sabato 4 agosto 2012

Ce la facciamo anche da soli. Francesco Giavazzi

Dobbiamo farcela da soli. Non chiedere l'aiuto del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Efsf e poi Esm), non sottoporci alla vigilanza dell'Eurogruppo e rinunciare allo scudo che ci offre la Bce. Ce la possiamo fare da soli perché la nostra situazione è diversa da quella spagnola: non abbiamo avuto una bolla immobiliare e le nostre banche non sono zeppe di mutui andati a male; il debito pubblico è elevato (123% del Pil), ma i conti dello Stato al netto degli interessi sono attivi (+3,6% nel 2012), e soprattutto non abbiamo accumulato un ingente debito estero spendendo per oltre un decennio il 10% più di quanto veniva prodotto. La Spagna non ha alternative, noi sì.

Per riuscirci da soli ci vuole uno scatto di orgoglio. È necessario che Mario Monti ritrovi lo slancio e la determinazione iniziali. E soprattutto è necessario che il Parlamento si occupi di meno degli interessi particolari dei quali è diventato il paladino e guardi un po' di più all'interesse generale. Se pensassimo di non esserne capaci, tanto varrebbe votare subito: la campagna elettorale sarebbe in gran parte inutile perché l'agenda politica verrebbe comunque dettata da altri, i quali non necessariamente fanno solo i nostri interessi. E il risultato delle elezioni sarebbe pressoché irrilevante: anche questioni di nostra pertinenza verrebbero risolte a Berlino e a Francoforte.

Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano. Oggi, non a settembre. Perché quando la Spagna firmerà la sua richiesta di aiuto - prevedo nei prossimi giorni - se non avremo una strategia alternativa e senza l'intervento della Bce, il nostro spread salirà ancora. Ci troveremmo a dover chiedere aiuto con un'economia allo stremo.

Il piano per «salvare l'Italia» ha due parti. Innanzitutto bisogna sospendere, da qui alle elezioni, le emissioni di titoli a medio-lungo termine. Da settembre a marzo il Tesoro ne deve emettere 100 miliardi circa, di cui 60 circa detenuti da residenti, 40 da investitori esteri. Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas: i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati. Vendere con la rapidità necessaria è tuttavia tecnicamente impossibile. Le azioni di queste società sono già state trasferite alla Cassa Depositi e Prestiti che può scontarle alla Bce e con la liquidità così ottenuta acquistare Btp.
La Cassa ha una licenza bancaria e lo può fare: è quello che da mesi fanno le nostre banche. Si può riprodurre il meccanismo con altre società pubbliche e veicoli diversi dalla Cassa. Affinché una simile operazione sia credibile non deve essere un'alchimia finanziaria, ma un «anticipo in conto vendita», cioè si deve cominciare a vendere. Si potrebbe anche pensare ad attrarre il risparmio delle famiglie con emissioni di titoli non soggetti a imposte per i residenti. Il ministro Grilli avrà certamente idee migliori: l'importante è la rapidità. Cento miliardi sarebbero sufficienti per cancellare la maggior parte delle aste di qui a marzo.

Sette mesi senza l'assillo delle aste dovrebbero essere impiegati, come diceva Prodi (che però purtroppo non lo fece), per «smontare l'Italia come un meccano e rimontarla in modo che funzioni»: ridurre le spese, tagliare il debito vendendo, riprendere riforme (liberalizzazioni e mercato del lavoro) che sono state lasciate a metà, fare una legge elettorale decente. Se lo farà, Mario Monti ci avrà regalato un Paese indipendente e moderno. (Corriere della Sera)

mercoledì 1 agosto 2012

In memoria del necrologio. Davide Giacalone

Nell’estate 2012 il necrologio si porta lungo. Non credendo ai segni del destino non traggo alcun presagio dal rapido succedersi di decessi nel mondo della giustizia, non suppongo simboleggino la resa umana laddove s’è già archiviata la resa sistemica. Osservo, però, che nulla come la morte è calamita di retorica, e nulla come la retorica mortuaria è ricettacolo di bugie e false coscienze. A rendere il tutto interessante, anche sotto il profilo antropologico, è la letteratura del necrologio, essa sì capace di sopravvivere ben oltre la sua funzione vitale.
I necrologi, i piccoli francobolli neri che arricchiscono i giornali e impoveriscono la morte, servivano per dare l’annuncio del trapasso. Erano i tempi in cui i matrimoni s’annunciavano negli albi comunali, a loro volta esposti in bacheche pubbliche: chi aveva da obiettare poteva farsi avanti. Oggi nessuno passa davanti a quelle esposizioni, mentre di certi matrimoni ti danno l’avviso e ti raccontano lo svolgimento anche se non te ne importa un accidente. All’annuncio, dato dalla famiglia affranta, seguivano e seguono le partecipazioni dei condolenti, che si dividono in tre categorie: a. quelli affranti, che son pochi e solitamente assai parchi; b. quelli tirati per i capelli, “che figuraccia non farlo”; c. quelli che colgono l’occasione per mostrarsi vicini al trapassato, affiancandosi ad altri noti, fidandosi del fatto che il protagonista non può protestare, sicché gli si può un poco rubare la scena. Solo la terza categoria non soffre il dettaglio materiale: i necrologi costano una fortuna, che se gli si fosse offerto un luculliano ristoro prima che tirasse le cuoia, il caro estinto ne sarebbe stato felice.

Il necrologio, infine, vive nel mondo analogico e vi sopravvive a dispetto del fatto che i mezzi digitali, dai quali provengono, oramai, quasi tutte le informazioni, non ne ospitano. Al più comunicano: è morto Tizio. E gli altri a chiedersi: quanti anni aveva? La risposta muta significato a seconda del questionante: per i più giovani la morte non ha senso; per quelli di mezza età è l’occasione per valutare la rimanenza media, fra i conosciuti; per i più anziani è segno che la nera signora ha ancora colpito di fianco, questa sera si brinda.

I necrologi lunghi, anzi lunghissimi, però, hanno quasi sempre un redattore istituzionale. Intanto perché non li paga, il che scioglie la favella. Poi perché li usa, se non altro per comunicare quel che stava facendo, grazie ai servigi di chi non c’è più. Poi può capitare che usi il decesso per cercare di regolare i conti, mettendolo su quello di qualcun altro. Della serie: avete ucciso un pezzo di me. Questi sono i necrologi vergati da quanti concepiscono il mondo solo se ne sono il baricentro, talché parlano di sé anche nel cordoglio, incuranti del possibile effetto trascinamento. Necrologi, questi, comunque migliori di quelli vergati in burocratese, che sono una specie di elogio di servizio, a uso dell’ufficio personale. Che cosa triste, essere accompagnati in quel modo nell’ultimo viaggio.

Il lutto più esilarante è quello dei colleghi, i viventi nel mondo in cui si visse, i quali passarono il loro tempo a cercare disperatamente di negare la tua stessa esistenza, a ignorarti affinché fossi ignorato da tutti, e ora, con il certificato di morte opportunamente compulsato, possono sciogliersi: era un grande, colpevolmente sottovalutato. L’infinita grandezza di tale piccineria è motivo d’imperituro sollazzo.

Quindi, siete avvertiti: offritemi un pranzo e, quel giorno lì, fatevi gli affari vostri. Possibilmente godendone.

martedì 17 luglio 2012

La sinistra dal Quarto stato al terzo sesso. Marcello Veneziani

Pensate come si è immiserito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale..

Sul ciclone gay che si è abbattuto sul­la sinistra non sposerò le tesi della Concia e dei suoi acconciatori né della Bindi e dei suoi abbindolatori (io sono più avanti perché mi batto per abolire le nozze etero). Riconosco a loro un tragitto di persona­le coerenza che sfocia nella sostanziale incoerenza di un partito. Quel che mi colpisce è un’altra cosa: pensate come si è immiserito e immin­chionito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale. Il dibattito delle idee è sceso a livello in­guinale.

Non stiamo parlando di persecuzione dei gay, se espellerli o negare il loro dirit­to di esserlo. Stiamo parlando della batta­glia sulle nozze gay che riguarda una spa­ruta minoranza di una minoranza. L’occidente sprofonda e loro conti­nuano a pettinare le bambole gay.

Non si confrontano sulle cose che af­fliggono la maggioranza degli italiani ma sul rococò del politically correct applica­to al cinque per mille degli italiani gay. Decine di milioni d’italiani interessano loro meno di decine di coppie gay. Detto questo, ai cattolici del Pd rivolgo un plauso e una pernacchia: il primo per la loro coerenza di cattolici, la seconda per la loro incoerenza di scelta politica. La sinistra oggi è quella, passata dalla di­fesa del Quarto Stato a quella del Terzo Sesso, e voi siete i paggetti recalcitranti delle loro nozze. O le Vecchie Zie brontolone (vi stupirà ma ho simpatia per Rosy Bindi; e poi mi­gliora con gli anni, a novant’anni sarà una bonazza). (il Giornale)

giovedì 12 luglio 2012

12 luglio 2012

Berlusconi si ricandida a premier. Angelino Alfano sarà al suo fianco. Fino a questo momento è solo un’indiscrezione. Fonti interne a Villa Feltrinelli riferiscono di un’iniziativa pubblica, forse un discorso del Cavaliere al Lirico, a Milano, replicato per tramite di video-radiodiffusione alla Patria in trepidante attesa. Nove milioni di baionette sono pronte e Sandro Bondi, in tuta da ginnastica, si prepara facendo la sua corsetta quotidiana per le strade del capoluogo lombardo. Un’autocolonna guidata da Fabrizio Cicchitto si dirige verso la Valtellina. E’ l’Italia migliore che saluta la decisione del capo di tornare nell’agone. I traditori, nel frattempo trasferiti a Pescara, hanno appreso attoniti ciò che per adesso è solo una voce. Solo un tonante “presente!” potrà cancellare l’onta dell’infamia. Nessuno teme il tentativo di sbarco delle potenze avverse. “Lo spread”, ha fatto sapere il Silvio, “sarà fermato sul bagnasciuga”.

mercoledì 11 luglio 2012

Giustizia: i conti non tornano. Gianluca Perricone

 
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La questione della riforma del sistema giudiziario italiano non può limitarsi alla responsabilità civile dei giudici: aspetto senza dubbio essenziale (al quale si potrebbe anche aggiungere anche l’eventuale responsabilità nello sperpero di denaro pubblico grazie ad inchieste che, talvolta, rasentano il ridicolo), ma di certo non determinante nel funzionamento di un sistema (quello appunto della giustizia) che si potrebbe definire ‘diversamente efficiente’.
Lasciamo stare, in questa sede, l’aspetto relativo alla responsabilità dei togati perché, nello scorso weekend, si è saputo ad esempio che a Pinerolo (in Piemonte) il ministero della Giustizia ha finanziato con ben 774.685 euro l'ampliamento del palazzo di giustizia, uno di quelli che lo stesso ministero ha inserito l’altro giorno tra i tribunali da sopprimere. Qualche conto, a noi “normali” (o “contribuenti” se più piace…) non torna, così come non quadra quando si progettano nuove carceri mentre si lasciano marcire nell’incuria istituti carcerari già esistenti: no, nel pianeta-giustizia più di un conto non torna.
E che dire, sempre a proposito di notizie dello scorso weekend, del rinvio a settembre del processo con rito abbreviato (in corso a Genova) a carico di dieci persone indagate nell'ambito dell'inchiesta "Maglio 3", ritenute ai vertici della 'ndrangheta in Liguria? Avete saputo il motivo di detta posticipazione? Si è resa necessaria la ricerca di un interprete per tradurre il contenuto delle intercettazioni telefoniche dal calabrese all’italiano. Sì, avete capito bene: dal calabrese all’italiano ed il giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini dovrà nominare direttamente il perito. E intanto i tempi si prolungano.
C’è stato anche un nuovo capitolo delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio: sembrerebbe infatti che ora gli investigatori abbiano rivolto la loro attenzione nell'ambito delle amicizie della ragazza e di sua sorella maggiore, Keba. Sono passati 19 mesi dal delitto e la giustizia nostrana, su questa vicenda, sembra non azzeccarne una.
Per fortuna che c’è stata poi la sentenza della Cassazione (altrimenti sarebbe stato veramente un fine-settimana nero) che ha sentenziato che l’espressione «Lei non sa chi sono io, questa gliela faccio pagare!» è un’esclamazione ritenuta minacciosa e quindi punibile dalla legge. Per stabilirlo ci sono voluti un giudice di pace che aveva assolto il malfattore che aveva pronunciato quella locuzione contro una vicina, un Procuratore generale della Corte di Appello di Salerno che è ricorso appunto in Cassazione contro la decisione del primo, e infine la Suprema Corte che ha emesso lo strepitoso parere.
Noi, intanto, continuiamo a restare convinti che i conti non tornino proprio. (il Legno Storto)

martedì 10 luglio 2012

Archivio › Bordin Line

10 luglio 2012

Lasciamo pure perdere i nuovi soldi, anche se dodici milioni di dollari non sono proprio spiccioli, trovati in Svizzera a Massimo Ciancimino. Naturalmente per il giovanotto si tratta di un nuovo guaio ma la sua autorevolezza di “pentito” non ne risentirà poi molto, ridotta com’è. Se mai si crea nuovo lavoro alla procura di Palermo che porta avanti un’indagine per riciclaggio che vede indagato il figlio dell’ex sindaco mafioso. Come faceva notare ieri Chiocci sul Giornale, questo ritrovamento è figlio di un supplemento di indagine imposto dal gip palermitano ai pm che, fosse stato per loro, avrebbero voluto chiuderla qualche mese fa. Ma c’è un’altra storia sulla quale è bene fare attenzione: vi ricordate la guantiera di candelotti di dinamite sepolta nel giardino della sua casa palermitana, con qualche rischio per i condomini, dall’ineffabile personaggio? Se non ve la ricordate più non vi si può biasimare. E’ passato più di un anno. Il caso è semplice, l’esplosivo è stato trovato, periziato e fatto brillare. Eppure in tutto questo tempo nessun pm palermitano ha ancora completato l’istruttoria. Con tutta la buona volontà è difficile pensare solo alla strutturale lentezza della nostra macchina giudiziaria.
di Massimo Bordin

martedì 26 giugno 2012

Coda di paglia. Davide Giacalone

Dovremo essere grati a Nicola Mancino, che inguaiando il Colle ha scatenato un diluvio di articoli pensosi, vergati da costituzionalisti preoccupati e commentatori affranti, sicché, infine, si son trovati a dover sostenere quel che noi scrivevamo solitari: così non si può andare avanti. Leggendoli, dopo un sorriso, trovo conferma di un fatto rilevante: sappiamo tutti benissimo quel che si dovrebbe fare, per raddrizzare l’Italia, ma ogni volta non ci si riesce perché i problemi si preferisce usarli come armi contro gli avversari, piuttosto che risolverli. Speriamo che il rossore quirinalizio, l’affannoso tentativo di minimizzare quel che è gigantesco, propizi il senso di responsabilità, mettendo da parte l’innata italica faziosità.

Ora si mette in dubbio che sia sensato istruire un processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Ora si dice che, ove mai ci sia stata, se ne deve valutare la portata politica, non penale. Ancora non hanno preso abbastanza coraggio, non riescono a mettere nero su bianco il nome di Mario Mori, ancora è troppo forte la vergogna per averlo abbandonato, ma sono sulla buona strada. Noi li aiutiamo da anni. Si facciano tornare alla mente anche il nome di un altro carabiniere, Carmelo Canale: era il braccio destro di Paolo Borsellino e fu abbandonato a un processo, durato anni lunghissimi, in cui lo si accusava di mafia. Lo pronuncino, perché la vergogna odierna non sia onta storica.

Comunque, se ne sono accorti: quel processo non sta in piedi. Ben arrivati. Peccato ci siano riusciti solo perché quello sventurato di Mancino ci ha trascinato dentro la presidenza della Repubblica. Il punto è: non si chiede e non si deve chiedere impunità per nessuno, ma uno Stato che lascia i propri servitori nelle mani dell’accusa penale, che continua nei tribunali la battaglia della mafia, non merita rispetto. I politici che non sono all’altezza di capirlo ne meritano ancora meno. Fa piacere leggerlo, ma era evidente da molti anni, come le nostre parole, nel tempo, dimostrano.

Ora si accorgono che le intercettazioni telefoniche possono essere un piede di porco con il quale si svelle ogni cosa, perché, come giustamente, ma tardivamente e nell’occasione sbagliata, dice Giorgio Napolitano: si tolgono frasi dal contesto, non si chiarisce l’insieme e si specula sulle parole. Peccato che, fin qui, sia stato uno sport nazionale. Praticato da quanti oggi lo rimproverano agli altri. Il che ha un lato divertente: è irresistibilmente ridicolo vedere Repubblica che si scapicolla a sostenere che in tal modo non si possono massacrare le istituzioni. Perbacco, da che pulpito!

Solo che ancora non hanno il coraggio di imboccare la via giusta: non si devono limitare le intercettazioni, che sono strumenti d’indagine e prevenzione, ma si deve cancellarne l’uso giudiziario, quindi il deposito delle trascrizioni e l’immediata pubblicazione sui numerosi mattinali di polizia, quali si sono ridotti a essere i giornali italiani.

Ora dicono che i magistrati devono accertare i reati, non scrivere o riscrivere la storia. Ci sono arrivati dopo avere pubblicato non so quante “verità” dei questurini, non so quante “rivelazioni” provenienti dalle celle, salvo poi nascondere con due righe in cronaca l’unica verità vera: erano boiate. Comunque: ben venuti. Adesso si tratta di passare dalle parole ai fatti: le sentenze sociologiche sono abominevoli, la letteratura giudiziaria è deviazionista, la magistratura combattente una violazione del diritto, quindi della legalità.

Ora si dice che, in un così grave momento di crisi, è da irresponsabili indebolire il vertice dello Stato. Quello del governo fu spolpato nel mentre i titoli del nostro debito pubblico finivano sotto attacco. Ma, ancora una volta, non si tratta di non potere o dovere pubblicare quel che emerge, o tacere quel che si pensa, ma di disporre di un sistema giudiziario che liberi in fretta gli innocenti dal sospetto, condannando i colpevoli. Si deve diffondere la cultura del diritto, secondo cui ciascuno è innocente, fino a condanna. (A tal proposito, tra parentesi, avere consentito l’arresto di un senatore, senza che sussista la benché minima esigenza cautelare, è segno di tale incommensurabile viltà, è confessione di una tale chilometrica coda di paglia, che la permanenza di una tale classe politica è nocumento alla Repubblica).

Fin qui questi mali ce li si è tirati dietro, sperano d’annientarci l’avversario. Lo ha fatto la sinistra contro la destra e la destra contro la sinistra. L’ultimo (in ordine di tempo) pugnale ha trafitto l’uomo del Colle. Forse ci siamo: continuare così è suicida. Quel che Napolitano non capì ieri, quando si metteva di traverso, e non capisce oggi, quando cerca di mettersi di sguincio, è che servono le riforme, serve la giustizia, serve il diritto. Non serve a nulla pretendere di salvarsi da soli. Oltre tutto è impossibile.

venerdì 22 giugno 2012

22 giugno 2012

Ora, non vorrei dire. Ma quando ho visto Emma Bonino prendere la parola con quell’aria da maestrina sul tormentato-pensatrice che quasi sempre assume, quando ho sentito che esortava il Senato a votare per l’arresto di Lusi “senza entrare nel merito del problema” perché il problema non era di merito, quando le ho sentito affermare che, essendo contro la carcerazione preventiva di 27 mila (dei quali tutti si impipano) sentiva forte e coerente il dovere civile di farne 27 mila e uno, per poi concludere, dulcis in fundo, che non esisteva possibilità di scorgere alcun fumus persecutionis in qualcosa del cui merito non si era occupata lei, figurarsi quindi se dovevano occuparsene gli altri, be’, mi sono venute le ragadi.

giovedì 21 giugno 2012

L'anticipazione della pena. Gianluca Perricone

Nel suo video-editoriale, il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini, ha esordito con un disgustoso "Giustizia è fatta". Il riferimento di uno degli uomini di punta dello schieramento capitanato dall'ingegner Carlo De Benedetti era relativo al voto con il quale l'aula del Senato ha dato il via libera all'arresto (preventivo) del senatore Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita da mercoledì sera rinchiuso nel carcere di Rebibbia. 
Per Giannini, insomma, la giustizia (consueta "g" volutamente minuscola) sarebbe stata fatta ancor prima di un processo e di una sentenza di condanna. Una giustizia che arresta prima di una sentenza di condanna, può davvero chiamarsi “giustizia”?
L'arresto di Lusi? "Ho sempre detto che senatori e deputati sono uguali agli altri cittadini" ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani vittima evidentemente, al momento dell'improvvida dichiarazione, di un'amnesia sui fatti accertati dalle parti di Sesto San Giovanni. Ma poi il problema è proprio quello che, di certo in maniera involontaria, ha messo in evidenza Bersani: un problema che si chiama carcerazione preventiva. Ed è un problema che non riguarda soltanto i membri della cosiddetta 'casta', ma tutti i cittadini (deputati e senatori compresi). Non si può pensare, cioè, di andare avanti ordinando arresti prima che si svolga un regolare processo (tranne che nei casi di scuola e previsti dalla legge: pericolo di fuga dell'indagato, inquinamento delle prove e reiterazione del reato), magari sperando che l'imputato finisca per dichiarare ciò che pretendono di sentire gli inquirenti e, soprattutto, prima che venga emessa sentenza di condanna definitiva.
Consapevole di non essere particolarmente condiviso dai più, soprattutto in questi periodi, ritengo che proprio Lusi tutti i torti non abbia quando afferma che "il legislatore deve tenere distinta l'autorizzazione alla misura cautelare dall'istituto, ancora non previsto, dell'anticipazione della pena". (il Legno storto)

martedì 19 giugno 2012

Colle solitario. Davide Giacalone

Mario Mori lo hanno lasciato da solo, senza troppo crucciarsene. Come un ostaggio, considerato sacrificabile. Hanno pensato che potesse bastare, che sulle spalle del generale dei Carabinieri, ex capo del Ros, potesse caricarsi l’intero peso del teorema, delle trattative fra lo Stato e la mafia. Poi Nicola Mancino è stato chiamato a testimoniare e s’è sentito improvvisamente solo. Ha avuto paura, perché una cosa è chiara come il sole: se la trattativa ci fu, se era finalizzata a cancellare il carcere duro, il regime di 41 bis, allora tale risultato fu ottenuto, dalla mafia, nel 1993. Quando il governo era presieduto da Carlo Azelio Ciampi e al ministero dell’interno c’era lui: Mancino.

Io non credo al teorema, benché ritengo che un canale di comunicazione ci fu, fra i disonorati e le loro eccellenze. Il guaio è che il teorema doveva servire a fregare Silvio Berlusconi, sicché i vari Mancino, ben vedendone la forzatura, magari si davano di gomito. Come a dire: mica come noi, che alle toghe facciamo le fusa, che abbiamo ceduto a ogni richiesta corporativa, che abbiamo ammorbidito i possibili pericoli nel velluto dei palazzi e fra i cuscini dei salotti, no, il cavaliere pazzo va allo scontro, così attirando inchieste e processi più di quanto lo zucchero attiri le mosche. Il cavaliere, aggiungo io, non so s’è pazzo, di sicuro ha fallito, perché dopo anni di scontri non è riuscito a riformare la giustizia. Ma loro erano dei vili, dei falsi uomini di Stato che pensarono veramente di abbandonare Mori al suo destino, come in passato avevano abbandonato alla tortura altri carabinieri e altri servitori dello Stato, come avevano lasciato solo Carmelo Canale, in questo modo insultando la memoria di Paolo Borsellino. Che, del resto, isolarono e sconfissero già da vivo. Come prima avevano già fatto con Giovanni Falcone. Questi mezzi uomini hanno veramente creduto che potesse pagare Mori, che si potesse veramente continuare a raccontare palle giudiziarie, a dispetto del calendario.

Quindi, quando Mancino fu interrogato, nel 2011, s’attaccò al telefono e chiamò il Quirinale, per reclamare aiuto. E lo fece in modo comico: se resto solo parlo e se parlo escono altri nomi. Povero il nostro irpino, gli altri nomi erano già usciti. Li avevamo pubblicati noi: Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Conso, Adalberto Capriotti, Cesare Curioni. Non sto a ripetere la storia ancora una volta, perché prima o dopo qualche lettore mi tira una scarpa. Abbiamo fatto i nomi parlando al muro. Non so se Mancino li abbia letti, di sicuro non se ne è preoccupato: chi se ne frega, tanto a questi nessuno dà ascolto, mica sono manettari alla moda, mica giocano al piccolo inquisitore, poi sono pure garantisti, non fanno paura a nessuno. Noi, però, mettevamo in fila date e fatti, prima o dopo destinati a venire a galla. Quando li ha visti, quando gliene hanno, in modo colpevolmente tardivo, chiesto conto, Mancino ha avuto paura. S’è sentito solo. Cosa succede se il teorema viene sincronizzato con il calendario? S’è chiesto. Siamo tutti spacciati. Schiacciati dalla viltà e dall’avere taciuto, sperando che il giustizialismo facesse fuori i loro avversari.

Preoccupazioni che hanno fatto breccia presso l’uomo del Colle, che non ha risposto scandalizzato al suo consigliere, Loris D’Ambrosio, cui Mancino si era rivolto. Napolitano non gli ha detto: non si permetta di sottopormi questioni che riguardano l’autonomia della magistratura. Anzi, ha fatto cose che oggi inducono D’Ambrosio a dire: sono vincolato dal segreto, perché c’è l’immunità presidenziale. Che poi, per la precisine, non è affatto immunità, ma irresponsabilità, nel senso che ogni atto presidenziale deve essere avallato e controfirmato dal governo. Questo è scritto nella Costituzione. Ora il presidente fa sapere d’essersi mosso “nei limiti delle sue prerogative”. Sarebbe stato singolare sostenesse il contrario e, del resto, quegli atti furono sollecitati dal presidente emerito del Senato, già vice presidente del Csm. Ciò non di meno è significativo che s’invochi il “coordinamento” proprio dopo che un tale signore avverte di sentirsi solo e di sentirsi indotto a fare nomi. Tanto per dirne una: perché per Mori non si dovevano coordinare?

E la trattativa? Mori e il Ros parlarono con Ciancimino, questo è sicuro. Era il loro lavoro. L’esito di quella stagione è vincente, perché la mafia è stata colpita duramente, il suo braccio militare spezzato, il suo peso politico fiaccato. Mai abbassare la guardia. Questa genia di disonorati va estinta. Ma non c’è motivo d’ignorare i risultati, conseguiti quando al governo c’erano quelli che furono chiamati “ladri”.

Venti anni fa, però, si produssero due buchi neri: a. la complicità di chi isolò e sconfisse Falcone e Borsellino, lasciandoli soli davanti alla morte; b. la debolezza di chi accolse la richiesta di segnali distensivi, di chi prestò orecchio al capo dei cappellani carcerari e accettò di servirsi di un loro uomo, per distrarre i mafiosi dal mettere bombe davanti alle chiese. I malamente, però, vanno cercati fra i colleghi dei due magistrati eliminati e fra gli osannati della nuova stagione, quella dell’“onestà”. Va fatto, come qui ci siamo sforzati, altrimenti si continua a costruire sulle bugie. A proposito: Leoluca Orlando Cascio è il nuovo sindaco di Palermo. Una parola è picca e due sunnu assai.

Mori non può telefonare a nessuno, né nessuno gli risponderebbe. Ma i mondi responsabili di quei due micidiali buchi sono ancora al potere, e si telefonano. Impauriti, perché la trappola armata per schiacciare l’uno, usando un processo senza capo né coda, ha tutta l’aria di star per scattare sulle loro teste. Sicché si dicono, fra di loro, che quel modo d’istruire i processi va fermato. Che le intercettazioni non possono essere usate in questo modo. Che la ragion di Stato richiede anse di riservatezza. Che il protagonismo giudiziario può devastare le istituzioni, se divorzia dalle sentenze. Noi lo sapevamo e scrivevamo già, quindi possiamo vederli annaspare senza sentirci granché tristi.

domenica 10 giugno 2012

Avviso Mancino. Davide Giacalone

Nicola Mancino, ministro degli interni nel biennio 1992-1994, sostiene di non essere stato al corrente di alcuna ipotesi di trattativa fra lo Stato e la mafia. Avendolo detto nel corso di un processo, ove era stato chiamato quale testimone (quindi con l’obbligo di dire la verità e senza la facoltà di tacere), la procura di Palermo gli ha notificato un avviso di garanzia, supponendo il reato di falsa testimonianza. Il fatto sollecita due riflessioni, che ancora una volta segnalano la differenza che c’è fra lo scrivere la storia e il pretendere che sia incisa nelle sentenze.

Non è contestabile che il governo del quale Mancino faceva parte, per mano del ministro della giustizia, Giovanni Conso, su sollecitazione del capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), Capriotti, a sua volta voluto dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, decise di togliere dal carcere duro (41 bis) due affollati contingenti di mafiosi. Conso stesso ha ricordato di averlo fatto per porre un freno alle bombe mafiose, che effettivamente cessarono. Che questo sia avvenuto a seguito di una trattativa non è dato sapere, certo qualcuno deve avere avuto elementi per indirizzare Conso in quel modo, e a quel qualcuno altri, non certo dei damerini, devono averlo comunicato. Tutto questo non necessariamente significa che Mancino stia mentendo, perché la trattativa poteva pure essere in corso e lui non esserne informato. La cosa non deporrebbe a suo favore, non solo per l’irrilevanza ministeriale di allora, ma anche perché visti i ministri e le istituzioni che agirono il non fidarsi di Mancino lascia intendere che temevano altro che non la sua formale e documentata opposizione.

Il punto è, però, che Mancino non nega di avere trattato, nega che si sia trattato. Quindi la questione è ben più che processuale, attiene a una pagina decisiva della nostra storia nazionale.

Può l’avviso di garanzia a Mancino, quindi le indagini che seguiranno, aiutarci a scriverla con meno imprecisioni? Ne dubito assai. Primo, perché le indagini saranno la riproposizione di roba già accertata o già inaccertabile. Secondo, perché non ha molto senso accusare il teste Mancino senza accusare il ministro Mancino. Voglio dire: se nega una trattativa esistente il reato contestabile non è falsa testimonianza, ma la trattativa stessa. E se nega una trattativa inesistente l’accusa è solo il riflesso di un teorema, destinato a restare tale.

Una cosa colpisce: Mancino ha avuto tutto dalla vita politica, ha potuto permettersi di essere un esponente della sinistra democristiana, con una forte propensione al clientelismo, per poi ergersi a censore delle vite altrui, eppure neanche nel mentre la sua esperienza volge al termine, nemmeno trovandosi fuori dai giochi, riesce a trovare il coraggio di una ricostruzione men che manieristica e reticente di un’epoca e un mondo che sembra aver partorito un numero eccessivo di smemorati e di nanerottoli.

giovedì 31 maggio 2012

Lo psicologo impazza e straparla nel dopo terremoto, si salvi chi può. Giorgio Israel

Debbo fare una confessione. Da anni occupo metà del tempo a battagliare contro lo scientismo, ma durante la trasmissione di “Porta a Porta” del 29 maggio dedicata al terremoto in Emilia ho sentito emergere un potente rigurgito di scientismo. Era un piacere voluttuoso ascoltare i sismologi, il geologo, l’ingegnere mentre producevano argomentazioni documentate e commenti tecnici che mostravano una consolidata competenza: tanto da far emergere un mai sopito sentimento di fiducia nei confronti dell’“oggettività scientifica”. Poi arriva lo psicologo con l’aria assertiva di chi erudisce un consesso di sprovveduti, e dice che è uno sproposito che gli adulti stiano insieme ai bambini nelle circostanze che seguono al terremoto: i bambini assorbono ansie e paure degli adulti, e quindi è bene che stiano tra loro. Ma sì – ci siamo detti – non è un’idea sbagliata: le famiglie scendono nelle tendopoli, gli adulti comunicano tra di loro preoccupazione, spavento e discutono su come affrontare il futuro, mentre i bambini vengono spediti a scorrazzare e a giocare assieme tra le tende per ritrovare un po’ di spensieratezza. Che idea primitiva!

L’esperto spiega che, per gestire i bambini ci vogliono gli adulti adatti: occorre raccoglierli a gruppi, anzi costituirli in “kinderheim” sotto la guida di uno psicologo. E va bene – ci siamo ancora detti – viviamo nella postmodernità, queste cose non si gestiscono come ai tempi di Checco e Nina quando non esistevano neanche le scuole dell’infanzia. Ben venga lo psicologo che guida le “kinderheim” dei bambini mentre gli adulti, tra di loro, condividono preoccupazione e spavento e progettano il futuro… Eh no! Secondo errore! Lasciare gli adulti a “elaborare” da soli? Ci mancherebbe altro! ha proclamato stentoreo l’esperto. Sarebbe un atto irresponsabile, non ne sono capaci, finirebbero allo sbando. Anche per loro ci vogliono psicologi che li ripartiscano in gruppi, li prendano sotto tutela e gestiscano l’“elaborazione” della loro tragedia. Forse non si ricorda che quando gli italiani, alla fine della Seconda guerra mondiale, si aggiravano tra le rovine dei bombardamenti erano ripartiti a gruppi di trenta guidati da uno psicologo, e per questo trovarono la forza di ricostruire il paese e poi avviare il miracolo economico. Anche la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli è stata portentosa perché è stata guidata passo passo da squadre di psicologi.

Ci si chiede se gli psicologi non stiano esagerando: sia detto nell’interesse dell’immagine della categoria. In fin dei conti, non capita ancora che un architetto ti entri in casa d’autorità prescrivendoti come arredarla per il tuo bene psico-fisico, un meccanico ti fermi l’auto con la paletta per controllare il carburatore e neppure un medico ti blocchi mentre cammini per strada per misurarti la pressione; e tu non ti possa rifiutare altrimenti sei un irresponsabile. Invece pare che non si abbia più neppure il diritto di scendere in strada assieme ai vicini di casa noti da trent’anni senza che venga un “esperto” a irreggimentare in gruppi per gestire l’“elaborazione”. Lo psicologo è prescritto d’autorità, non ci si rivolge a lui se si decide di farlo. Abbiamo uno psicologo per ogni azienda e ufficio; ne abbiamo uno per ogni scuola, presto ne avremo uno per classe. Si è approvata una legge per i disturbi di apprendimento per cui le diagnosi dei bambini “disturbati” o “agitati” sono salite da una stima iniziale del 3 per cento al 5 e poi, via via, fino a punte del 15 per cento, tanto che sale la preoccupazione anche in chi ha voluto la legge. Non c’è ambito giudiziario in cui non intervenga lo psicologo (talora con effetti ben esemplificati dalla vicenda di Rignano Flaminio). A quando una legge che imponga lo psicologo di condominio? E una legge che imponga l’intervento dello psicologo, assieme alla polizia stradale, anche per un tamponamento d’auto?

Occorrerebbe anche studiare la figura dello “psicologo di strada” che si aggirerebbe in incognito, con gli occhiali scuri e la barba finta, per studiare i comportamenti della gente e fare rapporto. Ripensandoci, quello provato durante la visione di Porta a Porta non era un rigurgito di scientismo. Perché è difficile pensare a uno scientismo più estremista e pervasivo di questo, condito da un dirigismo che farebbe morire di invidia gli psicologi e i pedagogisti sovietici di ottant’anni fa. Al confronto, lo scientismo del sismologo o dell’ingegnere (ammesso che siano scientisti) è roba da poveri untorelli.

Leggi La paura di Annalena Benini - Leggi Nella terra ferita dei capannoni, dove il lavoro ora è il primo pensiero di Giulia Pompili - Leggi Il terremoto in Emilia? Colpa degli americani. Ecco il peggio del complottismo

domenica 27 maggio 2012

Diritto e Vaticano. Davide Giacalone

E’ ingenuo credere che il Vaticano possa essere condotto attenendosi scrupolosamente ai canoni della trasparenza, che, del resto, non guidano la vita di nessun Paese. Ma è ingenuo anche credere che il mescolarsi di opacità e assenza di diritto costituisca solo la coriacea lega con cui corazzarsi, laddove da quella miscela discende anche una pericolosa fragilità. Gli stati democratici trovano forza nel diritto, anche quando quello si ritorce contro i loro governanti. Gli stati dispotici trovano forza nel chiudersi all’esterno e nell’opprimere all’interno. Il Vaticano non rientra in nessuno di questi due mondi, vivendo la dilaniante crisi di una monarchia assoluta ove il potere del monarca è messo in dubbio dai suoi pochi sudditi. Né si salva per il suo essere teocrazia, laddove alcuni dei crimini celati e protetti gridano vendetta al cospetto del cielo. La sorte di un maggiordomo sarà rivelatrice.

Che sia in lui l’unica falla e l’unico colpevole è cosa che neanche la più asfittica fantasia di un pessimo giallista può credere. Paolo Gabriele, questo il suo nome, oltre tutto, può forse essere responsabile d’avere trafugato qualche carta, non certo di avere ordito la trama di un conflitto che ruota attorno alla banca vaticana, l’Istituto Opere Religiose, la cui storia non brilla per l’esclusivo impegno nelle spese pie. In uno Stato e in condizioni normali si potrebbe dire: attendiamo che la giustizia faccia il suo corso. Qui la cosa è più difficile.

Le autorità vaticane sono corse a comunicare che l’accusato, se verrà condotto a processo, avrà tre gradi di giudizio, come in Italia. Ma posto che l’Italia è patria del diritto e dimora della malagiustizia, c’è da osservare che credere eguali, o anche appena simili, i due sistemi, solo per la triplicità del giudizio, è errore madornale. Essendo il Vaticano uno Stato assoluto l’interesse cui il suo diritto risponde è quello dello Stato stesso, non quello dei cittadini. La Corte d’appello sarà presieduta da Josè Maria Serrano Ruiz, cardinale, sicché dovrà vedersi se, in quel frangente, il suo dovere di servizio alla chiesa s’incarnerà più nel rendere giustizia o nell’uso della giustizia. Cardinale, Raymond Leo Burke, è anche il presidente della cassazione. Può considerarsi normale, visto che siamo in Vaticano, ma non lo è supporre che il giudizio di organi così
composti non sarà guidato dall’interesse che rappresentano.

Si tenga presente, del resto, che proprio nel gennaio scorso, aprendo l’anno giudiziario vaticano, il “promotore di giustizia”, vale a dire una specie di procuratore generale, Nicola Picardi, osservava che: “con le recentissime normative di Benedetto XVI (…) lo Stato Vaticano si è andato progressivamente «autolimitando», sottoponendo, cioè, se stesso al proprio diritto ed oggi finisce così per trasformarsi da Stato apparato a Stato di diritto”. Sicché entro le mura sanno benissimo che lo Stato di diritto, ove mai sia nato, è allo stadio dei vagiti. Né stupisce, visto che lo stesso Picardi, aprendo l’anno giudiziario del 2009, lamentava l’assenza anche solo di un codice civile o penale stampati nero su bianco, laddove, per leggerne il contenuto, doveva farsi un lavoro di ricostruzione tutt’altro che facile. Non esiste uno Stato di diritto le cui leggi non sono accessibili.

Dalla nostra memoria non s’è cancellata la storia delle guardie svizzere, trovate uccise nel 1998: allora la cosa si risolse incolpando un’altra guardia, che provvide a suicidarsi. Un epilogo che, in quanto a fantasia del giallista, concorre con il colpevole incarnato dal maggiordomo.

Tutto questo crea due problemi, uno minore, ma immediato, l’altro più generale. Il primo è: l’Italia ha nulla da dire? La sorte del cittadino Gabriele, che rischia trenta anni di carcere, non può esserci del tutto indifferente. La sovranità territoriale vaticana è presidio della libertà nell’opera di fede, non dell’arbitrio nel diritto. Sarebbe bene che lo Stato italiano chiedesse d’essere presente in tutti i passaggi di quel procedimento, con un proprio collegio d’osservatori. Anche perché, se il maggiordomo fosse colpevole egli sarebbe concorrente con altri cittadini italiani, che non credo consegneremo mai ad uno Stato assoluto. Il secondo è: in questo doloroso passaggio il Vaticano trovi la forza di non offrire il destro a dietrologi e tramisti, scoprendo che aprirsi è un po’ salvarsi. Per scrivere la propria legge fondamentale, datata 7 giugno 1929 (anno difficile assai), il Vaticano chiamò Federico Cammeo, giurista ed ebreo (la moglie morì in un campo di concentramento). Allora trovarono il coraggio, che mancò subito dopo.

giovedì 17 maggio 2012

Modelli. Jena


"Qualcosa sta cambiando, la svolta è a portata di mano". Monti, il modello ideale per tutte le mezze stagioni. (la Stampa)

mercoledì 16 maggio 2012

Imbrogli mafiosi. Davide Giacalone

Al governo Berlusconi non verrà assegnato alcun premio per la lotta alla mafia. Intanto perché non esiste e poi perché riconoscere che fu quel governo, quattro lustri dopo, ad approntare gli strumenti che Giovanni Falcone chiese nel 1991, destinati a colpire i mafiosi nella parte più sensibile del loro disonore, vale a dire nei piccioli, significa bestemmiare nel tempio dell’antimafiologicamente corretto. Da troppo tempo la verità storica e la rappresentazione giudiziaria vanno in direzioni diverse, mentre in tema di mafia si son visti numeri da baraccone: dai nemici di Falcone e Borsellino che se ne proclamano eredi, a quanti s’infastidivano quando scrivevamo che il processo e le condanne al processo per la morte di Paolo Borsellino erano una farsa, salvo poi gioire per il trionfo della giustizia quando in quei verdetti si sono dimostrati rozze manipolazioni.
I ciarlieri dell’antimafia non ci fanno mai mancare le loro verità, oramai rilasciando interviste e tenendo interventi per ogni dove. Sono certo che la grande maggioranza dei cittadini non riesce a distinguere una tesi dall’altra, sicché sintetizzo la ragione di tanto attivismo editoriale e di tanto livore nelle contrapposizioni personali: la carriera. Questi magistrati si sono convinti d’essere divi e si sono autosuggestionati al punto di credere di potere osare la qualunque. Ci sono nomine da ottenere, carriere politiche da promuovere, chiamate alla salvezza patria cui rispondere. Mi rincresce osservarlo in modo ruvido, ma nessuno di loro ha lo spessore di una mezza tacca. Hanno il palcoscenico, però, e s’esibiscono.

Siccome ci avviciniamo all’apice dell’orgia retorica, con l’imminente ricorrere di un ventennio dalla morte di Falcone e Borsellino, e siccome nessun cittadino normale può più capirci nulla e ricordare tutto, magari ciascuno sperando che almeno uno di quegli attori sia qualche cosa di simile a un vero combattente contro la mafia, desidero fornire due stelle fisse, in modo da orientarsi fra i marosi delle bugie e delle mistificazioni. Due temi sui quali misurare la serietà di chi parla.

1. Non credete a nessuno che vi parli di Falcone e Borsellino senza partire dal fatto che furono sconfitti dalla magistratura, non dalla mafia, e senza avvertire che dedicarono l’ultima parte della loro vita ad un’inchiesta, denominata “mafia-appalti”, che immediatamente dopo la loro morte fu archiviata. Non credete a nessuno che vi racconti di verità nascoste senza partire da quella più evidente e scoperta, quindi la più negata e inquinata: la procura di Palermo si mosse contro il disegno investigativo di Falcone e Borsellino, approfittando della loro morte per prevalere in via definitiva.

2. Non credete a quelli che vi lasciano credere che ci sono retroscena inconoscibili e cose indicibili, nel capitolo della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Fornisco i nomi e i cognomi, così vi regolate: chi vi parlerà della trattativa per togliere il carcere duro, vale a dire disapplicare il 41 bis del regolamento carcerario, senza dirvi che a proporlo fu Adalberto Capriotti, dirigente del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), in quel posto voluto da Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica, che ricevette quell’indicazione da Cesare Curioni, capo dei cappellani carcerari, quindi dal Vaticano, e lo impose al governo presieduto da Carlo Azelio Ciampi, il quale ancora crede che sia vero il contrario di quel che fece, per essere il tutto sugellato dall’allora ministro della giustizia, Giovanni Conso, chiudendo la partita prima delle elezioni del 1994, quando, pertanto, Berlusconi ancora si occupava d’altro, chi vi parlerà tacendo questo è un volgare imbroglione.

Le storie di mafia sono complicate, ma le bugie dell’antimafia militante sono sfacciate. Invito tutti a onorare il ventennale senza nulla concedere alla retorica bugiarda di quattro carrieristi, ricordando che i due morti di venti anni fa non sarebbero finiti in quel modo se la mafia, e gli interessi economici a quella associati, non avessero potuto contare, con la loro scomparsa, di chiudere una stagione investigativa e processuale. Se la memoria non riparte da quel dolore, se nel riemergere non desta dolore, vuol dire che è solo melassa retorica e bugiarda. Inquinamento delle (evidenti) prove.

giovedì 10 maggio 2012

Le occhiaie di Monti

Voleva trasformare gli italiani, senza sapere che sarebbero stati gli italiani a estenuare lui

Ci siamo abituati quasi subito alla mania dei presidenti per la giovinezza: i ritocchi di Silvio Berlusconi, le palpebre alleggerite di Nicolas Sarkozy, i capelli molto neri di François Hollande, l’imbellimento continuo di Barack Obama, i muscoli di Vladimir Putin. Deve avere a che fare con l’ottimismo: bisogna mostrarsi sempre smaglianti, o comunque avvolti da una speciale brillantezza, talvolta un po’ ridicola, che provi la superiore capacità anche fisica di reggere giornate infinite e grosse decisioni con grosse conseguenze senza borse sotto gli occhi. A Mario Monti, invece, ora la fatica si legge in faccia: in questi mesi di governo qualcosa è cambiato, e la parodia fondata sul robotismo dispotico del premier-preside, incantatorio e identico a qualunque ora del giorno e della notte (con le conferenze stampa sempre in seconda serata, quasi senza sbattere le ciglia, senza sbagliare una sillaba e senza perdere l’occasione di riprendere gli errori dei suoi ministri) è superata. Bisogna guardare le ultime apparizioni di Mario Monti per notare il cedimento al periodaccio, una diversa postura, un nuovo (più stanco) modo di difendere le posizioni del governo, di rinunciare alle battute secche e cattive.

Mentre il presidente del Consiglio spiegava sommessamente, seduto alla Commissione europea che alcune “conseguenze umane” non sono imputabili a chi sta cercando di fare uscire l’economia da questa crisi ma a chi questa crisi ha provocato (tutti hanno pensato ai suicidi, anche se Monti ha precisato che non intendeva affatto i suicidi, e subito si scatenava la guerra orribile delle accuse sui suicidi), era già un’altra persona, con gli occhi più infossati dietro gli occhiali, le pieghe intorno alla bocca più profonde: se non fosse una parola inutilizzabile e offensiva bisognerebbe dire che era più anziano. Invecchiato dalle responsabilità, diverse da quelle di un professore con il gusto per la bocciatura, logorato dalle necessità di smentire, precisare, difendersi dai falchi, guardarsi da chi sogna segretamente di liberarsi più in fretta di lui, ora che le elezioni amministrative hanno offerto nuove speranze.

Mario Monti porta in faccia il segno delle difficoltà, del caos che gli sta intorno, dei giornali che la mattina non gonfiano più, compatti, la sua autostima. Quando disse al Time che voleva “trasformare gli italiani” non sapeva che gli italiani molto più facilmente avrebbero trasformato lui. L’avrebbero stremato, almeno. Monti non è più il robot di Crozza, non è più un preside sentenzioso, è anche un po’ meno Margaret Thatcher nelle movenze (e non corre il rischio di cominciare a correre sul tapis roulant, ma questo dall’inizio). Quando disse “se il paese non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro potremmo anche non restare” era nel pieno dell’entusiasmo, della convinzione di fare le cose giuste ed esprimeva un senso sincero di superiorità. Adesso che l’umanizzazione è completata, forse è meno rasserenante ma più credibile l’immagine di un uomo preoccupato, provato dal compito che gli è stato affidato, segnato dalle cose che accadono e che fanno continuo riferimento alle sue decisioni. Se è vera la frase che l’ipercinetico, instancabile, caricato a molla Nicolas Sarkozy avrebbe pronunciato fra intimi, quella sul sottile piacere di lasciare tutte le grane a un altro e di rituffarsi nella vita vera, ci si chiede come possano, gli altri euforici potentissimi, avere anche la forza di stare tutto quel tempo davanti allo specchio a coprirsi le occhiaie.

mercoledì 9 maggio 2012

Grillo se la ride. I partiti piangono. Mario Sechi

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Il Tempo - La sveglia ai partiti è suonata ieri quando i risultati delle elezioni sono apparsi chiari: il Pdl crolla, il Pd non sta tanto bene, il Terzo Polo è un ectoplasma e il vero vincitore delle amministrative è Beppe Grillo, un comico. Il Movimento 5 Stelle entra nel supermarket della politica e costituisce - piaccia o meno - un’offerta nuova in uno scaffale che agli elettori appare povero di idee. Chiamarla antipolitica, a questo punto, è un errore. Partecipa alle elezioni, elegge i suoi rappresentanti, si sta radicando e istituzionalizzando.

 Durerà? La storia italiana è piena di fenomeni effimeri - primo fra tutti L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini - ma ho la sensazione che M5 sia qualcosa di diverso: parte dal basso, è pop, è web, è altamente distruttivo per tutto ciò che abita ora il Parlamento.

Quello che hanno i grillini manca agli altri: il lanciafiamme. Sintesi: Grillo se la ride, i partiti piangono. Il Pdl è in una crisi profonda. Paga il dazio del passo indietro di Berlusconi, la rottura dell’alleanza con la Lega e l’appoggio al governo Monti che in maniera crescente i suoi elettori percepiscono come il «nemico» a Palazzo Chigi. Il Pd se la cava un po’ meglio, ma con il pericolo dei grillini in avanzata e un’alleanza con Di Pietro e Vendola dai toni surreali. Basterà a salvarlo dallo tsunami? Ne dubito. Siamo all’inizio della polverizzazione del quadro politico, con partiti destinati a diventare sempre più piccoli. Uno scenario in marcia verso quello di Atene, dove l’ingovernabilità è dietro l’angolo. Anche in Italia, come in Francia e in Grecia, ha votato la crisi. Ma mentre a Parigi il sistema presidenziale ha salvato la baracca e ad Atene è il caos, da noi è il limbo. Un’incertezza che ha fatto boccone anche del governo Monti. Mentre l’Europa «fasciocomunista» brucia, l’Italia è tragicomicamente a bagnomaria.

mercoledì 2 maggio 2012

Le irregolarità "fisiologiche" del Concertone del 1° maggio. Alma Pantaleo


Della serie: predicano bene e razzolano male. Si sono spenti poche ore fa i riflettori di un palco, quello del ‘concertone’ del 1°maggio, che ha riunito in piazza San Giovanni a Roma – a detta degli organizzatori – 500 mila persone. Come solitamente avviene ogni anno, tra artisti illustri, pogo, musica e vinello a volontà un must del concerto che celebra la Festa dei lavoratori sono gli appelli e gli slogan. Manco a dirlo, l’edizione 2012 ha avuto come temi centrali crisi, disoccupazione e morti bianche.

Niente di nuovo, considerando la natura dell’evento. Ma tra un Caparezza che rivolge il suo pensiero “agli operai sulla torre” – quelli arroccati da mesi per protesta sulla torre della stazione centrale di Milano – e a quelli che “lottano ogni giorno”, il minuto di silenzio della piazza per ricordare le persone morte sul lavoro, e una Susanna Camusso che tra un’esibizione e l’altra dichiara: Ogni occasione va sfruttata per mettere al centro i temi del lavoro. E questo pubblico di giovani è attento alle questioni del lavoro e ai problemi del paese”, c’è una nota che stona.

Il perché è presto detto. E siamo sicuri che a tutti voi che avete partecipato al ‘concertone’ strideranno le orecchie, e non per le casse a palla. Giovedì scorso un blitz dei carabinieri al cantiere del palco ha fatto venire a galla una sfilza di irregolarità da parte delle ditte che organizzano lo spettacolo: otto prescrizioni penali per mancata osservanza delle misure di tutela della sicurezza dei lavoratori, multe per 10mila euro per rapporti di lavoro irregolari, e – udite, udite – altri 43mila euro di multa sempre per infrazioni in materia di tutele sul posto di lavoro e la denuncia di sei rappresentanti delle aziende. Una roba che farebbe cascare la folta chioma riccia a Caparezza.

Ma oltre alle cifre, a sconvolgere è stata pure la giustificazione che l'organizzazione del Concerto, promosso da Cgil, Cisl e Uil ha dato: “Le irregolarità sono da considerarsi fisiologiche per un cantiere di tali dimensioni”. Fisiologiche?! Ma roba da matti. Proprio loro che glorificano la festa di tutti i lavoratori scadono in contratti irregolari, violazioni della sicurezza sul lavoro, e - come nel caso di un imprenditore di Viareggio che si è beccato una multa di 3mila euro più sospensione (temporanea) dell’attività – nell'impiego in nero di operai addetti al montaggio del palco per la festa del 1° maggio.

A ‘concertone’ finito tiriamo tutti un sospiro di sollievo, visto che è filato tutto liscio. Ma ci chiediamo cosa sarebbe successo, alla luce di quanto emerso dopo i controlli, se si fosse ripetuto quanto già successo recentemente a quei due operai morti mentre stavano allestendo i palchi per i concerti di Jovanotti e Laura Pausini… (l'Occidentale)

lunedì 30 aprile 2012

Maddalena dava a Cesare. Davide Giacalone

Concetti come “notizia di reato” e “obbligatorietà dell’azione penale” valgono solo quando sconfinferano ai signori della procura, altrimenti possono tranquillamente essere considerati al pari della spazzatura. Quella che segue non è la solita (mia) tiritera garantista, ma la denuncia di un reato. Grave. Sebbene resti da stabilire se a commetterlo sia stato Marcello Maddalena o Cesare Romiti.
Leggendo il libro-intervista di Romiti, incalzato da Paolo Madron, Filippo Facci aveva trovato una perla: l’ex capo della Fiat ricorda che quando pubblicò un articolo, sul Corriere della Sera, destinato a sollecitare gli imprenditori a recarsi presso la procura di Milano e confessare, non lo fece spontaneamente, ma su richiesta di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Escluso che fra i compiti d’ufficio dei procuratori ci sia quello d’indurre i cittadini a scrivere quale che sia cosa, posto che Romiti ha il pudore di non dirlo esplicitamente, ma fu in quel senso costretto, resta il fatto che quel ricordo è rivelatore, benché non sorprendente.

Ho trovato un’altra perla. Questa volta è nera. Secondo quanto racconta Romiti il procuratore di Torino, Marcello Maddalena, in quei giorni caldi in cui le inchieste producevano arresti di massa e qualche suicidio, chiamò il responsabile dell’ufficio legale della Fiat, Ezio Gandini, e gli disse (virgolettato nel libro, quindi frase testuale): “Basta, non si può più andare avanti così, bisogna che le lotte interne finiscano, perché qui ogni giorno arrivano soffiate anonime da parte di alcuni manager interni alla Fiat”. Strane queste soffiate anonime, che vengono da manager. Perché non impiegati, debitori, mitomani? Come faceva Maddalena a sapere che erano manager? Ecco la risposta: Gandini gli chiese da che ambiente arrivavano e lui, serafico, lo informò che i mittenti erano riconducibili all’entourage di Umberto Agnelli. Il che vuol dire, in buona sostanza, che non erano anonime manco per niente.

In tutti questi anni, quando ci lamentavamo d’indagini nate dalle chiacchiere e alimentate con anni d’intercettazioni e spese inutili, ci rispondevano: la procura deve cercare ovunque le notizie di reato, è la legge che impone di non trascurare alcun dettaglio. Bene. Quando rilevavamo o l’accanimento su certi soggetti, o la insensatezza di certe accuse ci rispondevano: la legge impone l’obbligatorietà dell’azione penale, il procuratore non sceglie quali indagini fare, non è lui a decidere chi indagare e chi no, ma si limita ad attenersi alla legge. E va bene. Difatti sono favorevole alla cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che è una gran presa in giro. Come anche questi ricordi confermano, perché, di grazia, in quale articolo del codice è previsto che il procuratore chiami il capo dell’ufficio legale dell’azienda sulla quale dovrebbe indagare, chiedendogli di mettere il bavaglio e legare le mani a quei quattro sciamannati di suoi dipendenti che continuano a spedirgli denunce, mettendolo nel grave imbarazzo di dovere dare loro corso? Non c’è, nel codice. Non c’è da nessuna parte.

Se così stanno le cose, però, ci sono due conseguenze: a. Maddalena commise un reato, violando i doveri d’ufficio e informando la parte indagata, addirittura suggerendo un preventivo inquinamento delle prove (che è una delle sole tre ragioni per cui si può mettere in galera un cittadino ancora innocente, vale anche per la procura?); b. la notizia di tale reato è contenuta nel libro e nelle parole di Romiti e, per maggiore sicurezza, qui messa in evidenza. Prego, si proceda.

Naturalmente è possibilissimo che il reato lo abbia commesso Romiti, distorcendo le parole di Maddalena e diffamandolo. Il signor procuratore sa cosa deve fare, in questo caso. Confesso, però, di essere un po’ prevenuto, e avendo letto un meraviglioso libro di Maddalena, nel quale si descriveva con estasi mistica l’arresto degli innocenti e si strologava di processi fatti fuori dai tribunali, so che ha una visione molto personale della legge. Raramente collimante con il diritto. Sicché, fra i due, tendo a credere a Romiti. Ma è solo un problema di gusti e d’estetica, sebbene sia pronto a risponderne ovunque me ne sia chiesto conto.

giovedì 26 aprile 2012

Casa (senza) famiglia. Davide Giacalone

Le vie del fisco sono infinite, ma infide. Si discute da anni, in un Paese che ama i problemi per poterne discettare, escludendo di risolverli prima che cessino d’essere di moda, se riconoscere o meno le coppie di fatto, siano esse mono o multisessuali. Dibattito acceso e ozioso. Alla fine, però, si tassano le famiglie e si agevolano le coppie di non sposati. Accade con l’Imu, ove l’agevolazione prima casa, in una famiglia di moglie, marito e figli, è riconosciuta per una sola abitazione, quindi non solo sale la tassazione, ma si restringe l’esenzione. Se quei due non avessero avuto l’infelice idea di sposarsi potrebbero contare su due detrazioni. Una situazione illogica, che ribalta non solo il dettato costituzionale, ma anche il buon senso.

Da laico, non ho una visione sacrale del matrimonio. Da persona ragionevole so che è socialmente utile agevolare la vita di quanti mettono su famiglia e figli al mondo. Capisco il fascino di far lavorare solo gli extracomunitari e la libidine di prendere all’estero anche i governanti, ma avverto che questa specie di decadenza nobiliare equivale alla cancellazione dell’Italia. Da essere umano inadatto all’odio verso gli altri rispetto le scelte di ciascuno, né trovo alcunché da ridire per quanti, quali che siano il loro gusti sessuali, intendano convivere. Da cittadino che vive in uno stato di diritto, però, pretendo per i loro eventuali figli le stesse tutele che hanno quelli nati da un matrimonio, ma mi rifiuto di assegnare ai conviventi gli stessi privilegi che sono specifici dei coniugi, ove, si badi bene, questi comportino costi per terzi. Quindi: i conviventi si rechino pure in visita in ospedali e carceri (che idea disgraziata della vita!); si dia libertà al morituro di stabilire a chi vuole lasciare i propri beni; ma niente pensioni di reversibilità, tanto per fare un esempio. In sintesi: ciascuno faccia quel che vuole, ma a spese proprie, con tutela per i bambini e con agevolazioni per chi li fa nascere. Ecco, con l’Imu s’è fatto l’esatto contrario, sicché, dopo chiacchiere interminabili, s’è buscato ponente per i levante. Non per scoprire nuove terre, ma per mettere nuove tasse sulla famiglia, da cui le non famiglie sono esentate.

Vorrei sapere cosa ne pensano quegli ipocriti perdigiorno che da decenni ci fanno una capa tanta per spiegare che la famiglia viene prima di tutto e che la famiglia legittima è solo quella del matrimonio, meglio se santificato e, quindi unico, poi, però, collezionano famiglie (ho visto che anche quelli di Comunione e Liberazione si separano, e se non fossi estraneo al ramo direi: non c’è più religione) e, all’occorrenza, votano a favore di chi discrimina negativamente le famiglie. Vorrei proprio sentirli.

Due osservazioni ulteriori. La prima: quei coniugi disgraziati potrebbero avere comprato la seconda casa, in attesa di lasciarla ai figli, proprio mettendo in conto l’agevolazione che la legge consentiva, ove si cambi regime, forse, sarebbe bene far salvo il passato. Lo abbiamo già visto a proposito dello scandaloso tema dell’“abuso di diritto”: pensare di punire chi s’è attenuto alla legge, ma lo ha fatto traendone un vantaggio, è abominevole. La seconda: a me sta bene spostare la pressione fiscale dai redditi ai patrimoni e ai consumi, ma “spostare” non è sinonimo di “sommare”, e se le tasse sulla casa crescono quelle sul reddito devono scendere. E senza fare i furbi, perché questa roba è stata promessa da anni (soprattutto dal centro destra, che ne porta la responsabilità), nel mentre crescevano tutti gli altri tributi.

Infine, è noto che i valori catastali sono spesso irreali, nel senso di troppo bassi, ma è anche vero che noi assistiamo al loro crescere, all’appesantirsi dell’aliquota e del conteggio, al diminuire delle agevolazioni, nel mentre scendono i valori commerciali degli immobili. Il tutto senza che calino neanche le tasse sulla compravendita, per cui è costoso tenere gli immobili, ma anche venderli (male). C’è un’espressione che sintetizza il concentrarsi sulle cifre smarrendo la razionalità: dare i numeri.

lunedì 23 aprile 2012

Caramelle. Gianluca Perricone

 
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Come noto ai più, Crema è in provincia di Cremona, in quella Lombardia che ci ha fin troppo abituato ad azioni giudiziarie alquanto controverse. Meno noto, forse, è il fatto che in quel di Crema gli ambienti giudiziari siano impegnati a seguire un caso che davvero potrebbe finire su tutti i testi di diritto penale delle università italiane, anzi europee: il furto – datato agosto 2010, quasi due anni fa – di un pacchetto di caramelle dal valore (tenetevi forte!!!) ammontante a ben 1euro e 19centesimi. Roba da mettere in ginocchio la già malridotta economia nazionale. 
E – almeno a leggere la cronaca milanese di Repubblica – ad occuparsi della rilevante vicenda sono stati due giudici: insomma “roba grossa”, come scriverebbe Marco Travaglio.
La 24enne romena accusata di cotanto misfatto ha intanto fatto perdere le proprie tracce; insomma si è resa irreperibile ma, come è noto, la nostra giustizia è testarda (dimostrandosi, spesso, sprezzante anche del senso del ridicolo) e va avanti nel proprio corso.
Sempre la cronaca milanese del quotidiano diretto da Ezio Mauro ci ricorda che «la prima udienza risale al gennaio scorso. La successiva è stata celebrata con l'audizione dei due soli testimoni: la commessa del market e l'agente di pubblica sicurezza che formalizzò la denuncia a piede libero». Ad autunno prossimo si svolgerà anche la terza udienza dedicata alla discussione in aula. Alla quale dovrà partecipare anche il difensore d’ufficio della 24enne (il quale, candidamente, ha fatto sapere di non aver mai incontrato la sua cliente né di essere mai riuscito neppure a contattarla) ma non di certo la sua cliente che chissà da dove starà assistendo a questo “processo”. L’avvocato, del resto ha giustamente precisato che «il problema non è tanto il furto in sé, ma se valga la pena di spendere tante energie processuali per un danno da un euro e 19 centesimi. Trattandosi di un reato aggravato e quindi procedibile d'ufficio, però, non è neppure percorribile la via della remissione della querela, magari a seguito del risarcimento».
Verrebbe da chiedersi – e da domandare, soprattutto al Guardasigilli in carica – se sia mai possibile che un Paese possa andare avanti con questo tipo di sistema-giustizia, inteso sia come normative vigenti che come magistrati operanti.
Verrebbe (anzi, viene) spontaneo altresì chiedersi a quanto ammonti il costo di due giudici (che, forse, potevano essere impiegati a giudicare su casi più rilevanti) e quanto possa essere il denaro speso mettere in piedi tre udienze giudiziarie: di certo più di 1,19 euro. (Legno Storto)

giovedì 19 aprile 2012

Ultima chiamata per il Professore. Marcello Veneziani

Italiani, proviamo a metterci nei panni di Monti, anche se lui non si mette nei nostri. Lui ci colpisce selvaggiamente con rozze tasse e accise perché gli invocati tagli,dismissioni e liberalizzazioni non gli sono permessi dal Parlamento e dai partiti, ma anche dalle banche e dalle lobbies.
Mario Monti 
Capisco, però dico: ha un bel cervello, un bell'eloquio e un bel curriculum, se non ha le manopole e le valvole al posto del cuore e del fegato, perché non parla al Paese a reti unificate per dire chiaro e tondo: io vorrei fare questi tagli, abbattere questi costi politici, liberalizzare questi settori e dismettere questi comparti, e domani presento un progetto organico. Se me lo approvano in tempi rapidi e in modo integrale, vado avanti; altrimenti mi ritiro, ma sappiate a questo punto che non è colpa mia quel che succederà. Lo apprezzeremmo tutti, lo sosterremmo in tanti, anche se è tecnico. Una buona democrazia, a mio parere, funziona se un governo è legittimato dal popolo sovrano ma poi decide in piena autonomia e governa senza ricatti. Oggi invece, siamo al contrario: abbiamo un governo non legittimato dal voto ma non in grado di decidere nulla di sostanziale, perché i partiti e le altre caste hanno potere senza avere responsabilità. Col risultato che può accanirsi col popolo sovrano, tassando casa, lavoro e trasporti, ma non con i principali responsabili dello sfascio. Perciò dico: occorre un atto di forza, una svolta netta che metta tutti davanti alle proprie responsabilità: dentro o fuori, salvezza o baratro. Coraggio, Presidente, alle armi. (il Giornale)

mercoledì 11 aprile 2012

Il boss, il Cavaliere e la vajassa. Angelo Libranti

E’ di ieri mattina la notizia raccolta da Dagospia sull’“accordo” fra Bossi e Berlusconi, circa il passaggio del simbolo leghista a quest’ultimo per ottenere la remissione di risarcimenti dovuti dopo una serie di sentenze in sede civile.
La vicenda nasce nel 1995, quando Bossi dopo aver tolto la fiducia al governo Berlusconi, cominciò ad inveire ed offendere l’ex sodale, citandolo pubblicamente come mafioso e malavitoso. Naturalmente il Cavaliere dette querela e dopo udienze e sentenze ottenne la condanna di Bossi, alla quale seguì il pagamento di ingenti somme che Bossi e la Lega non erano in grado di pagare.
Quando nel 2001 si presentarono le elezioni politiche, Berlusconi apprese dai sondaggi che non avrebbe vinto senza l’adesione della Lega; allora propose l’accordo politico e per garanzia di futura fedeltà pretese la cessione del simbolo del partito, come pegno.
La notizia, ripresa dal Corriere della Sera, ovviamente non è sicurissima e va accertata, ma diventa possibile se riandiamo all’aria che tirava alla vigilia di quelle elezioni. Non è mai stati spiegato come mai, repentinamente, due nemici politici improvvisamente trovarono l’accordo e come mai Berlusconi rinunciò a risarcimenti milionari da un giorno all’altro.
Qualcosa ci fu, e dimostra la spregiudicatezza di Bossi nel condurre un partito affermato, sproloquiando sulla moralità altrui e gestendolo nel peggiore dei modi. Questo personaggio si è fatto la fama di avere fiuto politico, quando non riesce a fiutare neanche in casa sua se è vero, come è vero, che moglie e figlio facevano di tutto per metterlo in difficoltà, per non citare i suoi più stretti collaboratori, dimostratisi inaffidabili e cialtroni.
La malattia c’entra poco, ci sono cose che uno vede e percepisce, come il voler imporre in politica un figlio non adatto ed affidare la cassa ad un personaggio già chiacchierato e squalificato. Per candidare un leghista ad una carica pubblica, lo statuto prevede diversi passaggi di attività e di anzianità che Bossi ha volutamente ignorato. Non poteva non conoscere lo statuto che egli stesso aveva contribuito a formare.
Sarà vero che guarda al denaro con noncuranza e conduce vita parca, ciò non toglie che non ha fatto nulla per verificare, per esempio, come vivevano i figli disoccupati. Quando si spende e spande uno si chiede da dove vengano tanti soldi e quando la base mormora si ha il dovere di capire dove è il problema.
Ha voglia Giuliano Ferrara di imprecare che nessuno infanghi “la canottiera che cambiò il paese”; la canottiera si è infangata da sola con una condotta autoritaria e spregiudicata. Il Nord, incanalato nella sua protesta in un partito compatto, avrebbe potuto benissimo guardare a Forza Italia prima e al Pdl poi, senza bisogno di infiocchettarsi con orpelli barbarici e riti pagani.
Ferrara non “azzecca” cosa poteva diventare l’Italia senza la defezione di Bossi nel 1994 in una legislatura formata sì da ministri improvvisati, ma gravida di proposte epocali, come la riforma del lavoro, che ancora oggi è sul tappeto, e come altre riforme e propositi che, interrotti dall’inconcludente Prodi, non sono stati più fatti per mutato quadro politico e per insensibilità della Lega, troppo attaccata agli interessi di bottega.
La furbata di dimettersi, poi, è la classica ciliegina; esce dalla porta ed entra dalla finestra con la presidenza, tra l’altro non prevista nello statuto leghista. Sarà presente in tutte le riunioni e in tutti gli organi di partito ed è stato anticipato che potrebbe persino tornare segretario della Lega.
Se non è un boss a tutto tondo, pochissimo ci manca.
Per concludere, cosa dire di un personaggio come Rosy Mauro? La conoscevo poco e solo di nome, attraverso i filmati di questi ultimi giorni ho scoperto la vajassa della Lega in servizio permanente effettivo, anzi, vicepresidente del Senato. Ma per piacere… (the FrontPage)

Questo è lo scenario politico per l'Italia: a volte la fantascienza è più prevedibile della realtà. Jester Feed





Noi pensavamo che l’Italia della Prima Repubblica, quella per intenderci del pentapartito, degli inciuci di palazzo e della connivenza tra maggioranza e opposizione fosse scomparsa. Pensavamo che con l’avvento di Berlusconi, il bipolarismo in Italia fosse diventato una realtà. Pensavamo che tra antiberlusconiani e berlusconiani si fosse creata una logica bipolare che vede da una parte il progressismo (per modo dire) della sinistra e il moderatismo della destra.

Nella foto: Corrado Passera

Sognate… Sognate perché il sogno durerà ancora per chissà quanto tempo. Non a caso, l’idea che va per la maggiore nel palazzo del potere è un ritorno al caro consociativismo, agli inciuci, al grande centro e dunque ai governi non espressi dalla volontà popolare ma dagli accordi di segreteria, dopo le elezioni of course. Perché è questo l’obiettivo di lor signori.

Mi spiego meglio. Il Governo attuale — a mio modesto parere — non dovrebbe andare oltre ottobre. Non ci sono più i presupposti politici ed economici per farlo durare. Ormai la sua missione è compiuta: recuperare il denaro per gli speculatori dei titoli pubblici, riassettare il debito italiano nei limiti del trattato europeo, decisi — chissà perché — dagli stessi speculatori e dalle oligarchie che governano la BCE, e riformare il sistema previdenziale e lavoristico in modo da far gravare sui ceti medio-bassi il peso della crisi. Avete visto riforme che tendono a ridurre la spesa e a eliminare gli sprechi (del tipo stipendi e rimborsi elettorali)? Neanche per idea. Le uniche “riforme” che si sono viste sono quelle che hanno introdotto nuove tasse o aumentato quelle già in vigore. Questo dimostra che quanto dico è molto vicino al vero.

Ma andiamo oltre. Tolta di mezzo la Lega, prima di ottobre ci sarà probabilmente una riforma della legge elettorale. In che direzione? Semplice: verrà eliminato il meccanismo del premio di maggioranza. In altre parole, si andrà a elezioni in autunno senza questo premio. Ciò significherà — detto papale papale — che nessun partito o coalizione di Governo potrà governare in autonomia. La conseguenza? Un nuovo governo tecnico. Guidato da chi? Beh, i nomi possono essere tanti, ma è quello di Passera il più quotato. Mentre al Quirinale salirà ancora una volta un esponente di sinistra, perché la maggioranza relativa nella prossima legislatura sarà del PD. Chi? Magari Prodi.

A questo punto ci si trascinerà ancora per un po’ finché i partiti non faranno dimenticare alla gente il bipolarismo, la Lega, il berlusconismo e così via. Dopo di che lo scenario politico italiano (parlo dei prossimi dieci anni) vedrà la rinascita di un grosso partito centrista che — come la vecchia DC — farà e disferà i Governi, con il suggello e il sigillo delle elezioni, che torneranno a essere quelle che erano in passato: un banale proforma costituzionale senza alcuna sostanza e valenza politica.

Intanto ci saranno sicuramente delle “riforme”, ma non quelle che ci si aspetta e quelle realmente utili al paese. Probabilmente verranno introdotti i matrimoni gay, l’immigrazione verrà incentivata con la cittadinanza breve e avremo frotte di islamici e moschee in tutto il paese in nome del multiculturalismo, l’Italia perderà ancor più velocemente la propria sovranità economica e politica in favore della burocrazia europea. Verremo invasi dall’economia cinese (più di quanto lo siamo ora) e l’integrazione europea sarà la nostra morte identitaria, se mai abbiamo avuto una identità nazionale. E mi fermo qui.

Voi credete che questa sia fantascienza? Bene, è probabile. Ma a volte la fantascienza è più prevedibile della realtà. Abbiamo visto le modalità con le quali il Potere, quello con la P maiuscola, quando ha deciso che un Governo legittimamente eletto non dovesse più governare, ha decretato la fine del Governo Berlusconi, piazzandoci Monti al suo posto (roba che negli USA avrebbe comportato una marea di arresti per alto tradimento). Dunque, fantascienza o no, aspettiamoci il peggio del peggio per il futuro del nostro paese: un ritorno al passato più becero e antidemocratico di sempre. Quello che i sinistri antiberlusconiani magari non sognavano ma che con il loro livore decennale hanno contribuito a resuscitare. (rischiocalcolato)

martedì 10 aprile 2012

La fine di Fini. G.L.

Gli ultimi finiani asserragliati nel futurista commentano con vivace intelligenza le dimissioni di Bossi; "fuori due!". L'altro essendo Berlusconi. La cosa piu fastidiosa nella caduta dei protagonisti è il giubilo dei comprimari. Forse è vero che Bossi e Berlusconi sono usciti di scena. Il guaio di Fini però è di non esserci mai entrato. Il suo declino si consuma senza fragore e senza lasciare traccia. (l'Occidentale)

giovedì 5 aprile 2012

Il trionfo del re ferito. Annalena Benini

Dopo il buio nel corpo, Bossi è tornato padrone di sé (tranne i capelli) e del nord. Ritratto

“Diciamo pure che ho avuto culo”
   
(Umberto Bossi)
Lo si riconosceva dalla voce, molto prima di vederlo. Grugnito lombardo che copriva tutto, molti da salutare e qualcuno da mandare affanculo. “Arriva il capo”, “Ecco il Bossi”. A via Bellerio, in ufficio, nei comizi, per strada, a Pontida, sui barconi. Camicia a quadretti, giacca a quadretti, cravatta a caso, fazzoletto verde. Arrivava e travolgeva: chi aveva fatto cazzate o aveva alzato la cresta sapeva che a Bossi bastava un grugnito più feroce del solito.

Prima di accasciarsi. “Manuela, sto male, aiutami”. La voce non c’era più: tagliata via. Tracheotomia e tutto il resto, la morte accarezzata (anche desiderata, “ma ho continuato a combattare, perché sono un lottatore vero”) nel letto di ospedale, quando non si poteva raccontare nulla, quando Roberto Maroni, Roberto Castelli, Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli dovevano fingere ottimismo sulle condizioni di Bossi, ma non erano bravi a raccontare balle sul capo. Salva la vita e perduta la voce. Bossi non sarà più Bossi. Nel primo messaggio registrato per Radio Padania, nel 2004, non si capisce niente tranne: “Non sono morto”. Un anno dopo, non riusciva a parlare per più di cinque minuti. Grugnito affievolito e tremante. Adesso si è ripreso anche la voce. Di nuovo lo si sente arrivare: grugnito soffocato, ma grosso grugnito leghista. Al microfono rende peggio, bisogna amplificarlo, ma da vicino è quasi come prima, dicono i suoi, “fa paura come prima, anche se è diventato più buono”. Si commuove, adesso, parla sempre della moglie e dei figli, regala dolcezze al suo popolo: “Lo so che mi volete bene”.

La prima volta che rimandò Pontida perché era ancora quasi morto, disse: “Mi mancate tanto”. Adesso Bossi ha ricominciato a fare pernacchie, dita medie, adesso aspetta i definitivi risultati elettorali, vuole fare il botto: “Siamo dei geni”, ha bofonchiato nel microfono ieri sera, e quando sorride è di nuovo Bossi. E’ diventato saggio, però, lo innervosiscono le scappatelle erotiche, dice che bisogna essere seri, lo innervosisce quel che esce dalle intercettazioni: “Se intercettano me, mi sentono al telefono con mia moglie, o che rido con mio figlio”. Come in “Bocca di Rosa” di De Andrè: “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. A proposito del divorzio di Veronica Lario e Silvio Berlusconi, Umberto Bossi parlò di sé e della sua nuova vita morigerata: “Io non ho le veline. Se avessi le veline non potrei più tornare a casa.

“Ho tanti figli maschi e sono tutti dalla parte della madre. Per di più ho anche la sfortuna che c’è la Rosy che viene sempre a casa mia e dà sempre ragione a mia moglie”. La Rosy è Rosy Mauro, vicepresidente del Senato e braccio destro di Umberto Bossi, signora molto mora su cui in passato si favoleggiava, ma che ha resistito al fianco del capo anche dopo la malattia (durante la quale la moglie Manuela Marrone, donna padana e siciliana insieme, ha fatto alcune utili pulizie politiche e amicali nella vita del marito, pulizie che lui ha accettato con gratitudine e obbedienza). Rosy Mauro è rimasta, fa da sfondo a tutte le foto di Bossi comiziante, e durante il primo discorso pubblico, a Lugano nel 2005 (trecento arrivati in battello e gli altri in pullman e in auto, un migliaio di leghisti privilegiati ammessi in Svizzera a salutare il re malato), Rosy si lasciò travolgere dall’euforia e urlò: “Lo vedete, abbiamo la prova che Bossi è immortale, che è un Highlander! E dopo Bossi, c’è ancora Bossi!”.

“Prima ero una belva, ora sono cambiato” (Umberto Bossi, maggio 2007)

Bossi era un immortale quando non dormiva la notte per una settimana di fila, si faceva la barba in ufficio, la mattina, mentre riceveva “i ragazzi” e non smetteva di parlare. Canottiera di lana estate e inverno (la canottiera preserva dai malanni di stagione, per molte signore è il massimo del sexy, gli stilisti l’hanno rilanciata, i maschi soprattutto omosessuali la considerano un feticcio della virilità perduta). Scrivere tutto il giornale da solo in due giorni, girare il nord in macchina, autista o non autista: si parte da Milano alle sedici, c’è un comizio a Verona alle diciotto, un altro a Udine alle ventuno, si comincia in ritardo e si va per le lunghe. Soprattutto perché Bossi adora fermarsi coi militanti e va pazzo per la firma sulle bandiere col guerriero. Anche adesso, che è meno Highlander e si affatica, non c’è verso di impedirgli, dopo un comizio, di mettersi a firmare bandiere, di stare lì ancora mezz’ora col segretario di sezione, magari soltanto in giacca. “Uè copriti almeno, capo, fa un freddo bestia”. “Ma va’ a dà vià el cù”.
“La Lega è il suo Gerovital, la Lega l’ha fatto rinascere”, dice la Lega, che non è per niente una cosa sola ma ha un capo solo ed è Bossi (“Nessuno, dal primo dei ministri all’ultimo dei militanti, potrebbe mai mettere in discussione quel che dice Bossi”).

Dopo l’incubo e la lentissima ripresa, dopo il periodo in Svizzera a sudarsi la riabilitazione e ascoltare i dischi di Celentano, i medici avevano consigliato di fargli un ufficio sul lago, un luogo tranquillo, vicino al posto della fisioterapia. “Non fate i pirla, il mio ufficio ce l’ho già”. Quello di via Bellerio, con la branda e il bagnetto sul retro, dove ieri attendeva lo spoglio dei voti con Calderoli, Giancarlo Giorgetti e il figlio Renzo. Quello con lo spadone appeso al muro, dove a volte tornava intorno all’alba per un pisolino e dove adesso questo Highlander acciaccato deve riposare spesso, per riprendere le forze, per non restare senza fiato. “Mai molà. Tegn dur” (sottotitolo imprescindibile: “Contro Roma ladrona”), gliel’avevano scritto su uno striscione contornato da fiaccole a Ponte Di Legno, il primo Capodanno dopo il buio nel corpo. In quell’occasione Bossi prese un aperitivo pubblico all’Hotel Mirella, un’aranciata amara, ed era talmente contento di essere festeggiato dai leghisti della Valcamonica che convinse la moglie e il medico che non lo mollava mai a invitare qualche militante a casa a chiacchierare, per sentirsi ancora il Senatùr. Per tornare a essere il Senatùr però bisognava anche ricominciare a fumare: niente sigarette, allora Bossi ha preso ad annusare e a fumare il sigaro. “Ci vuole continuità anche nei vizi”, ha detto, “e comunque grazie al fumo non mi si sono irrigiditi i muscoli”.

Gli si sono irrigiditi soltanto i capelli, in effetti: da quando ha avuto l’ictus non è mai più riuscito a pettinarli. Stanno dritti sulla testa, poi prendono qualche curva strana, a volte è l’impronta del cuscino, a volte il poggiatesta della macchina, altre è l’incazzatura che li innalza. “Ma va à laorà, barbùn”, non è leggenda folcloristica, è vita quotidiana alla Lega nord, quando Bossi decide che qualcuno ha esagerato. Prima dell’ictus era più spietato. Raimondo Fassa, avvocato, fu il primo sindaco leghista a Varese, negli anni Novanta, ma non marciava sul Po e non gli piaceva la secessione. “Ma cosa vogliono?”, sbottava Bossi quando qualcuno rompeva le scatole, “non capiscono che loro sono solo dei soldati? Devono obbedire e basta”. Insomma, Fassa finì a fare l’europarlamentare, prima di lasciare per sempre la Lega. A fine mandato andò a parlare con Bossi e Bossi lo tenne lì un’ora con il sottofondo (ma a volume alto) di tutti i suoi discorsi registrati a Pontida. L’egocentrismo è rimasto, ma adesso se uno dei suoi gli dice: “Uè ma fallo fuori sto pirla”, Bossi grugnisce: “Ha due figli, come si fa, mettiamolo da qualche parte dove non può nuocere”. Il tenero Bossi si commuove per le malattie degli altri, adesso, per gli amici che non credeva di avere e che ha ritrovato nella malattia (“compagni delle elementari che volevano sapere come stavo, che sono venuti ai comizi ad abbracciarmi, significa che qualcosa di buono ce l’ho anch’io”) e per la propria famiglia. “Io ho avuto mia moglie”, ripete sempre quando deve ripercorrere i mesi in cui non riusciva a muovere nulla, “e i miei figli, grazie a loro puoi vivere tre o quattro vite”.

Quattro figli, tutti maschi: Riccardo, avuto dalla prima moglie Gigliola (proprietaria di discoteche: ha raccontato di quando Bossi le aveva fatto credere di essersi laureato in medicina, di quando le regalò un orrendo pellicciotto lungo e dritto di pelo di lupo, di quando dipingeva e faceva il militante di sinistra, appassionato e contorto) e gli altri tre: Renzo, Eridano Sirio e Roberto Libertà. Per Renzo, la sua “trota” (delfino è troppo chic, roba da femminucce), Bossi sfiora il ridicolo: il ragazzo è stato bocciato tre volte all’esame di maturità e il padre amorevole ha accusato di discriminazione i professori “teròni”. Classico genitore giustificante (anzi teròne), a cui adesso brillano gli occhi perché la sua piccola trota ha preso due “trenta” a Economia e commercio (a casa Bossi dev’essere un evento per cui stappare bottiglie di Coca Cola, visto che il Senatùr è astemio e non beve nemmeno quando va a cena ad Arcore). Ora che la trota è in politica (e sta prendendo un sacco di voti, pena l’ideale decapitazione dei leghisti bresciani), dopo quella mattina di premonizione in cui, ancora adolescente, Bossi gli fece urlare dalla finestra: “Padania libera”, il primogenito è geloso, si sente messo da parte (“Io ho fatto ragioneria e ho finito in cinque anni senza mai finire sotto i riflettori bocciato o rimandato”). Voleva andare all’Isola dei Famosi e Bossi ha detto: “Gli tiro un calcio nel sedere” e ha vietato ad Antonio Marano, allora direttore di rete, di farlo ingaggiare. Riccardo Bossi si è vendicato rinfacciando al padre di non essere andato al battesimo di sua figlia Lavinia (anche la scelta del nome è un chiaro atto di insubordinazione, però), ma da ogni parola ingenua e impacciata esce l’amore assoluto per il padre “supereroe” che lavorava in continuazione, non andava a vederlo giocare a calcio e di notte si metteva alla scrivania, fumando una Camel dietro l’altra, per disegnare i primi poster della Lega. “Io avrò avuto cinque anni e mi sono svegliato, mio padre me l’ha mostrato tutto contento: c’era l’Italia con al nord una gallina che scodellava uova d’oro in un canestro messo all’altezza di Roma. Bellissimo”.

“Ci davano per morti, ci volevano morti” (Umberto Bossi, maggio 1996)

Prima di arrivare alla casa di Gemonio c’è una curva strettissima (che Bossi faceva spesso all’alba, dopo aver passato la notte in qualche pizzeria dopo un comizio). “Abbiamo girato e l’ho vista. Mi sono messo a piangere abbracciato alla casa”, ha detto Bossi, raccontando di quando ha potuto lasciare la clinica svizzera. Casa è dove arrivava e voleva subito appendere, alle pareti del salotto già tappezzato di souvenir e targhe ricordo, il solito quadro che gli avevano regalato al comizio, dono dei leghisti al loro valoroso condottiero, e allora alle cinque del mattino si metteva a confabulare con l’autista per scegliere l’angolo migliore: chiodo, martello, matita, livella, prendeva le misure e segnava il punto con la matita, l’altro stava lì con l’indice. Svegliavano a martellate tutta la famiglia. Poi Bossi andava a dormire soddisfatto. Adesso niente più martellate all’alba, anche perché non c’è un centimetro di muro libero, ma telefonate a mezzanotte o all’una per cambiare una frase, ribadire che Giancarlo Galan “è più bravo a pescare” che a governare, confrontare i sondaggi, inventarsi: “Mettiamo le ali alla Lombardia”. Bossi finge di apprezzare questa sua nuova “tranquillità”, la necessità fisica di non arrabbiarsi troppo, di non lanciarsi sulle cose e sulle persone, di trasformarsi in politico riflessivo (“Prima ero un po’ matto”). Ma si vede che scalpita, vorrebbe ancora andare forte in moto, e a chi maliziosamente gli chiede cosa c’è che non può più concretamente fare risponde muovendo il pugno destro (il sinistro non funziona): “Tutto, posso fare tutto”, con il grugnito soffocato che esce fuori soffiando, ansimando. “Non ero stato mai malato in tutta la vita”, e si è ritrovato senza più il corpo per troppo tempo. Se l’è ripreso con la fatica del guerriero e si è ripreso tutti i voti, anche di più. (il Foglio)