martedì 18 settembre 2012

A scuola d'Italia. Davide Giacalone

  

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Venite a scuola, per capire il perché l’Italia è inchiodata e non riesce a muoversi. Entrate in segreteria o nelle classi, e toccherete con mano cosa la tiene ferma: non sono le forze oscure della reazione in agguato, e neanche i potenti interessi delle lobbies, è il non credere che si possa cambiare, la paura, la pigrizia, l’assenza di direttive chiare e inderogabili, le iperboli ministeriali che non diventano realtà. A scuola, come in tanti altri posti, si registra il trionfo dell’Italia burocratica su quella che ha voglia di crescere.
Sono anni che si parla di scuola digitale, però si va indietro anziché avanti. Si lamenta l’assenza di soldi, ma il problema è che se ne spendono troppi. Male. Da tre anni è già disponibile, per tutti gli studenti, tutte le famiglie e tutte le scuole il servizio d’interazione digitale. Valeva per le assenze, come per le comunicazioni, le pagelle, i programmi e via discorrendo. Era anche gratis, nel senso che si era fatto un accordo con i gestori di telefonia mobile, in modo da non far pagare né le famiglie né le scuole. Solo che non lo si rese obbligatorio (come opportunamente, invece, si fece con le dichiarazioni dei redditi). Il governo di allora (Berlusconi) accettò, sbagliando, di far convivere il digitale con l’analogico. Risultato: la risacca porta via anche il buono che c’era e si ricomincia sempre da zero. Senza memoria.

Dicono dalle scuole: per avere il registro digitale ci vuole un computer o un tablet per ogni professore. Non è vero: basta che il bidello raccolga i dati e in segreteria li introducano nel computer. Se vogliono un’indennità speciale, per questo lavoro, meritano il licenziamento. Per mandare l’uomo sulla luna s’impiegò meno elettronica di quel che c’è in una segreteria scolastica. Siccome lo usano solo per approntare gli stipendi è ovvio che la macchina rincula. Ora il ministro dell’istruzione annuncia: un computer per ogni classe (spesa 24 milioni) e un tablet per ogni insegnante del sud (spesa 32 milioni). Non sanno come spendere i soldi dei fondi convergenza, di provenienza europea, sicché la gara è a chi li spende prima. Ma male: comprare computer significa attrezzare un parco che presto sarà tecnologicamente arretrato e progressivamente danneggiato. Soldi che evaporeranno, ammesso che riescano a spenderli veramente. Se si vuol far crescere un mercato e puntare all’innovazione questa roba si esternalizza, chiedendo ai fornitori servizi, non l’ennesima overdose di computer da buttare, magari ancora incartati.

Neanche ci si è liberati dei libri di testo. Ogni anno ne compriamo un quintale (e chi scrive ama i libri, ma quelli veri, non i manuali o le raccolte d’esercizi che cambiano numero per giustificare la diversa edizione). Quest’anno le famiglie spenderanno un centinaio di euro in più rispetto all’anno scorso, come se i soldi abbondassero. Con quei quattrini si potrebbe tranquillamente dotare ogni studente di un computer e dei testi (sempre esternalizzando), senza differenze di reddito e classe sociale. Però si dovrebbe rendere obbligatoria l’adozione dei testi digitali e non si dovrebbe cedere alla misera lobby degli stampatori, che frenano l’innovazione e lucrano su una rendita di posizione che impoverisce l’Italia. Risultato: ancora una volta si adottano testi sia stampati che digitali, con il risultato che in classe entrano solo i primi. Eppure l’Eni aveva già messo a disposizione, due anni fa, la propria piattaforma di e-learning, per far nascere veramente la scuola digitale. Era gratis. Forse per questo si dimentica.

In compenso, dicono al ministero dell’Istruzione, si farà un concorso per assumere gli insegnanti. Solo che si attinge alle graduatorie del passato, con il risultato che i nostri insegnanti sono vecchi. Nella scuola primaria (con i bambini) il 77,2% ha più di 40 anni, con il 39,3 che ne ha più di 50. Nella secondaria gli over 50 sono la metà. Medie nettamente superiori sia a quelle dell’Ocse che a quelle dell’Unione europea. Sono i più bravi? Non lo sappiamo, perché i concorsi non si fanno da lustri. Moltissimi sono bravissimi, tanti sono ciuchissimi, altrettanti non gliene frega nulla. Ma li trattiamo tutti allo stesso modo. Si dice: hanno diritti acquisiti. E i diritti dei ragazzi? Il diritto a stare in una scuola seriamente formativa? Non contano, questi diritti. Salvo poi, con i test Pisa e Invalsi, misurare la desertificazione culturale e lo svantaggio concorrenziale.

La spesa pubblica per l’istruzione, in Italia, ammonta al 4,7% del prodotto interno lordo, mentre la media Ocse è il 5,9. La quota di spesa pubblica destinata all’istruzione è il 9%, meno di noi spende solo il Giappone. E’ povera, la scuola italiana? Sì, è povera, ma non è povera la spesa totale, perché le famiglie spendono un botto. Solo che è la qualità a essere bassa, perché i cittadini spendono senza potere scegliere, senza che siano pubblicati i dati con cui orientarsi. E’ la meritocrazia a essere stata espulsa. Prima dalle cattedre e poi dai banchi. Risultato: i giovani economicamente svantaggiati non hanno ascensori sociali, mentre noi tutti perdiamo la qualità dei migliori.

Ci fermano miserrime resistenze che, però, non trovano davanti a sé governi (plurale, perché sono anni che non si schioda) e politiche degni dei loro nomi. Solo annunci e superficialità, quindi rassegnazione esibizionista. Adesso la digitalizzazione è stata inserita nella spending review e nelle varie “agende”, ma la cruna dell’ago resta vergine: la si smetta di considerare tutto “sperimentale”, perché non c’è un bel niente da sperimentare, e si passi all’obbligo. Fuori da questo c’è solo il parolaismo inconcludente, sicché prende corpo l’abominio di un Paese che dovrebbe essere eccellente nella cultura (e che diamine, se non riusciamo neanche in quello!) e invece affoga nel rivendicazionismo miserando. Alla fine produciamo meno laureati degli altri paesi Ocse.

Venite a scuola e guardate in faccia quel che ci affonda. Poi facciamo pure gli auguri ai nostri figli che, in questi giorni, tornano a scuola. Studiate, non accontentatevi. Protestate.

lunedì 17 settembre 2012

Note sulla Costituzione - VII La salute. Gianni Pardo

  

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Art. 32 – Lo Stato italiano, per come lo vedevano i nostri costituenti, doveva essere una sorta di educatore, di padre amorevole e perfino di tenera madre. Non è strano che essi l’abbiano immaginato trepidamente preoccupato della nostra salute. Scrissero infatti, ottimisticamente (art. 32): «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Bella formulazione che tuttavia non riesce a sfuggire alla retorica e al linguaggio immaginifico. Che senso ha dire che la salute è un “fondamentale diritto”? La salute sarà un fondamentale interesse, magari una fondamentale speranza e perfino un fondamentale vantaggio, se la si ha: ma un diritto? A chi ricorrere, se non si ha? Naturalmente i costituenti, ancora una volta, non parlavano in termini giuridici. Intendevano, piuttosto che un diritto alla salute, un diritto a quelle cure che la salute possono assicurare, o almeno migliorare. Ma anche in questo caso: gratuitamente? Perché se le cure non sono gratuite, neanche questo diritto esiste. E se sono a pagamento (anche in parte) si ha tanto diritto ad ottenerle quanto si ha il diritto di ottenere il cono gelato che si è pagato alla cassa.
L’ambizione era forse quella di offrire gratis tutto a tutti ma l’esperienza ha mostrato che la Repubblica questa generosità non se la può permettere. Ha per esempio provato un paio di volte ad abolire il contributo per i farmaci ed ha dovuto fare marcia indietro: perché la gente sprecava i medicinali e il costo diveniva insostenibile. Insomma ci si è scontrati con la realtà.
La regola del buon senso dice che tutti devono essere assicurati e che tutti devono poi quanto meno contribuire alle spese per le loro cure: solo questo permetterà alla sanità di Stato di sopravvivere, pur rimanendo sempre deficitaria. Le stesse cure gratuite agli indigenti devono essere concepite solo in caso di necessità, e in ospedale. Per non dire che rimane sempre il problema di determinare chi sono gli indigenti. Insomma “il diritto alla salute”, come altri famosi “diritti” della nostra Legge Fondamentale, non esiste.
Il secondo comma «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Che nessuno, salvo il caso del pazzo furioso, debba subire cure mediche non volute, è giusto. Ma come mai non si permette che una persona normale rifiuti preventivamente l’accanimento terapeutico o la nutrizione forzata, nel caso rimanga in coma irreversibile? Come mai non si permette l’eutanasia? Come mai non si considera doveroso il rispetto del cittadino quando vuole decidere della propria vita? Questo non oltrepassa i “limiti imposti dal rispetto della persona umana”? Se dal punto di vista giuridico e morale è sacrosanto il diritto alla vita, come mai non si sancisce anche il diritto alla propria morte? La legislazione è fondamentalmente un mezzo per regolare i rapporti fra gli uomini, non il modo come ciascuno deve comportarsi con sé stesso, e queste norme scavalcano un limite del diritto: la sua fondamentale “alterità”.
Le difficoltà che le leggi italiane hanno frapposto all’esercizio dei poteri sul proprio corpo – pure teoricamente sanzionati dalla Costituzione – non dipendono da motivi giuridici ma dall’idea (cristiana) che l’uomo non può disporre della vita che gli ha dato Dio. Questa rispettabile dottrina appartiene però solo ai credenti ed è ingiusto applicarla ai non credenti. Fra l’altro quando già si permette una pratica, come l’aborto, che riguarda, oltre la donna, un altro essere umano, se pure in fieri.
Ancora una volta la mentalità della società prevale sul diritto. Ecco perché la Gran Bretagna non ha una Costituzione. Gli inglesi, gente pragmatica, hanno capito prima di altri che quella Carta è di fatto il riassunto del livello sociale e giuridico raggiunto da una nazione. E dunque è inutile scriverla. Se un certo principio (il divieto dell’eutanasia) è sentito come giusto, sarà applicato anche se non è inserito in un testo magniloquente. E se non è sentito come giusto, anche se è inserito in quel testo, non è applicato. Per esempio in Italia le regole per lo sciopero non sono state applicate per più di quarant’anni. (il Legno storto)

Note sulla Costituzione - VI - Il carcere - La famiglia. Gianni Pardo

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Secondo l’Art. 27, terzo comma, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Questa norma, indiscutibile per i “trattamenti contrari al senso di umanità”, è allarmante per le ultime parole.
Nell’Italia attuale fanno pensare a biblioteche all’interno delle carceri, a corsi di storia o di informatica per i detenuti, o al coinvolgimento dei carcerati nell’amministrazione della comunità, ma esse potrebbero essere applicate in modo ben diverso da un governo divenuto autoritario ed ideologico. Lo Stato potrebbe prima emanare leggi contro il dissenso e poi mettere in carcere le persone che criticano l’autorità. La nobile finalità del miglioramento morale del condannato potrebbe portare, come in Cina, ai “campi di rieducazione”: “Non solo starai in carcere ma, dal momento che tendo a rieducarti, dovrai studiare la dottrina del partito e dire che ne sei convinto”. Nessuno nega che ne siamo lontani, ma quando si tratta della libertà di parola e ancor più di pensiero, è meglio soffrire il solletico.
Finché si vieta di percuotere il carcerato o di tenerlo in galera senza un ordine del magistrato, sia lode alla Costituzione: ma perché concedere allo Stato il diritto di porsi a maestro di etica? Perché consentirgli di insegnare la morale, mentre tiene qualcuno in galera? È già molto che, per fini di ordine pubblico e di sicurezza, gli si consenta di tenere rinchiuso il corpo di un cittadino: non deve in nessun caso essergli permesso di rinchiuderne anche l’anima. Non molto tempo fa gli avrebbe insegnato che è male essere omosessuali, che è vietato essere atei o infine, come nella Cina di Mao, che non è ammesso essere anticomunisti.
Un liberale ha paura dei moralisti e di una Costituzione che tende chiaramente “al bene”. Ancor più se pensa che il tentativo di insegnarlo, quel bene, sarà poi affidato ai singoli magistrati e ai singoli carcerieri.
La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. In realtà l’art.27 avrebbe dovuto rinunciare all’indicazione di ciò cui deve tendere la reclusione. La pena costituisce un “pagamento” delle proprie colpe e la società “creditrice” dovrebbe accontentarsi di esso, senza pretendere che il debitore si cosparga inoltre il capo di cenere.
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L’Art. 29, secondo comma, statuisce che: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare”.
Nel primo comma si fa riferimento alla società naturale, prevedendo con essa solo la coppia eterosessuale. Ma l’omosessualità non è meno naturale dell’eterosessualità. Anche chi volesse considerarla una deviazione rispetto alla normalità non può negare che essa sia naturale, come sono naturali l’albinismo o l’alluce valgo. Paradossalmente dunque, con l’accenno alla società naturale, la Costituzione non vieta affatto il pur inutile matrimonio degli omosessuali. Se si fosse scritto “i diritti della famiglia fondata sul matrimonio”, senza parlare di società naturale, non avremmo rimpianto le parole mancanti. Poi il legislatore avrebbe potuto regolare l’istituto nel modo meglio rispondente alla sensibilità collettiva e nel testo ci si sarebbe risparmiata una delle tante tracce di discutibili ideologie.
Più criticabile è il secondo paragrafo, lì dove parla di limiti all’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi: limiti che, ci scommetteremmo, quando esistenti sono a favore dell’uomo e contro la donna. Prova ne sia che un tempo nei reati di adulterio e concubinato per la donna bastava un congiungimento carnale con una persona diversa dal marito (l’art.559 parlava soltanto della moglie adultera) mentre per l’uomo il reato di adulterio era previsto esclusivamente a querela del marito dell’amante, e non della sua propria moglie! Quanto al concubinato, per essere punibile era necessario che il marito tenesse (art.560) la “concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove”. Se l’altra donna non era nella casa coniugale, o se il fatto non era di pubblico dominio, il reato veniva meno. Bisognava proprio che la mancanza di rispetto per la moglie fosse conclamata e scandalosa: sempre che l’articolo non proteggesse in realtà più l’onorabilità della famiglia che della moglie.
Poco importa che queste norme siano state cancellate (anche se parecchi anni dopo il 1948): esse servono almeno a mostrare come la Costituzione sia tutt’altro che quel testo di sovrumana saggezza che molti pretendono sia. (il Legno storto)
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giovedì 6 settembre 2012

Note sulla Costituzione - II, Art.3. Gianni Pardo


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Montesquieu
Art. 3 – L’uguaglianza
L’art. 3 è uno dei più importanti: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dai tempi della Rivoluzione francese, il principio dell’uguaglianza è divenuto imprescindibile, nei Paesi democratici. Purtroppo, quando si passa dall’enunciazione teorica alla realizzazione pratica, quest’ultima non va esente da gravi problemi. Dunque l’art. 3 della Costituzione va applicato cum grano salis. Il buon senso non vuole che si conceda il voto politico ai ragazzini di dieci anni soltanto perché cittadini italiani come gli altri, tanto che sarebbe anticostituzionale discriminarli per età. Non si può pagare nello stesso modo il grande chirurgo e l’ultimo degli infermieri solo perché ambedue curano malati. Non si può pretendere che lo stratega di superiore competenza, in quanto militare come gli altri, vada all’assalto all’arma bianca insieme con i coscritti: infatti il Paese ricava una maggiore utilità dalla sua competenza che dalla sua morte. Viceversa è giusto che un capufficio donna guadagni quanto un capufficio uomo ed è giusto che, per l’omicidio, si applichi la stessa pena al bracciante e al miliardario.
L’uguaglianza dunque deve valere per tutti i cittadini nelle medesime condizioni. E dal momento che il Presidente della Repubblica è l’unico nella sua condizione, è comprensibile che sia trattato diversamente persino in materia di diritto penale (art. 90).
Il problema si riduce dunque all’identificazione “delle medesime categorie di condizioni”. E questa è un’operazione eminentemente politica.
Se si mette da parte un’irrealistica uguaglianza, è facile vedere che i ministri, i Presidenti delle Camere e gli stessi parlamentari non hanno, per la vita della repubblica, la stessa importanza degli altri cittadini. Essi non si limitano a votare una volta ogni cinque anni e per il funzionamento dello Stato: al contrario sono essenziali in ogni giorno della legislatura. Per questo vanno specialmente protetti, in particolare da accuse strumentali di uno degli altri poteri (il giudiziario). E infatti a questo provvedeva l’immunità parlamentare (art. 68) come era formulata prima del 1993. Ma poi ha prevalso la demagogia egalitaria.
Né meno preoccupante del primo comma è il secondo comma. Una volta che il sacro principio dell’uguaglianza si incarni nella “rimozione degli ostacoli” alla sua concreta attuazione, ciò può significare il sequestro di ogni bene ai Kulaki e all’occasione il loro massacro. L’operazione staliniana infatti tendeva all’“uguaglianza dei cittadini” e non tutti erano proprietari terrieri. Ecco perché bisogna temere le norme dal contenuto ideologico. L’Italia non ha massacrato i suoi Kulaki ma nel ’68 ha avuto gente che protestava contro la bocciatura negli esami universitari, sostenendo che era una discriminazione. L’uguaglianza dei cittadini richiedeva che si desse il 18 politico a tutti, magari con un esame di gruppo in cui parlava l’unico che aveva studiato.
Quando le norme sono vaghe ed elastiche a determinate categorie si possono attribuire più o meno diritti che alle altre. Un Parlamento maschilista potrebbe decretare che le donne, a causa della loro intrinseca debolezza, siano meno produttive degli uomini, sul lavoro, e dunque debbano essere pagate di meno; mentre un altro Parlamento, femminista, potrebbe decretare che le donne siano pagate di più perché a casa lavorano più dei loro mariti. L’art. 3 non è univoco. Dopo che l’art. 68 è stato modificato, la Consulta, pur di negare ai ministri uno scudo contro l’invadenza della magistratura (lodo Alfano, lodo Schifani), li ha ripetutamente dichiarati cittadini come gli altri. Per giunta con motivazioni sempre nuove, facendo pensare al proverbio per cui “chi vuole annegare il suo cane dice che è appestato”.
L’interpretazione dei grandi princìpi è sempre un atto politico e la Consulta è un organo composto di nominati che ha il potere di annullare la volontà dell’organo elettivo che esprime la sovranità del popolo: il Parlamento.
Ecco un ultimo esempio. La Consulta ha dichiarato incostituzionale che il PM non possa ricorrere contro la sentenza d'assoluzione, dimenticando che ogni cittadino deve essere condannato solo quando la sua colpa è certa; mentre il fatto che un giudice lo abbia assolto, se non prova la sua innocenza, prova almeno che qualche dubbio sulla colpevolezza ci sia. Ma la Corte Costituzionale aveva una sua idea (politica) al riguardo, e ad essa ha dato ascolto.
I grandi principi sono tanto nobili quanto pericolosi. (il Legno storto)

Note sulla Costituzione - artt. 1 e 2. Gianni Pardo


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Piero Calamandrei
La Costituzione Italiana è fatta oggetto di un ossequio così costante e devoto che a volte sbocca nel feticismo. Qualcuno la ritiene talmente perfetta da sentirsi in dovere di stramaledire chi osa criticarla o propone di cambiarla. Anche se essa stessa prevede con l’art.138 le modalità della propria riforma, per alcuni quell’articolo è come se non esistesse. Il testo è, come il Corano, espressione di una tale superiore saggezza da essere quasi divino. Poiché però già in materia di religione esistono gli atei, deve pure essere lecito che esistano gli empi in materia di Costituzione. È per dar voce a questi reietti che si commenteranno qui alcuni articoli dei Principi fondamentali e dei titoli I, II, III della Parte prima. E solo per questo servirà più di una puntata.

L’Art. 1 recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Che significa “fondata sul lavoro”? Esiste forse qualche comunità in cui i beni e i servizi non sono prodotti dal lavoro di qualcuno? Inoltre, dal momento che il lavoro è un’astrazione, evidentemente ci si riferisce ai lavoratori. E allora, vogliamo escludere da coloro su cui si fonda la Repubblica i bambini, i pensionati, gli inabili, le casalinghe? O forse i dirigenti e gli imprenditori, che spesso lavorano più degli altri? Fra l’altro non si può dimenticare che l’art. 3 stabilisce l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Se dunque la Repubblica sentisse una particolare preferenza per una categoria di cittadini rispetto ad un’altra entrerebbe in contrasto con sé stessa.
Né l’art. 1 potrebbe essere salvato dalle parole dette già sul momento da Amintore Fanfani: a parere di quello statista esso escludeva che la Repubblica potesse «fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui». Ma non era necessario escludere ciò per la buona ragione che una simile aberrazione non era venuta in mente a nessuno.
Oggi sembra che tutti conoscano quell’articolo della Costituzione, lo capiscano e lo approvino. Viceversa nel 1947 il grande Calamandrei si domandava: «Quando dovrò spiegare ai miei studenti che cosa significa giuridicamente che la Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro, che cosa potrò dire?(1)». Ma forse era meno intelligente di tanti nostri contemporanei.
La verità è che ciò che alcuni costituenti avrebbero amato dire era che l’Italia sarebbe stata dominata dai proletari. Una versione edulcorata di “tutto il potere ai Soviet”. Solo che non s’è avuto il coraggio di scriverlo e il risultato è un articolo pomposo che non dice nulla.

L’art. 2 non è né meno pomposo né meno criticabile. Eccolo: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il verbo “riconosce” implica che ci si riferisca a diritti noti e chiaramente formulati, e questa è mitologia. O forse semplice retorica. Infatti, in quale testo sono? E se non ci si riferisce a un testo chiaro e determinato, lo Stato potrà in ogni momento “riconoscere” un dato diritto e  non “riconoscere” un altro diritto, reputando che esso non sia “inviolabile”. La stessa inviolabilità è un concetto vago il cui ambito, in fin dei conti, è lasciato allo Stato stesso.
Forse anche più pericolosa è l’affermazione per la quale lo Stato «richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». In uno Stato moderno e liberale la solidarietà non è giuridicamente esigibile. Un tempo ai contadini si richiedevano le corvées, cioè prestazioni lavorative non retribuite ma obbligatorie in quanto dovute al feudatario, e il signore avrebbe potuto affermare che esse derivavano dalla necessità di dimostrare la propria solidarietà politica, economica e sociale. E nello stesso modo può agire uno Stato totalitario. Viceversa uno Stato liberale non esige l’adempimento di doveri morali tanto incerti quanto inderogabili. In esso il cittadino non ha doveri “positivi”: deve solo pagare le tasse (col permesso di odiare il fisco) e osservare le leggi. Per il resto può fare quello che vuole. In Inghilterra un tempo ciò si riassumeva con questo principio riassuntivo: «Non dire male della regina e non spaventare i cavalli per strada».
La mentalità di chi scrisse il testo di quell’art. 2 fu forse platonica, rousseauista, teocratica, sovietica, certo non fu liberale. (il Legno storto)

domenica 2 settembre 2012

2 settembre 2012

Di nuovo sollecitato in tv, Travaglio ha ulteriormente articolato la risposta alla domanda delle domande: che ha guadagnato Cosa nostra da questa ventennale trattativa? Stavolta la risposta è stata: tredici anni di latitanza per Provenzano. Tralasciamo la pur legittima chiosa su quali altre trattative – evidentemente rimaste impunite – avevano consentito i precedenti quaranta anni di latitanza.  Mi immagino la risposta e sono sostanzialmente d’accordo. Magari con qualche battaglia in più di Travaglio sull’argomento, ma solo per motivi d’età. Veniamo ai fatti. In quei tredici anni vengono arrestati i fratelli Graviano, Luca Bagarella, i fratelli Brusca. Il gotha dello stragismo. In meno di tre anni, dal ’94 al ’96. Pure loro consegnati da Provenzano? Sorgerebbe in ogni caso la controdomanda: e se pure? Ma non dev’essere nemmeno così se, mentre le ricerche continuavano, fioccavano le indagini patrimoniali su Provenzano e ne sa qualcosa proprio il dottore Ingroia che vide un finanziere suo aiutante più che sospettato di aver tenuto al corrente di quelle indagini gli amici del boss. Per la cronaca, il finanziere fu, insieme al dottore, gradito compagno di vacanza di Travaglio. Sta di fatto che Provenzano alla fine venne stanato e preso. Fine delle trattative? Neanche per idea. Ingroia ha aperto una indagine anche su quell’arresto. Non se ne esce.
di Massimo Bordin

mercoledì 29 agosto 2012

Ingroia, la procura, la trattativa e le intercettazioni. La storia fin qui

 

Nel Foglio di oggi il direttore Giuliano Ferrara ha risposto a una lettera di Paolo Cirino Pomicino che dice: "Sembra di essere tornati ai tempi dei guelfi e ghibellini. Un’indagine della procura di Palermo che casualmente ha intercettato il presidente della Repubblica in una conversazione con il senatore Nicola Mancino senza che ne disponesse immediatamente la distruzione del nastro in base a un’interpretazione ardita sulle prerogative presidenziali, ha innescato uno scontro furibondo tra una stragrande maggioranza guelfa e una minoranza ghibellina". Per Pomicino il motivo del contendere, "al di là della registrazione definita dalla stessa procura di Palermo irrilevante ai fini penali, è l’iniziativa assunta dal Quirinale con il suo ricorso alla Corte costituzionale per un possibile conflitto di attribuzione tra la magistratura inquirente e le prerogative del presidente della Repubblica". Una questione che in pochi giorni ha diviso l’opinione pubblica, ma che secondo Pomicino "ha oscurato del tutto il drammatico interrogativo se la trattativa tra stato e mafia c’è stata davvero". L'Elefantino risponde: "Se per trattativa si intende scambio di guerra e in guerra, strategia per vincere la battaglia contro la criminalità organizzata, lo stato non ha fatto altro che trattare, e i trattativisti sono Scalfaro, Ciampi, ministri, premier e legislatori di tutti i partiti responsabili, capi della polizia e dei servizi e dei carabinieri, magistrati eroici come Falcone dall’operazione Buscetta al governo del ministero della Giustizia nell’esecutivo Andreotti"  [continua a leggere la lettera di Paolo Cirino Pomicino e la replica del direttore]
Ma la trattativa stato mafia e le intercettazioni a Napolitano hanno riguardato anche e soprattutto la politica. E dalla politica, così come dalle testate dei principali quotidiani nazionali, sono arrivate subito le prime reazioni. Il fondatore di Rep., Eugenio Scalfari, fu uno dei primi a emanare una sentenza sugli ascolti al capo dello stato: "Qui si tenta di indebolire il Quirinale per creare una situazione di marasma al vertice delle istituzioni dalla quale deriverebbe inevitabilmente la caduta del governo Monti”, diceva in un intervento a RSera. Sentenza che, come scriveva Salvatore Merlo dalle colonne del Foglio, poteva essere l’epigrafe di un film nerissimo, un prodotto della fantasia più violenta di John Carpenter, “assalto al distretto 13” come “Giugno 2012 attacco al Quirinale” [continua a leggere il "romanzo breve di un golpe estivo"].
Il procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, ha giocato un ruolo chiave nell'inchiesta sulla trattativa. Sembra essere lui la matrice di tutto: "A quale società risponde l’inchiesta di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, sulla cosiddetta trattativa tra mafia e stato; o, meglio, tra alcuni boss agli ordini del sanguinario Totò Riina, capo dei corleonesi, e alcuni uomini delle istituzioni, primo fra tutti quel generale Mario Mori, che un anno dopo, siamo nel 1993, ebbe la straordinaria benemerenza di arrestare proprio Riina?" [continua a leggere Ingroia, la trattativa, la cultura del sospetto e quell’inchiesta senza futuro].
Ieri il deputato Alfredo Mantovano, uomo politico ed ex magistrato, in un articolo sul Foglio ha sollevato forti dubbi sulla condotta del procuratore di Palermo ponendo l'accento su un elemento: "Nel procedimento penale sulla trattativa stato mafia, c’è almeno un aspetto che non è stato sottolineato a sufficienza: ed è il fatto che il dottor Antonio Ingroia, il pm che più di altri ha condotto le indagini, per sua scelta non seguirà nel dibattimento lo sviluppo delle indagini che ha svolto. Per sua scelta, senza ombra di dubbio; per un magistrato l’inamovibilità è una garanzia costituzionale e lo spostamento ad altre funzioni – nel suo caso, addirittura, il collocamento fuori ruolo – può avvenire solo per propria iniziativa". Appare insolito, a un ex uomo di legge come Mantovano, che un pubblico ministero, che normalmente, svolta un'indagine "aspira più di ogni altra cosa a seguirne l’esito in dibattimento" abbia deciso di abbandonare in fretta e furia l'Italia per andare a ricoprire un incarico in una "simpatica nazione del centro America" [leggi Ingroia disertore. J’accuse di Alfredo Mantovano].
Per Guido Vitiello, che nel suo articolo sul Foglio cita anche Leonardo Sciascia, il magistrato siciliano appartiene a una categoria integralista e religiosa come quella degli ulema. Dipenderà da questo temperamento la scelta del trasferimento immediato in terre lontane?[continua a leggere Antropologia letteraria e giuridica del magistrato].

Ma oggi l'ulema Ingroia fa le valigie, e se ne va via lontano. In Guatemala. Una scelta radicale per il pm più famoso d'Italia. Ma com’è il Guatemala che Antonio Ingroia va a trovare? E come c’è finito il procuratore aggiunto di Palermo? Secondo lui, è che “lì in Guatemala li apprezzano i giudici antimafia italiani" [leggi Il Guatemala di Ingroia di Maurizio Stefanini]
Sul tema della presunta trattativa stato mafia Pomicino ebbe modo di scrivere un'analisi in cui elencava punto per punto, documentatamente e cronologicamente, i fatti che stavano alla base dell'inchiesta dei procuratori di Palermo, tra cui il pm Antonio Ingroia:"Diciamo subito che, per i dati che qui di seguito riportiamo, la trattativa stato mafia, o, per meglio dire, tra una parte dello stato e la mafia, c’è stata ed è avvenuta nel 1993, l’anno, cioè, in cui vennero messe le bombe a Roma, Firenze, Milano" [leggi tutto l'articolo di Paolo Cirino Pomicino].
Una visione altrettanto dettagliata della verità storica, ovvero degli avvenimenti che hanno portato la trattativa al centro dei dibattiti, l'aveva data al Foglio anche il Radicale Massimo Bordin in occasione del rinvio a giudizio dei 12 indagati. Sullo stesso banco degli imputati, mafiosi e alte personalità dello stato. La versione di Bordin si concentrava sugli albori dell'inchiesta del procuratore Ingroia e sulle ragioni del coinvolgimento di Giovanni Conso e Nicola Mancino, questi sì, più vicini al presidente Napolitano, "vittime" di un "effetto valanga" innescato dall'apertura delle indagini sul colonnello Mori [leggi l'intervista a Massimo Bordin]. (il Foglio)

giovedì 23 agosto 2012

Ora et lavoro. Davide Giacalone

A leggere le statistiche delle ore lavorate, per settimana, in giro per l’Europa, si può cadere in qualche tranello, come, ad esempio, stupirsi per il fatto che gli italiani risultino i più operosi nella giornata di sabato. A La Stampa, ad esempio, sono riusciti a considerare 48 le ore lavorate settimanalmente in Germania, salvo scrivere, nella pagina successiva, che sono 35,5. La cosa interessante, però, è altra, ovvero la visibile discrasia fra regole, statistiche ed evidenza empirica.

La produttività italiana è troppo bassa, ma le ore lavorate sembrano essere nella media europea. Se si disaggregano le medie italiane si scopre che i più operosi, nel senso, quanto meno, di presenti più ore al lavoro, sono gli italiani del nord-ovest, mentre i meno si trovano nelle isole. Se andate in giro per la Sicilia, però, trovate esercizi commerciali aperti a tarda notte, commerci di strada quasi sempre attivi, mercati che si animano incuranti delle feste. E non è un fenomeno solo siciliano. Questa realtà che posto occupa nelle statistiche sul lavoro? Temo nessuno, o scarsamente rilevante, perché molte di quelle attività appartengono a quel mercato che ipocritamente si definisce “sommerso” e che, invece, è talmente emerso da essere accessibile a chiunque ne abbia bisogno. L’irregolarità di quel mercato ne sancisce l’esclusione dai conti ufficiali.
Posto che quel tipo d’irregolarità spesso si accompagna a evasione fiscale, ciò significa che andrebbe represso e sgominato? C’è da sperare in un intervento spettacolare e notturno, o festivo, degli agenti del fisco? Non me lo auguro affatto, anche a costo di espormi alle critiche moralistiche, di cui molti italiani sono campioni. Credo, invece, che siano le regole a essere sbagliate.
Girate per quei mercati e visitate quei commerci. Osservate la gente che ci lavora. Vi pare di circolare fra squali profittatori che si arricchiscono alle spalle della collettività, senza fare nulla? E’ spesso vero l’opposto: sono cittadini che lavorano duramente, senza sosta, in condizioni non confortevoli. In quanto al guadagno, escludo che ci si diventi ricchi. Eppure si espongono al rischio di multe e contestazioni. Perché non ci sono alternative, perché quello è pur sempre un lavoro. Oltre tutto socialmente utile (anche dal punto di vista della sicurezza, perché piazze e vie animate sono più percorribili dei deserti oscuri). Il fatto è che a questi italiani, per introdurli nel mondo della regolarità, non solo chiediamo di pagare oneri e tasse con le quali uscirebbero fuori mercato, ma chiediamo anche di rinunciare all’elasticità del lavoro e degli orari. E’ un errore.
Nessun Paese può prosperare se i suoi cittadini violano le leggi. Ma neanche può prosperare se per campare i cittadini sono costretti a violarle. Una parte considerevole di quel nero e di quell’evasione serve non ad accumulare profitti, ma a pagare la vita. E confondere questo con l’evasione dei profittatori è cieco giustizialismo, spesso celante, come il pudico moralismo incarnato da un Alberto Sordi censore (“Il moralista”), vite dissolute e biografie imbarazzanti.
Se noi incorporassimo nelle ore lavorate quelle che questi italiani passano a darsi da fare i paragoni europei migliorerebbero, ma i conti dell’Inps non tornerebbero. Che si fa? Si sceglie la regola recessiva o si preferisce l’elasticità del mercato? Propendo per la seconda ipotesi e trovo inaccettabile che per praticarla si debbano violare le norme. Quindi credo che si debba cambiarle. Partendo dal principio che nulla è più prezioso della libertà, e nulla crea tanta ricchezza quanto la libertà.

domenica 19 agosto 2012

L'occhio vigile dell'Enac. Carlo Stagnaro

L’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato un Focus sulla vicenda Windjet a firma di Andrea Giuricin. Tra le altre cose Andrea si chiedeva:
Se il presidente Riggio ha dichiarato che sapeva della situazione delicata da oltre un trimestre, non si capisce il perché non abbia ritirato la licenza o dato quella temporanea alla compagnia siciliana.
Il presidente Riggio si è offeso.
La risposta dell’Enac sarebbe perfino divertente, se non fosse per tre piccoli particolari.
Primo: noi non diciamo che possedevamo informazioni riservate; ci limitiamo a osservare che, poiché l’Enac sostiene di essere stato al corrente della situazione almeno da marzo, è quanto meno curioso che non abbia preso alcun provvedimento se non “a babbo morto”.
Secondariamente, se l’Enac nonostante tutto ritiene di volersi avvalere delle nostre “capacità analitiche e predittive” che il presidente Riggio “apprezza da sempre” siamo naturalmente disponibili. Quando il paese chiama…
Terzo, forse al presidente Riggio sfugge la differenza tra i doveri di un ente di regolazione e quelli di un istituto di ricerca. Differenza che, in ogni caso, non sfugge a noi.
Infine, pur apprezzando da sempre lo humour del presidente Riggio, siamo lieti – da contribuenti prima ancora che da analisti – che all’occhio vigile dell’Enac non sfugga alcuna critica e non manchi il tempo di vergare una risposta puntuta e puntuale. C’è solo un piccolo problema, che solleviamo bonariamente e senza alcun intento polemico: l’occhio dell’Enac, così vigile sull’Istituto Bruno Leoni, non pareva altrettanto vigile quando Windjet è colata a picco a sua insaputa. Del resto, mica si può fare tutto. (Chicago blog)

venerdì 17 agosto 2012

Via con il Windjet. Davide Giacalone

I contribuenti italiani hanno a lungo sovvenzionato Alitalia, provocando la rovina propria e non evitando quella della compagnia di bandiera. Forse non sanno di avere sovvenzionato anche Windjet, che non solo è crollata, ma ha lasciato con il sedere per terra tanti passeggeri, che ancora bivaccano in attesa di un volo che restituisca loro quel che hanno già pagato. Non solo sono esempi di come gettare al vento i soldi pubblici, ma anche di come non si fa la promozione né dell’Italia, né del turismo.

Apprendo dalle parole di Roberto Balzani, sindaco di Forlì (ottimo esempio di politico serio, eletto dalla sinistra, e autore di un prezioso libro sulle delusioni e i problemi della sindacatura ancora in corso), che quando arrivò a ricoprire quella carica scoprì che il suo comune versava sei milioni di euro all’anno, pur di avere i voli Windjet nell’aeroporto municipale. Quei sei milioni gravavano sulle casse comunali, a loro volta alimentate dai tributi dei cittadini e dal prezzo da essi pagato per altri servizi comunali, sicché ci si deve andare piano prima di parlare di low cost, dato che al costo del biglietto si deve aggiungere quello indiretto, e per niente basso. Lo scopo della sovvenzione era di collegare Forlì con il mondo, portando colà i turisti e portando altrove i forlivesi. Balzani voleva rinegoziare quell’accordo, finendo con il farselo sfuggire (e fu criticato), visto che il comune di Rimini, dotato dell’aeroporto Federico Fellini, aveva offerto, a Windjet, una somma ancora superiore. Chissà se si presentarono fellinianamente, con una popputa rappresentante capace di pronunciare un impareggiabile “gradisca”.
Prima osservazione: per andare da Forli a Rimini, e viceversa, s’impiega meno che per andare dal centro di Roma a Fiumicino, per non parlare di Malpensa, due aeroporti così vicini incarnano la dissennatezza. Seconda osservazione: la spesa pubblica per incentivare il turismo va anche bene, purché sia quello in arrivo e non quello in partenza, perché il secondo va ad arricchire le zone di destinazione e, quindi, i finanziamenti si traducono in un contributo a gitanti e compagnie aeree, che non si vede proprio perché i contribuenti dovrebbero sobbarcarsi. Come si fa, allora, a spingere il turismo senza cadere nell’errore di farlo con quello che scappa, anziché con quello che accorre? Semplice: non si pagano i voli, ma si rendono migliori le destinazioni. Un esempio: molte zone d’Italia, specie quelle gettonate per l’estate, hanno una copertura internet che fa schifo, una municipalità che voglia rendersi utile non solo assicura la copertura e la diffusione di wifi, ma provvede a rendere digitali tutte le informazioni disponibili, a mappare i percorsi, ad offrire una vetrina, interattiva e funzionante, ad alberghi, ristoranti, locali di svago e così via. Con sei milioni si fanno miracoli, mentre se li si consegna a Windjet li si fa sparire. Che è un trucco, non un miracolo.
Se un aeroporto non è frequentato da voli, se in una località non arrivano turisti, o non ne arrivano quanti potrebbero essere, la soluzione non è nel sovvenzionare i biglietti, ma nel rendere appetibile il soggiorno in quel luogo. Gli enti locali che pagano le compagnie (falsamente) low cost non promuovono l’economia, ma la corrompono, la falsano, s’illudono e, infine, falliscono. Come è puntualmente accaduto alla Seaf, società che gestisce l’aeroporto di Forlì.
L’Italia e zuppa di posti meravigliosi, di mete ambite dal turismo colto e ricco come da quello ridanciano e risparmioso. E’ seduta su uno scrigno cui, però, non attinge a sufficienza, perché la gran parte di questi posti sono sconosciuti agli italiani stessi (il castello di Caccuri, in Calabria, recente sede di un originale e interessante premio letterario, è sconosciuto ai calabresi, figuriamoci ai finlandesi). E il settore turistico è il classico esempio di quel che serve all’Italia: tagliare, alla grande, la spesa inutile; digitalizzare i tesori e renderli accessibili; mettere in rete i servizi; liberare l’iniziativa e la fantasia dei privati. L’Italia che corre è capace anche di volare, se solo si abbattono i predatori della spesa pubblica.

martedì 14 agosto 2012

L'Italia forse crolla, certo non cambia. Gianni Pardo

 
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Quando una frase famosa è attribuita a parecchi autori, è segno che chi l’ha inventata ha solo espresso in maniera icastica qualcosa di evidente. Una di queste frasi è: “Governare gli italiani non è né facile né difficile: è inutile”. E non importa se l’abbia detta Giolitti, Mussolini, o qualche altro. Se ha tanta fama, una ragione ci sarà. È innegabile che i nostri concittadini siano visceralmente faziosi, acutamente sensibili alla demagogia e sostanzialmente conservatori. Gli italiani, diceva Montanelli, vorrebbero fare la rivoluzione con la protezione dei carabinieri e di fatto resistono ai cambiamenti finché possono. Mussolini, che voleva trasformare gli italiani in atleti e in guerrieri, è riuscito solo a rendersi ridicolo e a rendere ridicoli noi. Fare la mossa della rivoluzione, perché no? Andare in giro con un pugnale a testa d’aquila nella cintura, come i fascisti, perché no? Ma cambiare le proprie abitudini? Neanche a parlarne.
In conseguenza di tutto ciò l’opposizione in Italia è particolarmente facile. Si ha il consenso non solo di chi è contro il governo ma anche di molti di quelli che dovrebbero sostenerlo. È facile dimostrarlo. Se c’era, e c’è, una legge sacrosanta, è quella contro l’eccesso di intercettazioni telefoniche. Ad essa era particolarmente interessato, anche per ragioni personali, Silvio Berlusconi. E tuttavia, pur essendo considerato da alcuni il proprietario della sua coalizione e pur essendo il capo della più grande maggioranza che abbia avuto un Parlamento repubblicano, non è riuscito ad ottenere quel provvedimento. Chi si è opposto? Gli italiani. Trasversalmente. Per le più varie ragioni. E soprattutto perché costituiva un cambiamento. Un altro esempio di conservatorismo fanatico è quello della magistratura. Se solo si proponesse di modificare il colore delle loro toghe, i magistrati insorgerebbero come un sol uomo contro questo attacco all’indipendenza della magistratura. Figurarsi dunque le grandi riforme. Quando un governo si intestardisce a realizzarne una, il percorso è così lungo, così travagliato, così impervio che alla fine o non se ne fa nulla oppure la legge arriva alla meta annacquata e stravolta. O i conservatori vincono, o non perdono.
Queste constatazioni sono rese ancora più evidenti dai risultati di una congiuntura teoricamente imprevedibile. Dal 1943 l’Italia è spaccata fra destra e sinistra. La guerra civile che cominciò in quell’anno non ha mai avuto tregua, neanche quando i mitra non hanno più sparato. Contro Berlusconi, poi, si è avuta la più grande campagna di odio di tutti i tempi. E tuttavia, dall’autunno del 2011, abbiamo visto l’alleanza del diavolo con l’acqua santa. Una sorta di Comitato di Salute Pubblica per salvare l’Italia dal default. In queste condizioni, con una maggioranza oceanica cui si oppone una esigua minoranza moralmente e politicamente squalificata, si potrebbe pensare che il governo sia per una volta onnipotente. Finalmente una maggioranza cui nessuno può resistere, una maggioranza senza opposizione che può permettersi tutto. Ogni leader infatti sarà pronto a spiegare alla propria base che a Palazzo Chigi non c’è il nemico ma qualcuno che agisce per il bene comune. E infatti subito dopo la costituzione del nuovo esecutivo, il Parlamento, tramortito, ha lasciato passare la riforma delle pensioni. Ma i mesi che si sono impiegati per formulare la riforma del lavoro hanno dato ai partiti il tempo di riprendersi. Da quel momento, pur riconoscendo di non avere la forza di mandare a casa il governo, essi sono riusciti a ingabbiarlo. Per il lavoro prima il ministro Fornero ha detto e ripetuto fino alla nausea che “avrebbe tirato diritto”, checché dicessero i sindacati; poi ha chinato la testa; infine la riforma è stata evirata ed ha deluso sia i mercati sia gli imprenditori stranieri. E infatti non è servita a niente.
Di sostanziale i famosi tecnici sono riusciti a fare solo ciò che saprebbe fare anche un bambino: aumentare le tasse sugli immobili e sulla benzina. Senza per questo evitare né l’alto livello dello spread né la più grande recessione che ricordiamo. Si vuol dare di tutto questo il torto a Monti? Neanche per sogno. Sarebbe stupido. La sua esperienza ha solo fornito la riprova del detto di Giolitti. Si potrebbe governare contro una parte degli italiani, non si può governare contro tutti.
Ora si parla del meccanismo “salva-Stati”, cioè della possibilità di avere consistenti aiuti economici in cambio della nostra sovranità. E se l’Italia, per salvarsi, dovesse rinunciare ad essa, sarebbe una cosa tristissima. Ma si comprende che molti italiani non piangano: considerando l’uso che ne abbiamo fatto, forse potremmo disfarcene senza troppi rimpianti. (il Legno storto)

lunedì 6 agosto 2012

L'altra Diaz. Gianluca Perricone

 
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E’ da qualche giorno nelle librerie Diaz (ImprimAtur editore), il libro-intervista che Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo hanno realizzato sentendo la versione del comandante del reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini sui tragici eventi accaduti all’interno dell’edificio scolastico genovese il 21 luglio del 2001, durante il G8. 

L’idea di realizzare il libro è nata, nei due autori, all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che, confermando le condanne, ha, di fatto, «decapitato le eccellenze della Polizia di Stato».

Ma dal libro dei due giornalisti de Il Giornale emerge una verità assai diversa rispetto a quella che è stata alla base delle condanne inflitte ad alcuni dirigenti ed agenti (soprattutto appartenenti al Settimo nucleo) della Polizia: «la storia della Diaz e degli scontri al G8 – sostengono i due autori – non è quella scritta nei tribunali o divulgata da un’informazione omologata».
Ed in effetti, prima dell’ingresso nella Diaz degli uomini di Canterini, erano già presenti dentro l’istituto uomini di Polizia abituati normalmente a reprimere le rivolte in carcere: insomma agenti dei cd. Gom che tanto ‘leggeri’ nei loro interventi non sono. E’ indubbio che nella scuola genovese ci sia stato il “massacro”, ma la giustizia nostrana non è riuscita ad individuare i veri colpevoli, andando invece a colpire chi, nel plesso scolastico, è stato fatto entrare a cose praticamente fatte o, quanto meno, già avviate. Le indagini non sono riuscite ad identificare quel nucleo di veri e propri ‘picchiatori’ che, di fatto, avevano compiuto un vero e proprio assalto prima dei Celerini.Tra gli altri, viene raccontato un episodio per certi versi emblematico. Quello nel quale Canterini, appena iniziata l’irruzione, arriva al primo piano della Diaz: «Feci qualche passo – ricorda nel libro – e trovai uno dei miei, inginocchiato e senza casco, che soccorreva come poteva una ragazza rannicchiata su se stessa. Aveva i capelli rasati, le trecce sulla nuca, il cranio fracassato da cui fuoriusciva sangue a fiotti e materia cerebrale. Il poliziotto che aveva dato lo stop alla mattanza e che vegliava sulla moribonda aspettando l'ambulanza era Fournier». Per la cronaca, Michelangelo Fournier era il comandante del Nucleo sperimentale che era stato appositamente costituito per il G8.
«In quel caos epocale – racconta ancora l’oramai ex capo della Mobile romana – mi ritrovai, di fatto, a coordinare i soccorsi». E le manganellate a quella giovane donna (e non solo a lei) furono date da altri poliziotti che probabilmente mai saranno puniti per il loro inqualificabile pestaggio indiscriminato.
Invece, undici anni dopo, la Corte di Cassazione, rendendo definitive le condanne, ha di fatto chiuso la carriera di alcuni tra più importanti investigatori del Paese mentre i veri colpevoli del massacro ancora girano indisturbati: da noi, purtroppo, la giustizia funziona così. (il Legno storto)

sabato 4 agosto 2012

Ce la facciamo anche da soli. Francesco Giavazzi

Dobbiamo farcela da soli. Non chiedere l'aiuto del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Efsf e poi Esm), non sottoporci alla vigilanza dell'Eurogruppo e rinunciare allo scudo che ci offre la Bce. Ce la possiamo fare da soli perché la nostra situazione è diversa da quella spagnola: non abbiamo avuto una bolla immobiliare e le nostre banche non sono zeppe di mutui andati a male; il debito pubblico è elevato (123% del Pil), ma i conti dello Stato al netto degli interessi sono attivi (+3,6% nel 2012), e soprattutto non abbiamo accumulato un ingente debito estero spendendo per oltre un decennio il 10% più di quanto veniva prodotto. La Spagna non ha alternative, noi sì.

Per riuscirci da soli ci vuole uno scatto di orgoglio. È necessario che Mario Monti ritrovi lo slancio e la determinazione iniziali. E soprattutto è necessario che il Parlamento si occupi di meno degli interessi particolari dei quali è diventato il paladino e guardi un po' di più all'interesse generale. Se pensassimo di non esserne capaci, tanto varrebbe votare subito: la campagna elettorale sarebbe in gran parte inutile perché l'agenda politica verrebbe comunque dettata da altri, i quali non necessariamente fanno solo i nostri interessi. E il risultato delle elezioni sarebbe pressoché irrilevante: anche questioni di nostra pertinenza verrebbero risolte a Berlino e a Francoforte.

Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano. Oggi, non a settembre. Perché quando la Spagna firmerà la sua richiesta di aiuto - prevedo nei prossimi giorni - se non avremo una strategia alternativa e senza l'intervento della Bce, il nostro spread salirà ancora. Ci troveremmo a dover chiedere aiuto con un'economia allo stremo.

Il piano per «salvare l'Italia» ha due parti. Innanzitutto bisogna sospendere, da qui alle elezioni, le emissioni di titoli a medio-lungo termine. Da settembre a marzo il Tesoro ne deve emettere 100 miliardi circa, di cui 60 circa detenuti da residenti, 40 da investitori esteri. Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas: i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati. Vendere con la rapidità necessaria è tuttavia tecnicamente impossibile. Le azioni di queste società sono già state trasferite alla Cassa Depositi e Prestiti che può scontarle alla Bce e con la liquidità così ottenuta acquistare Btp.
La Cassa ha una licenza bancaria e lo può fare: è quello che da mesi fanno le nostre banche. Si può riprodurre il meccanismo con altre società pubbliche e veicoli diversi dalla Cassa. Affinché una simile operazione sia credibile non deve essere un'alchimia finanziaria, ma un «anticipo in conto vendita», cioè si deve cominciare a vendere. Si potrebbe anche pensare ad attrarre il risparmio delle famiglie con emissioni di titoli non soggetti a imposte per i residenti. Il ministro Grilli avrà certamente idee migliori: l'importante è la rapidità. Cento miliardi sarebbero sufficienti per cancellare la maggior parte delle aste di qui a marzo.

Sette mesi senza l'assillo delle aste dovrebbero essere impiegati, come diceva Prodi (che però purtroppo non lo fece), per «smontare l'Italia come un meccano e rimontarla in modo che funzioni»: ridurre le spese, tagliare il debito vendendo, riprendere riforme (liberalizzazioni e mercato del lavoro) che sono state lasciate a metà, fare una legge elettorale decente. Se lo farà, Mario Monti ci avrà regalato un Paese indipendente e moderno. (Corriere della Sera)

mercoledì 1 agosto 2012

In memoria del necrologio. Davide Giacalone

Nell’estate 2012 il necrologio si porta lungo. Non credendo ai segni del destino non traggo alcun presagio dal rapido succedersi di decessi nel mondo della giustizia, non suppongo simboleggino la resa umana laddove s’è già archiviata la resa sistemica. Osservo, però, che nulla come la morte è calamita di retorica, e nulla come la retorica mortuaria è ricettacolo di bugie e false coscienze. A rendere il tutto interessante, anche sotto il profilo antropologico, è la letteratura del necrologio, essa sì capace di sopravvivere ben oltre la sua funzione vitale.
I necrologi, i piccoli francobolli neri che arricchiscono i giornali e impoveriscono la morte, servivano per dare l’annuncio del trapasso. Erano i tempi in cui i matrimoni s’annunciavano negli albi comunali, a loro volta esposti in bacheche pubbliche: chi aveva da obiettare poteva farsi avanti. Oggi nessuno passa davanti a quelle esposizioni, mentre di certi matrimoni ti danno l’avviso e ti raccontano lo svolgimento anche se non te ne importa un accidente. All’annuncio, dato dalla famiglia affranta, seguivano e seguono le partecipazioni dei condolenti, che si dividono in tre categorie: a. quelli affranti, che son pochi e solitamente assai parchi; b. quelli tirati per i capelli, “che figuraccia non farlo”; c. quelli che colgono l’occasione per mostrarsi vicini al trapassato, affiancandosi ad altri noti, fidandosi del fatto che il protagonista non può protestare, sicché gli si può un poco rubare la scena. Solo la terza categoria non soffre il dettaglio materiale: i necrologi costano una fortuna, che se gli si fosse offerto un luculliano ristoro prima che tirasse le cuoia, il caro estinto ne sarebbe stato felice.

Il necrologio, infine, vive nel mondo analogico e vi sopravvive a dispetto del fatto che i mezzi digitali, dai quali provengono, oramai, quasi tutte le informazioni, non ne ospitano. Al più comunicano: è morto Tizio. E gli altri a chiedersi: quanti anni aveva? La risposta muta significato a seconda del questionante: per i più giovani la morte non ha senso; per quelli di mezza età è l’occasione per valutare la rimanenza media, fra i conosciuti; per i più anziani è segno che la nera signora ha ancora colpito di fianco, questa sera si brinda.

I necrologi lunghi, anzi lunghissimi, però, hanno quasi sempre un redattore istituzionale. Intanto perché non li paga, il che scioglie la favella. Poi perché li usa, se non altro per comunicare quel che stava facendo, grazie ai servigi di chi non c’è più. Poi può capitare che usi il decesso per cercare di regolare i conti, mettendolo su quello di qualcun altro. Della serie: avete ucciso un pezzo di me. Questi sono i necrologi vergati da quanti concepiscono il mondo solo se ne sono il baricentro, talché parlano di sé anche nel cordoglio, incuranti del possibile effetto trascinamento. Necrologi, questi, comunque migliori di quelli vergati in burocratese, che sono una specie di elogio di servizio, a uso dell’ufficio personale. Che cosa triste, essere accompagnati in quel modo nell’ultimo viaggio.

Il lutto più esilarante è quello dei colleghi, i viventi nel mondo in cui si visse, i quali passarono il loro tempo a cercare disperatamente di negare la tua stessa esistenza, a ignorarti affinché fossi ignorato da tutti, e ora, con il certificato di morte opportunamente compulsato, possono sciogliersi: era un grande, colpevolmente sottovalutato. L’infinita grandezza di tale piccineria è motivo d’imperituro sollazzo.

Quindi, siete avvertiti: offritemi un pranzo e, quel giorno lì, fatevi gli affari vostri. Possibilmente godendone.

martedì 17 luglio 2012

La sinistra dal Quarto stato al terzo sesso. Marcello Veneziani

Pensate come si è immiserito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale..

Sul ciclone gay che si è abbattuto sul­la sinistra non sposerò le tesi della Concia e dei suoi acconciatori né della Bindi e dei suoi abbindolatori (io sono più avanti perché mi batto per abolire le nozze etero). Riconosco a loro un tragitto di persona­le coerenza che sfocia nella sostanziale incoerenza di un partito. Quel che mi colpisce è un’altra cosa: pensate come si è immiserito e immin­chionito il dibattito sulle identità e sui principi, se la sinistra, non solo in Italia ma ovunque, eleva la questione delle nozze gay a tema cruciale. Il dibattito delle idee è sceso a livello in­guinale.

Non stiamo parlando di persecuzione dei gay, se espellerli o negare il loro dirit­to di esserlo. Stiamo parlando della batta­glia sulle nozze gay che riguarda una spa­ruta minoranza di una minoranza. L’occidente sprofonda e loro conti­nuano a pettinare le bambole gay.

Non si confrontano sulle cose che af­fliggono la maggioranza degli italiani ma sul rococò del politically correct applica­to al cinque per mille degli italiani gay. Decine di milioni d’italiani interessano loro meno di decine di coppie gay. Detto questo, ai cattolici del Pd rivolgo un plauso e una pernacchia: il primo per la loro coerenza di cattolici, la seconda per la loro incoerenza di scelta politica. La sinistra oggi è quella, passata dalla di­fesa del Quarto Stato a quella del Terzo Sesso, e voi siete i paggetti recalcitranti delle loro nozze. O le Vecchie Zie brontolone (vi stupirà ma ho simpatia per Rosy Bindi; e poi mi­gliora con gli anni, a novant’anni sarà una bonazza). (il Giornale)

giovedì 12 luglio 2012

12 luglio 2012

Berlusconi si ricandida a premier. Angelino Alfano sarà al suo fianco. Fino a questo momento è solo un’indiscrezione. Fonti interne a Villa Feltrinelli riferiscono di un’iniziativa pubblica, forse un discorso del Cavaliere al Lirico, a Milano, replicato per tramite di video-radiodiffusione alla Patria in trepidante attesa. Nove milioni di baionette sono pronte e Sandro Bondi, in tuta da ginnastica, si prepara facendo la sua corsetta quotidiana per le strade del capoluogo lombardo. Un’autocolonna guidata da Fabrizio Cicchitto si dirige verso la Valtellina. E’ l’Italia migliore che saluta la decisione del capo di tornare nell’agone. I traditori, nel frattempo trasferiti a Pescara, hanno appreso attoniti ciò che per adesso è solo una voce. Solo un tonante “presente!” potrà cancellare l’onta dell’infamia. Nessuno teme il tentativo di sbarco delle potenze avverse. “Lo spread”, ha fatto sapere il Silvio, “sarà fermato sul bagnasciuga”.

mercoledì 11 luglio 2012

Giustizia: i conti non tornano. Gianluca Perricone

 
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La questione della riforma del sistema giudiziario italiano non può limitarsi alla responsabilità civile dei giudici: aspetto senza dubbio essenziale (al quale si potrebbe anche aggiungere anche l’eventuale responsabilità nello sperpero di denaro pubblico grazie ad inchieste che, talvolta, rasentano il ridicolo), ma di certo non determinante nel funzionamento di un sistema (quello appunto della giustizia) che si potrebbe definire ‘diversamente efficiente’.
Lasciamo stare, in questa sede, l’aspetto relativo alla responsabilità dei togati perché, nello scorso weekend, si è saputo ad esempio che a Pinerolo (in Piemonte) il ministero della Giustizia ha finanziato con ben 774.685 euro l'ampliamento del palazzo di giustizia, uno di quelli che lo stesso ministero ha inserito l’altro giorno tra i tribunali da sopprimere. Qualche conto, a noi “normali” (o “contribuenti” se più piace…) non torna, così come non quadra quando si progettano nuove carceri mentre si lasciano marcire nell’incuria istituti carcerari già esistenti: no, nel pianeta-giustizia più di un conto non torna.
E che dire, sempre a proposito di notizie dello scorso weekend, del rinvio a settembre del processo con rito abbreviato (in corso a Genova) a carico di dieci persone indagate nell'ambito dell'inchiesta "Maglio 3", ritenute ai vertici della 'ndrangheta in Liguria? Avete saputo il motivo di detta posticipazione? Si è resa necessaria la ricerca di un interprete per tradurre il contenuto delle intercettazioni telefoniche dal calabrese all’italiano. Sì, avete capito bene: dal calabrese all’italiano ed il giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini dovrà nominare direttamente il perito. E intanto i tempi si prolungano.
C’è stato anche un nuovo capitolo delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio: sembrerebbe infatti che ora gli investigatori abbiano rivolto la loro attenzione nell'ambito delle amicizie della ragazza e di sua sorella maggiore, Keba. Sono passati 19 mesi dal delitto e la giustizia nostrana, su questa vicenda, sembra non azzeccarne una.
Per fortuna che c’è stata poi la sentenza della Cassazione (altrimenti sarebbe stato veramente un fine-settimana nero) che ha sentenziato che l’espressione «Lei non sa chi sono io, questa gliela faccio pagare!» è un’esclamazione ritenuta minacciosa e quindi punibile dalla legge. Per stabilirlo ci sono voluti un giudice di pace che aveva assolto il malfattore che aveva pronunciato quella locuzione contro una vicina, un Procuratore generale della Corte di Appello di Salerno che è ricorso appunto in Cassazione contro la decisione del primo, e infine la Suprema Corte che ha emesso lo strepitoso parere.
Noi, intanto, continuiamo a restare convinti che i conti non tornino proprio. (il Legno Storto)

martedì 10 luglio 2012

Archivio › Bordin Line

10 luglio 2012

Lasciamo pure perdere i nuovi soldi, anche se dodici milioni di dollari non sono proprio spiccioli, trovati in Svizzera a Massimo Ciancimino. Naturalmente per il giovanotto si tratta di un nuovo guaio ma la sua autorevolezza di “pentito” non ne risentirà poi molto, ridotta com’è. Se mai si crea nuovo lavoro alla procura di Palermo che porta avanti un’indagine per riciclaggio che vede indagato il figlio dell’ex sindaco mafioso. Come faceva notare ieri Chiocci sul Giornale, questo ritrovamento è figlio di un supplemento di indagine imposto dal gip palermitano ai pm che, fosse stato per loro, avrebbero voluto chiuderla qualche mese fa. Ma c’è un’altra storia sulla quale è bene fare attenzione: vi ricordate la guantiera di candelotti di dinamite sepolta nel giardino della sua casa palermitana, con qualche rischio per i condomini, dall’ineffabile personaggio? Se non ve la ricordate più non vi si può biasimare. E’ passato più di un anno. Il caso è semplice, l’esplosivo è stato trovato, periziato e fatto brillare. Eppure in tutto questo tempo nessun pm palermitano ha ancora completato l’istruttoria. Con tutta la buona volontà è difficile pensare solo alla strutturale lentezza della nostra macchina giudiziaria.
di Massimo Bordin

martedì 26 giugno 2012

Coda di paglia. Davide Giacalone

Dovremo essere grati a Nicola Mancino, che inguaiando il Colle ha scatenato un diluvio di articoli pensosi, vergati da costituzionalisti preoccupati e commentatori affranti, sicché, infine, si son trovati a dover sostenere quel che noi scrivevamo solitari: così non si può andare avanti. Leggendoli, dopo un sorriso, trovo conferma di un fatto rilevante: sappiamo tutti benissimo quel che si dovrebbe fare, per raddrizzare l’Italia, ma ogni volta non ci si riesce perché i problemi si preferisce usarli come armi contro gli avversari, piuttosto che risolverli. Speriamo che il rossore quirinalizio, l’affannoso tentativo di minimizzare quel che è gigantesco, propizi il senso di responsabilità, mettendo da parte l’innata italica faziosità.

Ora si mette in dubbio che sia sensato istruire un processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Ora si dice che, ove mai ci sia stata, se ne deve valutare la portata politica, non penale. Ancora non hanno preso abbastanza coraggio, non riescono a mettere nero su bianco il nome di Mario Mori, ancora è troppo forte la vergogna per averlo abbandonato, ma sono sulla buona strada. Noi li aiutiamo da anni. Si facciano tornare alla mente anche il nome di un altro carabiniere, Carmelo Canale: era il braccio destro di Paolo Borsellino e fu abbandonato a un processo, durato anni lunghissimi, in cui lo si accusava di mafia. Lo pronuncino, perché la vergogna odierna non sia onta storica.

Comunque, se ne sono accorti: quel processo non sta in piedi. Ben arrivati. Peccato ci siano riusciti solo perché quello sventurato di Mancino ci ha trascinato dentro la presidenza della Repubblica. Il punto è: non si chiede e non si deve chiedere impunità per nessuno, ma uno Stato che lascia i propri servitori nelle mani dell’accusa penale, che continua nei tribunali la battaglia della mafia, non merita rispetto. I politici che non sono all’altezza di capirlo ne meritano ancora meno. Fa piacere leggerlo, ma era evidente da molti anni, come le nostre parole, nel tempo, dimostrano.

Ora si accorgono che le intercettazioni telefoniche possono essere un piede di porco con il quale si svelle ogni cosa, perché, come giustamente, ma tardivamente e nell’occasione sbagliata, dice Giorgio Napolitano: si tolgono frasi dal contesto, non si chiarisce l’insieme e si specula sulle parole. Peccato che, fin qui, sia stato uno sport nazionale. Praticato da quanti oggi lo rimproverano agli altri. Il che ha un lato divertente: è irresistibilmente ridicolo vedere Repubblica che si scapicolla a sostenere che in tal modo non si possono massacrare le istituzioni. Perbacco, da che pulpito!

Solo che ancora non hanno il coraggio di imboccare la via giusta: non si devono limitare le intercettazioni, che sono strumenti d’indagine e prevenzione, ma si deve cancellarne l’uso giudiziario, quindi il deposito delle trascrizioni e l’immediata pubblicazione sui numerosi mattinali di polizia, quali si sono ridotti a essere i giornali italiani.

Ora dicono che i magistrati devono accertare i reati, non scrivere o riscrivere la storia. Ci sono arrivati dopo avere pubblicato non so quante “verità” dei questurini, non so quante “rivelazioni” provenienti dalle celle, salvo poi nascondere con due righe in cronaca l’unica verità vera: erano boiate. Comunque: ben venuti. Adesso si tratta di passare dalle parole ai fatti: le sentenze sociologiche sono abominevoli, la letteratura giudiziaria è deviazionista, la magistratura combattente una violazione del diritto, quindi della legalità.

Ora si dice che, in un così grave momento di crisi, è da irresponsabili indebolire il vertice dello Stato. Quello del governo fu spolpato nel mentre i titoli del nostro debito pubblico finivano sotto attacco. Ma, ancora una volta, non si tratta di non potere o dovere pubblicare quel che emerge, o tacere quel che si pensa, ma di disporre di un sistema giudiziario che liberi in fretta gli innocenti dal sospetto, condannando i colpevoli. Si deve diffondere la cultura del diritto, secondo cui ciascuno è innocente, fino a condanna. (A tal proposito, tra parentesi, avere consentito l’arresto di un senatore, senza che sussista la benché minima esigenza cautelare, è segno di tale incommensurabile viltà, è confessione di una tale chilometrica coda di paglia, che la permanenza di una tale classe politica è nocumento alla Repubblica).

Fin qui questi mali ce li si è tirati dietro, sperano d’annientarci l’avversario. Lo ha fatto la sinistra contro la destra e la destra contro la sinistra. L’ultimo (in ordine di tempo) pugnale ha trafitto l’uomo del Colle. Forse ci siamo: continuare così è suicida. Quel che Napolitano non capì ieri, quando si metteva di traverso, e non capisce oggi, quando cerca di mettersi di sguincio, è che servono le riforme, serve la giustizia, serve il diritto. Non serve a nulla pretendere di salvarsi da soli. Oltre tutto è impossibile.

venerdì 22 giugno 2012

22 giugno 2012

Ora, non vorrei dire. Ma quando ho visto Emma Bonino prendere la parola con quell’aria da maestrina sul tormentato-pensatrice che quasi sempre assume, quando ho sentito che esortava il Senato a votare per l’arresto di Lusi “senza entrare nel merito del problema” perché il problema non era di merito, quando le ho sentito affermare che, essendo contro la carcerazione preventiva di 27 mila (dei quali tutti si impipano) sentiva forte e coerente il dovere civile di farne 27 mila e uno, per poi concludere, dulcis in fundo, che non esisteva possibilità di scorgere alcun fumus persecutionis in qualcosa del cui merito non si era occupata lei, figurarsi quindi se dovevano occuparsene gli altri, be’, mi sono venute le ragadi.