mercoledì 17 ottobre 2012

L'economia che ci salverà

Scritto da Gianni Pardo
   

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Dietro la crisi mondiale dell’economia c’è un problema di "modello". Cioè dei suoi principi generali. Nel modello socialista alla base di tutto c’è l’idea che lo Stato possa guidare l’economia meglio e con migliori risultati di quanto possano fare i privati, soprattutto per quanto riguarda la giustizia sociale. Nel modello liberista c’è l’idea che la cosa migliore che si possa fare, per l’economia, è lasciarla operare senza intralci: al resto penserà la "mano invisibile" degli interessi contrapposti di cui parlava Adam Smith. I migliori esempi dei risultati delle due concezioni si osservano nell’Unione Sovietica e nella Cina degli ultimi anni.
 
Stranamente, in ambedue i casi si tratta di Paesi comunisti. La stranezza tuttavia viene meno se si pensa che, per imporre un marxismo "puro", o un liberismo "puro", bisogna sbarazzarsi dell’incomodo della volontà popolare. Infatti il socialismo reale ha reso i russi più miserabili che sotto gli zar, e se i cinesi sono stati resi "benestanti" come non erano mai stati in passato, ciò è stato fatto senza chiedere il loro parere. Senza concedergli il diritto di sciopero e senza preoccupazioni di giustizia sociale.
 
La storia economica dell’Occidente ha invece visto un lento smottamento dal liberismo, come lo si intendeva agli inizi della rivoluzione industriale, ad una concezione "compassionevole ed egalitaria" (cioè socialista) dell’economia. Questa versione morbida dello statalismo marxista ha influenzato tutte le società sviluppate e l’ha fatto per via democratica, tant’è vero che nei Paesi avanzati i suoi adepti si sono chiamati "socialdemocratici". Ciò non è avvenuto nell’Italia di cultura comunista dove si mirava alla rivoluzione proletaria e per lunghi decenni "socialdemocratico" è stato sinonimo di "traditore".
 
Nel Novecento i modelli imperanti sono dunque stati due: il marxismo, di cui era incarnazione l’Unione Sovietica, e la socialdemocrazia, di cui erano esponenti tutti i grandi Paesi dell’Occidente. Il liberismo più o meno puro è stato considerato "selvaggio" ed è stato visto come un’inammissibile aberrazione. L’imbrigliamento "socialista" delle regole del mercato è stato per tutti un obbligo e – più o meno inconsciamente – una sotterranea marcia verso il comunismo. La retorica di sinistra infatti ha sempre parlato di "conquiste", come se, ottenendo una nuova nazionalizzazione, una nuova norma "a favore dei lavoratori", si facesse un passo avanti nel territorio del nemico: l’economia classica. Finché un giorno il nemico si sarebbe arreso.
 
Alla lunga il procedimento ha mostrato la corda. Da un lato, il modello marxista è imploso insieme con l’Unione Sovietica, dall’altro, a forza di "conquiste", si è eccessivamente eroso il margine di produttività. Quelli che producevano si sono progressivamente ridotti di numero mentre sono sempre aumentati quelli che beneficiavano delle spese dell’erario. Si parlava di "giustizia sociale" e si dimenticava che "ogni volta che qualcuno ottiene un’utilità che non ha prodotto, c’è qualcun altro che non ottiene un’utilità che ha prodotto".
 
Il risultato è che l’Occidente è stato sconfitto dai Paesi emergenti ed è affondato fino al collo nella crisi attuale. La situazione non sarebbe drammatica se almeno si identificassero i nostri errori: invece la tendenza all’ideologia non è venuta meno. È vero che nessuna persona ragionevole parla più del modello marxista (perché tutti ne hanno visto le conseguenze) ma del modello socialdemocratico si è fatto un principio religioso, e si sono paralizzati i cervelli. Nessuno intravede un terzo modello e siamo in un vicolo cieco.
 
Ciò che avviene da noi è il migliore esempio di questa impasse intellettuale. A forza di socialismo compassionevole, l’Italia è arrivata ad una crisi drammatica e il suo governo, anche su suggerimento dei soloni di Bruxelles, ha risposto ad essa nel modo più controindicato: non ha diminuito la pressione fiscale sui ceti produttivi, l’ha addirittura incrementata. L’inevitabile risultato è stato una recessione senza ritorno. Si è curata una grave crisi di glicemia con fette di cassata siciliana. O meglio, si è curato un avvelenamento con massicce dosi di arsenico.
 
Eppure né i governanti italiani né i dirigenti dell’Unione Europea sono degli imbecilli. Il loro comportamento deve dunque spiegarsi con l’incapacità intellettuale di concepire la possibilità che il modello socialdemocratico contenga degli errori. Tanto che, nel momento della difficoltà, invece di correggerne i difetti, li hanno accentuati.
 
Se questa conclusione è esatta, l’Europa non ha speranza. O solo quella di un disastro tale che perfino i medici più ottusi si chiedano se la cura non peggiori la malattia. Fino ad allora, rimarrà una bestemmia l’idea che si debba certamente realizzare qualche "conquista", ma nella direzione opposta a quella dei socialisti. (il Legno Storto)

martedì 16 ottobre 2012

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16 ottobre 2012

E’ stato il primo segretario del Pd. E il primo a diventare primo con le primarie. Era stato il primo kennediano che, per sentirsi più stretto al primo dei Kennedy, s’era iscritto al partito di Kruscev. Il primo comunista a sua insaputa. Il primo che stava con Cuba, ma parteggiava per i nemici di Cuba. E il primo segretario collezionista dichiarato delle figurine Panini. E la prima Liala del Pci Pds Ds Pd. Fu il primo che, tenendosi abitualmente a Venezia il Festival del cinema di Venezia, lo fece a Roma. Il primo a dire che sarebbe andato in Africa, mandandoci in avanscoperta la Melandri. E adesso il primo capace di portare al diapason la nota standard di Nanni Moretti: mi si nota di più se ci sono o se non ci sono? Di più se non c’è. Ma per primo. Buona mossa. Se è vero che i doveri di un uomo si moltiplicano via via che aumenta la sua conoscenza, l’impressione è che Veltroni abbia maturato parecchi diritti.

lunedì 15 ottobre 2012

Protestino per il contrario. Davide Giacalone

Non ha senso che gli studenti protestino contro i tagli alla spesa pubblica, dovrebbero protestare contro la strutturazione di tutta intera quella spesa. A sentire certi slogan e a leggere certi resoconti ci si rende conto che il vecchio e il nuovo non hanno confini necessariamente anagrafici. Alcuni di questi giovani sembrano non aspirare ad altro che ad avere la vita dei loro genitori e dei loro nonni. A loro andrebbe detta una parola sincera: non è possibile. E neanche bello. Supporre che la difesa dei loro interessi coincida con quella dei loro docenti, all’interno di una scuola i cui risultati sfigurano rispetto ai sistemi istruttivi nostri diretti concorrenti, non è una semplice bischerata: è una truffa.

L’interesse degli studenti dovrebbe essere quello di far prevalere la meritocrazia, prima di tutto fra le cattedre. E’ vero che quando si è ragazzi non si disdegna punto la supplente impreparata, nel corso delle cui ore si può far caciara, ma è anche vero che se non si è ragazzi stupidi ci si rende conto che con quel sistema si diventa polli allevati in batteria, senza eccellenze che non siano dono di natura. Senza altro privilegio che non sia la condizione economica della propria famiglia. Sicché, se ci tengono alla democrazia e all’apertura del nostro sistema formativo, affinché sia trampolino di lancio verso i successi della professione e del mercato, devono chiedere il contrario di quel che reclamano: scuola selettiva e di altro profilo. Altrimenti si fermano gli ascensori sociali che, difatti, sono già inceppati.

In quanto alla spesa, posto che la sua pressoché totalità è destinata ai costi correnti, vale a dire al pagamento degli stipendi e della gestione, si vorrebbe sapere cosa gliene importa agli studenti dei suoi eventuali tagli. Credono di avere meno opportunità, nella vita, se il loro docente è tenuto a insegnare più ore? Semmai dovrebbero mobilitarsi proprio per chiedere la compressione della spesa corrente e il ritorno degli oramai scomparsi investimenti.

In piazza dovrebbero protestare perché i governi (plurale) continuano a ignorare il dettato delle leggi e a imporre l’uso di libri di testo stampati e rilegati, a solo sollazzo e giovamento degli stampatori. E protestando per far nascere la scuola digitale dovrebbero reclamare maggiore libertà per le proprie famiglie, affrancandole da una spesa alta e inutile. La sgradevole impressione, invece, è che il rito della protesta si ripeta uguale a sé stesso, di anno in anno, senza neanche aggiornare ragionamenti e parole d’ordine. Una specie di dannazione, una coazione a ripetere gli errori di sempre, una voglia di conservare quel che, invece, andrebbe cambiato.

In ultimo: è sbagliato protestare contro l’aumento delle tasse universitarie, che restano molto basse, mentre sarebbe saggio protestare sia per l’assenza di borse di studio degne di questo nome, cui i meritevoli svantaggiati possano accedere, sia la mancanza di dati dettagliati sul valore selle singole università, dei singoli corsi e dei singoli professori. Avere tasse basse in cambio di bassa qualità, in un ambiente di falsificata eguaglianza, significa solo propiziare un futuro di alta povertà. Prima culturale e poi economica. O viceversa, a piacere.

sabato 13 ottobre 2012

Incapacità, follia o interesse? Mario Giardini


Perseguendo il nobile fine di contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2, nel 2007 il governo italiano (presidente del Consiglio Prodi, inistro dello Sviluppo Economico Bersani, e ministro dell’Ambiente, il mai abbastanza rimpianto, Alfonso Pecoraro Scanio) decisero di dotare il nostro Paese di un adeguata quota di energia elettrica proveniente dalle cosiddette fonti “rinnovabili” (va detto che il governo Berlusconi, e la sig.ra Ministra Prestigiacomo hanno continuato a sostenere il progetto). In particolare, si fece un piano per avere, nel 2020, circa 9,5 GW di potenza forniti dal fotovoltaico. Cioè 9500 MW, equivalente, per intenderci, a 10 centrali a ciclo combinato da 1000 MW, o a sei centrali nucleari di III gen. da 1600 MWe.
Per poter “stimolare” i privati a costruire i parchi fotovoltaici necessari, si definì una tabella di “incentivi”. In pratica, si obbligavano i produttori di energia (fra cui l’Enel) ad acquistare, per legge e a prezzo maggiorato, l’energia proveniente da fotovoltaico. E li si autorizzava a rivalersi, caricando l’onere relativo, sulle bollette di tutte le loro utenze. E cioè quelle domestiche (case, uffici), quelle a media e alta tensione (industrie) e quelle ad altissima tensione (rete di trasporto nazionale).
Gli incentivi sono stati così bene congegnati da aver generato una corsa affannosa al fotovoltaico. A fine 2010 la capacità totale installata di fotovoltaico era di circa 2,9 GW. Questa capacità corrispondeva a circa il 6% della potenza totale installata nel Paese. Il contributo però alla quantità di energia generata, nel 2010, fu pari allo 0,20% (zero virgola venti per cento) del totale consumato (fonte Agenzia Internazionale dell’Energia). Cioè nulla.
Il peggio doveva arrivare nel 2011 e nell’anno corrente. A fine 2011, si stimava che gli impianti costruiti (anche se non allacciati alla rete, cioè non produttivi) assommavano una potenza totale pari a circa 8 GW. I 9,5 sarebbero stati raggiunti quest’anno, con otto anni di anticipo rispetto alle previsioni.
Solo nel 2011, gli incentivi pagati per le rinnovabili sono stati circa 4,6 Miliardi di Euro, e metà circa sono andati al solare. Quest’anno è facile prevedere che saranno ancora di più: le stime variano, in realtà nessuno lo sa. Ci verrà presentato il conto a piè di lista.
Il contributo alla quota totale di energia generata è incerto. Ma fra fotovoltaico, biomasse ed eolico non si supererà il 2 – 2,5% del totale.
Se qualcuno si chiedesse perché continua a salire la bolletta dell’energia, ecco la risposta.
Così, con questa politica dissennata, si è ottenuto di costruire in tre anni quello che si doveva costruire in oltre dieci. Si pagheranno “incentivi” a full power per 8 anni anziché distribuirli nel tempo. E si avrà, nel 2020, un parco fotovoltaico obsoleto.
Chapeu: impossibile far peggio.
Quanto costa questa follia?
Ecco. Di incentivi veri e propri, stiamo parlando di oltre 30 (trenta) miliardi di euro a valori correnti (2012), nel periodo 2011 – 2020. Sessantamila miliardi di vecchie lire. Sessantamila.
Alla fine della fiera chi tira fuori i soldi è sempre il cittadino. O perché paga la bolletta dell’elettricità di casa. O perché paga le tasse (quota di incentivi addebitata all’illuminazione pubblica). O perché compra un prodotto che ha come elemento di costo l’energia elettrica.
Quel che è certo è che dalle sue tasche usciranno molti più di 30 miliardi di euro. Perché anche ammesso che la quota riversata sulle bollette delle utenze domestiche sia sic et simpliciter la stessa pagata come incentivo, tutte le volte che l’energia è un elemento del costo di un prodotto verrà riportato sul prezzo finale dello stesso con un fattore moltiplicativo maggiore di 1. Per inciso: la stima di incentivo, a valori di euro 2012, che verrebbe riportata sulle bollette di casa sarà, nel periodo 2012 – 2020, di circa 8 miliardi di euro.
Si è aiutato l’ambiente? Ma per favore. Abbiamo visto il dato per il 2010: prodotto con il fotovoltaico lo 0,20% dell’energia totale necessaria al Paese. In numeri tondi: 1.740 GWh.
Nella sola Cina, ogni anno, vengono messi in servizio circa 50.000 GW di potenza elettrica con centrali a carbone. Una centrale a carbone da 1000 MW a settimana. Che, in un anno, produce circa 10 000 GWh. Cioè produce cinque volte tanto inquinamento, questa sola centrale, dell’inquinamento salvato dal nostro fotovoltaico. Moltiplicate per cinquanta. Ogni anno. Non solo l’inquinamento, viene dalla Cina, ma anche i pannelli fotovoltaici.
E’ del tutto ovvio che il contributo dell’Italia alla riduzione delle emissioni, su scala globale, pagato a così caro prezzo da nostro Paese, è sconsolatamente irrilevante.
Di impieghi di queste risorse, assai più utili, specialmente adesso, ciascuno di noi può indicarne a centinaia.
Dunque una follia della politica o pura e semplice incapacità? Forse. O forse no.
Chi sono i signori del fotovoltaico in Italia? Bella domanda. Una risposta, parziale, è però già stata data in Calabria: in parte, la ‘ndrangheta. (the Front Page)

Quando l'Italia vendette gli ebrei ai terroristi. Giulio Meotti

                           
Nell'antico ghetto di Roma la memoria è ancora fresca della strage alla sinagoga del 9 ottobre 1982. Un commando palestinese di Abu Nidal lanciò granate e raffiche di mitra sugli ebrei all'uscita dalla sinagoga, il giorno dopo la festa delle capanne. Un bambino di tre anni, Stefano Gay Taché, rimase ucciso. E' stato il primo ebreo assassinato in Italia in quanto tale dal 1945. All'epoca non c'era politico, dal presidente Pertini ai comunisti di Berlinguer, che non flirtasse con Arafat, mentre i giornali all'unisono paragonavano il sionismo al nazismo. Quel giorno il quartiere ebraico venne lasciato misteriosamente senza protezione. L'unico terrorista condannato per l'eccidio, Abdel Al Zomar, oggi è a piede libero a Tripoli. Pochi giorni prima della strage, i sindacalisti di Luciano Lama lasciarono una bara vuota di fronte al tempio ebraico, mentre Pertini aveva esaltato la "resistenza" al fianco di Arafat, che sebbene avesse sulla coscienza qualche centinaio di ebrei uccisi in Israele o all'estero era stato anche appena ricevuto in Vaticano. I socialisti di Bettini Craxi erano soliti paragonare Arafat a Giuseppe Mazzini, mentre la cosiddetta giustizia italiana si sarebbe presto dimostrata molto lesta nel rilasciare i terroristi legati agli attentati (l'ultimo è Youssef al Molqi, l'unico condannato per l'uccisione sull'Achille Lauro dell'ebreo americano Leon Klinghoffer, che sebbene fosse su una sedia a rotelle venne gettato in mare come un cane). Se il 16 ottobre 1943 è il giorno in cui gli italiani tradirono migliaia di connazionali ebrei diretti a Birkenau, il 9 ottobre 1982 deve essere ricordato come il giorno in cui l'Italia ha venduto gli ebrei ai terroristi.
 

venerdì 12 ottobre 2012

Storia politica del Cav.

Tutto su Silvio Berlusconi in venti puntate

Uscito dal campo di battaglia (chissà se sia vero), appartiene già all’autobiografia della Repubblica italiana. Il Foglio si è portato avanti col lavoro, ne è nato un manualetto sine ira ac studio. Nel Foglio di oggi in edicola (disponibile in digitale qui e su iPad) la prima di venti puntate firmate Alessandro Campi e Leonardo Varasano.

Folle anche nella disfatta, candido, non faceva i suoi affari di Giuliano Ferrara
Le motivazioni dell’entrata in politica di Berlusconi nel mio ricordo erano chiare e riconosciute, anche se il nostro testo, che è di andamento storico e non memorialistico, le lascia giustamente in sospeso. A mezzo di interviste, e di cose dette in tv e in riunioni pubbliche, Berlusconi non ha mai nascosto di volersi anche difendere da un assedio che prometteva male per il suo business, il che non significa farsi gli affari propri come pensano i semplificatori per gola e stupidità. Sono stati convocati referendum popolari per chiudere le sue televisioni commerciali negando le interruzioni pubblicitarie durante i film; gli italiani votarono e scelsero Berlusconi contro i suoi nemici ideologici e di business, e le battaglie intorno a Canale5 furono eminentemente politico-parlamentari, a un certo punto si dimisero cinque ministri della sinistra democristiana, insomma il nucleo d’acciaio della lobby integrista spietatamente avversa, e non solo per ragioni di interesse, al grande diseducatore delle coscienze italiane. Non erano affari suoi, era un capitolo della storia nazionale, dell’esperienza estetica, etica ed economica della comunità civile, un pezzo di storia segnato dalla intraprendenza di un geniale outsider a fronte di un pigro establishment esclusivo e blasé.
Ma non basta, per le motivazioni. Quando ci consultavamo nel gruppo dei dubbiosi, con Fedele Confalonieri e Gianni Letta, all’ultimo miglio prima del famoso discorso all’Italia-paese-che-amo, quello che lo conosceva meglio, Fedele, diceva che non c’era più niente da fare, da dire, l’ego del suo amico era ormai ipertrofico, tardi per una marcia indietro. Vero. Un sondaggio lo aveva dato popolare come e più di Gesù Cristo fra i bambini. L’eroe dei Puffi, del Milan che vinceva, l’eroe fatto da sé che sfidava tutto e tutti era un mito innanzi tutto per sé stesso. Berlusconi credeva di avere un’investitura popolare, un’unzione democratica naturale derivante dalla estrema popolarità personale, dalla fiducia che sentiva di poter raccogliere. Si considerava un campione e, snobismi a parte, lo era (anche di coraggio o impudenza). E questo fu un altro motivo o ragione forte per l’avventura politica.
Poi c’era la congiuntura politica in sé. Berlusconi era prudente, cauto, era culturalmente lontano dal linguaggio e dalla tecnica della politica (“lei è il mio maestro”, mi diceva con un sorriso dolce e burlesco, “ma io imparo presto”); però l’idea del comando, del cambiamento riformatore, del nuovo ordine da affermare, del grande casino creativo che non era più nel mercato della tv, chiuso all’estero con l’avventura francese e minacciato in patria dalla possibile vittoria dei suoi avversari storici (ex pci e dc di sinistra), insomma l’avventura che non annoia, questo lo tentava fatalmente e comprensibilmente.
Riceveva in casa i politici smarriti e sotto schiaffo della magistratura in crociata. Arcore diventò una reggia. La Repubblica prese un tratto monarchico. Il linguaggio politico si scartò dal suo involucro di arcaismi cattolici e comunisti e anche socialisti. Berlusconi dava scandalo, stupiva, al partito sostituiva una persona e una squadra. Non mi era chiara la direzione di marcia, ovviamente, e dopo la conquista napoleonica del governo, nel 1994, un pomeriggio approfittai di un momento di sosta, e guardando quei mazzi di fiori molto Fiorella Pierobon che aveva fatto mettere nelle stanze del potere, seduto con lui su un divanetto a Palazzo Chigi, gli domandai: “Ma che vuol fare dell’Italia”. “Una grande Fininvest”, mi rispose.
L’Italia che fece da scenario all’entrata in politica di Berlusconi faceva paura. Giustizia sommaria, codardia della politica, poche idee e riscrittura della storia costituzionale dei partiti a firma di una magistratura codina, di media e patti di sindacato finanziari e industriali assai loschi, tutti soggetti che perseguivano scopi non dichiarati e li travestivano da “questione morale” (niente di nuovo sotto il sole). Berlusconi, con quei denti da pescecane, in realtà era un candido, e si rivelerà nella sua parabola un vincitore e uno sconfitto dolorosamente sublime.
Giuliano Ferrara

giovedì 11 ottobre 2012

Tobin dei poveri. Davide Giacalone

Da ieri il moralismo fiscale ha conquistato una dimensione quasi continentale, con l’adesione di undici Paesi europei alla Tobin tax. Non è un mal comune mezzo gaudio, ma un mal comune doppio danno. Tutto è sbagliato, in quell’idea, a cominciare dal fatto che alcuni europei, e gli italiani fra questi, hanno dovuto chinare il capo innanzi a un diktat, che in tedesco significa “dettato”. I più entusiasti sono i francesi, il cui governo socialista gode all’idea che si tassino le transazioni finanziarie, così colpendo i ricchi. Fra breve si accorgeranno che, ove un simile disegno vada in porto, le transazione disposte a farsi tassare saranno pochine, mentre a pagare saranno i poveri. A spingere sono i tedeschi, che tanto si finanziano gratis, grazie all’euro e agli spread.

Il progetto è quello di tassare allo 0,1% le transazioni relative a azioni e obbligazioni, e allo 0,01 quelle dei derivati. Un piccolo prelievo che, proiettato sull’enormità degli scambi quotidiani, darebbe un grande gettito. Solo che lo proietteranno esclusivamente al cinema, perché quelle transazioni saranno allocate fuori dall’area dell’arroganza fiscale. Se il fantasma di James Tobin si presentasse ai governanti europei il rumore che si sentirebbe non sarebbe quello delle catene trascinate, ma l’ululato di rabbia per il modo in cui è stata distorta la sua idea. Supporre che i proventi di quella tassazione possano servire ad alimentare la spesa pubblica o diminuire i debiti di questo o quello Stato è non solo difforme dall’originale, ma destinata a insuccesso. A dispetto della fregola tassatoria il mondo va dove lo porta il portafogli. La regola è: i soldi soggiornano dove li si tratta meglio.

I mercati finanziari spostano ricchezza per un volume pari a 70 volte il prodotto annuo mondiale. Pensateci: una follia. Nessuno chiede di tornare all’epoca del baratto, scambiando mele contro uova. Ma neanche possiamo restare in un mondo in cui si assume che un chilo di pere vale dieci milioni e un uovo cinque, sicché scambiando un chilo contro due ovi si realizza una transazione da venti milioni. Le cose si sono terribilmente complicate da quando il globo è diventato piccino, il che è successo a partire dal giorno in cui abbiamo smesso di farci la guerra e s’è diffusa la telematica. Due fatti positivi. Bellissimi. Ma che possono essere utilizzati per farci del male.

Muovendo denari per 70 volte il pil mondiale, facendolo da ogni dove e 24 ore al giorno, questa roba ha superato la fantasia della Spectre, accumulando un potere largamente superiore, non imbrigliabile da nessuno stato nazionale. A guidarla, poi, non c’è un Tizio che liscia il micio, ma migliaia di Caio e Sempronio anonimi che se ne stanno dietro i computers, a far da protesi umana del programma che guida acquisti e vendite. Nel 1795 Immanuel Kant scrisse della necessità del governo mondiale per porre fine alle guerre, vivesse oggi proporrebbe la stessa cosa, ma per regolare la finanza.

L’idea di Tobin era tassare le transazioni a breve e in valuta straniera, in modo da stabilizzare i mercati. Solo che è stata fatta nel 1972 e si riferiva al mondo post Bretton Woods, quando Nixon liberò il dollaro dall’essere la valuta stabile, cui gli altri avevano il dovere di riferirsi. Quel mondo lì e il nostro non hanno nulla in comune. Ma, comunque, Tobin pensava, correttamente, a un accordo globale, con proventi da mettere a disposizione della comunità internazionale. Se si tassano le transazioni solo in un’area del mondo si ottiene il risultato di vederle migrare da un’altra parte, in virtù del principio che i soldi vanno dove rendono di più e sono meno tassati. Cameron, che guida il Paese dove si trova la piazza di Londra, ha già detto che non se ne parla nemmeno. Ma ove anche cedesse (e non lo farà) il risultato non sarebbe maggiore gettito, ma più veloce transumanza dei quattrini, alla ricerca di verdi pascoli.

Lo snaturamento di quell’idea viene venduto come se fosse possibile tassare gli speculatori, i profittatori, i porcelli della finanza, secondo un’iconografia cara ai fascisti, ai nazisti e ai comunisti. In realtà si interviene fiscalmente in un momento in cui i tassi d’interesse su alcuni debiti sovrani, come il nostro, sono troppo alti, quindi, alla fine, pagheranno i poveri, che dovranno meglio remunerare gli investitori, anche per averli voluti tassare. All’errore s’unisce la finzione: gli stessi Paesi che oggi aderiscono continuano a farsi concorrenza fiscale fra di loro, e chi non ci credesse vada a vedere quante aziende chiudono da noi e non riaprono in Cina, ma in Austria o in Polonia.

Imbrigliare i mercati finanziari è necessario, ma gli strumenti non possono che essere diversi e globali. Tutto questo per dire, quindi, che i governanti europei sono miopi e piccini, affetti da statolatria fiscocentrica, quindi destinati a prender sganassoni dagli statunitensi, che esportano la loro crisi, e lezioni di mercato dagli asiatici, che importano i nostri soldi. Speriamo il fantasma di Tobin (defunto nel 2002) visiti le loro notti.

venerdì 28 settembre 2012

Note sulla Costituzione - X - Arte e risparmio. Gianni Pardo

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Art. 41, art.42, art.47. Se qualcuno, guardando fuori dalla finestra, dice: “Non piove!” non significa soltanto che non sta cadendo acqua dal cielo; significa che quel signore si aspettava che piovesse. Oppure che prevedeva continuasse a piovere. Anche le semplici constatazioni sono rivelatrici.
Quando per esempio, nell’art.33, leggiamo che “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento” non possiamo evitare di ripensare al realismo socialista e a Lysenko. Ci accorgiamo di averla scampata bella e ringraziamo la Costituzione che ha voluto essere tanto buona da lasciarci questa libertà.
Nello stesso modo, quando all’art.41 leggiamo che “L'iniziativa economica privata è libera”, dobbiamo essere lieti che la Costituzione abbia rinunciato ad imporci il capitalismo di Stato ed abbia spinto lo scrupolo fino a sentire il dovere di chiarircelo.
In realtà, un Paese liberale codifica solo i divieti, non i permessi. Sulla carta dell’Oceano Pacifico si scrivono solo i nomi delle isole, non si scrive dappertutto, parallelo per parallelo, “oceano, oceano, oceano, oceano...”. Analogamente, scrivendo così spesso in Costituzione le parole “libero” e “libertà”, si contraddice uno dei principi fondamentali dello Stato liberale.
Come se non bastasse, l’articolo 41 prosegue: “[L’iniziativa economica] Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Lasciamo da parte queste ultime tre cose, cui provvedono i codici, e chiediamoci: qual è l’utilità sociale della filatelia, della pornografia o del culturismo? E se essi non sono socialmente utili, solo per questo bisognerebbe vietarli? In realtà nello Stato liberale ognuno ha il diritto di intraprendere qualunque attività che non sia in contrasto con la legge e corrisponde soltanto agli interessi di produttori e consumatori.
Per fortuna questo articolo tra il sovietico e il teocratico è stato placidamente dimenticato. Il buon senso degli italiani ha prevalso sull’ideologismo balordo dei Catoni. E non ha neppure applicato la conclusione: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. L’Italia ha disobbedito alla Costituzione e non è divenuta uno Stato totalitario.
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Inutile dire che considerazioni analoghe valgono per l’art.42 cpv quando statuisce che “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Già nella Russia sovietica era permesso possedere la casa di abitazione: siamo dunque stati a un pelo di battere l’U.R.S.S. sul suo terreno?
Ma soprattutto, che funzione sociale ha la proprietà di un canarino, di un corno rosso o di libro pornografico? A meno che queste cose non servano a far sì che si possa dire che la proprietà “è accessibile a tutti”: chi possiede un corno rosso fa felice l’art.42.
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Art.47, primo comma: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito”. Parole chiare, nette e inequivocabili. Peccato che siano bugiarde.
Facciamo l’ipotesi che un tizio non spenda tutto quello che guadagna e tenga da parte un po’ di denaro. Lo Stato naturalmente non gli bada. Se invece volesse incoraggiarlo dovrebbe diminuirgli le tasse, aumentargli la paga, dargli una medaglia, insomma fare qualcosa per lui: questo è “incoraggiare”. Se al contrario gliene rubasse una parte, chi potrebbe dire che lo incoraggia e lo tutela? E tuttavia è proprio ciò che avviene. Non solo lo Stato tassa il ricavato degli eventuali interessi (perfino quelli, miserrimi, dei conti correnti bancari, che non compensano nemmeno l’inflazione), ma la mentalità del Paese va in direzione opposta, dimostrando che l’art.47 è una presa in giro. Ogni volta che ci sono difficoltà di bilancio mezza nazione invoca la patrimoniale. Ultimamente la Presidente del Pd ha proposto di andare a togliere agli abbienti una parte di ciò che hanno senza altra giustificazione che il fatto che lo hanno. In base alla teoria economica degli analfabeti frustrati secondo cui se alcuni hanno di più, è perché hanno rubato a quelli che hanno di meno. Infatti la ricchezza – sempre per gli analfabeti economici – è una quantità fissa i cui spostamenti sono a somma zero.
E questo vale anche per il risparmio che la Costituzione “tutela e favorisce”. L’imbecille al contrario dice: se qualcuno ha dei risparmi, è segno che ha potuto mettere qualcosa da parte. Io non ho potuto. Dunque date a me il suo denaro.
Per la sinistra la megapatrimoniale è la soluzione per i problemi economici della nazione, Non solo gli applausi non le mancano, quando ne parla, ma forse con questo programma vincerà le elezioni del 2013.(il Legno storto)

mercoledì 19 settembre 2012

Così Diego lo Scarparo e Sergio il Carrettiere fanno baruffa al mercato. Alessandro Giuli.

                                   

Nella comune terra medioadriatica si sarebbe detto un tempo che lo Scarparo e il Carrettiere hanno preso a fare baruffa al mercato. Diego Della Valle contro Sergio Marchionne. Il padrone di un calzaturificio divenuto negli anni il florido marchio per le élite di massa (Tod’s) contro il grande manager di un impero immiserito in patria e rinato negli Stati Uniti (Fiat). Dicendo che “la Fiat è un bersaglio grosso, più delle scarpe di alta qualità e alto prezzo che compravo anch’io fino a qualche tempo fa: adesso non più”, Marchionne si tradisce ingenuo e stizzito, lui stesso preda di quello “starnazzare nel pollaio più provinciale che c’è” sdegnosamente denunciato per richiamare la volgarità delle accuse di Della Valle. Certo, a sua parziale discolpa c’è che nell’arco di tre giorni il patron della Fiorentina gli aveva dato di “furbetto cosmopolita” e rappresentante cadetto di una famiglia (gli Agnelli) avvezza a “spararla grossa” salvo poi andarsene “alla chetichella”. Dunque uomo dalla mancata parola, Marchionne, nell’impeto accusatorio del suo antagonista. Ma sopra tutto cittadino del mondo, déraciné, traditore di un malriposto orgoglio per la stanzialità patriottica: non più un figlio degli Abruzzi natii (Chieti, città degli antichi Marrucini, guerrieri dal dialetto osco-umbro presto romanizzati), ormai soltanto un rampollo qualunque del melting pot italo-canadese (con residenza in Svizzera, peraltro).
E’ anche questo il sottotesto implicito nella requisitoria di Diego Della Valle da Sant’Elpidio a Mare (Sallupijo, in dialetto locale, Marche rivierasche). In realtà pure l’uomo delle scarpe coi pallini non scherza quanto a irraggiamento internazionale, diversamente non sarebbe il commerciante che è, come lo è Marchionne. Ma, a differenza di quest’ultimo, Della Valle sembra voler insistere sguaiatamente su una differenza di status (io sono un padroncino, tu resti un salariato) che vela appena la dissimiglianza dei caratteri. Perché la bottega di Della Valle è rigonfia di quattrini (in gergo: liquidità) e lui ci tiene da morire a farlo sapere. Lo si arguisce dalle sue parole – è diventato un urlatore nei salotti che gli fanno fare anticamera, eppure ha tirato giù Geronzi dalla vetta di Generali e ora vuole fare stragi omeriche in Rcs – e più ancora dalle sue movenze, dai tic e dalle smorfie in cui solitamente si manifesta l’ego di una persona (dall’etrusco Phersu=maschera). Ecco, quello di Diego lo Scarparo è un ego impaziente di riconoscimenti che si condensa nella capigliatura ravviata di continuo, nei braccialetti seriali ai polsi, nei gessati da paesano metropolitano. “Guardami – sembra sempre gridare anche quando è muto – sono tanto ricco da poterti fare la lezione di vita”.
E così è andata con Marchionne, che di suo ha scelto un’altra teatralità non meno egolatrica ma più efficace. Stessa sprezzatura, magari, però espressa con il profilo basso di uno che può vestirsi di stracci (costosissimi) e di barba penitenziale perché tanto, quando gli va, alza il telefono e dall’altra parte risponde Barack Obama. Sergio il Carrettiere è a modo suo uno che ha fatto fortuna in “Ammerica” e poi è diventato famoso grazie alla prima industria manifatturiera italiana, quella Fiat che ha deciso di spiantare dal giardino inaridito di un’Italia di cui non ha bisogno né rimpianto. Pur sempre noblesse de robe, quella di Sergio, ma sciacquata nell’Atlantico, aristocratizzata dal marchio sabaudo di cui è espressione, distante quanto basta dall’attuale coda di cometa del vecchio stile Agnelli; e fin troppo luccicante se messa a paragone di certa arrembante foga bottegaia. Se vuole fare rumore, discolparsi, contrattaccare, minacciare o promettere pace, Marchionne ha un direttore come Ezio Mauro a fargli da interlocutore e un’intervista baritonale assicurata in prima pagina su Repubblica. Della Valle, quando è mosso da un attacco di moralismo politico, deve acquistare le pagine interne ovvero, per conquistarsi le copertine, prendere a scarpate un Marchionne al giorno e poi attraversare con cura sulle strisce per non finire investito dal suo carretto.
Leggi Corriere e Stampa, due grandi ossessioni del capitalismo italiano - Leggi I perché della strategia flemmatica di Palazzo Chigi su Fiat di Alberto Brambilla - Leggi La carta a sorpresa di Marchionne ora si chiama modello Canada
 

martedì 18 settembre 2012

A scuola d'Italia. Davide Giacalone

  

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Venite a scuola, per capire il perché l’Italia è inchiodata e non riesce a muoversi. Entrate in segreteria o nelle classi, e toccherete con mano cosa la tiene ferma: non sono le forze oscure della reazione in agguato, e neanche i potenti interessi delle lobbies, è il non credere che si possa cambiare, la paura, la pigrizia, l’assenza di direttive chiare e inderogabili, le iperboli ministeriali che non diventano realtà. A scuola, come in tanti altri posti, si registra il trionfo dell’Italia burocratica su quella che ha voglia di crescere.
Sono anni che si parla di scuola digitale, però si va indietro anziché avanti. Si lamenta l’assenza di soldi, ma il problema è che se ne spendono troppi. Male. Da tre anni è già disponibile, per tutti gli studenti, tutte le famiglie e tutte le scuole il servizio d’interazione digitale. Valeva per le assenze, come per le comunicazioni, le pagelle, i programmi e via discorrendo. Era anche gratis, nel senso che si era fatto un accordo con i gestori di telefonia mobile, in modo da non far pagare né le famiglie né le scuole. Solo che non lo si rese obbligatorio (come opportunamente, invece, si fece con le dichiarazioni dei redditi). Il governo di allora (Berlusconi) accettò, sbagliando, di far convivere il digitale con l’analogico. Risultato: la risacca porta via anche il buono che c’era e si ricomincia sempre da zero. Senza memoria.

Dicono dalle scuole: per avere il registro digitale ci vuole un computer o un tablet per ogni professore. Non è vero: basta che il bidello raccolga i dati e in segreteria li introducano nel computer. Se vogliono un’indennità speciale, per questo lavoro, meritano il licenziamento. Per mandare l’uomo sulla luna s’impiegò meno elettronica di quel che c’è in una segreteria scolastica. Siccome lo usano solo per approntare gli stipendi è ovvio che la macchina rincula. Ora il ministro dell’istruzione annuncia: un computer per ogni classe (spesa 24 milioni) e un tablet per ogni insegnante del sud (spesa 32 milioni). Non sanno come spendere i soldi dei fondi convergenza, di provenienza europea, sicché la gara è a chi li spende prima. Ma male: comprare computer significa attrezzare un parco che presto sarà tecnologicamente arretrato e progressivamente danneggiato. Soldi che evaporeranno, ammesso che riescano a spenderli veramente. Se si vuol far crescere un mercato e puntare all’innovazione questa roba si esternalizza, chiedendo ai fornitori servizi, non l’ennesima overdose di computer da buttare, magari ancora incartati.

Neanche ci si è liberati dei libri di testo. Ogni anno ne compriamo un quintale (e chi scrive ama i libri, ma quelli veri, non i manuali o le raccolte d’esercizi che cambiano numero per giustificare la diversa edizione). Quest’anno le famiglie spenderanno un centinaio di euro in più rispetto all’anno scorso, come se i soldi abbondassero. Con quei quattrini si potrebbe tranquillamente dotare ogni studente di un computer e dei testi (sempre esternalizzando), senza differenze di reddito e classe sociale. Però si dovrebbe rendere obbligatoria l’adozione dei testi digitali e non si dovrebbe cedere alla misera lobby degli stampatori, che frenano l’innovazione e lucrano su una rendita di posizione che impoverisce l’Italia. Risultato: ancora una volta si adottano testi sia stampati che digitali, con il risultato che in classe entrano solo i primi. Eppure l’Eni aveva già messo a disposizione, due anni fa, la propria piattaforma di e-learning, per far nascere veramente la scuola digitale. Era gratis. Forse per questo si dimentica.

In compenso, dicono al ministero dell’Istruzione, si farà un concorso per assumere gli insegnanti. Solo che si attinge alle graduatorie del passato, con il risultato che i nostri insegnanti sono vecchi. Nella scuola primaria (con i bambini) il 77,2% ha più di 40 anni, con il 39,3 che ne ha più di 50. Nella secondaria gli over 50 sono la metà. Medie nettamente superiori sia a quelle dell’Ocse che a quelle dell’Unione europea. Sono i più bravi? Non lo sappiamo, perché i concorsi non si fanno da lustri. Moltissimi sono bravissimi, tanti sono ciuchissimi, altrettanti non gliene frega nulla. Ma li trattiamo tutti allo stesso modo. Si dice: hanno diritti acquisiti. E i diritti dei ragazzi? Il diritto a stare in una scuola seriamente formativa? Non contano, questi diritti. Salvo poi, con i test Pisa e Invalsi, misurare la desertificazione culturale e lo svantaggio concorrenziale.

La spesa pubblica per l’istruzione, in Italia, ammonta al 4,7% del prodotto interno lordo, mentre la media Ocse è il 5,9. La quota di spesa pubblica destinata all’istruzione è il 9%, meno di noi spende solo il Giappone. E’ povera, la scuola italiana? Sì, è povera, ma non è povera la spesa totale, perché le famiglie spendono un botto. Solo che è la qualità a essere bassa, perché i cittadini spendono senza potere scegliere, senza che siano pubblicati i dati con cui orientarsi. E’ la meritocrazia a essere stata espulsa. Prima dalle cattedre e poi dai banchi. Risultato: i giovani economicamente svantaggiati non hanno ascensori sociali, mentre noi tutti perdiamo la qualità dei migliori.

Ci fermano miserrime resistenze che, però, non trovano davanti a sé governi (plurale, perché sono anni che non si schioda) e politiche degni dei loro nomi. Solo annunci e superficialità, quindi rassegnazione esibizionista. Adesso la digitalizzazione è stata inserita nella spending review e nelle varie “agende”, ma la cruna dell’ago resta vergine: la si smetta di considerare tutto “sperimentale”, perché non c’è un bel niente da sperimentare, e si passi all’obbligo. Fuori da questo c’è solo il parolaismo inconcludente, sicché prende corpo l’abominio di un Paese che dovrebbe essere eccellente nella cultura (e che diamine, se non riusciamo neanche in quello!) e invece affoga nel rivendicazionismo miserando. Alla fine produciamo meno laureati degli altri paesi Ocse.

Venite a scuola e guardate in faccia quel che ci affonda. Poi facciamo pure gli auguri ai nostri figli che, in questi giorni, tornano a scuola. Studiate, non accontentatevi. Protestate.

lunedì 17 settembre 2012

Note sulla Costituzione - VII La salute. Gianni Pardo

  

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Art. 32 – Lo Stato italiano, per come lo vedevano i nostri costituenti, doveva essere una sorta di educatore, di padre amorevole e perfino di tenera madre. Non è strano che essi l’abbiano immaginato trepidamente preoccupato della nostra salute. Scrissero infatti, ottimisticamente (art. 32): «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Bella formulazione che tuttavia non riesce a sfuggire alla retorica e al linguaggio immaginifico. Che senso ha dire che la salute è un “fondamentale diritto”? La salute sarà un fondamentale interesse, magari una fondamentale speranza e perfino un fondamentale vantaggio, se la si ha: ma un diritto? A chi ricorrere, se non si ha? Naturalmente i costituenti, ancora una volta, non parlavano in termini giuridici. Intendevano, piuttosto che un diritto alla salute, un diritto a quelle cure che la salute possono assicurare, o almeno migliorare. Ma anche in questo caso: gratuitamente? Perché se le cure non sono gratuite, neanche questo diritto esiste. E se sono a pagamento (anche in parte) si ha tanto diritto ad ottenerle quanto si ha il diritto di ottenere il cono gelato che si è pagato alla cassa.
L’ambizione era forse quella di offrire gratis tutto a tutti ma l’esperienza ha mostrato che la Repubblica questa generosità non se la può permettere. Ha per esempio provato un paio di volte ad abolire il contributo per i farmaci ed ha dovuto fare marcia indietro: perché la gente sprecava i medicinali e il costo diveniva insostenibile. Insomma ci si è scontrati con la realtà.
La regola del buon senso dice che tutti devono essere assicurati e che tutti devono poi quanto meno contribuire alle spese per le loro cure: solo questo permetterà alla sanità di Stato di sopravvivere, pur rimanendo sempre deficitaria. Le stesse cure gratuite agli indigenti devono essere concepite solo in caso di necessità, e in ospedale. Per non dire che rimane sempre il problema di determinare chi sono gli indigenti. Insomma “il diritto alla salute”, come altri famosi “diritti” della nostra Legge Fondamentale, non esiste.
Il secondo comma «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Che nessuno, salvo il caso del pazzo furioso, debba subire cure mediche non volute, è giusto. Ma come mai non si permette che una persona normale rifiuti preventivamente l’accanimento terapeutico o la nutrizione forzata, nel caso rimanga in coma irreversibile? Come mai non si permette l’eutanasia? Come mai non si considera doveroso il rispetto del cittadino quando vuole decidere della propria vita? Questo non oltrepassa i “limiti imposti dal rispetto della persona umana”? Se dal punto di vista giuridico e morale è sacrosanto il diritto alla vita, come mai non si sancisce anche il diritto alla propria morte? La legislazione è fondamentalmente un mezzo per regolare i rapporti fra gli uomini, non il modo come ciascuno deve comportarsi con sé stesso, e queste norme scavalcano un limite del diritto: la sua fondamentale “alterità”.
Le difficoltà che le leggi italiane hanno frapposto all’esercizio dei poteri sul proprio corpo – pure teoricamente sanzionati dalla Costituzione – non dipendono da motivi giuridici ma dall’idea (cristiana) che l’uomo non può disporre della vita che gli ha dato Dio. Questa rispettabile dottrina appartiene però solo ai credenti ed è ingiusto applicarla ai non credenti. Fra l’altro quando già si permette una pratica, come l’aborto, che riguarda, oltre la donna, un altro essere umano, se pure in fieri.
Ancora una volta la mentalità della società prevale sul diritto. Ecco perché la Gran Bretagna non ha una Costituzione. Gli inglesi, gente pragmatica, hanno capito prima di altri che quella Carta è di fatto il riassunto del livello sociale e giuridico raggiunto da una nazione. E dunque è inutile scriverla. Se un certo principio (il divieto dell’eutanasia) è sentito come giusto, sarà applicato anche se non è inserito in un testo magniloquente. E se non è sentito come giusto, anche se è inserito in quel testo, non è applicato. Per esempio in Italia le regole per lo sciopero non sono state applicate per più di quarant’anni. (il Legno storto)

Note sulla Costituzione - VI - Il carcere - La famiglia. Gianni Pardo

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Secondo l’Art. 27, terzo comma, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Questa norma, indiscutibile per i “trattamenti contrari al senso di umanità”, è allarmante per le ultime parole.
Nell’Italia attuale fanno pensare a biblioteche all’interno delle carceri, a corsi di storia o di informatica per i detenuti, o al coinvolgimento dei carcerati nell’amministrazione della comunità, ma esse potrebbero essere applicate in modo ben diverso da un governo divenuto autoritario ed ideologico. Lo Stato potrebbe prima emanare leggi contro il dissenso e poi mettere in carcere le persone che criticano l’autorità. La nobile finalità del miglioramento morale del condannato potrebbe portare, come in Cina, ai “campi di rieducazione”: “Non solo starai in carcere ma, dal momento che tendo a rieducarti, dovrai studiare la dottrina del partito e dire che ne sei convinto”. Nessuno nega che ne siamo lontani, ma quando si tratta della libertà di parola e ancor più di pensiero, è meglio soffrire il solletico.
Finché si vieta di percuotere il carcerato o di tenerlo in galera senza un ordine del magistrato, sia lode alla Costituzione: ma perché concedere allo Stato il diritto di porsi a maestro di etica? Perché consentirgli di insegnare la morale, mentre tiene qualcuno in galera? È già molto che, per fini di ordine pubblico e di sicurezza, gli si consenta di tenere rinchiuso il corpo di un cittadino: non deve in nessun caso essergli permesso di rinchiuderne anche l’anima. Non molto tempo fa gli avrebbe insegnato che è male essere omosessuali, che è vietato essere atei o infine, come nella Cina di Mao, che non è ammesso essere anticomunisti.
Un liberale ha paura dei moralisti e di una Costituzione che tende chiaramente “al bene”. Ancor più se pensa che il tentativo di insegnarlo, quel bene, sarà poi affidato ai singoli magistrati e ai singoli carcerieri.
La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. In realtà l’art.27 avrebbe dovuto rinunciare all’indicazione di ciò cui deve tendere la reclusione. La pena costituisce un “pagamento” delle proprie colpe e la società “creditrice” dovrebbe accontentarsi di esso, senza pretendere che il debitore si cosparga inoltre il capo di cenere.
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L’Art. 29, secondo comma, statuisce che: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare”.
Nel primo comma si fa riferimento alla società naturale, prevedendo con essa solo la coppia eterosessuale. Ma l’omosessualità non è meno naturale dell’eterosessualità. Anche chi volesse considerarla una deviazione rispetto alla normalità non può negare che essa sia naturale, come sono naturali l’albinismo o l’alluce valgo. Paradossalmente dunque, con l’accenno alla società naturale, la Costituzione non vieta affatto il pur inutile matrimonio degli omosessuali. Se si fosse scritto “i diritti della famiglia fondata sul matrimonio”, senza parlare di società naturale, non avremmo rimpianto le parole mancanti. Poi il legislatore avrebbe potuto regolare l’istituto nel modo meglio rispondente alla sensibilità collettiva e nel testo ci si sarebbe risparmiata una delle tante tracce di discutibili ideologie.
Più criticabile è il secondo paragrafo, lì dove parla di limiti all’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi: limiti che, ci scommetteremmo, quando esistenti sono a favore dell’uomo e contro la donna. Prova ne sia che un tempo nei reati di adulterio e concubinato per la donna bastava un congiungimento carnale con una persona diversa dal marito (l’art.559 parlava soltanto della moglie adultera) mentre per l’uomo il reato di adulterio era previsto esclusivamente a querela del marito dell’amante, e non della sua propria moglie! Quanto al concubinato, per essere punibile era necessario che il marito tenesse (art.560) la “concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove”. Se l’altra donna non era nella casa coniugale, o se il fatto non era di pubblico dominio, il reato veniva meno. Bisognava proprio che la mancanza di rispetto per la moglie fosse conclamata e scandalosa: sempre che l’articolo non proteggesse in realtà più l’onorabilità della famiglia che della moglie.
Poco importa che queste norme siano state cancellate (anche se parecchi anni dopo il 1948): esse servono almeno a mostrare come la Costituzione sia tutt’altro che quel testo di sovrumana saggezza che molti pretendono sia. (il Legno storto)
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giovedì 6 settembre 2012

Note sulla Costituzione - II, Art.3. Gianni Pardo


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Montesquieu
Art. 3 – L’uguaglianza
L’art. 3 è uno dei più importanti: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dai tempi della Rivoluzione francese, il principio dell’uguaglianza è divenuto imprescindibile, nei Paesi democratici. Purtroppo, quando si passa dall’enunciazione teorica alla realizzazione pratica, quest’ultima non va esente da gravi problemi. Dunque l’art. 3 della Costituzione va applicato cum grano salis. Il buon senso non vuole che si conceda il voto politico ai ragazzini di dieci anni soltanto perché cittadini italiani come gli altri, tanto che sarebbe anticostituzionale discriminarli per età. Non si può pagare nello stesso modo il grande chirurgo e l’ultimo degli infermieri solo perché ambedue curano malati. Non si può pretendere che lo stratega di superiore competenza, in quanto militare come gli altri, vada all’assalto all’arma bianca insieme con i coscritti: infatti il Paese ricava una maggiore utilità dalla sua competenza che dalla sua morte. Viceversa è giusto che un capufficio donna guadagni quanto un capufficio uomo ed è giusto che, per l’omicidio, si applichi la stessa pena al bracciante e al miliardario.
L’uguaglianza dunque deve valere per tutti i cittadini nelle medesime condizioni. E dal momento che il Presidente della Repubblica è l’unico nella sua condizione, è comprensibile che sia trattato diversamente persino in materia di diritto penale (art. 90).
Il problema si riduce dunque all’identificazione “delle medesime categorie di condizioni”. E questa è un’operazione eminentemente politica.
Se si mette da parte un’irrealistica uguaglianza, è facile vedere che i ministri, i Presidenti delle Camere e gli stessi parlamentari non hanno, per la vita della repubblica, la stessa importanza degli altri cittadini. Essi non si limitano a votare una volta ogni cinque anni e per il funzionamento dello Stato: al contrario sono essenziali in ogni giorno della legislatura. Per questo vanno specialmente protetti, in particolare da accuse strumentali di uno degli altri poteri (il giudiziario). E infatti a questo provvedeva l’immunità parlamentare (art. 68) come era formulata prima del 1993. Ma poi ha prevalso la demagogia egalitaria.
Né meno preoccupante del primo comma è il secondo comma. Una volta che il sacro principio dell’uguaglianza si incarni nella “rimozione degli ostacoli” alla sua concreta attuazione, ciò può significare il sequestro di ogni bene ai Kulaki e all’occasione il loro massacro. L’operazione staliniana infatti tendeva all’“uguaglianza dei cittadini” e non tutti erano proprietari terrieri. Ecco perché bisogna temere le norme dal contenuto ideologico. L’Italia non ha massacrato i suoi Kulaki ma nel ’68 ha avuto gente che protestava contro la bocciatura negli esami universitari, sostenendo che era una discriminazione. L’uguaglianza dei cittadini richiedeva che si desse il 18 politico a tutti, magari con un esame di gruppo in cui parlava l’unico che aveva studiato.
Quando le norme sono vaghe ed elastiche a determinate categorie si possono attribuire più o meno diritti che alle altre. Un Parlamento maschilista potrebbe decretare che le donne, a causa della loro intrinseca debolezza, siano meno produttive degli uomini, sul lavoro, e dunque debbano essere pagate di meno; mentre un altro Parlamento, femminista, potrebbe decretare che le donne siano pagate di più perché a casa lavorano più dei loro mariti. L’art. 3 non è univoco. Dopo che l’art. 68 è stato modificato, la Consulta, pur di negare ai ministri uno scudo contro l’invadenza della magistratura (lodo Alfano, lodo Schifani), li ha ripetutamente dichiarati cittadini come gli altri. Per giunta con motivazioni sempre nuove, facendo pensare al proverbio per cui “chi vuole annegare il suo cane dice che è appestato”.
L’interpretazione dei grandi princìpi è sempre un atto politico e la Consulta è un organo composto di nominati che ha il potere di annullare la volontà dell’organo elettivo che esprime la sovranità del popolo: il Parlamento.
Ecco un ultimo esempio. La Consulta ha dichiarato incostituzionale che il PM non possa ricorrere contro la sentenza d'assoluzione, dimenticando che ogni cittadino deve essere condannato solo quando la sua colpa è certa; mentre il fatto che un giudice lo abbia assolto, se non prova la sua innocenza, prova almeno che qualche dubbio sulla colpevolezza ci sia. Ma la Corte Costituzionale aveva una sua idea (politica) al riguardo, e ad essa ha dato ascolto.
I grandi principi sono tanto nobili quanto pericolosi. (il Legno storto)

Note sulla Costituzione - artt. 1 e 2. Gianni Pardo


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Piero Calamandrei
La Costituzione Italiana è fatta oggetto di un ossequio così costante e devoto che a volte sbocca nel feticismo. Qualcuno la ritiene talmente perfetta da sentirsi in dovere di stramaledire chi osa criticarla o propone di cambiarla. Anche se essa stessa prevede con l’art.138 le modalità della propria riforma, per alcuni quell’articolo è come se non esistesse. Il testo è, come il Corano, espressione di una tale superiore saggezza da essere quasi divino. Poiché però già in materia di religione esistono gli atei, deve pure essere lecito che esistano gli empi in materia di Costituzione. È per dar voce a questi reietti che si commenteranno qui alcuni articoli dei Principi fondamentali e dei titoli I, II, III della Parte prima. E solo per questo servirà più di una puntata.

L’Art. 1 recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Che significa “fondata sul lavoro”? Esiste forse qualche comunità in cui i beni e i servizi non sono prodotti dal lavoro di qualcuno? Inoltre, dal momento che il lavoro è un’astrazione, evidentemente ci si riferisce ai lavoratori. E allora, vogliamo escludere da coloro su cui si fonda la Repubblica i bambini, i pensionati, gli inabili, le casalinghe? O forse i dirigenti e gli imprenditori, che spesso lavorano più degli altri? Fra l’altro non si può dimenticare che l’art. 3 stabilisce l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Se dunque la Repubblica sentisse una particolare preferenza per una categoria di cittadini rispetto ad un’altra entrerebbe in contrasto con sé stessa.
Né l’art. 1 potrebbe essere salvato dalle parole dette già sul momento da Amintore Fanfani: a parere di quello statista esso escludeva che la Repubblica potesse «fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui». Ma non era necessario escludere ciò per la buona ragione che una simile aberrazione non era venuta in mente a nessuno.
Oggi sembra che tutti conoscano quell’articolo della Costituzione, lo capiscano e lo approvino. Viceversa nel 1947 il grande Calamandrei si domandava: «Quando dovrò spiegare ai miei studenti che cosa significa giuridicamente che la Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro, che cosa potrò dire?(1)». Ma forse era meno intelligente di tanti nostri contemporanei.
La verità è che ciò che alcuni costituenti avrebbero amato dire era che l’Italia sarebbe stata dominata dai proletari. Una versione edulcorata di “tutto il potere ai Soviet”. Solo che non s’è avuto il coraggio di scriverlo e il risultato è un articolo pomposo che non dice nulla.

L’art. 2 non è né meno pomposo né meno criticabile. Eccolo: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il verbo “riconosce” implica che ci si riferisca a diritti noti e chiaramente formulati, e questa è mitologia. O forse semplice retorica. Infatti, in quale testo sono? E se non ci si riferisce a un testo chiaro e determinato, lo Stato potrà in ogni momento “riconoscere” un dato diritto e  non “riconoscere” un altro diritto, reputando che esso non sia “inviolabile”. La stessa inviolabilità è un concetto vago il cui ambito, in fin dei conti, è lasciato allo Stato stesso.
Forse anche più pericolosa è l’affermazione per la quale lo Stato «richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». In uno Stato moderno e liberale la solidarietà non è giuridicamente esigibile. Un tempo ai contadini si richiedevano le corvées, cioè prestazioni lavorative non retribuite ma obbligatorie in quanto dovute al feudatario, e il signore avrebbe potuto affermare che esse derivavano dalla necessità di dimostrare la propria solidarietà politica, economica e sociale. E nello stesso modo può agire uno Stato totalitario. Viceversa uno Stato liberale non esige l’adempimento di doveri morali tanto incerti quanto inderogabili. In esso il cittadino non ha doveri “positivi”: deve solo pagare le tasse (col permesso di odiare il fisco) e osservare le leggi. Per il resto può fare quello che vuole. In Inghilterra un tempo ciò si riassumeva con questo principio riassuntivo: «Non dire male della regina e non spaventare i cavalli per strada».
La mentalità di chi scrisse il testo di quell’art. 2 fu forse platonica, rousseauista, teocratica, sovietica, certo non fu liberale. (il Legno storto)

domenica 2 settembre 2012

2 settembre 2012

Di nuovo sollecitato in tv, Travaglio ha ulteriormente articolato la risposta alla domanda delle domande: che ha guadagnato Cosa nostra da questa ventennale trattativa? Stavolta la risposta è stata: tredici anni di latitanza per Provenzano. Tralasciamo la pur legittima chiosa su quali altre trattative – evidentemente rimaste impunite – avevano consentito i precedenti quaranta anni di latitanza.  Mi immagino la risposta e sono sostanzialmente d’accordo. Magari con qualche battaglia in più di Travaglio sull’argomento, ma solo per motivi d’età. Veniamo ai fatti. In quei tredici anni vengono arrestati i fratelli Graviano, Luca Bagarella, i fratelli Brusca. Il gotha dello stragismo. In meno di tre anni, dal ’94 al ’96. Pure loro consegnati da Provenzano? Sorgerebbe in ogni caso la controdomanda: e se pure? Ma non dev’essere nemmeno così se, mentre le ricerche continuavano, fioccavano le indagini patrimoniali su Provenzano e ne sa qualcosa proprio il dottore Ingroia che vide un finanziere suo aiutante più che sospettato di aver tenuto al corrente di quelle indagini gli amici del boss. Per la cronaca, il finanziere fu, insieme al dottore, gradito compagno di vacanza di Travaglio. Sta di fatto che Provenzano alla fine venne stanato e preso. Fine delle trattative? Neanche per idea. Ingroia ha aperto una indagine anche su quell’arresto. Non se ne esce.
di Massimo Bordin

mercoledì 29 agosto 2012

Ingroia, la procura, la trattativa e le intercettazioni. La storia fin qui

 

Nel Foglio di oggi il direttore Giuliano Ferrara ha risposto a una lettera di Paolo Cirino Pomicino che dice: "Sembra di essere tornati ai tempi dei guelfi e ghibellini. Un’indagine della procura di Palermo che casualmente ha intercettato il presidente della Repubblica in una conversazione con il senatore Nicola Mancino senza che ne disponesse immediatamente la distruzione del nastro in base a un’interpretazione ardita sulle prerogative presidenziali, ha innescato uno scontro furibondo tra una stragrande maggioranza guelfa e una minoranza ghibellina". Per Pomicino il motivo del contendere, "al di là della registrazione definita dalla stessa procura di Palermo irrilevante ai fini penali, è l’iniziativa assunta dal Quirinale con il suo ricorso alla Corte costituzionale per un possibile conflitto di attribuzione tra la magistratura inquirente e le prerogative del presidente della Repubblica". Una questione che in pochi giorni ha diviso l’opinione pubblica, ma che secondo Pomicino "ha oscurato del tutto il drammatico interrogativo se la trattativa tra stato e mafia c’è stata davvero". L'Elefantino risponde: "Se per trattativa si intende scambio di guerra e in guerra, strategia per vincere la battaglia contro la criminalità organizzata, lo stato non ha fatto altro che trattare, e i trattativisti sono Scalfaro, Ciampi, ministri, premier e legislatori di tutti i partiti responsabili, capi della polizia e dei servizi e dei carabinieri, magistrati eroici come Falcone dall’operazione Buscetta al governo del ministero della Giustizia nell’esecutivo Andreotti"  [continua a leggere la lettera di Paolo Cirino Pomicino e la replica del direttore]
Ma la trattativa stato mafia e le intercettazioni a Napolitano hanno riguardato anche e soprattutto la politica. E dalla politica, così come dalle testate dei principali quotidiani nazionali, sono arrivate subito le prime reazioni. Il fondatore di Rep., Eugenio Scalfari, fu uno dei primi a emanare una sentenza sugli ascolti al capo dello stato: "Qui si tenta di indebolire il Quirinale per creare una situazione di marasma al vertice delle istituzioni dalla quale deriverebbe inevitabilmente la caduta del governo Monti”, diceva in un intervento a RSera. Sentenza che, come scriveva Salvatore Merlo dalle colonne del Foglio, poteva essere l’epigrafe di un film nerissimo, un prodotto della fantasia più violenta di John Carpenter, “assalto al distretto 13” come “Giugno 2012 attacco al Quirinale” [continua a leggere il "romanzo breve di un golpe estivo"].
Il procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, ha giocato un ruolo chiave nell'inchiesta sulla trattativa. Sembra essere lui la matrice di tutto: "A quale società risponde l’inchiesta di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, sulla cosiddetta trattativa tra mafia e stato; o, meglio, tra alcuni boss agli ordini del sanguinario Totò Riina, capo dei corleonesi, e alcuni uomini delle istituzioni, primo fra tutti quel generale Mario Mori, che un anno dopo, siamo nel 1993, ebbe la straordinaria benemerenza di arrestare proprio Riina?" [continua a leggere Ingroia, la trattativa, la cultura del sospetto e quell’inchiesta senza futuro].
Ieri il deputato Alfredo Mantovano, uomo politico ed ex magistrato, in un articolo sul Foglio ha sollevato forti dubbi sulla condotta del procuratore di Palermo ponendo l'accento su un elemento: "Nel procedimento penale sulla trattativa stato mafia, c’è almeno un aspetto che non è stato sottolineato a sufficienza: ed è il fatto che il dottor Antonio Ingroia, il pm che più di altri ha condotto le indagini, per sua scelta non seguirà nel dibattimento lo sviluppo delle indagini che ha svolto. Per sua scelta, senza ombra di dubbio; per un magistrato l’inamovibilità è una garanzia costituzionale e lo spostamento ad altre funzioni – nel suo caso, addirittura, il collocamento fuori ruolo – può avvenire solo per propria iniziativa". Appare insolito, a un ex uomo di legge come Mantovano, che un pubblico ministero, che normalmente, svolta un'indagine "aspira più di ogni altra cosa a seguirne l’esito in dibattimento" abbia deciso di abbandonare in fretta e furia l'Italia per andare a ricoprire un incarico in una "simpatica nazione del centro America" [leggi Ingroia disertore. J’accuse di Alfredo Mantovano].
Per Guido Vitiello, che nel suo articolo sul Foglio cita anche Leonardo Sciascia, il magistrato siciliano appartiene a una categoria integralista e religiosa come quella degli ulema. Dipenderà da questo temperamento la scelta del trasferimento immediato in terre lontane?[continua a leggere Antropologia letteraria e giuridica del magistrato].

Ma oggi l'ulema Ingroia fa le valigie, e se ne va via lontano. In Guatemala. Una scelta radicale per il pm più famoso d'Italia. Ma com’è il Guatemala che Antonio Ingroia va a trovare? E come c’è finito il procuratore aggiunto di Palermo? Secondo lui, è che “lì in Guatemala li apprezzano i giudici antimafia italiani" [leggi Il Guatemala di Ingroia di Maurizio Stefanini]
Sul tema della presunta trattativa stato mafia Pomicino ebbe modo di scrivere un'analisi in cui elencava punto per punto, documentatamente e cronologicamente, i fatti che stavano alla base dell'inchiesta dei procuratori di Palermo, tra cui il pm Antonio Ingroia:"Diciamo subito che, per i dati che qui di seguito riportiamo, la trattativa stato mafia, o, per meglio dire, tra una parte dello stato e la mafia, c’è stata ed è avvenuta nel 1993, l’anno, cioè, in cui vennero messe le bombe a Roma, Firenze, Milano" [leggi tutto l'articolo di Paolo Cirino Pomicino].
Una visione altrettanto dettagliata della verità storica, ovvero degli avvenimenti che hanno portato la trattativa al centro dei dibattiti, l'aveva data al Foglio anche il Radicale Massimo Bordin in occasione del rinvio a giudizio dei 12 indagati. Sullo stesso banco degli imputati, mafiosi e alte personalità dello stato. La versione di Bordin si concentrava sugli albori dell'inchiesta del procuratore Ingroia e sulle ragioni del coinvolgimento di Giovanni Conso e Nicola Mancino, questi sì, più vicini al presidente Napolitano, "vittime" di un "effetto valanga" innescato dall'apertura delle indagini sul colonnello Mori [leggi l'intervista a Massimo Bordin]. (il Foglio)

giovedì 23 agosto 2012

Ora et lavoro. Davide Giacalone

A leggere le statistiche delle ore lavorate, per settimana, in giro per l’Europa, si può cadere in qualche tranello, come, ad esempio, stupirsi per il fatto che gli italiani risultino i più operosi nella giornata di sabato. A La Stampa, ad esempio, sono riusciti a considerare 48 le ore lavorate settimanalmente in Germania, salvo scrivere, nella pagina successiva, che sono 35,5. La cosa interessante, però, è altra, ovvero la visibile discrasia fra regole, statistiche ed evidenza empirica.

La produttività italiana è troppo bassa, ma le ore lavorate sembrano essere nella media europea. Se si disaggregano le medie italiane si scopre che i più operosi, nel senso, quanto meno, di presenti più ore al lavoro, sono gli italiani del nord-ovest, mentre i meno si trovano nelle isole. Se andate in giro per la Sicilia, però, trovate esercizi commerciali aperti a tarda notte, commerci di strada quasi sempre attivi, mercati che si animano incuranti delle feste. E non è un fenomeno solo siciliano. Questa realtà che posto occupa nelle statistiche sul lavoro? Temo nessuno, o scarsamente rilevante, perché molte di quelle attività appartengono a quel mercato che ipocritamente si definisce “sommerso” e che, invece, è talmente emerso da essere accessibile a chiunque ne abbia bisogno. L’irregolarità di quel mercato ne sancisce l’esclusione dai conti ufficiali.
Posto che quel tipo d’irregolarità spesso si accompagna a evasione fiscale, ciò significa che andrebbe represso e sgominato? C’è da sperare in un intervento spettacolare e notturno, o festivo, degli agenti del fisco? Non me lo auguro affatto, anche a costo di espormi alle critiche moralistiche, di cui molti italiani sono campioni. Credo, invece, che siano le regole a essere sbagliate.
Girate per quei mercati e visitate quei commerci. Osservate la gente che ci lavora. Vi pare di circolare fra squali profittatori che si arricchiscono alle spalle della collettività, senza fare nulla? E’ spesso vero l’opposto: sono cittadini che lavorano duramente, senza sosta, in condizioni non confortevoli. In quanto al guadagno, escludo che ci si diventi ricchi. Eppure si espongono al rischio di multe e contestazioni. Perché non ci sono alternative, perché quello è pur sempre un lavoro. Oltre tutto socialmente utile (anche dal punto di vista della sicurezza, perché piazze e vie animate sono più percorribili dei deserti oscuri). Il fatto è che a questi italiani, per introdurli nel mondo della regolarità, non solo chiediamo di pagare oneri e tasse con le quali uscirebbero fuori mercato, ma chiediamo anche di rinunciare all’elasticità del lavoro e degli orari. E’ un errore.
Nessun Paese può prosperare se i suoi cittadini violano le leggi. Ma neanche può prosperare se per campare i cittadini sono costretti a violarle. Una parte considerevole di quel nero e di quell’evasione serve non ad accumulare profitti, ma a pagare la vita. E confondere questo con l’evasione dei profittatori è cieco giustizialismo, spesso celante, come il pudico moralismo incarnato da un Alberto Sordi censore (“Il moralista”), vite dissolute e biografie imbarazzanti.
Se noi incorporassimo nelle ore lavorate quelle che questi italiani passano a darsi da fare i paragoni europei migliorerebbero, ma i conti dell’Inps non tornerebbero. Che si fa? Si sceglie la regola recessiva o si preferisce l’elasticità del mercato? Propendo per la seconda ipotesi e trovo inaccettabile che per praticarla si debbano violare le norme. Quindi credo che si debba cambiarle. Partendo dal principio che nulla è più prezioso della libertà, e nulla crea tanta ricchezza quanto la libertà.

domenica 19 agosto 2012

L'occhio vigile dell'Enac. Carlo Stagnaro

L’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato un Focus sulla vicenda Windjet a firma di Andrea Giuricin. Tra le altre cose Andrea si chiedeva:
Se il presidente Riggio ha dichiarato che sapeva della situazione delicata da oltre un trimestre, non si capisce il perché non abbia ritirato la licenza o dato quella temporanea alla compagnia siciliana.
Il presidente Riggio si è offeso.
La risposta dell’Enac sarebbe perfino divertente, se non fosse per tre piccoli particolari.
Primo: noi non diciamo che possedevamo informazioni riservate; ci limitiamo a osservare che, poiché l’Enac sostiene di essere stato al corrente della situazione almeno da marzo, è quanto meno curioso che non abbia preso alcun provvedimento se non “a babbo morto”.
Secondariamente, se l’Enac nonostante tutto ritiene di volersi avvalere delle nostre “capacità analitiche e predittive” che il presidente Riggio “apprezza da sempre” siamo naturalmente disponibili. Quando il paese chiama…
Terzo, forse al presidente Riggio sfugge la differenza tra i doveri di un ente di regolazione e quelli di un istituto di ricerca. Differenza che, in ogni caso, non sfugge a noi.
Infine, pur apprezzando da sempre lo humour del presidente Riggio, siamo lieti – da contribuenti prima ancora che da analisti – che all’occhio vigile dell’Enac non sfugga alcuna critica e non manchi il tempo di vergare una risposta puntuta e puntuale. C’è solo un piccolo problema, che solleviamo bonariamente e senza alcun intento polemico: l’occhio dell’Enac, così vigile sull’Istituto Bruno Leoni, non pareva altrettanto vigile quando Windjet è colata a picco a sua insaputa. Del resto, mica si può fare tutto. (Chicago blog)

venerdì 17 agosto 2012

Via con il Windjet. Davide Giacalone

I contribuenti italiani hanno a lungo sovvenzionato Alitalia, provocando la rovina propria e non evitando quella della compagnia di bandiera. Forse non sanno di avere sovvenzionato anche Windjet, che non solo è crollata, ma ha lasciato con il sedere per terra tanti passeggeri, che ancora bivaccano in attesa di un volo che restituisca loro quel che hanno già pagato. Non solo sono esempi di come gettare al vento i soldi pubblici, ma anche di come non si fa la promozione né dell’Italia, né del turismo.

Apprendo dalle parole di Roberto Balzani, sindaco di Forlì (ottimo esempio di politico serio, eletto dalla sinistra, e autore di un prezioso libro sulle delusioni e i problemi della sindacatura ancora in corso), che quando arrivò a ricoprire quella carica scoprì che il suo comune versava sei milioni di euro all’anno, pur di avere i voli Windjet nell’aeroporto municipale. Quei sei milioni gravavano sulle casse comunali, a loro volta alimentate dai tributi dei cittadini e dal prezzo da essi pagato per altri servizi comunali, sicché ci si deve andare piano prima di parlare di low cost, dato che al costo del biglietto si deve aggiungere quello indiretto, e per niente basso. Lo scopo della sovvenzione era di collegare Forlì con il mondo, portando colà i turisti e portando altrove i forlivesi. Balzani voleva rinegoziare quell’accordo, finendo con il farselo sfuggire (e fu criticato), visto che il comune di Rimini, dotato dell’aeroporto Federico Fellini, aveva offerto, a Windjet, una somma ancora superiore. Chissà se si presentarono fellinianamente, con una popputa rappresentante capace di pronunciare un impareggiabile “gradisca”.
Prima osservazione: per andare da Forli a Rimini, e viceversa, s’impiega meno che per andare dal centro di Roma a Fiumicino, per non parlare di Malpensa, due aeroporti così vicini incarnano la dissennatezza. Seconda osservazione: la spesa pubblica per incentivare il turismo va anche bene, purché sia quello in arrivo e non quello in partenza, perché il secondo va ad arricchire le zone di destinazione e, quindi, i finanziamenti si traducono in un contributo a gitanti e compagnie aeree, che non si vede proprio perché i contribuenti dovrebbero sobbarcarsi. Come si fa, allora, a spingere il turismo senza cadere nell’errore di farlo con quello che scappa, anziché con quello che accorre? Semplice: non si pagano i voli, ma si rendono migliori le destinazioni. Un esempio: molte zone d’Italia, specie quelle gettonate per l’estate, hanno una copertura internet che fa schifo, una municipalità che voglia rendersi utile non solo assicura la copertura e la diffusione di wifi, ma provvede a rendere digitali tutte le informazioni disponibili, a mappare i percorsi, ad offrire una vetrina, interattiva e funzionante, ad alberghi, ristoranti, locali di svago e così via. Con sei milioni si fanno miracoli, mentre se li si consegna a Windjet li si fa sparire. Che è un trucco, non un miracolo.
Se un aeroporto non è frequentato da voli, se in una località non arrivano turisti, o non ne arrivano quanti potrebbero essere, la soluzione non è nel sovvenzionare i biglietti, ma nel rendere appetibile il soggiorno in quel luogo. Gli enti locali che pagano le compagnie (falsamente) low cost non promuovono l’economia, ma la corrompono, la falsano, s’illudono e, infine, falliscono. Come è puntualmente accaduto alla Seaf, società che gestisce l’aeroporto di Forlì.
L’Italia e zuppa di posti meravigliosi, di mete ambite dal turismo colto e ricco come da quello ridanciano e risparmioso. E’ seduta su uno scrigno cui, però, non attinge a sufficienza, perché la gran parte di questi posti sono sconosciuti agli italiani stessi (il castello di Caccuri, in Calabria, recente sede di un originale e interessante premio letterario, è sconosciuto ai calabresi, figuriamoci ai finlandesi). E il settore turistico è il classico esempio di quel che serve all’Italia: tagliare, alla grande, la spesa inutile; digitalizzare i tesori e renderli accessibili; mettere in rete i servizi; liberare l’iniziativa e la fantasia dei privati. L’Italia che corre è capace anche di volare, se solo si abbattono i predatori della spesa pubblica.

martedì 14 agosto 2012

L'Italia forse crolla, certo non cambia. Gianni Pardo

 
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Quando una frase famosa è attribuita a parecchi autori, è segno che chi l’ha inventata ha solo espresso in maniera icastica qualcosa di evidente. Una di queste frasi è: “Governare gli italiani non è né facile né difficile: è inutile”. E non importa se l’abbia detta Giolitti, Mussolini, o qualche altro. Se ha tanta fama, una ragione ci sarà. È innegabile che i nostri concittadini siano visceralmente faziosi, acutamente sensibili alla demagogia e sostanzialmente conservatori. Gli italiani, diceva Montanelli, vorrebbero fare la rivoluzione con la protezione dei carabinieri e di fatto resistono ai cambiamenti finché possono. Mussolini, che voleva trasformare gli italiani in atleti e in guerrieri, è riuscito solo a rendersi ridicolo e a rendere ridicoli noi. Fare la mossa della rivoluzione, perché no? Andare in giro con un pugnale a testa d’aquila nella cintura, come i fascisti, perché no? Ma cambiare le proprie abitudini? Neanche a parlarne.
In conseguenza di tutto ciò l’opposizione in Italia è particolarmente facile. Si ha il consenso non solo di chi è contro il governo ma anche di molti di quelli che dovrebbero sostenerlo. È facile dimostrarlo. Se c’era, e c’è, una legge sacrosanta, è quella contro l’eccesso di intercettazioni telefoniche. Ad essa era particolarmente interessato, anche per ragioni personali, Silvio Berlusconi. E tuttavia, pur essendo considerato da alcuni il proprietario della sua coalizione e pur essendo il capo della più grande maggioranza che abbia avuto un Parlamento repubblicano, non è riuscito ad ottenere quel provvedimento. Chi si è opposto? Gli italiani. Trasversalmente. Per le più varie ragioni. E soprattutto perché costituiva un cambiamento. Un altro esempio di conservatorismo fanatico è quello della magistratura. Se solo si proponesse di modificare il colore delle loro toghe, i magistrati insorgerebbero come un sol uomo contro questo attacco all’indipendenza della magistratura. Figurarsi dunque le grandi riforme. Quando un governo si intestardisce a realizzarne una, il percorso è così lungo, così travagliato, così impervio che alla fine o non se ne fa nulla oppure la legge arriva alla meta annacquata e stravolta. O i conservatori vincono, o non perdono.
Queste constatazioni sono rese ancora più evidenti dai risultati di una congiuntura teoricamente imprevedibile. Dal 1943 l’Italia è spaccata fra destra e sinistra. La guerra civile che cominciò in quell’anno non ha mai avuto tregua, neanche quando i mitra non hanno più sparato. Contro Berlusconi, poi, si è avuta la più grande campagna di odio di tutti i tempi. E tuttavia, dall’autunno del 2011, abbiamo visto l’alleanza del diavolo con l’acqua santa. Una sorta di Comitato di Salute Pubblica per salvare l’Italia dal default. In queste condizioni, con una maggioranza oceanica cui si oppone una esigua minoranza moralmente e politicamente squalificata, si potrebbe pensare che il governo sia per una volta onnipotente. Finalmente una maggioranza cui nessuno può resistere, una maggioranza senza opposizione che può permettersi tutto. Ogni leader infatti sarà pronto a spiegare alla propria base che a Palazzo Chigi non c’è il nemico ma qualcuno che agisce per il bene comune. E infatti subito dopo la costituzione del nuovo esecutivo, il Parlamento, tramortito, ha lasciato passare la riforma delle pensioni. Ma i mesi che si sono impiegati per formulare la riforma del lavoro hanno dato ai partiti il tempo di riprendersi. Da quel momento, pur riconoscendo di non avere la forza di mandare a casa il governo, essi sono riusciti a ingabbiarlo. Per il lavoro prima il ministro Fornero ha detto e ripetuto fino alla nausea che “avrebbe tirato diritto”, checché dicessero i sindacati; poi ha chinato la testa; infine la riforma è stata evirata ed ha deluso sia i mercati sia gli imprenditori stranieri. E infatti non è servita a niente.
Di sostanziale i famosi tecnici sono riusciti a fare solo ciò che saprebbe fare anche un bambino: aumentare le tasse sugli immobili e sulla benzina. Senza per questo evitare né l’alto livello dello spread né la più grande recessione che ricordiamo. Si vuol dare di tutto questo il torto a Monti? Neanche per sogno. Sarebbe stupido. La sua esperienza ha solo fornito la riprova del detto di Giolitti. Si potrebbe governare contro una parte degli italiani, non si può governare contro tutti.
Ora si parla del meccanismo “salva-Stati”, cioè della possibilità di avere consistenti aiuti economici in cambio della nostra sovranità. E se l’Italia, per salvarsi, dovesse rinunciare ad essa, sarebbe una cosa tristissima. Ma si comprende che molti italiani non piangano: considerando l’uso che ne abbiamo fatto, forse potremmo disfarcene senza troppi rimpianti. (il Legno storto)

lunedì 6 agosto 2012

L'altra Diaz. Gianluca Perricone

 
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E’ da qualche giorno nelle librerie Diaz (ImprimAtur editore), il libro-intervista che Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo hanno realizzato sentendo la versione del comandante del reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini sui tragici eventi accaduti all’interno dell’edificio scolastico genovese il 21 luglio del 2001, durante il G8. 

L’idea di realizzare il libro è nata, nei due autori, all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che, confermando le condanne, ha, di fatto, «decapitato le eccellenze della Polizia di Stato».

Ma dal libro dei due giornalisti de Il Giornale emerge una verità assai diversa rispetto a quella che è stata alla base delle condanne inflitte ad alcuni dirigenti ed agenti (soprattutto appartenenti al Settimo nucleo) della Polizia: «la storia della Diaz e degli scontri al G8 – sostengono i due autori – non è quella scritta nei tribunali o divulgata da un’informazione omologata».
Ed in effetti, prima dell’ingresso nella Diaz degli uomini di Canterini, erano già presenti dentro l’istituto uomini di Polizia abituati normalmente a reprimere le rivolte in carcere: insomma agenti dei cd. Gom che tanto ‘leggeri’ nei loro interventi non sono. E’ indubbio che nella scuola genovese ci sia stato il “massacro”, ma la giustizia nostrana non è riuscita ad individuare i veri colpevoli, andando invece a colpire chi, nel plesso scolastico, è stato fatto entrare a cose praticamente fatte o, quanto meno, già avviate. Le indagini non sono riuscite ad identificare quel nucleo di veri e propri ‘picchiatori’ che, di fatto, avevano compiuto un vero e proprio assalto prima dei Celerini.Tra gli altri, viene raccontato un episodio per certi versi emblematico. Quello nel quale Canterini, appena iniziata l’irruzione, arriva al primo piano della Diaz: «Feci qualche passo – ricorda nel libro – e trovai uno dei miei, inginocchiato e senza casco, che soccorreva come poteva una ragazza rannicchiata su se stessa. Aveva i capelli rasati, le trecce sulla nuca, il cranio fracassato da cui fuoriusciva sangue a fiotti e materia cerebrale. Il poliziotto che aveva dato lo stop alla mattanza e che vegliava sulla moribonda aspettando l'ambulanza era Fournier». Per la cronaca, Michelangelo Fournier era il comandante del Nucleo sperimentale che era stato appositamente costituito per il G8.
«In quel caos epocale – racconta ancora l’oramai ex capo della Mobile romana – mi ritrovai, di fatto, a coordinare i soccorsi». E le manganellate a quella giovane donna (e non solo a lei) furono date da altri poliziotti che probabilmente mai saranno puniti per il loro inqualificabile pestaggio indiscriminato.
Invece, undici anni dopo, la Corte di Cassazione, rendendo definitive le condanne, ha di fatto chiuso la carriera di alcuni tra più importanti investigatori del Paese mentre i veri colpevoli del massacro ancora girano indisturbati: da noi, purtroppo, la giustizia funziona così. (il Legno storto)