lunedì 31 maggio 2010
Il peggio dell'Italia. Christian Rocca
C'è una personalità che incarna più di ogni altra lo sfascio di questo paese? Sì, c'è. E' Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, che da mesi imperversa per le procure della repubblica, della televisione e della carta stampata a spararle sempre più grosse. Un personaggio, questo, già definito inattendibile da un tribunale, eppure ogni giorno all'origine di una nuova rivelazione, di un nuovo mistero, di un nuovo scandalo su cose di venti o trenta anni fa. Un giorno svela memoriali segreti, il giorno dopo si scopre che sono falsi. Un giorno parla di una cosa, il giorno successivo tace. Un giorno Berlusconi è mafioso, il giorno dopo è una vittima. Un giorno riconosce un tal "signor Franco", cioè un pericoloso agente segreto, in una foto pubblicata su un mensile dei Parioli, il giorno dopo si scopre che il tizio della foto non c'entra niente. Sospetti, insinuazioni, suggestioni maliziose. Sputtanamento, oltre ogni soglia della decenza e del ridicolo, naturalmente sempre in prima pagina, come se si trattasse di cose serie. Il peggio dell'Italia non è lui, il peggio di questo paese è chi continua a dargli retta nelle procure, nelle televisioni, nei giornali. (Camilloblog)
venerdì 28 maggio 2010
La crescita di Telese. Orso Di Pietra
Quando faceva il portavoce di Rifondazione Comunista spianava la strada con grande gentilezza alle dichiarazioni dell’allora segretario Fausto Bertinotti. Quando lavorava a “Il Giornale” si dichiarava “un comunista impegnato in un giornale di destra” e si ingraziava con grande cortesia gli esponenti politici dell’allora Alleanza Nazionale. Ora che si trova a “Il Fatto” e che, soprattutto, conduce programmi televisivi con piglio santoriano, non perde occasione per accapigliarsi con grande animosità con chi gli capita a tiro dei personaggi di spicco del centro destra. L’obbiettivo perenne di Luca Telese è di diventare un grande. Peccato che a dispetto degli sforzi non riesca a crescere neppure di un centimetro! (l'Opinione)
giovedì 27 maggio 2010
"Lì le intercettazioni non vengono pubblicate". Christian Rocca
Ho scritto più volte del paradosso dell’Economist: il miglior giornale del mondo con la peggiore copertura dei fatti italiani dell’universo (dopo quella dei giornali italiani stessi). Del resto l’Economist è il settimanale che dopo aver avuto come corrispondente dall’Italia Luigi Einaudi si è ridotto a pubblicare le analisi di Beppe Severgnini e Tana de Zulueta. L’attuale uomo dell’Economist in Italia si chiama David Lane, un subprodotto del travaglismo d’Oltremanica, capace di esprimere per iscritto tutta la puzza sotto il naso verso i popoli mediterranei che solo gli anglosassoni sanno avere. Oggi, intervistato da Repubblica, dice una serie di cose insensate sul pessimo ddl sulle intercettazioni (cose tipo: il ddl non riguarda i reati mafiosi, ma spesso alla mafia si arriva da altri reati) ma poi, alla domanda del giornalista di Repubblica che gli chiede "In Inghilterra le cose sono diverse?", risponde: «Lì le intercettazioni non vengono pubblicate». (Camilloblog)
martedì 25 maggio 2010
Sputtanopoli e il fantasma di Google. Il Foglio
Il fantasma di Google si aggira per l’Europa. I garanti della privacy di Italia, Francia, Germania, Spagna e altri paesi membri dell’Ue hanno messo nel mirino le immagini disponibili in “Street view”. “Non è accettabile che una compagnia che opera nell’Ue non rispetti le regole Ue”, ha detto la Commissaria alla Giustizia Viviane Reding. Tutto bene, anche se il bambino della privacy rischia di affogare nell’acqua sporca dell’isterismo. Ci chiediamo però: perché tanto rumore per Google, e tanto poco, per esempio, per le intercettazioni? Sono cose molto diverse, ma insieme non si tengono. Google almeno fa qualcosa per la privacy, come l’oscuramento dei volti e delle targhe degli autoveicoli su Street View. Molti dei dati che circolano sono stati immessi direttamente dai loro titolari: fino a che punto possiamo chiedere a Google di difenderci dalla nostra irresponsabilità? Altri dati ancora sono inseriti nella rete da utenti terzi: fino a che punto possiamo prendercela con Google?
Sono domande complesse, a cui non pretendiamo di rispondere. Sono domande, però, che lasciano aperto un ampio spiraglio al dubbio. Al contrario di Google, le intercettazioni non sono mai effettuate per volontà degli intercettati. La loro diffusione – spesso illecita – può causare un danno enorme, e permanente, a chi ne viene colpito senza costrutto per le indagini. La proposta di legge per limitarne la circolazione può non essere perfetta, ma non può essere chiamata un bavaglio. E’ un tentativo, migliorabile, di proteggere la privacy di persone incolpevoli (fino a prova a contraria), colpevoli solo di aver chiacchierato, magari improvvidamente. Molte intercettazioni non dovrebbero essere neppure fatte; una volta fatte, dovrebbero essere distrutte perché non contengono notizie di reato; se conservate, dovrebbero essere trattate con cautela. Lo hanno ricordato i liberali e moderati Piero Ostellino, Luca Ricolfi e Pierluigi Battista su Corriere e Stampa. La sensibilità anglosassone per la privacy ci contagia quando vediamo su Internet una foto di gente alla fermata del tram: perché non ci lasciamo contagiare dalla stessa indignazione di fronte allo sputtanamento telefonico di massa?
Leggi Basta con Sputtanopoli, inchieste-portineria, giornalismi-origliatori di Giuliano Ferrara
Sono domande complesse, a cui non pretendiamo di rispondere. Sono domande, però, che lasciano aperto un ampio spiraglio al dubbio. Al contrario di Google, le intercettazioni non sono mai effettuate per volontà degli intercettati. La loro diffusione – spesso illecita – può causare un danno enorme, e permanente, a chi ne viene colpito senza costrutto per le indagini. La proposta di legge per limitarne la circolazione può non essere perfetta, ma non può essere chiamata un bavaglio. E’ un tentativo, migliorabile, di proteggere la privacy di persone incolpevoli (fino a prova a contraria), colpevoli solo di aver chiacchierato, magari improvvidamente. Molte intercettazioni non dovrebbero essere neppure fatte; una volta fatte, dovrebbero essere distrutte perché non contengono notizie di reato; se conservate, dovrebbero essere trattate con cautela. Lo hanno ricordato i liberali e moderati Piero Ostellino, Luca Ricolfi e Pierluigi Battista su Corriere e Stampa. La sensibilità anglosassone per la privacy ci contagia quando vediamo su Internet una foto di gente alla fermata del tram: perché non ci lasciamo contagiare dalla stessa indignazione di fronte allo sputtanamento telefonico di massa?
Leggi Basta con Sputtanopoli, inchieste-portineria, giornalismi-origliatori di Giuliano Ferrara
domenica 23 maggio 2010
Nel "capitalismo relazionale" dell'Italia contano solo peones e superburocrati. Raffaele Iannuzzi
Mi basta e mi avanza. Flores d’Arcais sul Fatto Quotidiano, organo dell’Idv e di Travaglio, fa l’apologia dell’“antipolitica democratica” e chiede che si faccia avanti. Se ci sei, antipolitica, batti un colpo. E liberaci dai farabutti ladri e dalla mediocrità fuori stagione e per ciò fin troppo stagionata del Pd. Penoso. Quando Flores vedeva come il fumo negli occhi Berlusconi, fino al punto di scrivere su Micromega, l’organo dei giacobini forcaioli italioti, dell’esistenza di “due Italie”, quella della gente onesta e quella dei manigoldi berlusconiani, l’antipolitica era sterco del demonio. Oggi, è la panacea di tutti i mali. Contro la Casta e avanti tutta. Verso dove? Chi lo sa? Nel frattempo, vieni avanti cretino. Il punto è che Flores è quello che è, ma, anche nel Pdl, ci vorrebbe un po’ più di raziocinio politico.
La politica oggi è culo e camicia con l’economia perché questo Paese non cresce e non ha un capitalismo decente. Forse non ha neanche un capitalismo vero e proprio. In queste operazioni di scambio, conta solo il capitale relazionale, quanta gente importante conosci e come puoi usarla e farti usare. Si capisce allora che il burocrate scafato e pronto a tutto, che solleva la cornetta e mette a posto le cose, sia un valore aggiunto decisivo. Le cose funzionano così. La “cricca” è fatta di questa gente. E non potrebbe che essere fatta da altri. Perché, con le Bassanini, il Funzionario è il Re Sole – lo Stato sono io! – e il Politico è il manutengolo di risulta. Questa è la verità. Con le Bassanini, lo stato è morto. L’antipolitica fa il gioco di questa supercasta di burocrati perché arpiona il moloch sfibrato della Casta e trascura la Balena Bianca di nuova fattura: i superburocrati. Leggere, prego, Bechis su Libero. Una bella tabellina con gli emolumenti di questi civil servant, come vengono pomposamente chiamati anche sulle rive del Mediterraneo. Basta leggere. Vogliamo allora ridurre gli stipendi dei parlamentari? Benissimo.
Vogliamo costringere i parlamentari, come scrive Giacalone, a fare una tabella di marcia con i tagli e la tempistica’ Meraviglioso. Sappiate che quest’operazione – di per sé ottima sul piano della comunicazione istituzionale con quel tanto di strategia della rassicurazione che le è connaturata – sarà come pettinare le bambole, come si dice a Roma. In Toscana si dice in un altro modo, più pittoresco, ma lo risparmio ai miei venticinque lettori (antipolitici per lo più, mi auguro…). Allora, qual è il nodo? Uno soltanto: la politica deve ritrovare la forza di un progetto storico. Con il tigre nel motore: idee, ideali, classe dirigente. La classe dirigente del Pdl è mediocre. Al pari di quella del Pd, che fa ridere i polli. La selezione della classe dirigente appartiene al medesimo mercato che i politologi chiamerebbero trade-off, scambio, mercimonio, diciamo pure: io ho questo ragazzo bravo, sì, dài mettimelo in lista, ma che passi, poi ci penso io per quella cosa che sai…
Funziona più o meno così, salvo i dettagli che variano da contesto a contesto. Entrano in Parlamento personaggi che non saprebbero allacciarsi le scarpe senza l’aiuto di un valido consulente e cosa dobbiamo aspettarci? Alla prima occasione, egli si sentirà gratificato di una certa attenzione quando si dovrà far passare, con l’aiuto del tal ministro, il tal funzionario di seconda fascia al rango di commissario dei lavori pubblici sul tal territorio. Una nullità che non saprebbe come mettere insieme il pranzo con la cena si ritrova a sminestrare in ambiti così grossi, dove girano i soldi e si fanno le operazioni, come si dice nel gergaccio dei mammasantissima delle cricche di varia estrazione, anche sinistrorsa, vedi la Puglia.
Ma, accanto al peone santificato, c’è il burocrate scafato e cinico. Questo vuole arrivare, l’ha messo in prima fila il personaggio grosso, deve fare, brigare, usare le carte come leve militari. Da solo vale come il politicante di nona fila, non saprebbe neanche trovare il posto per fare il commesso, i concorsi per dirigenti di primo livello non si fanno più, la Costituzione è abrogata, conta solo quando c’è Dossetti come santo e Berlusconi come diavolo, dunque adelante: faso tuto mi. Altro che il Berlusca! Nomi così li ritroviamo in quella lista di Bechis. Gente intercettata e ben pasciuta alla greppia dello stato, senza talenti ma con molto talento familiare o relazionale. Questa è l’Italia dei cachi, per dirla con Elio e le Storie Tese. E voi pensate che, con questo pesante aquilone, si voli? (l'Occidentale)
La politica oggi è culo e camicia con l’economia perché questo Paese non cresce e non ha un capitalismo decente. Forse non ha neanche un capitalismo vero e proprio. In queste operazioni di scambio, conta solo il capitale relazionale, quanta gente importante conosci e come puoi usarla e farti usare. Si capisce allora che il burocrate scafato e pronto a tutto, che solleva la cornetta e mette a posto le cose, sia un valore aggiunto decisivo. Le cose funzionano così. La “cricca” è fatta di questa gente. E non potrebbe che essere fatta da altri. Perché, con le Bassanini, il Funzionario è il Re Sole – lo Stato sono io! – e il Politico è il manutengolo di risulta. Questa è la verità. Con le Bassanini, lo stato è morto. L’antipolitica fa il gioco di questa supercasta di burocrati perché arpiona il moloch sfibrato della Casta e trascura la Balena Bianca di nuova fattura: i superburocrati. Leggere, prego, Bechis su Libero. Una bella tabellina con gli emolumenti di questi civil servant, come vengono pomposamente chiamati anche sulle rive del Mediterraneo. Basta leggere. Vogliamo allora ridurre gli stipendi dei parlamentari? Benissimo.
Vogliamo costringere i parlamentari, come scrive Giacalone, a fare una tabella di marcia con i tagli e la tempistica’ Meraviglioso. Sappiate che quest’operazione – di per sé ottima sul piano della comunicazione istituzionale con quel tanto di strategia della rassicurazione che le è connaturata – sarà come pettinare le bambole, come si dice a Roma. In Toscana si dice in un altro modo, più pittoresco, ma lo risparmio ai miei venticinque lettori (antipolitici per lo più, mi auguro…). Allora, qual è il nodo? Uno soltanto: la politica deve ritrovare la forza di un progetto storico. Con il tigre nel motore: idee, ideali, classe dirigente. La classe dirigente del Pdl è mediocre. Al pari di quella del Pd, che fa ridere i polli. La selezione della classe dirigente appartiene al medesimo mercato che i politologi chiamerebbero trade-off, scambio, mercimonio, diciamo pure: io ho questo ragazzo bravo, sì, dài mettimelo in lista, ma che passi, poi ci penso io per quella cosa che sai…
Funziona più o meno così, salvo i dettagli che variano da contesto a contesto. Entrano in Parlamento personaggi che non saprebbero allacciarsi le scarpe senza l’aiuto di un valido consulente e cosa dobbiamo aspettarci? Alla prima occasione, egli si sentirà gratificato di una certa attenzione quando si dovrà far passare, con l’aiuto del tal ministro, il tal funzionario di seconda fascia al rango di commissario dei lavori pubblici sul tal territorio. Una nullità che non saprebbe come mettere insieme il pranzo con la cena si ritrova a sminestrare in ambiti così grossi, dove girano i soldi e si fanno le operazioni, come si dice nel gergaccio dei mammasantissima delle cricche di varia estrazione, anche sinistrorsa, vedi la Puglia.
Ma, accanto al peone santificato, c’è il burocrate scafato e cinico. Questo vuole arrivare, l’ha messo in prima fila il personaggio grosso, deve fare, brigare, usare le carte come leve militari. Da solo vale come il politicante di nona fila, non saprebbe neanche trovare il posto per fare il commesso, i concorsi per dirigenti di primo livello non si fanno più, la Costituzione è abrogata, conta solo quando c’è Dossetti come santo e Berlusconi come diavolo, dunque adelante: faso tuto mi. Altro che il Berlusca! Nomi così li ritroviamo in quella lista di Bechis. Gente intercettata e ben pasciuta alla greppia dello stato, senza talenti ma con molto talento familiare o relazionale. Questa è l’Italia dei cachi, per dirla con Elio e le Storie Tese. E voi pensate che, con questo pesante aquilone, si voli? (l'Occidentale)
giovedì 20 maggio 2010
Ma che volete da Michele? E' solo Sant'Oro. Antonio Polito
Ma che volete da Michele Santoro, o voi popolo del blog, o voi straffatti del Fatto, o voi professionisti dell'antiberlusconismo, o voi moralisti di ogni colore e risma? Ma che, credevate davvero che fosse Robin Hood, Emiliano Zapata, il sub-comandante Marcos?
L'ex Michele-chi è solo - e scusate se è poco - un notevole professionista dello spettacolo televisivo, nel suo caso sotto forma di informazione, che ha fatto un formidabile accordo con la sua azienda mettendo a frutto il suo valore di mercato. Ha fatto lo scivolo, come in tante aziende editoriali, una specie di pre-pensionamento: tre anni di buonuscita a sei anni dalla pensione. È un giornalista che si trasforma in editore - non il primo, a dire il vero - e in quanto tale fornirà alla Rai 14 docu-fiction di 130 minuti l'una al prezzo di un milione ciascuna, per complessivi 14 milioni in due anni. Che c'entra la morale, che c'entra la politica? Business is business, perché proprio Santoro avrebbe dovuto fare il francescano? E, per favore, lasciate stare il pianto greco sulla crisi: nessuna crisi sospende il mercato.
Fessi voi, che vi eravate convinti che Michele fosse un santo: è solo Sant'Oro. Voi che avete sperato che un giornalista tv potesse guidare un partito extraparlamentare, vendicare i torti, proteggere i deboli, giustiziare i potenti. Santoro è andato e venuto, dal Pci alla Rai a Mediaset, poi di nuovo alla Rai via giudice del lavoro e ora fuori della Rai a farsi le cose sue, le cose che sa fare e vendere bene.
Ma come, direte voi, ha fatto pure l'europarlamentare dell'Ulivo. Sì, ma solo il tempo necessario per tornare a fare il giornalista, che è il suo mestiere e la sua vocazione. Ma come, direte voi, ci ha chiamato alle mobilitazioni di piazza, anzi di PalaDozza, per difenderlo dalla censura berlusconiana. E che doveva fare? Aveva un mercato e l'ha fatto pesare. Si è coltivato il suo pubblico, e se il suo pubblico vive di grandi passioni politiche lui le ha giustamente allevate e interpretate. E, al momento del bisogno, le ha evocate.
Tornate nel mondo reale, o voi in cerca di un taumaturgo che vi liberi dal Male. Michael Moore fa i soldi, Sabina Guzzanti fa i soldi, Marco Travaglio fa i soldi, Michele Santoro fa i soldi. Fanno il loro mestiere, lo fanno bene, e vendono i loro prodotti. Sono prodotti carichi di moralismo e demagogia? Embè? Si vede che è quello che a voi piace, che li consumate avidamente, che siete il loro mercato. Non chiedete loro più di quanto possano darvi. Non conducono una lotta tra il Bene e Berlusconi, conducono le loro aziende. Se proprio volete liberarvi del Caimano, dovrete procedere altrimenti.
L'unico modo è mandare in Parlamento il numero di deputati sufficienti a disarcionarlo. Santoro fa ascolti, l'opposizione ha bisogno di voti, e non sono proprio la stessa cosa. Meglio così. La Rai berlusconiana ha fatto un affare: si è liberata di Annozero. Michele Santoro ha fatto un affare, e non c'è bisogno di spiegare perché. E la sinistra italiana pure ha fatto un affare, se la lezione le serve a capire che la politica non è un talk show. (il Riformista)
L'ex Michele-chi è solo - e scusate se è poco - un notevole professionista dello spettacolo televisivo, nel suo caso sotto forma di informazione, che ha fatto un formidabile accordo con la sua azienda mettendo a frutto il suo valore di mercato. Ha fatto lo scivolo, come in tante aziende editoriali, una specie di pre-pensionamento: tre anni di buonuscita a sei anni dalla pensione. È un giornalista che si trasforma in editore - non il primo, a dire il vero - e in quanto tale fornirà alla Rai 14 docu-fiction di 130 minuti l'una al prezzo di un milione ciascuna, per complessivi 14 milioni in due anni. Che c'entra la morale, che c'entra la politica? Business is business, perché proprio Santoro avrebbe dovuto fare il francescano? E, per favore, lasciate stare il pianto greco sulla crisi: nessuna crisi sospende il mercato.
Fessi voi, che vi eravate convinti che Michele fosse un santo: è solo Sant'Oro. Voi che avete sperato che un giornalista tv potesse guidare un partito extraparlamentare, vendicare i torti, proteggere i deboli, giustiziare i potenti. Santoro è andato e venuto, dal Pci alla Rai a Mediaset, poi di nuovo alla Rai via giudice del lavoro e ora fuori della Rai a farsi le cose sue, le cose che sa fare e vendere bene.
Ma come, direte voi, ha fatto pure l'europarlamentare dell'Ulivo. Sì, ma solo il tempo necessario per tornare a fare il giornalista, che è il suo mestiere e la sua vocazione. Ma come, direte voi, ci ha chiamato alle mobilitazioni di piazza, anzi di PalaDozza, per difenderlo dalla censura berlusconiana. E che doveva fare? Aveva un mercato e l'ha fatto pesare. Si è coltivato il suo pubblico, e se il suo pubblico vive di grandi passioni politiche lui le ha giustamente allevate e interpretate. E, al momento del bisogno, le ha evocate.
Tornate nel mondo reale, o voi in cerca di un taumaturgo che vi liberi dal Male. Michael Moore fa i soldi, Sabina Guzzanti fa i soldi, Marco Travaglio fa i soldi, Michele Santoro fa i soldi. Fanno il loro mestiere, lo fanno bene, e vendono i loro prodotti. Sono prodotti carichi di moralismo e demagogia? Embè? Si vede che è quello che a voi piace, che li consumate avidamente, che siete il loro mercato. Non chiedete loro più di quanto possano darvi. Non conducono una lotta tra il Bene e Berlusconi, conducono le loro aziende. Se proprio volete liberarvi del Caimano, dovrete procedere altrimenti.
L'unico modo è mandare in Parlamento il numero di deputati sufficienti a disarcionarlo. Santoro fa ascolti, l'opposizione ha bisogno di voti, e non sono proprio la stessa cosa. Meglio così. La Rai berlusconiana ha fatto un affare: si è liberata di Annozero. Michele Santoro ha fatto un affare, e non c'è bisogno di spiegare perché. E la sinistra italiana pure ha fatto un affare, se la lezione le serve a capire che la politica non è un talk show. (il Riformista)
domenica 16 maggio 2010
Pesi e misure. Orso Di Pietra
Pare che inesausto Anemone abbia fatto svolgere dai propri operai lavori di restauro e di falegnameria nelle case di molti pezzi grossi. Ognuno di questi ha assicurato che non si è trattato di favori ma di operazioni legittime regolarmente fatturate e pagate. Ma, come è emerso da un servizio di Fiorenza Sarzanini sul “Corriere della Sera”, mentre le spiegazioni con relative pezze d’appoggio date da Guido Bertolaso sono state considerate pretestuose e poco credibili, quelle dell’ex Capo della Polizia Gianni De Gennaro e del suo successore Antonio Manganelli sono state giudicate assolutamente convincenti ed esaurienti. Bertolaso, naturalmente, si è seccato della faccenda. Ed ha protestato contro la pratica dei due pesi e delle due misure usata dal quotidiano di via Solferino. Ma la sua è stata una fatica inutile. Se fosse esperto della carta stampata così come lo è della Protezione Civile saprebbe che anche al Corriere vige la regola dei vecchi cronisti del “ che se deve fa pe’ campa!” (l'Opinione)
sabato 8 maggio 2010
Dare fiducia subito. Daniele Manca
Le fiamme sono state lasciate correre. E improvvisamente ieri notte a Bruxelles i capi di Stato e di governo dell’Eurozona, con un Obama più che preoccupato in collegamento dall’altra parte dell’Atlantico, si sono resi conto che per spegnere l’incendio finanziario era necessario dispiegare l’intera forza politica dei due Continenti. In gioco c’è il possibile crollo dell’euro. Con esso una seconda pesante recessione nel Vecchio Continente con conseguenze difficili da immaginare.
La situazione ricorda quella dell’autunno del 2008. Vale a dire quando fallì la banca d’affari Lehman. Con una differenza, oggi a fare da miccia è uno stato: la Grecia. La cui crisi si è manifestata già nei primi mesi del 2010 ma che con inspiegabile leggerezza non è stata affrontata dall’Unione europea e dai Paesi membri con la forza necessaria e nei tempi giusti. Solo ieri notte i leader mondiali hanno preso misure eccezionali, la cui efficacia si vedrà lunedì alla riapertura dei mercati.
La situazione è precipitata nelle ultime 48 ore. I segnali preoccupanti sono arrivati inizialmente dalle Borse che hanno registrato non solo forti ribassi, ma anche errori tecnici e incursioni della speculazione pronta a vendere titoli convinta di poter ricomprare a prezzi inferiori, scommessa che si è rivelata vincente. Ma a rendere evidente a banchieri centrali prima e a governi poi che la situazione rischiava di precipitare è stata ancora una volta una crisi di fiducia.
Le banche sui mercati interbancari hanno iniziato a registrare difficoltà nel trovare altri istituti che prestassero loro denaro se non a tassi di interesse maggiorati. Hanno poi iniziato a impennarsi i prezzi dei famigerati Credit default swaps (quella sorta di polizza che gli operatori di mercato usano per assicurarsi contro il possibile non rimborso dei titoli di Stato e quindi il fallimento dello Stato stesso). E se fino a qualche giorno fa questo era accaduto per i Paesi deboli della zona euro come Grecia, Portogallo, Spagna, di colpo anche l’Italia ha iniziato a soffrire. Questo nonostante una situazione di conti pubblici da tutti riconosciuta come solida pur a fronte di un debito pubblico elevato. Mettendo in discussione la solidità della settima potenza industriale al mondo è stato chiaro che a venir meno era la fiducia sulla intera area dell’euro.
Per troppi mesi l’Unione europea e anche la stessa Banca centrale, hanno pensato che la moneta unica potesse garantire di per sé senza alcun tipo di azione, uno schermo eterno e impenetrabile. Ma se l’euro è uno non tutti i Paesi sono uguali: ecco dove è stato l’errore. L’Europa deve essere unita nel reagire e a maggior ragione deve esserlo il governo italiano. Governo, e va a suo merito, che a Bruxelles ha avuto un ruolo decisivo. Ora la politica dia una risposta forte. Si evitino liti su temi marginali, senza falsi ottimismi si dica che anche l’Italia non è immune dalla crisi. Averne consapevolezza ci aiuterà a superare prove che in futuro potranno rivelarsi difficili. (Corriere della Sera)
La situazione ricorda quella dell’autunno del 2008. Vale a dire quando fallì la banca d’affari Lehman. Con una differenza, oggi a fare da miccia è uno stato: la Grecia. La cui crisi si è manifestata già nei primi mesi del 2010 ma che con inspiegabile leggerezza non è stata affrontata dall’Unione europea e dai Paesi membri con la forza necessaria e nei tempi giusti. Solo ieri notte i leader mondiali hanno preso misure eccezionali, la cui efficacia si vedrà lunedì alla riapertura dei mercati.
La situazione è precipitata nelle ultime 48 ore. I segnali preoccupanti sono arrivati inizialmente dalle Borse che hanno registrato non solo forti ribassi, ma anche errori tecnici e incursioni della speculazione pronta a vendere titoli convinta di poter ricomprare a prezzi inferiori, scommessa che si è rivelata vincente. Ma a rendere evidente a banchieri centrali prima e a governi poi che la situazione rischiava di precipitare è stata ancora una volta una crisi di fiducia.
Le banche sui mercati interbancari hanno iniziato a registrare difficoltà nel trovare altri istituti che prestassero loro denaro se non a tassi di interesse maggiorati. Hanno poi iniziato a impennarsi i prezzi dei famigerati Credit default swaps (quella sorta di polizza che gli operatori di mercato usano per assicurarsi contro il possibile non rimborso dei titoli di Stato e quindi il fallimento dello Stato stesso). E se fino a qualche giorno fa questo era accaduto per i Paesi deboli della zona euro come Grecia, Portogallo, Spagna, di colpo anche l’Italia ha iniziato a soffrire. Questo nonostante una situazione di conti pubblici da tutti riconosciuta come solida pur a fronte di un debito pubblico elevato. Mettendo in discussione la solidità della settima potenza industriale al mondo è stato chiaro che a venir meno era la fiducia sulla intera area dell’euro.
Per troppi mesi l’Unione europea e anche la stessa Banca centrale, hanno pensato che la moneta unica potesse garantire di per sé senza alcun tipo di azione, uno schermo eterno e impenetrabile. Ma se l’euro è uno non tutti i Paesi sono uguali: ecco dove è stato l’errore. L’Europa deve essere unita nel reagire e a maggior ragione deve esserlo il governo italiano. Governo, e va a suo merito, che a Bruxelles ha avuto un ruolo decisivo. Ora la politica dia una risposta forte. Si evitino liti su temi marginali, senza falsi ottimismi si dica che anche l’Italia non è immune dalla crisi. Averne consapevolezza ci aiuterà a superare prove che in futuro potranno rivelarsi difficili. (Corriere della Sera)
giovedì 6 maggio 2010
Lo scorpione e la rana. Marco Bombagi
Le cronache dal mondo in crisi economica ci descrivono una realtà surreale, sospesa tra dramma e farsa. La Grecia, travolta da un debito gigantesco, sta rischiando la bancarotta e necessita di aiuti da parte del Fmi e dell’Europa, che, tradotto, vuol dire Francia e Germania. Tre deputati tedeschi a suo tempo già lanciarono la proposta risolutrice: “vendetevi le isole, almeno quelle disabitate”. Magnanimi. La ferma risposta di Atene: “Non ci sembra un suggerimento appropriato”.
La situazione è grave ma non è seria, avrebbe detto Flaiano a proposito della questione greca, ma altrove è soprattutto grave. Nel Regno Unito, dove un’ampia fetta del Pil nazionale viene prodotta in un chilometro quadrato nella City di Londra, lo tsunami scatenato dal terremoto subprime ha trasformato, in tre anni, quella che sembrava un’isola felice (per loro) in un “esempio delle conseguenze del liberismo sfrenato”, come scrive l’Economist. Negli Usa, dopo gli oltre 700 miliardi di dollari del piano-Paulson, la disoccupazione dilaga mentre le banche, dopo aver usufruito degli aiuti, proseguono nella politica di stretta creditizia, ignorando i problemi di milioni di persone destinate a finire sulla strada.
Non è un caso che, tra i Paesi occidentali, proprio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna siano i più colpiti, dato che entrambi, già da due decadi, dipendono dalle banche. Un anno fa il Telegraph infatti scriveva che "il Paese guarda il precipizio. Siamo a rischio della peggiore umiliazione, con Londra che diventa una Reykjavik sul Tamigi e l'Inghilterra che finisce sott'acqua. Grazie all'arroganza alla presuntuosa incompetenza seriale del governo e di un gruppo di banchieri, la possibilità di una bancarotta nazionale non è irrealistica". Dopo un anno pare che le cose non siano cambiate granchè. L'Independent rincara: "Uno dei principali investitori mondiali dà voce alle preoccupazioni del mercato. Jim Rogers, cofondatore della Quantum con George Soros, dichiara a Bloomberg: 'Vi consiglio urgentemente di vendere tutte le sterline che avete. È finita. Odio dirlo, ma non metterei più denaro nel Regno Unito'". E per concludere degnamente, il Guardian: "In privato qualcosa di molto somigliante alla disperazione sta cominciando a serpeggiare nel governo. Dopo aver visto lo scivolone delle banche, un Ministro del Gabinetto inglese non scherzava quando ha detto: 'Le banche sono fottute, noi siamo fottuti, il Paese è fottuto'". Quando si dice aplomb britannico...
Una scelta dunque tra realtà e finzione finanziaria a vantaggio della seconda. "Oggi la speculazione monetaria" sostiene Internazionale di cinque mesi fa che riportava un'inchiesta di Der Spiegel "è venti volte il volume degli scambi commerciali. [...] L'attività finanziaria è scollegata dalla realtà e ha la forza di distruggere la ricchezza di interi settori industriali, anzi, di interi Paesi". Su questa linea si pone la lucida analisi di Massimo Fini nel suo "Il denaro, sterco del demonio": "Al fenomeno della finanziarizzazione del denaro" scrive "si accompagna quello della sua progressiva smaterializzazione. Il denaro perde i residui contatti con la materia in cui si era via via incarnato".
Lo sforzo salvifico profuso dai governi, negli ultimi due anni, per rivitalizzare le banche che avevano causato la crisi rovinando milioni di persone, non è stato del tutto vano. Il sistema finanziario, in effetti, ha tirato un bel sospiro di sollievo e ora la giostra è ripartita di gran lena. Peccato però che per applicare il massaggio cardiaco agli istituti di credito tutti i governi occidentali abbiano dilapidato un oceano di denaro, soldi di quei cittadini vittime due volte del sistema: prima raggirati dalle alchimie dei cosiddetti maghi della finanza, poi ulteriormente spremuti dagli Stati corsi al capezzale degli apprendisti stregoni in difficoltà.
Cifre enormi, quelle stanziate dai governi occidentali, a esclusivo beneficio degli artefici del disastro. Denaro che causa oggi gravi problemi di indebitamento per gli Stati, mentre le banche d’investimento hanno ripreso a fare esattamente ciò che ha portato il mondo sull’orlo del baratro: il gioco d’azzardo. Per di più, sulla pelle di chi le aveva salvate. “Si torna a scommettere, si torna a far festa, si torna a guadagnare un sacco di soldi" proseguiva l’inchiesta di Der Spiegel, "e tutto grazie ai miliardi immessi nei mercati dalle banche centrali e dai governi per arginare le conseguenze della crisi”. "Quando va tutto bene - proseguiva l’articolo- lo Stato non deve intervenire e i guadagni vanno ai banchieri. Ma se qualcosa va storto, tocca al contribuente pagare il conto". È il capitalismo, bellezza.
Un atteggiamento deprecabile, ma soprattutto autolesionista, dato che, in caso di fallimento degli Stati e conseguente crisi strutturale del sistema liberal-capitalista, alchimisti dell’economia finanziaria e comuni cittadini, a bordo di uno stesso Titanic, affonderebbero insieme. E qui più di tante analisi tecniche ci viene in aiuto Esopo, nella sua antica saggezza, con la favola dello scorpione e la rana. Uno scorpione vuole attraversare un fiume, ma non sa nuotare. Chiede a una rana di traghettarlo. La rana non si fida, perchè teme di essere punta, ma lo scorpione la rassicura: “se ti pungessi annegherei anch'io”. La rana generosamente accetta, ma a metà percorso lo scorpione la colpisce con il suo aculeo velenoso. La rana, disperata e morente, gli chiede “Perché?”. Lo scorpione, prima di morire annegato a sua volta, risponde “È la mia natura”. Lo scorpione potrebbe essere un qualunque stratega di Wall Street o supermanager di banca con superbonus, indovinate un po’ chi è la rana? (movimentozero)
La situazione è grave ma non è seria, avrebbe detto Flaiano a proposito della questione greca, ma altrove è soprattutto grave. Nel Regno Unito, dove un’ampia fetta del Pil nazionale viene prodotta in un chilometro quadrato nella City di Londra, lo tsunami scatenato dal terremoto subprime ha trasformato, in tre anni, quella che sembrava un’isola felice (per loro) in un “esempio delle conseguenze del liberismo sfrenato”, come scrive l’Economist. Negli Usa, dopo gli oltre 700 miliardi di dollari del piano-Paulson, la disoccupazione dilaga mentre le banche, dopo aver usufruito degli aiuti, proseguono nella politica di stretta creditizia, ignorando i problemi di milioni di persone destinate a finire sulla strada.
Non è un caso che, tra i Paesi occidentali, proprio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna siano i più colpiti, dato che entrambi, già da due decadi, dipendono dalle banche. Un anno fa il Telegraph infatti scriveva che "il Paese guarda il precipizio. Siamo a rischio della peggiore umiliazione, con Londra che diventa una Reykjavik sul Tamigi e l'Inghilterra che finisce sott'acqua. Grazie all'arroganza alla presuntuosa incompetenza seriale del governo e di un gruppo di banchieri, la possibilità di una bancarotta nazionale non è irrealistica". Dopo un anno pare che le cose non siano cambiate granchè. L'Independent rincara: "Uno dei principali investitori mondiali dà voce alle preoccupazioni del mercato. Jim Rogers, cofondatore della Quantum con George Soros, dichiara a Bloomberg: 'Vi consiglio urgentemente di vendere tutte le sterline che avete. È finita. Odio dirlo, ma non metterei più denaro nel Regno Unito'". E per concludere degnamente, il Guardian: "In privato qualcosa di molto somigliante alla disperazione sta cominciando a serpeggiare nel governo. Dopo aver visto lo scivolone delle banche, un Ministro del Gabinetto inglese non scherzava quando ha detto: 'Le banche sono fottute, noi siamo fottuti, il Paese è fottuto'". Quando si dice aplomb britannico...
Una scelta dunque tra realtà e finzione finanziaria a vantaggio della seconda. "Oggi la speculazione monetaria" sostiene Internazionale di cinque mesi fa che riportava un'inchiesta di Der Spiegel "è venti volte il volume degli scambi commerciali. [...] L'attività finanziaria è scollegata dalla realtà e ha la forza di distruggere la ricchezza di interi settori industriali, anzi, di interi Paesi". Su questa linea si pone la lucida analisi di Massimo Fini nel suo "Il denaro, sterco del demonio": "Al fenomeno della finanziarizzazione del denaro" scrive "si accompagna quello della sua progressiva smaterializzazione. Il denaro perde i residui contatti con la materia in cui si era via via incarnato".
Lo sforzo salvifico profuso dai governi, negli ultimi due anni, per rivitalizzare le banche che avevano causato la crisi rovinando milioni di persone, non è stato del tutto vano. Il sistema finanziario, in effetti, ha tirato un bel sospiro di sollievo e ora la giostra è ripartita di gran lena. Peccato però che per applicare il massaggio cardiaco agli istituti di credito tutti i governi occidentali abbiano dilapidato un oceano di denaro, soldi di quei cittadini vittime due volte del sistema: prima raggirati dalle alchimie dei cosiddetti maghi della finanza, poi ulteriormente spremuti dagli Stati corsi al capezzale degli apprendisti stregoni in difficoltà.
Cifre enormi, quelle stanziate dai governi occidentali, a esclusivo beneficio degli artefici del disastro. Denaro che causa oggi gravi problemi di indebitamento per gli Stati, mentre le banche d’investimento hanno ripreso a fare esattamente ciò che ha portato il mondo sull’orlo del baratro: il gioco d’azzardo. Per di più, sulla pelle di chi le aveva salvate. “Si torna a scommettere, si torna a far festa, si torna a guadagnare un sacco di soldi" proseguiva l’inchiesta di Der Spiegel, "e tutto grazie ai miliardi immessi nei mercati dalle banche centrali e dai governi per arginare le conseguenze della crisi”. "Quando va tutto bene - proseguiva l’articolo- lo Stato non deve intervenire e i guadagni vanno ai banchieri. Ma se qualcosa va storto, tocca al contribuente pagare il conto". È il capitalismo, bellezza.
Un atteggiamento deprecabile, ma soprattutto autolesionista, dato che, in caso di fallimento degli Stati e conseguente crisi strutturale del sistema liberal-capitalista, alchimisti dell’economia finanziaria e comuni cittadini, a bordo di uno stesso Titanic, affonderebbero insieme. E qui più di tante analisi tecniche ci viene in aiuto Esopo, nella sua antica saggezza, con la favola dello scorpione e la rana. Uno scorpione vuole attraversare un fiume, ma non sa nuotare. Chiede a una rana di traghettarlo. La rana non si fida, perchè teme di essere punta, ma lo scorpione la rassicura: “se ti pungessi annegherei anch'io”. La rana generosamente accetta, ma a metà percorso lo scorpione la colpisce con il suo aculeo velenoso. La rana, disperata e morente, gli chiede “Perché?”. Lo scorpione, prima di morire annegato a sua volta, risponde “È la mia natura”. Lo scorpione potrebbe essere un qualunque stratega di Wall Street o supermanager di banca con superbonus, indovinate un po’ chi è la rana? (movimentozero)
domenica 2 maggio 2010
Wall Street, la regola dell'immoralità. Francesco Guerrera
Memorizzate questa data: il ventidue giugno dell’anno 2007 – il giorno in cui Wall Street fece cadere il velo e mostrò il suo aspetto più becero e meschino.
Alle 16,32 di quel fatidico pomeriggio, Tom Montag, all’epoca uno dei dirigenti della Goldman Sachs, mandò un’email ad un collega nella prestigiosissima banca d’affari.
Montag, come tutti i grandi banchieri, era presissimo e la sua missiva consisteva di una sola riga: «Ragazzi, l’Obbligazione Lupo è stata proprio merdosa». Quelle sette parole inglesi potrebbero diventare il motto di un modo di interpretare l’alta finanza che è stato una delle cause dell’implosione dell’economia mondiale e dell’enorme crisi di fiducia nel settore bancario.
Vi risparmio la descrizione della complicatissima Obbligazione Lupo: vi basti sapere che si trattava di un titolo pieno di mutui «subprime» che crollò in valore dopo pochi mesi quando gli indigenti debitori smisero di pagare. Il dettaglio fondamentale, però, è che la Goldman vendette un miliardo di dollari di queste obbligazioni a investitori - intascando milioni in commissioni - nonostante l’opinione scatologica del Signor Montag.
Ma non è finita. Grazie alle investigazioni di un gruppo di agguerritissimi senatori americani, sappiamo che la Goldman non solo creò e smistò un prodotto «sospetto», ma ci scommise pure contro, comprando dei contratti che le garantivano dei pagamenti ogni volta che il titolo perdeva valore.
Per ricapitolare: mentre gli investitori in Timberwolf stavano rimettendoci centinaia di milioni di dollari (uno dei fondi d’investimento andò persino in bancarotta), la Goldman ci guadagnava di suo. Altro che Lupo: i cervelloni della banca d’affari quell’obbligazione l’avrebbero dovuta chiamare Squalo.
Bisogna dire che la condotta della Goldman non è illegale – anche se la società è stata accusata di frode dall’authority americana per un’altra obbligazione molto simile a Lupo (Goldman nega quelle accuse). Anzi, i banchieri della Goldman non si stancano mai di ripetere che non hanno mai avuto nessun dovere di dire ai clienti quello che pensano dei titoli che gli vendono.
In questo hanno ragione: nel mondo della finanza americana «caveat emptor» è una delle regole immutabili. I fondi d’investimento che si sono fatti azzannare dall’Obbligazione Lupo sarebbero dovuti stare più attenti a quello che compravano. Ma alla luce degli eventi epocali del 2007-2009, una spiegazione strettamente legale non basta più. Dopo aver partecipato a follie finanziarie che sono costate miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro, la domanda da porre a Wall Street è di natura morale, non legale. È etico per una banca mettere i propri interessi al di sopra di quelli dei suoi clienti? È giusto per un venditore mettere in vetrina prodotti che sa che sono marci? Per Goldman - e molte altre banche - la risposta è sì. Se i clienti vogliono un prodotto, loro glielo vendono - per una bella commissione - senza tante remore e crisi di coscienza, salvo riservarsi il diritto di fare dei soldi scommettendoci contro.
Per gran parte della gente e la classe politica la risposta è no. Come ha detto il senatore repubblicano John Ensign, che di scommesse se ne intende visto che viene dal Nevada, durante un’udienza parlamentare con dirigenti della Goldman questa settimana: «Las Vegas si dovrebbe offendere quando viene paragonata a Wall Street: a Las Vegas gli scommettitori conoscono le loro probabilità di vittoria, voi invece manipolate le probabilità a partita in corso».
Un casinò truccato dove il banco vince sempre. Se questa è l’immagine del sistema finanziario più grande e sofisticato del mondo, non bisogna essere uno dei geni matematici che hanno inventato Timberwolf per capire che Wall Street ha un problema serio.
Un problema che non scomparirà da solo e certo non viene risolto dallo spettacolo a cui ho assistito martedì: 11 ore di colloquio tra capi della Goldman e senatori e nemmeno una traccia di pentimento nelle facce o nelle parole dei banchieri.
Lloyd Blankfein, l’amministratore delegato della Goldman che nel 2007, l’anno di Timber-wolf, si portò a casa 68 milioni di dollari, l’ha detto chiaro e tondo ai senatori che protestavano che una banca che vende prodotti con una mano e scommette con i suoi soldi con l’altra è al centro di gravi conflitti d’interesse. «Non ci vedo nulla di male», ha detto martedì. Ogni crisi finanziaria ha le sue vittime e i suoi carnefici e la Grande Recessione degli anni 2007-2009 non fa eccezione. Le vittime le conosciamo bene: gli americani medi convinti che i prezzi delle case non sarebbero caduti mai, che avere sette carte di credito, quattro macchine e cinque televisori fosse normale e che il «sogno americano» di prosperità infinita non si sarebbe mai infranto.
I carnefici sono anch’essi molti e molto noti (una classe politica, spronata dal banchiere centrale Alan Greenspan, che s’innamorò della deregulation; agenzie di credito che chiusero gli occhi; e investitori accecati dalla chimera dei soldi facili). Ma se le banche continuano a negare l’evidenza saranno le uniche a pagare per colpe non tutte loro. L’ostinazione e l’arroganza di un banchiere milionario che dice: «Non c’è niente di male» non aiuta né la sua banca né un settore che, al momento, è meno rispettato dei venditori di auto usate (e perfino dei giornalisti...).
Le riforme stanno arrivando a grande velocità con un bel carico di populismo acchiappa-voti - non è un caso che le accuse di frode contro Goldman siano state annunciate proprio quando l’amministrazione Obama stava avendo difficoltà a convincere i repubblicani a passare la legge che ridisegnerà il sistema finanziario Usa.
La «regola Volcker» - che prende il nome dal vecchio capo della Federal Reserve e proibisce alle banche di usare fondi propri per comprare e vendere titoli e investire in società - sarà sicuramente approvata e banche come la Goldman (ma anche rivali come la Morgan Stanley e la JPMorgan) dovranno dire addio a miliardi di utili. E forse è questa la soluzione più giusta ai problemi di Wall Street: lasciare dei soldi sul tavolo - come dicono i banchieri quando non riescono ad estrarre la commissione più alta possibile da un cliente - e in cambio evitare misure draconiane e punitive che potrebbero mettere a rischio il futuro di uno dei settori più importanti dell’economia statunitense.
Abbandonare i mercati rischiosi ma redditizi di prodotti complessi ed esotici, dei titoli tipo Timberwolf e delle scommesse con i propri soldi non sarà facile per banchieri, banche e investitori che si sono abituati a utili altissimi e bonus principeschi.
Il «ritorno al futuro» - al ruolo di banche come intermediarie di flussi monetari tra compratori e venditori piuttosto che protagoniste di azioni finanziarie con capitale proprio - non sarà facile soprattutto perché questi tipi di servizi non sono molto remunerativi. L’alternativa però è essere al centro del tifone del dopo-crisi - identificati come colpevoli da una classe politica che è praticamente obbligata ad infierire sui banchieri e le loro società per soddisfare la sete di sangue di un pubblico arrabbiato. Dopo tanti anni di caveat emptor, sarebbe utile per Wall Street adottare la regola del «caveat venditor». (la Stampa)
*Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario per il Financial Times a New York.Francesco.guerrera@ft.com
Alle 16,32 di quel fatidico pomeriggio, Tom Montag, all’epoca uno dei dirigenti della Goldman Sachs, mandò un’email ad un collega nella prestigiosissima banca d’affari.
Montag, come tutti i grandi banchieri, era presissimo e la sua missiva consisteva di una sola riga: «Ragazzi, l’Obbligazione Lupo è stata proprio merdosa». Quelle sette parole inglesi potrebbero diventare il motto di un modo di interpretare l’alta finanza che è stato una delle cause dell’implosione dell’economia mondiale e dell’enorme crisi di fiducia nel settore bancario.
Vi risparmio la descrizione della complicatissima Obbligazione Lupo: vi basti sapere che si trattava di un titolo pieno di mutui «subprime» che crollò in valore dopo pochi mesi quando gli indigenti debitori smisero di pagare. Il dettaglio fondamentale, però, è che la Goldman vendette un miliardo di dollari di queste obbligazioni a investitori - intascando milioni in commissioni - nonostante l’opinione scatologica del Signor Montag.
Ma non è finita. Grazie alle investigazioni di un gruppo di agguerritissimi senatori americani, sappiamo che la Goldman non solo creò e smistò un prodotto «sospetto», ma ci scommise pure contro, comprando dei contratti che le garantivano dei pagamenti ogni volta che il titolo perdeva valore.
Per ricapitolare: mentre gli investitori in Timberwolf stavano rimettendoci centinaia di milioni di dollari (uno dei fondi d’investimento andò persino in bancarotta), la Goldman ci guadagnava di suo. Altro che Lupo: i cervelloni della banca d’affari quell’obbligazione l’avrebbero dovuta chiamare Squalo.
Bisogna dire che la condotta della Goldman non è illegale – anche se la società è stata accusata di frode dall’authority americana per un’altra obbligazione molto simile a Lupo (Goldman nega quelle accuse). Anzi, i banchieri della Goldman non si stancano mai di ripetere che non hanno mai avuto nessun dovere di dire ai clienti quello che pensano dei titoli che gli vendono.
In questo hanno ragione: nel mondo della finanza americana «caveat emptor» è una delle regole immutabili. I fondi d’investimento che si sono fatti azzannare dall’Obbligazione Lupo sarebbero dovuti stare più attenti a quello che compravano. Ma alla luce degli eventi epocali del 2007-2009, una spiegazione strettamente legale non basta più. Dopo aver partecipato a follie finanziarie che sono costate miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro, la domanda da porre a Wall Street è di natura morale, non legale. È etico per una banca mettere i propri interessi al di sopra di quelli dei suoi clienti? È giusto per un venditore mettere in vetrina prodotti che sa che sono marci? Per Goldman - e molte altre banche - la risposta è sì. Se i clienti vogliono un prodotto, loro glielo vendono - per una bella commissione - senza tante remore e crisi di coscienza, salvo riservarsi il diritto di fare dei soldi scommettendoci contro.
Per gran parte della gente e la classe politica la risposta è no. Come ha detto il senatore repubblicano John Ensign, che di scommesse se ne intende visto che viene dal Nevada, durante un’udienza parlamentare con dirigenti della Goldman questa settimana: «Las Vegas si dovrebbe offendere quando viene paragonata a Wall Street: a Las Vegas gli scommettitori conoscono le loro probabilità di vittoria, voi invece manipolate le probabilità a partita in corso».
Un casinò truccato dove il banco vince sempre. Se questa è l’immagine del sistema finanziario più grande e sofisticato del mondo, non bisogna essere uno dei geni matematici che hanno inventato Timberwolf per capire che Wall Street ha un problema serio.
Un problema che non scomparirà da solo e certo non viene risolto dallo spettacolo a cui ho assistito martedì: 11 ore di colloquio tra capi della Goldman e senatori e nemmeno una traccia di pentimento nelle facce o nelle parole dei banchieri.
Lloyd Blankfein, l’amministratore delegato della Goldman che nel 2007, l’anno di Timber-wolf, si portò a casa 68 milioni di dollari, l’ha detto chiaro e tondo ai senatori che protestavano che una banca che vende prodotti con una mano e scommette con i suoi soldi con l’altra è al centro di gravi conflitti d’interesse. «Non ci vedo nulla di male», ha detto martedì. Ogni crisi finanziaria ha le sue vittime e i suoi carnefici e la Grande Recessione degli anni 2007-2009 non fa eccezione. Le vittime le conosciamo bene: gli americani medi convinti che i prezzi delle case non sarebbero caduti mai, che avere sette carte di credito, quattro macchine e cinque televisori fosse normale e che il «sogno americano» di prosperità infinita non si sarebbe mai infranto.
I carnefici sono anch’essi molti e molto noti (una classe politica, spronata dal banchiere centrale Alan Greenspan, che s’innamorò della deregulation; agenzie di credito che chiusero gli occhi; e investitori accecati dalla chimera dei soldi facili). Ma se le banche continuano a negare l’evidenza saranno le uniche a pagare per colpe non tutte loro. L’ostinazione e l’arroganza di un banchiere milionario che dice: «Non c’è niente di male» non aiuta né la sua banca né un settore che, al momento, è meno rispettato dei venditori di auto usate (e perfino dei giornalisti...).
Le riforme stanno arrivando a grande velocità con un bel carico di populismo acchiappa-voti - non è un caso che le accuse di frode contro Goldman siano state annunciate proprio quando l’amministrazione Obama stava avendo difficoltà a convincere i repubblicani a passare la legge che ridisegnerà il sistema finanziario Usa.
La «regola Volcker» - che prende il nome dal vecchio capo della Federal Reserve e proibisce alle banche di usare fondi propri per comprare e vendere titoli e investire in società - sarà sicuramente approvata e banche come la Goldman (ma anche rivali come la Morgan Stanley e la JPMorgan) dovranno dire addio a miliardi di utili. E forse è questa la soluzione più giusta ai problemi di Wall Street: lasciare dei soldi sul tavolo - come dicono i banchieri quando non riescono ad estrarre la commissione più alta possibile da un cliente - e in cambio evitare misure draconiane e punitive che potrebbero mettere a rischio il futuro di uno dei settori più importanti dell’economia statunitense.
Abbandonare i mercati rischiosi ma redditizi di prodotti complessi ed esotici, dei titoli tipo Timberwolf e delle scommesse con i propri soldi non sarà facile per banchieri, banche e investitori che si sono abituati a utili altissimi e bonus principeschi.
Il «ritorno al futuro» - al ruolo di banche come intermediarie di flussi monetari tra compratori e venditori piuttosto che protagoniste di azioni finanziarie con capitale proprio - non sarà facile soprattutto perché questi tipi di servizi non sono molto remunerativi. L’alternativa però è essere al centro del tifone del dopo-crisi - identificati come colpevoli da una classe politica che è praticamente obbligata ad infierire sui banchieri e le loro società per soddisfare la sete di sangue di un pubblico arrabbiato. Dopo tanti anni di caveat emptor, sarebbe utile per Wall Street adottare la regola del «caveat venditor». (la Stampa)
*Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario per il Financial Times a New York.Francesco.guerrera@ft.com
venerdì 30 aprile 2010
E gli economisti sbagliano ancora. Marcello Foa
Gli economisti? Bravissimi. Dopo. Prima, molto meno. Sbagliano, eccome se sbagliano. Ieri, tantissimo. Oggi, altrettanto.
È come se venisse proiettato lo stesso film, cambiano i Paesi e le situazioni: Wall Street nel 1987, l’Asia dieci anni dopo, i mutui subprime nel 2008, ora la Grecia e con ogni probabilità, Spagna e Portogallo. Ma il finale è sempre lo stesso. Gli economisti elaborano tabelle, scenari, si consultano, producendo previsioni basate sul cosiddetto «consenso di mercato». Ma alla fine fanno cilecca.
E tu, risparmiatore, soffri. Vai in banca, chiedi spiegazioni al tuo gestore, lui si difende e allargando le braccia ricorda che non è l’unico a sbagliare, perché tutti hanno fatto le stesse scelte, seguendo gli stessi orientamenti suggeriti dai nomi, dai grandi nomi, che fanno tendenza. Ma l’ha detto Tizio... ma l’ha detto Caio... Chi poteva prevederlo... E il bello è che ha persino ragione.
D’accordo, l’economia non è una scienza esatta e la storia dimostra che tutti i grandi teorici del passato quando sono passati dalla teoria alla pratica si sono rivelati dei pessimi investitori, inclusi Einaudi e diversi premi Nobel, con le sole eccezioni di Ricardo e, in parte, di Keynes. Ovvero: non affidare i tuoi soldi a un professorone. Quasi certamente non ne farà buon uso. E infatti nessun premio Nobel è diventato miliardario.
Ma da loro, così come dai grandi esperti di finanza, ti aspetteresti un grado di attendibilità più elevato. E un po’ più di coraggio. Hanno diritto a delle attenuanti, d’accordo. I mercati di oggi sono molto complessi, la speculazione possiede una potenza di condizionamento che non ha precedenti nella storia e questo favorisce movimenti bruschi e repentini.
Ma perché gli economisti sbagliano sempre tutti assieme?
Non tutti, a onor del vero. Ogni crisi ha il suo eroe, qualche analista o gestore che, andando controcorrente, è riuscito a vedere quel che gli altri nemmeno consideravano. Roubini, ad esempio, nel 2007 veniva deriso dai colleghi; eppure è stato uno dei pochissimi ad aver annunciato la crisi dei subprime. Anche oggi qualche voce libera si è alzata per tempo, pronosticando la bufera in Europa, come quella dello svizzero Hummler.
Ma alla fine nulla cambia. Passata la crisi torna tutto come prima. E la maggior parte degli economisti riprende a muoversi in gregge. Perché? Sono modesti? In teoria è possibile, ma in realtà improbabile; da qualche anno le facoltà di economia e finanza drenano alcune delle menti più brillanti, attratte da stipendi stratosferici. Qualcuno li considera alla stregua di meteorologi o di cartomanti. Ne ha il diritto. Ma non serve a capire come va il mondo.
Perché questo è il punto. Com’è possibile che in una società liberale come la nostra prevalga, tra gli economisti, il pensiero unico? Perché sono così facilmente condizionabili? Domande a cui è difficile rispondere, ma che vanno analizzate in un contesto più ampio. Quello a cui assistiamo non è il semplice fallimento degli economisti in genere, ma di un sistema, che pur scosso da crisi incredibili è ancora incapace di correggere le sue storture.
Prendiamo le agenzie di rating, che danno i voti a chi emette titoli di Stato e obbligazioni. Sono finanziate dalle società che poi sono chiamate a giudicare, hanno commesso errori colossali, mantenendo doppie e «triple A» a compagnie come Enron e Lehman Brothers fino al giorno del fallimento, l’anno scorso sono emersi intrecci finanziari sconcertanti, connivenze eclatanti. Venivano giudicate inattendibili e manipolabili. È passato un anno e mezzo dalla crisi dei subprime. E nulla è cambiato. Avevano promesso riforme, non ci sono state. Moody’s e Standard & Poor’s non hanno più credibilità. Dovrebbero essere ignorate. Eppure continuano a condizionare i mercati. Le bufere sulla Grecia e negli ultimi giorni su Portogallo e Spagna si sono alzate quando loro hanno abbassato i rating. Manco fosse un giudizio divino.
Quella degli economisti, oracoli bislacchi, non è l’unica anomalia di questa strana epoca. (il Giornale)
È come se venisse proiettato lo stesso film, cambiano i Paesi e le situazioni: Wall Street nel 1987, l’Asia dieci anni dopo, i mutui subprime nel 2008, ora la Grecia e con ogni probabilità, Spagna e Portogallo. Ma il finale è sempre lo stesso. Gli economisti elaborano tabelle, scenari, si consultano, producendo previsioni basate sul cosiddetto «consenso di mercato». Ma alla fine fanno cilecca.
E tu, risparmiatore, soffri. Vai in banca, chiedi spiegazioni al tuo gestore, lui si difende e allargando le braccia ricorda che non è l’unico a sbagliare, perché tutti hanno fatto le stesse scelte, seguendo gli stessi orientamenti suggeriti dai nomi, dai grandi nomi, che fanno tendenza. Ma l’ha detto Tizio... ma l’ha detto Caio... Chi poteva prevederlo... E il bello è che ha persino ragione.
D’accordo, l’economia non è una scienza esatta e la storia dimostra che tutti i grandi teorici del passato quando sono passati dalla teoria alla pratica si sono rivelati dei pessimi investitori, inclusi Einaudi e diversi premi Nobel, con le sole eccezioni di Ricardo e, in parte, di Keynes. Ovvero: non affidare i tuoi soldi a un professorone. Quasi certamente non ne farà buon uso. E infatti nessun premio Nobel è diventato miliardario.
Ma da loro, così come dai grandi esperti di finanza, ti aspetteresti un grado di attendibilità più elevato. E un po’ più di coraggio. Hanno diritto a delle attenuanti, d’accordo. I mercati di oggi sono molto complessi, la speculazione possiede una potenza di condizionamento che non ha precedenti nella storia e questo favorisce movimenti bruschi e repentini.
Ma perché gli economisti sbagliano sempre tutti assieme?
Non tutti, a onor del vero. Ogni crisi ha il suo eroe, qualche analista o gestore che, andando controcorrente, è riuscito a vedere quel che gli altri nemmeno consideravano. Roubini, ad esempio, nel 2007 veniva deriso dai colleghi; eppure è stato uno dei pochissimi ad aver annunciato la crisi dei subprime. Anche oggi qualche voce libera si è alzata per tempo, pronosticando la bufera in Europa, come quella dello svizzero Hummler.
Ma alla fine nulla cambia. Passata la crisi torna tutto come prima. E la maggior parte degli economisti riprende a muoversi in gregge. Perché? Sono modesti? In teoria è possibile, ma in realtà improbabile; da qualche anno le facoltà di economia e finanza drenano alcune delle menti più brillanti, attratte da stipendi stratosferici. Qualcuno li considera alla stregua di meteorologi o di cartomanti. Ne ha il diritto. Ma non serve a capire come va il mondo.
Perché questo è il punto. Com’è possibile che in una società liberale come la nostra prevalga, tra gli economisti, il pensiero unico? Perché sono così facilmente condizionabili? Domande a cui è difficile rispondere, ma che vanno analizzate in un contesto più ampio. Quello a cui assistiamo non è il semplice fallimento degli economisti in genere, ma di un sistema, che pur scosso da crisi incredibili è ancora incapace di correggere le sue storture.
Prendiamo le agenzie di rating, che danno i voti a chi emette titoli di Stato e obbligazioni. Sono finanziate dalle società che poi sono chiamate a giudicare, hanno commesso errori colossali, mantenendo doppie e «triple A» a compagnie come Enron e Lehman Brothers fino al giorno del fallimento, l’anno scorso sono emersi intrecci finanziari sconcertanti, connivenze eclatanti. Venivano giudicate inattendibili e manipolabili. È passato un anno e mezzo dalla crisi dei subprime. E nulla è cambiato. Avevano promesso riforme, non ci sono state. Moody’s e Standard & Poor’s non hanno più credibilità. Dovrebbero essere ignorate. Eppure continuano a condizionare i mercati. Le bufere sulla Grecia e negli ultimi giorni su Portogallo e Spagna si sono alzate quando loro hanno abbassato i rating. Manco fosse un giudizio divino.
Quella degli economisti, oracoli bislacchi, non è l’unica anomalia di questa strana epoca. (il Giornale)
giovedì 29 aprile 2010
Dall'agorà al default. Davide Giacalone
I problemi posti da quel che accade alla Grecia, che rischia di passare dall’agorà al default, sono tutti politici e solo marginalmente economici. Il debito greco è, in valore assoluto, poca cosa. All’Europa costa meno sterilizzarlo, piuttosto che affrontare la decomposizione della moneta unica, accelerata dai guai spagnoli e portoghesi, cui seguiranno a ruota quelli irlandesi. La crisi in atto, oramai, mostra le voragini politiche sulle quali ci troviamo, fino a mettere in discussione l’idea stessa di democrazia rappresentativa. Deve fare i conti con i seguenti, e altri problemi.
1. Scrivere che l’euro è una moneta nata senza avere alle spalle un’autorità politica è divenuto un luogo comune. In questi giorni, però, emerge l’irrilevanza anche della Banca Centrale Europea. E se non esistono istituzioni europee propriamente dette, che siano all’altezza di questi problemi, anche il vecchio sistema dei coordinamenti fra nazioni (i consigli dei ministri) mostra la corda. Va bene che ci siano idee e interessi diversi, ma è mancata la decisione. Non decidere è come decidere negativamente. E ciò ci porta al secondo problema.
2. Il mondo viaggia ad una velocità superiore rispetto a quella delle istituzioni che amministrano i Paesi che lo compongono. I ministri possono riunirsi e fissare scadenze future, entro le quali elaborare decisioni, i mercati, però, non rimandano, sono in moto perpetuo. I governi possono prendere pause per riflettere, ma l’informatica e le comunicazioni al servizio della finanza non lo consentono e producono continuamente scelte. Il differenziale di tasso che i greci dovrebbero, e non possono, pagare, per prendere capitali dal mercato, è lievitato in un tempo brevissimo. Le istituzioni governano in un tempo diverso dai mercati, non controllandone le variabili.
3. La Grecia va incontro alla bancarotta. I problemi erano già noti, ma la botta finale è stata data dal declassamento emesso da Standard & Poor’s, che definisce spazzatura i titoli del debito pubblico ellenico. Che aveva già declassato il Portogallo e ora punisce la Spagna, sebbene con un giudizio meno severo. Quei giudizi hanno un enorme peso politico, ma sono formulati da chi non ha alcun mandato istituzionale, né può sostenere d’essere affidabile, visto che di non innocenti cretinate ne ha dette a palate, preparando la crisi finanziaria globale che ancora paghiamo. E allora, come si spiega che la voce delle agenzie di rating pesi ancora? Perché gli speculatori amano gli allarmi, certo, perché i mercati si muovono come stormi, ma prima ancora perché non esistono autorità sovranazionali dotate d’autorevolezza superiore.
4. Ciò detto, la Grecia non è vittima di un complotto speculativo, ma dell’avere ripetutamente imbrogliato, mentendo. I tedeschi non hanno torto, quando intendono far pesare questo elemento, anche perché, altrimenti, si incoraggerebbero imitazioni. Ma il nodo politico si riassume in una domanda: posto che la responsabilità è del governo greco e posto che tutti i Paesi dell’euro sono retti da sistemi democratici, chi avvia le pratiche per la sfiducia e il cambio della guardia? In Grecia, da settimane, le piazze sono piene di manifestanti che imprecano contro l’Europa e il Fondo Monetario Internazionale, ovvero contro quanti potrebbero concorrere (in modo non eguale e con conseguenze diverse, ma è un altro discorso) al salvataggio. Se, come chiedono i tedeschi (a ragione), si subordina l’aiuto alla sottoscrizione di un piano di rigore finanziario, non si sta, di fatto, commissariando la democrazia greca? Non è indifferente che il patto di stabilità si sostituisca agli elettori.
5. Francia e Italia insistono per il salvataggio, che è anche un buon affare: da una parte ci metteremmo al riparo da una crisi contagiosa, dall’altra presteremmo denaro ad un tasso superiore a quello che paghiamo per chiederlo, quindi con un saldo positivo. Se non si vuole innestare la marcia indietro, rispetto all’euro, è l’unica strada da battersi. I tedeschi hanno recalcitrato, ma ora correggono la rotta, visto che potrebbe essere presentato loro il posticipato conto dell’unificazione, che fu messo anche sulle nostre spalle, proprio grazie all’euro. Ma non possiamo mica continuare a rinfacciarci la storia, senza averla iscritta nell’atto di nascita della moneta unica, né possiamo pensare di correre a salvare tutti gli europei in difficoltà, qualsiasi cosa abbiano combinato, anche perché, prima o dopo, ciascuno sarebbe chiamato a salvare se stesso.
6. Non si devono considerare negativi tutti gli egoismi nazionali, ma lo divengono quando, anziché rispondere ad esigenze geostrategiche, vengono a galla per ragioni di cucina elettorale. Ho il massimo rispetto per i tedeschi della Renania Westfalia, e m’intriga l’idea che colà si parlino ben nove dialetti, ma difficilmente le elezioni dei loro amministratori possono parlare la lingua dell’Europa. Il governo tedesco ha le sue ragioni, l’ho già ricordato, ma conta, eccome, anche la concorrenza elettorale fra i due partiti che lo compongono, in gara nel rassicurare i villici circa i loro quattrini. La sproporzione fra la partita in atto e gli interessi in gioco è talmente grande da imporre una riflessione sulla democrazia rappresentativa. Il peggiore dei sistemi possibili, diceva Churchill, se si escludono tutti gli altri. Verissimo, ma la finanza ne ha trovato uno che non si lascia escludere.
1. Scrivere che l’euro è una moneta nata senza avere alle spalle un’autorità politica è divenuto un luogo comune. In questi giorni, però, emerge l’irrilevanza anche della Banca Centrale Europea. E se non esistono istituzioni europee propriamente dette, che siano all’altezza di questi problemi, anche il vecchio sistema dei coordinamenti fra nazioni (i consigli dei ministri) mostra la corda. Va bene che ci siano idee e interessi diversi, ma è mancata la decisione. Non decidere è come decidere negativamente. E ciò ci porta al secondo problema.
2. Il mondo viaggia ad una velocità superiore rispetto a quella delle istituzioni che amministrano i Paesi che lo compongono. I ministri possono riunirsi e fissare scadenze future, entro le quali elaborare decisioni, i mercati, però, non rimandano, sono in moto perpetuo. I governi possono prendere pause per riflettere, ma l’informatica e le comunicazioni al servizio della finanza non lo consentono e producono continuamente scelte. Il differenziale di tasso che i greci dovrebbero, e non possono, pagare, per prendere capitali dal mercato, è lievitato in un tempo brevissimo. Le istituzioni governano in un tempo diverso dai mercati, non controllandone le variabili.
3. La Grecia va incontro alla bancarotta. I problemi erano già noti, ma la botta finale è stata data dal declassamento emesso da Standard & Poor’s, che definisce spazzatura i titoli del debito pubblico ellenico. Che aveva già declassato il Portogallo e ora punisce la Spagna, sebbene con un giudizio meno severo. Quei giudizi hanno un enorme peso politico, ma sono formulati da chi non ha alcun mandato istituzionale, né può sostenere d’essere affidabile, visto che di non innocenti cretinate ne ha dette a palate, preparando la crisi finanziaria globale che ancora paghiamo. E allora, come si spiega che la voce delle agenzie di rating pesi ancora? Perché gli speculatori amano gli allarmi, certo, perché i mercati si muovono come stormi, ma prima ancora perché non esistono autorità sovranazionali dotate d’autorevolezza superiore.
4. Ciò detto, la Grecia non è vittima di un complotto speculativo, ma dell’avere ripetutamente imbrogliato, mentendo. I tedeschi non hanno torto, quando intendono far pesare questo elemento, anche perché, altrimenti, si incoraggerebbero imitazioni. Ma il nodo politico si riassume in una domanda: posto che la responsabilità è del governo greco e posto che tutti i Paesi dell’euro sono retti da sistemi democratici, chi avvia le pratiche per la sfiducia e il cambio della guardia? In Grecia, da settimane, le piazze sono piene di manifestanti che imprecano contro l’Europa e il Fondo Monetario Internazionale, ovvero contro quanti potrebbero concorrere (in modo non eguale e con conseguenze diverse, ma è un altro discorso) al salvataggio. Se, come chiedono i tedeschi (a ragione), si subordina l’aiuto alla sottoscrizione di un piano di rigore finanziario, non si sta, di fatto, commissariando la democrazia greca? Non è indifferente che il patto di stabilità si sostituisca agli elettori.
5. Francia e Italia insistono per il salvataggio, che è anche un buon affare: da una parte ci metteremmo al riparo da una crisi contagiosa, dall’altra presteremmo denaro ad un tasso superiore a quello che paghiamo per chiederlo, quindi con un saldo positivo. Se non si vuole innestare la marcia indietro, rispetto all’euro, è l’unica strada da battersi. I tedeschi hanno recalcitrato, ma ora correggono la rotta, visto che potrebbe essere presentato loro il posticipato conto dell’unificazione, che fu messo anche sulle nostre spalle, proprio grazie all’euro. Ma non possiamo mica continuare a rinfacciarci la storia, senza averla iscritta nell’atto di nascita della moneta unica, né possiamo pensare di correre a salvare tutti gli europei in difficoltà, qualsiasi cosa abbiano combinato, anche perché, prima o dopo, ciascuno sarebbe chiamato a salvare se stesso.
6. Non si devono considerare negativi tutti gli egoismi nazionali, ma lo divengono quando, anziché rispondere ad esigenze geostrategiche, vengono a galla per ragioni di cucina elettorale. Ho il massimo rispetto per i tedeschi della Renania Westfalia, e m’intriga l’idea che colà si parlino ben nove dialetti, ma difficilmente le elezioni dei loro amministratori possono parlare la lingua dell’Europa. Il governo tedesco ha le sue ragioni, l’ho già ricordato, ma conta, eccome, anche la concorrenza elettorale fra i due partiti che lo compongono, in gara nel rassicurare i villici circa i loro quattrini. La sproporzione fra la partita in atto e gli interessi in gioco è talmente grande da imporre una riflessione sulla democrazia rappresentativa. Il peggiore dei sistemi possibili, diceva Churchill, se si escludono tutti gli altri. Verissimo, ma la finanza ne ha trovato uno che non si lascia escludere.
lunedì 26 aprile 2010
Bufala del 25 aprile. Sinistra invenzione di retorica partigiana. Aldo Torchiaro
Alla vigilia del 25 aprile scoppiano le polemiche nelle città dove, a settant’anni di distanza, il buon senso timidamente s’affaccia. I meriti dei partigiani vanno ridimensionati, al netto della retorica, di fronte a quelli straordinari degli angloamericani. La vogliamo dire tutta? Il 25 aprile è una bufala bell’e buona, per come è stato costruito, per come viene ricordato, per quel che rappresenta e che invece dovrebbe rappresentare.
La data sbagliata
Che è successo il 25 aprile 1945 a Milano? Proprio niente. O meglio: si è tenuta una marcia, una di quelle che quotidianamente si tenevano lungo il corso principale delle città liberate dall’occupazione tedesca. Quella di Milano era partecipata, certo. Era più solenne delle altre? Non risulta. Quella di Genova, quella di Brescia, quella di Bolgna furono celebrazioni durate più giorni. A Milano no. E soprattutto, non vi fu alcuna battaglia il 25 aprile. Gli scontri decisivi si ebbero il 23 e il 24 aprile. La mattina del lunedì 23 aprile ’45 gli angloamericani incontrarono sul campo della guerriglia urbana i comandanti militari del Cln e consegnarono loro alcune armi. Milano fu fuoco e fiamme per ventiquattro ore senza sosta. Il martedì 24 al pomeriggio si presero gli ultimi ostaggi, e si liberò la città: la sera corso Buenos Aires fu percorsa dai carri armati del 4° corpo d’armata Usa, che fu quello che liberò da solo Milano, dove Piazza Duomo venne rivestita a stelle e strisce.
“Venticinque Aprile” ?
Come andò davvero che si finì per identificare la Liberazione dal nazifascismo con la data del 25 aprile? Fu soprattutto a causa di una richiesta del comando britannico. Londra aveva l’esigenza, già messa in atto in tutti gli altri casi, di fissare sul calendario una data “deadline” per stabilire le responsabilità militari, istruire la giustizia di guerra, pianificare il rimpatrio dei “combat groups” per avvicendarli con i battaglioni delle truppe da occupazione, capeggiate da ufficiali del genio e dalla magistratura militare. La richiesta di individuare la data si fece pressante presso il Cln che considerò il lunedì 23 come inizio dell’impresa e il 24 come sua felice conclusione. Ma entrambe le date vennero scartate: il compleanno di Hitler (nato il 20 aprile) si celebrava a Berlino quel lunedì 23, e far coincidere le cose non era possibile. Il 24 aprile in Germania era festa nazionale, non di natura politica ma di antica tradizione: era la festa di Primavera, diventata nel corso del tempo il Giorno della Natura. Tant’è: la data della festa antinazista non poteva coincidere con il giorno di festa ufficiale in Germania. Eccoci al 25 aprile.
Giornali liberi e “liberati”
Il fascismo, la guerra, la Repubblica Sociale occupata dai nazisti avevano messo il bavaglio ai giornali. Descrive il clima confuso e surreale di quei giorni, con dovizia di particolari, Paolo Murialdi nella sua “Storia del giornalismo italiano”. “Il 23 aprile si discute a Milano del futuro della stampa. C’è chi vorrebbe cancellare per sempre le testate compromesse con il fascismo, come si è fatto in Francia. C’è chi sostiene che nel nuovo Stato democratico dovranno esserci soltanto i giornali di partito. Su questo tema si svolge un dibattito tra Gaetano Baldacci, sostenitore dei giornali di partito, e Mario Borsa, futuro direttore del ”Corriere della Sera“, il quale ritiene indispensabile l’esistenza anche di quotidiani svincolati dai partiti. Gli Alleati, dal canto loro, fanno sapere ai responsabili del Cln Alta Italia di considerare necessaria almeno nelle grandi città l’uscita di un quotidiano indipendente. Il Comitato Stampa del Cln stabilisce invece che accanto ai giornali del Pwb, escano soltanto gli organi dei partiti, i fogli cattolici non compromessi e i nuovi quotidiani promossi dai Comitati di Liberazione. A Milano le autorizzazioni del Comitato Stampa sono poche: inizialmente ”L’Italia libera“, organo del Partito d’Azione, ”L’Unità“ e ”L’Avanti“. Non tutti si adeguano, però. Nella notte del 24 aprile, consapevoli che il Cln ha un gran da fare, Mario Borsa e Gaetano Afeltra lavorano tutta la notte, con un pugno di giornalisti. Tirano giù le bozze di un foglio che portano in tipografia pedalando in bicicletta: ”Il Nuovo Corriere“. Esce nelle mani degli strilloni, sporco d’inchiostro, la mattina del 25 aprile. Il titolo: ”Milano è stata liberata“. E’ il 25 aprile, ma si riferisce al 24. L’iniziativa non viene vista di buon occhio, il Corriere ha troppe complicità con il regime da farsi perdonare, e gli strilloni che annunciano la ”Liberazione“ vengono bloccati per strada. Racconta Murialdi: ”Il Cln Alta Italia e il nuovo prefetto di Milano, l’azionista Riccardo Lombardi, danno ordine di bloccare il giornale“.
Chi ha ”liberato“ Milano?
Posto che in Italia si è combattuta una guerra civile per molti aspetti simile a quella che c’è stata in Spagna, ma dall’esito diverso, è interessante notare come il termine ”liberazione“ sia stato applicato solo da noi. Gli americani e gli inglesi hanno combattuto una guerra di posizione, avanzando fino all’arco alpino e lasciandosi dietro un Cln con il compito, come era accaduto in Francia, di riorganizzare lo Stato. Il compito dei partigiani è stato importante soprattutto dopo il successo delle operazioni militari di avanzamento degli alleati. Nessuna operazione conclusa dai partigiani, va ricordato, avrebbe avuto esito positivo senza la imprescindibile copertura degli eserciti alleati. In alcuni casi il sostegno dei civili si è rivelato utile, in altri è stato rifiutato dagli stessi generali americani, che lamentarono in numerose occasioni l’impreparazione dei partigiani, armati di buona volontà e di poche altre risorse. Già il 20 aprile la 5a armata Usa scende dagli Appennini nella pianura padana: il suo IV corpo raggiunge Casalecchio, nei pressi di Bologna e il II° conquista la regione tra Casalecchio e Gesso. Nel settore dell’8a armata britannica, il X corpo raggiunge il fiume Idice oltre il quale riescono a stabilire delle teste di ponte il II° corpo polacco e il XIII britannico. Il gen. Vietinghoff, comandante del Gruppo di armate C, ordina il ripiegamento delle forze tedesche (10a e 14a armata) sulla linea del Po: mossa tardiva perché le divisioni corazzate alleate si stanno già avventando sulle truppe tedesche lungo tutta la linea del fronte. Il giorno 22 truppe polacche del generale Anders e i gruppi di combattimento italiani ”Legnano“ e ”Friuli“ conquistano Bologna e poche ore dopo, anche Modena. In dieci giorni i tedeschi nel settore adriatico hanno subito la distruzione di 134 mezzi corazzati. Ma anche gli anglo-americani nello stesso settore solidamente difeso dall’Asse, si dissanguano con moltissime perdite. Il giorno 23 il 4° corpo d’armata americano circonda Milano.
Il 26, 27, 28, 29 aprile
Se davvero l’Italia fosse stata ”liberata“ il 25 aprile, che si ricorda come conclusione del conflitto, perché si combatteva aspramente in metà della Lombardia il giorno 26? L’esercito tedesco viene richiamato in patria proprio quel giorno, ma ancora si spara. L’arcivescovo di Milano Schuster telefona a Graziani e a Mussolini la sera del 26 per intentare una trattativa mirante a ”Organizzare il passaggio dei poteri“. Il 27 aprile Mussolini, formalmente ancora a capo della Rsi, viene arrestato e solo allora si può far datare la fine dell’attività della Rsi. La morte di Mussolini avviene alle 16,10 del 28 aprile 1945 (ma questa data, dato l’orrore delle circostanze, non viene mai ricordata). E la fine vera delle ostilità? Il 29 aprile 1945 le trattative col nemico giungono al termine e la resa dei tedeschi in Italia veniva firmata al Quartier Generale alleato a Caserta. In tutti i Paesi europei si celebra la data della resa. Da noi no, si celebra, chissà perché, il 25 aprile, data carica di mitologie, di ipocrisie e di retorica. (l'Opinione)
La data sbagliata
Che è successo il 25 aprile 1945 a Milano? Proprio niente. O meglio: si è tenuta una marcia, una di quelle che quotidianamente si tenevano lungo il corso principale delle città liberate dall’occupazione tedesca. Quella di Milano era partecipata, certo. Era più solenne delle altre? Non risulta. Quella di Genova, quella di Brescia, quella di Bolgna furono celebrazioni durate più giorni. A Milano no. E soprattutto, non vi fu alcuna battaglia il 25 aprile. Gli scontri decisivi si ebbero il 23 e il 24 aprile. La mattina del lunedì 23 aprile ’45 gli angloamericani incontrarono sul campo della guerriglia urbana i comandanti militari del Cln e consegnarono loro alcune armi. Milano fu fuoco e fiamme per ventiquattro ore senza sosta. Il martedì 24 al pomeriggio si presero gli ultimi ostaggi, e si liberò la città: la sera corso Buenos Aires fu percorsa dai carri armati del 4° corpo d’armata Usa, che fu quello che liberò da solo Milano, dove Piazza Duomo venne rivestita a stelle e strisce.
“Venticinque Aprile” ?
Come andò davvero che si finì per identificare la Liberazione dal nazifascismo con la data del 25 aprile? Fu soprattutto a causa di una richiesta del comando britannico. Londra aveva l’esigenza, già messa in atto in tutti gli altri casi, di fissare sul calendario una data “deadline” per stabilire le responsabilità militari, istruire la giustizia di guerra, pianificare il rimpatrio dei “combat groups” per avvicendarli con i battaglioni delle truppe da occupazione, capeggiate da ufficiali del genio e dalla magistratura militare. La richiesta di individuare la data si fece pressante presso il Cln che considerò il lunedì 23 come inizio dell’impresa e il 24 come sua felice conclusione. Ma entrambe le date vennero scartate: il compleanno di Hitler (nato il 20 aprile) si celebrava a Berlino quel lunedì 23, e far coincidere le cose non era possibile. Il 24 aprile in Germania era festa nazionale, non di natura politica ma di antica tradizione: era la festa di Primavera, diventata nel corso del tempo il Giorno della Natura. Tant’è: la data della festa antinazista non poteva coincidere con il giorno di festa ufficiale in Germania. Eccoci al 25 aprile.
Giornali liberi e “liberati”
Il fascismo, la guerra, la Repubblica Sociale occupata dai nazisti avevano messo il bavaglio ai giornali. Descrive il clima confuso e surreale di quei giorni, con dovizia di particolari, Paolo Murialdi nella sua “Storia del giornalismo italiano”. “Il 23 aprile si discute a Milano del futuro della stampa. C’è chi vorrebbe cancellare per sempre le testate compromesse con il fascismo, come si è fatto in Francia. C’è chi sostiene che nel nuovo Stato democratico dovranno esserci soltanto i giornali di partito. Su questo tema si svolge un dibattito tra Gaetano Baldacci, sostenitore dei giornali di partito, e Mario Borsa, futuro direttore del ”Corriere della Sera“, il quale ritiene indispensabile l’esistenza anche di quotidiani svincolati dai partiti. Gli Alleati, dal canto loro, fanno sapere ai responsabili del Cln Alta Italia di considerare necessaria almeno nelle grandi città l’uscita di un quotidiano indipendente. Il Comitato Stampa del Cln stabilisce invece che accanto ai giornali del Pwb, escano soltanto gli organi dei partiti, i fogli cattolici non compromessi e i nuovi quotidiani promossi dai Comitati di Liberazione. A Milano le autorizzazioni del Comitato Stampa sono poche: inizialmente ”L’Italia libera“, organo del Partito d’Azione, ”L’Unità“ e ”L’Avanti“. Non tutti si adeguano, però. Nella notte del 24 aprile, consapevoli che il Cln ha un gran da fare, Mario Borsa e Gaetano Afeltra lavorano tutta la notte, con un pugno di giornalisti. Tirano giù le bozze di un foglio che portano in tipografia pedalando in bicicletta: ”Il Nuovo Corriere“. Esce nelle mani degli strilloni, sporco d’inchiostro, la mattina del 25 aprile. Il titolo: ”Milano è stata liberata“. E’ il 25 aprile, ma si riferisce al 24. L’iniziativa non viene vista di buon occhio, il Corriere ha troppe complicità con il regime da farsi perdonare, e gli strilloni che annunciano la ”Liberazione“ vengono bloccati per strada. Racconta Murialdi: ”Il Cln Alta Italia e il nuovo prefetto di Milano, l’azionista Riccardo Lombardi, danno ordine di bloccare il giornale“.
Chi ha ”liberato“ Milano?
Posto che in Italia si è combattuta una guerra civile per molti aspetti simile a quella che c’è stata in Spagna, ma dall’esito diverso, è interessante notare come il termine ”liberazione“ sia stato applicato solo da noi. Gli americani e gli inglesi hanno combattuto una guerra di posizione, avanzando fino all’arco alpino e lasciandosi dietro un Cln con il compito, come era accaduto in Francia, di riorganizzare lo Stato. Il compito dei partigiani è stato importante soprattutto dopo il successo delle operazioni militari di avanzamento degli alleati. Nessuna operazione conclusa dai partigiani, va ricordato, avrebbe avuto esito positivo senza la imprescindibile copertura degli eserciti alleati. In alcuni casi il sostegno dei civili si è rivelato utile, in altri è stato rifiutato dagli stessi generali americani, che lamentarono in numerose occasioni l’impreparazione dei partigiani, armati di buona volontà e di poche altre risorse. Già il 20 aprile la 5a armata Usa scende dagli Appennini nella pianura padana: il suo IV corpo raggiunge Casalecchio, nei pressi di Bologna e il II° conquista la regione tra Casalecchio e Gesso. Nel settore dell’8a armata britannica, il X corpo raggiunge il fiume Idice oltre il quale riescono a stabilire delle teste di ponte il II° corpo polacco e il XIII britannico. Il gen. Vietinghoff, comandante del Gruppo di armate C, ordina il ripiegamento delle forze tedesche (10a e 14a armata) sulla linea del Po: mossa tardiva perché le divisioni corazzate alleate si stanno già avventando sulle truppe tedesche lungo tutta la linea del fronte. Il giorno 22 truppe polacche del generale Anders e i gruppi di combattimento italiani ”Legnano“ e ”Friuli“ conquistano Bologna e poche ore dopo, anche Modena. In dieci giorni i tedeschi nel settore adriatico hanno subito la distruzione di 134 mezzi corazzati. Ma anche gli anglo-americani nello stesso settore solidamente difeso dall’Asse, si dissanguano con moltissime perdite. Il giorno 23 il 4° corpo d’armata americano circonda Milano.
Il 26, 27, 28, 29 aprile
Se davvero l’Italia fosse stata ”liberata“ il 25 aprile, che si ricorda come conclusione del conflitto, perché si combatteva aspramente in metà della Lombardia il giorno 26? L’esercito tedesco viene richiamato in patria proprio quel giorno, ma ancora si spara. L’arcivescovo di Milano Schuster telefona a Graziani e a Mussolini la sera del 26 per intentare una trattativa mirante a ”Organizzare il passaggio dei poteri“. Il 27 aprile Mussolini, formalmente ancora a capo della Rsi, viene arrestato e solo allora si può far datare la fine dell’attività della Rsi. La morte di Mussolini avviene alle 16,10 del 28 aprile 1945 (ma questa data, dato l’orrore delle circostanze, non viene mai ricordata). E la fine vera delle ostilità? Il 29 aprile 1945 le trattative col nemico giungono al termine e la resa dei tedeschi in Italia veniva firmata al Quartier Generale alleato a Caserta. In tutti i Paesi europei si celebra la data della resa. Da noi no, si celebra, chissà perché, il 25 aprile, data carica di mitologie, di ipocrisie e di retorica. (l'Opinione)
domenica 25 aprile 2010
Urne sinistre. Davide Giacalone
L’opposizione teme la crisi di governo. La minoranza teme il dissolversi della maggioranza. Detto in altro modo: la sinistra ha il terrore delle elezioni anticipate. Un sentimento contro natura: chi si oppone dovrebbe sottolineare le debolezze e le cadute di chi governa, chiedendo che la parola torni, al più presto, agli elettori. Invece capita il contrario, con il risultato che, a forza di considerare Silvio Berlusconi elettoralmente imbattibile, la sinistra gli consegna anche il monopolio della politica, salvo esaltarsi quando qualcuno, nel centro destra, si mostra dissidente, considerando quello come un segnale di crisi del monopolio. Come a dire: noi della sinistra, invece, siamo del tutto inutili.
Fanno bene, ad avere paura delle elezioni. Non essendo capaci d’interpretare la realtà italiana, si dedicano alle battaglie navali della tattica politicante, con l’aggravante di avere messo tutte le imbarcazioni nello stesso punto, sicché se gliene becchi una le affondi tutte. Incapaci di parlare all’Italia che morde il freno dello sviluppo, del mercato e della modernità (ma è mai possibile che io sia solitario nel criticare la riforma governativa delle professioni, ricordando la lenzuolata di Bersani?!), si estremizzano e consegnano nelle mani dei loro carnefici: ieri quelle di Fausto Bertinotti e Pecoraro Scanio, oggi quelle di Antonio Di Pietro. A dimostrazione che al peggio non c’è mai fine. Conseguentemente, perdono pezzi al centro: Francesco Rutelli e la famiglia Bassanini fondano l’Api (ma non volano); Luca Cordero di Montezemolo si piazza, forse spintaneamente, in testa alla classifica degli uomini che potrebbero capeggiare la sinistra. La quotazione elettorale di tali fenomeni è sconosciuta, dei sondaggi non mi fido, con ogni probabilità si tratta di pesi piuma, in ogni caso di voti tolti alla sinistra.
Poi ci sono Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (e il prossimo che il centro destra candiderà alla presidenza della Camera, ove già sedette Irene Pivetti, suggerisco alla sinistra non solo di votarlo, ma anche direttamente di iscriverlo al proprio partito, tanto è solo questione di tempo). Il primo ha dimostrato, alle elezioni regionali, che quando si allea con la sinistra non porta voti, e quando si allea con il centro destra li porta via, alla sinistra. Il secondo non ho idea di cosa abbia in mente di fare, ma se decidesse di dar man forte ad un’ipotesi terzista (né con la destra né con la sinistra) pescherebbe nel bacino elettorale d’entrambi, con maggiore presa a destra. Riassumendo: tutte queste particelle smarrite, prive di piattaforma programmatica ed alla ricerca di una collocazione, danneggiano prevalentemente la sinistra.
A questo si aggiunga il sistema elettorale, che molti sembrano dimenticare: solo la Lega è in grado di presentarsi da sola e comunque contare. Il perché è presto detto. Alla Camera c’è il premio di maggioranza nazionale: basta prendere un voto più degli altri e si porta a casa la maggioranza assoluta degli eletti. A questa gara partecipano solo in due: quelli che stanno con Berlusconi e quelli che stanno con quel che resta del partito comunista. Sfido a sostenere il contrario. Ad oggi, benché le elezioni anticipate portino sfortuna a chi le chiede, il primo sembra essere in vantaggio. Al Senato il discorso cambia, perché il premio di maggioranza non è nazionale, ma regionale. Questa corbelleria la volle la sinistra e la impose il Presidente della Repubblica, facendo un gran regalo a Umberto Bossi, che in Veneto, adesso, avrebbe la maggioranza assoluta dei senatori. Riassumendo: Berlusconi e Bossi potrebbero anche presentarsi divisi, senza per questo compromettere le possibilità di vittoria.
La sinistra, pertanto, fa bene a svegliarsi urlante se le capita di sognare un’urna. Solo che anziché farsi prendere dalla tremarella dovrebbe provare a fare politica, il che significa, ad esempio, smetterla di difendere un presidente d’Aula che non votarono (la permanenza di Fini in quel posto è un volano per le elezioni) e proclamare la propria disponibilità a parlare delle riforme istituzionali. Proprio così, aggiungendo proposte razionali, che mettano nei guai gli avversari. Ad esempio: separazione delle carriere in materia di giustizia e rafforzamento dei poteri governativi, circa l’architettura costituzionale. Cose ovvie, che solo la propaganda becera, o la viltà incarnata, possono negare. E vale anche per il sistema elettorale: cambiarlo mantenendone la natura maggioritaria, ma senza premio e con un solo turno. Come vale per le materie economiche e sociali: fra poco giunge a termine molta cassa integrazione, non basta dirlo, né serve chiedere di rifinanziare, perché già lo farà il governo, mentre sarebbe spiazzante una proposta di seria riforma del welfare.
Provino a far politica, e scopriranno quanto grandi solo le debolezze degli avversari. E se, invece, comunque la legislatura si spegnerà, provino ad andare al voto senza alleati di cui vergognarsi, senza il deprecabile contorno salottiero e affaristico, con un candidato che parli al futuro e non incarni le immense miserie del loro passato (vogliono un nome indicativo? Nicola Zingaretti) e chiedano d’essere votati non perché così perde Berlusconi, ma perché ci sono anche italiani desiderosi di pensare e parlare d’altro. C’è un piccolo particolare: non ne sono capaci, non hanno né testa, né cuore, né palle.
Fanno bene, ad avere paura delle elezioni. Non essendo capaci d’interpretare la realtà italiana, si dedicano alle battaglie navali della tattica politicante, con l’aggravante di avere messo tutte le imbarcazioni nello stesso punto, sicché se gliene becchi una le affondi tutte. Incapaci di parlare all’Italia che morde il freno dello sviluppo, del mercato e della modernità (ma è mai possibile che io sia solitario nel criticare la riforma governativa delle professioni, ricordando la lenzuolata di Bersani?!), si estremizzano e consegnano nelle mani dei loro carnefici: ieri quelle di Fausto Bertinotti e Pecoraro Scanio, oggi quelle di Antonio Di Pietro. A dimostrazione che al peggio non c’è mai fine. Conseguentemente, perdono pezzi al centro: Francesco Rutelli e la famiglia Bassanini fondano l’Api (ma non volano); Luca Cordero di Montezemolo si piazza, forse spintaneamente, in testa alla classifica degli uomini che potrebbero capeggiare la sinistra. La quotazione elettorale di tali fenomeni è sconosciuta, dei sondaggi non mi fido, con ogni probabilità si tratta di pesi piuma, in ogni caso di voti tolti alla sinistra.
Poi ci sono Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (e il prossimo che il centro destra candiderà alla presidenza della Camera, ove già sedette Irene Pivetti, suggerisco alla sinistra non solo di votarlo, ma anche direttamente di iscriverlo al proprio partito, tanto è solo questione di tempo). Il primo ha dimostrato, alle elezioni regionali, che quando si allea con la sinistra non porta voti, e quando si allea con il centro destra li porta via, alla sinistra. Il secondo non ho idea di cosa abbia in mente di fare, ma se decidesse di dar man forte ad un’ipotesi terzista (né con la destra né con la sinistra) pescherebbe nel bacino elettorale d’entrambi, con maggiore presa a destra. Riassumendo: tutte queste particelle smarrite, prive di piattaforma programmatica ed alla ricerca di una collocazione, danneggiano prevalentemente la sinistra.
A questo si aggiunga il sistema elettorale, che molti sembrano dimenticare: solo la Lega è in grado di presentarsi da sola e comunque contare. Il perché è presto detto. Alla Camera c’è il premio di maggioranza nazionale: basta prendere un voto più degli altri e si porta a casa la maggioranza assoluta degli eletti. A questa gara partecipano solo in due: quelli che stanno con Berlusconi e quelli che stanno con quel che resta del partito comunista. Sfido a sostenere il contrario. Ad oggi, benché le elezioni anticipate portino sfortuna a chi le chiede, il primo sembra essere in vantaggio. Al Senato il discorso cambia, perché il premio di maggioranza non è nazionale, ma regionale. Questa corbelleria la volle la sinistra e la impose il Presidente della Repubblica, facendo un gran regalo a Umberto Bossi, che in Veneto, adesso, avrebbe la maggioranza assoluta dei senatori. Riassumendo: Berlusconi e Bossi potrebbero anche presentarsi divisi, senza per questo compromettere le possibilità di vittoria.
La sinistra, pertanto, fa bene a svegliarsi urlante se le capita di sognare un’urna. Solo che anziché farsi prendere dalla tremarella dovrebbe provare a fare politica, il che significa, ad esempio, smetterla di difendere un presidente d’Aula che non votarono (la permanenza di Fini in quel posto è un volano per le elezioni) e proclamare la propria disponibilità a parlare delle riforme istituzionali. Proprio così, aggiungendo proposte razionali, che mettano nei guai gli avversari. Ad esempio: separazione delle carriere in materia di giustizia e rafforzamento dei poteri governativi, circa l’architettura costituzionale. Cose ovvie, che solo la propaganda becera, o la viltà incarnata, possono negare. E vale anche per il sistema elettorale: cambiarlo mantenendone la natura maggioritaria, ma senza premio e con un solo turno. Come vale per le materie economiche e sociali: fra poco giunge a termine molta cassa integrazione, non basta dirlo, né serve chiedere di rifinanziare, perché già lo farà il governo, mentre sarebbe spiazzante una proposta di seria riforma del welfare.
Provino a far politica, e scopriranno quanto grandi solo le debolezze degli avversari. E se, invece, comunque la legislatura si spegnerà, provino ad andare al voto senza alleati di cui vergognarsi, senza il deprecabile contorno salottiero e affaristico, con un candidato che parli al futuro e non incarni le immense miserie del loro passato (vogliono un nome indicativo? Nicola Zingaretti) e chiedano d’essere votati non perché così perde Berlusconi, ma perché ci sono anche italiani desiderosi di pensare e parlare d’altro. C’è un piccolo particolare: non ne sono capaci, non hanno né testa, né cuore, né palle.
sabato 24 aprile 2010
Gli occhi della sinistra. Orso Di Pietra
Giulio Tremonti ha tolto loro le politiche sociali. Tagliando a più non posso le spese generali e destinando i risparmi alla cassa integrazione, ha impedito loro di cavalcare le tensioni e le proteste di lavoratori e disoccupati. Sacconi ha scippato loro le politiche del lavoro. Brunetta quelle della riforma della burocrazia. La Gelmini della scuola. La Prestigiacomo dell’ambiente. E Maroni ha dato loro il colpo finale dimostrando che la mafia si combatte meglio con gli arresti piuttosto che con i cortei. Adesso che Fini toglie loro anche il berlusconismo viscerale che gli rimane più alla sinistra italiana tranne gli occhi per piangere? (l'Opinione)
venerdì 23 aprile 2010
Cronista giudiziaria spiega perché la riforma sulle intercettazioni è impossibile. Tiziana Maiolo
E’ la riforma impossibile, quella sulle intercettazioni, in discussione in questi giorni in Senato. Impossibile prima di tutto perché va a toccare quel delicato ma fondamentale diritto di ogni cittadino che è la sua riservatezza, la sua vita privata e anche le parole in libertà che ciascuno di noi vorrebbe poter lasciare andare quando si parla al telefono, o anche al chiuso di una stanza con persona amica.
Riforma impossibile perché il primo cambiamento necessario sarebbe l’abbattimento drastico del numero di intercettazioni che la magistratura italiana dispone siano effettuate ogni anno. Nel 2001 sono stata relatrice di minoranza della Commissione bicamerale antimafia proprio sulle intercettazioni. Il risultato di una serie di indagini e audizioni dei fornitori di telefonia è stato che l’Italia ha il quadruplo delle intercettazioni degli interi Stati Uniti e che un cittadino su quattro è stato almeno una volta nella vita direttamente o indirettamente intercettato. A me personalmente è capitato di essere controllata, in via indiretta, nelle indagini su un sequestro di persona, quando il magistrato, una volta disposto il blocco dei beni, mise sotto controllo i telefoni di tutti i conoscenti benestanti del sequestrato, tra cui un mio amico.
E’ difficile spiegare come ci si senta violati nell’intimo, quando ti capita. E’ un po’ come quando la tua casa è stata svaligiata e scopri che i ladri hanno frugato nella tua biancheria. Proprio per la gravità del fatto, ci si deve domandare perché le intercettazioni siano così tante. Il motivo è semplice: in questo paese non si fanno più indagini, non ci sono più i Contrada a consumare la suola delle scarpe, a cercare i confidenti, a intrufolarsi anche dove non si dovrebbe. Oggi c’è una grande pigrizia e l’investigatore aspetta la “pappa pronta”. Che si chiama “pentito”, oppure intercettazione. L’investigatore sta tranquillo seduto nel suo ufficio mentre il nastro gira. “E io pago!”, avrebbe detto Totò. Eh si, perché le intercettazioni costano. C’è poca serietà in questo modo di fare le indagini. In sintesi, si getta la rete, qualcosa si prenderà. E finisce che il 50% delle persone arrestate verrà, dopo anni, assolto.
Riuscirà il Parlamento a ridurre il numero delle intercettazioni e a proteggere l’intimità delle persone e delle loro private conversazioni? Difficile, visto che il testo di legge iniziale che le consentiva solo in presenza di “evidenti indizi di colpevolezza” è crollato sotto i colpi di machete del solito combinato disposto di partiti di sinistra e sindacato dei magistrati. Così si è tornati al più languido “gravi indizi di reato”. Cioè la formulazione attuale che consente di controllare un cittadino su quattro e di fare scempio delle vite di tanti. Se così stanno le cose, questa è una riforma impossibile.
C’è poi l’aspetto della pubblicità. Si diceva una volta che certi magistrati depositano gli atti direttamente in edicola, invece che in cancelleria. E’ così. E pensare che il magistrato e i suoi collaboratori –dagli ufficiali di polizia giudiziaria al personale di segreteria- dovrebbero essere i custodi naturali delle indagini, delle notizie e anche delle intercettazioni. Pure se le lasciano scappare, diciamo così. Sarebbe importante individuare per questi soggetti una sorta di responsabilità oggettiva ( simile a quella dei direttori responsabili dei giornali ), visto che quella soggettiva non è stata mai individuata, non essendoci stata finora nella storia del nostro paese una sola incriminazione per violazione del segreto investigativo.
Il governo e il parlamento hanno scelto la strada più facile, quella di punire e di far pagare ai giornalisti e agli editori che pubblicano le notizie coperte dal segreto. Il che forse sarebbe giusto, ma solo per quelle che riguardano la vita privata delle persone e che nulla hanno a che vedere con le indagini. Come non ricordare le frasi rubate di Anna Falchi o di Anna Craxi? Per il resto, è ovvio che chi nutre quotidianamente i cronisti è la stessa persona che dovrebbe tenere le carte o i dischetti ben serrati in cassaforte. Ed è lì che si dovrebbe colpire, se si volesse davvero dire basta alle scandalose gogne mediatiche che riempiono i nostri mezzi di comunicazione.
Se non si ha il coraggio di colpire la casta dei magistrati, questa sulle intercettazioni è una riforma impossibile. Lasciatelo dire a una vecchia cronista giudiziaria. A me le notizie coperte dal segreto le hanno sempre date loro, gli uomini in toga. (l'Occidentale)
Riforma impossibile perché il primo cambiamento necessario sarebbe l’abbattimento drastico del numero di intercettazioni che la magistratura italiana dispone siano effettuate ogni anno. Nel 2001 sono stata relatrice di minoranza della Commissione bicamerale antimafia proprio sulle intercettazioni. Il risultato di una serie di indagini e audizioni dei fornitori di telefonia è stato che l’Italia ha il quadruplo delle intercettazioni degli interi Stati Uniti e che un cittadino su quattro è stato almeno una volta nella vita direttamente o indirettamente intercettato. A me personalmente è capitato di essere controllata, in via indiretta, nelle indagini su un sequestro di persona, quando il magistrato, una volta disposto il blocco dei beni, mise sotto controllo i telefoni di tutti i conoscenti benestanti del sequestrato, tra cui un mio amico.
E’ difficile spiegare come ci si senta violati nell’intimo, quando ti capita. E’ un po’ come quando la tua casa è stata svaligiata e scopri che i ladri hanno frugato nella tua biancheria. Proprio per la gravità del fatto, ci si deve domandare perché le intercettazioni siano così tante. Il motivo è semplice: in questo paese non si fanno più indagini, non ci sono più i Contrada a consumare la suola delle scarpe, a cercare i confidenti, a intrufolarsi anche dove non si dovrebbe. Oggi c’è una grande pigrizia e l’investigatore aspetta la “pappa pronta”. Che si chiama “pentito”, oppure intercettazione. L’investigatore sta tranquillo seduto nel suo ufficio mentre il nastro gira. “E io pago!”, avrebbe detto Totò. Eh si, perché le intercettazioni costano. C’è poca serietà in questo modo di fare le indagini. In sintesi, si getta la rete, qualcosa si prenderà. E finisce che il 50% delle persone arrestate verrà, dopo anni, assolto.
Riuscirà il Parlamento a ridurre il numero delle intercettazioni e a proteggere l’intimità delle persone e delle loro private conversazioni? Difficile, visto che il testo di legge iniziale che le consentiva solo in presenza di “evidenti indizi di colpevolezza” è crollato sotto i colpi di machete del solito combinato disposto di partiti di sinistra e sindacato dei magistrati. Così si è tornati al più languido “gravi indizi di reato”. Cioè la formulazione attuale che consente di controllare un cittadino su quattro e di fare scempio delle vite di tanti. Se così stanno le cose, questa è una riforma impossibile.
C’è poi l’aspetto della pubblicità. Si diceva una volta che certi magistrati depositano gli atti direttamente in edicola, invece che in cancelleria. E’ così. E pensare che il magistrato e i suoi collaboratori –dagli ufficiali di polizia giudiziaria al personale di segreteria- dovrebbero essere i custodi naturali delle indagini, delle notizie e anche delle intercettazioni. Pure se le lasciano scappare, diciamo così. Sarebbe importante individuare per questi soggetti una sorta di responsabilità oggettiva ( simile a quella dei direttori responsabili dei giornali ), visto che quella soggettiva non è stata mai individuata, non essendoci stata finora nella storia del nostro paese una sola incriminazione per violazione del segreto investigativo.
Il governo e il parlamento hanno scelto la strada più facile, quella di punire e di far pagare ai giornalisti e agli editori che pubblicano le notizie coperte dal segreto. Il che forse sarebbe giusto, ma solo per quelle che riguardano la vita privata delle persone e che nulla hanno a che vedere con le indagini. Come non ricordare le frasi rubate di Anna Falchi o di Anna Craxi? Per il resto, è ovvio che chi nutre quotidianamente i cronisti è la stessa persona che dovrebbe tenere le carte o i dischetti ben serrati in cassaforte. Ed è lì che si dovrebbe colpire, se si volesse davvero dire basta alle scandalose gogne mediatiche che riempiono i nostri mezzi di comunicazione.
Se non si ha il coraggio di colpire la casta dei magistrati, questa sulle intercettazioni è una riforma impossibile. Lasciatelo dire a una vecchia cronista giudiziaria. A me le notizie coperte dal segreto le hanno sempre date loro, gli uomini in toga. (l'Occidentale)
mercoledì 21 aprile 2010
Il futuro delle pensioni. Massimo Mucchetti
Come si pone il problema delle pensioni dopo l’ampia vittoria della maggioranza di governo alle elezioni regionali? All’inizio di un periodo di grazia—tre anni — senza ulteriori ricorsi alle urne, tre sono i punti cruciali: la sostenibilità della spesa pensionistica, l’adeguatezza degli assegni dell’Inps, gli effetti del prolungamento dell’attività degli anziani sul mercato del lavoro.
Il primo punto è a un passo dalla soluzione. Sebbene l'idea non sia stata ancora metabolizzata, l’innalzamento automatico dell’età della pensione è già legge dello Stato. Manca il decreto d’attuazione. Il governo ha tempo fino al 31 dicembre 2014. Ma sarebbe meglio emanarlo al più presto per evitare di finire in mezzo a un altro ciclo elettorale, poco adatto al rigore: subito dopo le politiche del 2013 e le europee del 2014 e prima delle regionali del 2015. Il decreto deve consolidare il principio che si va in pensione sempre più tardi. Dal 2015 pensioni di vecchiaia a 65 anni e 3 mesi per gli uomini e a 60 anni e 3 mesi per le donne, pensioni di anzianità a 62 anni e 3 mesi per i dipendenti e a 63 anni e 3 mesi per gli autonomi.
A partire dal 2020, ogni 5 anni si aggiorneranno i termini in base alle speranze di vita. Nel 2050, si prevede, la soglia della vecchiaia salirà a 68 anni e 5 mesi per gli uomini e a 63 anni e 8 mesi per le donne, l’anzianità a 65 anni e 5 mesi per i dipendenti e a 66 anni e 5 mesi per gli autonomi.
A regime l’Inps rinvierà oltre un milione di pensioni, la riduzione delle uscite da subito sarà minimale, ma poi crescerà fino a un taglio di 8,5 miliardi nel 2040. La spesa pensionistica, dunque, è sotto controllo. E può essere sostenuta dai conti pubblici. La sua incidenza sul prodotto interno lordo è di non poco inferiore a quel che si dice, ove la si compari correttamente agli altri Paesi, e cioè togliendo il Tfr, che è salario differito e non pensione, e considerando gli effetti fiscali, che appesantiscono il conto italiano. Del resto, la spesa sociale italiana, di cui le pensioni sono parte, risulta di poco inferiore alla media europea e di molto a quella tedesca e francese.
Nel 2008, il saldo tra i contributi versati e le pensioni erogate, al netto delle prestazioni assistenziali coperte dalla fiscalità generale, era positivo per lo 0,9% del Pil e concorreva a finanziare la pubblica amministrazione. Ulteriori giri di vite sulle pensioni aumenterebbero questo contributo, ma andrebbero presentati come tali, senza celare gli effetti collaterali.
Già oggi la sostenibilità della spesa pensionistica si ottiene dando di meno e più tardi. I giovani avranno pensioni spesso inferiori alla metà del salario. E i più non avranno granché dalla previdenza integrativa: chi poco guadagna, poco destinerà al fondo pensione. Il passaggio al sistema contributivo, del resto, è già un potente incentivo a rimanere al lavoro. Ma la permanenza degli anziani non di rado costituisce un problema. Lo prova l’incremento dei prepensionamenti.
Al di là della crisi, in un’Italia dove le persone con un posto retribuito sono meno che altrove e la crescita attesa è scarsa, l’occupazione dei vecchi non facilita quella dei giovani. L’economia non è ancora capace di ridisegnare in modo dignitoso la vita lavorativa che dalla progressione ascensionale di un tempo si va ormai trasformando in una parabola. La riforma delle pensioni, insomma, contrasta derive di finanza pubblica alla greca, e perciò va presto fatto anche l’ultimo passo. L’inadeguatezza delle nuove pensioni e il contrasto generazionale sul mercato del lavoro riaprono la questione della redistribuzione del reddito lungo l’intero arco dell’esistenza. (Corriere della Sera)
Il primo punto è a un passo dalla soluzione. Sebbene l'idea non sia stata ancora metabolizzata, l’innalzamento automatico dell’età della pensione è già legge dello Stato. Manca il decreto d’attuazione. Il governo ha tempo fino al 31 dicembre 2014. Ma sarebbe meglio emanarlo al più presto per evitare di finire in mezzo a un altro ciclo elettorale, poco adatto al rigore: subito dopo le politiche del 2013 e le europee del 2014 e prima delle regionali del 2015. Il decreto deve consolidare il principio che si va in pensione sempre più tardi. Dal 2015 pensioni di vecchiaia a 65 anni e 3 mesi per gli uomini e a 60 anni e 3 mesi per le donne, pensioni di anzianità a 62 anni e 3 mesi per i dipendenti e a 63 anni e 3 mesi per gli autonomi.
A partire dal 2020, ogni 5 anni si aggiorneranno i termini in base alle speranze di vita. Nel 2050, si prevede, la soglia della vecchiaia salirà a 68 anni e 5 mesi per gli uomini e a 63 anni e 8 mesi per le donne, l’anzianità a 65 anni e 5 mesi per i dipendenti e a 66 anni e 5 mesi per gli autonomi.
A regime l’Inps rinvierà oltre un milione di pensioni, la riduzione delle uscite da subito sarà minimale, ma poi crescerà fino a un taglio di 8,5 miliardi nel 2040. La spesa pensionistica, dunque, è sotto controllo. E può essere sostenuta dai conti pubblici. La sua incidenza sul prodotto interno lordo è di non poco inferiore a quel che si dice, ove la si compari correttamente agli altri Paesi, e cioè togliendo il Tfr, che è salario differito e non pensione, e considerando gli effetti fiscali, che appesantiscono il conto italiano. Del resto, la spesa sociale italiana, di cui le pensioni sono parte, risulta di poco inferiore alla media europea e di molto a quella tedesca e francese.
Nel 2008, il saldo tra i contributi versati e le pensioni erogate, al netto delle prestazioni assistenziali coperte dalla fiscalità generale, era positivo per lo 0,9% del Pil e concorreva a finanziare la pubblica amministrazione. Ulteriori giri di vite sulle pensioni aumenterebbero questo contributo, ma andrebbero presentati come tali, senza celare gli effetti collaterali.
Già oggi la sostenibilità della spesa pensionistica si ottiene dando di meno e più tardi. I giovani avranno pensioni spesso inferiori alla metà del salario. E i più non avranno granché dalla previdenza integrativa: chi poco guadagna, poco destinerà al fondo pensione. Il passaggio al sistema contributivo, del resto, è già un potente incentivo a rimanere al lavoro. Ma la permanenza degli anziani non di rado costituisce un problema. Lo prova l’incremento dei prepensionamenti.
Al di là della crisi, in un’Italia dove le persone con un posto retribuito sono meno che altrove e la crescita attesa è scarsa, l’occupazione dei vecchi non facilita quella dei giovani. L’economia non è ancora capace di ridisegnare in modo dignitoso la vita lavorativa che dalla progressione ascensionale di un tempo si va ormai trasformando in una parabola. La riforma delle pensioni, insomma, contrasta derive di finanza pubblica alla greca, e perciò va presto fatto anche l’ultimo passo. L’inadeguatezza delle nuove pensioni e il contrasto generazionale sul mercato del lavoro riaprono la questione della redistribuzione del reddito lungo l’intero arco dell’esistenza. (Corriere della Sera)
martedì 20 aprile 2010
La giustizia italo-afghana. Orso Di Pietra
Pare che all’inizio Karzai ci fosse rimasto male. “Ma come - avrebbe detto - è dal 2001 che l’Italia investe in soldi e consigli per aiutare l’Afghanistan a costruire un sistema di giustizia moderno e funzionante. Ed ora, non fidandosi di quello che ci hanno messo in piedi, chiedono la scarcerazione dei tre di Emergency sostenendo che saranno giudicati in Italia?”. Poi, però, sembra essersi tranquillizzato. Perché avrebbe avuto da Frattini l’assicurazione che in Italia la giustizia è tale e quale a quella di Kabul. Tanto più che anche da noi ci sono i talebani! (l'Opinione)
martedì 13 aprile 2010
La magistratura continua a sparare a zero ma stavolta ha preso di mira il Pd. Tiziana Maiolo
Sparare sul quartier generale: la parola d’ordine della magistratura militante questa volta ha preso di mira il Partito democratico e il suo responsabile giustizia Andrea Orlando, accusato di intelligenza con il nemico.
Il compito, facile facile per la corporazione, di partire all’attacco, se lo assume Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano e leader di una corrente sindacale che si chiama non solo “movimento per la giustizia” ma anche “articolo tre”, quasi a significare di essere l’unico gruppo di persone che abbiano a cuore l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, come sancito appunto dal terzo articolo della Costituzione.
Si spara dunque contro il Pd per il semplice motivo che il responsabile giustizia di quel partito ha osato proporre una propria riforma del sistema giudiziario, e già questo atto pare un affronto. Tanto che il procuratore Spataro, con una certa arroganza, chiede se le proposte di Orlando siano “personali” o condivise all’interno del partito. Domanda singolare, quasi che il magistrato milanese volesse esibire una propria militanza all’interno del Pd e in quella veste chiedesse conto (come hai osato senza di me?) del fatto di non esser stato preventivamente consultato.
Siamo ben oltre la normale dialettica tra un partito e una corporazione conservatrice che sta ben accucciata sul comodo esistente e teme qualunque cambiamento come minaccia al proprio status quo. L’avvertimento è chiaro, non si deve muovere foglia che il “partito dei Pubblici ministeri non voglia”. I cinque punti di riforma della giustizia che il Pd propone sono in realtà modesti e ambigui, nulla di più di una timida apertura al progetto, ben più radicale, del governo. Scontate le osservazioni sulla giustizia civile, la cui riforma è stata già varata quasi due anni fa come uno dei primi interventi del governo Berlusconi e rispetto alla quale si attendono ( da troppo tempo ) solo i decreti attuativi. I punti di contrasto riguardano, come sempre, la giustizia penale, la grande anomalia italiana.
I tanti galletti pronti al loro petulante chicchirichì ogni volta che sentono la parola “riforma”, non tengono mai in conto la grande anomalia italiana, dove esiste una casta che si chiama “magistratura” ( mentre in tutti gli altri paesi occidentali esistono solo i giudici ), dove esiste l’ipocrisia dell’obbligatorietà dell’azione penale che consiste nei fatti solo in un grande arbitrio del Pm, dove esiste un Csm che, come recita l’art. 105 della Costituzione, dovrebbe occuparsi solo di promozioni e trasferimenti ed è invece diventato un vero organismo politico, dove esistono correnti sindacali potenti e temute, dove chi sbaglia non paga mai.
Se almeno, pur ingabbiata in questa camicia di forza, la giustizia italiana funzionasse, fosse efficiente e desse sicurezza ai cittadini, i galletti non sprecherebbero il loro chicchirichì. La realtà invece sono le innumerevoli condanne dell’Europa per la lentezza dei nostri processi, i tanti “errori giudiziari” rispetto ai quali nessuno paga, le carceri che traboccano di persone che poi saranno assolte, i milioni di reati caduti in prescrizione in quanto, alla faccia dell’obbligatorietà, le cause non vengono smaltite e il Pm sceglie quali mandare avanti e quali destinare al cestino della carta straccia.
Il responsabile giustizia del Pd Andrea Orlando non propone, come sarebbe doveroso, una riforma costituzionale che abolisca la finta “obbligatorietà” dell’azione penale, ma propone la sua “ridefinizione” attraverso legge ordinaria: il solito vorrei ma non posso di una sinistra ancora troppo subalterna al partito delle toghe. Solo un timido segnale, apprezzato dal manistro Angelino Alfano, ma subito colto con allarme da Antonio Di Pietro, che ha chiesto il licenziamento di Orlando (mandatelo da Berlusconi, ha strillato) e in seguito da Armando Spataro, che parla da quello stesso corridoio del quarto piano del palazzo di giustizia di Milano dove mosse i primi passi l’uomo di Montenero di Bisaccia.
Bocciato anche un altro punto -forse un po’ più chiaro del precedente- della proposta che viene dal principale partito dell’opposizione. Facciamo, si dice, una riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti della magistratura associata. Apriti cielo. E’ come cercare di mettere in discussione la verginità della madonna. A dimostrazione del peso politico dei potenti sindacati delle toghe, basti pensare al fatto che nei tribunali, quando è in scadenza il mandato del Consiglio superiore, si aprono vere campagne elettorali, con candidati e sostenitori, correnti e sotto-correnti. E’ un sistema che lega eletti ed elettori con patti di sangue. E l’eletto al Csm, quando entrerà nel nuovo ruolo, sanzionerà mai il suo sostenitore ed elettore se questi commetterà qualche errore?
Anche sulla quanto mai urgente separazione delle carriere la proposta del Pd si limita a definire una “necessaria distinzione di ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici”. Poco di più dell’esistente. Pure sembra una bestemmia, da irridere con sprezzo. Come se la separazione non fosse un dato di fatto in Francia, in Germania, nei paesi del nord Europa, in Inghilterra, negli Stati Uniti.
Che la magistratura militante sia contraria a qualunque miglioramento del sistema giustizia è cosa nota. Che la stessa svolga da tempo nel nostro paese un vero ruolo politico è altrettanto pacifico. Meno scontato era il fatto che l’antico collateralismo di qualche corrente nei confronti del vecchio partito comunista si fosse trasformato in una vera attività di censura nei confronti delle proposte e addirittura delle persone all’interno del partito erede di Togliatti e Berlinguer. Questo è un fatto nuovo e inquietante.
Tempi duri per il povero Orlando, che oggi sembra il piccolo vietnamita davanti al carro armato americano nella foto-ricordo tanto amata dalla sinistra…(l'Occidentale)
Il compito, facile facile per la corporazione, di partire all’attacco, se lo assume Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano e leader di una corrente sindacale che si chiama non solo “movimento per la giustizia” ma anche “articolo tre”, quasi a significare di essere l’unico gruppo di persone che abbiano a cuore l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, come sancito appunto dal terzo articolo della Costituzione.
Si spara dunque contro il Pd per il semplice motivo che il responsabile giustizia di quel partito ha osato proporre una propria riforma del sistema giudiziario, e già questo atto pare un affronto. Tanto che il procuratore Spataro, con una certa arroganza, chiede se le proposte di Orlando siano “personali” o condivise all’interno del partito. Domanda singolare, quasi che il magistrato milanese volesse esibire una propria militanza all’interno del Pd e in quella veste chiedesse conto (come hai osato senza di me?) del fatto di non esser stato preventivamente consultato.
Siamo ben oltre la normale dialettica tra un partito e una corporazione conservatrice che sta ben accucciata sul comodo esistente e teme qualunque cambiamento come minaccia al proprio status quo. L’avvertimento è chiaro, non si deve muovere foglia che il “partito dei Pubblici ministeri non voglia”. I cinque punti di riforma della giustizia che il Pd propone sono in realtà modesti e ambigui, nulla di più di una timida apertura al progetto, ben più radicale, del governo. Scontate le osservazioni sulla giustizia civile, la cui riforma è stata già varata quasi due anni fa come uno dei primi interventi del governo Berlusconi e rispetto alla quale si attendono ( da troppo tempo ) solo i decreti attuativi. I punti di contrasto riguardano, come sempre, la giustizia penale, la grande anomalia italiana.
I tanti galletti pronti al loro petulante chicchirichì ogni volta che sentono la parola “riforma”, non tengono mai in conto la grande anomalia italiana, dove esiste una casta che si chiama “magistratura” ( mentre in tutti gli altri paesi occidentali esistono solo i giudici ), dove esiste l’ipocrisia dell’obbligatorietà dell’azione penale che consiste nei fatti solo in un grande arbitrio del Pm, dove esiste un Csm che, come recita l’art. 105 della Costituzione, dovrebbe occuparsi solo di promozioni e trasferimenti ed è invece diventato un vero organismo politico, dove esistono correnti sindacali potenti e temute, dove chi sbaglia non paga mai.
Se almeno, pur ingabbiata in questa camicia di forza, la giustizia italiana funzionasse, fosse efficiente e desse sicurezza ai cittadini, i galletti non sprecherebbero il loro chicchirichì. La realtà invece sono le innumerevoli condanne dell’Europa per la lentezza dei nostri processi, i tanti “errori giudiziari” rispetto ai quali nessuno paga, le carceri che traboccano di persone che poi saranno assolte, i milioni di reati caduti in prescrizione in quanto, alla faccia dell’obbligatorietà, le cause non vengono smaltite e il Pm sceglie quali mandare avanti e quali destinare al cestino della carta straccia.
Il responsabile giustizia del Pd Andrea Orlando non propone, come sarebbe doveroso, una riforma costituzionale che abolisca la finta “obbligatorietà” dell’azione penale, ma propone la sua “ridefinizione” attraverso legge ordinaria: il solito vorrei ma non posso di una sinistra ancora troppo subalterna al partito delle toghe. Solo un timido segnale, apprezzato dal manistro Angelino Alfano, ma subito colto con allarme da Antonio Di Pietro, che ha chiesto il licenziamento di Orlando (mandatelo da Berlusconi, ha strillato) e in seguito da Armando Spataro, che parla da quello stesso corridoio del quarto piano del palazzo di giustizia di Milano dove mosse i primi passi l’uomo di Montenero di Bisaccia.
Bocciato anche un altro punto -forse un po’ più chiaro del precedente- della proposta che viene dal principale partito dell’opposizione. Facciamo, si dice, una riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti della magistratura associata. Apriti cielo. E’ come cercare di mettere in discussione la verginità della madonna. A dimostrazione del peso politico dei potenti sindacati delle toghe, basti pensare al fatto che nei tribunali, quando è in scadenza il mandato del Consiglio superiore, si aprono vere campagne elettorali, con candidati e sostenitori, correnti e sotto-correnti. E’ un sistema che lega eletti ed elettori con patti di sangue. E l’eletto al Csm, quando entrerà nel nuovo ruolo, sanzionerà mai il suo sostenitore ed elettore se questi commetterà qualche errore?
Anche sulla quanto mai urgente separazione delle carriere la proposta del Pd si limita a definire una “necessaria distinzione di ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici”. Poco di più dell’esistente. Pure sembra una bestemmia, da irridere con sprezzo. Come se la separazione non fosse un dato di fatto in Francia, in Germania, nei paesi del nord Europa, in Inghilterra, negli Stati Uniti.
Che la magistratura militante sia contraria a qualunque miglioramento del sistema giustizia è cosa nota. Che la stessa svolga da tempo nel nostro paese un vero ruolo politico è altrettanto pacifico. Meno scontato era il fatto che l’antico collateralismo di qualche corrente nei confronti del vecchio partito comunista si fosse trasformato in una vera attività di censura nei confronti delle proposte e addirittura delle persone all’interno del partito erede di Togliatti e Berlinguer. Questo è un fatto nuovo e inquietante.
Tempi duri per il povero Orlando, che oggi sembra il piccolo vietnamita davanti al carro armato americano nella foto-ricordo tanto amata dalla sinistra…(l'Occidentale)
lunedì 12 aprile 2010
Vuoti normativi e vuoti cerebrali. Giordano Masini
Degli incentivi per l’installazione di impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica penso tutto il male possibile. Perché sono antieconomici e producono una quantità risibile di energia, come dimostra il caso della Germania, sempre incredibilmente citato come esempio virtuoso, dove
"le installazioni di nuovi moduli fotovoltaici nel solo anno 2009 sono costati ai consumatori oltre 10 miliardi di euro, e così sarà per il prossimo ventennio. E questo per immettere sulla rete elettrica lo 0,3% della domanda nazionale, praticamente nulla. Per tutti i pannelli installati prima, gli incentivi ammontano a oltre €30 miliardi"
Rappresentano però, negli ultimi tempi, una valida alternativa ad una agricoltura sempre meno redditizia, e molti agricoltori stanno affittando o vendendo terreni alle tante società che installano pannelli fotovoltaici le quali, grazie al business degli incentivi, possono permettersi il lusso di fare offerte ben superiori ai valori di mercato dei terreni. E sono spesso i terreni più fertili ad essere interessati da queste installazioni, dato che, come si può immaginare, un impianto fotovoltaico deve, per funzionare in modo accettabile, essere posizionato su un terreno pianeggiante e ben esposto al sole. Questo non piace alla Coldiretti, che
"segnala il rischio speculazioni sul fotovoltaico e invita gli amministratori comunali, provinciali e regionali a riflettere sull’impatto ambientale dei grandi impianti fotovoltaici che sottraggono terreno agricolo al settore primario e che non possono coesistere con le attivita’ agricole"
e , invocando lo spauracchio del vuoto normativo, che sulla politica produce lo stesso effetto di un minimo di pressione atmosferica per le masse d’aria o di un mucchio di letame per le mosche, chiede che si intervenga per vietare l’installazione di pannelli fotovoltaici sui terreni agricoli.
Ricapitolando: l’agricoltura è ai minimi termini, si regge solo sui sussidi e non può approfittare delle opportunità del mercato grazie al bando degli Ogm voluto e difeso da Coldiretti. Gli agricoltori cercano nuove opportunità dove possono, e le trovano spesso nel demenziale sistema di politiche green volute e difese da Coldiretti. Questo, in qualche caso, significa cambiare la destinazione d’uso di ettari di terreno che, di conseguenza, non riceveranno più i sussidi della Pac su cui Coldiretti mangia a quattro ganasce.
La risposta, ovviamente, non è quella di riconsiderare le cause di questa situazione e di rappresentare gli interessi reali delle aziende, come per esempio rimuovere i divieti e i sussidi che impongono agli agricoltori di cercare profitti in maniera innaturale. La soluzione, ovviamente, è un nuovo divieto, una nuova, ulteriore, insopportabile limitazione della libertà di ognuno di usare i propri terreni come meglio crede. (Chicago blog)
"le installazioni di nuovi moduli fotovoltaici nel solo anno 2009 sono costati ai consumatori oltre 10 miliardi di euro, e così sarà per il prossimo ventennio. E questo per immettere sulla rete elettrica lo 0,3% della domanda nazionale, praticamente nulla. Per tutti i pannelli installati prima, gli incentivi ammontano a oltre €30 miliardi"
Rappresentano però, negli ultimi tempi, una valida alternativa ad una agricoltura sempre meno redditizia, e molti agricoltori stanno affittando o vendendo terreni alle tante società che installano pannelli fotovoltaici le quali, grazie al business degli incentivi, possono permettersi il lusso di fare offerte ben superiori ai valori di mercato dei terreni. E sono spesso i terreni più fertili ad essere interessati da queste installazioni, dato che, come si può immaginare, un impianto fotovoltaico deve, per funzionare in modo accettabile, essere posizionato su un terreno pianeggiante e ben esposto al sole. Questo non piace alla Coldiretti, che
"segnala il rischio speculazioni sul fotovoltaico e invita gli amministratori comunali, provinciali e regionali a riflettere sull’impatto ambientale dei grandi impianti fotovoltaici che sottraggono terreno agricolo al settore primario e che non possono coesistere con le attivita’ agricole"
e , invocando lo spauracchio del vuoto normativo, che sulla politica produce lo stesso effetto di un minimo di pressione atmosferica per le masse d’aria o di un mucchio di letame per le mosche, chiede che si intervenga per vietare l’installazione di pannelli fotovoltaici sui terreni agricoli.
Ricapitolando: l’agricoltura è ai minimi termini, si regge solo sui sussidi e non può approfittare delle opportunità del mercato grazie al bando degli Ogm voluto e difeso da Coldiretti. Gli agricoltori cercano nuove opportunità dove possono, e le trovano spesso nel demenziale sistema di politiche green volute e difese da Coldiretti. Questo, in qualche caso, significa cambiare la destinazione d’uso di ettari di terreno che, di conseguenza, non riceveranno più i sussidi della Pac su cui Coldiretti mangia a quattro ganasce.
La risposta, ovviamente, non è quella di riconsiderare le cause di questa situazione e di rappresentare gli interessi reali delle aziende, come per esempio rimuovere i divieti e i sussidi che impongono agli agricoltori di cercare profitti in maniera innaturale. La soluzione, ovviamente, è un nuovo divieto, una nuova, ulteriore, insopportabile limitazione della libertà di ognuno di usare i propri terreni come meglio crede. (Chicago blog)
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