forzosamente invertire il segno della storiografia italiana. Sarebbe illiberale pensare di sostituire una lunga e perniciosa egemonia culturale con un’altra seppur di verso opposto, ugualmente menzognera. Sarebbe inutile revanscismo tentarci, presi da sacro furore ideologico. Più giusto appare il perseguimento della verità, con tutti i limiti insiti in una tale affermazione. Ma dopo sessant’anni di mezze verità, vale la pena almeno provarci.
Lo spunto del ragionamento proviene dal nuovo libro di Giampaolo Pansa (I tre inverni della paura, Rizzoli) dedicato ancora una volta alle tristi vicende della guerra civile che vide scontrarsi sul suolo italiano con lo stesso odio e la medesima brutalità, fascisti, nazisti e comunisti. In questo caso però Pansa ha affinato il proprio armamentario di documenti, filtrandolo per mezzo della letteratura: una sorta di saga familiare, ambientata nel cosiddetto triangolo rosso emiliano, attraverso la quale l’autore ricostruisce il clima di orrore di quegli anni. Una scelta in apparenza meno stringente dal punto di vista storico, di certo più efficace in termini di divulgazione. Basti pensare che per vari lustri il ricordo di una tappa fondamentale seppur tragica della nostra storia patria fu demandato al romanzo dell’appena scomparso Marcello Venturi (Bandiera bianca a Cefalonia, Feltrinelli, 1963).
Il lato oscuro
La questione Resistenza ha superato il vaglio degli storici. Nessuno studioso onesto, se non per motivi di vile militanza, può esimersi dal mostrare il lato oscuro del periodo 1943-1948, specie il lato oscuro che riguarda le vendette partigiane a guerra conclusa. In questo senso Pansa, da attento storico e sapiente divulgatore, ha definitivamente abbattuto coi suoi precedenti volumi, a partire da Il sangue dei vinti, il muro di omertà eretto sul tema. Lo ha potuto fare anche in ragione della sua lunghissima carriera a l’Espresso e a Repubblica, vere fucine dell’intellighenzia di sinistra; per questo motivo è stato bollato come revisionista, come traditore della causa. In certi casi e in certe città gli è stato perfino impedito di presentare il proprio lavoro.
Nei decenni precedenti, la questione aveva avuto vari e controversi risvolti. La storiografia e la memorialistica di estrema destra avevano già raccolto ampia documentazione che metteva in crisi la liturgia della Resistenza. Ovviamente questi studi erano stati confinati ai margini dell’editoria. Nell’accademia, i precursori autorevoli come Renzo De Felice furono invece massacrati.
Bisognerà aspettare Ernesto Galli Della Loggia e poi Aga Rossi, e uno studioso straniero come Victor Zaslavsky, per fare luce su alcuni nodi del comunismo italiano, e più di recente rivolgersi agli editori minori per vedere pubblicati studi sistematici sulle strategie di potere della sinistra (vedi per esempio di Ugo Finetti, La Resistenza cancellata, Ares).
Non si può comunque disconoscere il grande impatto dei libri di Pansa, venduti in centinaia di migliaia di copie, che hanno riempito un vuoto di memoria collettiva che andava ingigantendosi e rendendo sempre più labile il concetto di appartenenza a una comune nazione. Il bisogno di fondare un nuovo patto tra i cittadini italiani, specie dopo la rivoluzione politica conseguita alla caduta del Muro di Berlino, prevedeva necessariamente la fondazione di una storia condivisa, o per lo meno lo sgombero dei falsi miti su cui si era retta la cosiddetta prima Repubblica. Cosa che con fatica sta avvenendo, un po’ per merito dell’irrimediabile oblio che avvolge i fatti storici, un po’ per la maturazione delle nuove classi politiche sia a destra che a sinistra.
Oltre la narrazione
Eppure qualche incrostazione resta anche se forse non è più compito dell’annalista di professione rimuoverla. I luoghi comuni resistono perché veicolati dai mass media, dalla televisione, dal cinema che preferiscono il cliché. Lo sforzo di Pansa, al di là dei meriti letterari che non sta a noi qui giudicare, è di fornire materiale psicologico, sebbene fondato su documenti; spesso nel romanzo, l’impatto narrativo cede infatti il posto all’intento didascalico, talvolta snervante perché l’autore immola la storia particolare, sull’altare della Storia generale. E non riuscendo a esimersi dal fornire con precisione al lettore riscontri oggettivi, date, nomi, luoghi geografici, strategie militari, analisi politiche, mettendoli in bocca ai protagonisti, rischia l’inverosimile narrativo, quasi che tutte le figure descritte non fossero parte in causa delle vicende, semmai veicoli dell’autore per fare storia in altro modo.
Ciononostante su un affresco vario e convincente della borghesia agraria emiliana, disegnate con maestria e umana pietas, si stagliano alcune figure, specie quella di Nora Conforti, il fulcro attorno al quale ruota l’intero dramma: giovane donna, figlia, madre, moglie, uccisa in un agguato appena ventiquattrenne, il 31 ottobre 1946, incolpevole vittima della diabolica follia che divise le famiglie, i fratelli, i paesi, l’Italia.
La Resistenza come mito fondante della Repubblica d’altronde poggiava sulla manifesta menzogna di molti storici sostenuti dalla politica, e più latamente sull’apporto di altri generi, come il romanzo e la memorialistica – più consoni a far vibrare e sedimentare sentimenti collettivi – che per decenni hanno “educato” nelle scuole le giovani generazioni.
Il romanzo di Pansa sarà dunque utile, come molta recente fiction televisiva, a riequilibrare anche per una platea più vasta le ragioni e i torti di quegli anni.
Mentre ci si allontana sempre più dal magma, mentre si affievoliscono i ricordi personali e scompaiono, non possiamo che auspicare non una beota dimenticanza né una forzata riscrittura, semmai una sincera opera di riconciliazione. (il Domenicale)
Lo spunto del ragionamento proviene dal nuovo libro di Giampaolo Pansa (I tre inverni della paura, Rizzoli) dedicato ancora una volta alle tristi vicende della guerra civile che vide scontrarsi sul suolo italiano con lo stesso odio e la medesima brutalità, fascisti, nazisti e comunisti. In questo caso però Pansa ha affinato il proprio armamentario di documenti, filtrandolo per mezzo della letteratura: una sorta di saga familiare, ambientata nel cosiddetto triangolo rosso emiliano, attraverso la quale l’autore ricostruisce il clima di orrore di quegli anni. Una scelta in apparenza meno stringente dal punto di vista storico, di certo più efficace in termini di divulgazione. Basti pensare che per vari lustri il ricordo di una tappa fondamentale seppur tragica della nostra storia patria fu demandato al romanzo dell’appena scomparso Marcello Venturi (Bandiera bianca a Cefalonia, Feltrinelli, 1963).
Il lato oscuro
La questione Resistenza ha superato il vaglio degli storici. Nessuno studioso onesto, se non per motivi di vile militanza, può esimersi dal mostrare il lato oscuro del periodo 1943-1948, specie il lato oscuro che riguarda le vendette partigiane a guerra conclusa. In questo senso Pansa, da attento storico e sapiente divulgatore, ha definitivamente abbattuto coi suoi precedenti volumi, a partire da Il sangue dei vinti, il muro di omertà eretto sul tema. Lo ha potuto fare anche in ragione della sua lunghissima carriera a l’Espresso e a Repubblica, vere fucine dell’intellighenzia di sinistra; per questo motivo è stato bollato come revisionista, come traditore della causa. In certi casi e in certe città gli è stato perfino impedito di presentare il proprio lavoro.
Nei decenni precedenti, la questione aveva avuto vari e controversi risvolti. La storiografia e la memorialistica di estrema destra avevano già raccolto ampia documentazione che metteva in crisi la liturgia della Resistenza. Ovviamente questi studi erano stati confinati ai margini dell’editoria. Nell’accademia, i precursori autorevoli come Renzo De Felice furono invece massacrati.
Bisognerà aspettare Ernesto Galli Della Loggia e poi Aga Rossi, e uno studioso straniero come Victor Zaslavsky, per fare luce su alcuni nodi del comunismo italiano, e più di recente rivolgersi agli editori minori per vedere pubblicati studi sistematici sulle strategie di potere della sinistra (vedi per esempio di Ugo Finetti, La Resistenza cancellata, Ares).
Non si può comunque disconoscere il grande impatto dei libri di Pansa, venduti in centinaia di migliaia di copie, che hanno riempito un vuoto di memoria collettiva che andava ingigantendosi e rendendo sempre più labile il concetto di appartenenza a una comune nazione. Il bisogno di fondare un nuovo patto tra i cittadini italiani, specie dopo la rivoluzione politica conseguita alla caduta del Muro di Berlino, prevedeva necessariamente la fondazione di una storia condivisa, o per lo meno lo sgombero dei falsi miti su cui si era retta la cosiddetta prima Repubblica. Cosa che con fatica sta avvenendo, un po’ per merito dell’irrimediabile oblio che avvolge i fatti storici, un po’ per la maturazione delle nuove classi politiche sia a destra che a sinistra.
Oltre la narrazione
Eppure qualche incrostazione resta anche se forse non è più compito dell’annalista di professione rimuoverla. I luoghi comuni resistono perché veicolati dai mass media, dalla televisione, dal cinema che preferiscono il cliché. Lo sforzo di Pansa, al di là dei meriti letterari che non sta a noi qui giudicare, è di fornire materiale psicologico, sebbene fondato su documenti; spesso nel romanzo, l’impatto narrativo cede infatti il posto all’intento didascalico, talvolta snervante perché l’autore immola la storia particolare, sull’altare della Storia generale. E non riuscendo a esimersi dal fornire con precisione al lettore riscontri oggettivi, date, nomi, luoghi geografici, strategie militari, analisi politiche, mettendoli in bocca ai protagonisti, rischia l’inverosimile narrativo, quasi che tutte le figure descritte non fossero parte in causa delle vicende, semmai veicoli dell’autore per fare storia in altro modo.
Ciononostante su un affresco vario e convincente della borghesia agraria emiliana, disegnate con maestria e umana pietas, si stagliano alcune figure, specie quella di Nora Conforti, il fulcro attorno al quale ruota l’intero dramma: giovane donna, figlia, madre, moglie, uccisa in un agguato appena ventiquattrenne, il 31 ottobre 1946, incolpevole vittima della diabolica follia che divise le famiglie, i fratelli, i paesi, l’Italia.
La Resistenza come mito fondante della Repubblica d’altronde poggiava sulla manifesta menzogna di molti storici sostenuti dalla politica, e più latamente sull’apporto di altri generi, come il romanzo e la memorialistica – più consoni a far vibrare e sedimentare sentimenti collettivi – che per decenni hanno “educato” nelle scuole le giovani generazioni.
Il romanzo di Pansa sarà dunque utile, come molta recente fiction televisiva, a riequilibrare anche per una platea più vasta le ragioni e i torti di quegli anni.
Mentre ci si allontana sempre più dal magma, mentre si affievoliscono i ricordi personali e scompaiono, non possiamo che auspicare non una beota dimenticanza né una forzata riscrittura, semmai una sincera opera di riconciliazione. (il Domenicale)
sabato 17 maggio 2008
La frode di Rigoberta Menchù. Guglielmo Piombini
Dopo il crollo del comunismo la sinistra occidentale è riuscita a conservare la propria egemonia culturale riconvertendosi dal marxismo al multiculturalismo. La sinistra multiculturalista non concentra più le sue critiche sulle strutture economiche della società capitalistica, come prescriveva il marxismo classico. Quasi nessuno oggi ha più il coraggio di chiedere l’abolizione della proprietà privata o la collettivizzazione dei mezzi di produzione. L’attacco prende invece di mira invece le “sovrastrutture” culturali della società, secondo la lezione di Antonio Gramsci e della Scuola di Francoforte.
Dietro una facciata relativista, il multiculturalismo combatte tutto ciò che appartiene al passato storico dell’Europa. Quest’odio profondo per il nostro retaggio religioso e culturale, motivato da un intenso sentimento di rivalsa, si manifesta con l’esaltazione acritica di tutte le culture estranee all’Occidente, comprese le più aberranti, e con il desiderio frenetico di ripopolare il vecchio continente con immigrati extraeuropei anche apertamente ostili.
Questa premessa serve a spiegare il senso di una delle operazioni propagandistiche più riuscite alla sinistra internazionale negli ultimi decenni: la creazione del mito di Rigoberta Menchú, l’indigena guatemalteca di etnia maya vincitrice nel 1992, a soli trentatre anni, del premio Nobel per la Pace. La fama della Menchú si deve al libro di memorie scritto nel 1983 dall’antropologa Elisabeth Burgos Debray, l’ex moglie del famoso rivoluzionario francese Régis Debray, la quale nel 1982 trascorse otto giorni nel suo appartamento parigino sollecitando e registrando il lungo racconto di Rigoberta (l’edizione italiana, pubblicata dalla casa editrice Giunti di Firenze con il titolo Mi chiamo Rigoberta Menchú, è del 1987).
Il successo nelle librerie, nelle scuole e nelle università fu immediato, e fece della Menchú il simbolo degli indigeni dell’emisfero occidentale depredati e oppressi dai conquistatori europei. Come povera donna indios, la Menchú era un’icona perfetta del multiculturalismo perché riassumeva in sé tutte le caratteristiche più apprezzate dalle ideologie alla moda tra gli intellettuali progressisti.
Verso la metà degli anni Novanta cominciarono però a sorgere i primi dubbi sulla veridicità del suo racconto, anche perché sembrava strano che una contadina illetterata dell’America Centrale usasse con tanta disinvoltura il tipico frasario marxista dei radical-chic occidentali. L’antropologo americano David Stoll fece delle accurate verifiche sul campo e nel 1999 pubblicò i risultati delle sue ricerche, che smascheravano cumuli di menzogne presenti nella testimonianza della Menchú.
L’editore e giornalista libertario Leonardo Facco, esperto del mondo latinoamericano, ripercorre i retroscena di questo clamoroso inganno in un libro agile ed efficace appena pubblicato dall’editore Rubbettino di Soveria Mannelli: Si chiama Rigoberta Menchú. Un controverso premio Nobel (78 pp., € 10,00). La famiglia della Menchú, ricorda Facco, non era affatto povera, perché suo padre possedeva quasi tremila ettari di terra coltivabile; le dispute per questo terreno non nascevano dai tentativi di esproprio da parte dei ricchi proprietari terrieri discendenti dei conquistadores, ma da squallide beghe famigliari; suo padre non venne bruciato vivo dai militari all’interno dell’ambasciata di Spagna, ma rimase vittima di un incendio causato dalle bottiglie molotov dei dimostranti; anche le uccisioni della madre, di tre fratelli e del nipotino compiute dalla polizia sono un’invenzione; la Menchú sostiene di essere rimasta analfabeta fino all’età adulta, ma risulta che abbia frequentato per otto mesi all’anno un ottimo collegio religioso privato; questo fatto rendeva impossibile la sua partecipazione alle attività politiche e insurrezionali descritte nel libro.
Non c’è da meravigliarsi che in Guatemala la Menchú non sia mai stata popolare come all’estero. I suoi concittadini sanno benissimo che le storie che racconta al pubblico occidentale sono piene di falsità e di esagerazioni. Alle recenti elezioni presidenziali, che si sono svolte il 9 Settembre 2007, la “portavoce del popolo oppresso” ha rimediato infatti un misero 3,05 % dei voti, nel silenzio imbarazzato degli organi d’informazione che hanno cercato di dare il minor risalto possibile alla notizia.
La Menchú si difende dalle denunce di frode accusando David Stoll di “razzismo”, rispondendo elusivamente a tutte le obiezioni specifiche, e contestando la trascrizione di Elisabeth Burgos, con la quale è in lite per i diritti d’autore del libro. Gli intellettuali di sinistra continuano ad esaltarla perché “qualche inesattezza nel racconto non inficia la bontà della sua causa”, e il comitato per il Nobel si è rifiutato di ritirarle il premio. Come scrive Romano Bracalini nella prefazione del libro di Leonardo Facco, la menzogna è sempre stata un portato della dottrina totalitaria ed il comunismo ne ha fatta un’arte insuperata. Rigoberta Menchú viene dalla medesima scuola d’impostura. (Il Domenicale, 20 ottobre 2007)
Dietro una facciata relativista, il multiculturalismo combatte tutto ciò che appartiene al passato storico dell’Europa. Quest’odio profondo per il nostro retaggio religioso e culturale, motivato da un intenso sentimento di rivalsa, si manifesta con l’esaltazione acritica di tutte le culture estranee all’Occidente, comprese le più aberranti, e con il desiderio frenetico di ripopolare il vecchio continente con immigrati extraeuropei anche apertamente ostili.
Questa premessa serve a spiegare il senso di una delle operazioni propagandistiche più riuscite alla sinistra internazionale negli ultimi decenni: la creazione del mito di Rigoberta Menchú, l’indigena guatemalteca di etnia maya vincitrice nel 1992, a soli trentatre anni, del premio Nobel per la Pace. La fama della Menchú si deve al libro di memorie scritto nel 1983 dall’antropologa Elisabeth Burgos Debray, l’ex moglie del famoso rivoluzionario francese Régis Debray, la quale nel 1982 trascorse otto giorni nel suo appartamento parigino sollecitando e registrando il lungo racconto di Rigoberta (l’edizione italiana, pubblicata dalla casa editrice Giunti di Firenze con il titolo Mi chiamo Rigoberta Menchú, è del 1987).
Il successo nelle librerie, nelle scuole e nelle università fu immediato, e fece della Menchú il simbolo degli indigeni dell’emisfero occidentale depredati e oppressi dai conquistatori europei. Come povera donna indios, la Menchú era un’icona perfetta del multiculturalismo perché riassumeva in sé tutte le caratteristiche più apprezzate dalle ideologie alla moda tra gli intellettuali progressisti.
Verso la metà degli anni Novanta cominciarono però a sorgere i primi dubbi sulla veridicità del suo racconto, anche perché sembrava strano che una contadina illetterata dell’America Centrale usasse con tanta disinvoltura il tipico frasario marxista dei radical-chic occidentali. L’antropologo americano David Stoll fece delle accurate verifiche sul campo e nel 1999 pubblicò i risultati delle sue ricerche, che smascheravano cumuli di menzogne presenti nella testimonianza della Menchú.
L’editore e giornalista libertario Leonardo Facco, esperto del mondo latinoamericano, ripercorre i retroscena di questo clamoroso inganno in un libro agile ed efficace appena pubblicato dall’editore Rubbettino di Soveria Mannelli: Si chiama Rigoberta Menchú. Un controverso premio Nobel (78 pp., € 10,00). La famiglia della Menchú, ricorda Facco, non era affatto povera, perché suo padre possedeva quasi tremila ettari di terra coltivabile; le dispute per questo terreno non nascevano dai tentativi di esproprio da parte dei ricchi proprietari terrieri discendenti dei conquistadores, ma da squallide beghe famigliari; suo padre non venne bruciato vivo dai militari all’interno dell’ambasciata di Spagna, ma rimase vittima di un incendio causato dalle bottiglie molotov dei dimostranti; anche le uccisioni della madre, di tre fratelli e del nipotino compiute dalla polizia sono un’invenzione; la Menchú sostiene di essere rimasta analfabeta fino all’età adulta, ma risulta che abbia frequentato per otto mesi all’anno un ottimo collegio religioso privato; questo fatto rendeva impossibile la sua partecipazione alle attività politiche e insurrezionali descritte nel libro.
Non c’è da meravigliarsi che in Guatemala la Menchú non sia mai stata popolare come all’estero. I suoi concittadini sanno benissimo che le storie che racconta al pubblico occidentale sono piene di falsità e di esagerazioni. Alle recenti elezioni presidenziali, che si sono svolte il 9 Settembre 2007, la “portavoce del popolo oppresso” ha rimediato infatti un misero 3,05 % dei voti, nel silenzio imbarazzato degli organi d’informazione che hanno cercato di dare il minor risalto possibile alla notizia.
La Menchú si difende dalle denunce di frode accusando David Stoll di “razzismo”, rispondendo elusivamente a tutte le obiezioni specifiche, e contestando la trascrizione di Elisabeth Burgos, con la quale è in lite per i diritti d’autore del libro. Gli intellettuali di sinistra continuano ad esaltarla perché “qualche inesattezza nel racconto non inficia la bontà della sua causa”, e il comitato per il Nobel si è rifiutato di ritirarle il premio. Come scrive Romano Bracalini nella prefazione del libro di Leonardo Facco, la menzogna è sempre stata un portato della dottrina totalitaria ed il comunismo ne ha fatta un’arte insuperata. Rigoberta Menchú viene dalla medesima scuola d’impostura. (Il Domenicale, 20 ottobre 2007)
lunedì 12 maggio 2008
Marco, megafono delle Procure. Filippo Facci
Sul serio: che dobbiamo fare con Marco Travaglio? Perché vedete, quelle di Marco Travaglio non sono «opinione diverse»: sono piccole e grandi falsità mischiate a omissioni, ciò che nell’insieme forma una cosa che si chiama propaganda. Che sia per se stesso, o per i suoi amici, è propaganda. E che dovremmo fare? Si sbaglia in ogni caso. Se te ne occupi fai il suo gioco vanesio e legittimante, oltretutto perdi un sacco di tempo perché la quantità di cose appunto false e omissive da lui dette è talmente clamorosa da rischiar di consumare, solo per replicargli e smentire, tutto il tuo tempo e tutti i tuoi articoli. Se invece non te ne occupi, viceversa, c’è il rischio che il silenzio passi per assenso e dunque che lui, per farsi notare e fare sempre più il fenomeno, ogni volta alzi la posta delle cretinate che scrive e che ripete a pappagallo. Che fare, dunque? Va considerato peraltro che l’ego pubblico del ragazzo è talmente devastante da farlo esser fuori casa sette giorni su sette: presentazioni di libri suoi, libri di altri, spettacoli teatrali, girotondi, kermesse satiriche, comizi di Grillo, convegni organizzati da circoli culturali o da banche, soprattutto talk show illiberali sinché non lo invitano, questo secondo uno schema nondimeno brutale: se l’invitano deve poter dire qualsiasi cosa di questo regime, sennò è la prova che il regime c’è; se non l’invitano, be’, vuol dire che il regime c’è definitivamente.A proposito: Biagi è stato cacciato. Non è vero, è documentalmente provato che è falso, niente di serio prova il contrario: ma a lui e altri lo ripetono sperando che la cosa passi in cavalleria. Propaganda? I signori conduttori, nel dubbio, lo invitano. Travaglio oltretutto alza gli ascolti perché attira sia i descolarizzati & frustrati che lo amano (target Di Pietro) sia quelli che lo detestano e allora lo guardano come si guarda, dicendo «che schifo», un gatto spiaccicato sull’autostrada. Nel frattempo il terzo gode: si chiami Santoro, Fazio o chi volete. Che ci vuole: è sufficiente dissociarsi con una formuletta. L’ha fatto l’altro giorno Fabio Fazio, tutto contento, perché Travaglio è uno che fa comunque rumore e che fa parlare della tua trasmissione. Travaglio ha detto cose orrende del neopresidente del Senato, Renato Schifani, estraendo dal cappello alcune remote frequentazioni tra lui e altra gente che è stato indagata per mafia 18 anni dopo.
A Travaglio non par vero di potersi auto-associare a giornalisti come Lirio Abbate (persona seria, minacciata dalla mafia, ma essenzialmente cronista come Travaglio non è mai stato) o come Roberto Saviano, l’autore di Gomorra che ad Annozero, qualche settimana fa, in confronto, ha fatto sembrare Travaglio come un figurino patetico e impiccato ai suoi verbalini. Minacce mafiose: conoscendolo, è la medaglia cui Travaglio ambirebbe maggiormente. E una bella scorta, magari. Perché lui è libero e il regime vuole ucciderlo, mentre non siamo prigionieri e non ci fila nessuno: lo schema, involuto, è questo. Da capo: che fare, dunque? Non se ne uscirà, di questo passo. La logica degli ascolti e la vanità di questo addetto stampa della magistratura italiana presto ce lo mostrerà anche alla Prova del cuoco ad accusare Giuliano Ferrara di essere grasso (la sfottò per difetti fisici è una sua ossessione, da fascistello qual è) o a spiegare che la lobby dei tacchini natalizi era chiaramente citata nel «Piano di Rinascita nazionale» caro a Licio Gelli. Perché un altro punto, e ve lo dice uno che i verbali giudiziari li ha letti e masticati per vent’anni, è che Travaglio non è uno appunto che ha «opinioni diverse», Travaglio è un cialtrone. Marco Travaglio è un grandissimo cialtrone inviso a qualsiasi persona intellettualmente onesta e minimamente informata. È la faziosità pura, la riproposizione dei passaggi di alcune sentenze al posto di altri, di certi verbali al posto di altri, di certi avversari al posto di altri. È l’enfasi delle sentenze di condanna e in caso di assoluzione è la sottolineatura delle parti che la condanna auspicavano. È l’invenzione di status giuridici inesistenti (prescritto al posto di non colpevole, soprattutto) o è la citazione dell’articolo articolo 530 come «insufficienza di prove» anziché «assoluzione perché il fatto non sussiste». È dire «in nessun paese del mondo avviene che» anche se non è vero, sapendo che nessuno o quasi andrà a controllare: vedasi il caso delle intercettazioni telefoniche, o del celebre conflitto di interessi, che negli Usa sarebbe tranquillamente tollerato come ha ripetuto Al Gore di recente. Più in generale, Marco Travaglio è un fracco di balle di cui nessuno si accorge perché lui è così «documentato» che nessuno si prende la briga di controllare, tantomeno conduttori e direttori e capiredattori. Per anni Travaglio ha attribuito a Paolo Borsellino la citazione di una telefonata tra Mangano e Dell’Utri dove si parlava di droga: appreso che questa telefonata non è mai esistita, lui ha continuato a citarla. Travaglio ha scritto balle contro Mediaset e Fedele Confalonieri: condannato, ma non lo sa nessuno. Ha scritto balle contro Cesare Previti: condannato, ma non lo sa nessuno. E pochi sanno degli errori materiali (chiedete a Giuseppe Ayala) e pochi sanno dei casi di omonimia di cui ha dovuto scusarsi (chiedete a Pier Ferdinando Casini, Giuseppe Fallica e Antonio Socci) e pochi sanno soprattutto delle tantissime sciocchezze e omissioni che nessuno sta neppure a smentire.
All’ultimo Annozero Travaglio ha detto che Grillo non può essersi arricchito con l’antipolitica perché i quattro milioni di euro da lui dichiarati, in realtà, sono del 2005, e cioè di quando i vaffanculo day neppure li faceva. Non è vero, sono i redditi dell’anno scorso: ma a lui basta dirlo. Al V-day di qualche settimana fa Travaglio ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria e ha detto che anche L’Unità percepisce contributi «come tutti i giornali italiani»: e non è vero, perché la sua Unità percepisce più contributi di tutti, in quanto stampa politica come tantissimi altri giornali non sono. Se vai suo internet e cerchi l’ultimo articolo di Travaglio contro Gianni Alemanno, nei sindaco di Roma, trovi le accuse più incredibili contro di lui ma neppure la citazione del dettaglio che è stato assolto. Sempre assolto. Il nostro precisino sa essere tremendamente impreciso: ogni volta alza la posta dell’invettiva, abbassa l’asticella del target e tutto il resto è regime: magari citando e ricitando Montanelli. Quando un Montanelli redivivo, oggi, a uno come Travaglio, gli rilascerebbe sul sedere un bel verbale a forma di tacco. (il Giornale)
A Travaglio non par vero di potersi auto-associare a giornalisti come Lirio Abbate (persona seria, minacciata dalla mafia, ma essenzialmente cronista come Travaglio non è mai stato) o come Roberto Saviano, l’autore di Gomorra che ad Annozero, qualche settimana fa, in confronto, ha fatto sembrare Travaglio come un figurino patetico e impiccato ai suoi verbalini. Minacce mafiose: conoscendolo, è la medaglia cui Travaglio ambirebbe maggiormente. E una bella scorta, magari. Perché lui è libero e il regime vuole ucciderlo, mentre non siamo prigionieri e non ci fila nessuno: lo schema, involuto, è questo. Da capo: che fare, dunque? Non se ne uscirà, di questo passo. La logica degli ascolti e la vanità di questo addetto stampa della magistratura italiana presto ce lo mostrerà anche alla Prova del cuoco ad accusare Giuliano Ferrara di essere grasso (la sfottò per difetti fisici è una sua ossessione, da fascistello qual è) o a spiegare che la lobby dei tacchini natalizi era chiaramente citata nel «Piano di Rinascita nazionale» caro a Licio Gelli. Perché un altro punto, e ve lo dice uno che i verbali giudiziari li ha letti e masticati per vent’anni, è che Travaglio non è uno appunto che ha «opinioni diverse», Travaglio è un cialtrone. Marco Travaglio è un grandissimo cialtrone inviso a qualsiasi persona intellettualmente onesta e minimamente informata. È la faziosità pura, la riproposizione dei passaggi di alcune sentenze al posto di altri, di certi verbali al posto di altri, di certi avversari al posto di altri. È l’enfasi delle sentenze di condanna e in caso di assoluzione è la sottolineatura delle parti che la condanna auspicavano. È l’invenzione di status giuridici inesistenti (prescritto al posto di non colpevole, soprattutto) o è la citazione dell’articolo articolo 530 come «insufficienza di prove» anziché «assoluzione perché il fatto non sussiste». È dire «in nessun paese del mondo avviene che» anche se non è vero, sapendo che nessuno o quasi andrà a controllare: vedasi il caso delle intercettazioni telefoniche, o del celebre conflitto di interessi, che negli Usa sarebbe tranquillamente tollerato come ha ripetuto Al Gore di recente. Più in generale, Marco Travaglio è un fracco di balle di cui nessuno si accorge perché lui è così «documentato» che nessuno si prende la briga di controllare, tantomeno conduttori e direttori e capiredattori. Per anni Travaglio ha attribuito a Paolo Borsellino la citazione di una telefonata tra Mangano e Dell’Utri dove si parlava di droga: appreso che questa telefonata non è mai esistita, lui ha continuato a citarla. Travaglio ha scritto balle contro Mediaset e Fedele Confalonieri: condannato, ma non lo sa nessuno. Ha scritto balle contro Cesare Previti: condannato, ma non lo sa nessuno. E pochi sanno degli errori materiali (chiedete a Giuseppe Ayala) e pochi sanno dei casi di omonimia di cui ha dovuto scusarsi (chiedete a Pier Ferdinando Casini, Giuseppe Fallica e Antonio Socci) e pochi sanno soprattutto delle tantissime sciocchezze e omissioni che nessuno sta neppure a smentire.
All’ultimo Annozero Travaglio ha detto che Grillo non può essersi arricchito con l’antipolitica perché i quattro milioni di euro da lui dichiarati, in realtà, sono del 2005, e cioè di quando i vaffanculo day neppure li faceva. Non è vero, sono i redditi dell’anno scorso: ma a lui basta dirlo. Al V-day di qualche settimana fa Travaglio ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria e ha detto che anche L’Unità percepisce contributi «come tutti i giornali italiani»: e non è vero, perché la sua Unità percepisce più contributi di tutti, in quanto stampa politica come tantissimi altri giornali non sono. Se vai suo internet e cerchi l’ultimo articolo di Travaglio contro Gianni Alemanno, nei sindaco di Roma, trovi le accuse più incredibili contro di lui ma neppure la citazione del dettaglio che è stato assolto. Sempre assolto. Il nostro precisino sa essere tremendamente impreciso: ogni volta alza la posta dell’invettiva, abbassa l’asticella del target e tutto il resto è regime: magari citando e ricitando Montanelli. Quando un Montanelli redivivo, oggi, a uno come Travaglio, gli rilascerebbe sul sedere un bel verbale a forma di tacco. (il Giornale)
venerdì 9 maggio 2008
Il Faraone-ombra. Orso Di Pietra
Chi fece secco Giovanni Conso? Chi liquidò Alfredo Biondi? Chi provocò la cacciata di Filippo Mancuso? Chi mise in croce Roberto Castelli? E chi tormentò Clemente Mastella? Per spiegare la catena di incidenti, accidenti e traversie varie capitate ai Guardasigilli succedutisi dal ’92 ad oggi, si parla della “ maledizione di via Arenula”. Come se al confine del vecchio Ghetto di Roma fosse stata scoperta la tomba di Tutankamon. E lo spirito del Faraone, imbufalito per essere stato svegliato dal riposo eterno, avesse deciso di vendicarsi di tutti i titolari del Ministero della Giustizia. Ma quale Tutankamon! Il Faraone ha un nome ed un cognome. Ed è quello di chi dal ’92 ad oggi, indossando i panni del Guardasigilli-ombra, ha fatto le bucce ai Guardasigilli al sole costruendoci sopra il proprio successo politico. Si chiama Di Pietro. E che per esorcizzare la sua maledizione basta non ascoltarlo. “Rompe-Antonio”, “rompe-Antonio”... (l'Opinione)
Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio dei Ministri
Un sogno si avvera: l'ho scritto, così lo rileggo tutte le volte che voglio.
Finalmente Berlusconi è ritornato Presidente del Consiglio.
Facciamoci i complimenti noi che ci abbiamo sempre creduto e lo abbiamo sempre voluto.
E' realtà, è lui il Presidente.
Grazie, Silvio.
Finalmente Berlusconi è ritornato Presidente del Consiglio.
Facciamoci i complimenti noi che ci abbiamo sempre creduto e lo abbiamo sempre voluto.
E' realtà, è lui il Presidente.
Grazie, Silvio.
domenica 4 maggio 2008
Se anche il comico è sinistro. Paolo Pillitteri
Un conto è essere di sinistra, un altro essere sinistro. Ce lo dicevano i maestri della socialdemocrazia che si consideravano bensì marxisti, cioè di sinistra, ma di stampo revisionista e riformista, giammai “sinistri”. Non è questione di lana caprina tanto più se certi comici, vedi il Maurizio Crozza che va per la maggiore, ma anche il brillante Michele Serra, pensano di essere di sinistra ma, a tutti gli effetti, sono sinistri, univoci, undirezionali, sulla medesima via, quella al comunismo d’allora, scambiato come unica, autentica sinistra. Per Serra, le stagioni della sinistra al governo nel dopoguerra sono state troppo brevi: “neanche dieci anni su sessanta di vita repubblicana”, facendo coincidere la sinistra italiana col Pci, poi Pds, poi Ds e ora Pd, eliminando d’un sol colpo i sociaisti di Nenni, Craxi, Pertini, roba da pensiero unico. Crozza, dal canto suo, ha detto alla “Stampa” che con la morte elle utopie, non è la sinistra che non ascolta la gente, è invece la gente che non ascolta la sinistra.
Essere di sinistra, secondo l’inventore del tormentone “maanchista” veltroniano, “significa tolleranza e libertà: valori superati. Gramsci, Bordiga,Togliatti lottavano per togliere povertà e disuguaglianza, oggi si lotta per togliere l’Ici... dal Che Guevara siamo passati la Che L’ho Duro”. Ora, che Gramsci, Bordiga,Togliatti e Che Guevara siano le stelle polari del Crozza-pensiero, lo sospettavamo, pur senza stupirci. Quei nomi appartengono alla mitologia della sinistra, sono, anzi, la leggenda sinistra di un’ideologia che lungi dal rispettare tolleranza e libertà, ha realizzato, dove fu al potere per oltre settant’anni, totalitarismo, oppressione, negazione della libertà, miseria e gulag. Tutto questo si sapeva non dopo la caduta del Muro comunista ma molto, molto prima ,ed è un peccato che non sia capitato fra le mani allo studente Crozza quell’insuperabile classico di Orwell, “Animal farm”, che spiegava molto bene che cosa significasse, nell’universo repressivo della dittatura del proletariato, la parola uguaglianza: c’era sempre qualcuno più uguale degli altri.
Quanto al Che Guevara, sono da non pochi anni in vendita le biografie molto meno agiografiche e molto più obbiettive su un mito, oggi da T shirt, ma ieri quando era al governo cubano, emblema del più duro stalinismo, inflessibile fucilatore di dissidenti. Uno come Crozza, per dire, ai tempi del Che o nei regimi cari a Gramsci e a Togliatti, sarebbe finito se non alla Lubianka, certamente in gelidi campi siberiani a spaccare sassi. “Ma anche” a rieducarsi su concetti come egemonia, filosofia della prassi, dittatura del proletariato. E poi dicono che uno si butta a destra... (l'Opinione)
Essere di sinistra, secondo l’inventore del tormentone “maanchista” veltroniano, “significa tolleranza e libertà: valori superati. Gramsci, Bordiga,Togliatti lottavano per togliere povertà e disuguaglianza, oggi si lotta per togliere l’Ici... dal Che Guevara siamo passati la Che L’ho Duro”. Ora, che Gramsci, Bordiga,Togliatti e Che Guevara siano le stelle polari del Crozza-pensiero, lo sospettavamo, pur senza stupirci. Quei nomi appartengono alla mitologia della sinistra, sono, anzi, la leggenda sinistra di un’ideologia che lungi dal rispettare tolleranza e libertà, ha realizzato, dove fu al potere per oltre settant’anni, totalitarismo, oppressione, negazione della libertà, miseria e gulag. Tutto questo si sapeva non dopo la caduta del Muro comunista ma molto, molto prima ,ed è un peccato che non sia capitato fra le mani allo studente Crozza quell’insuperabile classico di Orwell, “Animal farm”, che spiegava molto bene che cosa significasse, nell’universo repressivo della dittatura del proletariato, la parola uguaglianza: c’era sempre qualcuno più uguale degli altri.
Quanto al Che Guevara, sono da non pochi anni in vendita le biografie molto meno agiografiche e molto più obbiettive su un mito, oggi da T shirt, ma ieri quando era al governo cubano, emblema del più duro stalinismo, inflessibile fucilatore di dissidenti. Uno come Crozza, per dire, ai tempi del Che o nei regimi cari a Gramsci e a Togliatti, sarebbe finito se non alla Lubianka, certamente in gelidi campi siberiani a spaccare sassi. “Ma anche” a rieducarsi su concetti come egemonia, filosofia della prassi, dittatura del proletariato. E poi dicono che uno si butta a destra... (l'Opinione)
sabato 3 maggio 2008
Un consiglio al sindacato che sta rischiando di sparire. Geminello Alvi
In Italia non c’è tragedia alla quale il destino eviti di finire in commedia. E così adesso mentre al clientelume romano e ai neocomunisti e ai postprodiani viene da piangere, al contempo ne sortisce un involontario effetto comico. Giacché fa ridere vedere compunti editorialisti del Corriere della Sera, costernati, e in rincorsa del vincitore. Per non dire dell’agitarsi delle Triadi, non quelle dei cinesi, ma sindacali. Tutti lì: a dire che non c’erano, e comunque già pronti a cambiare. Non viene da compatirli; e però sorridendo, bisogna dirlo, passa la voglia di avversarli. Bonanni che dal palco, col fazzolettone tricolore stretto in posa bracciantile, arringa la plebe di pensionati, non merita livore. E nelle Triadi forse è pure il meno peggio. Tuttavia quei poveri vecchietti, nei pullman, con le bandiere che gli si infilano in ogni pertugio, e malgrado i calli trascinati ai comizi di rito, un po’ pena la fanno. A rischio insolazione, intervallati da qualche immigrato africano ansioso di oratorio: paiono invecchiate comparse di un film anni ’70. Spremute ancora allo stremo, per recitare al posto di una classe operaia che, ingrata, vota per Berlusconi e la Lega.Del resto è la resa dei conti inevitabile, per una struttura che ha fatto finora sempre la distratta. Ma non era meno malata dei partiti; ed è in continuata cogestione, da decenni, di uno stato e di una spesa pubblica che hanno funzionato sempre peggio. Perché questo ha capito la gente che lavora; a forza di veder salire su e giù da Palazzo Chigi i sindacati, a concordare tutto e niente, comunque male. La prima prassi, direi, da terminare. Che sindacati o Confindustria debbano intervenire ogni volta su Finanziaria, Sanità e Mondo Universo è assurdo. Giacché il veto sulla politica economica spetta agli elettori, che votano i deputati, che votano il governo. Il doppio governo di chiacchiere, di un sindacato, composto per lo più da vecchi e statali è un abuso. Quindi basta coi veti, e i riti dei sindacati di padroni o lavoratori. La costituzione fissava semmai il Cnel, organo evoluto intanto a cimiteriale, come il luogo deputato per concertare, persino le proposte di legge. Passino per lì, o per una camera economica da inventare, le loro urgenze.
E smettano i rituali delle sfilate, ormai più adatte a mostrarli stanchi che forti. Insomma ritornino sindacati. Difendano i lavoratori veri nelle fabbriche, e chiedano come devono salari più alti con lotte dure e pure. Basta con le ideologie, disegni concertanti, e gli abbracci all’Euro rovinosi per i salariati. Si adeguino ai nuovi tempi, al vento che non è solo di destra, ma viene dal Nord, dall’economia più robusta. Si territorializzino. E, se sanno farlo, aiutino la costruzione di concrete comunità nel territorio. Si pensi per esempio al sovrappiù di insegnanti: si diano da fare per creare Fondazioni nelle quali riassorbirli, soccorrere il bisogno d’assistenza di bambini o degli anziani. Brighino per farsi trasferire dai comuni immobili, divengano gestori concreti. E la smettano di chiedere a noi che paghiamo le tasse di sussidiare un pubblico impiego, ch’è il problema, e non la sua soluzione. Lo stesso per le pensioni; si mettano al lavoro per spezzare l’Inps in tante mutue autogestite e magari contrattino, in cambio della riduzione di spesa statale, il conferimento di patrimoni statali inoperosi. Ma si pentano di aver voluto la controriforma Prodi. Tornino all’autogestione, al mutualismo, e alla passione. E la Cisl, potrebbe in questa impresa riuscire meglio di tutti gli altri. (il Giornale)
E smettano i rituali delle sfilate, ormai più adatte a mostrarli stanchi che forti. Insomma ritornino sindacati. Difendano i lavoratori veri nelle fabbriche, e chiedano come devono salari più alti con lotte dure e pure. Basta con le ideologie, disegni concertanti, e gli abbracci all’Euro rovinosi per i salariati. Si adeguino ai nuovi tempi, al vento che non è solo di destra, ma viene dal Nord, dall’economia più robusta. Si territorializzino. E, se sanno farlo, aiutino la costruzione di concrete comunità nel territorio. Si pensi per esempio al sovrappiù di insegnanti: si diano da fare per creare Fondazioni nelle quali riassorbirli, soccorrere il bisogno d’assistenza di bambini o degli anziani. Brighino per farsi trasferire dai comuni immobili, divengano gestori concreti. E la smettano di chiedere a noi che paghiamo le tasse di sussidiare un pubblico impiego, ch’è il problema, e non la sua soluzione. Lo stesso per le pensioni; si mettano al lavoro per spezzare l’Inps in tante mutue autogestite e magari contrattino, in cambio della riduzione di spesa statale, il conferimento di patrimoni statali inoperosi. Ma si pentano di aver voluto la controriforma Prodi. Tornino all’autogestione, al mutualismo, e alla passione. E la Cisl, potrebbe in questa impresa riuscire meglio di tutti gli altri. (il Giornale)
mercoledì 30 aprile 2008
Già che c'è, Walther butti in soffitta anche Obama. Carlo Panella
Se volete capire perché Alemanno ha vinto le elezioni, guardatevi l'immagine di quello striscione dei militanti di An steso sotto il Campidoglio festante per il neo sindaco: ''Grazie Walther! Santo subito!''.Quando la destra postfascista diventa spiritosa e autorionica, è semplicemente successo che non è più destra, non è più postfascista, è solo intelligente.
Non così la sinistra che non sa elaborare il lutto e che in questi giorni ne dice di tutti i colori sulle ragioni del suo disastro, tranne quella giusta.
E quella giusta è che non ha sbagliato su un particolare, su una campagna elettorale, su un candidato sindaco o premier, ma che ha sbagliato su tutto.
Chi non ci crede, guardi cosa sta accedendo in queste ore al mito ispiratore di Walther e di tutta la sinistra modaiola italiana: Barack Obama. Il giovane kennedyano progressista, nonché inventore dello sfigatissimo e porta iella ''We can!'' è alle prese con le sue origini culturali. Origini che hanno un nome e un cognome: il reverendo Wright. Per venti anni infatti Obama è stato adepto della sua chiesa e fedele tra i fedeli e da sempre l'ha indicato come il suo amato padre spiriturale. Oggi però Obama è stato costretto a divorziare dal suo babbo spirituale e a mandarlo a quel paese. Il reverendo, infatti, gasato dal successo del discepolo, ha iniziato un giro di conferenze in cui accusa i bianchi americani di avere inventato e diffuso l'Aids solo e unicamente per colpire i neri (tesi cara anche al presidente sudafricano nero M'beki) e che gli Usa si sono meritati l'11 settembre per la loro politica terrorista e imperialista. Obama ha ovviamente sconfessato tutto questo, ha preso le distanze, dice che non riconsoce più il reverendo, che questi è cambiato.
Ma non è così. Il reverendo Wright, estimatore dell'antisemita musulmano nero Farrhakan (alle cui marce partecipò lo stesso Obama), l'ha sempre pensata così, magari prima non la diceva così, ma la sostanza era questa.
Obama, però, non ha mai colto questo lato razzista, violento, antisemita e antiamericano della sua predicazione. Solo ora che vuole diventare presidente di tutti gli americani, di fronte alla vigile platea mediatica, è costretto a rendersene conto e troppo tardi se ne distanzia.
Walther e la sinistra italiana hanno fatto lo stesso errore con i tanto corteggiati imam dell'Ucoii (ugualmente razzisti e antisemiti) e con i tanti predicatori d'odio che hanno ospitato nelle loro immense adunate pacifiste.
Il minestrone culturale della sinistra tutto è stato, tranne che vaccinato nei confronti del razzismo, dell'antisemitismo, dell'idiozia antimperialista. Però è stato tollerante con i soprusi e le violenze non dei lavoratori immigrati -assolutamente trascurati- ma dei più parassiti e violenti tra i clandestini, sempre protetti e tollerati, in nome dell'antimerialismo alla Wright.
Il risultato si è visto. Grazie Walther.
Non così la sinistra che non sa elaborare il lutto e che in questi giorni ne dice di tutti i colori sulle ragioni del suo disastro, tranne quella giusta.
E quella giusta è che non ha sbagliato su un particolare, su una campagna elettorale, su un candidato sindaco o premier, ma che ha sbagliato su tutto.
Chi non ci crede, guardi cosa sta accedendo in queste ore al mito ispiratore di Walther e di tutta la sinistra modaiola italiana: Barack Obama. Il giovane kennedyano progressista, nonché inventore dello sfigatissimo e porta iella ''We can!'' è alle prese con le sue origini culturali. Origini che hanno un nome e un cognome: il reverendo Wright. Per venti anni infatti Obama è stato adepto della sua chiesa e fedele tra i fedeli e da sempre l'ha indicato come il suo amato padre spiriturale. Oggi però Obama è stato costretto a divorziare dal suo babbo spirituale e a mandarlo a quel paese. Il reverendo, infatti, gasato dal successo del discepolo, ha iniziato un giro di conferenze in cui accusa i bianchi americani di avere inventato e diffuso l'Aids solo e unicamente per colpire i neri (tesi cara anche al presidente sudafricano nero M'beki) e che gli Usa si sono meritati l'11 settembre per la loro politica terrorista e imperialista. Obama ha ovviamente sconfessato tutto questo, ha preso le distanze, dice che non riconsoce più il reverendo, che questi è cambiato.
Ma non è così. Il reverendo Wright, estimatore dell'antisemita musulmano nero Farrhakan (alle cui marce partecipò lo stesso Obama), l'ha sempre pensata così, magari prima non la diceva così, ma la sostanza era questa.
Obama, però, non ha mai colto questo lato razzista, violento, antisemita e antiamericano della sua predicazione. Solo ora che vuole diventare presidente di tutti gli americani, di fronte alla vigile platea mediatica, è costretto a rendersene conto e troppo tardi se ne distanzia.
Walther e la sinistra italiana hanno fatto lo stesso errore con i tanto corteggiati imam dell'Ucoii (ugualmente razzisti e antisemiti) e con i tanti predicatori d'odio che hanno ospitato nelle loro immense adunate pacifiste.
Il minestrone culturale della sinistra tutto è stato, tranne che vaccinato nei confronti del razzismo, dell'antisemitismo, dell'idiozia antimperialista. Però è stato tollerante con i soprusi e le violenze non dei lavoratori immigrati -assolutamente trascurati- ma dei più parassiti e violenti tra i clandestini, sempre protetti e tollerati, in nome dell'antimerialismo alla Wright.
Il risultato si è visto. Grazie Walther.
martedì 22 aprile 2008
Musi lunghi nei salotti. Angelo Crespi
Per la prima volta nella storia repubblicana, nessun comunista in Parlamento. Fuori dalle Camere, la sinistra massimalista rischia di perdere la propria influenza anche nel mondo della cultura. Ma per portare a termine la rivoluzione liberale non servono liste di proscrizione, bensì un progetto che rilanci il nostro Paese, attui il ricambio generazionale, ci conduca fuori dal luogocomunismo.
Il risultato è stato sorprendente. Dopo sessant’anni di Repubblica e a quasi vent’anni dalla caduta del Muro, in Parlamento non ci saranno più deputati né senatori che si ispirano direttamente al Partito Comunista. Termina quella che fu definita l’anomalia italiana: il più grande partito comunista d’Occidente capace di governare pur non stando al governo, capace di influenzare la nazione fin nel profondo dell’anima. Di fatto si chiude oggi il Novecento, secolo lungo, denso di tragedie e centinaia di milioni di persone morte per colpa delle ideologie, di cui il Comunismo è la più resistente e pervicace e assassina.
Ovvio che quella italiana fu la versione soft di una diabolica utopia, ma non per questo meno dannosa. I comunisti italiani in quarant’anni di integerrima militanza hanno sempre scelto le strade peggiori che la storia ha in seguito condannato: contro gli Alleati, contro il piano Marshall, contro le Nazioni Unite, contro la Nato, contro Israele, a favore della rivoluzione cinese, a favore dell’invasione d’Ungheria, a favore della invasione polacca, a favore di Ho Ci Min, a favore di Pol Pot, a favore di Fidel Castro, a favore di Khomeini, perfino a favore delle Brigate Rosse e dei terroristi islamici. Di fronte alla pur sommaria elencazione, appare quasi un miracolo che l’Italia abbia potuto crescere e svilupparsi, segno che al di sotto della superficie resistono millenarie radici di buon senso, realismo, cristianesimo, amore per la libertà.
Gli stessi anticorpi che hanno reagito alla prima vera prova di governo della sinistra comunista. La compagine schierata in parte sotto l’arcobaleno e in parte sotto falce e martello ha trascinato nel baratro un già debole Romano Prodi. Fa davvero specie ricordare che abbiamo avuto, fino a pochi giorni fa, presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. Due figure che riassumono alla perfezione i connotati di una sinistra massimalista, dai tratti reazionari, le cui soluzioni alla crisi della postmodernità appaiono antistoriche e utopistiche, tese tra il no alla globalizzazione in chiave pseudorivoluzionaria (Caruso) e il radicalismo laicista (Luxuria), tra un ecologismo catastrofista (Pecoraro Scanio) e un classismo di maniera (Giordano). E sotto le cui insegna ci stavano collettivisti e statalisti convinti, mondialisti e femministe d’antan, vecchi extraparlamentari, reduci del terrorismo, fautori di un nuovo terrorismo, giustizialisti.
Durante la recente campagna elettorale, mentre i comunisti di governo speravano di resistere e mostravano il volto migliore, le altre liste più radicali (Alternativa Comunista e Sinistra Critica) esprimevano – grazie alla par condicio finalmente a una platea più vasta – concetti e idee talmente iperbolici da sconfinare nell’irreale, quasi che il mondo si fosse fermato alla diatriba Stalin-Trozkij e dovessimo approntare nel più breve tempo possibile un piano quinquennale. Solo l’irresponsabile gestione dei mass media, vere case matte del pensiero unico, ha permesso una sovraesposizione di questa ideologia che risulta largamente minoritaria nel Paese, ha permesso che si prolungasse l’agonia di un sistema politico e di potere ora definitivamente morto.
E dobbiamo ringraziare non solo la vittoria di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, ma anche la caparbietà di Walter Veltroni che ha voluto tagliare con il passato e davvero oggi può dire senza timori di “non essere mai stato comunista”. Un Veltroni che si candida autorevolmente a interpretare il futuro di uno schieramente democratico e riformista. E a cui anche Berlusconi si affida per portare a termine le riforme strutturali e istituzionali.
Politicamente corretto. Stop
Lo diciamo con somma cautela: l’egemonia comunista è finita. Si apre una nuova stagione nella quale il politicamente corretto e il luogocomunismo non avranno più il peso che hanno avuto finora, almeno a livello politico o parlamentare. Certo, fuori dalla Camere restano i salotti. Ma con queste elezioni c’è la possibilità di archiviare sessant’anni di regime illiberale anche nel campo della cultura e delle arti. Allo stesso modo, la figura dell’intellettuale organico può essere dimenticata. Ovviamente, tutto dipenderà dalla capacità di governo del Pdl in un campo così complicato come quello culturale. Ma ci sono buone speranze che non vengano compiuti gli errori della passata legislatura 2001/2006, quando il Centrodestra sottovalutò il consenso negativo che poteva provenire da un mondo culturale arroccato su posizioni massimaliste.
Ancora qualche giorno fa, 490 intellettuali italiani hanno firmato sull’Unità uno scontato manifesto in favore del Pd e contro Berlusconi, dimostrando quanto sia ancora pervicace la sopravvivenza dell’intellettuale engagé, che preferisce l’ideologia alla verità delle cose, e spesso si dimostra in ritardo perfino rispetto al proprio leader che sembra invece aver metabolizzato davvero i mutamenti dei tempi.
La mania di manifestare o di dare la firma in bianco a qualsiasi appello è una delle cose più comiche dell’intellighenzia italica che – va ricordato – è composta sempre più da canzonettari, comici, attrici e attricette. Nel manifesto citato, compariva pure il nome di uno scultore morto. La difesa degli spin doctor di Veltroni se possibile è ancora più ridicola: “avevamo raccolto l’adesione con largo anticipo”, si sono scusati. Un po’ come si faceva nei formidabili Sessanta e Settanta, quando un presenzialista della firma come Jean Paul Sartre sottoscriveva in bianco qualsiasi appello, o qui da noi un gruppo di radical chic apponeva il proprio nome in calce a un delirante j’accuse contro il commissario Luigi Calabresi (che poi sarebbe stato tragicamente “giustiziato”).
Dopo una così larga vittoria politica, sarebbe un controsenso per un governo liberale stilare una lista di proscrizione che comprenda i 490 sottoscrittori del Pd ed è invece utopico pensare di redigerne una completa che annoveri le migliaia di intellettuali, professori, insegnanti, giornalisti, artisti, scrittori, attori, cantanti che in questi decenni hanno goduto di preponde e facilitazioni immeritate, deprimendo con la loro arroganza l’accademia, la scuola, l’informazione, l’arte, il cinema, la televisione.
Più sensato, lasciar perdere il passato impostando una nuova politica culturale all’insegna della libertà e del buon senso che apra nuovi orizzonti e scenari nel panorama stantio di questi anni. Per far ciò appare fondamentale, innanzitutto, l’apporto del ministro della Cultura. Solo invertendo ai massimi vertici il segno, si può sperare che a cascata muti radicalmente il risultato finale. Serve uno spoil system onesto e trasparente, attraverso il quale premiare nuove professionalità, dando vita a un ricambio generazionale che in Italia si aspetta da decenni.
Il ministero della Cultura, che molti per mancanza di lungimiranza snobbano, è l’avamposto perfetto per dar vita alla tanto preconizzata rivoluzione liberale: da quel fortino, lo hanno dimostrato i governi di sinistra, si governano centri di potere culturale importantissimi, e a maggior ragione imprescindibili oggi per la divulgazione di un pensiero finalmente libero (la Biennale, gli enti lirici, i musei, le sovrintendenze, le commissioni cinematografiche, le fondazioni…) nonché per l’implementazione di una politica dei beni culturali che sia vero motore di sviluppo dell’Italia.
I beni culturali sono infatti un patrimonio da conservare, ma anche una risorsa da sfruttare. Essi sono la specificità del nostro Paese sia in chiave identitaria che economica. Sono il giacimento inesausto di Bellezza a cui la politica deve attingere per progettare nella tradizione nuove soluzioni che ci conducano fuori dalla crisi. Solo riconoscendo nella Bellezza un valore politico si può infatti sperare che l’Italia ritrovi una propria particolare via nella globalizzazione.
La Rai è irriformabile
Più in generale è però necessario vigilare anche sull’informazione. La Rai è una formidabile generatrice di luoghi comuni, di inutili miti, di false letture del reale e della storia. Non è pensabile modificare nel profondo un patrimonio genetico che si basa su incrostazioni e militanze pluridecennali. E anche lo spoil system tentato in precedenza non ha fatto che perpetuare gli antichi vizi, spesso neppure mutandone il segno. Più sensato appare invece puntare sui nuovi settori, sulle nuove tecnologie, sul multimediale aprendo spazi di libertà e di confronto dove ancora il cancro dell’ideologia non si è propagato con metastasi.
E' però necessario adoperarsi anche nel campo della scuola e dell’università, pensando a una riforma che sia innanzitutto un balzo nel passato. E cioè riportando in vita tutti quei meccanismi di meritocrazia aboliti dall’idea livellatrice post sessantottina: meritocrazia quando si tratta di valutare gli studenti e quando si tratta di valutare i docenti. Soprattutto uscire da una trita idea statalista secondo la quale lo Stato ha il compito primario di irrigimentare i propri cittadini, dalla culla alla laurea.
Infine è necessario che tutti gli uomini di buon senso prestino attenzione agli altri settori: la stampa, le case editrici (comprese le sedicenti liberali), il mondo delle arti in generale, dove l’adesione al politicamente corretto non è sintomo di una libertà agita, bensì prona acquiescenza a un sistema di favori e camarille che oggi per fortuna si sta sgretolando e quindi può essere criticato senza timore di ritorsioni. Ma che può ancora sedurre e fare proseliti per inerzia e residuale capacità attrattiva soprattutto tra gli intellettuali abituati ad abbeverarsi alle greppie della politica.
Come diceva Longanesi “tutte le rivoluzioni iniziano per strada e finiscono a tavola”. Quella comunista è finita nei salotti sempre più ammuffiti della Roma godona o della Milano radical chic. Salotti nei quali si attestano gli ultimi resistenti, pronti a sparare sul nuovo governo o sulla nuova opposizione finalmente riformista. (il Domenicale)
Il risultato è stato sorprendente. Dopo sessant’anni di Repubblica e a quasi vent’anni dalla caduta del Muro, in Parlamento non ci saranno più deputati né senatori che si ispirano direttamente al Partito Comunista. Termina quella che fu definita l’anomalia italiana: il più grande partito comunista d’Occidente capace di governare pur non stando al governo, capace di influenzare la nazione fin nel profondo dell’anima. Di fatto si chiude oggi il Novecento, secolo lungo, denso di tragedie e centinaia di milioni di persone morte per colpa delle ideologie, di cui il Comunismo è la più resistente e pervicace e assassina.
Ovvio che quella italiana fu la versione soft di una diabolica utopia, ma non per questo meno dannosa. I comunisti italiani in quarant’anni di integerrima militanza hanno sempre scelto le strade peggiori che la storia ha in seguito condannato: contro gli Alleati, contro il piano Marshall, contro le Nazioni Unite, contro la Nato, contro Israele, a favore della rivoluzione cinese, a favore dell’invasione d’Ungheria, a favore della invasione polacca, a favore di Ho Ci Min, a favore di Pol Pot, a favore di Fidel Castro, a favore di Khomeini, perfino a favore delle Brigate Rosse e dei terroristi islamici. Di fronte alla pur sommaria elencazione, appare quasi un miracolo che l’Italia abbia potuto crescere e svilupparsi, segno che al di sotto della superficie resistono millenarie radici di buon senso, realismo, cristianesimo, amore per la libertà.
Gli stessi anticorpi che hanno reagito alla prima vera prova di governo della sinistra comunista. La compagine schierata in parte sotto l’arcobaleno e in parte sotto falce e martello ha trascinato nel baratro un già debole Romano Prodi. Fa davvero specie ricordare che abbiamo avuto, fino a pochi giorni fa, presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. Due figure che riassumono alla perfezione i connotati di una sinistra massimalista, dai tratti reazionari, le cui soluzioni alla crisi della postmodernità appaiono antistoriche e utopistiche, tese tra il no alla globalizzazione in chiave pseudorivoluzionaria (Caruso) e il radicalismo laicista (Luxuria), tra un ecologismo catastrofista (Pecoraro Scanio) e un classismo di maniera (Giordano). E sotto le cui insegna ci stavano collettivisti e statalisti convinti, mondialisti e femministe d’antan, vecchi extraparlamentari, reduci del terrorismo, fautori di un nuovo terrorismo, giustizialisti.
Durante la recente campagna elettorale, mentre i comunisti di governo speravano di resistere e mostravano il volto migliore, le altre liste più radicali (Alternativa Comunista e Sinistra Critica) esprimevano – grazie alla par condicio finalmente a una platea più vasta – concetti e idee talmente iperbolici da sconfinare nell’irreale, quasi che il mondo si fosse fermato alla diatriba Stalin-Trozkij e dovessimo approntare nel più breve tempo possibile un piano quinquennale. Solo l’irresponsabile gestione dei mass media, vere case matte del pensiero unico, ha permesso una sovraesposizione di questa ideologia che risulta largamente minoritaria nel Paese, ha permesso che si prolungasse l’agonia di un sistema politico e di potere ora definitivamente morto.
E dobbiamo ringraziare non solo la vittoria di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, ma anche la caparbietà di Walter Veltroni che ha voluto tagliare con il passato e davvero oggi può dire senza timori di “non essere mai stato comunista”. Un Veltroni che si candida autorevolmente a interpretare il futuro di uno schieramente democratico e riformista. E a cui anche Berlusconi si affida per portare a termine le riforme strutturali e istituzionali.
Politicamente corretto. Stop
Lo diciamo con somma cautela: l’egemonia comunista è finita. Si apre una nuova stagione nella quale il politicamente corretto e il luogocomunismo non avranno più il peso che hanno avuto finora, almeno a livello politico o parlamentare. Certo, fuori dalla Camere restano i salotti. Ma con queste elezioni c’è la possibilità di archiviare sessant’anni di regime illiberale anche nel campo della cultura e delle arti. Allo stesso modo, la figura dell’intellettuale organico può essere dimenticata. Ovviamente, tutto dipenderà dalla capacità di governo del Pdl in un campo così complicato come quello culturale. Ma ci sono buone speranze che non vengano compiuti gli errori della passata legislatura 2001/2006, quando il Centrodestra sottovalutò il consenso negativo che poteva provenire da un mondo culturale arroccato su posizioni massimaliste.
Ancora qualche giorno fa, 490 intellettuali italiani hanno firmato sull’Unità uno scontato manifesto in favore del Pd e contro Berlusconi, dimostrando quanto sia ancora pervicace la sopravvivenza dell’intellettuale engagé, che preferisce l’ideologia alla verità delle cose, e spesso si dimostra in ritardo perfino rispetto al proprio leader che sembra invece aver metabolizzato davvero i mutamenti dei tempi.
La mania di manifestare o di dare la firma in bianco a qualsiasi appello è una delle cose più comiche dell’intellighenzia italica che – va ricordato – è composta sempre più da canzonettari, comici, attrici e attricette. Nel manifesto citato, compariva pure il nome di uno scultore morto. La difesa degli spin doctor di Veltroni se possibile è ancora più ridicola: “avevamo raccolto l’adesione con largo anticipo”, si sono scusati. Un po’ come si faceva nei formidabili Sessanta e Settanta, quando un presenzialista della firma come Jean Paul Sartre sottoscriveva in bianco qualsiasi appello, o qui da noi un gruppo di radical chic apponeva il proprio nome in calce a un delirante j’accuse contro il commissario Luigi Calabresi (che poi sarebbe stato tragicamente “giustiziato”).
Dopo una così larga vittoria politica, sarebbe un controsenso per un governo liberale stilare una lista di proscrizione che comprenda i 490 sottoscrittori del Pd ed è invece utopico pensare di redigerne una completa che annoveri le migliaia di intellettuali, professori, insegnanti, giornalisti, artisti, scrittori, attori, cantanti che in questi decenni hanno goduto di preponde e facilitazioni immeritate, deprimendo con la loro arroganza l’accademia, la scuola, l’informazione, l’arte, il cinema, la televisione.
Più sensato, lasciar perdere il passato impostando una nuova politica culturale all’insegna della libertà e del buon senso che apra nuovi orizzonti e scenari nel panorama stantio di questi anni. Per far ciò appare fondamentale, innanzitutto, l’apporto del ministro della Cultura. Solo invertendo ai massimi vertici il segno, si può sperare che a cascata muti radicalmente il risultato finale. Serve uno spoil system onesto e trasparente, attraverso il quale premiare nuove professionalità, dando vita a un ricambio generazionale che in Italia si aspetta da decenni.
Il ministero della Cultura, che molti per mancanza di lungimiranza snobbano, è l’avamposto perfetto per dar vita alla tanto preconizzata rivoluzione liberale: da quel fortino, lo hanno dimostrato i governi di sinistra, si governano centri di potere culturale importantissimi, e a maggior ragione imprescindibili oggi per la divulgazione di un pensiero finalmente libero (la Biennale, gli enti lirici, i musei, le sovrintendenze, le commissioni cinematografiche, le fondazioni…) nonché per l’implementazione di una politica dei beni culturali che sia vero motore di sviluppo dell’Italia.
I beni culturali sono infatti un patrimonio da conservare, ma anche una risorsa da sfruttare. Essi sono la specificità del nostro Paese sia in chiave identitaria che economica. Sono il giacimento inesausto di Bellezza a cui la politica deve attingere per progettare nella tradizione nuove soluzioni che ci conducano fuori dalla crisi. Solo riconoscendo nella Bellezza un valore politico si può infatti sperare che l’Italia ritrovi una propria particolare via nella globalizzazione.
La Rai è irriformabile
Più in generale è però necessario vigilare anche sull’informazione. La Rai è una formidabile generatrice di luoghi comuni, di inutili miti, di false letture del reale e della storia. Non è pensabile modificare nel profondo un patrimonio genetico che si basa su incrostazioni e militanze pluridecennali. E anche lo spoil system tentato in precedenza non ha fatto che perpetuare gli antichi vizi, spesso neppure mutandone il segno. Più sensato appare invece puntare sui nuovi settori, sulle nuove tecnologie, sul multimediale aprendo spazi di libertà e di confronto dove ancora il cancro dell’ideologia non si è propagato con metastasi.
E' però necessario adoperarsi anche nel campo della scuola e dell’università, pensando a una riforma che sia innanzitutto un balzo nel passato. E cioè riportando in vita tutti quei meccanismi di meritocrazia aboliti dall’idea livellatrice post sessantottina: meritocrazia quando si tratta di valutare gli studenti e quando si tratta di valutare i docenti. Soprattutto uscire da una trita idea statalista secondo la quale lo Stato ha il compito primario di irrigimentare i propri cittadini, dalla culla alla laurea.
Infine è necessario che tutti gli uomini di buon senso prestino attenzione agli altri settori: la stampa, le case editrici (comprese le sedicenti liberali), il mondo delle arti in generale, dove l’adesione al politicamente corretto non è sintomo di una libertà agita, bensì prona acquiescenza a un sistema di favori e camarille che oggi per fortuna si sta sgretolando e quindi può essere criticato senza timore di ritorsioni. Ma che può ancora sedurre e fare proseliti per inerzia e residuale capacità attrattiva soprattutto tra gli intellettuali abituati ad abbeverarsi alle greppie della politica.
Come diceva Longanesi “tutte le rivoluzioni iniziano per strada e finiscono a tavola”. Quella comunista è finita nei salotti sempre più ammuffiti della Roma godona o della Milano radical chic. Salotti nei quali si attestano gli ultimi resistenti, pronti a sparare sul nuovo governo o sulla nuova opposizione finalmente riformista. (il Domenicale)
lunedì 21 aprile 2008
L'unico cattivo d'Italia. Alfio Caruso
Finalmente abbiamo il gran cattivo d'Italia. Nel Paese dei troppi santi l'unico reprobo è Bruno Contrada. Vinto dalla Storia e sconfitto dallo Stato, che lo ha marchiato quale traditore di Boris Giuliano, di Ninni Cassarà, di Beppe Montana e dei tanti sacrificatisi nella trincea del Dovere, lo sbirro settantottenne deve agonizzare e crepare in galera affinché ciascuno di noi ogni mattina si possa guardare allo specchio e sentirsi migliore. Messi da parte sia il controverso iter giudiziario (nel primo processo di appello Contrada era stato prosciolto), sia la certezza che la Legge mai è eguale per tutti (la sacrosanta assoluzione di Andreotti ha cancellato indizi superiori a quelli che hanno prodotto la condanna di Contrada), rimane incomprensibile un simile accanimento. A qualunque nemico in catene, giunto agli sgoccioli della vita, il vincitore concede il conforto degli affetti domestici, il sollievo di chiudere gli occhi nel proprio letto.
A Contrada no: nessuna pietà per chi negli anni di fango palermitani attraversava la terra di nessuno, si sporcava le mani, incontrava Saruzzu 'u spiuni (Rosario Riccobono). All'epoca i collaboratori di giustizia non erano stati ancora inventati, c'erano i confidenti e a essi si prometteva dieci nella speranza di portare a casa uno, convinti che nella sporca guerra contro Cosa Nostra il fine legittimasse i mezzi.
Una decina di giudici ha deciso che il comportamento di Contrada ha superato i confini del lecito; ha dato credito alle accuse di mafiosi da lui perseguitati prima che indossassero le sacri vesti di pseudo pentiti; ha ritenuto che le testimonianze a suo favore di molti rappresentanti delle Istituzioni non avessero alcun valore.
Niente da obiettare, rientra nella discrezionalità di ogni verdetto umano. Tuttavia, siamo sicuri che Contrada sia peggio di Previti, per sua e nostra fortuna lontano dalla galera? Che sia peggio di Priebke, il quale alle Fosse Ardeatine riuscì a essere persino più feroce della rappresaglia predisposta dal suo comando (le vittime innocenti dovevano essere 330, gli assassinati furono 335)? Possibile che le sue perizie mediche siano più inattendibili di quelle che consentirono a Gelli, riconsegnato dalle autorità svizzere, di evitare il carcere? All'epoca tre luminari della cardiologia stabilirono che le condizioni del venerabile non soltanto erano incompatibili con la detenzione, ma addirittura facevano prevedere un suo imminente decesso. Dopo oltre vent'anni Gelli ci riscalda ancora con la sua presenza contornata da dolci poesie meritevoli di premi. Né più né meno quanto è avvenuto in tempi recenti con Nino Rotolo, asceso da killer dei corleonesi al ruolo di capo mandamento di Pagliarelli. Malgrado gli ergastoli fu scarcerato grazie a compiacenti attestazioni su un cuore a pezzi, ma non tale da impedirgli di superare di slancio un muretto per partecipare ai summit della cosca.
D’altronde Contrada non ha suscitato la compassione della Chiesa, benché i suoi monsignori si siano in passato inteneriti perfino per Riina e Provenzano, né ha meritato l'apprezzamento di Dell'Utri, la cui coscienza di uomo d'onore (nel senso di Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II), ha voluto ricordare l'eroismo di Mangano, pluriomicida mafioso.
Insomma, caro Contrada, si decida a morire e non rompa. (la Stampa)
A Contrada no: nessuna pietà per chi negli anni di fango palermitani attraversava la terra di nessuno, si sporcava le mani, incontrava Saruzzu 'u spiuni (Rosario Riccobono). All'epoca i collaboratori di giustizia non erano stati ancora inventati, c'erano i confidenti e a essi si prometteva dieci nella speranza di portare a casa uno, convinti che nella sporca guerra contro Cosa Nostra il fine legittimasse i mezzi.
Una decina di giudici ha deciso che il comportamento di Contrada ha superato i confini del lecito; ha dato credito alle accuse di mafiosi da lui perseguitati prima che indossassero le sacri vesti di pseudo pentiti; ha ritenuto che le testimonianze a suo favore di molti rappresentanti delle Istituzioni non avessero alcun valore.
Niente da obiettare, rientra nella discrezionalità di ogni verdetto umano. Tuttavia, siamo sicuri che Contrada sia peggio di Previti, per sua e nostra fortuna lontano dalla galera? Che sia peggio di Priebke, il quale alle Fosse Ardeatine riuscì a essere persino più feroce della rappresaglia predisposta dal suo comando (le vittime innocenti dovevano essere 330, gli assassinati furono 335)? Possibile che le sue perizie mediche siano più inattendibili di quelle che consentirono a Gelli, riconsegnato dalle autorità svizzere, di evitare il carcere? All'epoca tre luminari della cardiologia stabilirono che le condizioni del venerabile non soltanto erano incompatibili con la detenzione, ma addirittura facevano prevedere un suo imminente decesso. Dopo oltre vent'anni Gelli ci riscalda ancora con la sua presenza contornata da dolci poesie meritevoli di premi. Né più né meno quanto è avvenuto in tempi recenti con Nino Rotolo, asceso da killer dei corleonesi al ruolo di capo mandamento di Pagliarelli. Malgrado gli ergastoli fu scarcerato grazie a compiacenti attestazioni su un cuore a pezzi, ma non tale da impedirgli di superare di slancio un muretto per partecipare ai summit della cosca.
D’altronde Contrada non ha suscitato la compassione della Chiesa, benché i suoi monsignori si siano in passato inteneriti perfino per Riina e Provenzano, né ha meritato l'apprezzamento di Dell'Utri, la cui coscienza di uomo d'onore (nel senso di Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II), ha voluto ricordare l'eroismo di Mangano, pluriomicida mafioso.
Insomma, caro Contrada, si decida a morire e non rompa. (la Stampa)
venerdì 18 aprile 2008
E' esplosa la bolla speculativa della sinistra. l'Occidentale
Dopo quasi una settimana dal voto del 13 e 14 aprile la cosa che più sorprende è la sorpresa. A parte forse Silvio Berlusconi e pochi altri, anche tra le prime file di Pd e Pdl, tra i commentatori e in genere tra chi segue la politica, ancora non ci si capacita per l’ampiezza della vittoria berlusconiana alle urne.
La cosa davvero strana è che, al contrario, i primi exit poll – quelli che prevedevano il quasi pareggio Pd-Pdl – erano accolti, magari con rassegnazione ma non certo con stupore nel centro-destra e come una conferma nel centro-sinistra.
Il fatto è che per settimane i principali giornali e quasi tutte le televisioni ci hanno come ipnotizzato con una sorta di mantra elettorale: la rimonta di Veltroni, i sondaggi ormai testa a testa, la stanchezza di Berlusconi, l’Italia che vuole facce nuove, l’Europa che non si fida della destra, il miracolo possibile dei buoni dei belli e dei bravi imbarcati sul pullman veltroniano.
Era tutto falso. Era un gigantesco wishful thinking spacciato per analisi obiettiva dei fatti. Una bolla speculativa di attese e speranze che i media hanno fatto gonfiare a dismisura fino ad accecarci tutti quanti.
Il motivo è semplice, nel giornalismo si condensa ancora una percentuale altissima di uomini e donne di sinistra: da quelli “inconsapevoli” ma di sinistra solo perché si considerano “perbene”, fino ai molti reduci del ’68 che hanno trovato nella comunicazione il surrogato ben retribuito della rivoluzione.
Parlando tra di loro, nei loro salotti, nei loro ristoranti, nelle case al mare e in collina, si convincono che il mondo è tutto come ciò che vedono. Per questo nessuno poteva immaginare la scomparsa di Bertinotti e degli altri: ma come è possibile, a Capalbio o a Cetona lo votano in tanti….?? Ma come, ieri dalla principessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare erano tutti per lui…???
Volevano tutti il pareggio (fino alla vittoria della sinistra anche il pensiero desiderante più ardito non sapeva spingersi) e così c'hanno investito idee e talenti, l’hanno coccolato, raccontato, spiegato fino all’esaurimento.
Poi il 13 e 14 aprile la bolla speculativa è esplosa e chi credeva di avere in mano voti, crediti e fiducia, si è trovato con una manciata di junk bond.
La cosa davvero strana è che, al contrario, i primi exit poll – quelli che prevedevano il quasi pareggio Pd-Pdl – erano accolti, magari con rassegnazione ma non certo con stupore nel centro-destra e come una conferma nel centro-sinistra.
Il fatto è che per settimane i principali giornali e quasi tutte le televisioni ci hanno come ipnotizzato con una sorta di mantra elettorale: la rimonta di Veltroni, i sondaggi ormai testa a testa, la stanchezza di Berlusconi, l’Italia che vuole facce nuove, l’Europa che non si fida della destra, il miracolo possibile dei buoni dei belli e dei bravi imbarcati sul pullman veltroniano.
Era tutto falso. Era un gigantesco wishful thinking spacciato per analisi obiettiva dei fatti. Una bolla speculativa di attese e speranze che i media hanno fatto gonfiare a dismisura fino ad accecarci tutti quanti.
Il motivo è semplice, nel giornalismo si condensa ancora una percentuale altissima di uomini e donne di sinistra: da quelli “inconsapevoli” ma di sinistra solo perché si considerano “perbene”, fino ai molti reduci del ’68 che hanno trovato nella comunicazione il surrogato ben retribuito della rivoluzione.
Parlando tra di loro, nei loro salotti, nei loro ristoranti, nelle case al mare e in collina, si convincono che il mondo è tutto come ciò che vedono. Per questo nessuno poteva immaginare la scomparsa di Bertinotti e degli altri: ma come è possibile, a Capalbio o a Cetona lo votano in tanti….?? Ma come, ieri dalla principessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare erano tutti per lui…???
Volevano tutti il pareggio (fino alla vittoria della sinistra anche il pensiero desiderante più ardito non sapeva spingersi) e così c'hanno investito idee e talenti, l’hanno coccolato, raccontato, spiegato fino all’esaurimento.
Poi il 13 e 14 aprile la bolla speculativa è esplosa e chi credeva di avere in mano voti, crediti e fiducia, si è trovato con una manciata di junk bond.
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