martedì 10 giugno 2014
L'autoinganno. Davide Giacalone
L’arte dell’inganno si sublima quando l’ingannatore finisce con l’ingannare sé stesso. Vedo un certo sconcerto per il giudizio di Standard & Poor’s, sulla base di due presupposti: a. le altre agenzie di rating avevano promosso l’Italia; b. i cambiamenti fatti sono rilevanti. E poi, di grazia, lo spread non è forse sceso? No. Non prendiamoci in giro da soli. Quindi, nell’ordine: 1. nessuna agenzia di rating ha segnalato miglioramenti relativi all’Italia, semmai Moody’ e Fitch hanno trasformato la loro previsione da negativa a stabile, che significa: resterete messi male; 2. i cambiamenti sono immaginifici, al momento, visto che il debito cresce, la spesa pubblica cresce e la pressione fiscale li segue, per servirli, il che depotenzia le speranze di ripresa; 3. lo spread scende perché mamma-Bce s’è arrabbiata con i discoli che ci menavano, ma quello spagnolo resta inferiore all’italiano, segno che la gang dei pestatori ci punta prima e più di altri, in attesa che mamma si distragga.
La verità è che un filo lega i giudizi delle agenzie alla vicenda del Mose, ed è lo stesso filo che ci passa attorno al collo: non cambia mai nulla; diciamo sempre le stesse cose; facciamo sempre lo stesso dibattito; presentiamo sempre le stesse ricette. Ma non facciamo un accidente. Dalla corruzione alla giustizia, dal debito alla spesa, sono anni e anni che ripetiamo quel che si dovrebbe fare, ma non lo facciamo. E’ questo che scatena le previsioni cupe, non altro. Se guardassimo con più attenzione dentro la nostra economia potremmo far pernacchie alle agenzie, ricordando loro quanto sono sguerce e in conflitto d’interessi. Ma se guardiamo l’insieme, e non solo chi lavora e continua a essere competitivo, lo spettacolo è desolante.
Dicono: ora c’è una nuova classe dirigente, sono giovani, hanno voglia, ce la possono fare. Magari! Mi preoccupano le somiglianze, però. Dire che la corruzione dipende dagli uomini e non dalle regole è un modo per pigliare l’applauso facile, ma il governo è lì non per la redenzione dell’umanità, bensì per dare regole e rispettarle. Annunciare commissari sempre più ultra-stra-megagalattici, dotati di poteri magici contro la corruzione, è illusorio. E autoillusorio. La sfida non è quella dell’eccezione, ma della normalità. La corruzione è prima di tutto inefficienza e impunità, non si va da nessuna parte se la giustizia non funziona. E’ vero che l’Italia non è stata condannata da Strasburgo e che sulle carceri l’abbiamo sfangata. Ma avete presente come? Liberando i condannati. Pensano che da questo derivi maggiore timore della pena?
Dicono: i giovani ora al governo sono innocenti. No, questo lo nego. Questo è l’inganno più pericoloso, perché tutto basato sul lato penale. I governanti di oggi si sbracciano nel dire che la riforma del titolo quinto della Costituzione è stata una schifezza, che s’è scassato lo Stato e si sono moltiplicate le spese. Bravi, è vero. Ma io lo scrivevo prima che il loro partito la facesse, quella riforma, mentre loro se ne stavano zitti e si facevano eleggere sindaci e assessori. No, non ci sono innocenti. Qui si tratta di spezzare il filo dell’immobilismo, e se vogliono riuscirci non possono farlo sperando di autonominarsi quali unici rappresentanti del bene. Perché quando un vento di follia consente di queste incarnazioni, segue un uragano di pazzia che spazza via tutto.
Quindi: lasciate perdere S&P, smettetela di trastullarvi con le rottamazioni, qui si deve far scendere il debito, la spesa e il fisco. Liberalizzare, rimpicciolire lo Stato, scrivere norme chiare e brevi, far sì che la giustizia sia amministrata dai tribunali e non dalle procure. E’ quello il terreno del cambiamento. Il resto è intrattenimento.
Pubblicato da Libero
venerdì 6 giugno 2014
Perugia e la favola
dei pasti gratis
di Claudio Romiti
06 giugno 2014
Come è noto, domenica prossima Perugia tornerà alle urne nel ballottaggio per scegliere il nuovo primo cittadino. In lizza il sindaco uscente Wladimiro Boccali e il giovane esponente di Forza Italia Andrea Romizi. Quest’ultimo è chiamato ad una impresa a dir poco proibitiva, conoscendo il radicamento storico del Pci/Pds/Ds/Pd nella Regione rossa per antonomasia. D’altro canto, anche nel capoluogo umbro l’influenza che esercita la politica ad ogni livello è tale che, oramai, il partito dominante è visto da molti cittadini come una sorta di rassicurante istituzione. Ed è per ciò che appare molto difficile ottenere un ricambio democratico degno di questo nome.
Quando si gestisce il consenso in modo capillare, affidandosi all’esperienza di un professionismo della politica collaudato in decenni di potere locale, gli interessi che si sono consolidati nel tempo costituiscono un enorme blocco di consenso quasi granitico. Blocco di consenso che, a volte, assume i connotati di vero e proprio voto di scambio legalizzato. Immaginiamo, infatti, che se una Amministrazione comunale volesse mettere in piedi uno dei tanti carrozzoni pubblici in cui si svolgono lavori inventati, assumendo un congruo numero di giovanotti/e di belle speranze, è assai probabile che guadagnerebbe l’eterna riconoscenza di questi ultimi, soprattutto se impiegati con contratti a tempo indeterminato.
Proprio sotto questo profilo giorni fa mi sono imbattuto in una struttura creata dal Comune di Perugia a dir poco surreale: il “Centro servizi giovani”. Una specie di luogo incantato, che da fuori sembra un asilo nido, in cui i giovani in cerca di occupazione o svago possono recarsi liberamente. Tant’è che proprio nel sito del Comune è spiegato che “il Centro servizi giovani vuole inoltre essere: uno spazio multimediale, strumento utile per conoscere il web, un luogo adibito a diverse attività come lo svolgimento di laboratori culturali ed un luogo di costruzione di progetti, pensati per i giovani che vivono, lavorano e studiano a Perugia”.
Ma non basta: questo piccolo baraccone locale, che per molti versi è un doppione degli altrettanto inutili e costosi Centri per l’impiego sparsi ovunque, fa capo ad un'altra struttura particolare detta “Informagiovani”. E proprio nel sito di questo ennesimo ufficio del nulla è scritto che l’incommensurabile gamma di servizi offerti ai giovani cittadini è totalmente gratuita. Già, proprio l’ennesima favola dei pasti gratis che un altro signore del Pd sta divulgando da mesi dalla poltrona di Palazzo Chigi. Ma il problema, ahinoi, è che in realtà nulla è gratuito a questo mondo. Quando un politico crea dal niente una struttura di servizi che apparentemente non costano, nella sostanza carica sull’immenso groppone del popolo pagatore altri plotoni di stipendiati da accudire vita natural durante.
Le tasse e i debiti aumentano in modo impercettibile, tanto da non essere immediatamente percepiti dalla totalità dei cittadini. Tuttavia, i diretti beneficiari di ogni nuovo baraccone pubblico immediatamente capiscono l’antifona e votano. Qualcuno la chiama democrazia acquisitiva, ossia il metodo di ottenere consenso spendendo i soldi degli altri. Il problema grosso nasce quando questi ultimi, come diceva la compianta signora Thatcher, finiscono.
(l'Opinione)
mercoledì 16 aprile 2014
L'all-in del Motivatore. Giovanni Sallusti
L'Intraprendente - Avevamo provato ad anticiparlo qui, lo scenario, e oggi il notiziario ci viene incontro, sussurrando chiaramente: signori, tenetevi pronti all’ultima mano del Motivatore. Forse è stato soprattutto questo, il Cav, nella sua pluridecennale, multiforme, prometeica attività. Un motivatore. Il motivatore e lo sdoganatore dell’Italia secolarizzata, degli istinti edonisti e consumisti, sanamente collocati oltre la contesa ideologica e la contrapposizione tra le due Chiese, quella originale e quella di Partito, l’Italia che archivia Don Camillo e Peppone e accende la tivù commerciale, applaude al disimpegno vitalista di Drive In e sogna le maggiorate di Colpo Grosso, si riconosce finalmente in quel che sta accadendo in Occidente, nel reaganismo e nel thatcherismo. Il motivatore e l’allevatore di un sogno, il sogno per eccellenza del popolo spettatore e votante, e solo un professore di “Repubblica” può interpretare la cosa con sprezzo, il rivoluzionario che afferra il giocattolo artigianale del pallone e lo eleva a matura industria culturale e d’intrattenimento.
Infine, e soprattutto, il motivatore di un popolo, certo variegato e contraddittorio, ma che nel 1994 aveva un denominatore comune. Aveva assistito al crollo giudiziario dei propri partiti di riferimento, e non aveva nessuna intenzione di portare al governo un partito che ostentava ancora, sotto la quercia del Pds, la falce e il martello. Il motivatore scese in campo in una manciata di settimane, i compagni e luogotenenti di una vita glielo sconsigliavano, quasi lo imploravano di non farlo, tutti tranne uno, quel Marcello Dell’Utri che oggi è a Beirut e da anni al centro del mirino mediatico-giudiziario, e forse non è un caso. Il motivatore ascoltò tutti, come fa anche adesso, ma allora aveva il sole in tasca, se ne infischiò di tutti, tranne di quello che annuiva, trasformò l’azienda in un partito e la gioiosa macchina da guerra progressista in un tragicomico apparato fuori tempo massimo. Fu governo, e tutto quel che ne seguì. Errori e delusioni, perché non è detto che un motivatore sia anche un realizzatore, un motivatore può anche confondersi, se si fida dogmaticamente dei suoi umori, può affidare le chiavi del Paese a un socialista, colbertista e protezionista come Giulio Tremonti e parlare ancora di rivoluzione liberale, è il problema di ogni motivatore: la sottovalutazione del principio di non contraddizione.
La rivoluzione liberale non c’è stata, l’assalto giudiziario è continuato, hanno spiato le case, le notti, i letti del motivatore, l’obiettivo era sbalzarlo di sella, a costo di ridurre il Codice penale a una variante della Sharia e inventarsi il reato di festa privata. Infine, lui, il motivatore, il maggior contribuente italiano, è stato condannato per frode fiscale, e per i (numerosi) detrattori questo paradosso sarebbe la pietra tombale sulla sua avventura politica, e umana. Peccato che il motivatore si nutra, di paradossi. E oggi, che il Tribunale di Milano conferma l’affidamento ai servizi sociali, con libertà di movimento, anche a Roma, e quindi di campagna elettorale, il Cav forse sogghigna compiaciuto, e ribadisce: «Farò il motivatore». Nello specifico, per gli anziani di Cesano Boscone, in un centro della Fondazione Sacra Famiglia. Chi lo conosce, sa che è vero, ma che è anche parziale. Quel «farò il motivatore» sbattuto in faccia al mondo, ai suoi persecutori in toga e a quelli di redazione, ai parrucconi che lo danno morto e al suo clone fiorentino che ci spera, significa anche, significa soprattutto: farò me stesso. Combatterò, tenterò l’ennesima rimonta folle della mia vita, forse è la mia ultima mano, d’accordo, ma quel che con i vostri canoni normali è uno svantaggio, per me, pazzo avventuriero erasmiano, è un vantaggio enorme. Posso andare all-in, o tutto o niente, io ci sono abituato, e voi? Siete sicuri di vincere, perfetto, venite a vedere la mano del motivatore. Potreste scoprire di aver perso.
venerdì 14 marzo 2014
Qualcuno era cattocomunista. Fabrizio Rondolino
L'Intraprendente - Sarà un caso, una coincidenza da nulla, e sarà malizioso farlo notare, ma è un fatto che Rosy Bindi è tornata alla ribalta delle cronache, rilasciando interviste e dichiarazioni, quando s’è parlato disottosegretari. La già presidente del Pd di Bersani ha assistito in silenzio alla strepitosa vittoria di Renzi alle primarie e non ha obiettato nulla alla cruenta staffetta che ha estromesso da palazzo Chigi il buon Letta, ma quando s’è cominciato a parlare di poltrone ha deciso di riprendere la parola: non per lamentare l’assenza di bindiani dal nuovo esecutivo ma, più nobilmente, per puntare il dito contro gli “impresentabili” colpevoli soltanto di aver ricevuto un avviso di garanzia.
Ecco, Rosy Bindi sta tutta in questa equazione: poltrone + moralismo. Il risultato è un ventennio di onorata carriera politico-mediatica (nel Partito popolare, nel Pd, al governo) e una sostanziale assenza di risultati. Nessuno ricorda una posizione politica, una proposta programmatica, una scelta di governo della Bindi; in compenso, nessuno ha dimenticato l’infelice battuta che le rivolse Berlusconi, trasformandola all’istante nell’icona lamentosa e gettonatissima dell’antiberlusconismo.
E qui ci avviciniamo al punto. L’antiberlusconismo non è stato soltanto un errore politico e comunicativo marchiano, che di fatto ha consentito al Cavaliere di dominare incontrastato la scena politica per vent’anni: è stato anche il drappo rosso da agitare alla folla per nascondere il cronico fallimento di una classe dirigente. L’antiberlusconismo è stato brandito da Rosy Bindi, e con lei da decine di dirigenti grandi e piccoli del centrosinistra, come un’arma di distrazione di massa utile ad occultare il vero dato politico-culturale del ventennio: l’incapacità della sinistra a comprendere la modernità.
La cultura politica comune alla Dc e al Pci era sostanzialmente consociativa e universalistica: in un Paese a crescita costante c’erano soldi per tutti – operai e falsi invalidi, imprenditori e baby pensionati – e non restava che accordarsi sul modo più vantaggioso per distribuirli. Ogni volta che qualcosa di nuovo bussava alla porta – il ’68, Craxi, e infine Berlusconi – la reazione è sempre stata di allarmata chiusura, di scomunica, di resistenza tenace.
È il profondo conservatorismo della cultura cattocomunista, sopravvissuta per vent’anni alla dissoluzione dei partiti di origine, ad aver bloccato la capacità di espansione della sinistra, chiudendola nel ridotto corporativo di un piccolo mondo antico e privandola della possibilità stessa di comprendere che cosa stava succedendo nel Paese.
Per questo la battaglia di Rosy Bindi e dei suoi sodali contro Matteo Renzi è e sarà sempre più cruenta: perché è l’ultima battaglia con cui l’Ancien régime cerca e cercherà di fermare il Robespierre-Napoleone calato all’improvviso su un corpo politico-istituzionale in aperta metastasi. Ma, come insegna la storia, sebbene non sempre il moderno riesca a vincere al primo assalto, l’antico è sempre destinato a perire.
Ecco, Rosy Bindi sta tutta in questa equazione: poltrone + moralismo. Il risultato è un ventennio di onorata carriera politico-mediatica (nel Partito popolare, nel Pd, al governo) e una sostanziale assenza di risultati. Nessuno ricorda una posizione politica, una proposta programmatica, una scelta di governo della Bindi; in compenso, nessuno ha dimenticato l’infelice battuta che le rivolse Berlusconi, trasformandola all’istante nell’icona lamentosa e gettonatissima dell’antiberlusconismo.
E qui ci avviciniamo al punto. L’antiberlusconismo non è stato soltanto un errore politico e comunicativo marchiano, che di fatto ha consentito al Cavaliere di dominare incontrastato la scena politica per vent’anni: è stato anche il drappo rosso da agitare alla folla per nascondere il cronico fallimento di una classe dirigente. L’antiberlusconismo è stato brandito da Rosy Bindi, e con lei da decine di dirigenti grandi e piccoli del centrosinistra, come un’arma di distrazione di massa utile ad occultare il vero dato politico-culturale del ventennio: l’incapacità della sinistra a comprendere la modernità.
La cultura politica comune alla Dc e al Pci era sostanzialmente consociativa e universalistica: in un Paese a crescita costante c’erano soldi per tutti – operai e falsi invalidi, imprenditori e baby pensionati – e non restava che accordarsi sul modo più vantaggioso per distribuirli. Ogni volta che qualcosa di nuovo bussava alla porta – il ’68, Craxi, e infine Berlusconi – la reazione è sempre stata di allarmata chiusura, di scomunica, di resistenza tenace.
È il profondo conservatorismo della cultura cattocomunista, sopravvissuta per vent’anni alla dissoluzione dei partiti di origine, ad aver bloccato la capacità di espansione della sinistra, chiudendola nel ridotto corporativo di un piccolo mondo antico e privandola della possibilità stessa di comprendere che cosa stava succedendo nel Paese.
Per questo la battaglia di Rosy Bindi e dei suoi sodali contro Matteo Renzi è e sarà sempre più cruenta: perché è l’ultima battaglia con cui l’Ancien régime cerca e cercherà di fermare il Robespierre-Napoleone calato all’improvviso su un corpo politico-istituzionale in aperta metastasi. Ma, come insegna la storia, sebbene non sempre il moderno riesca a vincere al primo assalto, l’antico è sempre destinato a perire.
venerdì 7 marzo 2014
Garantismo tardivo. Davide Giacalone
Bello vedere che il Partito democratico riscopre l’esistenza del secondo comma dell’articolo 27 della Costituzione, nonché (non lo hanno ancora detto, ma suggerisco con piacere) della Dichiarazione universale diritti dell’uomo e della Convenzione europea diritti dell’uomo, quindi della presunzione d’innocenza. Negli ultimi tempi, iniziando con la riforma del titolo quinto della Costituzione e arrivando all’innocenza dei non condannati in via definitiva, sostengono con forza il contrario di quel che, con forza, vollero e fecero. Se servono loro altri spunti, metto a disposizione gli scritti di molti anni, ove troveranno una miniera di sinistre vergogne. Restando al garantismo, però, non s’illudano che sia così facile. Ascoltino un veterano.
Che in caso di avviso di garanzia si diano o si chiedano le dimissioni, da cariche o incarichi pubblici, è, al tempo stesso, civile e incivile. Se la giustizia funziona è civile, direi doveroso: mi dimetto, non coinvolgo la cosa pubblica nella mia disavventura, mi difendo liberamente e torno presto, mondato dal sospetto. Se la giustizia non funziona è incivile: perché le accuse sono spesso campate per aria, i procuratori degli aspiranti divi e perché, soprattutto, così procedendo sono le procure a stabilire chi può mantenere cariche e incarichi, il che sovverte la Costituzione e la vita collettiva. Se per difendersi occorrono più di dieci anni è evidente che l’avviso di garanzia non è neanche presunzione di colpevolezza, ma direttamente una fucilata alle spalle. Dato che da noi la giustizia è la peggiore d’Europa, con tempi incivili, si pone il problema che i delinquenti restino ai loro posti pubblici. Ed è questione seria, perché il garantismo, se ne ricordino i neofiti, non è innocentismo, ma rispetto del diritto e dei diritti. Fra i quali è compreso quello di vedere condannati i colpevoli.
La faccenda, quindi, non si chiude con le pur giuste parole del ministro Boschi, annuncianti che quattro indagati resteranno al governo, ma deve proseguire con l’azione per assicurare loro un processo equo e rapido. Se innocenti per liberarli dall’accusa, se colpevoli per far loro scontare la pena. Restiamo, quindi, in attesa della riforma della giustizia. Ci piacerebbe ingannarla sapendo in che direzione il governo intende procedere. Al momento è buio totale.
Siccome non ci sono solo i sottosegretari, ma anche i cittadini, è bene si sia consapevoli che l’avviso di garanzia è un atto a tutela dell’indagato, ma anche l’inizio di un costoso inferno. Se un sottosegretario non si dimette un imprenditore smette di lavorare e un impiegato di fare carriera. E va ancora bene, perché sono un esercito i cittadini che finiscono in galera prima d’incontrare un giudice e ci restano senza avere mai visto un tribunale. Un esercito che se fosse cancellato sparirebbe anche il problema del sovraffollamento delle carceri, troppo popolate da persone che non scontano la pena, ma attendono il giudizio. Somma inciviltà.
Pesco a caso dal mazzo. A Torino Francesco Furchì già è in sciopero della fame e inizia quello della sete. Detenuto in custodia cautelare, accusato di omicidio, si dice innocente e attende il giudizio. Il problema è che dal suo arresto è passato più di un anno. Noi non sappiamo se sia colpevole o innocente, sappiamo che è detenuto da presunto innocente. Franco Bonanini finì in carcere perché non reiterasse il reato di calunnia. Dopo tre anni un altro pubblico ministero indaga sul presunto calunniato. Questi due casi, diversissimi, dimostrano che: a. la custodia cautelare non può essere cancellata, perché esistono anche soggetti che si presume possano essere pericolosi, ma non può essere protratta, altrimenti diventa pena senza processo; b. non serve a nulla fare le riforme, perché in un caso come il secondo già la legge esistente esclude che si possa privare della libertà una persona in base ad un’accusa così ridicola e senza alcuna pericolosità, ma le leggi sono parole perse se chi le applica non è responsabile delle proprie azioni.
Maria Elena Boschi e Andrea Orlando non hanno colpe personali. Né per come è ridotta la giustizia, né per le vergognose posizioni difese, fino a ieri, dal loro partito. Ma tutti e due, assieme agli altri loro colleghi, non sarebbero dove sono se il loro partito non avesse concimato il consenso anche con quelle idee organiche. E tutti e due sono ministri. Quindi: fateci vedere i risultati, non solo la difesa dei sottosegretari, propri compagni. Ci vuole un niente per passare da inutili.
Pubblicato da Libero
giovedì 6 marzo 2014
Fra Kiev e Caracas. Davide Giacalone
Della libertà e del benessere degli altri europei, per un tempo lunghissimo, è interessato a pochi. In compenso sfilavano cortei, si organizzavano concerti e si versavano lacrime per la libertà in America Latina. Oggi, però, tutti parlano di Kiev e nessuno (salvo i soliti pochi) di Caracas. Tutti si sentono ucraini e nessuno venezuelano. E sì che la Repubblica Bolivariana è passata dalle mani di un despota megalomane, Hugo Chávez, a quelle di un despota cleptomane, Nicolás Maduro, entrambe alleati dei dittatori cubani e allievi della loro dottrina repressiva. E sì che le grida d’aiuto che vengono dai liberi venezuelani sono idiomaticamente più comprensibili di quelle dei liberi ucraini. Non voglio stilare una graduatoria, ma capire l’incredibile disparità.
Due sono i criteri più usati, per provare a capire: quello destra-sinistra e quello europei-lontani. Entrambe non spiegano nulla. Leggiamone la bugia, prima di arrivare al terzo, più efficace, che intitolerei al falso idealismo, basato sull’ignoranza. Il criterio destra-sinistra sembra funzionare nel caso venezuelano, come, del resto, in quello cubano: siccome il dittatore si tinge di rosso, ne consegue che non può essere messo al pari delle giunte militari e fasciste. Il che è vero, perché le seconde sono durate di meno. Crolla, però, in Ucraina, dove i sentimenti anti russi, molto presenti nella piazza Majdan, hanno preso, nella storia (e nel presente), anche forme di destra estrema, fino al nazismo. Sicché leggo la cosa in modo diverso: il fascino dei movimenti sud americani consisteva nel potere essere usati contro gli Stati Uniti. Finita quella funzione sono stati dimenticati.
Il criterio secondo cui ci sentiamo più coinvolti dalla sorte degli europei, rispetto a popoli lontani, magari non è generosa, ma sembra razionale. Invece è priva di fondamento, visto che la gran parte della presunta cultura italiana de sinistra, ivi compreso l’attuale presidente della Repubblica, non solo non si sentì schiacciare dai carri armati che entrarono a Budapest, non solo non arse di rabbia, con Jan Palach, a Praga, ma, anzi, s’industriò a giustificare la miseria e l’oppressione in cui quegli europei erano stati chiusi dalla cortina di ferro. In compenso tutti si sentirono assediati nel palazzo della Moneda, assieme a un Salvador Allende che supponeva di potere portare il socialismo in Cile. No, direi che questo criterio non regge.
E allora? Allora capita che studiando poco e facendosi una cultura con i film s’incorre nell’errore di credere che gli orsi siano tutti socievoli come Yoghi. E che abbandonandosi al moralismo senza etica si supponga che gli interessi siano sempre immondi, specie quando sono i nostri. Vale per il gas che passa in Ucraina, come per il petrolio che si estrae in Venezuela. Il primo sembra spiegare che l’intervento armato russo ha finalità di mero portafoglio, dimenticando il fatto che in Ucraina si combattono bande di ladri e cancellando la storia da Pietro il grande in poi, con i russi che si vivono come potenza mondiale, mentre gli occidentali sono disposti a riconoscere solo un ruolo regionale. Mentre il secondo, il petrolio, sembra giustificare la pretesa antioccidentale dei chavisti, per non cadere nelle mani della speculazione, mentre, all’opposto, è la merce di scambio per avere il sostegno e la consulenza dei castristi, maestri nella sopravvivenza degli aguzzini. E finché queste allucinazioni riguardano solo qualche fighetto intellò, passi, ma l’Unione europea che s’è messa a negoziare un accordo di libero scambio con l’Ucraina, supponendo di poterlo fare senza mettere in conto Mosca e non accorgendosi d’essere solo merce di scambio per far aumentare i finanziamenti russi, è un caso tragico d’incapacità diplomatica e buio culturale.
La politica estera è il terreno in cui raggiunge la massima tensione ed espressione la convivenza fra ideali, interessi, storia e geografia. Non deve fare paura la politica degli interessi, perché gli ideali (specie di popoli, terre e religioni), da soli, restituiscono sangue. Né devono fare paura gli ideali, perché gli interessi, da soli, producono grettezza e decadenza. Un atlante storico aiuta, molto. E una buona coscienza serve a sentirsi in colpa, per essersi dimenticati di quanti, in Venezuela (come in altre parti del mondo) combattono per la libertà accompagnati dal nostro disinteresse, inteso come mancanza di cultura e sensibilità necessarie per interessarsi. Nessuno può mettersi a fare il redentore del mondo, anche perché da lì nascono incubi. Ma la bontà a intermittenza è riprovevole. O dimostra una testa da Bubu.
Pubblicato da Libero
giovedì 20 febbraio 2014
La sinistra che deve fare la destra. Arturo Diaconale
Renzi come D’Alema, entrambi a Palazzo Chigi per manovre di Palazzo e senza investitura popolare? In apparenza è così. Ma nella sostanza la similitudine è molto più profonda. E riguarda la vera anomalia della politica italiana, quella che spingeva l’Avvocato Giovanni Agnelli a sostenere che nel nostro Paese solo un Governo di sinistra può realizzare politiche di destra.
Massimo D’Alema sostituì Romano Prodi alla guida del Governo grazie ad un’operazione condotta con spregiudicata abilità da Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio e della lealtà atlantica dell’Italia. L’ex Presidente della Repubblica non era animato dall’intento di favorire il perfezionamento della democrazia dell’alternanza determinando la nascita del primo Governo a guida post-comunista della storia dell’Italia repubblicana. Voleva solo, sicuramente su sollecitazione dei massimi vertici della Nato (cioè degli Stati Uniti), creare le migliori condizioni affinché il nostro Paese potesse assicurare l’uso delle proprie basi militari e della propria partecipazione alla guerra che l’Alleanza Atlantica si accingeva a scatenare contro la Serbia di Milosevic.
Il cattolico Prodi avrebbe potuto garantire che l'Italia sarebbe entrata in guerra, per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale, tenendo a freno le tensioni che sarebbero inevitabilmente venute dalla sinistra pacifista e antiatlantica che era forza determinante del suo Governo? Cossiga e i suoi ispiratori giudicarono opportunamente che Prodi non avrebbe potuto offrire alcuna garanzia in questo senso. Pensarono che solo un comunista avrebbe potuto fare guerra ad un Paese comunista tenendo a bada i propri comunisti. E realizzarono la manovra di Palazzo che portò il primo ex comunista a guidare il Governo della prima guerra dell’Italia repubblicana contro il comunista Milosevic. Un capolavoro! Ovviamente di applicazione della tesi di Agnelli secondo cui nel nostro Paese solo Governi di sinistra possono comportarsi come Governi di destra.
Matteo Renzi si accinge a compiere un’operazione del tutto simile a quella realizzata a suo tempo da D’Alema. Non deve portare il Paese ad entrare in guerra tenendo tranquilla la sua base pacifista. Deve realizzare quella serie di riforme che i Governi di centrodestra degli ultimi vent’anni non sono riusciti a compiere a causa dell’opposizione intransigente della propria parte politica. Dalle riforme istituzionali bocciate dal referendum promosso e vinto a suo tempo dal Partito Democratico all’abolizione, almeno per i primi tre anni dei nuovi assunti, di quell’articolo 18 contro cui il centrodestra si batté inutilmente a suo tempo, fino alla riduzione delle tasse e alla ridefinizione dei rapporti economici con l’Europa fino ad ora rimasti degli autentici tabù per la sinistra italiana.
Non c’è da stupirsi, allora, se Renzi trova resistenze nel suo partito e suscita simpatie e attese nel campo avversario. C’è da riflettere, semmai, sul fatto che il precedente di D’Alema non alimenta grandi speranze sulla durata del Governo di Renzi. Una volta che hanno esaurito il compito a cui sono stati chiamati, i Governi di sinistra che fanno politiche di destra vanno a casa. Ma c’è, soprattutto, da riflettere sulla difficoltà del nostro Paese di superare quell’anomalia che gli impedisce di essere normale. Una anomalia rappresentata dal ruolo egemonico della sinistra nella società nazionale, quel ruolo che impedisce il corretto funzionamento della democrazia dell’alternanza e subordina sempre e comunque il futuro del Paese a quella casta che sfrutta questa egemonia per perpetuare all’infinito i propri privilegi.
(l'Opinione)
venerdì 7 febbraio 2014
Frinire fiscale. Davide Giacalone
Le notizie sono due in una: 1. s’è, finalmente, affermata una qualche compensazione fra debiti e crediti con la pubblica amministrazione; 2. la positiva novità è dovuta a un emendamento al decreto “Destinazione Italia”, presentato dai parlamentari del Movimento 5 Stelle. Ciascuna merita un approfondimento e una riflessione.
Esaminiamo, per punti, la sostanza, mettendo fra parentesi quel che sarebbe giusto aggiungere: a. potranno essere congelate tutte le pretese della pubblica amministrazione, siano esse fiscali o di altra natura, se chi riceve la cartella esattoriale vanta un credito contrattuale pubblico, per un importo superiore o pari a quel che dovrebbe pagare (non si capisce perché non dovrebbe poter detrarre un eventuale credito inferiore, così come, nel caso ci sia da compensare, vanno cancellate le sanzioni e gli interessi); b. la validità di questo sistema sarà di un anno (dovrebbe essere perpetuo); c. i soggetti interessati sono tutte le società, ivi comprese le ditte individuali (sarebbe bene estendere a tutti i cittadini, tanto più che l’emendamento parla anche di “crediti per servizi professionali”, che non obbligano alla forma societaria); d. i crediti si riferiscono a tutta la pubblica amministrazione, quindi sono compresi gli enti locali e ogni altra amministrazione, anche autonoma; e. i crediti devono essere “certi”, vale a dire riconosciuti dall’amministrazione, anche mediante apposita certificazione (sarà bene aggiungere che l’amministrazione stessa è tenuta a certificare tutto quello che non intenda rigettare o contestare, magari pure con il silenzio assenso, altrimenti si apre una falla per pubblica inadempienza); f. la norma non è immediatamente operativa, perché il ministero dell’economia ha 90 giorni per emanare un apposito decreto attuativo (meglio chiarire, dunque, che l’anno decorre dal decreto, altrimenti va a finire che la novità vive solo per sei mesi).
Dentro le parentesi c’è il lavoro ancora da fare, ma fuori da quelle ci sono principi e previsioni più che giusti. L’amministrazione fiscale dovrà fare i conti con un gettito inferiore al previsto, ma è bene sottolineare che quello mancante era una rapina ai danni di un sistema produttivo cui s’intima di dare e s’impedisce di avere. Una negazione di diritti che getta una luce losca sui doveri. Il decreto attuativo non complichi le cose, magari paventando che potrebbero esserci abusi e imbrogli. L’amministrazione fiscale ha tanti di quei dati, su cittadini e imprese, che non è ammissibile non sappia subito riconoscere le pretese fondate da quelle fraudolente. E se non ci riesce deve prendersela con i propri dirigenti e dipendenti, non con chi ne subisce le inefficienze.
Tanto sono solari l’ovvietà e la fondatezza di questo emendamento, che i relatori lo hanno fatto proprio. Tale solarità, però, abbaglia per il fatto che si sia dovuta attendere l’iniziativa di un gruppo parlamentare nuovo, a fronte di un problema antico. A nulla sono servite le “sentinelle delle tasse” (come s’è definito il Nuovo centro destra), i cultori del rigore (come si descrivono quelli di Scelta civica), o i predicatori dell’equità (come amano pensarsi quelli del Partito democratico). Tutti seduti al governo, tutti fra i compitatori del decreto, nessuno in grado di cimentarsi con l’ovvio.
Ma le colpe (gravi) non sono solo politiche. Perché questa iniziativa ortottera ha subito avuto ascolto e risalto, anche da parte di un sistema dell’informazione che, invece, è stato omertoso sul caso della Banca d’Italia. Segno che quando non ci si trova in conflitto d’interessi si riesce anche a ragionare e non si sente il bisogno di latrare ai latranti.
L’odierno plauso ai pentastelluti cancella l’orrore per certi loro eloqui esaltati e deprimenti? Niente affatto. Però aiuta a capire che il dialogare civile consente di convenire e dissentire, senza per questo iscriversi alla categorie di adoranti e odianti. E aiuta a vedere che se le parole intollerabili è giusto condannarle, sarà anche bene prendere atto che l’ondata d’indignazione contro il frinire (a cura degli stessi che con quelli volevano fare il governo) è stata alta perché elevato era il bisogno di coprire i propri torti sostanziali con gli altrui torti verbali. Talché è da escludersi possa chiudersi con tonitruanti condanne la partita che ha scardinato la nostra banca centrale. Il tempo curerà di portare a galla i torti, le viltà, le complicità e le quintalate di moralismo senza etica.
Pubblicato da Libero
giovedì 30 gennaio 2014
Perché la sinistra è chic e la destra puah? Paolo Pillitteri
Ieri su “Il Giornale”, oltre ad un ottimo fondo sulla questione Giustizia del nostro direttore Diaconale, abbiamo letto con gusto, riflettendoci un po’ sopra, un articolo-saggio di un brillante Luigi Mascheroni che non si limita solo a prendere in giro la mainstream gauchista spalmata sui mass media, ma entra in medias res citando personaggi e luoghi (comuni) in cui le azioni e le reazioni degli addetti ai lavori di sinistra si comportano come un gruppo affiatato e scafato pur rimanendo, a ben vedere, nell’eterna, casereccia dimensione dei compagnucci della parrocchietta.
In effetti, e seguendo la riflessione di Mascheroni, uno dei pochi (e vedremo il perché) intellettuali non iscritti alla suddetta mainstream press, gli esempi offerti quotidianamente da quel sistema offensivo-difensivo spiegano tanti perché. Perché, infatti, un capace giornalista come Giovanni Toti - prestato alla politica di Forza Italia - se viene fotografato in tuta con a fianco il Cavaliere suo sponsor diventa automaticamente, per quei furboni della critica progressista, una macchietta, un cretinetti, mentre un altro non meno bravo giornalista come Gad Lerner (nel cui blog, detto inter nos, non mancano intriganti provocazioni) se fotografato in boxer a fianco di Carlo De Benedetti rimane, per antonomasia, l’intellettuale hipster.
È l’identico ragionamento provocatorio, au contraire, che ha suggerito alla bonomia di Paolo Liguori di aggiungere, sempre a proposito di Toti in tuta (bianca) che, se la indossa costui è un impresentabile, mentre Obama in tuta è un genio. E gli esempi continuano, si agganciano al super-medium televisivo nella cui offerta di giudizi incrociati - incrociati esattamente come le partecipazioni a talk, Twitter e blog - è facile rinvenire quella vena di appartenenza-supponenza che l’intellighenzia italiana nutre nei confronti degli altri, dei diversi, della destra. La quale si mostra a volte nella Rete 4, a volte altrove ma sempre e comunque sottoposta a una visione riduttiva, a una critica che è più un pregiudizio che un giudizio.
Mascheroni, implacabilmente, cita il caso della trasmissione di Formigli su “La7” che ha raggiunto, l’altra sera, il 5% ed è stata salutata come un successo; mentre il programma di uno che non è più una new entry ma una riuscita conferma come Paolo Del Debbio, pur avendo raggiunto il 6,5%, è considerato un imbarazzante turista per caso su una rete del Caimano. E così via, passando per le invasioni barbariche, gli otto e mezzo e il resto. Dopodiché e fermo restando gli opportuni appunti di Mascheroni che si aggiungono ai nostri da anni (si parva licet), dobbiamo comunque ragionare sul perché la sinistra, in Italia e soltanto in Italia, è sempre chic e la destra è sempre o quasi puah, impresentabile, imbarazzante.
Senza annoiarvi, dobbiamo per forza citare il lavoro di largo raggio e di lunga lena che dal dopoguerra i nipotini di Gramsci, Togliatti e Berlinguer hanno compiuto conquistando le “cittadelle borghesi” di cultura, arte, scuola, università, ricerca, editoria, giornalismo e, infine, tivù; il medium dove quel lavorio ha acquisito e contraddistinto in Rai, reti, telegiornali, programmi, talk e, in quelle private, l’intera La7 la cui informazione è marchiata indelebilmente da un caposcuola come Enrico Mentana, che non è certamente di destra. E perché? Perché da sempre, dal dopoguerra, da De Gasperi in poi, il centro, per non dire il centrodestra e figuriamoci la destra, non si sono mai occupati degli intellettuali, dell’arte, della cultura, spregiativamente definiti “culturame”.
La destra politica -e lo dice uno che è orgoglioso di essere un socialdemocratico senza tessera - non conosceva fino a una ventina di anni fa neppure Karl Popper, mentre uno dei pochissimi, autentici pensatori di quell’area, il grande filosofo cattolico Del Noce, è sempre rimasto una sorta di mosca bianca. E arriviamo a Berlusconi. La storica indifferenza del Cavaliere per la cultura fa da pendant, nel suo pensiero, con l’idiosincrasia per la parola partito, benché, col tempo, anche le sue televisioni hanno fatto passi in avanti in quell’ambito. Ma siamo ai passetti, Toti in tuta compreso. Perciò, direbbero i due indiscutibili opinion maker radiofonici, Cruciani e Parenzo: di che stiamo parlando?
(l'Opinione)
martedì 28 gennaio 2014
Le toghe intimidatorie. Arturo Diaconale
È difficile stabilire se le inchieste ed i processi a carico di Silvio Berlusconi rappresentino dei precedenti che spianano la strada a nuove forme di giurisdizione o se siano solo, grazie al grande rilievo mediatico che sempre assumono, lo specchio su cui si riflette una serie di nuove tendenze già presenti nella realtà giudiziaria del Paese.
È probabile che solo in futuro, quando le vicende degli ultimi vent'anni e del presente saranno diventate storia, si potrà stabilire se su questo terreno sia nato prima l'uovo o la gallina. Per il momento bisogna accontentarsi di indicare ciò che emerge dall'ultima vicenda giudiziaria del Cavaliere. Che non è solo un atto dovuto, come ha sottolineato il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito dell'apertura dell'inchiesta per corruzione di testi e falsa testimonianza a carico di Berlusconi, dei suoi avvocati e di tutti i testimoni a favore della difesa nei processi Ruby 1 e Ruby 2. Ma è qualcosa di molto più importante e significativo. Che non riguarda solo le vicende personali dello stesso Berlusconi, degli avvocati Longo e Ghedini, di oltre quaranta ragazze e tutti gli altri indagati. Ma che solleva una questione che riguarda indifferentemente tutti i cittadini: quella della tendenza crescente alla limitazione del diritto alla difesa attraverso il ricorso sistematico alle incriminazioni per falsa testimonianza. Il processo Ruby 3 diventerà sicuramente il terreno su cui i difensori di Berlusconi e di tutti i suoi testimoni a favore incriminati solleveranno la questione del limite al diritto di difesa posto dall'uso massiccio da parte dei magistrati giudicanti ed inquirenti dell'incriminazione degli stessi testimoni. Non ci vuole una particolare scienza nel cogliere il potere intimidatorio dell'«atto dovuto» a cui ha fatto riferimento, peraltro in maniera formalmente corretta, Bruti Liberati. Quanti testimoni avranno la forza di confermare le loro deposizioni di fronte alla concreta prospettiva di subire pesanti condanne? E, al tempo stesso, quante ritrattazioni e correzioni potranno sfuggire al sospetto di essere state provocate non dall'amore per la verità, ma dalla paura di sanzioni ingiustificate? Il clamore mediatico che inevitabilmente si determinerà attorno alla vicenda trasformerà la natura del Ruby 3. Non si discuterà più solo di una vicenda pruriginosa che riguarda la vita privata di un cittadino o di giustizia a orologeria ai danni di un leader determinante per le sorti politiche del Paese. Si aprirà una questione d'interesse generale, come la sorte del diritto di difesa di tutti i cittadini. E questa inevitabile attenzione dell'opinione pubblica sul caso personale del Cavaliere farà scoprire che la tendenza a colpire il diritto di difesa non è una novità prodotta dal caso Berlusconi, ma un fenomeno ormai ampiamente diffuso dipendente dal progressivo processo di sacralizzazione della magistratura avvenuto negli ultimi due decenni. Le toghe sono state trasformate da amministratori di giustizia a depositari di verità. Con il risultato che, come ai tempi dell'Inquisizione, la verità non può essere messa in discussione, ma deve trionfare sempre e comunque. Anche a dispetto del diritto di difesa che, a causa della concezione sacrale della magistratura, diventa reato di eresia da perseguire ad ogni costo. Anche con la tendenza crescente al ricorso all'incriminazione per falsa testimonianza come strumento di intimidazione per la conversione alla verità espressa dal magistrato di turno!
(il Giornale)
Il pm Antonio Sangermano e gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini
È probabile che solo in futuro, quando le vicende degli ultimi vent'anni e del presente saranno diventate storia, si potrà stabilire se su questo terreno sia nato prima l'uovo o la gallina. Per il momento bisogna accontentarsi di indicare ciò che emerge dall'ultima vicenda giudiziaria del Cavaliere. Che non è solo un atto dovuto, come ha sottolineato il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito dell'apertura dell'inchiesta per corruzione di testi e falsa testimonianza a carico di Berlusconi, dei suoi avvocati e di tutti i testimoni a favore della difesa nei processi Ruby 1 e Ruby 2. Ma è qualcosa di molto più importante e significativo. Che non riguarda solo le vicende personali dello stesso Berlusconi, degli avvocati Longo e Ghedini, di oltre quaranta ragazze e tutti gli altri indagati. Ma che solleva una questione che riguarda indifferentemente tutti i cittadini: quella della tendenza crescente alla limitazione del diritto alla difesa attraverso il ricorso sistematico alle incriminazioni per falsa testimonianza. Il processo Ruby 3 diventerà sicuramente il terreno su cui i difensori di Berlusconi e di tutti i suoi testimoni a favore incriminati solleveranno la questione del limite al diritto di difesa posto dall'uso massiccio da parte dei magistrati giudicanti ed inquirenti dell'incriminazione degli stessi testimoni. Non ci vuole una particolare scienza nel cogliere il potere intimidatorio dell'«atto dovuto» a cui ha fatto riferimento, peraltro in maniera formalmente corretta, Bruti Liberati. Quanti testimoni avranno la forza di confermare le loro deposizioni di fronte alla concreta prospettiva di subire pesanti condanne? E, al tempo stesso, quante ritrattazioni e correzioni potranno sfuggire al sospetto di essere state provocate non dall'amore per la verità, ma dalla paura di sanzioni ingiustificate? Il clamore mediatico che inevitabilmente si determinerà attorno alla vicenda trasformerà la natura del Ruby 3. Non si discuterà più solo di una vicenda pruriginosa che riguarda la vita privata di un cittadino o di giustizia a orologeria ai danni di un leader determinante per le sorti politiche del Paese. Si aprirà una questione d'interesse generale, come la sorte del diritto di difesa di tutti i cittadini. E questa inevitabile attenzione dell'opinione pubblica sul caso personale del Cavaliere farà scoprire che la tendenza a colpire il diritto di difesa non è una novità prodotta dal caso Berlusconi, ma un fenomeno ormai ampiamente diffuso dipendente dal progressivo processo di sacralizzazione della magistratura avvenuto negli ultimi due decenni. Le toghe sono state trasformate da amministratori di giustizia a depositari di verità. Con il risultato che, come ai tempi dell'Inquisizione, la verità non può essere messa in discussione, ma deve trionfare sempre e comunque. Anche a dispetto del diritto di difesa che, a causa della concezione sacrale della magistratura, diventa reato di eresia da perseguire ad ogni costo. Anche con la tendenza crescente al ricorso all'incriminazione per falsa testimonianza come strumento di intimidazione per la conversione alla verità espressa dal magistrato di turno!
(il Giornale)
Il pm Antonio Sangermano e gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini
venerdì 24 gennaio 2014
Archivio› Andrea's Version
24 gennaio 2014
Andiamo, dài, quello nei confronti dell’Amor nostro, delle sue ospiti, dei difensori e dei testimoni a favore, era nient’altro che un atto dovuto. E infatti il procuratore di Milano l’ha comunicato alla stampa senza enfasi, anzi, in modo molto professionale, serioso, ha snocciolato date, numero dei processi vecchi, numero del procedimento nuovo, nomi dei sostituti che prenderanno in carico la pubblica accusa, stop. Bruti Liberati, a dirla tutta, ha mostrato se mai un tono vagamente scocciato, come se l’atto dovuto fosse effettivamente dovuto, un dovere, ma di quei doveri che, potendo, la procura si sarebbe volentieri evitata. Una noia, quasi, un déja vu, una minestra riscaldata. Tanto è vero che il timbro della sua voce ha preso un’anda appena più vivace, più convinta, quando l’alto magistrato ha comunicato la rinuncia della dottoressa Boccassini, chiamata, e questo l’ha scandito, “a impegni più pressanti”. Va là, è già su Renzi?
© - FOGLIO QUOTIDIANO
venerdì 17 gennaio 2014
Grazia e ingiustizia. Davide Giacalone
E’ giusto che il presidente della Repubblica conceda la grazia a un detenuto, perché bisognoso di cure? Tema doloroso e difficile, dilemma innanzi al quale si spera sempre di non trovarsi. Ragione in più per essere netti: no, non è giusto.
Un detenuto, in gravi condizioni di salute, s’è rivolto a Giorgio Napolitano, chiedendo di poter accedere all’eutanasia, di potere morire. Richiesta ovviamente non esaudibile. Né che sia praticata in carcere, né che possa suicidarsi (con assistenza) una volta libero. Il tema di questo articolo non è l’eutanasia, ma è escluso che un provvedimento del Quirinale possa disporre quel che è illecito. Quel detenuto (non ne farò il nome, noto a chiunque voglia saperlo, perché qui interessa la giustizia, non quel caso particolare), però aveva già incontrato Napolitano, quando s’era recato in visita al carcere napoletano. Già gli aveva chiesto aiuto. Inoltre era stata inoltrata domanda di grazia, sempre basata sulla salute. Ragion per cui, una volta divenuta nota la supplica di suicidio, il Quirinale ha ufficialmente dichiarato che: a. ha sollecitato il ministero della giustizia, affinché l’istruttoria sia celere (segno che intende concederla); b. che la direzione del carcere è stata sensibilizzata affinché, nel frattempo, sia assicurata la massima assistenza sanitaria. Trovo che sia un cumulo di errori.
Il reato per cui il detenuto si trova in carcere è omicidio. Fosse anche di altra natura, una volta terminato il processo, la certezza del diritto impone la certezza della pena. Se la salute di un detenuto diventa incompatibile con la pena questa deve essere sospesa. E, naturalmente, finché la detenzione continua l’assistenza sanitaria deve essere assicurata. Si tratta di cittadini la cui vita è nelle mani dello Stato. Per essere punita, certo, ma non per essere tolta, minacciata, messa a rischio o anche solo umiliata. E questo deve valere per tutti, sempre. Quindi quel detenuto, ove siano reali le condizioni che descrive, dovrebbe trovarsi fuori, o in un centro medico, senza che la presidenza della Repubblica debba minimamente intervenire. Se, invece, le cose non funzionano come dovrebbero, e pare proprio che non funzionino, allora non si tratta di sensibilizzare le autorità competenti su un singolo caso, ma di licenziarle e sostituirle con chi assolva meno approssimativamente ai propri doveri.
Se solo dopo l’intervento il comunicato quirinalizio, come è accaduto, viene disposto il trasferimento in ospedale ciò non è da prendersi come un caso di bontà coronata da successo, ma d’incoscienza e insensibilità solo per fortuna non accompagnata dal decesso. E se il giudice ha ritenuto, come è accaduto, di non disporre la scarcerazione è segno che o sbaglia, e deve esserne responsabile, o ritiene che il ricovero sia sufficiente, il che toglie ulteriormente opportunità all’avere accelerato il procedimento di grazia.
Intervenire assicurando la grazia, dopo una lettera in cui si chiede il suicidio è un tragico errore, tenuto anche conto che l’autolesionismo è già fin troppo presente nella vita carceraria. Premiare l’annuncio di un gesto estremo è l’esatto contrario di quel che serve per tutelare la salute e la dignità dei detenuti. Di tutti i detenuti.
La situazione delle carceri italiane è d’intollerabile illegalità. Se anche non avessimo occhi per accorgercene da soli (ma quante volte lo abbiamo scritto e denunciato!?), c’è l’infamante collezione delle sentenze di condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per ricordarsene. Sta di fatto, però, che in sede politica restano circondate dal silenzio le tenaci battaglie dei radicali italiani, e in sede istituzionale è caduto nel vuoto il messaggio alla Camere inviato dal Colle. La ragione di tale fuga politica, di tanta viltà, è una: i partiti si rendono conto che non è presentabile il susseguirsi delle clemenze verso i criminali, nel mentre non si riesce ad assicurare giustizia ai cittadini, né hanno forza e coraggio per operare la riforma della giustizia, come tutti sanno si dovrebbe fare, ma come una congrega di codardi non riesce a fare perché bloccata da veti corporativi e propri timori personali. E guardate che il problema non è affatto solo il sovraffollamento, rispetto al quale basterebbe osservare che un numero impressionante di detenuti non sta scontando una pena, perché non ha sul capo una condanna. L’abuso di carcerazione preventiva è devastante per la civiltà, per il diritto e per il carcere.
Pensare di porre rimedio alla vergogna delle galere senza porre rimedio alla vergogna della malagiustizia è illusorio. Pensare di salvarsi la coscienza intervenendo per i casi che i mass media si preoccupano di descrivere come pietosi è non solo ipocrita, ma anche pericoloso. Quel detenuto ha diritto al rispetto della legge, e tutti i detenuti hanno diritto a essere considerati con pari attenzione. Se non si ha il coraggio di provvedere si abbia almeno il pudore di tacere.
Pubblicato da Libero
martedì 14 gennaio 2014
Archivio› Bordin Line
14 gennaio 2014
La manifestazione è venuta bene. Migliaia di persone, standing ovation nei passaggi salienti dell’intervento di Barbara Spinelli, e soprattutto la presenza dei magistrati in solidarietà dei quali la manifestazione si teneva ovvero i pubblici ministeri del processo sulla trattativa. Prendo queste notizie dal Fatto di ieri. Del resto la vicenda la conoscete, si tratta delle minacce rivolte da Riina al dottor Di Matteo e al rischio che esse possano essere messe in atto, estese agli altri magistrati che nel processo rappresentano l’accusa. Qualcosa però nel resoconto del Fatto non c’è. Sabato è uscita su Repubblica, ma non sul Fatto, la notizia di un allarme in procura a Palermo. Una fonte confidenziale ha avvertito che Matteo Messina Denaro, latitante e non al 41 bis come Riina, sta preparando un attentato contro il procuratore aggiunto Teresa Principato che il mese scorso ha fatto arrestare alcuni famigliari e complici del boss di Castelvetrano. Il blitz ha dato i suoi frutti e il rischio per la dottoressa Principato ora è serio. Ma nella “fattoria dei magistrati” del Fatto quotidiano alcuni magistrati sono più uguali degli altri, e nella manifestazione “contro le minacce ai magistrati” non risulta, almeno dal resoconto, che della vicenda si sia fatto cenno.
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di Massimo Bordin – @MassimoBordin
lunedì 13 gennaio 2014
Il primo premio al politicamente corretto. Gianni Petrosillo
Il politicamente corretto è lo stadio terminale della degenerazione morale occidentale. Possiamo individuare come punto critico di questa parabola discendente della nostra civiltà il 2009, quando il Norske Nobelkomité conferisce, per inesistenti “contributi eccezionali alla società”, il Nobel per la pace al primo Presidente creolo della storia americana.
Il premio non venne assegnato alle intenzioni, come qualcuno ebbe a dire, perché Obama, divenuto Capo della Casa Bianca da pochi mesi, era assurto al “soglio” di Washington ricorrendo ad una narrazione pacifista e globalista che faceva ben auspicare. Tutti sanno che le parole di un Capo di Stato sono destinate, prima o poi, ad infrangersi sulla corteccia dura dei fatti e degli interessi strategici della nazione guidata, in ultima istanza prevalenti su qualsiasi racconto utopistico.
Il riconoscimento gli fu direttamente attribuito per caratteristiche somatiche rientranti nel cliché ideologico dominante il quale ha, da tempo, reso la “diversità omologata” il passe-partout per il comando (apparente). L’America già facendo eleggere Obama, cioè portando un simbolo delle sue invenzioni antirazziste, sul gradino più alto dell’establishment, aveva dato “l’esempio” a tutta la Comunità internazionale, e ciò al fine di rendere più credibili tutte le sue “storie” opportunistiche, raccontate e ancora da raccontare.
Qualche anno prima, nel 2007, la stessa onorificenza era toccata ad Al Gore, per “gli sforzi volti a costruire e diffondere una maggiore conoscenza sui cambiamenti climatici causati dall’uomo”. Ma qui eravamo ancora su un altro livello di mistificazione, perché era stato l’argomento “utilizzato” e non le qualità fisiche del personaggio a validare la pantomima. Pazienza, se quelle dell’ex vice di Bill Clinton erano tutte bufale propagandistiche smentite dai fatti e da studi scientifici concomitanti e successivi.
Il circolo ristretto della globalizzazione, che ha sede negli Usa ed influenza sul resto del mondo, aveva eletto a tematiche dirimenti quelle ecologiche (ora un po’ in discesa), trattate secondo un taglio allarmistico e colpevolizzante la specie umana, per cui chiunque ne avesse preso le parti dal verso giusto e nella giusta inconsapevolezza avrebbe ricevuto ori e allori. Touché, direbbero i francesi. Il catastrofismo climatico di questa fase storica, che nei suoi aspetti apocalittici è un prodotto specifico della disinformatia americana, è stato generato dai timori statunitensi di ritrovarsi troppi concorrenti sul mercato internazionale, con aspirazioni autonomistiche, regionali o di area, i quali attraverso il controllo delle fonti energetiche e gli approvvigionamenti potevano arrivare a contendere il loro primato mondiale. La rinascita russa, basata sulle prospezioni aggressive e le esportazioni di gas, quali mezzi di pressione geopolitica, ne è una testimonianza evidente. Gli Usa, in un certo senso, non si erano sbagliati ed hanno usato forme di terrorismo psicologico per sbarrare la strada ai possibili competitors.
Così sono nate le favole sul global warming e quelle sulle fonti pulite, al momento appena ausiliarie e non sostitutive di quelle classiche. L’ideale politically correct che canta nel cervello di molti idioti suboccidentali, un tempo semplicemente europei e fieri di esserlo, i quali hanno ceduto alle sirene d’oltreatlantico (abili a cantare per attirarci sugli scogli dove viene fatta a pezzi la nostra millenaria cultura) ha raggiunto vette di miserabilità inimmaginabili. Ieri mezza Italia progressista era in festa per il Ministro Kyenge che il Foreign Policy ha citato tra i 100 pensatori più influenti del pianeta.
Che avrà mai fatto la Kyenge per meritarsi tutto ciò?“Combatte la persistente xenofobia in Europa” ed ha avuto “il coraggio di proporre leggi per concedere facilmente la nazionalità italiana agli immigrati”. La motivazione reale ovviamente non è questa, anche perché le iniziative della Keynge si riducono a dichiarazioni ad effetto per conquistarsi le prime pagine dei giornali ed alzare inutili polveroni che danneggiano immigrati ed italiani. In verità, la signora riunisce in sé alcune proprietà fondamentali del politicamente corretto. È nera, è donna e ricopre un ruolo di alto profilo in un governo di sudditanza oltreoceanica dal quale, un giorno sì e l’altro pure, denuncia complotti nazisti, sessisti, reazionari.
Con la Kyenge, insomma, ci si avvicina all’agognato esemplare politicamente corretto perfetto, quello che rappresenta il meglio dell’umanità a prescindere da quel che fa e da come lo fa. Fosse stata omosessuale e vegetariana ci sarebbe stato l’en plein, con concessione dell’infallibilità papale.
Tasse in casa. Davide Giacalone
Si può tassare la casa per quel che quella comporta di costi collettivi. E’ vero che casa tua l’hai pagata tu, ma è anche vero che non potrebbe funzionare se non ci fossero servizi di urbanizzazione, fognari, viari, come anche di ritiro della nettezza urbana. Quindi chi ha una casa è giusto che paghi ed è ragionevole che lo faccia sulla base dei metri quadrati, della collocazione e delle caratteristiche (condominio, villa, etc.). Anche per la casa di residenza. Solo che se mi tassi per questa ragione non puoi poi chiedermi di pagare per le stesse cose: servizi comunali indivisibili, spazzatura, etc.. Altrimenti si applicano prima una patrimoniale e poi delle finte tasse che sono, in realtà, altre patrimoniali sul medesimo patrimonio. E questo comporta la sostanziale illegalità di quel che è solo apparentemente, o solo formalmente legale, vale a dire il satanismo fiscale.
Una casa, la seconda o l’ennesima, può essere tassata anche come valore patrimoniale in sé. Non la prima, perché il risiedere a casa propria è anche un valore collettivo, posto che i senza casa sono un problema collettivo. Qui, però, le cose si fanno più delicate. Prima di tutto perché i soldi con cui si compra casa, che siano stati guadagnati o ereditati, in ogni caso sono già stati tassati. Il patrimonio non lo creo comprando casa, perché investo soldi che sono già parte del mio patrimonio, già fiscalizzato. Se, invece, compro casa accendendo un debito allora la casa entra solo formalmente nel mio patrimonio, giacché sostanzialmente è mia solo a patto che si estingua il mutuo. Sicché è decisamente meno logico che me la si tassi come patrimonio.
Ci sta, però, anche questo tipo di tassazione, ma non, appunto, riferito al patrimonio in sé, bensì all’incremento del suo valore, a fronte del quale (benché teorico) lo Stato ne preleva una parte. In tal caso, però, sono obbligatorie due conseguenze: a. quando la venderò non dovrò pagare tasse aggiuntive, perché sulla valorizzazione ho già pagato e, per il resto, ritrasformo in liquido quel che trasformai in immobile; b. quando l’immobile il valore lo perde, anziché guadagnarlo, se proprio non mi si vogliono dare i soldi indietro, di sicuro non devo versarne altri. La patrimoniale fissa, su un valore presunto, dovuta in qualsiasi condizione di mercato, è un furto.
Chi stabilisce il valore di una casa? L’unico soggetto affidabile è il mercato, tutti gli altri appartengono al novero del socialismo demenziale. Gli estimi catastali non possono essere frutto di pianificazione burocratica, ma legati all’andamento del mercato. Se così stessero le cose, sempre facendo tara del casotto cui abbiamo assistito, si potrebbe e dovrebbe pagare per i servizi connaturati all’abitare e per gli incrementi di valore. Non si dovrebbe, invece, moltiplicare i tributi o tartassare il patrimonio. La legge aurea la si deve non a un grande fiscalista, o economista (il cielo ci guardi), ma a un filosofo: “è la somma che fa il totale” (Totò, op. cit.). Se la somma, come oggi capita, porta a intaccare il patrimonio, vendendolo o accendendo debiti, per reggere l’onere fiscale, il suo esito sarà la distruzione di ricchezza. Vale a dire la demolizione del nostro secondo punto di forza. Non so se questo ragionamento sia di destra o di sinistra, so che la redistribuzione della miseria e l’incenerimento della ricchezza è da stolti.
Pubblicato da Libero
giovedì 9 gennaio 2014
Archivio› Bordin Line
Raggiungere a nuoto la Sardegna sarebbe ben più difficile che attraversare a bracciate lo Stretto di Messina, ma non è per questo che Grillo ha negato l’utilizzazione del simbolo a cinque stelle nelle prossime elezioni sarde. Il fatto che i meet-up locali litighino fra loro avrà avuto il suo peso, ma neanche questo credo sia stato decisivo. Ha paura di perdere, così dicono i giornali citando i risultati non brillanti delle ultime performance del Movimento cinque stelle nelle elezioni locali. Sarà senz’altro così. Però credo, pur detestando i pentastellati, che più che di perdere Grillo abbia paura di vincere. Vi ricordate Pizzarotti? A Parma vinse e promise rivoluzioni. Non se ne sono viste. Certo governa, probabilmente più bene che male, ma di sicuro non ha prodotto nulla di spendibile per grandi battaglie nazionali. Così come i numerosi consiglieri regionali siciliani, probabilmente migliori della media dei loro colleghi d’assemblea. In compenso il rischio delle famose “realtà locali” è quello di produrre un partito come il Psi che faceva disperare Pietro Nenni, con assessori fin troppo radicati nel “territorio” che però alle elezioni nazionali, meno motivati, portavano la metà dei voti. Un partito di minoranza che propone grandi riforme nazionali, giuste o sbagliate che siano, roba del genere non se la può permettere. Lo capì Pannella negli anni Ottanta quando affrontò una scissione pur di evitare l’automatismo della presentazione sempre e ovunque. Credo che Grillo sia alle prese con lo stesso problema. A modo suo, certo.
9 gennaio 2014
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Massimo Bordin – @MassimoBordin
domenica 5 gennaio 2014
O dell'inutilità dei giornali (fatti così). Christian Rocca
5 gennaio 2014
Prendete le neve. La neve a New York. Oggi i quotidiani italiani, col solito piglio catastrofico, sfondavano le prime pagine con gran foto di neve a New York sotto gli allarmi emergenza, caos, voli cancellati. Una notizia di due giorni prima. Già ieri era tutto a posto, un sole che spaccava il freddo, e figuriamoci oggi. C'è tutta la crisi dei giornali in questa cosa della neve, che ovviamente non riguarda solo la neve ma anche tutto il resto del notiziario. Ora, che si possa pensare di vendere i giornali con le notizie peraltro banali di due giorni prima, e quando va bene del giorno precedente, è una follia senza paragoni. I giornali devono dire le cose che stanno per succedere, devono essere uno strumento per capire, devono anticipare o far riflettere. A che cosa serve un giornale di carta che dà (tardi) le notizie che si conoscono già. Non siamo più nell'Ottocento. L'era dei dispacci è finita da più di un secolo. L'Economist di questa settimana apre con le elezioni europee di maggio prossimo, non con una cosa successa due giorni fa. Da noi invece si continuano a fare giornali di carta come se vivessimo ancora in un'altra epoca. Finché c'è la neve in prima pagina non c'è speranza.
(Camilloblog)
sabato 4 gennaio 2014
Silenzio tombale. Davide Giacalone
Il silenzio continua, sulla sorte della Banca d’Italia. Un silenzio tombale. Escluso il disinteresse, può essere che a produrlo sia un cattivo interesse. Data la rilevanza del tema, vale la pena specificare non solo cosa non si deve fare, ma anche come si dovrebbe agire. Con una premessa: a questo punto, dopo la pessima partenza e dopo la bocciatura della Banca centrale europea, non credo che il ministro dell’economia possa restare al suo posto. Non è una questione personale, tanto che non c’è bisogno di riprodurne il nome, ma di credibilità e interesse nazionale.
La rivalutazione di Bd’I deve essere fatta, ma sarebbe stato saggio non cancellare e semmai applicare la legge del 2005, che stabiliva la riacquisizione statale delle quote. Questo è il punto fondamentale: non esistono gli azionisti della banca centrale, perché nel 1936 erano intestazioni fiduciarie. Tanti tecnici rubati alle officine si sono mai chiesti perché, da Luigi Einaudi in poi, il governatore si rivolge all’assemblea indirizzandosi ai “signori partecipanti” e non ai “signori azionisti”? Perché non sono i proprietari, ma gli intestatari. Pubblici. Dopo le privatizzazioni bancarie si sarebbe subito dovuto ritrasferire le intestazioni. Ora, invece, suprema follia, si vuole trasferire il patrimonio. Il più ciclopico trasloco di ricchezza dalla mano pubblica (di tutti) alle (poche) mani private. Dunque: la rivalutazione va fatta, ma in capo ai legittimi proprietari, gli italiani. E al più alto valore possibile.
Questo significa che non si possono dare soldi alle banche, aiutandole prima che parta la vigilanza europea? Certo che si può, ma in modo pulito e lineare: si rivaluta, si monetizza (ad esempio con obbligazioni specifiche), poi si trasferisce denaro per aumento di capitale. Lo hanno fatto i tedeschi, i francesi, i belgi, gli inglesi, ma sempre mettendo in chiaro che i cittadini dovranno riavere quei soldi, quando sarà possibile restituirli. Altrimenti è una pratica predatoria.
Ma non ce lo chiede l’Europa? Da vecchio europeista sono stufo di questa sciocca eurosudditanza.
Noi italiani abbiamo interesse al sistema bancario europeo e alla vigilanza europea, solo che dovremmo batterci per sostenere che: a. tutte le banche devono sottostarvi, comprese quelle che i tedeschi intendono sottrarre (le loro Landesbank); b. le banche di altri (tedeschi e francesi in testa) sono intossicate, con bilanci mal messi, non limpidi e con una vigilanza non severa, mentre le nostre sono “solo” sottocapitalizzate. Non è mica la stessa cosa! Il disastro del governo consiste nell’avere voluto fare il furbo, dimostrandosi fesso, e avere cercato di aggirare l’ostacolo della capitalizzazione con un trucco. Non solo è stato scoperto, ma così continuando perdiamo l’autorevolezza e la credibilità per indicare i mali altrui. Oltre al danno ne deriva la beffa di dovere tacere.
Noi italiani paghiamo da anni, con consistenti e continui avanzi primari. Abbiamo pagato moltissimo, negli ultimi tre anni, per non perdere l’aggancio europeo. Ora che siamo dalla parte dei forti e della ragione affondiamo tutto solo per fare un piacere a due banche (e buttare patrimonio anche nel buco rosso del Monte dei Paschi di Siena). Questa non è neanche sudditanza ai diktat altrui, questa è colpevole incapacità, o colpevolissima complicità.
Varando l’orrido decreto (nel silenzio generale e nel pronto firmare del Quirinale), il ministro dell’economia aveva un solo compito: trovare le coperture politiche e istituzionali, in Europa. La cosa è stata gestita così male da essere divenuta strumento per indebolire l’italiano che presiede la Bce. Da qui il parere schiaffeggiante. Essendo obbligatorio, ma non vincolante, ci manca solo che lo si ignori, mettendoci in una condizione insostenibile.
Sul tema tace il Partito democratico e tace Forza Italia, accompagnati dal tacere di Scelta civica. Gente professionalmente logorroica è stata presa da mutismo. Cerchino di capire che, in questo modo, stanno mostrando e dimostrando la loro reale consistenza. Tendente al nulla.
Pubblicato da Libero
lunedì 30 dicembre 2013
Matteo Rodomonte. Gianni Pardo
Enrico Letta è un politico difficile da difendere. Ha delle qualità: è distinto e di bell’aspetto; parla almeno due lingue straniere; è certamente un politico di lungo corso. Ma i difetti non mancano. In mesi di governo non ha fatto niente di notevole: è riuscito a galleggiare, aumentare le tasse e rinviare la soluzione dei problemi. Per giunta affetta costantemente un ottimismo urticante che giorni fa definivamo disneyano. Insomma trasuda doppiezza e perbenismo democristiani. E tuttavia, c’è qualcuno più insopportabile dell’ignavo tronfio. Un personaggio di cui l’umanità ride da tempo immemorabile, senza riuscire a liberarsene. Cominciò Plauto, col Miles Gloriosus. Ne presentò un caso Tucidide, raccontandoci la storia di Cleone. In seguito abbiamo avuto Rodomonte, il modello per antonomasia, e tanti altri casi: per esempio il Mario Monti che nell’autunno del 2011 sputava veleno su Berlusconi dicendo: “Se fossi al suo posto, vedreste”. Infatti abbiamo visto.
Oggi il personaggio di turno è Matteo Renzi. Il giovanotto è simpatico e sembra spontaneo, ma ciò non basta per assolverlo. Come non si poté assolvere Mario Monti in nome della sua aria di compito professore. E tuttavia bisogna sgombrare il terreno da un errore: Rodomonte non realizza le prodezze di cui si dichiara capace ma ciò non esclude che altri possa farlo. L’uomo eccezionale è raro ma esiste. Dunque non si può liquidare il nuovo segretario del Pd con un’alzata di spalle. Bisognerà vederlo all’opera.
Per il momento, la prima cosa che bisogna concedergli è di essere un grande comunicatore. Ha accumulato una lunga serie di successi d’immagine perché si esprime con un linguaggio piano, da amico in pizzeria, senza avvolgersi nelle circonlocuzioni fumose dei professionisti della politica. Inoltre, pur essendo espressione di un partito che per molti decenni fu il più militarizzato, è riuscito a farsi percepire come antisistema. Essendo giovane, invece di farsi prendere sottogamba, è riuscito a ribaltare il pregiudizio fino a far sentire se stesso come “nuovo” e gli altri come “vecchi” da rottamare. Ha sparso a piene mani la retorica dell’ottimismo e del coraggio, fino a farsi eleggere segretario del Pd, ed oggi, a meno di un mese da questo successo, si presenta come il più risoluto innovatore. Ma proprio qui, cominciando ad esagerare, rischia di rompersi il naso.
Le sue parole sono divenute arroganti e proterve. Rifiuta altezzosamente di essere appaiato ad altri “giovani” come Letta o Alfano: loro frutto degli apparati, lui munito di un’investitura popolare diretta. Come De Gaulle. Dichiara che sosterrà Letta soltanto se “farà le cose” che dice lui, il che corrisponde a minacciarlo di morte se non le farà. Secondo le stesse parole del suo accolito Davide Faraone: “Non basta un ritocco, un ‘rimpasto’, o si cambia radicalmente o ‘si muore’ ”. E il portavoce allinea gli errori che il Primo Ministro ha collezionato, soltanto dall’8 dicembre ad oggi, per dimostrare che è un inetto, uno che non ne azzecca una, uno che “fa marchette”, come una puttana.
Retorica da basso comizio elettorale, dirà qualcuno: ma retorica compromettente. Renzi infatti avalla le parole di Faraone anche a proposito di “grandi riforme per il paese, con tempi certi di realizzazione” e rilascia mazzi di cambiali con scadenza marzo o aprile. Questo Rodomonte promette di fare, in pochi mesi, quello che nessun Presidente del Consiglio è riuscito a fare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: riforma costituzionale, riforma della legge elettorale “condivisa”, riforma del lavoro ed altro ancora. Dimentica quanti, prima di lui, si sono accostati con altrettanta fiducia al nodo di Gordio e ne sono usciti scornati. O non sa quante resistenze incontra chi prova a cambiare qualcosa, o il successo della sua infantile retorica lo ha completamente ubriacato. Fino a poco fa ha avuto l’abilità di tenersi sulle generali, ma ora si compromette sul piano della concretezza e non basteranno a salvarlo i jeans e l’assenza di cravatta. Il popolo italiano è disperato, ha già votato per Grillo e a momenti voterebbe per il Diavolo, ma una volta che il suo uomo sarà al potere vorrà vedere i risultati. E come potrà il sindaco realizzare la metà di ciò che ha promesso, nel momento in cui irrita i pochi alleati di un governo in bilico e si mette contro il suo stesso partito? Probabilmente l’astro in ascesa era troppo sfavillante per essere esaminato attentamente, ma quando si pesano i risultati la bilancia non si lascia abbagliare. Promettere troppo è comunque un errore. Chi compie il miracolo di realizzare la metà di quanto ha promesso si vedrà ancora rimproverare di non aver realizzato l’altra metà.
Se questa diagnosi sia accurata o no, lo dirà la realtà. E dal momento che sono stati promessi “tempi certi e brevi”, prima che sia passato qualche mese tutti i dubbi saranno chiariti.
pardonuovo.myblog.it
domenica 29 dicembre 2013
Dividendo della (in)stabilità. Davide Giacalone
L’incantesimo delle parole, con il loro autocompiaciuto illusionismo, sta svaporando. Criticare il governo è divenuto sport diffuso. Un po’ tutti se ne attendono la fine, sebbene non sappiano a cosa si darà poi inizio. Ma c’è un punto sul quale il ragionare di Enrico Letta non può essere eluso: egli sostiene che c’è un dividendo della stabilità, valutabile in più di 5 miliardi risparmiati, nel pagare gli interessi sul debito pubblico. Sono numeri, reclama, non parole. Ha ragione: se fosse vero e se fosse merito del governo sarebbe cosa di non poco conto e merito significativo. Ma non lo è. Cosa che è interessante capire non tanto per togliere agli stabilisti quest’ultima illusione, quanto per aver chiaro quale lavoro resta (tutto) da fare.
Il governo Monti aveva previsto di spendere, nel corso del 2013, 89 miliardi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico. Il governo Letta afferma che se ne sono spesi poco meno di 84. Più di 5 miliardi risparmiati. Molto bene. Se si domanda a Letta quale scelta, quale taglio o quale legge hanno provocato tale risultato, egli risponderà a lungo, fisserà punti immaginari e inquadrerà il vuoto con ampi gesti delle mani, ruggirà, ma, alla fine, vi dirà: è il dividendo della stabilità. Invece è il dividendo della recessione. La paura che consumi e investimenti crollino, nell’incapacità dei governi di varare misure poderosamente correttive, ha spinto le banche centrali a portare nei pressi dello zero i tassi d’interesse. Ciascuna banca centrale l’ha fatto secondo le regole della propria area di competenza, ma è quel che s’è visto dagli Usa al Giappone, passando per l’Unione europea. Ciò non di meno i tassi di mercato, compresi quelli sui debiti pubblici (plurale), non ne vogliono sapere di radere il suolo, benché beneficino della liquidità affluente. Per dirne una: i tassi a breve (3 mesi – 1 anno) sui Bot sono stati mediamente superiori a quelli che Letta trovò.
Se glielo dite vi risponderà che la vostra è solo invidia politica, giacché un altro numero va preso in considerazione: il calo dello spread. Lo dice lui, perché non mi sarei permesso d’usare un argomento polemico così sciocco. Lo spread tende a fregarsene di chi governa e di quel che fa. E’ un gioco in grande, nel cui mirino c’è l’euro. Nel novembre del 2011 cambiammo urgentemente governo, perché era troppo alto, sopra 500. Qualche mese dopo, in era di morigeratezza dei costumi e multilinguismo obbediente, era ancora sopra 500. A spezzare le gambe allo spread provvide Mario Draghi, nell’estate del 2012. Da allora i differenziali, rispetto al costo del debito tedesco, sono scesi pressoché ovunque. Segno che i meriti non sono nazionali. Ora, però, quella rischia di essere una trappola. E le parole di Letta tornano utilissime.
La diga eretta dalla Banca centrale europea ha comprato tempo (prezioso), ma non ha risolto alcun problema. Su questo i tedeschi hanno ragione. Sia in Usa che in Cina hanno provato a dire che l’era dei tassi bassissimi, creata dalle scelte dei banchieri centrali, potrebbe anche finire. E’ bastato dirlo che i problemi sono esplosi, addirittura con i cinesi in crisi di liquidità. Sicché si sono affrettati a precisare che la cosa avverrà pian pianino. Ed è qui la trappola, perché se noi andiamo vantandoci di risultati che non dipendono affatto dalle nostre scelte, se non capiamo com’è fatto il mondo, se stabiliamo che i soldi risparmiati con i tagli (quando e se) ce li snifferemo via con altre spese, anziché destinarli tutti a ribassi fiscali, se adottiamo questa condotta non facciamo che pavoneggiarci nel mentre saliamo la scala del patibolo: vedi, come vado in alto? vedi, quanta gente mi guarda? Vedere vedo, ma mi par stolto compiacersene.
Dentro il tempo della diga (in gran parte già sprecato) si deve abbattere il debito, far scendere la pressione fiscale, cambiare le regole del mercato (lavoro compreso), e, da noi, spaccare l’ingessatura costituzionale che sembra farci monumentali, in realtà ci rende manichini. Letta è abbastanza tronfio dal continuare a elogiarsi anche dopo esser trapassato, ma il punto è: chi, per il dopo, ha consapevolezza del necessario? E chi, avendone consapevolezza, ne ha anche la forza? Nel Paese non mancano energie sane. Scarseggiano nella classe dirigente, affollata di gente che parla di decreti legge “ritirati” (analfabeti, siete degli analfabeti) e tace sulla Banca d’Italia. I nuovismi fanno ridere, la giovinezza porta male. Attendiamo le persone serie al tavolo dei problemi seri.
Pubblicato da Libero
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