venerdì 29 novembre 2013

"La politica si pentirà di essersi arresa alla magistratura"
Marina Berlusconi
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29 novembre 2013

“E’ vero, i giudici non hanno creduto all’incontro fra Andreotti e Riina, ma noi che potevamo fare? In questo paese vige l’obbligatorietà dell’azione penale”. Così Gian Carlo Caselli dopo la sentenza. “L’obbligatorietà dell’azione penale è una forma di ipocrisia”. Così Luciano Violante ieri in un’intervista. Non è una polemica diretta visto che sono passati giusto vent’anni fra una dichiarazione e l’altra. Le cose cambiano. Del resto alla fine degli anni 80 ricordo un dibattito sulla giustizia organizzato a Catania in cui Pannella sostenne che era ora di affrontare il tabù della famosa obbligatorietà e il mio vicino mi sussurrò: “Minchia, Marco sempre esagerato è”. Insomma perché la sinistra si accorga di un errore, devono passare minimo vent’anni. Si sa, è ormai quasi un luogo comune. Eppure qualcuno che se ne accorge prima c’è sempre. Per esempio su Internazionale, che pure a sinistra è molto letto, la settimana scorsa il direttore Giovanni De Mauro ha scritto le seguenti cose: “Le intercettazioni sono strumenti d’indagine… Pubblicarle è illegale con le indagini in corso o, peggio, quando non hanno rilievo penale”. “Dovremmo chiederci chi decide di darle ai giornali e perché”. “Pubblicarle indiscriminatamente non è giornalismo, è un commercio a scopo politico e soprattutto uno dei modi con cui si stanno liquidando le garanzie costituzionali”. Parole sante. E vediamo di metterci meno dei soliti vent’anni.
di Massimo Bordin@MassimoBordin

giovedì 28 novembre 2013

La solita scena d'odio del brindisi anti-Cav. Paolo Guzzanti

E siamo sempre lì: da una parte la sinistra che ripete come un mantra che l'infausto ventennio berlusconiano (di cui soltanto nove anni di governo reale) è finito, dall'altra Berlusconi che ribatte come un martello che lui c'è, c'era e ci sarà.
Era un Berlusconi stanco ma determinato, non urlante ma raccolto e sofferente, quello che abbiamo visto ieri sera nel gelo di via del Plebiscito a cinquecento metri dall'aula di Palazzo Madama in cui il sorriso beffardo del presidente Grasso guidava la seduta che ha determinato la decadenza non di un senatore, ma del leader riconosciuto del centrodestra italiano e persino sponsor del governo in carica.

La fiera italiana dei luoghi comuni ha ieri rovesciato attraverso gli schermi televisivi il meglio del peggio della sua retorica: tutto si è svolto tuttavia senza grande enfasi, in un clima quasi soffocato, indignato e contenuto. Se si esclude il brindisi di festeggiamento messo in scena dai senatori grillini nell'ufficio della presidenza del gruppo, presente la capogruppo Paola Taverna. La stessa che davanti alle telecamere invece aveva detto: «Non c'è bisogno di brindare né di manifestare in Aula, come forse qualcuno si aspettava facessimo». Su Facebook però qualche M5S posta la foto della festa, col commento «Cin cin, amici!» e il senatore Vincenzo Santangelo in primo piano che sorride e brandisce una bottiglia di spumante.

Berlusconi non ha voluto essere in aula perché ha preferito la compagnia dei figli e dei suoi cari. Inoltre non voleva sentirsi intimare l'uscita dal Senato perché non è un uomo che si faccia mettere alla porta. Tutti coloro che speravano di vederlo recedere con il preteso «passo indietro», o di lato (che non farà mai), hanno avuto la prova che lui non molla. Non finché fiuta intorno a sé un consenso popolare che lo segue, quello sì, da venti anni e che nei momenti di disgrazia si rafforza. L'imprenditore di un tempo è oggi un uomo affetto dalla politica che in definitiva gli ha portato una caterva di disgrazie personali, economiche e giudiziarie. Chiunque l'abbia visto e udito ieri sera su quel palco azzurro subito fuori il suo portone di casa non può avere dubbi sulle sue priorità: la politique d'abord, come diceva il leader dei socialisti Pietro Nenni in esilio a Parigi, la politica prima di tutto, sempre e comunque. Mi tolgono il seggio al Senato? Pazienza: se Renzi e Grillo possono essere leader senza sedere sul velluto rosso, così farò anch'io.
Maglioncino blu scuro a giro collo, giacca senza cappotto in un pomeriggio da orsi polari, triste ma anche determinato, ha lanciato il suo messaggio: la campagna elettorale è aperta, questo governo da oggi ha una base parlamentare magrissima e quando arriverà Renzi alla guida del Pd, la fine è nota. Almeno al settanta per cento. Renzi non vede l'ora di mandare la squadra dei suoi eliminatori a ripulire Palazzo Chigi, qualsiasi cosa ne pensi Napolitano, che ieri era il destinatario di due messaggi: quello di Berlusconi e quello di Renzi.

Il messaggio di Berlusconi era per il Colle, anche se non esplicito (ma ha gridato di voler dare subito battaglia per l'elezione diretta del presidente della Repubblica), perché è stato Napolitano a volere questo governo al posto di nuove elezioni.

È stata quella di ieri dunque davvero una «giornata storica». A noi è sembrata la fotocopia pallida di tante altre giornate analoghe: quella in cui Berlusconi si dimise e folle orgiastico-dionisiache si riversarono per Roma urlando slogan bestiali; o quando Berlusconi è stato condannato il primo agosto scorso.

Fine del ventennio berlusconiano? Oggi come oggi il ventennio potrebbe benissimo diventare un trentennio: nessuno è in grado di dirlo, anche perché nel Parlamento non si vedono leadership alternative, salvo quelle dei già nominati Grillo e Renzi (quest'ultimo, che ho visto ieri l'altro a Roma, furioso con Crozza che lo «rappresenta come il nulla»).
E qui si arriva al solito nodo sul quale destra e sinistra non si capiscono. O meglio: si capiscono, ma la sinistra ogni volta glissa dolcemente guardando da un'altra parte. E la questione è quella della rappresentanza. Se si smettesse di guardare il caso, comunque importante, di Berlusconi come persona e si guardasse il caso dell'elettorato italiano - il dito, la luna in un certo senso - si dovrebbe arrivare alla solita questione che è quella centrale: una fetta notevole dell'elettorato sovrano sceglie il Cavaliere come proprio rappresentante.

Il peso di questa fetta varia secondo umori e secondo le forme di indisciplina anarchica caratteristica dell'elettorato liberal-borghese, che sono invece sconosciute nell'elettorato «etnico» (Emilia, Toscana, Umbria). Questi elettori sono talvolta la maggioranza del Paese, talvolta no, ma sono comunque una parte determinante del popolo italiano. Lo stesso ragionamento si faceva all'epoca del Pci: non si può mettere in un angolo una parte determinante della sovranità popolare.

Cacciare il loro leader dal Parlamento non è un atto giudiziario (la decadenza sarebbe arrivata comunque come effetto della sentenza penale), ma politico. Berlusconi fu deriso quando disse che si considerava «unto» dal mandato popolare, ma dal punto di vista della democrazia liberale aveva ragione. E dunque il rito sommario - perché figlio soltanto della fretta imposta dalle primarie del Pd - di ieri attizza e incendia il conflitto senza risolverlo. Con il risultato di un forte rassodamento dell'elettorato di Forza Italia.

Per chi non aspetta altro che nuove elezioni, è una manna. E Berlusconi le ha invocate. Ma si possono fare le elezioni vincendo la resistenza del Colle? Abbiamo l'impressione che il presidente della Repubblica faccia troppo affidamento su coloro che si illudono di aver chiuso la partita con Berlusconi: quanto è accaduto oggi nell'intero Paese, su entrambi i fronti da un punto di vista politico, più che parlamentare, in applicazione discutibile di leggi e regolamenti, quando arriveremo all'8 dicembre del previsto trionfo di Renzi farà scoccare un fulmine in grado di incenerire quel che resta del governo nato come quello delle larghe intese, ormai ristretto come un consommé.

(il Giornale)

 

mercoledì 27 novembre 2013

Fiducia nell'instabilità. Davide Giacalone


Maxi-emendamento & fiducia. Come volevasi dimostrare, com’era del tutto ovvio, come scrivemmo e al contrario di quel che il governo sostenne. Fin qui, però, siamo al sempre uguale, benché pessimo. Il fatto nuovo è un altro: per quel che contiene la legge di stabilità non prenderebbe mai e poi mai la maggioranza, ma nemmeno come atto di fiducia, dato che non la nutrono neanche quelli che reggono il governo. Il Parlamento vota per disperazione, mancanza d’alternativa e voglia di restare dove si trova. Per il resto: nisba. Sono sicuro che un testo come questo non prenderebbe il voto di uno come Stefano Fassina, e neanche la sua fiducia. Uno come Mario Monti non lo avrebbe neanche toccato, per paura fosse infetto. Angelino Alfano avrebbe avuto parole a mento alto, per dirne il peggio. Invece lo votano, perché quello è il palco da cui s’assiste alla caduta di Silvio Berlusconi. Senza neanche l’alibi che possa essere, quella legge, lontanamente utile all’Italia. Né l’alibi opposto, che se non cadesse ne cambierebbe la sostanza.

L’ultimo brivido è stato la nascita dell’Iuc, che sostituisce l’Imu. L’Imposta unica comunale al posto dell’Imposta municipale unica. Con quelli della sinistra che s’affrettano ad aggiungere: non si applicherà alla prima casa. Che poi sarebbe quel che chiedeva la destra e loro sostenevano fosse un errore. Un anno di gestazione e otto mesi di travaglio per cambiare la “m” con la “c”. Laddove la truffa sta nella “u”, perché non è “unica” manco per niente. Si scorge la sostanza della larga intesa, ma fra Maurizio Crozza e Checco Zalone. (Entrambe bravissimi, talché l’idea culturamica che si debba ridere o con l’uno o con l’altro induce a ridere di chi lo sostiene).

Forza Italia ha votato contro la fiducia. I tempi della rottura sono tali che solo arditamente si può metterla in relazione ai contenuti della legge, o alla scelta di porre la questione di fiducia. Si lega ad altre vicende, sulle quali riflettemmo ad agosto, prevedendo quel che è poi (lentamente) accaduto. Vicende serie, rilevanti, rispetto alle quali sono colpevoli le sottovalutazioni e i trionfalismi. Ma pur sempre vicende altre, rispetto alla stabilità dei conti italiani.

(Davide Giacalone blog)

martedì 26 novembre 2013

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26 novembre 2013

Due giorni prima della loro convention ho intervistato alla radio Gianni Cuperlo. Intervista comunque interessante perché evidenziava la distanza netta dagli altri suoi due concorrenti. Costruzione delle frasi impeccabile, vocabolario sobrio, non particolarmente immaginifico – e, dopo i giaguari da smacchiare, ciò è un bene – eppure non privo di qualche ricercatezza. A voler trovare un limite, era quello dello spindoctor costretto dalle circostanze a proporsi leader. Certo, se non in circostanze estreme, non voterei un partito guidato da Cuperlo. Ma se ci fosse uno degli altri due non riesco proprio a vedere come potrei solo prendere in considerazione l’ipotesi. Non sono un elettore del Pd perché so benissimo i guai che quelli come Cuperlo hanno combinato e ancora possono fare. Però niente di più. Non ho abbastanza fantasia per immaginarmi quello che potrebbero combinare gli altri due. C’è solo un problema. Il fake su Twitter di Cuperlo, anzi Kuperlo, è strepitoso. “Ricordarsi fare tagliando alla Trabant” fa sicuramente ridere ma, ecco il guaio, l’autoironia non si addice agli ex comunisti italiani. In fondo i problemi veri sono cominciati quando ai fratelli maggiori di Cuperlo cominciò a piacere essere presi in giro in tv dai figli di Guzzanti.
di Massimo Bordin@MassimoBordin

giovedì 21 novembre 2013

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21 novembre 2013

A proposito di separazione dei poteri il professore Di Federico, di recente entrato nella direzione di Radicali italiani, ha sempre sostenuto che i magistrati in Italia sono un caso unico. Oltre a gestire il potere giudiziario, sono stabilmente insediati nell’esecutivo attraverso i distacchi negli uffici dei vari ministeri, oltre quello di Via Arenula che praticamente dirigono, e infine nel legislativo, visto che molti di loro siedono in Parlamento con la toga momentaneamente appesa in guardaroba. Un mastice che vanifica quella separazione dei poteri ritenuta premessa necessaria di uno stato di diritto. Non mancano naturalmente risvolti grotteschi. Per esempio ieri un comunicato del partito di Di Pietro si compiaceva nel segnalare che dalle intercettazioni sulla vicenda Ilva emergesse il timore della proprietà dell’acciaieria per la nomina ad assessore regionale del magistrato Lorenzo Nicastro. Timori dovuti, recita il comunicato “all’appartenenza politica di Nicastro al nostro partito”. La scelta del magistrato-appartenente fu per la verità criticata all’epoca, ma a difenderla insorse dal teleschermo Marco Travaglio. “Non si criticano i candidati inquisiti bensì i candidati magistrati. A questo siamo!”. Così il suo appassionato intervento tre anni fa in occasione della candidatura alle elezioni di Nicastro, che oggi si trova indagato per favoreggiamento nei confronti del governatore Vendola e per questo viene difeso nei comunicati del suo partito.
di Massimo Bordin@MassimoBordin

Forse@matteorenzi

Forse @matteorenzi



"Forse Renzi prende i voti berlusconiani, ma certo non quelli del popolo di sinistra" "Forse Renzi prende i voti del popolo di sinistra, ma certo non quelli degli iscritti nei circoli del partito" "Forse Renzi prende i voti degli iscritti nei circoli del partito, ma certo non quelli della maggioranza relativa del partito" "Forse Renzi prende i voti della maggioranza relativa del partito, ma certo non quelli della maggioranza assoluta" (Continua)-----

Pd: nei circoli Renzi a 46,7%, Cuperlo 38,4%, Civati 9,19%. ANSA

(CamilloBlog)

mercoledì 20 novembre 2013

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20 novembre 2013

I processi aperti dal dottore Ingroia proseguono il loro percorso nelle aule giudiziarie anche in assenza del loro artefice primo. Almeno quelli che non si sono chiusi in istruttoria per mancanza di indizi. Fra quelli giunti a sentenza di primo grado spicca il processo per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. Il dibattimento si è tenuto 40 anni dopo i fatti. Un unico imputato, Totò Riina. Memorabile la requisitoria di cui Ingroia tenne una sorta di prologo nel quale spiegò che, dopo più di 5 anni fra istruttoria e dibattimento, non aveva ancora ben chiaro il movente del delitto. Tentò un tecnicismo e citò l’articolo del codice in cui sta scritto che il movente non è necessario per la condanna se l’imputato è colto in flagranza. Fece una pausa ad effetto per poi ammettere lealmente “Effettivamente non è questo il caso”. Meglio di Woody Allen. Cominciò allora un complicato discorso il cui tema era “la convergenza dei moventi” e il succo era che De Mauro secondo lui era stato ucciso per aver scoperto che la mafia era implicata nel golpe Borghese ma non c’erano prove e i familiari pensavano che invece c’entrasse la morte di Mattei, tesi privilegiata dai sostituti che svolsero la vera requisitoria. Non c’è da stupirsi dell’assoluzione di Riina. La corte però ritenne di infierire spiegando nelle motivazioni come la ricostruzione sul possibile mandante fosse comunque radicalmente sbagliata. Tutto ciò per dire che ieri il sostituto procuratore generale Patronaggio ha tenuto la sua requisitoria in appello. Si torna al golpe Borghese.
di Massimo Bordin@MassimoBordin

lunedì 18 novembre 2013

Euro, spread e tassi: 10 domande alla Merkel. Renato Brunetta

L'egemonia della Germania e dei Paesi del Nord sta distruggendo le economie dell'Eurozona. Ora Letta deve battere i pugni al prossimo Consiglio europeo



Lo avevamo intuito fin dall'estate 2011, è ormai la tesi prevalente in Europa e negli Stati Uniti e tutti gli organismi internazionali sono d'accordo: la crisi dell'euro è intrinseca alla natura stessa della moneta unica, per come è stata progettata. È nella storia e nell'essenza dell'euro che troviamo le cause della crisi e, se volessimo, le soluzioni.
Con un filo conduttore unico: il ruolo egemonico, egoistico e distruttivo della Germania e le più generali differenze tra paesi del Nord e paesi del Sud.
Visto che finalmente ce ne siamo resi tutti conto, allora bisogna chiedere allo Stato tedesco il perché di quelle scelte sbagliate. Ne va della sopravvivenza dell'euro e della stessa Unione Europea. Altro che populismi.

A Come risponde la Germania alla sanzione che la Commissione europea le ha inflitto per aver superato il limite, tra l'altro definito ad hoc nel Six Pack e nel Fiscal Compact, del 6% di surplus della bilancia dei pagamenti? Con l'unione monetaria, la Germania ha beneficiato di un tasso di cambio di fatto favorevole (euro sottovalutato rispetto al marco), che ha rilanciato il commercio con gli altri Paesi e le esportazioni, nella totale assenza di politiche redistributive e di riequilibrio. Squilibri crescenti nella bilancia dei pagamenti per cui l'euro tedesco, contro ogni volontà e sogno, ha di fatto distrutto le economie europee. Da qui la multa, sia pur a scoppio ritardato, della Commissione europea. Come commenta Angela Merkel?

B Come si pone il sistema bancario tedesco rispetto agli stress test cui la Bce si accinge a sottoporre gli istituti di credito dell'Eurozona? Ricordiamo come le banche tedesche abbiano al loro interno rilevanti componenti di debolezza, che derivano dai comportamenti spericolati (vedi il caso dei titoli greci) e da investimenti sbagliati (in titoli tossici), di cui, a dire il vero, mai si è conosciuta la reale consistenza.

C Perché la Germania non vuole l'unione bancaria? O meglio, perché la Germania vuole costruire l'unione bancaria a propria immagine (niente affatto virtuosa e piena di lati oscuri) e somiglianza? Perché Angela Merkel lavora per una vigilanza unica affidata alla Bce (come chiedono anche gli altri Stati), ma solo sulle banche di rilevanza sistemica, e assolutamente no sugli istituti regionali? Non sarà perché nelle Landesbanken o nelle casse di risparmio - le Sparkasse - si annida la più alta opacità e la più alta compromissorietà tra credito e potere politico locale?

D Come spiega, la Germania, l'andamento degli spread negli anni della crisi? Un dubbio sorge spontaneo. Che la finanza privata tedesca, con l'appoggio implicito del proprio governo, abbia trasferito la crisi potenziale del suo sistema bancario sui Paesi più deboli dell'Eurozona, per riportare i rendimenti dei Bund sotto il 3% e che poi l'operazione abbia finito per sfuggire di mano?

E Perché all'inizio della crisi, in maniera del tutto inspiegabile, Deutsche Bank ha venduto titoli del debito sovrano greco e italiano, innescando un circolo vizioso sui mercati finanziari? Il rendimento dei Bund ha cominciato a ridursi proprio a giugno 2011, quando in Germania le banche hanno iniziato a vendere i titoli di Stato dei Paesi dell'area euro in portafoglio, creando un meccanismo che ha generato panico sui mercati. Ne è derivato un forte aumento della domanda di titoli decennali tedeschi, considerati l'unico bene rifugio in Europa.

F Come spiega, Angela Merkel, il fatto che le imprese del suo Paese si finanzino a tassi più bassi rispetto ai concorrenti degli altri Paesi? I livelli minimi dei rendimenti dei titoli di Stato tedeschi negli anni della crisi hanno di fatto consentito alla Germania di pagare il servizio del proprio debito pubblico a scapito degli altri partner europei. I rendimenti reali (tasso di rendimento nominale meno tasso di inflazione) di fatto negativi dei titoli di Stato tedeschi hanno altresì determinato una riduzione del costo dei finanziamenti del settore bancario alle imprese tedesche, rendendo queste ultime più competitive rispetto ai loro concorrenti operanti negli altri Paesi.

G Ricorda, la signora Merkel, la passeggiata con il presidente francese Sarkozy a Deauville il 18 ottobre 2010? Tutto il masochismo folle della crisi finanziaria che ha investito l'area euro è iniziato lì: tutto è partito dalla dichiarazione di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy secondo cui, in caso di fallimento di un qualsiasi Paese europeo, le banche sarebbero dovute intervenire. Bella stupidaggine autolesionista del duo Merkozy! Uno: perché questa affermazione sottintendeva che gli Stati possono fallire. Due: perché con il coinvolgimento dei creditori privati si è creata di fatto la saldatura tra crisi finanziaria e crisi del debito sovrano.

H Perché la Germania blocca il funzionamento del Meccanismo Europeo di Stabilità? L'obiettivo del meccanismo era ed è quello di mobilitare risorse finanziarie a beneficio dei membri che si trovassero o rischiassero di trovarsi in situazioni di grave difficoltà. Ma il suo funzionamento è di fatto posto in stand-by dai veti di Germania, Finlandia e Olanda: il Mes per adesso resta inattivo, ma, paradosso dei paradossi, ha l'obbligo di investire comunque i versamenti effettuati dagli Stati (80 miliardi entro i primi mesi del 2014). E lo farà acquistando i titoli più sicuri dell'eurozona, vale a dire i titoli tedeschi, finlandesi, olandesi. L'esatto contrario di quello per cui è stato creato.

I Perché la Germania non vuole gli Eurobond? La Germania teme l'effetto «spiazzamento» che i titoli tedeschi si troverebbero a subire con l'introduzione degli Eurobond. Questi ultimi, infatti, diventerebbero i titoli pubblici più solidi dal punto di vista degli investitori, che correrebbero a comprarli. Di conseguenza, diminuirebbe la domanda di Bund tedeschi e i rendimenti tornerebbero a salire.

J Perché i due membri tedeschi del Consiglio direttivo della Bce hanno votato contro la riduzione dei tassi di interesse lo scorso 7 novembre? I tedeschi sono ossessionati dall'inflazione. Ma in Europa oggi l'inflazione è allo 0,7%, quando il target fissato dalla Bce è del 2%. Troppo basso. Per portare l'inflazione media europea attorno al 2% significa che quella tedesca potrebbe superare il 3%. Può sembrare ingiusto, ma è così che l'euro dovrebbe funzionare. Se si condivide una valuta con altri Paesi, le regole del gioco impongono solidarietà. La Germania è pronta ad accettare queste regole? Se no è la fine, della moneta unica e dell'Europa.
Un'ultima questione. Non alla Germania, ma al premier Letta. Condivide, il presidente del Consiglio, queste dieci domande? E se sì, perché non si impegna a proporle al prossimo Consiglio europeo? Questo sarebbe il miglior contributo alla pacificazione, in Europa e, perché no?, anche in Italia: fare chiarezza e fare giustizia del grande imbroglio che nel 2011 il nostro Paese e il suo presidente di allora Silvio Berlusconi ha dovuto subire. Con tutti i sacrifici che da quell'imbroglio sono derivati per tutti gli italiani.

(il Giornale)

 

domenica 17 novembre 2013

Azzardo tedesco. Davide Giacalone


Avete presente una classe di somari festanti, perché il secchione del primo banco, finalmente, si dimostra l’ultimo, durante l’ora di ginnastica? Somiglia alla soddisfazione per l’accertamento avviato dalla Commissione europea sul surplus commerciale tedesco. La rivalsa, inoltre, rende legittimo l’insulto, accostando il cancelliere tedesco ad una “escort”, giocando con l’“esport” (prima pagina del Corriere della Sera, laddove per meno, detto in privato, si menò scandalo e vergogna globale). Ma siccome sono somari sul serio, non s’accorgono che il perfido secchione li sta giocando, aumentando il proprio vantaggio.

E’ repellente alimentare sentimenti anti tedeschi, dopo avere blandito il loro governo nel mentre mazzolava i nostri governanti. Non ha alcun senso essere pro o contro la Germania: ammiro il modo in cui hanno ristrutturato il loro mercato interno e varato le riforme sul lavoro; invidio la serietà con cui costruiscono le grandi coalizioni; ritengo che abbiano a lungo e illegittimamente approfittato dei vantaggi loro consentiti dai buchi istituzionali dell’euro, arrecando gravi danni a noi e all’Unione europea. Circa la procedura sugli squilibri macroeconomici meglio procedere per punti, dato che coinvolge molti e differenti aspetti.

1. Ricordiamo che sono cinque i paesi la cui bilancia commerciale è attiva, nei manufatti non alimentari: Cina, Germania, Giappone, Corea del Sud e Italia. In questi ultimi anni, i più travagliati dalla crisi, noi siamo cresciuti, nei mercati extra-Ue, più della Germania. Così, giusto per stabilire che non è mostruoso essere bravi (noi lo dobbiamo a imprenditori e lavoratori che riescono a tenersi su alti livelli di qualità e competitività, sopravvivendo al satanismo fiscale).

2. Neanche la capacità produttiva è un crimine. Punto sul quale c’è confusione, perché Eurostat ha diviso l’Europa in aree territoriali omogenee e applicato i criteri Nuts (Nomenclature des Unités Territoriales Statistique), giungendo a conclusioni che sorprenderanno i luogocomunisti del disfacimento: la prima area produttiva è il nord-ovest italiano, la seconda il nord-est, la terza la Renania-Westfalia. In un aureo libretto si trovano molti dati di questo tipo: L’Italia che non ti aspetti, di Cianci e Lonardi.

3. Veniano alla procedura, che al momento è fuffa. La Commissione ha rilevato il dato dello squilibrio, con la Germania che esporta troppo rispetto a quanto importa, annunciando che ne studierà le ragioni e le conseguenze. Campa cavallo. La verità è che non poteva non farlo, dopo che tale rilievo era già stato ufficialmente mosso da autorità che nulla hanno a che vedere con l’Ue: il Tesoro Usa e il Fondo monetario internazionale. Già questo basterebbe a bollare la Commissione come incapace.

4. Ma la cosa curiosa è che i tedeschi si avviano a formare un nuovo governo di grande coalizione, che avrà nel proprio programma l’aumento dei salari minimi e delle protezioni per i mini-job. Avendo fatto la riforma dieci anni fa, usciti da una crisi che li vedeva a pezzi, ora si pongono il problema del riequilibrio. Bravi. Giusto. Ma ciò vuol dire che faranno prima loro quel che poi sarà chiesto dalla Commissione.

5. Reagiscono irritati, però. Non a torto, ma furbescamente. L’idea dell’Europa parametrale ha rotto l’anima. L’idea che ci sia un’autorità priva d’investitura democratica, ma preposta a dire quanto la gente deve guadagnare e quanto spendere in prodotti non nazionali è metà orrida e metà ridicola. Questo baraccone statistico-burocratico va smontato. Ma i tedeschi ne approfittano per affermare che nessuna cessione di sovranità sarà più possibile senza che si passi da un referendum popolare. Ed è qui che le sirene d’allarme devono accendersi e urlare.

6. Hanno guadagnato posizioni, nelle esportazioni, perché sono bravi. L’ho detto e lo ripeto. Ma le hanno guadagnate anche perché c’è una truffa nella moneta comune e un euro prestato a un imprenditore tedesco costa meno di un euro prestato a un italiano (spagnolo, portoghese, etc.). Hanno guadagnato perché le banche italiane sono state chiamate a un rispetto dei vincoli di Basilea in modo assai più rigoroso di quanto non sia stato fatto con le tedesche. Perché noi paghiamo di più il nostro debito pubblico. Perché noi lo finanziamo dall’interno al 55%, più di loro. Perché nel 2012 il debito pubblico italiano in mani straniere era di 698 miliardi, 24 in più rispetto al 2008; quello tedesco di 1.145 miliardi, 345 in più, rispetto al 2008: hanno attirato più soldi, pagandoli meno. Questo è il macro-problema, senza in nulla attenuare le nostre responsabilità interne, sulle quali battiamo giorno dopo giorno.

7. Ma se nel momento in cui queste storture, o, meglio, questi vuoti istituzionali dell’euro devono essere corretti, se quando si avvia il cammino per il sistema bancario europeo, se giunti al punto di rottura, oltre al quale non è più sostenibile una moneta unica con regole diverse financo nell’uso del contante, se a quel punto i tedeschi dicono: ci vuole il referendum, allora vuol dire che hanno messo in conto la possibilità che salti tutto.

La procedura contro il surplus è una mezza barzelletta, ma consente ai tedeschi di rivoltarsi contro le regole comuni. E non è la prima volta. Da barzelletta si trasforma in omelia, se la cosa viene lasciata nella mani degli impotenti poteri europei. Dite, quindi, ai somari di cessare la chiassata e tornare seri, perché saranno pur bravi nel salto in lungo, ma il secchione sta preparando per loro il salto nel vuoto.

Pubblicato da Libero

mercoledì 13 novembre 2013

ArchivioAndrea's Version

13 novembre 2013

Morte di Yasser Arafat, Paris-Percy, Francia, 11 novembre 2004. Nessuna autopsia nei giorni successivi alla morte, opposizione della vedova e dell’Olp. Riesumazione della salma otto anni dopo. Otto. Esami a Losanna. Esperti svizzeri: “Avvaloriamo moderatamente la teoria che la morte sia stata conseguenza di avvelenamento da polonio 210”. Moderatamente. Esperti russi: “Non ci sono abbastanza prove che la morte di Arafat sia stata causata dall’esposizione al polonio 210”. Non ci sono prove. Esperti inglesi: “Escludiamo il polonio”. Esperti francesi: non ci esprimiamo. Israele: “Non abbiamo ucciso Arafat”. Hamas: “Verrà arrestato chiunque commemori Arafat l’11 novembre prossimo”. Roba complessa, delicata. Ci sentiremmo più tranquilli tutti se se ne occupasse il dottor Henry John Woodcock.

L'Italia e il principio di realtà. Gianni Pardo


La realtà è qualcosa di obiettivo e tutti abbiamo l’impressione di percepirla correttamente: ma le cose non stanno così. Noi percepiamo soltanto quella del nostro tempo e dobbiamo fare sforzi erculei – da storici professionisti – per rappresentarci correttamente quella del passato. Inoltre ognuno è inserito sia in una realtà locale sia in una data situazione familiare: le Filippine non sono la Norvegia e il figlio del ricco non fa le stesse esperienze del figlio del povero. Naturalmente, accanto alle illusioni prospettiche del singolo, esistono quelle delle comunità e l’Italia in questo campo rischia di battere dei record. Come osservato tante volte, è forse l’unico Paese che ha perso una guerra tanto rovinosamente da avere sul momento smarrito anche l’onore, e tuttavia dopo si è sempre raccontato d’averla vinta. Senza contraddittorio.

Noi ci siamo permessi il lusso di ignorare la realtà e ciò malgrado essa ci ha gentilmente viziati. I nemici che ci hanno battuto ci hanno trattati per decenni da alleati. La nostra ignoranza del mondo e delle lingue straniere ci ha permesso di non essere smentiti in tutte le nostre convinzioni e in tutte le nostre illusioni. Attenti al nostro ombelico immaginario, abbiamo sempre vissuto in vaso chiuso. Mentre tanta parte dell’Europa gemeva sotto il tallone sovietico, metà degli italiani pensava che lì si vivesse meglio che in Occidente. Da noi il buon senso è stato dichiarato indecente. Ubriachi di ideologie fumose e mal digerite, abbiamo sognato utopie buoniste e nel frattempo abbiamo vissuto largamente al di sopra dei nostri mezzi. Abbiamo regalato a piene mani e per tanto tempo denaro preso a prestito che alla fine si è radicata la convinzione che per spenderlo non fosse necessario guadagnarlo.

Proprio quando pareva che ciò non dovesse mai cambiare, si è visto che la realtà era invece in agguato. Dopo quasi settant’anni si è ricordata della regola per cui si può ingannare qualcuno per tutta la vita, tutti per un certo tempo, ma non tutti per sempre. E infatti l’osservatore che per decenni è rimasto strabiliato da ciò che vedeva ha cominciato a sentirsi vendicato. Da qualche tempo i fatti si accaniscono contro un’Italia che non riesce a capacitarsi che, mancando il pane del lavoro, non ci siano neanche le brioche della Cassa Integrazione in deroga. Se non fosse che la lezione brucia come una frustata, si potrebbe perfino sorridere.

Per anni abbiamo speso più di quanto producevamo ed ora, per pagare i debiti contratti allora, siamo costretti a spendere meno di quanto guadagniamo: una notevole parte dei nostri sudati introiti se ne va infatti per pagare gli interessi sui titoli di Stato. Un tempo gonfiavamo disinvoltamente il nostro debito, oggi dobbiamo temere che quello che già abbiamo ci porti al fallimento. Un tempo i sindacati l’avevano sempre vinta, ora, in una nazione che perde posti di lavoro e vede chiudere un’infinità di piccole e grandi imprese, le loro minacce di sciopero fanno tenerezza. Un tempo i datori di lavoro non avevano modo di resistere e, se proprio andavano in deficit, magari li soccorreva lo Stato. Perfino l’Alitalia - che scandalo! - si sente dire non può avere eternamente i conti in rosso. Ora le imprese che non chiudono se ne vanno all’estero e i pugni agitati dinanzi ai cancelli sbarrati non fanno paura a nessuno. Il rosario ha un’infinità di grani. Ciò che per decenni è stato pensato da solitari eretici è divenuto notizia quotidiana. E la nazione non sa come uscire dalla depressione in cui è precipitata perché non ha mai percepito una realtà diversa da quella immaginaria.

La vicenda fa pensare ad una madre che vizia in tutti i modi un bambino e, quando alla fine questi è divenuto il perfetto prodotto della sua educazione, comincia a non perdonargli mai una marachella, a punirlo per un nonnulla, a fargli pagare al massimo prezzo le illusioni che lei stessa gli ha messo in testa. Un eccesso di debolezza prima, un eccesso di spietatezza poi. Tanto che gli italiani, invece di riconoscervi una lezione durissima ma non immeritata, sono convinti di essere vittime di arcani malefici.

Questa amara esperienza potrebbe finalmente farci capire i principi dell’economia. Per esempio quello, innegabile, per il quale “ogni volta che qualcuno ottiene un bene che non s’è guadagnato, c’è qualcun altro che non ottiene un bene che s’è guadagnato”. E quest’altro alla fine potrebbe stancarsi.

pardonuovo.myblog.it

martedì 12 novembre 2013

Il ritorno di S.Antonio. Claudio Velardi

           


Non sanno che pesci prendere i napoletani servi, forcaioli e vigliacchi (grosso modo i napoletani tutti), di fronte all’assoluzione di Bassolino nel processo-rifiuti. Servi: inginocchiati per anni al suo cospetto, sveltissimi a santificare un uomo che cercava con volontà di ferro e scarsa cultura di governo di mettere mano a guai secolari, ancora più lesti ad intascare prebende e posti nei Cda senza accrescere di un briciolo il cervello sociale della città. Forcaioli: prontissimi a scagliarsi contro di lui quando i magistrati hanno deciso che il vento doveva girare e il santo poteva diventare capro espiatorio, e loro hanno potuto scatenarsi in campagne elettorali, di stampa e urla di strada contro il principio di ogni male, che doveva nascondersi con cappellino e occhiali da sole anche quando andava a correre a via Posillipo. Vigliacchi: sempre, prima e dopo, come è nella loro natura. Mai equilibrati, misurati, razionalmente critici (innanzitutto nei confronti di se stessi), ma solo a cavallo dell’onda, conformisti, incapaci di far girare il proprio cervello in autonomia e libertà. Sempre a schiena curva.

Oggi questi napoletani si aggirano smarriti nelle gazzette cittadine e nei caffè del centro, e non sanno che dire. Dopo Bassolino la città è andata a picco, e con De Magistris ha raggiunto (forse) il fondo. Oggi non c’è una persona perbene e con la testa sulle spalle che voglia prendersi la rogna di andare a governare questa lingua di terra decomposta che si chiama Napoli. Mentre lui, Bassolino, da qualche tempo riappare in scena, inevitabilmente. E’ l’unico politico cittadino degno di questo nome. Paziente, tenace, forte come una roccia. Capace di vedere le cose nel loro contesto. Moderatamente autocritico nella forma, cocciutamente autoapologetico nella sostanza. Così torna a fare capolino nei salotti cittadini, scrive il suo libro (meglio di tanti altri libercoli di politici), e l’altra settimana viene omaggiato al San Carlo da mezza città che già annusava (o sapeva, magari) l’incipiente assoluzione. E, per le voci di dentro, è già il prossimo candidato sindaco.

Ed è qui che dovete fottervi, miei cari concittadini. Se avete esultato all’epoca per l’iniziativa dei magistrati, dicendo: “Ecco, finalmente Bassolino è finito”, puntando tutte le vostre miserrime fiches sulla gogna mediatico-giudiziaria, allora adesso vi riprendete Bassolino, lo rifate sindaco e tacete per sempre. Perché se la magistratura è buona quando accusa, mette in galera e sbatte i mostri in prima pagina, a maggior ragione è buona quando approfondisce, processa e assolve. E se Bassolino doveva andare via per ragioni giudiziarie, ora che la giustizia lo riabilita può tranquillamente tornare. E voi zitti.

Se invece, per caso, vi venisse voglia di riflettere seriamente su questa e mille altre vicende italiche, potreste/dovreste trarre qualche altra conclusione:

1) principale nemica delle istituzioni e della convivenza civile, a Napoli e in Italia, è la magistratura, che da venti anni tiene sotto scacco il potere politico, senza alcuna legittimazione democratica e contando unicamente sull’impunità di casta e su un potere ricattatorio esercitato quotidianamente (cfr vicenda Cancellieri di queste ore);

2) un politico deve sottostare al giudizio degli elettori, non al potere mediatico-giudiziario. Aggiungo: più questo non avviene, più sono i magistrati a fare il bello è cattivo tempo, più diventa impossibile un giudizio equanime ed equilibrato sull’operato del politico;

3) i cittadini devono saper giudicare un politico o un amministratore sulla base del suo operato, senza farsi influenzare da altro, senza gioire per le disgrazie altrui, senza lamentarsi autoassolvendosi, essendo sempre, ad un tempo, esigenti e generosi, severi e comprensivi.

Ma, perché questo accada, ci vorrebbe – appunto una – società civile. Che non c’è, a Napoli e nell’Italia che si napoletanizza giorno dopo giorno.

(the FrontPage)

sabato 9 novembre 2013

La Corte Costituzionale: uno scandalo nascosto. Roberto Perotti


Forse il più grande scandalo della pubblica amministrazione in Italia è anche uno dei più nascosti: la Corte Costituzionale. Per ovvie ragioni, pochi hanno il coraggio di parlarne. Ma i bilanci parlano da soli: sentiamo cosa dicono ((premessa: per motivi ignoti, la Corte Costituzionale pubblica su Internet solo i bilanci di previsione, anche per gli anni passati).
Di Roberto Perotti* (Lavoce.info)


I giudici italiani guadagnano il triplo dei colleghi statunitensi. Cominciamo dalle retribuzioni (Tabella 1). La retribuzione lorda del presidente della Corte è di 549.407 euro annui, quella dei giudici di 457.839 euro (2). La retribuzione media lorda dei 12 giudici britannici è di 217.000 euro, meno della metà. Il Canada è simile: 234.000 euro per il presidente, 217.000 per i giudici. Negli USA siamo a circa un terzo della retribuzione italiana: 173.000 euro per il presidente e 166.000 per i giudici.

Tabella 1: Un confronto internazionale delle retribuzioni dei giudici
cc1
* Media dei 12 giudici. Fonti: vd. nota (3).

Hanno il telefono domestico pagato dalla Stato. Ma la differenza fra la remunerazione dei giudici italiani e i colleghi stranieri è fortemente sottostimata. Il dato italiano non include svariati benefits in natura. Le auto blu, in primis, su cui vedi sotto. Inoltre i costi dei singoli viaggi ferroviari, aerei o su taxi effettuati per ragioni inerenti alla carica sono a carico della corte; ogni auto abbinata ad ogni giudice ha una tessera viacard e il telepass; i giudici dispongono di un cellulare e di un pc portatile e i costi dell’utenza telefonica domestica sono a carico della Corte (salvo rinuncia del singolo giudice); i giudici dispongono inoltre di una foresteria, composta di uno o due locali con annessi servizio igienico e angolo cottura, nel Palazzo della Consulta o nell’immobile di via della Cordonata. (4)

La nostra Corte costa il triplo di quella britannica. Ma vediamo un confronto più completo sui costi totali della Corte Costituzionale in Italia e in Gran Bretagna, riferite al 2012.

Tabella 2: Spesa totale escluse pensioni, 2012
cc2
*Include oneri, non include pensioni. Dati in migliaia di Euro.
Fonte: vd. nota (5)

Escludendo le pensioni, su cui non ho i dati per la Gran Bretagna, la corte italiana (15 giudici) costa oltre tre volte quella inglese (12 giudici). Pensione media di giudici e superstiti: 200.000 euro. Ma quanto costano le pensioni alla Corte Costituzionale italiana?

Tabella 3: Le pensioni alla Corte Costituzionale, 2013
cc3
Fonti: vd. nota (6)

Per il 2013 la Corte Costituzionale prevede di pagare a ex giudici della CC e loro superstiti 5,8 milioni di pensioni. Al momento vi sono 20 ex giudici percettori di pensione e 9 superstiti. La pensione media è dunque esattamente di 200.000 euro all’anno. C’è da sorprendersi che la Consulta abbia bloccato il seppur minimo taglio alle pensioni d’oro proposto dal governo Monti? La spesa totale per pensioni di ex dipendenti e superstiti sarà di 13,5 milioni. Vi sono 120 ex dipendenti e 78 superstiti percettori di pensioni; la pensione media del personale in quiescenza è dunque di 68.200 Euro.

Ogni giorno, ogni giudice costa 750 euro di sole auto blu. Esattamente: per ogni giudice, ogni giorno lavorativo si spendono in media 750 euro per le sole auto blu. Vediamo come si arriva a questa cifra. I giudici in carica hanno diritto un’ auto blu e due autisti; i giudici in pensione ad un’ auto blu per il primo anno di pensione (fino al settembre 2011 era per tutta la vita). La spesa totale per “Noleggio, assicurazione e parcheggio autovetture” + “Carburante per autovetture” + “Manutenzione, riparazione e accessori per autovetture” nel 2013 sarà di 758.000 euro. Ma questo senza calcolare la spesa per gli autisti. Assumendo prudenzialmente un costo per lo Stato di 50.000 Euro per autista, e (come confermatomi dalla Corte) due autisti per giudice, arriviamo a un totale di circa 2,25 milioni, esattamente 150.000 Euro all’anno per giudice. Calcolando 200 giorni lavorativi all’anno per giudice, questo significa 750 euro al giorno per giudice di sola spesa per autovetture. Probabilmente, costerebbe meno far viaggiare i giudici in elicottero, magari chiedendo loro la gentilezza di fare un po’ di helicopter-pooling.

(1) Tra le eccezioni: Primo de Nicola: “Alla corte dei privilegi“, L’ Espresso, 30 Aprile 2008
(2) Comunicazione email della segreteria della Corte Costituzionale all’ autore.
(3) Dati convertiti in euro usando i tassi di cambio a parità di potere d’ acquisto per il 2012. Fonti:
Italia: comunicazione personale dall’ Ufficio Stampa della Corte Costituzionale, e Bilancio della Corte Costituzionale del 2012 (per il valore medio);
GB: Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A e 6.C);
Canada: Judges Act;
USA: Federal Judicial Center
(4) Comunicazione email dell’ Ufficio Stampa della Corte all’ autore. Per i giudici britannici abbiamo una stima delle spese di trasporto totali: 31.122 euro, cioè 2.677 a testa all’ anno. Più 4.443 euro (370 a giudice) per altre spese. Questo dato si riferisce al 2010, ultimo anno disponibile. Si veda qui.
(5) Fonti: Italia: Bilancio della Corte Costituzionale del 2012, GB: Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A , 7, 8 e 10); (6) Fonte: Bilancio della Corte Costituzionale del 2013

*Bio dell’autore: Roberto Perotti ha conseguito il PhD in Economics al MIT nel 1991. Dopo 10 anni alla Columbia University di New York e due anni all’European University Institute di Firenze, dal 2001 e’ all’IGIER-Universita’ Bocconi e dal 2006 e’ ordinario presso la stessa universita’. E’ research associate del National Bureau of Economic Research e del Center for Economic Policy Research. E’ stato consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Banca Interamericana per lo Sviluppo, della Banca Centrale Europea, della Fed, e della Banca d’Italia. E’ stato redattore de lavoce.info fino al 2012.

Recisamente. Jena

 
 
Ieri il presidente del consiglio
ha recisamente smentito
di avere le palle d’acciaio. (la Stampa)


 

lunedì 4 novembre 2013

Italianità. Claudio Velardi


Se salgo su un treno o su un aereo, voglio che arrivi puntuale a destinazione e che – in cambio di un servizio dignitoso – si paghi il meno possibile. Se parlo a telefono, pretendo che la linea non cada sotto il primo ponte e che – sempre in cambio di un servizio dignitoso – si paghi il meno possibile. E così via.

Che a capo delle compagnie che mi forniscono i suddetti servizi ci siano imprenditori/finanzieri/manager italiani o stranieri non mi interessa per niente. Perché non conta niente. (Oddio, personalmente – data la mediocrità e la scarsa tempra morale dei nostri imprenditori/finanzieri/manager – tendo a fidarmi più degli stranieri, ma questo è un problema mio).

Ora vedo in Tv un funereo Mentana che si dispera perché perdiamo “pezzi di industria competitiva” (ma sa di che cosa parla, può l’ignoranza dei giornalisti raggiungere questi abissi?), e questi poveri, miserabili politici (Brunetta, Zanda, lo stesso Letta) che si rimpallano responsabilità come bambini.

E’ tutto così penoso. L’informazione pigra e conformista, che prende in mano la bandiera dell’italianità solo perché serve a fare il titolo “giusto”, senza sapere che nel mondo globale dell’impresa e della finanza non esiste da decenni nessuna bandiera nazionale. E che comunque – per la cosiddetta immagine di questo disgraziato paese – vale enormemente di più il nome italiano di Armani alla guida di un impero mondiale che il presidio di un’azienda decotta come Alitalia, che noi cittadini abbiamo pagato in questi anni cento volte più dell’Imu che ci hanno (fintamente) restituito.

Così come fanno sinceramente pena i politici che non sanno fare altro che prendersela con i rispettivi nemici. L’Alitalia è colpa di Berlusconi, Telecom di D’Alema. E il gioco è fatto. Non importa che siano storie diverse, momenti diversi, proprietà diverse. Una, società pubblica, assistita, ipersindacalizzata, che ha mancato mille occasioni utili per fare alleanze internazionali, perché la politica doveva continuare a tenerci le mani sopra. L’altra, società privata, ugualmente ipersindacalizzata, che ha continuato ad agire negli anni come se fosse pubblica, mantenendo il monopolio della rete, cercando e ottenendo protezioni dalle autorità statali invece di lanciarsi sul mercato, con tutti i rischi che il mercato comporta. Storie diverse, con un tratto comune: l’incapacità e la mancanza di volontà di confrontarsi con la concorrenza, l’assenza di una visione e di pratiche di internazionalizzazione. Responsabilità questa dovuta al carattere corrivo e di pura relazione dei capitalisti italiani.

In questo quadro di arretratezza culturale e di miserie politiche, la cosa che fa rabbia è che per un po’ questa gigantesca cazzata dell’italianità continuerà ad occupare giornali e talk show, facendo fare un ulteriore passo indietro ad un paese che avrebbe un disperato bisogno di sprovincializzarsi. Poveri noi.

(da www.claudiovelardi.com)

giovedì 31 ottobre 2013

Berlusconiani diversi Berlusconiani spariti. Arturo Diaconale


L'Opinione - Il voto palese sul caso Berlusconi, come ha spiegato Matteo Renzi, serve ad evitare che nel segreto dell’urna i senatori del Movimento Cinque Stelle possano fornire un “aiutino” al Cavaliere facilmente spacciabile come frutto di franchi tiratori del Partito Democratico e, conseguentemente, provocare la spaccatura del Pd. Secondo il sindaco di Firenze, dunque, la tesi delle sentenze che si rispettano e della legge che si deve applicare , cioè la posizione ufficiale del Pd sulla vicenda Berlusconi, è solo una copertura.

La verità è che con il voto palese a Palazzo Madama il Pd salva se stesso dal pericolo mortale di una riedizione del voto che provocò l’affossamento della candidatura di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Basterebbe la spiegazione che il Pd ha scelto il voto palese per un interesse politico diretto e non per la nobile ragione del rispetto della legge a giustificare il rispetto del regolamento e l’adozione del voto segreto. Ma è proprio questa spiegazione che induce a ritenere che il Pd non rinuncerà mai alla spettacolarizzazione dell’esecuzione politica di Silvio Berlusconi. Non solo per poter esibire lo scalpo del proprio nemico storico, ma per salvare se stesso da una lacerazione che alla vigilia delle primarie potrebbe essere devastante.

La consapevolezza che la sorte politica di Berlusconi è segnata per l’intransigenza del Partito Democratico si ripercuote automaticamente all’interno del centrodestra e, in particolare, sui “diversamente berlusconiani”. Per questi ultimi diventa praticamente impossibile continuare ad essere berlusconiani in maniera diversa. Cioè a manifestare lealtà al leader e a sostenere una coalizione di governo in cui gli alleati (Pd e Scelta Civica) decapitano sulla pubblica piazza del Senato lo stesso leader a cui assicurano fedeltà e solidarietà. Messi alle strette, debbono scegliere tra essere berlusconiani o antiberlusconiani e rinunciare a quella diversità che consente ad Enrico Letta di ribadire come il governo si regga su una “maggioranza politica” diversa da quella originaria.

Che la forzatura del Pd e dello stesso Letta punti a provocare la cancellazione del “diversamente” e la scissione del Pdl-Forza Italia è fin troppo evidente. Ciò che non è evidente è la sorte a cui sarebbero destinati i governativi del centrodestra una volta diventati puntello del governo Letta egemonizzato dal Pd. Qualcuno di loro è convinto che nel breve periodo la scelta di evitare la crisi e le elezioni anticipate consentirebbe agli scissionisti di aumentare il numero dei propri sostenitori in Parlamento. Il che è vero visto che dopo un solo anno di legislatura nessuno frigge dalla voglia di una nuova avventura elettorale.

Qualche altro pensa che riuscendo a tenere in piedi il governo fino al 2015 si potrebbe cercare di riassorbire nel centrodestra il trauma dell’esecuzione politica di Berlusconi e procedere alla sua successione. Ma nessuno sembra porsi il problema che la nuova maggioranza politica, oltre ad essere esposta alla bufera della scontata elezione di Renzi alla segreteria del Pd, si reggerebbe su un pugno ristretto di voti. Come Prodi dopo il 2006. E difficilmente riuscirebbe a superare le difficoltà poste non solo da un Berlusconi ufficialmente martirizzato ma sempre più deciso a vendere cara la pelle forte del sostegno unanime dei propri elettori ma soprattutto da una crisi che appare addirittura aggravata dalla politica economica del governo.

Una prospettiva del genere dovrebbe far riflettere i governativi del Pdl-Forza Italia. Tra qualche mese i berlusconiani diversi potrebbe essere i berlusconiani scomparsi! (LsBlog)

mercoledì 30 ottobre 2013

Coop, gli oligarchi rossi che giocano in Borsa con i soldi dei soci. Giorgio Meletti


Il Fatto Quotidiano - Le cooperative sono diventate ormai banche d'affari che raccolgono risparmio - pur non essendo sottoposte ad alcuna vigilanza - e si lanciano in rischiose operazioni finanziarie e chiudono i bilanci in perdita. Le "nove sorelle" si sono inguaiate investendo chi su Unipol, chi su Monte dei Paschi. E hanno partecipato al tentativo di salvare la Fonsai di Ligresti.
Potremmo parlare di banca clandestina, se non fosse tutto alla luce del sole. Basta entrare in un supermercato Coop e diventare socio (che è come fare la tessera sconto in qualsiasi catena) per depositare i propri risparmi. Le nove grandi cooperative del consumo raccolgono ben 10,4 miliardi di euro. Sarebbe vietato: non è che un giorno uno si sveglia di buon umore, apre una banca e comincia a farsi affidare i risparmi dei passanti. La Coop infatti lo chiama “prestito soci”, senza però spiegare al popolo che il prestito soci è un capitale messo a rischio nell’impresa che, sia essa una coop o una società di capitali, lo usa per la sua attività, come aprire un supermercato.

Infatti accadono sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità di vigilanza, due cose strane. La prima è che le Coop utilizzano i risparmi dei loro soci non per mettere scaffali nuovi, ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria. Esempio: l’Unicoop Firenze, la maggiore per fatturato (ben 3 miliardi di euro), ha in bilancio immobilizzazioni tecniche (ciò che serve per funzionare) per 2 miliardi e debiti verso i soci per 2,3 miliardi. Ma il debito complessivo è di 3 miliardi. Che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Unicoop Firenze ha in bilancio 644 milioni di immobilizzazioni finanziarie: una vera merchant bank.

I conti in rosso degli uomini al potere da decenni. La seconda stranezza è che queste banche d’affari a marchio Coop non sono sottoposte ad alcuna vigilanza. La Banca d’Italia controlla le banche propriamente dette, ma le Coop non se le fila nessuno, punto e basta. Negli ultimi anni, complice la crisi e nella disattenzione generale, si sono messe nei guai. L’anno scorso le “nove sorelle” (oltre 12 miliardi di fatturato, con 50 mila dipendenti e sette milioni di soci in tutto) hanno chiuso i loro bilanci in rosso per complessivi 135 milioni di euro, e proprio per colpa della finanza.

Ma prima di entrare nei dettagli di un disastro annunciato è bene spiegare il peculiare sistema di potere che consente ai boss delle coop di non rendere conto a nessuno. Il mondo delle cooperative cosiddette rosse ha seguito nel Dopoguerra uno schema sensato: le aziende sono cresciute sotto l’ombrello del Pci, che le governava attraverso la Legacoop, nominalmente un sindacato d’impresa, come la Confindustria, di fatto una sorta di holding attraverso la quale i vertici di Botteghe Oscure sceglievano strategie e manager.
Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci decisa da Achille Occhetto nel 1989, il potere del partito si è dissolto e i capi delle cooperative sono diventati padroni assoluti, proprio come gli oligarchi russi che si sono appropriati delle aziende alla fine del regime sovietico. L’uomo simbolo di questo curioso fenomeno italiano è Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze dal 1973, cioè da 40 anni. Non c’è alcun meccanismo di controllo e nessuno lo può mandare a casa. I soci sono un milione e 200 mila, ma di essi solo 1288 (uno su mille, verosimilmente amici, dipendenti e sottoposti di Campaini) si sono presentati alle 39 assemblee decentrate che hanno approvato il bilancio. Tutti i colleghi di Campaini sono uomini di potere a 24 carati, che si scelgono in autonomia le amicizie politiche di riferimento. Il presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi, ex sindaco di Foligno, ha investito i soldi della cooperativa nella Edib, editrice del Corriere dell’Umbria nella fase in cui il quotidiano era nella sfera di Denis Verdini, e ha perso tutto. Recentemente si è fatto intercettare con la sua sodale di sempre, Maria Rita Lorenzetti, oggi agli arresti domiciliari, mentre si rammaricava di non essere potuto intervenire in tempo per bloccare un articolo de La Nazione sgradito alla zarina umbra. Ma lei cerca lui perché la Coop è la seconda azienda dell’Umbria dopo la Thyssen, e gli chiede di assumere la parente del consulente ministeriale che con la zarina sta curando gli interessi della Coopsette nei lavori Tav di Firenze.

Torniamo a parlare di soldi. Le Coop impiegano gli oltre 10 miliardi del prestito dei soci in operazioni finanziarie, dai Bot alla Borsa. Nel 2012 erano immobilizzati in partecipazioni azionarie 2,2 miliardi di euro. Siccome è buona regola non investire in Borsa i soldi presi in prestito (perché se crollano i listini fai la fine di Romain Zaleski), se la Banca d’Italia vigilasse sull’uso del pubblico risparmio fatto in casa Coop controllerebbe il rapporto tra partecipazioni azionarie e patrimonio netto (che è la somma di capitale sociale e riserve, cioè il vero patrimonio che fa da garanzia per gli investimenti a rischio).

Consorte ha tracciato il solco e gli Stefanini lo difendono. Ebbene, le nove Coop hanno partecipazioni azionarie per 2,2 miliardi e un patrimonio netto di 6 miliardi. Mediobanca ha lo stesso rapporto: 2,6 miliardi su un patrimonio netto di 7. Solo che Mediobanca è una banca d’affari, la Coop una catena di supermercati. Come mai? Il fatto è che gli oligarchi delle Coop sono rimasti abbagliati dall’esempio di Gianni Consorte, padre-padrone dell’Unipol che otto anni fa tentò senza successo la scalata alla Bnl. E siccome gli azionisti di controllo dell’Unipol erano e sono proprio le grandi coop, quando Consorte fu sconfitto i suoi colleghi, fraternamente, lo cacciarono. Pierluigi Stefanini, oligarca storico della Coop Adriatica, salì al vertice dell’Unipol. E i manager-padroni hanno ricominciato a giocare con la finanza, spaccandosi però in due fazioni, i cosiddetti toscani e i cosiddetti emiliani. I primi si sono fatti male con il Monte dei Paschi, i secondi con l’Unipol.

I “toscani” sono tre cooperative: Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia. L’empolese Campaini, leader della corrente toscana, si scontrò a suo tempo con Consorte e non ha più voluto saperne di mettere soldi su Unipol. Ha preferito investire sul Monte dei Paschi, usando i risparmi dei soci per salvaguardare la “toscanità” (testuale) della banca senese. Ha speso oltre 400 milioni e ne ha persi circa 300, e nessuno ovviamente protesta. Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia non stanno meglio. Insomma, nel 2012 le tre coop che coprono Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo hanno perso in tutto oltre 200 milioni, dopo aver segnato in bilancio 323 milioni di svalutazioni delle azioni possedute.
La Coop umbra presieduta da Raggi ha fatto addirittura strike, riuscendo a perdere soldi sia sul Montepaschi sia sulla Popolare di Spoleto (commissariata con vertici arrestati). Il capolavoro di Raggi è stato vendere una ventina di supermercati al Fondo Etrusco, società immobiliare del Monte dei Paschi e dell’ex vicepresidente della banca senese, Francesco Gaetano Caltagirone, per non vendere le azioni del Monte dei Paschi, considerate “strategiche” (che non vuol dire niente ma suona bene). Così adesso le azioni non valgono quasi più niente, ma ogni anno la Coop paga milioni in affitti al Fondo Etrusco, di cui però ha preso delle quote, cosicché partecipa alla speculazione contro se stessa.

Le sei cooperative del nord, che hanno in Emilia il loro epicentro, si sono invece inguaiate con l’Unipol. La compagnia assicurativa bolognese, trascinata da Mediobanca nel rischiosissimo salvataggio della Fonsai di Ligresti, fa capo alla holding Finsoe, a sua volta posseduta dalle coop del consumo insieme alla Holmo, scatola che riunisce le quote delle coop di costruzioni, l’altra gamba del potere cooperativo. Se al Centro si sono immolate per la “toscanità”, al Nord le coop sono state sacrificate all’ottimismo degli oligarchi. Le azioni Unipol valgono in Borsa circa 3,5 euro, ma il sistema cooperativo le tiene in bilancio a 10 euro. Il che significa che Finsoe segna le Unipol all’attivo del suo bilancio per 2,2 miliardi quando in Borsa valgono appena 800 milioni: mancano all’appello 1,4 miliardi, evaporati in questi anni in nome del mitico aggettivo: il controllo di Unipol è “strategico”.

Quando è arrivato da Mediobanca l’ordine di salvare Fonsai, oligarchi di primo livello hanno obbedito con entusiasmo: per esempio Ernesto Dalle Rive di Novacoop, Marco Pedroni di Coop Nord Est (ma presidente anche di Finsoe) e Mario Zucchelli di Coop Estense, tutti e tre consiglieri d’amministrazione di Unipol, non si sono fatti pregare per immolare i soldi dei soci al salvataggio dei crediti di Mediobanca e Unicredit verso i Ligresti. Siccome si trattava di far scucire a Finsoe 429 milioni per l’aumento di capitale di Unipol, non solo i “toscani” ma anche grandi cooperative di costruzioni come Cmb e Coopsette si sono tirate indietro e hanno lasciato alle consorelle del consumo, presunte ricche, il conto da pagare. Come nei salotti buoni, anche dentro il mondo coop l’oligarchia è ormai devastata dalle guerre intestine propiziate dall’anarchia.

Il mistero della Manutencoop che non voleva pagare per Unipol. Illuminante il caso della Manutencoop, uno dei maggiori azionisti di Unipol. Quando partì la chiamata alle armi di Mediobanca, Claudio Levorato, presidente da una trentina d’anni di una cooperativa che ha oggi 15 mila dipendenti e circa un miliardo di fatturato, rispose seccamente alla domanda se avrebbe messo mano al portafoglio: “Lo escludo categoricamente, Manutencoop non distoglierà risorse dal proprio core business”. Pochi mesi dopo Levorato ha pagato anche per le coop che si erano rifiutate, inneggiando all’operazione (indovinate?) “strategica”. Alla domanda se svenarsi per salvare la Fonsai non fosse una mossa rischiosa, Levorato ha opposto una risposta sibillina: “Se non l’avessimo fatta ci sarebbero stati dei problemi”.

Per obbedire a Mediobanca e Unicredit gli oligarchi hanno svenato le proprie coop. La Finsoe, non bastando i 300 milioni chiesti alle coop per l’aumento di capitale Unipol, ha aumentato i suoi debiti con le banche. E poche settimane fa la trimurti delle “banche di sistema” (Mediobanca, Intesa e Unicredit) ha soccorso Manutencoop collocando sui mercati internazionali un prestito obbligazionario da 450 milioni (quasi metà del fatturato) al tasso effettivo dell’8,75 per cento. Siamo ai limiti dell’usura e ciò illumina quanto sia conciata male la coop di Levorato. Ma da quando non c’è più il Pci le coop sono rimaste orfane, e gli oligarchi ormai si affidano ai salotti del capitalismo che una volta dicevano di voler combattere. Adesso, sempre in ritardo, fanno a gara a chi si integra meglio in un sistema in declino.

Iniquo e surreale. Davide Giacalone


Il dibattito sulla legge di stabilità procede in un clima surreale. Ignorando i pericoli che incombono, facendo finta di non sapere che i punti di forza (che esistono e sono tanti) del nostro sistema produttivo e della nostra affidabilità di debitori sono oscurati dallo spettacolo d’immobilismo che trasmettiamo in mondovisione, ragionando del 2014 come se nel 2015 non scattasse l’obbligo di tagliare, annualmente, un ventesimo del debito pubblico eccedente il 60% del prodotto interno lordo, bellamente trascurando tutto ciò si assiste alla seguente scena: il governo continua a dire che intende tagliare il cuneo fiscale, ma in maniera irrisoria e irridente, e la Corte dei conti va a sostenere che quel taglio sarebbe iniquo, in quanto non ne beneficerebbero i pensionati, i lavoratori autonomi e gli incapienti, cioè circa 25 milioni di cittadini. Roba fuori dal mondo.

L’idea di concentrare gli sforzi nel taglio del cuneo fiscale è giusta. Risponde al bisogno di restituire competitività al nostro sistema produttivo, alleggerendo il costo del lavoro da oneri che non si traducono in salario. Il guaio non è nell’idea, ma nel fatto che rimane una pura ipotesi, o una realizzazione meramente propagandistica, facendo il solletico a un cuneo enorme e punitivo. Ma l’obiezione della Corte dei conti è solo in parte questa, perché poi solleva il tema dell’equità. Vorrebbero che riguardasse tutti. Ma come li fanno, i conti? Il nostro problema è che, a fronte di una spesa pubblica di 800 miliardi più della metà se ne va in debiti: 80 per gli interessi sul debito pubblico e il resto in pensioni. Sul sistema produttivo pesa un debito esagerato e iniquo. Certo, va abbattuto con le dismissioni. Ma anche nel governare la pressione fiscale non ha senso supporre che si debba agire allo stesso modo sia relativamente alle pensioni che ai fattori produttivi, e se lo si facesse il tagliettino diventerebbe ancora più piccolo. Si comunichi ai signori della Corte una banale verità: la ricchezza bisogna prima produrla, mentre loro credono si debba solo redistribuirla.

A essere audito, presso le commissioni bilancio di Camera e Senato, è stato il presidente designato: Raffaele Squitieri, che sostituirà Luigi Giampaolino, che ha raggiunto i limiti d’età. Solo che il secondo ha 75 anni e il primo, ovvero il futuro, 72. Il quale andrà in testa a una magistratura che costa, ogni anno 333 milioni, di cui 150 spesi per gli uffici dei vertici. Il gettito e il danno erariale che la Corte riesce effettivamente a recuperare, ogni anno, è incongruente con quel che costa. Così, tanto per dare qualche riferimento a chi volesse tagliare la spesa pubblica inutile. Non a caso ieri ha sostenuto che va ripensata “l’organizzazione delle funzioni pubbliche per evitare che la riduzione di dipendenti determini il degrado nella qualità dei servizi”, aggiungendo che le norme di taglio sul pubblico impiego “non sono replicabili all’infinito”. Devono ancora cominciare, e possono partire dalla Corte che presiederà. Che, del resto, fu istituita nel 1862, affinché vigilasse sulle amministrazioni pubbliche, in modo da prevenire e impedire sperperi. Direi che non ha avuto un ragguardevole successo, sicché le funzioni utili possono essere esercitate in sede civile. Le altre soppresse.

Nella Costituzione si trova all’articolo 100: “La Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato. (…)”. Non vedo traccia di funzioni politiche, come quella sul giudizio di equità. E’ vero che ha anche funzioni consultive, ma è la stessa Corte (sezioni riunite, deliberazione 54/2010) ad avere stabilito che tale attività non può divenire “consulenza di portate generale” limitandosi alla “materia di contabilità pubblica”. Ieri il presidente designato ha fatto l’esatto contrario.

Preso dall’entusiasmo ha anche detto “si pongono le condizioni per una tregua fiscale”. Passaggio che apre il cuore alla speranza. Ma poi ha documentato il contrario: la pressione fiscale è destinata a crescere, i tagli sono immaginari e le clausole di salvaguardia inesorabili. E la tregua? Vive solo nel surrealismo imperante. Ci si conceda almeno la tregua delle chiacchiere e delle lezioni di equità da pulpiti sempre vissuti di spesa pubblica e compartecipazione alle scelte e carriere politiche.

Pubblicato da Libero

domenica 27 ottobre 2013

La carcerazione preventiva è una tortura. Alessandro Spanu


Il caso della detenuta in attesa di giudizio Giulia Ligresti (e, ça va sans dire, di migliaia di detenuti nelle sue stesse condizioni, ma meno celebri) costretta obtorto collo a patteggiare per uscire dalla galera è l’ennesima conferma che la carcerazione preventiva non solo è un atto di ostilità nei confronti dei cittadini, come sosteneva Thomas Hobbes, ma è diventato uno strumento di tortura per estorcere per tormenta delazioni e confessioni dagli indagati.

Il caso di Giulia Ligresti, peraltro in galera per un reato economico, nonostante le esigenze cautelari siano tutelate anche e soprattutto dal sequestro dei beni (ma questo è un altro discorso e non entro nel merito della vicenda) ripropone, per l’ennesima volta non solo il problema dell’abuso della carcerazione preventiva (sono 26000 i “condannati preventivi” per dirla col titolo del pamphlet di Annalisa Chirico) ma anche quello del patteggiamento, un istituto mutuato a sproposito dal sistema americano, che, come vedremo, porta ad uno scambio perverso di confessioni e delazioni in cambio di una cospicua riduzione della pena.

Per quanto concerne la carcerazione preventiva (o, per dirla coi termini eufemistici del nostro legislatore, custodia cautelare) come è purtroppo noto è lungi dal limitarsi a misura eccezionale per impedire l’inquinamento delle prove o la fuga dell’imputato.

Peraltro anche in questi casi “sbattere in galera” i sospetti pare eccessivo, posto che la tecnologia oggi offre strumenti per controllare a distanza le persone, dalle intercettazioni ai famosi e costosissimi braccialetti elettronici (per i quali lo Stato, se li avesse comprati da Bulgari, avrebbe forse risparmiato) e atteso che nel mondo “globalizzato” di oggi è ben difficile una fuga senza lasciare tracce: anche qualora l’imputato fosse miracolosamente riuscito a nascondersi (magari dopo una plastica facciale e con una nuova identità) in un Paese per il quale non è prevista l’estradizione il diritto penale avrebbe comunque raggiunto l’ obbiettivo di neutralizzarlo e metterlo in condizioni di non nuocere.

Ma, in realtà, oggi la carcerazione preventiva è non tanto “pena anticipata”, misura di prevenzione e di difesa sociale per evitare che in futuro una determinata persona, ritenuta socialmente pericolosa, commetta reati (ovvero: prima si punisce e solo dopo si processo o si punisce processando, visto l’effetto sputtanante dell’essere arrestato)quanto, piuttosto, come ho detto, strumento di tortura per intimidire e pressare gli indagati costringendoli a collaborare con gli inquirenti.

Ricordate i magistrati di Milano che nell’estate 1994 fecero un appello televisivo a reti unificate contro il famigerato “Decreto Biondi” che, secondo loro, limitando il carcere prima della condanna, avrebbe reso più difficili, se non impossibili, le loro inchieste?

In questo modo i peggiori metodi “di polizia” come “torchiare” i sospetti (che vergogna l’interrogatorio senza difensore, tutt’ora consentito dal nostro codice di procedura penale!) e raccogliere e premiare le “spiate” entrano di diritto nel processo penale, che si riduce a rapporto di forza fra il pubblico ministero, dominus del processo e l’imputato, indotto alla confessione o, peggio, alla delazione, dal timore di restare in carcere e dalla speranza di una ritrovata libertà, preferendo patteggiare sùbito una pena ridotta in cambio delle collaborazione con gli inquirenti, piuttosto che attendere una eventuale assoluzione fra 10 anni (magari aspettata in carcere!)

E’ questo l’aspetto di criticità dell’istituto del patteggiamento, un accordo fra accusa e indagato che permette di “saltare” il dibattimento ed avere uno notevole sconto di pena (ridotta fino ad un terzo) scimmiottamento del plea bargaining americano, dimenticando però che nel sistema statunitense non esiste l’obbligatorietà dell’azione penale, che è a discrezione del prosecutor, il quale può anche concedere l’immunità all’indagato in cambio delle sue dichiarazioni, non essendo il procuratore un funzionario statale collega del giudice, ma sostanzialmente un “politico” eletto dai cittadini oppure nominato dal Governo (spesso la candidatura o la nomina sono il primo passo di una carriera politica: pensiamo a Rudolph Giuliani).

Col patteggiamento viene stravolto il principio di causalità e proporzionalità fra reato e pena, posto che la misura di quest’ultima non dipenderà più dalla gravità del reato commesso ma dal fatto che si “collabori” o meno con gli inquirenti: nel confronto impari con l’accusa cosa può dare l’indagato, magari in carcere e quindi in condizioni di sudditanza psicologica ed impossibilità materiale di organizzare la propria difesa, per ottenere il patteggiamento e la conseguente riduzione di pena, se non la propria dichiarazione di colpevolezza o, peggio, la chiamata di correo, magari infondata, di altre persone?

Per tornare alla carcerazione preventiva, pena senza condanna, non posso non ricordare che essa contrasta palesemente con la presunzione di innocenza, principio in base al quale nel processo penale l’onere della prova incombe sempre e solo sull’accusa, che deve dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato, il quale è considerato non colpevole fino a sentenza definitiva di condanna.

Il già citato Thomas Hobbes, a torto presentato come teorizzatore dello stato totalitario, è, a leggerlo, molto più garantista di certi nostri giudici dai quali non vorrei mai essere giudicato (penso in particolare a quel consigliere di Cassazione secondo cui la presunzione di non colpevolezza semplicemente non esiste perché “non ci sono innocenti, ma solo colpevoli che attendono di essere scoperti” e, perciò, siamo tutti in “libertà provvisoria”!)

Infatti il filosofo inglese considerava come “contrario alla legge di natura qualunque danno sia fatto soffrire ad un uomo prima che la sua causa sia ascoltata, oltre ed al di sopra di quanto sia necessario ad assicurarne la custodia”e si chiedeva “ come si possa parlare di delitto, senza che sia pronunciata sentenza, e come sia possibile, sempre senza una precedente sentenza, infliggere una pena”.

Infine mi chiedo: perché non si abolisce la carcerazione preventiva e non si consente agli indagati un processo a piede libero in modo che possano realmente difendersi in condizioni di parità con l’accusa? (the FrontPage)