venerdì 7 febbraio 2014

Frinire fiscale. Davide Giacalone


Le notizie sono due in una: 1. s’è, finalmente, affermata una qualche compensazione fra debiti e crediti con la pubblica amministrazione; 2. la positiva novità è dovuta a un emendamento al decreto “Destinazione Italia”, presentato dai parlamentari del Movimento 5 Stelle. Ciascuna merita un approfondimento e una riflessione.

Esaminiamo, per punti, la sostanza, mettendo fra parentesi quel che sarebbe giusto aggiungere: a. potranno essere congelate tutte le pretese della pubblica amministrazione, siano esse fiscali o di altra natura, se chi riceve la cartella esattoriale vanta un credito contrattuale pubblico, per un importo superiore o pari a quel che dovrebbe pagare (non si capisce perché non dovrebbe poter detrarre un eventuale credito inferiore, così come, nel caso ci sia da compensare, vanno cancellate le sanzioni e gli interessi); b. la validità di questo sistema sarà di un anno (dovrebbe essere perpetuo); c. i soggetti interessati sono tutte le società, ivi comprese le ditte individuali (sarebbe bene estendere a tutti i cittadini, tanto più che l’emendamento parla anche di “crediti per servizi professionali”, che non obbligano alla forma societaria); d. i crediti si riferiscono a tutta la pubblica amministrazione, quindi sono compresi gli enti locali e ogni altra amministrazione, anche autonoma; e. i crediti devono essere “certi”, vale a dire riconosciuti dall’amministrazione, anche mediante apposita certificazione (sarà bene aggiungere che l’amministrazione stessa è tenuta a certificare tutto quello che non intenda rigettare o contestare, magari pure con il silenzio assenso, altrimenti si apre una falla per pubblica inadempienza); f. la norma non è immediatamente operativa, perché il ministero dell’economia ha 90 giorni per emanare un apposito decreto attuativo (meglio chiarire, dunque, che l’anno decorre dal decreto, altrimenti va a finire che la novità vive solo per sei mesi).

Dentro le parentesi c’è il lavoro ancora da fare, ma fuori da quelle ci sono principi e previsioni più che giusti. L’amministrazione fiscale dovrà fare i conti con un gettito inferiore al previsto, ma è bene sottolineare che quello mancante era una rapina ai danni di un sistema produttivo cui s’intima di dare e s’impedisce di avere. Una negazione di diritti che getta una luce losca sui doveri. Il decreto attuativo non complichi le cose, magari paventando che potrebbero esserci abusi e imbrogli. L’amministrazione fiscale ha tanti di quei dati, su cittadini e imprese, che non è ammissibile non sappia subito riconoscere le pretese fondate da quelle fraudolente. E se non ci riesce deve prendersela con i propri dirigenti e dipendenti, non con chi ne subisce le inefficienze.

Tanto sono solari l’ovvietà e la fondatezza di questo emendamento, che i relatori lo hanno fatto proprio. Tale solarità, però, abbaglia per il fatto che si sia dovuta attendere l’iniziativa di un gruppo parlamentare nuovo, a fronte di un problema antico. A nulla sono servite le “sentinelle delle tasse” (come s’è definito il Nuovo centro destra), i cultori del rigore (come si descrivono quelli di Scelta civica), o i predicatori dell’equità (come amano pensarsi quelli del Partito democratico). Tutti seduti al governo, tutti fra i compitatori del decreto, nessuno in grado di cimentarsi con l’ovvio.

Ma le colpe (gravi) non sono solo politiche. Perché questa iniziativa ortottera ha subito avuto ascolto e risalto, anche da parte di un sistema dell’informazione che, invece, è stato omertoso sul caso della Banca d’Italia. Segno che quando non ci si trova in conflitto d’interessi si riesce anche a ragionare e non si sente il bisogno di latrare ai latranti.

L’odierno plauso ai pentastelluti cancella l’orrore per certi loro eloqui esaltati e deprimenti? Niente affatto. Però aiuta a capire che il dialogare civile consente di convenire e dissentire, senza per questo iscriversi alla categorie di adoranti e odianti. E aiuta a vedere che se le parole intollerabili è giusto condannarle, sarà anche bene prendere atto che l’ondata d’indignazione contro il frinire (a cura degli stessi che con quelli volevano fare il governo) è stata alta perché elevato era il bisogno di coprire i propri torti sostanziali con gli altrui torti verbali. Talché è da escludersi possa chiudersi con tonitruanti condanne la partita che ha scardinato la nostra banca centrale. Il tempo curerà di portare a galla i torti, le viltà, le complicità e le quintalate di moralismo senza etica.

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giovedì 30 gennaio 2014

Perché la sinistra è chic e la destra puah? Paolo Pillitteri

 


Ieri su “Il Giornale”, oltre ad un ottimo fondo sulla questione Giustizia del nostro direttore Diaconale, abbiamo letto con gusto, riflettendoci un po’ sopra, un articolo-saggio di un brillante Luigi Mascheroni che non si limita solo a prendere in giro la mainstream gauchista spalmata sui mass media, ma entra in medias res citando personaggi e luoghi (comuni) in cui le azioni e le reazioni degli addetti ai lavori di sinistra si comportano come un gruppo affiatato e scafato pur rimanendo, a ben vedere, nell’eterna, casereccia dimensione dei compagnucci della parrocchietta.

In effetti, e seguendo la riflessione di Mascheroni, uno dei pochi (e vedremo il perché) intellettuali non iscritti alla suddetta mainstream press, gli esempi offerti quotidianamente da quel sistema offensivo-difensivo spiegano tanti perché. Perché, infatti, un capace giornalista come Giovanni Toti - prestato alla politica di Forza Italia - se viene fotografato in tuta con a fianco il Cavaliere suo sponsor diventa automaticamente, per quei furboni della critica progressista, una macchietta, un cretinetti, mentre un altro non meno bravo giornalista come Gad Lerner (nel cui blog, detto inter nos, non mancano intriganti provocazioni) se fotografato in boxer a fianco di Carlo De Benedetti rimane, per antonomasia, l’intellettuale hipster.

È l’identico ragionamento provocatorio, au contraire, che ha suggerito alla bonomia di Paolo Liguori di aggiungere, sempre a proposito di Toti in tuta (bianca) che, se la indossa costui è un impresentabile, mentre Obama in tuta è un genio. E gli esempi continuano, si agganciano al super-medium televisivo nella cui offerta di giudizi incrociati - incrociati esattamente come le partecipazioni a talk, Twitter e blog - è facile rinvenire quella vena di appartenenza-supponenza che l’intellighenzia italiana nutre nei confronti degli altri, dei diversi, della destra. La quale si mostra a volte nella Rete 4, a volte altrove ma sempre e comunque sottoposta a una visione riduttiva, a una critica che è più un pregiudizio che un giudizio.

Mascheroni, implacabilmente, cita il caso della trasmissione di Formigli su “La7” che ha raggiunto, l’altra sera, il 5% ed è stata salutata come un successo; mentre il programma di uno che non è più una new entry ma una riuscita conferma come Paolo Del Debbio, pur avendo raggiunto il 6,5%, è considerato un imbarazzante turista per caso su una rete del Caimano. E così via, passando per le invasioni barbariche, gli otto e mezzo e il resto. Dopodiché e fermo restando gli opportuni appunti di Mascheroni che si aggiungono ai nostri da anni (si parva licet), dobbiamo comunque ragionare sul perché la sinistra, in Italia e soltanto in Italia, è sempre chic e la destra è sempre o quasi puah, impresentabile, imbarazzante.

Senza annoiarvi, dobbiamo per forza citare il lavoro di largo raggio e di lunga lena che dal dopoguerra i nipotini di Gramsci, Togliatti e Berlinguer hanno compiuto conquistando le “cittadelle borghesi” di cultura, arte, scuola, università, ricerca, editoria, giornalismo e, infine, tivù; il medium dove quel lavorio ha acquisito e contraddistinto in Rai, reti, telegiornali, programmi, talk e, in quelle private, l’intera La7 la cui informazione è marchiata indelebilmente da un caposcuola come Enrico Mentana, che non è certamente di destra. E perché? Perché da sempre, dal dopoguerra, da De Gasperi in poi, il centro, per non dire il centrodestra e figuriamoci la destra, non si sono mai occupati degli intellettuali, dell’arte, della cultura, spregiativamente definiti “culturame”.

La destra politica -e lo dice uno che è orgoglioso di essere un socialdemocratico senza tessera - non conosceva fino a una ventina di anni fa neppure Karl Popper, mentre uno dei pochissimi, autentici pensatori di quell’area, il grande filosofo cattolico Del Noce, è sempre rimasto una sorta di mosca bianca. E arriviamo a Berlusconi. La storica indifferenza del Cavaliere per la cultura fa da pendant, nel suo pensiero, con l’idiosincrasia per la parola partito, benché, col tempo, anche le sue televisioni hanno fatto passi in avanti in quell’ambito. Ma siamo ai passetti, Toti in tuta compreso. Perciò, direbbero i due indiscutibili opinion maker radiofonici, Cruciani e Parenzo: di che stiamo parlando?

(l'Opinione)

 

martedì 28 gennaio 2014

Le toghe intimidatorie. Arturo Diaconale

 

È difficile stabilire se le inchieste ed i processi a carico di Silvio Berlusconi rappresentino dei precedenti che spianano la strada a nuove forme di giurisdizione o se siano solo, grazie al grande rilievo mediatico che sempre assumono, lo specchio su cui si riflette una serie di nuove tendenze già presenti nella realtà giudiziaria del Paese.
 Il pm Antonio Sangermano e gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini

È probabile che solo in futuro, quando le vicende degli ultimi vent'anni e del presente saranno diventate storia, si potrà stabilire se su questo terreno sia nato prima l'uovo o la gallina. Per il momento bisogna accontentarsi di indicare ciò che emerge dall'ultima vicenda giudiziaria del Cavaliere. Che non è solo un atto dovuto, come ha sottolineato il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito dell'apertura dell'inchiesta per corruzione di testi e falsa testimonianza a carico di Berlusconi, dei suoi avvocati e di tutti i testimoni a favore della difesa nei processi Ruby 1 e Ruby 2. Ma è qualcosa di molto più importante e significativo. Che non riguarda solo le vicende personali dello stesso Berlusconi, degli avvocati Longo e Ghedini, di oltre quaranta ragazze e tutti gli altri indagati. Ma che solleva una questione che riguarda indifferentemente tutti i cittadini: quella della tendenza crescente alla limitazione del diritto alla difesa attraverso il ricorso sistematico alle incriminazioni per falsa testimonianza. Il processo Ruby 3 diventerà sicuramente il terreno su cui i difensori di Berlusconi e di tutti i suoi testimoni a favore incriminati solleveranno la questione del limite al diritto di difesa posto dall'uso massiccio da parte dei magistrati giudicanti ed inquirenti dell'incriminazione degli stessi testimoni. Non ci vuole una particolare scienza nel cogliere il potere intimidatorio dell'«atto dovuto» a cui ha fatto riferimento, peraltro in maniera formalmente corretta, Bruti Liberati. Quanti testimoni avranno la forza di confermare le loro deposizioni di fronte alla concreta prospettiva di subire pesanti condanne? E, al tempo stesso, quante ritrattazioni e correzioni potranno sfuggire al sospetto di essere state provocate non dall'amore per la verità, ma dalla paura di sanzioni ingiustificate? Il clamore mediatico che inevitabilmente si determinerà attorno alla vicenda trasformerà la natura del Ruby 3. Non si discuterà più solo di una vicenda pruriginosa che riguarda la vita privata di un cittadino o di giustizia a orologeria ai danni di un leader determinante per le sorti politiche del Paese. Si aprirà una questione d'interesse generale, come la sorte del diritto di difesa di tutti i cittadini. E questa inevitabile attenzione dell'opinione pubblica sul caso personale del Cavaliere farà scoprire che la tendenza a colpire il diritto di difesa non è una novità prodotta dal caso Berlusconi, ma un fenomeno ormai ampiamente diffuso dipendente dal progressivo processo di sacralizzazione della magistratura avvenuto negli ultimi due decenni. Le toghe sono state trasformate da amministratori di giustizia a depositari di verità. Con il risultato che, come ai tempi dell'Inquisizione, la verità non può essere messa in discussione, ma deve trionfare sempre e comunque. Anche a dispetto del diritto di difesa che, a causa della concezione sacrale della magistratura, diventa reato di eresia da perseguire ad ogni costo. Anche con la tendenza crescente al ricorso all'incriminazione per falsa testimonianza come strumento di intimidazione per la conversione alla verità espressa dal magistrato di turno!

(il Giornale)

 

venerdì 24 gennaio 2014

ArchivioAndrea's Version

24 gennaio 2014

Andiamo, dài, quello nei confronti dell’Amor nostro, delle sue ospiti, dei difensori e dei testimoni a favore, era nient’altro che un atto dovuto. E infatti il procuratore di Milano l’ha comunicato alla stampa senza enfasi, anzi, in modo molto professionale, serioso, ha snocciolato date, numero dei processi vecchi, numero del procedimento nuovo, nomi dei sostituti che prenderanno in carico la pubblica accusa, stop. Bruti Liberati, a dirla tutta, ha mostrato se mai un tono vagamente scocciato, come se l’atto dovuto fosse effettivamente dovuto, un dovere, ma di quei doveri che, potendo, la procura si sarebbe volentieri evitata. Una noia, quasi, un déja vu, una minestra riscaldata. Tanto è vero che il timbro della sua voce ha preso un’anda appena più vivace, più convinta, quando l’alto magistrato ha comunicato la rinuncia della dottoressa Boccassini, chiamata, e questo l’ha scandito, “a impegni più pressanti”. Va là, è già su Renzi?

venerdì 17 gennaio 2014

Grazia e ingiustizia. Davide Giacalone



E’ giusto che il presidente della Repubblica conceda la grazia a un detenuto, perché bisognoso di cure? Tema doloroso e difficile, dilemma innanzi al quale si spera sempre di non trovarsi. Ragione in più per essere netti: no, non è giusto.

Un detenuto, in gravi condizioni di salute, s’è rivolto a Giorgio Napolitano, chiedendo di poter accedere all’eutanasia, di potere morire. Richiesta ovviamente non esaudibile. Né che sia praticata in carcere, né che possa suicidarsi (con assistenza) una volta libero. Il tema di questo articolo non è l’eutanasia, ma è escluso che un provvedimento del Quirinale possa disporre quel che è illecito. Quel detenuto (non ne farò il nome, noto a chiunque voglia saperlo, perché qui interessa la giustizia, non quel caso particolare), però aveva già incontrato Napolitano, quando s’era recato in visita al carcere napoletano. Già gli aveva chiesto aiuto. Inoltre era stata inoltrata domanda di grazia, sempre basata sulla salute. Ragion per cui, una volta divenuta nota la supplica di suicidio, il Quirinale ha ufficialmente dichiarato che: a. ha sollecitato il ministero della giustizia, affinché l’istruttoria sia celere (segno che intende concederla); b. che la direzione del carcere è stata sensibilizzata affinché, nel frattempo, sia assicurata la massima assistenza sanitaria. Trovo che sia un cumulo di errori.

Il reato per cui il detenuto si trova in carcere è omicidio. Fosse anche di altra natura, una volta terminato il processo, la certezza del diritto impone la certezza della pena. Se la salute di un detenuto diventa incompatibile con la pena questa deve essere sospesa. E, naturalmente, finché la detenzione continua l’assistenza sanitaria deve essere assicurata. Si tratta di cittadini la cui vita è nelle mani dello Stato. Per essere punita, certo, ma non per essere tolta, minacciata, messa a rischio o anche solo umiliata. E questo deve valere per tutti, sempre. Quindi quel detenuto, ove siano reali le condizioni che descrive, dovrebbe trovarsi fuori, o in un centro medico, senza che la presidenza della Repubblica debba minimamente intervenire. Se, invece, le cose non funzionano come dovrebbero, e pare proprio che non funzionino, allora non si tratta di sensibilizzare le autorità competenti su un singolo caso, ma di licenziarle e sostituirle con chi assolva meno approssimativamente ai propri doveri.

Se solo dopo l’intervento il comunicato quirinalizio, come è accaduto, viene disposto il trasferimento in ospedale ciò non è da prendersi come un caso di bontà coronata da successo, ma d’incoscienza e insensibilità solo per fortuna non accompagnata dal decesso. E se il giudice ha ritenuto, come è accaduto, di non disporre la scarcerazione è segno che o sbaglia, e deve esserne responsabile, o ritiene che il ricovero sia sufficiente, il che toglie ulteriormente opportunità all’avere accelerato il procedimento di grazia.

Intervenire assicurando la grazia, dopo una lettera in cui si chiede il suicidio è un tragico errore, tenuto anche conto che l’autolesionismo è già fin troppo presente nella vita carceraria. Premiare l’annuncio di un gesto estremo è l’esatto contrario di quel che serve per tutelare la salute e la dignità dei detenuti. Di tutti i detenuti.

La situazione delle carceri italiane è d’intollerabile illegalità. Se anche non avessimo occhi per accorgercene da soli (ma quante volte lo abbiamo scritto e denunciato!?), c’è l’infamante collezione delle sentenze di condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per ricordarsene. Sta di fatto, però, che in sede politica restano circondate dal silenzio le tenaci battaglie dei radicali italiani, e in sede istituzionale è caduto nel vuoto il messaggio alla Camere inviato dal Colle. La ragione di tale fuga politica, di tanta viltà, è una: i partiti si rendono conto che non è presentabile il susseguirsi delle clemenze verso i criminali, nel mentre non si riesce ad assicurare giustizia ai cittadini, né hanno forza e coraggio per operare la riforma della giustizia, come tutti sanno si dovrebbe fare, ma come una congrega di codardi non riesce a fare perché bloccata da veti corporativi e propri timori personali. E guardate che il problema non è affatto solo il sovraffollamento, rispetto al quale basterebbe osservare che un numero impressionante di detenuti non sta scontando una pena, perché non ha sul capo una condanna. L’abuso di carcerazione preventiva è devastante per la civiltà, per il diritto e per il carcere.

Pensare di porre rimedio alla vergogna delle galere senza porre rimedio alla vergogna della malagiustizia è illusorio. Pensare di salvarsi la coscienza intervenendo per i casi che i mass media si preoccupano di descrivere come pietosi è non solo ipocrita, ma anche pericoloso. Quel detenuto ha diritto al rispetto della legge, e tutti i detenuti hanno diritto a essere considerati con pari attenzione. Se non si ha il coraggio di provvedere si abbia almeno il pudore di tacere.

Pubblicato da Libero


martedì 14 gennaio 2014

ArchivioBordin Line

14 gennaio 2014

La manifestazione è venuta bene. Migliaia di persone, standing ovation nei passaggi salienti dell’intervento di Barbara Spinelli, e soprattutto la presenza dei magistrati in solidarietà dei quali la manifestazione si teneva ovvero i pubblici ministeri del processo sulla trattativa. Prendo queste notizie dal Fatto di ieri. Del resto la vicenda la conoscete, si tratta delle minacce rivolte da Riina al dottor Di Matteo e al rischio che esse possano essere messe in atto, estese agli altri magistrati che nel processo rappresentano l’accusa. Qualcosa però nel resoconto del Fatto non c’è. Sabato è uscita su Repubblica, ma non sul Fatto, la notizia di un allarme in procura a Palermo. Una fonte confidenziale ha avvertito che Matteo Messina Denaro, latitante e non al 41 bis come Riina, sta preparando un attentato contro il procuratore aggiunto Teresa Principato che il mese scorso ha fatto arrestare alcuni famigliari e complici del boss di Castelvetrano. Il blitz ha dato i suoi frutti e il rischio per la dottoressa Principato ora è serio. Ma nella “fattoria dei magistrati” del Fatto quotidiano alcuni magistrati sono più uguali degli altri, e nella manifestazione “contro le minacce ai magistrati” non risulta, almeno dal resoconto, che della vicenda si sia fatto cenno.
di Massimo Bordin@MassimoBordin

lunedì 13 gennaio 2014

Il primo premio al politicamente corretto. Gianni Petrosillo



Il politicamente corretto è lo stadio terminale della degenerazione morale occidentale. Possiamo individuare come punto critico di questa parabola discendente della nostra civiltà il 2009, quando il Norske Nobelkomité conferisce, per inesistenti “contributi eccezionali alla società”, il Nobel per la pace al primo Presidente creolo della storia americana.

Il premio non venne assegnato alle intenzioni, come qualcuno ebbe a dire, perché Obama, divenuto Capo della Casa Bianca da pochi mesi, era assurto al “soglio” di Washington ricorrendo ad una narrazione pacifista e globalista che faceva ben auspicare. Tutti sanno che le parole di un Capo di Stato sono destinate, prima o poi, ad infrangersi sulla corteccia dura dei fatti e degli interessi strategici della nazione guidata, in ultima istanza prevalenti su qualsiasi racconto utopistico.

Il riconoscimento gli fu direttamente attribuito per caratteristiche somatiche rientranti nel cliché ideologico dominante il quale ha, da tempo, reso la “diversità omologata” il passe-partout per il comando (apparente). L’America già facendo eleggere Obama, cioè portando un simbolo delle sue invenzioni antirazziste, sul gradino più alto dell’establishment, aveva dato “l’esempio” a tutta la Comunità internazionale, e ciò al fine di rendere più credibili tutte le sue “storie” opportunistiche, raccontate e ancora da raccontare.

Qualche anno prima, nel 2007, la stessa onorificenza era toccata ad Al Gore, per “gli sforzi volti a costruire e diffondere una maggiore conoscenza sui cambiamenti climatici causati dall’uomo”. Ma qui eravamo ancora su un altro livello di mistificazione, perché era stato l’argomento “utilizzato” e non le qualità fisiche del personaggio a validare la pantomima. Pazienza, se quelle dell’ex vice di Bill Clinton erano tutte bufale propagandistiche smentite dai fatti e da studi scientifici concomitanti e successivi.

Il circolo ristretto della globalizzazione, che ha sede negli Usa ed influenza sul resto del mondo, aveva eletto a tematiche dirimenti quelle ecologiche (ora un po’ in discesa), trattate secondo un taglio allarmistico e colpevolizzante la specie umana, per cui chiunque ne avesse preso le parti dal verso giusto e nella giusta inconsapevolezza avrebbe ricevuto ori e allori. Touché, direbbero i francesi. Il catastrofismo climatico di questa fase storica, che nei suoi aspetti apocalittici è un prodotto specifico della disinformatia americana, è stato generato dai timori statunitensi di ritrovarsi troppi concorrenti sul mercato internazionale, con aspirazioni autonomistiche, regionali o di area, i quali attraverso il controllo delle fonti energetiche e gli approvvigionamenti potevano arrivare a contendere il loro primato mondiale. La rinascita russa, basata sulle prospezioni aggressive e le esportazioni di gas, quali mezzi di pressione geopolitica, ne è una testimonianza evidente. Gli Usa, in un certo senso, non si erano sbagliati ed hanno usato forme di terrorismo psicologico per sbarrare la strada ai possibili competitors.

Così sono nate le favole sul global warming e quelle sulle fonti pulite, al momento appena ausiliarie e non sostitutive di quelle classiche. L’ideale politically correct che canta nel cervello di molti idioti suboccidentali, un tempo semplicemente europei e fieri di esserlo, i quali hanno ceduto alle sirene d’oltreatlantico (abili a cantare per attirarci sugli scogli dove viene fatta a pezzi la nostra millenaria cultura) ha raggiunto vette di miserabilità inimmaginabili. Ieri mezza Italia progressista era in festa per il Ministro Kyenge che il Foreign Policy ha citato tra i 100 pensatori più influenti del pianeta.

Che avrà mai fatto la Kyenge per meritarsi tutto ciò?“Combatte la persistente xenofobia in Europa” ed ha avuto “il coraggio di proporre leggi per concedere facilmente la nazionalità italiana agli immigrati”. La motivazione reale ovviamente non è questa, anche perché le iniziative della Keynge si riducono a dichiarazioni ad effetto per conquistarsi le prime pagine dei giornali ed alzare inutili polveroni che danneggiano immigrati ed italiani. In verità, la signora riunisce in sé alcune proprietà fondamentali del politicamente corretto. È nera, è donna e ricopre un ruolo di alto profilo in un governo di sudditanza oltreoceanica dal quale, un giorno sì e l’altro pure, denuncia complotti nazisti, sessisti, reazionari.

Con la Kyenge, insomma, ci si avvicina all’agognato esemplare politicamente corretto perfetto, quello che rappresenta il meglio dell’umanità a prescindere da quel che fa e da come lo fa. Fosse stata omosessuale e vegetariana ci sarebbe stato l’en plein, con concessione dell’infallibilità papale.

Tasse in casa. Davide Giacalone

 
Ci sono due cose che ci rendono molto forti, anche nel confronto fra i più forti nel mondo: a. l’essere rimasti una potenza industriale, capace di esportare; b. avere famiglie con un patrimonio solido e poco indebitate. Mentre la prima cosa trova fuori d’Italia concorrenti determinati a indebolirci, per danneggiare la seconda provvediamo da soli. Possedere casa, o case, è diventata una colpa. Se guardate la televisione inglese vedete scorrere tanta pubblicità ai mutui per comprare casa. Se guardate quella italiana sembra che lo sport nazionale consista nel tassarvi per averlo fatto. Tralasciando l’indecente caos cui assistiamo da mesi, con i conti fatti a cappero e le tasse che aumentano per diminuirle (un caso umano), la domanda è: ha senso tassare le case? La risposta è sì, ma a condizione che questo crei e non distrugga ricchezza. Altrimenti è mera sudditanza al dilapidante dispotismo fiscale.

Si può tassare la casa per quel che quella comporta di costi collettivi. E’ vero che casa tua l’hai pagata tu, ma è anche vero che non potrebbe funzionare se non ci fossero servizi di urbanizzazione, fognari, viari, come anche di ritiro della nettezza urbana. Quindi chi ha una casa è giusto che paghi ed è ragionevole che lo faccia sulla base dei metri quadrati, della collocazione e delle caratteristiche (condominio, villa, etc.). Anche per la casa di residenza. Solo che se mi tassi per questa ragione non puoi poi chiedermi di pagare per le stesse cose: servizi comunali indivisibili, spazzatura, etc.. Altrimenti si applicano prima una patrimoniale e poi delle finte tasse che sono, in realtà, altre patrimoniali sul medesimo patrimonio. E questo comporta la sostanziale illegalità di quel che è solo apparentemente, o solo formalmente legale, vale a dire il satanismo fiscale.

Una casa, la seconda o l’ennesima, può essere tassata anche come valore patrimoniale in sé. Non la prima, perché il risiedere a casa propria è anche un valore collettivo, posto che i senza casa sono un problema collettivo. Qui, però, le cose si fanno più delicate. Prima di tutto perché i soldi con cui si compra casa, che siano stati guadagnati o ereditati, in ogni caso sono già stati tassati. Il patrimonio non lo creo comprando casa, perché investo soldi che sono già parte del mio patrimonio, già fiscalizzato. Se, invece, compro casa accendendo un debito allora la casa entra solo formalmente nel mio patrimonio, giacché sostanzialmente è mia solo a patto che si estingua il mutuo. Sicché è decisamente meno logico che me la si tassi come patrimonio.

Ci sta, però, anche questo tipo di tassazione, ma non, appunto, riferito al patrimonio in sé, bensì all’incremento del suo valore, a fronte del quale (benché teorico) lo Stato ne preleva una parte. In tal caso, però, sono obbligatorie due conseguenze: a. quando la venderò non dovrò pagare tasse aggiuntive, perché sulla valorizzazione ho già pagato e, per il resto, ritrasformo in liquido quel che trasformai in immobile; b. quando l’immobile il valore lo perde, anziché guadagnarlo, se proprio non mi si vogliono dare i soldi indietro, di sicuro non devo versarne altri. La patrimoniale fissa, su un valore presunto, dovuta in qualsiasi condizione di mercato, è un furto.

Chi stabilisce il valore di una casa? L’unico soggetto affidabile è il mercato, tutti gli altri appartengono al novero del socialismo demenziale. Gli estimi catastali non possono essere frutto di pianificazione burocratica, ma legati all’andamento del mercato. Se così stessero le cose, sempre facendo tara del casotto cui abbiamo assistito, si potrebbe e dovrebbe pagare per i servizi connaturati all’abitare e per gli incrementi di valore. Non si dovrebbe, invece, moltiplicare i tributi o tartassare il patrimonio. La legge aurea la si deve non a un grande fiscalista, o economista (il cielo ci guardi), ma a un filosofo: “è la somma che fa il totale” (Totò, op. cit.). Se la somma, come oggi capita, porta a intaccare il patrimonio, vendendolo o accendendo debiti, per reggere l’onere fiscale, il suo esito sarà la distruzione di ricchezza. Vale a dire la demolizione del nostro secondo punto di forza. Non so se questo ragionamento sia di destra o di sinistra, so che la redistribuzione della miseria e l’incenerimento della ricchezza è da stolti.

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giovedì 9 gennaio 2014

ArchivioBordin Line

9 gennaio 2014

Raggiungere a nuoto la Sardegna sarebbe ben più difficile che attraversare a bracciate lo Stretto di Messina, ma non è per questo che Grillo ha negato l’utilizzazione del simbolo a cinque stelle nelle prossime elezioni sarde. Il fatto che i meet-up locali litighino fra loro avrà avuto il suo peso, ma neanche questo credo sia stato decisivo. Ha paura di perdere, così dicono i giornali citando i risultati non brillanti delle ultime performance del Movimento cinque stelle nelle elezioni locali. Sarà senz’altro così. Però credo, pur detestando i pentastellati, che più che di perdere Grillo abbia paura di vincere. Vi ricordate Pizzarotti? A Parma vinse e promise rivoluzioni. Non se ne sono viste. Certo governa, probabilmente più bene che male, ma di sicuro non ha prodotto nulla di spendibile per grandi battaglie nazionali. Così come i numerosi consiglieri regionali siciliani, probabilmente migliori della media dei loro colleghi d’assemblea. In compenso il rischio delle famose “realtà locali” è quello di produrre un partito come il Psi che faceva disperare Pietro Nenni, con assessori fin troppo radicati nel “territorio” che però alle elezioni nazionali, meno motivati, portavano la metà dei voti. Un partito di minoranza che propone grandi riforme nazionali, giuste o sbagliate che siano, roba del genere non se la può permettere. Lo capì Pannella negli anni Ottanta quando affrontò una scissione pur di evitare l’automatismo della presentazione sempre e ovunque. Credo che Grillo sia alle prese con lo stesso problema. A modo suo, certo.
di Massimo Bordin@MassimoBordin
 

domenica 5 gennaio 2014

O dell'inutilità dei giornali (fatti così). Christian Rocca

5 gennaio 2014                   

Prendete le neve. La neve a New York. Oggi i quotidiani italiani, col solito piglio catastrofico, sfondavano le prime pagine con gran foto di neve a New York sotto gli allarmi emergenza, caos, voli cancellati. Una notizia di due giorni prima. Già ieri era tutto a posto, un sole che spaccava il freddo, e figuriamoci oggi. C'è tutta la crisi dei giornali in questa cosa della neve, che ovviamente non riguarda solo la neve ma anche tutto il resto del notiziario. Ora, che si possa pensare di vendere i giornali con le notizie peraltro banali di due giorni prima, e quando va bene del giorno precedente, è una follia senza paragoni. I giornali devono dire le cose che stanno per succedere, devono essere uno strumento per capire, devono anticipare o far riflettere. A che cosa serve un giornale di carta che dà (tardi) le notizie che si conoscono già. Non siamo più nell'Ottocento. L'era dei dispacci è finita da più di un secolo. L'Economist di questa settimana apre con le elezioni europee di maggio prossimo, non con una cosa successa due giorni fa. Da noi invece si continuano a fare giornali di carta come se vivessimo ancora in un'altra epoca. Finché c'è la neve in prima pagina non c'è speranza.
 
(Camilloblog)

 

sabato 4 gennaio 2014

Silenzio tombale. Davide Giacalone


Il silenzio continua, sulla sorte della Banca d’Italia. Un silenzio tombale. Escluso il disinteresse, può essere che a produrlo sia un cattivo interesse. Data la rilevanza del tema, vale la pena specificare non solo cosa non si deve fare, ma anche come si dovrebbe agire. Con una premessa: a questo punto, dopo la pessima partenza e dopo la bocciatura della Banca centrale europea, non credo che il ministro dell’economia possa restare al suo posto. Non è una questione personale, tanto che non c’è bisogno di riprodurne il nome, ma di credibilità e interesse nazionale.

La rivalutazione di Bd’I deve essere fatta, ma sarebbe stato saggio non cancellare e semmai applicare la legge del 2005, che stabiliva la riacquisizione statale delle quote. Questo è il punto fondamentale: non esistono gli azionisti della banca centrale, perché nel 1936 erano intestazioni fiduciarie. Tanti tecnici rubati alle officine si sono mai chiesti perché, da Luigi Einaudi in poi, il governatore si rivolge all’assemblea indirizzandosi ai “signori partecipanti” e non ai “signori azionisti”? Perché non sono i proprietari, ma gli intestatari. Pubblici. Dopo le privatizzazioni bancarie si sarebbe subito dovuto ritrasferire le intestazioni. Ora, invece, suprema follia, si vuole trasferire il patrimonio. Il più ciclopico trasloco di ricchezza dalla mano pubblica (di tutti) alle (poche) mani private. Dunque: la rivalutazione va fatta, ma in capo ai legittimi proprietari, gli italiani. E al più alto valore possibile.

Questo significa che non si possono dare soldi alle banche, aiutandole prima che parta la vigilanza europea? Certo che si può, ma in modo pulito e lineare: si rivaluta, si monetizza (ad esempio con obbligazioni specifiche), poi si trasferisce denaro per aumento di capitale. Lo hanno fatto i tedeschi, i francesi, i belgi, gli inglesi, ma sempre mettendo in chiaro che i cittadini dovranno riavere quei soldi, quando sarà possibile restituirli. Altrimenti è una pratica predatoria.

Ma non ce lo chiede l’Europa? Da vecchio europeista sono stufo di questa sciocca eurosudditanza.
Noi italiani abbiamo interesse al sistema bancario europeo e alla vigilanza europea, solo che dovremmo batterci per sostenere che: a. tutte le banche devono sottostarvi, comprese quelle che i tedeschi intendono sottrarre (le loro Landesbank); b. le banche di altri (tedeschi e francesi in testa) sono intossicate, con bilanci mal messi, non limpidi e con una vigilanza non severa, mentre le nostre sono “solo” sottocapitalizzate. Non è mica la stessa cosa! Il disastro del governo consiste nell’avere voluto fare il furbo, dimostrandosi fesso, e avere cercato di aggirare l’ostacolo della capitalizzazione con un trucco. Non solo è stato scoperto, ma così continuando perdiamo l’autorevolezza e la credibilità per indicare i mali altrui. Oltre al danno ne deriva la beffa di dovere tacere.

Noi italiani paghiamo da anni, con consistenti e continui avanzi primari. Abbiamo pagato moltissimo, negli ultimi tre anni, per non perdere l’aggancio europeo. Ora che siamo dalla parte dei forti e della ragione affondiamo tutto solo per fare un piacere a due banche (e buttare patrimonio anche nel buco rosso del Monte dei Paschi di Siena). Questa non è neanche sudditanza ai diktat altrui, questa è colpevole incapacità, o colpevolissima complicità.

Varando l’orrido decreto (nel silenzio generale e nel pronto firmare del Quirinale), il ministro dell’economia aveva un solo compito: trovare le coperture politiche e istituzionali, in Europa. La cosa è stata gestita così male da essere divenuta strumento per indebolire l’italiano che presiede la Bce. Da qui il parere schiaffeggiante. Essendo obbligatorio, ma non vincolante, ci manca solo che lo si ignori, mettendoci in una condizione insostenibile.

Sul tema tace il Partito democratico e tace Forza Italia, accompagnati dal tacere di Scelta civica. Gente professionalmente logorroica è stata presa da mutismo. Cerchino di capire che, in questo modo, stanno mostrando e dimostrando la loro reale consistenza. Tendente al nulla.

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lunedì 30 dicembre 2013

Matteo Rodomonte. Gianni Pardo

 
Enrico Letta è un politico difficile da difendere. Ha delle qualità: è distinto e di bell’aspetto; parla almeno due lingue straniere; è certamente un politico di lungo corso. Ma i difetti non mancano. In mesi di governo non ha fatto niente di notevole: è riuscito a galleggiare, aumentare le tasse e rinviare la soluzione dei problemi. Per giunta affetta costantemente un ottimismo urticante che giorni fa definivamo disneyano. Insomma trasuda doppiezza e perbenismo democristiani. E tuttavia, c’è qualcuno più insopportabile dell’ignavo tronfio. Un personaggio di cui l’umanità ride da tempo immemorabile, senza riuscire a liberarsene. Cominciò Plauto, col Miles Gloriosus. Ne presentò un caso Tucidide, raccontandoci la storia di Cleone. In seguito abbiamo avuto Rodomonte, il modello per antonomasia, e tanti altri casi: per esempio il Mario Monti che nell’autunno del 2011 sputava veleno su Berlusconi dicendo: “Se fossi al suo posto, vedreste”. Infatti abbiamo visto.

Oggi il personaggio di turno è Matteo Renzi. Il giovanotto è simpatico e sembra spontaneo, ma ciò non basta per assolverlo. Come non si poté assolvere Mario Monti in nome della sua aria di compito professore. E tuttavia bisogna sgombrare il terreno da un errore: Rodomonte non realizza le prodezze di cui si dichiara capace ma ciò non esclude che altri possa farlo. L’uomo eccezionale è raro ma esiste. Dunque non si può liquidare il nuovo segretario del Pd con un’alzata di spalle. Bisognerà vederlo all’opera.

Per il momento, la prima cosa che bisogna concedergli è di essere un grande comunicatore. Ha accumulato una lunga serie di successi d’immagine perché si esprime con un linguaggio piano, da amico in pizzeria, senza avvolgersi nelle circonlocuzioni fumose dei professionisti della politica. Inoltre, pur essendo espressione di un partito che per molti decenni fu il più militarizzato, è riuscito a farsi percepire come antisistema. Essendo giovane, invece di farsi prendere sottogamba, è riuscito a ribaltare il pregiudizio fino a far sentire se stesso come “nuovo” e gli altri come “vecchi” da rottamare. Ha sparso a piene mani la retorica dell’ottimismo e del coraggio, fino a farsi eleggere segretario del Pd, ed oggi, a meno di un mese da questo successo, si presenta come il più risoluto innovatore. Ma proprio qui, cominciando ad esagerare, rischia di rompersi il naso.

Le sue parole sono divenute arroganti e proterve. Rifiuta altezzosamente di essere appaiato ad altri “giovani” come Letta o Alfano: loro frutto degli apparati, lui munito di un’investitura popolare diretta. Come De Gaulle. Dichiara che sosterrà Letta soltanto se “farà le cose” che dice lui, il che corrisponde a minacciarlo di morte se non le farà. Secondo le stesse parole del suo accolito Davide Faraone: “Non basta un ritocco, un ‘rimpasto’, o si cambia radicalmente o ‘si muore’ ”. E il portavoce allinea gli errori che il Primo Ministro ha collezionato, soltanto dall’8 dicembre ad oggi, per dimostrare che è un inetto, uno che non ne azzecca una, uno che “fa marchette”, come una puttana.

Retorica da basso comizio elettorale, dirà qualcuno: ma retorica compromettente. Renzi infatti avalla le parole di Faraone anche a proposito di “grandi riforme per il paese, con tempi certi di realizzazione” e rilascia mazzi di cambiali con scadenza marzo o aprile. Questo Rodomonte promette di fare, in pochi mesi, quello che nessun Presidente del Consiglio è riuscito a fare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: riforma costituzionale, riforma della legge elettorale “condivisa”, riforma del lavoro ed altro ancora. Dimentica quanti, prima di lui, si sono accostati con altrettanta fiducia al nodo di Gordio e ne sono usciti scornati. O non sa quante resistenze incontra chi prova a cambiare qualcosa, o il successo della sua infantile retorica lo ha completamente ubriacato. Fino a poco fa ha avuto l’abilità di tenersi sulle generali, ma ora si compromette sul piano della concretezza e non basteranno a salvarlo i jeans e l’assenza di cravatta. Il popolo italiano è disperato, ha già votato per Grillo e a momenti voterebbe per il Diavolo, ma una volta che il suo uomo sarà al potere vorrà vedere i risultati. E come potrà il sindaco realizzare la metà di ciò che ha promesso, nel momento in cui irrita i pochi alleati di un governo in bilico e si mette contro il suo stesso partito? Probabilmente l’astro in ascesa era troppo sfavillante per essere esaminato attentamente, ma quando si pesano i risultati la bilancia non si lascia abbagliare. Promettere troppo è comunque un errore. Chi compie il miracolo di realizzare la metà di quanto ha promesso si vedrà ancora rimproverare di non aver realizzato l’altra metà.

Se questa diagnosi sia accurata o no, lo dirà la realtà. E dal momento che sono stati promessi “tempi certi e brevi”, prima che sia passato qualche mese tutti i dubbi saranno chiariti.

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domenica 29 dicembre 2013

Dividendo della (in)stabilità. Davide Giacalone

 

L’incantesimo delle parole, con il loro autocompiaciuto illusionismo, sta svaporando. Criticare il governo è divenuto sport diffuso. Un po’ tutti se ne attendono la fine, sebbene non sappiano a cosa si darà poi inizio. Ma c’è un punto sul quale il ragionare di Enrico Letta non può essere eluso: egli sostiene che c’è un dividendo della stabilità, valutabile in più di 5 miliardi risparmiati, nel pagare gli interessi sul debito pubblico. Sono numeri, reclama, non parole. Ha ragione: se fosse vero e se fosse merito del governo sarebbe cosa di non poco conto e merito significativo. Ma non lo è. Cosa che è interessante capire non tanto per togliere agli stabilisti quest’ultima illusione, quanto per aver chiaro quale lavoro resta (tutto) da fare.

Il governo Monti aveva previsto di spendere, nel corso del 2013, 89 miliardi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico. Il governo Letta afferma che se ne sono spesi poco meno di 84. Più di 5 miliardi risparmiati. Molto bene. Se si domanda a Letta quale scelta, quale taglio o quale legge hanno provocato tale risultato, egli risponderà a lungo, fisserà punti immaginari e inquadrerà il vuoto con ampi gesti delle mani, ruggirà, ma, alla fine, vi dirà: è il dividendo della stabilità. Invece è il dividendo della recessione. La paura che consumi e investimenti crollino, nell’incapacità dei governi di varare misure poderosamente correttive, ha spinto le banche centrali a portare nei pressi dello zero i tassi d’interesse. Ciascuna banca centrale l’ha fatto secondo le regole della propria area di competenza, ma è quel che s’è visto dagli Usa al Giappone, passando per l’Unione europea. Ciò non di meno i tassi di mercato, compresi quelli sui debiti pubblici (plurale), non ne vogliono sapere di radere il suolo, benché beneficino della liquidità affluente. Per dirne una: i tassi a breve (3 mesi – 1 anno) sui Bot sono stati mediamente superiori a quelli che Letta trovò.

Se glielo dite vi risponderà che la vostra è solo invidia politica, giacché un altro numero va preso in considerazione: il calo dello spread. Lo dice lui, perché non mi sarei permesso d’usare un argomento polemico così sciocco. Lo spread tende a fregarsene di chi governa e di quel che fa. E’ un gioco in grande, nel cui mirino c’è l’euro. Nel novembre del 2011 cambiammo urgentemente governo, perché era troppo alto, sopra 500. Qualche mese dopo, in era di morigeratezza dei costumi e multilinguismo obbediente, era ancora sopra 500. A spezzare le gambe allo spread provvide Mario Draghi, nell’estate del 2012. Da allora i differenziali, rispetto al costo del debito tedesco, sono scesi pressoché ovunque. Segno che i meriti non sono nazionali. Ora, però, quella rischia di essere una trappola. E le parole di Letta tornano utilissime.

La diga eretta dalla Banca centrale europea ha comprato tempo (prezioso), ma non ha risolto alcun problema. Su questo i tedeschi hanno ragione. Sia in Usa che in Cina hanno provato a dire che l’era dei tassi bassissimi, creata dalle scelte dei banchieri centrali, potrebbe anche finire. E’ bastato dirlo che i problemi sono esplosi, addirittura con i cinesi in crisi di liquidità. Sicché si sono affrettati a precisare che la cosa avverrà pian pianino. Ed è qui la trappola, perché se noi andiamo vantandoci di risultati che non dipendono affatto dalle nostre scelte, se non capiamo com’è fatto il mondo, se stabiliamo che i soldi risparmiati con i tagli (quando e se) ce li snifferemo via con altre spese, anziché destinarli tutti a ribassi fiscali, se adottiamo questa condotta non facciamo che pavoneggiarci nel mentre saliamo la scala del patibolo: vedi, come vado in alto? vedi, quanta gente mi guarda? Vedere vedo, ma mi par stolto compiacersene.

Dentro il tempo della diga (in gran parte già sprecato) si deve abbattere il debito, far scendere la pressione fiscale, cambiare le regole del mercato (lavoro compreso), e, da noi, spaccare l’ingessatura costituzionale che sembra farci monumentali, in realtà ci rende manichini. Letta è abbastanza tronfio dal continuare a elogiarsi anche dopo esser trapassato, ma il punto è: chi, per il dopo, ha consapevolezza del necessario? E chi, avendone consapevolezza, ne ha anche la forza? Nel Paese non mancano energie sane. Scarseggiano nella classe dirigente, affollata di gente che parla di decreti legge “ritirati” (analfabeti, siete degli analfabeti) e tace sulla Banca d’Italia. I nuovismi fanno ridere, la giovinezza porta male. Attendiamo le persone serie al tavolo dei problemi seri.

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domenica 22 dicembre 2013

ArchivioAndrea's Version

22 dicembre 2013

Mi piace un mondo dove la stretta di mano valga più di mille notai, dove la parola data conti mille volte l’accordo costruito a tavolino da cento azzeccagarbugli, cinquanta per me e cinquanta contro. Sono fatto all’antica, il matrimonio è il matrimonio, e i beni sono naturaliter in comunione, non è la precauzione nei confronti di un futuro dove l’altro potrebbe portarti via la casa, lo stipendio e le mutande. Inorridisco davanti ai contratti prematrimoniali, rifuggo dai codicilli e dalle sottoclausole, dove sarà il Tar del Lazio a decidere la tua vita, e non parliamo dell’orrore verso i contratti di lavoro dove l’assessore abruzzese (se è vero) pretende sesso, matematica alla mano. Detto questo, al posto di Alfano, pretenderei nero su bianco che non possano farmi il culo oltre le quattro volte a settimana.

venerdì 20 dicembre 2013

Le banche e lo Stato. Davide Giacalone


Il test che deve veramente preoccuparci non è quello cui saranno sottoposte le banche italiane, da parte della vigilanza europea, ma quello cui è sottoposta, anche in queste ore, la capacità di difenderci da chi è pronto ad appropriarsi della nostra ricchezza. Al vertice europeo di oggi non è in discussione solo l’unione bancaria, che è nel comune e nostro interesse realizzare, ma l’esistenza stessa dei beni italiani. Con la pessima vicenda di Telecom Italia, e con l’ancora peggiore gestione della rivalutazione di Banca d’Italia, abbiamo mandato segnali di totale cedimento, mostrandoci pronti a perdere partite decisive. Se non si reagisce parte l’arrembaggio, di cui è anticamera anche il declassamento di Generali, da parte di Standard & Poor’s.

Il governo italiano, con una lettera del ministro dell’economia, ha manifestato il proprio dissenso rispetto all’impostazione tedesca. Bene. Ma si deve essere capaci di farne comprendere i vasti confini politici ed economici, niente affatto limitata a una singola questione.

Non si creda che siano faccende per addetti ai lavori. E’ una partita assai più decisiva delle cose politiciste di cui tutti parlano e straparlano. Il punto falsamente tecnico, ma squisitamente politico, è come valutare i titoli del debito pubblico che si trovano nei portafogli di banche e assicurazioni: se li si considera privi di rischio, le nostre istituzioni finanziarie hanno bisogno di ricapitalizzarsi (che le proprietà o il mercato investano aumentando il loro capitale), ma in misura accettabile e praticabile; se li si considera a rischio e, per giunta, a rischio differenziato a seconda del Paese europeo che li emette, allora non c’è salvezza, ma solo una trappola nella quale si viene prima bloccati e poi spolpati.

Francesco Giavazzi ha osservato: una cosa sono i titoli negoziati ogni giorno, che hanno prezzo variabile, altra quelli che si tengono in attesa della loro scadenza, nel qual caso deve valere il valore garantito dallo Stato emittente. Giusto. Purtroppo c’è il decreto del 7 dicembre 2012, con cui si recepiscono le regole Esm (il meccanismo di stabilità europea), nel quale si stabilisce che, a partire dal primo gennaio 2013, lo Stato, ove sia in difficoltà, potrà rinegoziare il valore dei titoli emessi (norme CACs). Allora il governo (Monti) negoziò ed accettò l’idea che i titoli di Stato non siano sicuri. Il richiamo a quel decreto si trova in tutti i titoli emessi successivamente.

In realtà i nostri titoli non sono mai stati a rischio. Mai. Nel 2011 e nel 2012 abbiamo subito un’aggressione violentissima, a fronte della quale non solo non reagì l’Unione di cui facciamo parte (solo successivamente la Banca centrale europea varò le misure che arginarono le orde speculative), ma neanche reagì la classe dirigente italiana, approfittandone per regolare conti interni e promuovere qualche esecutore di ordini e servitore d’interessi altrui. Pur colpiti micidialmente, siamo stati capaci di resistere, a caro prezzo: a. il nostro debito pubblico è cresciuto assai meno di quello altrui, talché partivamo (per nostra colpa) in condizione patologica e ci troviamo in condizione fisiologica; b. abbiamo mantenuto gli avanzi primari, con i quali abbiamo pagato parte degli interessi (esosissimi), mentre gli altri, come i tedeschi, contraevano nuovi debiti; c. abbiamo di fatto nazionalizzato il debito pubblico (i conti fatti da Marco Fortis sono inesorabili). Ciò è decisivo: negli ultimi tre o quattro anni flussi d’investimento in titoli del debito pubblico hanno lasciato l’Italia e si sono dirette verso la Germania e la Francia (e altri). L’aggressione che subimmo ha portato ricchezza altrove. Il risultato, però, è che oggi abbiamo un debito pubblico di cui solo il 30% è detenuto da investitori esteri (dato della Banca d’Italia, cui va sommato il 5 nell’eurosistema e, se si vuole, il 5.2 detenuto da fondi esteri, ma riconducibili a italiani).

Per ottenere questo risultato è successo che i fondi messi a disposizione delle banche, dalla Bce, sono andati al debito pubblico. Potremmo dirla in questo modo: mentre tedeschi, francesi, inglesi e altri salvavano le loro banche con i soldi dello Stato, noi salvavammo lo Stato con i soldi della banche e delle assicurazioni. Ma aggiungendo un dettaglio: i soldi degli stati altrui erano in parte finanziati dalla fuga dei capitali dall’Italia, dovuta all’aggressione subita, nonché dal denaro liquido che abbiamo versato nel fondo per gli aiuti a chi era in difficoltà, quindi salvando le banche tedesche, che ne avevano acquistato i titoli. Più i soldi prestati ai greci, che agli italiani costano, mentre ai tedeschi rendono. Chiaro?

Se, ora, ci si viene a dire che i titoli pubblici nei portafogli di banche e assicurazioni non sono sicuri, anche in assenza di un ricorso all’Esm, vuol dire che dall’aggressione si passa al pestaggio e dal pestaggio all’esproprio di banche, assicurazioni, aziende, ricchezza. Il tutto mentre i tedeschi pretendono che le loro Landesbank (centri di potere bancario governati dalla politica) restino fuori dalla vigilanza Bce.

Ripeto: i segnali che abbiamo mandato in giro sono estremamente controproducenti, ma se nessuno s’accorge del rischio, se lo si tace ai cittadini, se si fa finta che sia una questione contabile e se non si reagisce, allora finisce come “colui del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto”. C’è una sola risposta che il capo del governo italiano può dare, a questa roba, già oggi: no.

www.davidegiacalone.it

mercoledì 18 dicembre 2013

Elogio del "bel gesto". Enrico Galoppini


 



Io non so chi sia Simone di Stefano, vicepresidente di Casa Pound Italia, e non m’interessa che per qualcuno sia solo un "fascista di merda".
So solo che quello che ha fatto avrei voluto farlo io e, certamente, molti altri italiani come lui e me.
Niente di delinquenziale, intendiamoci, se con ciò s’intende esporre l’altrui incolumità ad un grave pericolo, oppure devastare senza senso dei beni pubblici come invece capita di vedere durante le manifestazioni di certi alternativi.
Quello di Di Stefano è stato un classico "bel gesto". Di quelli che, complice la possibilità di mostrarlo e rivederlo attraverso un filmato, suscitano immediatamente consenso, s’imprimono nella memoria e infondono coraggio.
Il "bel gesto" è quell’atto che da tempo si vorrebbe veder fare, ma nessuno, per un motivo o per l’altro, si sente di compierlo. E chi lo fa diventa subito un eroe.
Un "bel gesto" è anche un simbolo. Mostra immediatamente, senza bisogno di minacciare nessuno né di devastare nulla, che al di là dei mille distinguo di cui questo popolo è capace esiste qualcosa su cui si è d’accordo in parecchi senza bisogno di chiacchiere o ideologie. Sempre che non si appartenga alla genia dei soddisfatti e degli arrivati; di quelli che sguazzano beati in quest’andazzo schifoso.
Non fa onore alle forze dell’Ordine andare a legnare chi, ostentando la sola bandiera nazionale - cioè quella di tutti quanti, e non un vessillo di partito - esprime il disagio dei propri connazionali sotto la sede italiana di un’istituzione senza volto e senz’anima come l’Unione Europea. Sono o non sono anche loro italiani?
Grazie Simone per averci fatto vedere quell’emblema della dittatura finanziaria volare giù dal balcone come un qualsiasi straccio qual è in effetti.
Dopo decenni di ‘tabu patriottico’ post-bellico, sono vent’anni che ci danno il permesso di esporre il tricolore dai palazzi istituzionali, ma a patto che venga affiancato, cioè esorcizzato, dalla bandiera blu con la coroncina di stelle. Era l’ora che qualcuno la togliesse di mezzo.
 
(ideeinoltre)
 
 

La trappola perversa. Francesco Giavazzi


In Europa talvolta occorre coraggio, fermezza e determinazione. È quanto speriamo abbia Enrico Letta domani sera nel Consiglio europeo di fine anno. Altrimenti le conseguenze per il nostro sistema finanziario potrebbero essere gravi. Domani a Bruxelles Letta troverà, nel suo dossier, una gran quantità di analisi tecniche relative all’unione bancaria, il tema della riunione. Sono perlopiù questioni secondarie rispetto al vero problema: come verranno valutati nel nuovo assetto di vigilanza europea, che verrà inaugurato il primo gennaio, i titoli pubblici posseduti dalle nostre banche (circa 400 miliardi, il doppio di due anni fa)?

Alcuni di questi titoli le banche li detengono per mantenere liquidi i mercati finanziari acquistandoli e vendendoli quotidianamente: questi titoli sono valutati, giorno per giorno, ai prezzi ai quali vengono scambiati. Possono quindi produrre perdite e perciò richiedono che la banca disponga di abbastanza capitale per assorbirle. Ma una parte dei titoli pubblici le banche li detengono con l’intenzione di non venderli fino alla scadenza: questi sono valutati al prezzo al quale saranno rimborsati. Non comportano rischi e quindi non richiedono capitale. Così infatti prevedono le regole internazionali. Tutto bene, a meno che non si metta in dubbio che alla scadenza essi vengano davvero rimborsati.

Alcune settimane fa il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha detto che è giunto il momento di smetterla di assumere che il debito degli Stati venga sempre onorato: Grecia docet . Le conseguenze di un simile cambiamento delle regole sarebbero esiziali per molte banche. Nessuna oggi disporrebbe di abbastanza capitale, soprattutto in Paesi come Italia e Spagna dove il debito è elevato e le banche ne posseggono una gran quantità. E se li vendessero per alleggerire la loro esposizione il mercato dei titoli pubblici affonderebbe.

Le dichiarazioni di Weidmann hanno già prodotto effetti concreti. L’agenzia di rating Standard&Poor’s si è chiesta che cosa accadrebbe al bilancio delle Assicurazioni Generali se lo Stato non rimborsasse i Btp che esse possiedono. E ha messo sotto osservazione la compagnia chiedendo che, per affrontare questo rischio, raddoppi il proprio capitale, richiesta evidentemente impossibile da esaudire, almeno in tempi brevi.
È curioso che S&P si sia posta questa domanda per una società di assicurazione e non (o non ancora) per le banche. Una banca infatti, se congela i titoli pubblici fino a scadenza, si espone ad un rischio di liquidità, che invece non corre una compagnia di assicurazioni la quale allinea la scadenza dei titoli che possiede a quella delle polizze vita che ha emesso.


Comunque sia, Generali non può raddoppiare il proprio capitale, né vendere, almeno in tempi brevi, i Btp che possiede (per lo stesso motivo per cui sarebbe pericoloso se lo facessero le banche). Quindi ha una sola scelta, trasferirsi altrove per evitare che l’Italia (nonostante conti meno del 25% nelle attività della compagnia) la trascini verso un downgrade .
Per la verità Jens Weidmann ha ragione quando dice che dopo la Grecia non si può più assumere che i titoli pubblici siano privi di rischio. D’altronde non c’era bisogno del caso greco, basta studiare la storia e i default dell’impero austro-ungarico, o più recentemente della Russia nel 1998 e dell’Argentina tre anni dopo. Ma il presidente della Bundesbank dimentica un fatto importante. In Paesi ad alto debito, come Spagna e Italia, possono verificarsi «equilibri multipli», cioè situazioni in cui un default è prodotto semplicemente dall’aspettativa che esso possa verificarsi. È come quando i depositanti si chiedono se la loro banca abbia abbastanza contante per far fronte ad un immediato ritiro di tutti i depositi in conto corrente. Certo che in quel caso la banca fallirebbe, ma perché i clienti dovrebbero chiudere improvvisamente e tutti insieme i loro conti? Solo se temessero che la banca fallisse, cioè se si verificasse un «equilibrio perverso». Per questo esistono le assicurazioni sui depositi (fino a centomila euro nei Paesi dell’eurozona).
Ma per i titoli pubblici non esiste un’assicurazione: solo l’impegno dei governi a rimborsarli. Se quell’impegno non è più certo, un equilibrio perverso diviene una possibilità concreta. D’altronde è proprio questo il motivo per cui diciotto mesi fa Mario Draghi introdusse il programma di acquisti condizionati di titoli pubblici (Outright Monetary Transactions, Omt) che è l’unico motivo per cui la crisi dell’eurozona per ora è rientrata. Grazie cioè allo scudo della Banca centrale europea contro perverse evoluzioni sui mercati.
Domani il presidente del Consiglio dovrebbe quindi chiedere che, coerentemente con l’Omt, il Consiglio europeo stabilisca che i titoli pubblici emessi dai Paesi dell’euro sono soggetti ad un rischio di mercato (perché il loro prezzo può fluttuare prima della scadenza) ma indenni da un rischio di default . Purché i Paesi stessi non si discostino dal percorso di risanamento concordato con la Commissione europea. Le istituzioni che intendono tenere titoli di Stato fino alla data di scadenza non devono accantonare capitale. D’altronde non è stato proprio il Consiglio europeo a dire, dopo il default di Atene, che «la Grecia è un episodio che non si ripeterà»?


(Corriere della Sera)

 

lunedì 16 dicembre 2013

Consigli non richiesti. Claudio Velardi

 

 
 


Il decalogo del bravo membro di segreteria.

1) Non andare in Tv. Mai.

2) Se proprio non puoi farne a meno, vacci una volta ogni due mesi.

3) E quando ci vai, non presentarti con l’aria di chi ha conquistato e meritato un posto al sole. Piuttosto dici una cosa del genere, che sia il tuo mantra: “E’ un compito difficilissimo, non so se sarò(saremo) all’altezza. Mi sento impreparato/a di fronte alla massa di problemi che dobbiamo affrontare”. E non dire che cambierete il mondo perché siete giovani, bravi, puliti, nuovi: questo devono dirlo i telespettatori. E non dire che il tuo leader fa bene anche quando fa un rutto. E non prendere parte alle polemiche e alle risse verbali, non interrompere, non rimbeccare, non schiamazzare. Quindi, in sostanza, non andare in Tv.

4) Non andare alla radio. Quasi mai.

5) Se proprio non puoi farne a meno, evita zanzare, giorni da pecora, etc…

6) Non dare interviste ai giornali. Se non per parlare strettissimamente delle cose di cui devi occuparti. Mai per parlare di politica. Dice “E allora di che parlo?”. Dovresti saperlo. Ti ha dato dei compiti da svolgere, lui.

7) Usa Twitter per comunicare sobriamente la tua attività. Rispondi sempre educatamente a chi entra nel merito; rispondi due volte o anche tre, educatamente, a chi ti rompe i coglioni, poi banna. Non usare Facebook. Non saresti all’altezza, e ti impegnerebbe troppo tempo.

8 ) Studia. Studia. Studia.

9) Nelle pause gira il paese. Prendi un’auto che non sia quella di Calvani, guidatela tu (se non hai la patente, corri a prenderla) e vai dovunque. In incognito. Niente manifesti, annunci e manifestazioni. Vai per vedere, ascoltare, capire. Ti è consentito un accompagnatore/collaboratore. Uno e uno solo (sono banditi per sempre codazzi di ogni tipo).

10) Fai tutto questo per qualche anno, senza sgarrare mai, e diventerai classe dirigente.

PS. E, alla prossima riunione di segreteria, ricorda a tutti che i dati ufficiali delle primarie, a quattro giorni dal voto, ancora non ci sono.

(the FrontPage)

sabato 14 dicembre 2013

W la plebe. Lanfranco Pace


Il forcone è arma primitiva. Serve a tenere a bada il nemico, a impedirgli di avvicinarsi troppo. E’ un gradino sotto la falce che richiede quanto meno un passo in avanti, una mezza voglia di conoscere chi c’è davanti e comprenderne le intenzioni. E’ due gradini sotto il fucile, arma decisamente urbana che non lascia spazio a equivoci. E’ il forcone il simbolo che hanno scelto questi nuovi sanculotti che con formula molto azzeccata Aldo Bonomi ha definito i “non più”: non più agricoltori, non più pastori, non più commercianti al dettaglio, non più piccoli imprenditori, non più artigiani, non più padroncini di camion.

Oggi italiani nel nulla. Ieri capitalismo molecolare che aveva attecchito nel deserto, nicchie di reddito che avevano contribuito a rendere meno pesante la crisi della grande fabbrica. Una fioritura avvizzita e morta per l’eccessiva pressione fiscale e la troppa austerità. Nemmeno se volessero, potrebbero cambiare se stessi e l’ambiente che li circonda, mai potrebbero innovare, reinventarsi, solo modo per sopravvivere a questa crisi: provateci voi a creare valore aggiunto sulle bancarelle. Sono molto più numerosi di esodati, cassaintegrati, pensionati a rischio di povertà. Sono milioni ma invisibili a sindacati e partiti. Il Cav. aveva deciso di ricevere una loro delegazione ma poi si è tirato indietro quando gli hanno detto che i ceti produttivi tradizionalmente vicini al centrodestra non avrebbero gradito. Sono milioni: plebei, per lo meno ruspanti, esprimono rivendicazioni di difficile decifrazione, parlano in modo confuso, non sembrano riconducibili a precise caselle ideologiche, sono stati un po’ di tutto nella loro vita civile. Decisamente non piacciono.

In televisione li mostrano per dovere di cronaca, nei talk-show li tengono nel freddo a battere i piedi, fondali di cartapesta in rappresentazione della realtà. Li lasciano parlare per pura cortesia, pochi minuti in cui loro si aggrovigliano, si vede che sono emozionati né hanno i leader naturali che spuntano di solito in ogni movimento. Allora i giornalisti lasciano planare il sospetto che siano diretti da altri, infiltrati da camorra e mafia o dalle più visibili estrema sinistra ed estrema destra, centri sociali, Forza nuova, Casapound. E siccome abbiamo un senso del nostro mestiere da quarto mondo, ecco che ci mettiamo a fare la lezioncina, la protesta va bene per carità è legittima, sacra ci mancherebbe. Ma la violenza no.

E’ incompatibile con lo stato di diritto, espressione che ricorda il conte Mascetti quando dice al passante “posso dirle due parole… vice sindaco”. Perché i Floris le Gruber i Vespa non vanno a dirle in America fregnacce del genere, lì sanno che non c’è democrazia senza conflitto e non c’è conflitto senza rischio di farsi male. Eppure benché siano milioni, questi non sono pericolosi. Almeno non ancora. Purché la si smetta di parlare di populismo, concetto di ardua definizione come una volta la “classe”. Ogni volta che autorevoli giornali lasciano intendere che chiunque non riconosca l’interesse generale, non accetti le decisioni di élite sovranazionali e cessioni di sovranità sia un populista, fabbricano eroi. I forconi sono popolo, una strana scheggia certo, ma popolo. Italiano. E come tutti gli italiani sono in diritto di aspettarsi qualcosa anche da un governo tutto chiacchiere e distintivo. Invece il ministro dell’Interno continua a coltivare l’orto del suo partito, sull’ordine pubblico fa la voce grossa quando non serve, dice che non permetterà mai che le città siano messe a ferro e fuoco, ci mancherebbe pure.

Il presidente del Consiglio va a Johannesburg ai funerali di Mandela, e come un arrampicatore venuto dalla provincia fa subito sapere che Obama gli ha chiesto notizie dell’Italia e gli ha consigliato di giocarsela all’attacco. Mah, nel discorso alla Camera in occasione del dibattito sulla fiducia, il terzo in otto mesi, decisamente troppi per un governo in così buona salute, non ha messo fuori nemmeno un orecchio dalla trincea. Ancora un po’ a fare le Marie Antoniette svampite, a parlare tanto per parlare e per non votare, e riusciremo a trasformare qualche decina di migliaia di donne e uomini che agitano un forcone in inflessibili rivoluzionari del Terzo millennio.

(il Foglio)


 

giovedì 12 dicembre 2013

A difesa del proprio status quo. Marco Cedolin

 
In questi giorni di blocchi e proteste, portati avanti da gruppi di cittadini, poco avvezzi ad occupare le strade, ma molto esasperati dalla mancanza della materia prima con cui imbandire il desco, mi è capitato di ascoltare una vera e propria ridda d'improbabili grida d'allarme provenire da un po' tutte le parti. Chi paventa il pericolo di un golpe militare, dimenticando di trovarsi nell'anno del Signore 2013 e non a metà del secolo scorso, nelle mani di banchieri assai più feroci di quanto i militari potrebbero mai immaginare di essere. Chi bolla come squadrista fascista chiunque partecipi ai blocchi, finendo per scontrarsi con la matematica ed il numero dei manifestanti, davvero troppo cospicuo per specchiarsi in movimenti dello 0 virgola. Chi è indispettito dal basso livello culturale dei manifestanti, "tutta gente ignorante che fino a ieri dov'era?" Chi vaticina intorno ad improbabili sodalizi fra poliziotti e rivoluzionari, intravvedendo una futura dittatura assai meno tangibile di quella attualmente in essere, targata Bruxelles e così via....

 Ma il meglio del meglio è offerto dai mestieranti della trimurti sindacale, targata CGIL, CISL e UIL, quelli degli accordi contro i lavoratori firmati senza fiatare, degli scioperi di un'ora che non diano fastidio a nessuno, dell'amore viscerale verso le banche ed il capitale, della genuflessione nei confronti della controparte, elevata a regola di vita. Quelli che proprio a Torino, dove stamani la protesta dilaga costringendo alla chiusura la maggior parte dei centri commerciali, non hanno più il coraggio di presentarsi davanti ai cancelli della FIAT, temendo di venire presi a calci dagli operai di cui avrebbero dovuto tutelare gli interessi.

Proprio CGIL, CISL e UIL, associazioni miliardarie parassitarie, interessate unicamente alla tutela del proprio status quo, hanno dichiarato di voler respingere e contrastare le manifestazioni dei cittadini, bollandoli come qualunquisti, evasori fiscali, mafiosi e via discorrendo. Il tutto nell'estremo tentativo d'innescare una guerra fra poveri, o meglio fra cittadini (partite iva, operai, impiegati) resi poveri da Bruxelles e dai suoi servi di cui la trimurti fa orgogliosamente parte.

Con un poco di pazienza si possono anche sopportare le grida dallarme lanciate dai cittadini spaventati che ancora sanno come imbandire il desco, ma ascoltare lezioni di "democrazia" da parte della trimurti sindacale che insulta i cittadini per tutelare il proprio patrimonio, questo no, mi sembra davvero troppo.
 
(il Corrosivo di Marco Cedolin)